padre Alberto Maggi OSM

 

 

"Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere". È la decisione dei pastori, gli unici che a Betlemme si resero conto di quel bambino. Dobbiamo uscire da noi stessi per trovare il Natale. Dobbiamo guardare il mondo dalla strada, dalla vita vera, per trovarvi colui che unisce la terra ed il cielo. La speranza non è astrazione. Cercare lui ci aiuta a capire la vita così com'è davvero. Si può vivere senza speranza? No: si diventa cinici, amari, magari sapienti ma ignoranti della vita. Possiamo avere speranza quando tutto sembra così vano, superficiale, caduco? Può sperare una generazione come la nostra che pensa di avere già conosciuto tutto e bruciato i sogni? Una generazione incapace di stupirsi, di provare meraviglia, di appassionarsi per qualcuno! La proposta è andare a Betlemme. Che ci può essere lì? Non è certo uno dei luoghi dove si può trovare tutto, dove possiamo trovare qualche sensazione nuova e continuare a mettere al centro noi stessi.

A Betlemme non incontriamo certo quelli che contano. Per trovare qualcosa dobbiamo andare in un luogo periferico, non abituale e mettere al centro qualcun altro e non il nostro onnipresente io. L'esempio di Francesco d'Assisi è particolarmente illuminante. Era la settimana prima del Natale 1223 quando Francesco, che si trovava a Greccio nel piccolo convento con i suoi frati, disse al suo amico Giovanni Vellita: "Giovanni, vorrei in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato il bambino per la mancanza di cose necessarie ad un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello". Francesco voleva "vedere" il Natale. I cristiani, in verità, sin dai primi secoli avevano rappresentato quella nascita; ma era quasi scorporata dall'ambiente in cui era avvenuta, dalla gente che l'aveva vista. Nelle grandi basiliche di Gerusalemme, di Roma e di Costantinopoli, i mosaici e gli affreschi rappresentavano Maria vestita da regina e il bambino in fasce, ma orlate d'oro. Si voleva significare che già dal quel momento quel Bambino era il dominatore dei regni di questo mondo.

Ed era giusto. Anzi ne abbiamo bisogno anche oggi, abituati come siamo a vedere e ad accettare altri signori sulla nostra vita. "Andiamo a vedere quel che è accaduto e che il Signore ci ha fatto sapere", si dicono i pastori l'un l'altro, secondo la narrazione di Luca. Francesco era ormai quasi cieco; un'infezione contratta in Egitto gli stava spegnendo la vista. E forse anche questo lo spingeva a "vedere" quel Natale. Chi vede quel bambino non incontra la forza del proprio orgoglio, non confida nelle proprie ricchezze, non si affida ai potenti di questo mondo; incontra solo un bambino povero, debole e indifeso. Per lui "non c'era posto nell'alloggio", come spesso non c'è posto tra gli uomini per quelli che sono deboli e indifesi. Da quel giorno molti sono simili a quel bambino, molti non hanno trovato e non trovano posto nelle case, ma soprattutto nel cuore degli uomini. Sono i profughi, gli stranieri lontani dalla loro terra, gli abbandonati, gli oppressi, i condannati a morte, le vittime delle guerre e della violenza. Come quei pastori, come Francesco, dobbiamo recarci a "vedere" questi numerosi presepi reali e tragici, ed accoglierli nel nostro cuore, nella nostra vita. È bello continuare ad allestire il presepe, ma ci deve ricordare che non possiamo più chiudere le nostre porte al piccolo e al debole. Il presepe resta uno scandalo di inaccoglienza. E forse dobbiamo cominciare ad allestire anche un altro presepe; quello relativo a Gesù profugo in Egitto: debole come un bambino, subito è divenuto profugo e straniero. La liturgia pone questa memoria nella domenica successiva al Natale e la intitola alla sacra famiglia. Come Maria e Giuseppe, dobbiamo accompagnare chi è diventato, per la durezza della vita, profugo da casa o straniero altrove, simile al piccolo bambino di Betlemme in Egitto.

Questa è la gioia: accogliere la debolezza, amarla, proteggerla. È troppo poco? No. È una forza straordinaria. È la forza del nostro Dio bambino. Non è finito il tempo della speranza! Lo stesso Dio che prova, come è stato ricordato, disgusto per la follia dell'uomo, per la sua cattiveria, per l'ingiustizia; lui che viene tra i suoi e questi non lo accolgono; proprio lui non smette di amarli follemente, tanto da farsi bambino. C'è speranza per il dolore dei soli, dei malati, degli smarriti, di chi ha sbagliato tutto, di chi è pieno di rimorsi, di chi non sa da che parte cominciare. Il Dio del cielo lo scopriamo nella debolezza trasfigurata dall'amore, nella notte illuminata ed attraversata dal canto di "pace agli uomini che egli ama". La vita è amata, non è un vagare senza senso. I pastori se ne andarono lodando Dio. Anche noi! Comunichiamo a tanti il segreto ed i sentimenti del Natale. Non lasciamoli sfiorire! Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. È quello che dobbiamo fare noi. Serbiamo nel nostro cuore il piccolo libro del Vangelo, leggiamolo un po' ogni giorno: crescerà con noi, come il bambino Gesù.

mons. Vincenzo Paglia

 

 

Dopo le domeniche dell’Avvento, vissute nell’attesa della Venuta gloriosa del Signore, la nostra attesa continua, anzi si rinnova grazie alla celebrazione del Natale, memoria della prima venuta del Signore, venuta nella carne fragile di un uomo e nell’umiltà della nascita a Betlemme.

Il Vangelo proclamato nella notte si apre con una cronaca che colloca l’evento della nascita di Gesù nel contesto della storia mondiale: l’imperatore in carica è Cesare Augusto, Quirinio è il governatore della terra in cui avviene questo parto, mentre Giuseppe e Maria sono dei poveri sudditi dell’impero che devono sottomettersi ai potenti e piegarsi ai loro voleri. L’imperatore ordina “un censimento di tutta la terra”, specifica Luca, ponendo volutamente in contrasto la volontà grandiosa di Cesare e ciò che accade per volontà di Dio a Betlemme. L’evangelista ci fornisce dunque il quadro di una storia fatta dai grandi e dai potenti di turno, una storia traversata dall’oppressione e dal peccato del censimento: come dimenticare, infatti, che nell’Antico Testamento il censimento è considerato un’orgogliosa pretesa che attenta alla signoria di Dio sui suoi figli (cf. 2Sam. 24). Eppure proprio in questa storia si compie la promessa di Dio…

Ma Dio per fare la “sua” storia non sceglie i potenti, bensì gli umili, i poveri: Maria, Giuseppe, i pastori dell’insignificante borgata di Betlemme. Nell’evento della nascita di Gesù si registra una marginalità, un decentramento rispetto ai centri del potere politico e religioso; per Giuseppe e Maria, giunti a Betlemme per farsi registrare quali discendenti della stirpe di David, non c’è posto nel caravanserraglio. Ebbene, proprio allora si compiono per Maria i mesi di quella gravidanza iniziata grazie a un’azione decisa e voluta da Dio: essa dà alla luce il figlio primogenito ed è costretta a deporlo in una mangiatoia, in un giaciglio di paglia. E così il Figlio di Dio, venuto ad abitare tra gli uomini, trova posto proprio tra coloro per i quali non c’era posto: Gesù viene alla luce come un figlio di persone escluse dall’ospitalità, di poveri pellegrini in cerca di una dimora. Ma un figlio così, nato nella povertà, nell’umiltà, nella marginalità, chi poteva riconoscerlo? Solo i poveri e gli umili: l’angelo che annuncia questa nascita a un pugno di pastori che vegliano nella notte accanto al gregge ci ricorda che ormai la povertà e l’umiltà sono i criteri essenziali per discernere la presenza di Dio!.

Ma il “decentramento” di questo evento si verifica anche nei confronti delle attese messianiche di molti, delusi e scandalizzati di fronte a tanta insignificanza, di fronte a una nascita che non si impone: è questa la realizzazione delle promesse messianiche? La lunga attesa della storia si riduce a questo? Certo, Gesù nasce a Betlemme, il villaggio di David (cf. 1Sam 17,12; Mi 5,1), ma la profezia che sembra adempiersi è piuttosto quella contenuta in un’oscura pagina di Geremia: “O Signore, speranza di Israele, suo salvatore nel tempo dell’angoscia, perché sei come un forestiero sulla terra, come un viandante che va in giro cercando dove pernottare? Perché appari come un uomo senza forza, incapace di salvare? Eppure tu sei in mezzo a noi, Signore!” (Ger 14,8-9). La presenza di Dio in mezzo a noi riveste i panni della debolezza, della piccolezza e persino dell’impotenza di un bambino, di un infante che non sa neppure parlare! E così scandalizza e delude le nostre ricerche di segni e prodigi, le nostre ansie di vedere Dio nella potenza, nel prodigioso.

Dov’è Dio, ci chiediamo? Sì, Dio si è fatto vedere nel legno di una mangiatoia per nascere, e si farà vedere sul legno di una croce per morire: ma per noi questa è buona notizia o scandalo?

Enzo Bianchi

 

 

Prima lettura: Is. 9,1-6

Questa pericope conclude una sezione (7,1-9,6) consacrata alla difficile situazione contemporanea. A causa della stolta politica del re Acaz e di tutta la Casa di Davide, il piccolo regno di Giuda sarà invaso dall’esercito del re di Assiria, ma non al punto da scomparire, perché il Signore è fedele alle sue promesse riguardo a Gerusalemme e alla discendenza davidica.

La sezione è attraversata dalla nascita di tre bimbi: l’Emmanuele, Mahèr-salàl-cash-baz (Presto saccheggia, lesto depreda) e infine il rampollo della stirpe regale.

La sua nascita dà origine al riscatto del popolo dalla dura schiavitù dell’oppressore.

La lettura messianica si evidenzia soprattutto nei quattro titoli del Bimbo regale che non sono recepiti né dalla Settanta e neppure dall’esegesi ebraica, che attribuisce al Messia solo il primo titolo «Consigliere ammirabile» mentre attribuisce gli altri tre a Dio.

Per la Settanta valga questa osservazione di d. G. Dossetti: «Mi pare che non sia senza senso il fatto che la traduzione greca dei Settanta non abbia avuto il coraggio di conservare questi titoli e li ha abbreviati, riducendoli a uno solo: «Angelo del gran consiglio». Non c'è «Padre per sempre» e non c'è «Dio forte». Hanno avuto un po' di pudore, forse hanno pensato che poteva fare sospettare di politeismo chiamare un bimbo «Dio forte» (Omelie del tempo di Natale, p. 36).

Le varianti tra la versione CEI e il testo ebraico sono evidenziate nel commento.

 

9,1 Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.

Lett.: Il popolo, quelli che camminavano nelle tenebre videro una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.

Il popolo, quelli che camminavano nelle tenebre; le tenebre appartengono al caos iniziale (cfr. Gn 1,3) e rappresentano una grande tribolazione; camminare in esse significa non saper dove andare e vivere senza speranza di uscirne (cfr. 1Gv. 2,11: chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi).

Il passaggio dal singolare al plurale (camminavano … videro) mostra come la Scrittura non veda il popolo come una massa informe e senza volto ma al contrario come formato da singoli che all’interno del popolo fanno l’esperienza, prima delle tenebre e poi della luce.

Al popolo appare improvvisa la grande luce. Con questa immagine è espressa la redenzione. La luce è infatti parte integrante della Gloria del Signore al punto da essere una definizione stessa di Dio (cfr. 1Gv 1,5: Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre).

Nel Sal. 112,4 si dice: Spunta nelle tenebre come luce per i giusti, buono, misericordioso e giusto. Dio è la luce dei redenti e con la sua presenza tutto si trasforma in luce. Il salmista, che vorrebbe essere avvolto dalle tenebre, esclama: Se dico: «Almeno l'oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce (Sal 139,11-12). Anche alla legge è attribuito il dono di essere luce: il comando è una lampada e l'insegnamento una luce (Prov. 6,23).

Immersi in una tenebra priva di speranza, all’improvviso essi vedono la grande luce, che emana da Dio e che illumina le loro menti: questa luce è la Parola, che prima essi avevano disprezzata e che ora accolgono. Questa Parola si è mostrata vera nel Bimbo regale.

Questa è la luce piena che non può più essere definita tenebre (cfr. 5,20: cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre).

Non solo a quanti camminavano nelle tenebre ma anche a coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Essi vi abitavano senza speranza, non cercavano di fuggire lontano dalle tenebre ma vi avevano stabile dimora e quindi non si aspettavano la luce.

La terra tenebrosa è probabilmente il soggiorno dei morti. Anche in questa regione di morte giunge la luce della redenzione. Il ministero del Cristo non si ferma solo a coloro che camminano sulla terra ma anche a coloro che abitano nello Sheol privi completamente della luce (cfr. 1Pt. 3,18-19: E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione).

 

2 Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda.

Lett.: Hai moltiplicato la gente, hai aumentato la gioia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda

Hai moltiplicato la gente; nonostante che camminasse nelle tenebre e fosse già come morta, il Signore ha moltiplicato la gente e le ha aumentato la gioia. Come accadde in Egitto che il popolo cresceva e dopo l’oppressione fu liberato e per la gioia cantò il canto di Mosè, così accade ora. Il Signore ha ricolmato il suo popolo di una gioia così grande da fargli dimenticare la sofferenza precedente. Infatti è la stessa gioia di chi miete, come è detto nel salmo 126,5: Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. È la stessa gioia di chi divide il bottino del nemico sconfitto, come è detto nel salmo 119,162: Io gioisco per la tua promessa, come uno che trova una grande preda. La gioia è propria di chi ha vinto il nemico che finora li aveva dominati, come dice il Signore: «Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino» (Lc. 11,21-22).

 

3 Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian.

Lett.: Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato come nel giorno di Madian.

Giogo e sbarra indicano schiavitù e lavori pesanti sotto la sorveglianza dell’aguzzino facile a colpire. Il Signore ha spezzato questo giogo di oppressione, come fece nella schiavitù egiziana (cfr. Es. 5,14: Bastonarono gli scribi degli Israeliti, quelli che i sorveglianti del faraone avevano costituiti loro capi). Il popolo era ridotto al rango di bestie da lavoro e di schiavi su cui l’oppressore gravava con la sua autorità espressa nei termini sbarra (lett.: verga) e bastone. Il profeta ricorda la liberazione che il popolo ottenne al tempo di Gedeone (Gdc. 7-8), celebrata anche nei salmi (cfr. Sal. 83).

 

4 Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.

Lett.: Poiché ogni calzatura di chi calza con fracasso e ogni vestito insozzato di sangue saranno bruciati, esca del fuoco.

 

L’esercito oppressore è visto nell’angolatura del fracasso delle sue calzature e i vestiti insozzati di sangue stanno a indicare le molte stragi compiute.

Ma questo esercito sarà ridotto all’impotenza e calzature e vesti inutilizzabili saranno bruciati, esca del fuoco; invece forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra (2,4).

La profezia volge lo sguardo a questa visione di pace verso la quale converge tutta l’umanità, l’insieme di tutti i popoli).

 

5 Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace.

Lett.: Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il principato ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio valoroso, Padre per sempre, Principe della pace;

 

Egli non ha un nome proprio perché egli emerge dal mistero di Dio e nello stesso tempo è figlio del suo popolo.

Invano lo si può far coincidere con un personaggio storico, quale ad esempio Ezechia, perché egli ha appellativi divini.

Nell’Emmanuele era annunciato il suo concepimento verginale, qui è indicata la sua nascita nel tempo.

Perché il profeta usa il passato? Perché nella profezia gli avvenimenti sono visti nel loro adempimento e il profeta annuncia la redenzione come già in atto e quindi l’evento centrale di essa è salutato come presente.

È anche vero che la nascita del Bimbo regale può trovare sue parziali realizzazioni in attesa del suo pieno rivelarsi.

Il Bimbo ha sulle sue spalle il principato davidico e quindi messianico, perciò egli è in grado di rompere il giogo che pesa sul popolo e la sbarra che è sulle sue spalle (v. 3).

Egli è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio valoroso, Padre per sempre, Principe della pace.

Questi sono i quattro appellativi con cui il Bimbo è chiamato e che ne rivelano l’intima natura.

Consigliere ammirabile. In lui il consiglio desta meraviglie perché il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa (Gv. 5,19). In Lui abbiamo la rivelazione del Padre e la sua manifestazione di potenza, come dice poco oltre: «Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati» (ivi,20).

Dio valoroso, In Lui si manifesta la stessa forza di Dio nel salvare il suo popolo. Il suo nome infatti è Gesù, che significa Dio salva. Ed Egli stesso si paragona al più forte che strappa la preda al forte (cfr. Lc.  11,21-22).

Padre per sempre. Il Messia è padre dei piccoli e dei deboli per sempre; Egli non li abbandona mai. Infatti durante la cena Gesù chiama i suoi discepoli figliolini (Gv. 13,33; 21,5).

Principe della pace. Il suo regno porterà la pace al suo popolo, come subito dice. Questa è la pace che Gesù comunica a coloro che accettano la regalità di Dio su di loro, come più volte Egli dice (cfr. Gv. 14,27: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore).

 

6 Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Lett.: grande diverrà il suo principato e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il giudizio e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Essendo il principe della pace il suo principato si farà sempre più esteso e la pace non avrà fine. Il suo regno quindi non sarà soggetto alla variazione delle guerre, alla diminuzione del potere ma al contrario esso sempre più si affermerà secondo le parole dell’angelo alla vergine Maria: «il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32-33). L’apostolo commenta: Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi (1Cor. 15,25-27).

Il Cristo regna sul trono di Davide e sul suo regno. Vi è la continuità e vi è la novità. Egli è nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, è costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti (Rm. 1,3-4). Egli regna quindi su Israele; Egli è Gesù il Nazoreo, il re dei giudei (Gv. 19,19) e da Israele il suo regno si estende su tutti i popoli (cfr. At. 1,8).

Il suo regno si consolida e si rafforza non attraverso le armi ma con il giudizio e la giustizia. Il re messia esercita il giudizio con giustizia come dirà in seguito e in questo vi è un ricordo di Davide (cfr. 2 Sam 8,15: Davide regnò su tutto Israele e pronunziava giudizi e faceva giustizia a tutto il suo popolo).

Dalla nascita del Bimbo tutto è cambiato: il diritto e la giustizia hanno il sopravvento fino a giungere alla pienezza nella manifestazione gloriosa del Cristo.

Tutto questo è opera dello zelo del Signore degli eserciti. Nonostante l’infedeltà del suo popolo, il Signore è mosso da gelosia, che in Lui arde come fuoco puro (cfr. Gio. 2,18; Zac. 1,14). Questo è il fuoco che il Signore Gesù è venuto a portare sulla terra e che vuole sia acceso (cfr. Lc 12,49).

Nota

Il bimbo e figlio è presentato con titoli divini «Consigliere ammirabile, Dio valoroso, Padre per sempre, Principe della pace». In questi titoli si condensa la sua origine divina e nello stesso tempo umana, la sua missione e quindi egli solo sarà in grado di portare la pace promessa come frutto della giustizia.

Gesù, il Cristo e Figlio di Dio, esprime perfettamente in sé questi titoli in parte divini e in parte messianici. Noi non abbiamo bisogno di spartirli tra Dio e il suo Cristo – come fa l’esegesi ebraica -, ma possiamo tutti attribuirli al Cristo, come insegna s. Giustino:

«Prima di essere crocifisso proclamò infatti: Il figlio dell'uomo deve molto soffrire ed essere riprovato dagli scribi e dai farisei, essere crocifisso e risorgere il terzo giorno (Mc. 8,31; cfr. Mt. 16,21). E Davide ha annunciato che egli sarebbe stato generato dal grembo prima del sole e della luna (Sal 110,3 + 72,5.17) secondo il volere del Padre, ed ha manifestato che, in quanto Cristo, e Dio potente (cfr. Is 9,5) è degno di adorazione (cfr. Sal. 45,13; 72,11)».

 

Seconda lettura: Tt. 2,11-14

Figlio mio, 11 è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini

È apparsa infatti, il testo si collega al precedente e ne dà la motivazione: tutti coloro che sono nella Chiesa sono chiamati a vivere così perché è apparsa la grazia di Dio (Girolamo).

È apparsa, come è detto: per illuminare quelli che sono nella tenebra e nell'ombra di morte (Lc. 1,79) e altrove: il popolo che cammina nelle tenebre vide una grande luce (Mt. 4,16)

La grazia di Dio è apparsa in Cristo, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14), e quindi è apportatrice di salvezza perché Gesù è il nostro salvatore, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.

Gesù è ora presente in mezzo a noi nella sua grazia che dona salvezza. Egli si fa presente a tutti gli uomini perché è la luce che illumina ogni uomo (Gv 1,9). Ognuno, secondo il suo proprio è illuminato dalla luce del Verbo e incontra la grazia del Cristo.

 

12 e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà,

C’insegna, quello che, nell'A.T, è compito della Legge, nel N.T lo è della grazia: la Legge forma dall'esterno, la grazia educa e istruisce dall'interno, per questo è chiamata salvatrice.

A rinnegare, come c’insegna il Signore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

L’empietà è l'idolatria, che c’impedisce di credere in Dio.

I desideri mondani sono elencati in 1 Gv 2,16: La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita.

sobriamente verso noi stessi

giustamente verso gli altri

piamente verso Dio (san Bernardo).

 

13 nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.

Essa è pure grazia che ci fa attendere la manifestazione del Signore.

La beata speranza, è la beatitudine sperata. La speranza infatti è ora nell'attesa e giunge al suo compimento nella beatitudine.

Così preghiamo durante l’Eucaristia: nell'attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.

La beata speranza ha come oggetto la manifestazione della gloria (ora si manifesta la grazia) del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo.

Egli si manifesta come il grande Dio, il Dio degli dei, davanti al quale si prostrano tutte le potenze spirituali, come è scritto: e lo adorino tutti gli dei (Sal  96,7).

Per noi Egli è il salvatore, per cui lo attendiamo con gioia.

 

14 Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Questa beata speranza è in noi perché Cristo ha dato se stesso per noi; Egli ci ha tanto amato che ha dato se stesso, come Egli stesso dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Egli consegnò se stesso accettando liberamente la volontà del Padre per noi (cfr Gv 3,16).

per riscattarci dalla schiavitù del peccato, della morte e del diavolo.

da ogni iniquità, ciò che è contrario alla Legge: infatti non potevamo osservare la Legge a causa delle nostre passioni, della legge del peccato che è nelle nostre membra (cfr. Rm 7,23).

puro che gli appartenga, cioè eletto cfr. Es 19,15: caratteristica dell'alleanza.

zelante, bramoso di fare le opere buone cfr. v. 7.

Nota

Il primo testo della lettera a Tito è nel contesto dell'insegnamento sul modo di comportarsi delle singole categorie ecclesiali.

In queste si è infatti manifestata a tutti gli uomini la grazia salvatrice di Dio. Il battesimo è la manifestazione di questa grazia salvatrice, che diventa un invito a tutti gli uomini ad accoglierla.

Infatti è proprio del battesimo rinnegare l'empietà e le bramosie mondane.

L'empietà è propria di chi disprezza Dio ed è arrogante nei suoi confronti. Il termine è greco e sta ad indicare la mancata venerazione verso la divinità. Questa è accompagnata dall'arroganza e dalla sfida a Dio.

Le bramosie mondane sono il morboso attaccamento alle creature elevate al rango divino oppure sfruttate per il proprio piacere. Cfr. 1Gv. . La grazia battesimale trasforma questa situazione d'ira e di bramosia in un vivere prudente, giusto e pio.

La prudenza implica un comportamento sapiente nelle scelte, nella parola e nel comportamento.

La giustizia è l'effetto del battesimo ed implica una rottura con la vita precedente al battesimo.

La pietà è l'abbandono di quel comportamento violento contro Dio per sottometterci a Lui e per temerlo.

In che modo si vive questo? l'apostolo lo insegna immediatamente: attendendo la beata speranza e la manifestazione del grande Dio e salvatore Gesù Cristo (v. 13). Solo questa tensione verso la manifestazione di Gesù può distaccarci dal mondo e dalle sue bramosie. Gesù è il grande Dio, il salvatore e il Cristo: il riconoscerlo tale fa parte della nostra fede battesimale.

Essere battezzati è entrare nel respiro dell'attesa ed è sollecitare questa manifestazione della gloria di Dio e il compimento della salvezza.

La redenzione è ricordata al v. 14 come dono di se stesso e come riscatto da ogni trasgressione della legge per diventare il popolo suo proprio zelante per le opere buone.

Ci si può fare due domande:

Quale relazione ha questo testo con la nostra vita cristiana e come lettura natalizia come deve essere letto.

Il nostro battesimo rimane un po' in ombra perché siamo più colpiti da quei sacramenti in cui abbiamo partecipato con consapevolezza.

Anche se fossimo stati battezzati da adulti, la nostra rigenerazione è oltre la nostra stessa percezione e si manifesta in noi più con i suoi effetti che nella sua stessa natura.

Il primo effetto del battesimo è quello di rinnegare l'empietà e le bramosie mondane. Il battesimo ci rende capaci di sottrarci da questo dominio perché trasferiti sotto la signoria del Cristo.

Mentre la Legge è diagnosi l'Evangelo è terapia.

In che modo l'Evangelo cura? Qui s'inserisce il discorso del Natale.

Il Natale è la memoria della manifestazione visibile di Dio entro i confini della natura umana.

Il Figlio di Dio si è racchiuso entro i limiti della nostra esistenza subendo soprattutto il rapporto con  la morte per distruggerla. Noi subiamo soprattutto il dominio di questa.

La nascita di Gesù è il suo entrare nella morte per distruggerla, il battesimo è il nostro ingresso nella sua morte perché la nostra morte sia distrutta.

La sua nascita è pertanto il meraviglioso scambio, che si fa sacramento nel nostro battesimo.

 

Vangelo: Lc. 2,1-14

1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.

Il Censimento. Sono nominati l'imperatore e il governatore della Siria. Per la nascita di Giovanni è nominato solo Erode, re della Giudea. Giovanni infatti è inviato solo a Israele, Gesù il Cristo anche a tutte le Genti.

Il nome di Gesù viene scritto nell'elenco degli uomini di tutta la terra perché, Figlio dell'uomo, a tutti porta la salvezza (cf. Mt. 24,14: Sarà predicato questo evangelo del regno in tutta la terra in testimonianza a tutte le genti e allora giungerà la fine).

Sul valore universale del censimento così si esprime Origene: «Era necessario che Cristo fosse censito in quel censimento universale perché, iscritto tra gli altri uomini, santificasse tutti e, menzionato nel registro del censimento con tutto il mondo offrisse la sua comunione e, dopo questo censimento, censisse insieme a sé tutti gli uomini nel Libro dei viventi (Ap. 20,15) e chiunque in seguito avesse creduto in Lui venisse iscritto nei cieli».

Con tono più giuridico Ambrogio annota: «Se i consoli si registrano nei documenti di acquisto, quanto più è necessario registrare la data dell'universale riscatto! Qui hai tutti i dati che normalmente si trovano nei contratti: il nome della somma autorità, la data, il luogo, il motivo» (in Lc. n. 33). Inoltre sono contrapposti da una parte Cesare, che qui è Augusto e dall'altra il Cristo, figlio di Davide, il Primogenito tra i re della terra (Sl. 89,28). Il ceppo di Iesse ha un virgulto, l’impero romano è un albero che copre tutta la terra (cfr. Dn. 4,6-9).

Questa contrapposizione ritornerà durante il processo davanti a Pilato e il popolo sarà chiamato a scegliere (Gv. 19,12-16; At. 17,7). Ora Gesù appare assoggettato all'autorità romana; non solo si è assoggettato alla legge d'Israele ma anche a quella delle Genti per condurre tutti alla redenzione evangelica.

 

3 Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4 Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide.

Giuseppe sale con Maria sua sposa a Betlemme per adempiere le Scritture. L'Evangelo rivela il vero significato di questo movimento creato dall'imperatore. Nella storia degli uomini si nasconde la storia di Dio come il lievito che, nascosto nella farina, fermenta tutta la pasta (cf. Lc. 13,20s).

Betlemme. Gesù non solo nasce dalla stirpe di Davide ma nella sua stessa città. Le città acquistano la loro impronta dai personaggi che le caratterizzano (Gerusalemme città del gran Re; Ebron, città dell’amico: Abramo). Betlemme è caratterizzata da Davide, come è detto in Gv. 7,42: La Scrittura dice che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide. (cfr. Mi. 5,1-3). Nasce nel villaggio d'origine perché con lui tutto ricomincia in un modo nuovo per non terminare mai più: Regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà fine (1,33).

Infatti Egli è colui del quale il profeta, dopo aver detto la sua origine da Betlemme, aggiunge: Le sue origini dal principio, dai giorni eterni e Girolamo commenta:  «L'assunzione della carne non impedisce in Lui la divina maestà; dice il Padre: “da me infatti è nato prima di tutti i secoli e colui che ha fondato i tempi non è contenuto nel tempo. Egli è colui al quale in un altro salmo ho detto: Prima della stella del mattino ti ho generato (Ps. 109,3). In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo (Gv. 1,1). Ecco come le sue origini sono dal principio, dai giorni eterni».

 

5 Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Questo appare lo scopo principale della presenza di Giuseppe con la sua sposa incinta a Betlemme. L'avvenimento che segna la pienezza dei tempi (Gal. 4,4) è nascosto all'interno di un atto di amministrazione romana.

 

6 Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

La nascita di Gesù è a noi annunciata più con il silenzio che con la parola a differenza di quella di Giovanni il precursore. L'evangelo fa accenni rapidi ai luoghi: là, la mangiatoia, la stanza di soggiorno o l'albergo. Dopo un fugace accenno a Giuseppe ricordato con Maria (si trovavano là) tutta l'attenzione è sulla madre: dopo aver partorito il suo figlio, il primogenito, ella compie due gesti: lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia. Sembra quasi che l'evangelista metta nell'ombra tutto l'ambiente e illumini solo la madre che tutto compie da sola e infine conduca il nostro sguardo sul bimbo avvolto in fasce che giace in una mangiatoia, come subito dice l'angelo ai pastori; e questo è il segno per loro che il bimbo nato a Betlemme è il Messia (v. 12). La madre compie gesti che hanno valore di segno. Bisogna quindi leggere questi gesti alla luce del segno, cioè come gesti rivelatori di questo Bimbo nato a Betlemme.

I due gesti, che la madre compie, hanno colpito i nostri padri; infatti da nessuno fu aiutata nel parto ed ella da sola lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia. Basti per tutti la testimonianza di Girolamo che così scrive nella sua opera Contro Elvidio: «Non ci fu nessuna levatrice, non intervenne nessuna sollecitudine di donicciuole; da sola ella avvolse il bimbo nelle fasce: solo lei fu e madre e levatrice» (8).

Per cogliere il valore di segno i nostri padri hanno fatto ricorso al carattere simbolico. Nel primo gesto, quello di avvolgerlo in fasce, possiamo vedere la sua perfetta umanità, come è testimoniato (cfr. Sap 7,4; Ez 16,4). Egli è davvero uomo pur non cessando di essere Dio. Nell’inizio è già annunciata la fine: altre fasce avvolgeranno il suo corpo deposto dalla croce e come quelle della natività danno testimonianza della sua messianità così quelle del sepolcro daranno testimonianza della sua risurrezione (cfr. Gv. 20,26-27).

Riguardo alla mangiatoia essa è percepita come un simbolo del nutrimento che Egli costituisce per Israele (il bue) e le Genti (l’asino) come è scritto: Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del suo padrone ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende (Is 1,3), e in Abacuc: in mezzo ai due animali tu ti manifesterai; quando gli anni saranno vicini, tu sarai conosciuto; quando sarà venuto il tempo tu apparirai (3,2 LXX).

Il Bimbo nel presepe esprime quindi la regalità messianica per un rovesciamento delle prospettive come avverrà sulla croce: nella povertà del presepe e nell’umiliazione della croce Gesù è rivelato come il Cristo. La sua povertà è quindi parte integrante del suo mistero, è (assurdamente per le categorie umane) il luogo in cui Egli si manifesta. Nella prospettiva di Dio tutto è rovesciato e per chi crede tutto appare nella sua verità e benedice Dio.

La motivazione per cui il Bimbo giace nella mangiatoia è la seguente: perché non c'era posto per loro nell'albergo o nella stanza. L’albergo, era il luogo di sosta e quindi non era un luogo conveniente per partorire. Per questo secondo la tradizione accolta fin dai primi secoli, Giuseppe e Maria scelsero una grotta appartata e l'apprestarono in modo conveniente al parto. Giustino nel Dialogo con Trifone scrive: «Poiché Giuseppe non sapeva dove alloggiare in quel villaggio, riparò in una grotta nelle vicinanze. E mentre erano là, Maria diede alla luce il Cristo e lo depose in una mangiatoia» (78,5).

Oggi si propende a tradurre il termine katàlima con stanza (22,11; 1 Sm 9,22) e «può indicare uno spazio in una casa privata destinato ad accogliere e ospitare i forestieri … La casa della piccola gente al tempo di Gesù consisteva in genere in un vano unico, nel quale si svolgeva tutta la vita (cfr. 11,7; Mt. 5,15), e che spesso doveva riparare anche gli animali domestici (Ps. 50,9). Per l'inevitabile confusione la sosta in un simile locale portava pericolo per la madre e per il bambino. Perciò si deve presumere che la nascita sia avvenuta fuori da questo vano, ad esempio in una stalla subito contigua o, secondo la tradizione, in una grotta nelle vicinanze, che spesso allora si usava come stalla. Qui anche la mangiatoia (fissata al muro?) trova il suo pieno significato. Essa offriva il riparo perché il bambino inerme non fosse calpestato dagli animali, o soffrisse danno per il continuo movimento» (Rengstorf). Potremmo anche supporre che la grotta fuori del villaggio appartenesse al clan davidico di Giuseppe.

Per rilevare la nascita verginale di Gesù l'evangelo dice: Il suo figlio, il primogenito. Nell’A.T. Israele è chiamato da Dio suo figlio primogenito (Es. 4,22; Sir. 36,11).

Gesù è figlio di Maria ed è chiamato il primogenito in rapporto al Padre suo. Così pure è chiamato il re (Sal. 89,28). Questo sottolinea il particolare rapporto che lo lega a Dio.

L'apostolo Paolo approfondisce i significati del termine primogenito riferito a Cristo.

In Rm. 8,29 lo chiama il primogenito tra molti fratelli. I molti fratelli sono coloro che con la risurrezione sono trasformati nella sua immagine gloriosa di Figlio di Dio.

In Col. 1,18 è chiamato primogenito dai morti. Egli è il primo risorto fra i morti ed è quindi il fondamento della speranza della nostra risurrezione.

In Col. 1,15 è definito primogenito di ogni creazione, «Cristo è il mediatore della creazione, al quale tutte le cose create senza eccezione sono debitrici del loro essere» (Micaelis). Vedi inoltre Eb. 1,6.

Egli si manifesta come tutti gli uomini; cfr. Sap 7,3: Anch'io appena nato ho respirato l'aria comune e sono caduto su una terra uguale per tutti, levando nel pianto, uguale a tutti, il mio primo grido. Questo pianto è l'inizio di quella oblazione sacrificale che ha caratterizzato i giorni della sua vita terrena (cfr. Eb. 5,7).

Prima di proseguire sostiamo davanti al presepe con la preghiera ammirata di Ambrogio: «Da ricco che era, sta scritto, si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi della sua povertà (2Cor. 8,9). Quella indigenza è dunque la mia ricchezza, e la debolezza del Signore è la mia forza. Ha preferito per sé le privazioni, per aver da donare in abbondanza a tutti. Il pianto della sua infanzia in vagiti è un lavacro per me, quelle lacrime hanno lavato i miei peccati. O Signore Gesù sono più debitore ai tuoi oltraggi per la mia redenzione, che non alla tua potenza per la mia creazione. Sarebbe stato inutile per noi nascere, se non ci avesse giovato venire redenti».

 

8 C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge.

Alcuni pastori. Gente umile e disprezzata: essi sono scelti come primi testimoni della nascita di Gesù, che in loro si rivela come il Messia dei poveri. Da loro inoltre ha pure avuto origine Davide, antenato di Gesù. Egli nasce nel loro ambiente: la grotta - stalla, la mangiatoia.

Questi pastori vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Al contrario, i pastori d'Israele dormivano e non si sono accorti della venuta del Signore pur conoscendo le Scritture. Qui a Betlemme i pastori vegliano e a Gerusalemme, nel Tempio, Anna pure veglia in digiuni e preghiere e Simeone attende la salvezza d'Israele, Gesù.

Essi divengono simbolo dei pastori della Chiesa: «I pastori vegliano perché lo stesso buon Pastore è il loro modello di vita. Pertanto il gregge è il popolo, la notte il mondo, i pastori sono i vescovi» (santo Ambrogio).

 

9 Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore,

Gli angeli sono presenti nella vita del Signore, sia nel Natale che nella Risurrezione, come testimonianza della presenza del Regno dei cieli in Gesù. Il loro servizio e il loro annuncio ha come oggetto il Cristo.

«Un angelo informa Maria, un angelo informa Giuseppe, un angelo i pastori. Non bastava inviarli una sola volta: davvero ogni parola si fonda su due o tre testimoni» (santo Ambrogio).

Mentre l'Angelo si presenta, la gloria del Signore li avvolge di luce. Questa luce è celeste e fa vedere le realtà celesti. Agli uomini viene partecipata quella luce inaccessibile dove Dio abita.

Essi furono presi da grande spavento, infatti la visione degli esseri celesti suscita il timore della morte in coloro che li vedono (cf. Gdc. 13,22). L’apparizione dell’angelo è improvvisa, come immediato è lo splendore della Gloria. Vi sono già le caratteristiche della manifestazione finale del Cristo assieme ai suoi angeli.

 

10 ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo

Io vi annunzio una grande gioia: dal grande timore per la visione alla grande gioia dell'annunzio. Vi annunzio (lett.: vi evangelizzo). Il termine evangelo, evangelizzare «è caro a Luca (1,19; 3,18; 4,18.14 ecc.; frequente in Atti) che anche lettori non ebrei comprendevano nel suo speciale significato. Allora era usato tra l'altro per la proclamazione di un sovrano.

Così l'evangelo dell'angelo, per orecchie greche, significa la proclamazione del Bambino appena nato come re d'Israele da parte di Dio stesso, cioè come Cristo Messia. Per questo la gioia annunziata vale per tutto il popolo benché dovesse venire il tempo dello scoprimento per ogni orecchio e ogni occhio» (Rengstorf).

L'Evangelo è la grande gioia: solo il suo annuncio la comunica, fuori di esso è la tenebra e la tristezza mortale.

 

11 oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

Oggi, è l'adempimento delle promesse. Inizia l'oggi di Dio (vedi Eb. 3,7-4,13) che è tempo di salvezza. Inoltre queste parole dell'Angelo, che costituiscono l'evangelo della grande gioia, richiamano il Sl. 2,7: Tu sei mio Figlio, Io oggi ti ho generato. Le parole, che il Padre rivolge al Figlio dal suo seno, prima della stella del mattino (Sal 109, 3 LXX), divengono l'Evangelo dato a tutto il popolo. L'oggi della generazione divina entra nella storia mediante la generazione umana del Cristo. Il Natale diventa il momento in cui il Cristo è intronizzato nella città di Davide.

Egli è il Salvatore (è il suo nome personale, Gesù, che significa: Dio salva) e ha come trono la mangiatoia. Essa preannuncia l'altro trono che lo attende, la croce.

Cristo Signore: «la formula si presenta come un condensato della confessione di fede cristiana: Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! (At. 2,36)» (Rossé, o.c., p. 90).

 

12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

Il segno: essendo segno richiede la fede. Il Messia si manifesta umile agli umili ed essi non si stupiscono ma lo accolgono con gioia.

Il segno delle fasce e della mangiatoia manifesta il Cristo che, essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (Fil. 2,6ss). Alla sua nascita le fasce lo avvolgono ed è questo il segno della sua umanità.

 

13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

E subito: appena è annunciata l'umiltà del segno, per confortare la fede viene lodato Dio.

Essendosi il Verbo fatto Carne, la lode angelica è udita sulla terra.

Una moltitudine dell'esercito celeste. Quando Dio poneva le fondamenta della terra e ne fissava le basi e la pietra angolare gioivano in coro le stelle del mattino e applaudivano tutti i figli di Dio (Gb. 38,7). Quando Giacobbe tornò alla terra dei padri gli si fecero incontro gli angeli di Dio (Gn. 32,2).  E di nuovo quando introduce il primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio (Eb. 1,6).

 

14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Questo è un inno messianico che ha il suo corrispondente in 19,38: Benedetto Colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo, e gloria nel più alto dei cieli.

Un angelo ha annunciato l'Evangelo della nascita, una moltitudine dell'esercito celeste lo commenta con la lode.

Nel più alto dei cieli (lett.: Le zone altissime): esse sono il luogo della dimora divina, che è ripiena della gloria di Dio. Ad essa si contrappone la terra. Alla gloria, che si rivela là, dove Dio dimora, corrisponde sulla terra la pace. Infatti la pace è il manifestarsi della gloria sulla terra: è il secolo futuro che si rende presente nell’oggi e lo pervade della sua energia portandolo alla sua consumazione. La gloria, che è nel più alto dei cieli, è scesa sulla terra e quindi ha portato la pace agli uomini del beneplacito divino. «La gloria di Dio non consiste anzitutto nel fatto che Egli venga glorificato dagli angeli, ma nel fatto che, inviando il Messia, Dio glorifica il suo nome, manifesta cioè la sua potenza e la sua misericordia dinanzi alla sua corte celeste formata dagli angeli» (Schmid).

Quando il Messia scende sulla terra è glorificato dagli Angeli, quando sale al Padre dagli uomini (19,38).

Agli uomini che egli ama, (lett.: del beneplacito). L'acclamazione del canto angelico è l'annuncio di un evento divino. I cieli glorificano Dio per aver inviato il Cristo, la cui venuta è apportatrice di pace per gli uomini del beneplacito.

Beneplacito: atto sovrano di Dio che si compiace e fa grazia: «È la decisione misericordiosa di Dio, il quale si rivolge al popolo dei suoi eletti nella sua libera, gratuita benignità» (Schrenk).

La gloria che è nei cieli avvolge i pastori (9) e in tal modo la terra è congiunta al cielo. Questo inno dà inizio alla redenzione; gli inni dell'Apocalisse (12,10; 11,15; 19,1-6) la contemplano già attuata.

don Giuseppe Bellia

 

 

L’eucaristia della notte di Natale celebra il Cristo risorto e veniente nella gloria facendo memoria della sua nascita nella carne. Se nella notte pasquale cantiamo che “Cristo è veramente risorto!”, in questa notte cantiamo che il Risorto è veramente venuto nella carne umana condividendo il cammino di ogni uomo. Dio si è fatto carne con la nascita, è divenuto corpo, il corpo fisico di Gesù di Nazaret, e ora questo corpo crocifisso e risorto lo attendiamo come corpo glorioso universale e cosmico, perché la sua salvezza raggiunga tutti gli uomini (2ª lettura) e la sua pace si estenda su tutta la terra (vangelo). Mentre contempliamo il “Dio-con-noi” (Mt. 1,23), attendiamo il “Dio-con-loro” (Ap. 21,3).

Annunciata profeticamente dalla rinascita gloriosa delle zone settentrionali d’Israele un tempo umiliate (1ª lettura), la nascita di Gesù a Betlemme di Giudea (vangelo) è l’evento storico che sta alla base della rinascita del credente che, in Cristo, rinnega l’empietà e vive con sobrietà e giustizia in questo mondo (2ª lettura).

Il mistero dell’incarnazione celebrato nella notte di Natale rinvia direttamente al mistero dell’amore di Dio. Il Dio che si fa uomo è simile a quel re che voleva sposare una ragazza poverissima e di infime origini e, per non umiliarla in alcun modo, si fece povero come lei divenendo anch’egli un servo e coronando così il suo sogno d’amore. Scrive Søren Kierkegaard a commento di questa storiella: “Questa è l’insondabilità dell’amore, il fatto di non diventare per scherzo, ma seriamente e veramente uguale all’amato… Ogni altro tipo di rivelazione sarebbe un’impostura per l’amore di Dio”.

La seconda lettura, cantando “la grazia di Dio apparsa tra gli uomini, che ci insegna a vivere con sobrietà in questo mondo attendendo la beata speranza e la manifestazione della gloria di Gesù Cristo” (cf. Tt. 2,11-13), mostra il riflesso esistenziale dell’incarnazione per i credenti: si tratta di assumere la vita come vocazione e compito; la storia come responsabilità; la speranza del Regno come magistero anti-idolatrico.

Mentre l’imperatore Cesare Augusto, che godeva di titoli divini, dispiega il suo potere di controllo su tutti e ciascuno nel mondo ordinando un censimento della terra abitata, Dio manifesta la sua signoria sulla storia attraverso l’evento “invisibile” della nascita di un bambino che è il Salvatore, il Cristo Signore. In lui tutti gli uomini sono chiamati a rinascere e in lui tutto il mondo dovrà essere intestato, ricapitolato. Appoggiandosi su un’antica versione greca (detta Quinta) del Sl. 87,6 Eusebio di Cesarea, nel suo Commento ai Salmi, scrive: “‘Nel censimento dei popoli, questi nascerà là’ (Sl. 87,6). Chiaramente ha fatto riferimento al censimento durante il quale il nostro Salvatore e Signore è nato, come mostra l’evangelista dicendo (segue la citazione di Lc. 2,1)”.

Al censimento che si propone di contare i sudditi dell’impero (per motivi militari e fiscali), si oppone il popolo di Dio, il popolo dei santi che solo Dio conosce e di cui nessuna grandezza storica, religiosa o profana, può farsi padrona. Il popolo dei redenti nell’Apocalisse è descritto come “moltitudine che nessuno poteva contare” (Ap. 7,9) e il censimento del popolo di Dio ordinato da David nell’Antico Testamento viene condannato da Dio (cf. 2Sam. 24; 1Cr. 21). La forza della chiesa non sta nel numero dei suoi adepti, nei numeri esibiti che dicono forza e prestigio, né la chiesa è chiamata a schierarsi tra le forze attive e potenti nello spazio pubblico ponendo sul piatto della bilancia “i numeri” che può vantare. E questo non solo perché la massificazione implicita nella riduzione della persona a numero è sempre pericolosa, ma anche perché solo Dio scruta il cuore umano e conosce la fede dell’uomo, la quale abita una dimensione di mistero che non può essere violata.

Al suo nascere Gesù appare tra gli emarginati, tra le “vite di scarto”, tra coloro che non destano interesse e non contano. E non su di lui si manifesta la luce della gloria divina, ma sui pastori (cf. Lc. 2,9): essi ne hanno bisogno per riconoscere la presenza di Dio nella povertà e debolezza della carne umana. E con loro, anche noi ne abbiamo bisogno.

Luciano Manicardi

 

 

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Luca ci racconta che...

L’evangelista Luca, mette in luce alcuni aspetti di Gesù che noi non conosceremmo altrimenti. Alcuni momenti della Vergine Maria solo Matteo e Luca ce li raccontano, anche se ognuno ne evidenzia aspetti diversi. Per esempio l'Annunciazione dell'incarnazione di Gesù nel grembo di Maria, nove mesi prima della nascita, la visita dell'Angelo a Maria, li troviamo solo nel Vangelo di Luca.

 

Gerusalemme

Il Vangelo di Luca, comincia con Gerusalemme. E, al cuore di Gerusalemme, ha sempre di vista il Tempio, il luogo che è stato strumento, nell'Antica Alleanza, della comunione tra Dio ed il popolo. Dopo i primi quattro versetti, si vede subito Zaccaria che va al Tempio per offrire l'incenso. Gesù viene portato, subito dopo la nascita, a Gerusalemme (questo c'è solo in Luca). Solo in Luca c'è Gesù dodicenne che spiega ai dottori della legge la presenza di Dio nel Tempio. Poi tutto il Vangelo è costruito come un percorso, con Gesù che deve salire a Gerusalemme, verso la Passione. Quando Gesù ascende al cielo di nuovo tutti tornano a Gerusalemme. Ma, sempre più, due momenti diversi si palesano agli occhi dell'evangelista e del lettore. Da un lato, il primo momento, finché Gesù non dà lo Spirito Santo: tutto il Vangelo ci mostra come Gesù sia il compimento dell'Antica Alleanza. Gerusalemme è il fulcro dell'Antico Testamento ed il Tempio il fulcro di Gerusalemme. La sua passione e resurrezione, la sua ascensione, il dono dello Spirito Santo, aprono ad un secondo momento. Viene detto allora: “Adesso dovete andare fino agli estremi confini della Terra”

 

Un tempo che arriva a pienezza

Nel Vangelo di Luca c'è poi una grande attenzione al tempo, a come lo vivono gli uomini, ma soprattutto a come Dio lo vive. Per esempio, nei primi due capitoli non ci si limita a dire “Quando finì il tempo della gravidanza di Elisabetta, di Maria”, ma si usa l'espressione “compimento del tempo”. Il tempo che scorreva arriva a compiersi, arriva a terminare, a finire, giungendo alla sua pienezza. Finisce perché si compie la realtà più grande! Alla fine c'è questo grande annunzio che ascolteremo la notte di Natale: “Oggi, nella città di Davide è nato il Salvatore”. Davvero, in quel preciso momento, il tempo arriva a compiersi. Tutto quello che succede prima è come una preparazione, qualcosa che ci ha fatto camminare verso quel momento in cui arriva la pienezza del tempo.

 

Oggi: l’azione dello Spirito

La presenza dello Spirito è evidenziata fortemente in Luca: il tempo si compie perché a Dio è piaciuto mandare suo Figlio. E' Dio che manda l'angelo a Maria, è Dio che manda lo Spirito Santo su Maria. Tutto il tempo liturgico dell’Avvento ci ha ricordato questo: Gesù è venuto e viene verso di noi, perché noi possiamo cominciare a camminare verso di Lui e dietro a Lui. Infatti, destinatario della sua opera è Teòfilo (Lc. 1,3; At. 1,1):in lui è invitato a riconoscersi ogni discepolo del Signore Gesù. Luca scrive per tutti coloro, simboleggiati dalla figura di Teofilo, che sono stati già raggiunti da “insegnamenti” (Lc. 1,1-4). Siamo invitati come Maria a rimeditare nel nostro cuore (Lc. 2,19) tutto ciò che ci parla di Lui.

 

vv. 1-6: narrano il censimento, il viaggio dei genitori e la nascita del “figlio primogenito”. L'“editto di Cesare Augusto” è un tentativo di Luca di collocare Gesù nella storia universale , che troveremo ancora più elaborato nel capitolo 3,1-2, e allo stesso tempo di mostrare che l'azione divina si serve di questo decreto di Cesare. Se confrontiamo gli Atti, notiamo come Dio si servirà ancora delle stesse leggi romane per condurre Paolo a Roma per annunciare il vangelo. Infine i censimenti si fanno sempre nella località di residenza, non in quella di origine.

Luca in effetti conosce dalla tradizione (cf. anche Mt. 2,1) che il bambino è nato a Betlemme, la città di Davide; questa località permette di ribadire una volta di più la discendenza davidica di Gesù (v. 4).

 

vv. 7-8: questo viaggio sappiamo però che non si concluderà a Betlemme, bensì una mangiatoia dove il neonato sarà deposto. Il termine “mangiatoia” traduce il greco “phàtne”, che può significare anche stalla. La tradizione circa la “grotta” come luogo della nascita di Gesù risale al sec. II ed è riportata negli scritti di Giustino e nell’apocrifo “Protovangelo di Giacomo”. La leggenda (o la tradizione) dell’asino e del bue accanto alla greppia è stata suggerita dal testo di Isaia 1,3 (“Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone”) e da un’errata interpretazione del testo di Abacuc 3,2 (ma solo nella versione greca, che dice: “Ti manifesterai tra due animali”).

“perché non c’era posto per loro nell’albergo”

Il termine greco “katàljma”, tradotto qui con “albergo”, appare anche in Lc. 22,11 dove indica la stanza addobbata al piano superiore della casa, preparata per la cena pasquale di Gesù e degli apostoli. Di per sé il termine indica il luogo dove si scioglievano le cavalcature e si depositavano i bagagli all’arrivo da un viaggio, o le merci. Si trattava quindi di un “deposito di carovane” per dare riposo e rifugio agli animali, con a fianco alcuni locali per le persone. Forse tutto questo era troppo per un villaggio come Betlemme, e allora il termine “katàljma” può significare la “stanza di soggiorno”, dove non c’era posto per Giuseppe e Maria, perché già occupata. Per questo essi devono adattarsi a un locale annesso, forse il ripostiglio/grotta dove venivano riposti gli utensili della campagna e della casa e dove trovavano pure posto gli animali domestici. Ancora oggi nei dintorni di Betlemme si trovano umili case che fanno corpo con una grotta naturale.

E’ interessante notare la differenza tra un certo agio che fa da sfondo alla nascita di Giovanni Battista e l’umiltà/povertà estreme che fanno da sfondo a quella di Gesù.

Ora, quale luogo più significativo per dei pastori di una mangiatoia? Eccoci quindi orientati verso i pastori.

Una doppia tradizione o reputazione circonda i pastori. I patriarchi erano pastori, e pastore fu anche Davide; “essere pastori” era sinonimo di governare (2Sm. 7,7; Ger. 2,8). Dio stesso è chiamato il pastore d'Israele (Sal 23,1; 80,2). Un'altra tradizione israelitica, invece, riteneva che i pastori fossero talmente poveri da essere sempre pronti a rubare e non godevano pertanto alcuna fiducia.

A Luca preme sottolineare il fatto che i pastori godono di una cattiva reputazione in Palestina, dove sono spesso considerati ladri e disonesti. Coloro che non contano socialmente, sono i primi ad essere coinvolti dalla nascita di Colui che ha per madre un'umile donna (1,48) ed è “inviato a portare ai poveri il lieto annunzio” (4,18). Il neonato è già Colui che sarà accessibile ai peccatori e mangerà alla loro tavola (15,2).

Ma loro non sono i soliti pastori, loro vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Loro non dormono, vegliano per custodire il gregge loro affidato, per evitare ogni pericolo. Vegliano e attendono la luce del giorno, quella sola lucetta non basta, non può bastare! Occorre alzare il capo e guardare le stelle (= sidera), la stella del mattino (1Pt. 1,19) che non conosce tramonto. Vegliavano nella notte e questo dice familiarità con il buio, con il silenzio e con il proprio cuore. Occorre tenere il capo alzato, il cuore in alto e de-siderare un incontro più vero e profondo con Colui che ci ha incontrato (cfr. Gv 1,35-51), ci ha amato per primo (cfr. 1Gv. 4,10), che ci ha conquistati ma che pure dobbiamo sforzarci di conquistare (cfr. Fil. 3,12-14)!

 

v. 12: il “segno” che permetterà, a coloro che lo cercano, di trovare il “bambino avvolto in fasce”, è che giace in una mangiatoia .

 

vv.13-14: si fa allora udire la lode di “una moltitudine dell'esercito celeste” che viene ad aggiungersi all'angelo che ha proclamato il lieto annuncio; il breve inno che essa intona invita pastori e lettori a riconoscere la potenza di Dio che, nella nascita del figlio di Maria, procurerà la pace, cioè sicurezza, concordia e prosperità al popolo che è l’oggetto della benevolenza divina. Il contenuto della lode unisce cielo e terra e inneggia alla benevolenza di Dio, la radice profonda della pace non sta nella “buona volontà” ma nel dono dell’amore che Dio elargisce a tutti e che tutti possono riconoscere. Con San Paolo, anche noi allora possiamo dire: “Sono stato crocifisso con Cristo,e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal. 2,19-20).

Tutto il vangelo lucano e gli Atti sono un inno alla benevolenza universale di Dio, come ben dice J. Radermakers: “Per Luca non c’è nessuna restrizione: l’annuncio è per tutto il mondo e riguarda l’intera creazione - cielo e terra - perché Dio ama tutti e ciascuno (cfr. 3,6). La benevolenza divina riposa ormai su tutti gli uomini per il fatto che Dio, incarnandosi, assume la nostra umanità, e raggiunge tutti coloro che in Gesù possono scoprire il significato della propria vita di uomini”.

Fino a questo momento i pastori sono stati passivi; cessano di esserlo nella scena seguente:

 

vv 15-19: per quanto la liturgia non li includa, appaiono significativi questi versetti, in quanto mostrano il movimento dei pastori, primi apostoli, scandito dai verbi conoscere (v. 15), andare senza indugio (v. 15), vedere (v. 15), trovare (v. 16), far conoscere (v. 17). I pastori lasciano il loro lavoro e compiono un viaggio sulla Parola (cfr. Pietro in Lc 5, 5: “sulla tua parola getterò le reti”). Quella Parola ora è la luce dei loro passi, ora quella Parola ardeva nel loro cuore come per i discepoli di Emmaus. Quella Parola non lascia muti come Zaccaria, ma i pastori divengono annunciatori ed il loro annuncio desta lo stupore (2,18) come nell’episodio della sinagoga di Nazareth (Lc. 4,16-30).

Celebrare il Natale è invocare la Parola che si è fatta carne e silenzio, come carne e silenzio è un bimbo neonato che dorme ... Celebrare il Natale è saper discernere la grandezza di Dio nell’ordinario, è saper accettare autenticamente la nostra condizione umana limitata, fragile, incerta, inquieta, perplessa. Riconoscersi così poveri, limitati, ci porterà verso l’esperienza dei pastori, quella di avere con noi un angelo che si “accampa”, lì dove noi siamo, per portarci verso il Signore; lì da una povera mangiatoia Lui ascolta il nostro grido, ci salva dalle nostre angosce e fascia con le sue fasce le nostre ferite.

Il misterioso scambio che ci ha redenti

È veramente cosa buona e giusta,

nostro dovere e fonte di salvezza,

rendere grazie sempre e in ogni luogo

a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,

per Cristo nostro Signore.

In lui oggi risplende in piena luce

il misterioso scambio che ci ha redenti:

la nostra debolezza è assunta dal Verbo,

l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne

e noi, uniti a te in comunione mirabile,

condividiamo la tua vita immortale.

Per questo mistero di salvezza, uniti a tutti gli angeli,

proclamiamo esultanti la tua lode: Santo...

Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio!

Quali lodi potremo dunque cantare all'amore di Dio, quali grazie potremo rendere? Ci ha amato tanto che per noi è nato nel tempo lui, per mezzo del quale è stato creato il tempo; nel mondo fu più piccolo di età di molti suoi servi, lui che è eternamente anteriore al mondo stesso; è diventato uomo, lui che ha fatto l'uomo; è stato formato da una madre che lui ha creato; è stato sorretto da mani che lui ha formato; ha succhiato da un seno che lui ha riempito; il Verbo senza il quale è muta l'umana eloquenza ha vagito nella mangiatoia, come bambino che non sa ancora parlare.

Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio: sappi accogliere l'insegnamento di tanta umiltà, anche in un maestro che ancora non parla. Tu una volta, nel paradiso terrestre, fosti così loquace da imporre il nome ad ogni essere vivente (cf. Gn. 2,19-20); il tuo Creatore invece per te giaceva bambino in una mangiatoia e non chiamava per nome neanche sua madre. Tu in un vastissimo giardino ricco di alberi da frutta ti sei perduto perché non hai voluto obbedire; lui per obbedienza è venuto come creatura mortale in un angustissimo riparo, perché morendo ritrovasse te che eri morto. Tu che eri uomo hai voluto diventare Dio e così sei morto (cf. Gn. 3); lui che era Dio volle diventare uomo per ritrovare colui che era morto. La superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l'umiltà divina. [Dai "Discorsi" di sant'Agostino vescovo (Sermo 188,2,2-3,3)]

Dove ti trovi, Signore, per causa mia?

Il Signore Gesù volle essere uomo per noi. Non si pensi che sia stata poca la misericordia: la Sapienza stessa giace in terra! In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv. 1,1). O cibo e pane degli angeli! Di te si nutrono gli angeli, di te si saziano senza stancarsi, di te vivono, di te sono come impregnati, di te sono beati. Dove ti trovi invece per causa mia? In un piccolo alloggio, avvolto in panni, adagiato in una mangiatoia. E per chi tutto questo? Colui che regola il corso delle stelle succhia da un seno di donna: nutre gli angeli, parla nel seno del Padre, tace nel grembo della madre. Ma parlerà quando sarà arrivato in età conveniente, ci annunzierà con pienezza la buona novella. Per noi soffrirà, per noi morirà, risorgerà mostrandoci un saggio del premio che ci aspetta, salirà in cielo alla presenza dei discepoli, ritornerà dal cielo per il giudizio. Colui che era adagiato nella mangiatoia è divenuto debole ma non ha perduto la sua potenza: assunse ciò che non era ma rimase ciò che era. Ecco, abbiamo davanti il Cristo bambino: cresciamo insieme con lui. [Dai "Discorsi" di sant'Agostino Vescovo (Sermo 196,3)]

 

 

Il brano del vangelo che ascoltiamo nella liturgia della notte di Natale si divide in due parti. Nella prima Luca narra un evento storico. Nella seconda rivela il senso dell’evento narrato. La prima parte racconta la nascita di Gesù, figlio di Maria, a Betlemme al tempo dell’imperatore Cesare Augusto, mentre governatore della Siria è Quirino, durante un censimento. Nella seconda rivela chi è Colui che nasce e qual è la sua missione. Colui che nasce è l’atteso, il Messia, Salvatore e Signore: per questa nascita esultano i cieli e può esultare anche la terra perché viene a lei il suo Salvatore.

Lo straordinario di questo evento viene già introdotto nella prima parte. Luca infatti narra un fatto storico importante, di quelli che segnano per sempre la storia umana. Eppure c’è una distanza enorme tra i nomi, i fatti e i luoghi menzionati. Da un lato l’imperatore, il suo impero e un decreto imperiale che, secondo Luca, riguarda addirittura tutta la terra abitata. Dall’altra un falegname sconosciuto di un villaggio altrettanto sconosciuto dell’ultima regione di questa provincia asiatica dell’impero. Eppure il nome che conta in questa storia è quest’ultimo e non perché Giuseppe era del casato e della famiglia di Davide, e quindi di stirpe regale, ma perché sua moglie Maria è incinta. Tutto il testo converge verso questo grembo di Maria, la sposa di Giuseppe, che era incinta.

Anche noi, in questa notte solenne, volgiamo il nostro sguardo su Maria, e sul bimbo che dà alla luce. Tutta la terra abitata, tutta la grande famiglia umana può ora davvero esultare perché Colui che nasce è la gioia di tutti, perché è per tutti il Salvatore.

 

v. 1: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.

Gli imperatori, i capi dei popoli, avevano bisogno di conoscere di tanto in tanto la consistenza del loro popolo, il numero delle famiglie, degli uomini adatti alla guerra. Anche Davide, alla fine del suo Regno fu tentato dal desiderio di sapere su chi poteva contare. Verrà rimproverato e punito dal Signore, perché nel fare il censimento Davide aveva dimostrato di non contare più solo sul Signore e sulla sua forza, ma sulle proprie forze, sui numeri del suo esercito. Qui si tratta di un imperatore pagano e la sua ambizione è enorme. Anche se con tutta probabilità il censimento di cui si parla riguarda solo la Siria, provincia romana dell’impero comprendente anche la Palestina, Luca dice che l’imperatore ordina il censimento di tutta la terra. Tale è appunto il significato di oikumene, termine che al tempo di Augusto, di fatto, coincideva con i confini dell’impero romano.

 

v. 2: Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria.

Il campo si stringe, e il periodo si precisa, anche se, secondo i vari esegeti la determinazione del tempo resta comunque alquanto imprecisa. Quirino infatti fu governatore della Siria a partire dal 6 dC e in quell’anno ci fu un censimento in Giudea secondo Flavio Giuseppe. Il testo parla però di un primo censimento. È probabile che Quirino fosse stato incaricato anche del precedente censimento, circa 12 anni prima. Poiché la nascita di Gesù avvenne nel 748/749 [cioè circa nell’anno 4 a C] della fondazione di Roma e non nel 754 come calcolerà più tardi in modo errato il monaco Dionigi il piccolo, allora potrebbe trattarsi di questo primo censimento. Ma Luca potrebbe anche avere fuso insieme o confuso due eventi verificatisi a distanza di qualche anno tra loro. L’importante per il lettore contemporaneo è comprendere che ciò che sta per essere detto avviene dentro questa storia dell’umanità, in un determinato luogo e in un tempo determinato. Si tratta di storia. Non si tratta di una leggenda o di un mito.

 

v. 3-4: Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide.

Ognuno tornava alla sua città. Si appartiene ad una famiglia, il cui capostipite è legato al nome di una città. Ed è a quella città che bisogna tornare per dare il proprio nome. Giuseppe è della famiglia di Davide e Davide è di Betlemme. Anche Matteo, che non parla del censimento, afferma che Gesù nacque a Betlemme al tempo del re Erode. E ricorda la profezia di Michea: Tu Betlemme, terra di Giuda non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele.

Dopo le premesse storico geografiche Luca entra dunque nel vivo del fatto che deve narrare. E presenta per primo Giuseppe. È l’uomo della casa di Davide a cui Maria era “promessa” come si era detto in precedenza quando l’angelo porta a Maria l’annuncio, da parte di Dio, di un figlio a cui Dio stesso darà il trono di Davide suo padre. E Gesù, il figlio di Maria sarà chiamato Figlio di Davide. Ed è proprio tramite Giuseppe che la genealogia di Gesù viene fatta risalire a Davide, perché “Gesù era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, figlio di … Davide, figlio di … Abramo, figlio di … Adamo, figlio di … Dio” (cf Lc 3,25). Giuseppe, lo sposo di Maria, dona così a Gesù un casato, una famiglia; grazie a Giuseppe, Gesù riceve un posto nella storia.

 

v. 5: Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Giuseppe “doveva”: questo verbo indica spesso nel vangelo un atto di obbedienza. Giuseppe compie questo viaggio perché doveva. Giuseppe è figlio dell’obbedienza. Fa quanto gli viene chiesto assumendosene tutta la responsabilità. E lo fa insieme a Maria, la sua sposa. Vero sposo e vera sposa. E tuttavia il loro legame è particolare. Il figlio di cui Maria è gravida non è di Giuseppe, non è di nessun altro uomo. Appartiene a Dio. Viene da Dio. E tuttavia questo figlio, Dio lo ha affidato a Giuseppe. Maria porta in sé un mistero e Giuseppe ne è il custode. Chissà come la responsabilità di questo mistero avrà occupato i pensieri di Giuseppe durante il viaggio verso Betlemme, accanto alla sua sposa. Forse avrà pensato alla profezia di Michea, citata da Matteo: “E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele, le sue origini sono dell’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando colei che deve partorire partorirà; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele. Egli starà là e pascerà con la forza del signore, con la maestà del nome del signore suo Dio” (Michea 5, 1-3). “Fino a quando colei che deve partorire partorirà”. Ora si stavano avvicinando a Betlemme e per Maria si stavano compiendo i giorni del parto. Era della sua sposa che parlava il profeta? Oppure pensava al testo di Isaia, rivolto alla casa di Davide: “Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”. Dio con noi: davvero si stava compiendo questa profezia? Davvero, poteva chiedersi Giuseppe durante il viaggio, sono io testimone di questo segno misterioso che viene oggi dato alla casa di Davide?

 

v. 6: Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.

Ed ecco che giunti a Betlemme il tempo si compie. Nove mesi sono trascorsi dall’annuncio dell’angelo. Nove mesi il Figlio di Dio ha vissuto nel grembo di una donna, come ogni figlio d’uomo. Nove mesi preziosi per Maria e Giuseppe per prepararsi alla vista di Colui che viene dal cielo. Buona parte di questi mesi Gesù li ha vissuti in viaggio, con la madre. Il primo viaggio sulle montagne per recarsi da Elisabetta. Gesù, in quell’occasione aveva fatto esultare di gioia la madre, la cugina e il figlio di lei. Una visita che si prolungò per tre mesi dopo di che eccolo di nuovo in viaggio per tornare a Nazaret e ora, alla fine di un altro viaggio, il tempo si compie. Forse l’evangelista, raccontando questi viaggi vuole preparare anche noi all’arrivo di colui che viene a visitarci dall’alto. Vuole farcelo vedere in arrivo come è detto nel Cantico dei Cantici: eccolo viene, saltando per i monti, balzando per le colline (Cantico 2,8). E mentre camminava Maria poteva aver più volte parlato al figlio con le parole del salmo 138/139: “Signore tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo … sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre”. I preziosi mesi della gravidanza, per ogni madre così ricchi di stupore e di attesa sono compiuti. Si sono compiuti mentre si trovavano lì, a Betlemme.

 

v.7: Diede alla luce il figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

Diede alla luce colui che è la Luce del mondo, l’Unigenito del Padre che diventa per lei, Maria il primogenito. Figlio primogenito. Quante speranze sui primogeniti! Dio li riserva tutti a sé, da quando, per liberare il suo primogenito dall’Egitto sono periti i primogeniti degli Egiziani.

Intanto però, come ogni madre, dona al bimbo che è nato le cure di cui ha bisogno: le fasce, un luogo per riposare. Fasce e riposo che nell’iconografia classica hanno portato a raffigurare questo bimbo nella culla come un defunto nella tomba. Questo bimbo che nasce morirà. È un uomo mortale. Il Dio immortale diventa uomo mortale in questa notte di tenebre squarciata dalla Luce. Morirà sulla croce, perché le tenebre non lo accoglieranno. E si farà buio allora su tutta la terra. Ma solo per un momento. Perché la luce è più forte delle tenebre e le vincerà.

Non c’era posto per loro nell’alloggio. Può essere indicato con il termine alloggio la parte della casa riservata ad accogliere gli ospiti, che essendo sovraffollata, non era certo il luogo indicato per ricevere una donna che stava per partorire. Viene fatta accomodare sul retro, fuori, dove si mettono gli animali. Lì è forse anche più caldo. Ma simbolicamente indica ancora una volta il fatto che questo bimbo che viene non è accolto dentro la casa, così come morirà fuori delle mura di Gerusalemme. E viene deposto in una mangiatoia: anche questo è un gesto altamente simbolico: colui che nasce a Betlemme, la casa del pane, viene deposto in una mangiatoia, dove si pone il cibo. Questo è il pane disceso dal cielo, e chi ne mangerà ne avrà vita.

 

v. 8: C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge.

Comincia qui la seconda parte del racconto. Gesù è nato. Il Verbo si è fatto carne dirà solennemente Giovanni nel prologo del suo Vangelo. E Luca, in altro modo ci dice la stessa cosa: questo bimbo che è nato è parte della nostra storia, è carne nostra, è un figlio d’uomo. Luca lascia la madre prendersi cura del piccolo ed esce nella campagna dei dintorni. Deve annunciare questa nascita. Deve spiegare cos’è avvenuto in questa notte luminosa. Attorno ci sono solo dei pastori svegli per custodire il gregge. Sono le persone che il Signore sceglie come primi destinatari del lieto annuncio. Persone umili, emarginate, gli ultimi ma anche persone che vegliano nel compimento del proprio dovere. Beato quel servo che il Padrone venendo troverà ancora sveglio. Il Signore lo metterà a parte delle sue cose. Ai pastori, vigilanti inconsapevoli viene dato di vivere questa beatitudine. C’è tanto silenzio all’intorno, e avvolge ogni cosa, ma a coloro che vegliano viene svelato il mistero.

 

v. 9: Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore.

L’angelo è un messaggero di Dio. Tutta la prima parte del Vangelo di Luca vede gli angeli attivi nel portare messaggi agli uomini, a Zaccaria prima, poi a Maria, quindi a Giuseppe ed ora ai pastori. E sempre l’improvviso apparire del messaggero divino suscita paura. Una grande paura. I pastori sono avvolti dalla luce. Come sul Tabor i tre discepoli sono avvolti dalla nube. È la nube luminosa che rende presente la gloria del Signore.

 

v.10: ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo.

Subito l’angelo li rassicura. Non temete. Quante volte risuona questa parola nella Scrittura. Non temete. La vostra grande paura può fare spazio ad una grande gioia: questa gioia è per voi e per tutto il popolo. L’annunzio che porto è lieto, è un vangelo! e la gioia è per tutto il popolo. Del Battista si era detto che “molti” si rallegreranno alla sua nascita. Qui la gioia è per tutti.

 

v.11: Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.

Ed ecco che viene rivelato il motivo di tanta gioia e insieme il suo senso: oggi è nato un bimbo nella città di Davide. Questo bimbo è nato per voi. È il vostro Salvatore. È il Messia, Cristo ed è Signore. Viene presentata la vera identità e insieme la missione di questo bimbo che è nato. È il Salvatore. Il vero Salvatore! Perché questo Salvatore non è uno qualsiasi, ma il Messia: l’atteso, il Messia promesso. E non solo ma questo Messia è Signore: Signore è un titolo divino. Verrà dato a Gesù dopo la risurrezione. Con questi tre titoli Luca annuncia tutto quello che poi svilupperà nel suo Vangelo. La vita, la passione morte e risurrezione del Cristo Messia.

 

v.12: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”.

            Troverete un bambino: il termine usato indica in genere un bambino piccolo che è ancora nel grembo (Lc. 1,41.44) o appena nato (Sir. 19,11; cf. Atti 7,19) il lattante (1Pt. 2,2). In 2Tim. 3,15 Paolo si rivolge al discepolo per dirgli che fin da quando era così piccolo conosce le Scritture … un’immagine bellissima per dire come la parola di Dio viene assimilata, nelle famiglie cristiane, con il latte materno. Ed è questo bambino così piccolo, ancora incapace di parlare che Dio dona come segno. Questo è il Segno. Ancora un volta il contrasto tra le grandi attese legate ad una potenza regale, la città del re, il titolo di Salvatore e il Segno: un bimbo appena nato, avvolto nelle fasce e adagiato nella mangiatoia.

 

v.13-14: E subito appare con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”.

Dopo la narrazione dell’evento e la sua spiegazione esplode la gioia nella grande liturgia del Natale, la intonano gli angeli nel cielo e la continuano di generazione in generazione gli uomini e le donne di ogni lingua popolo e nazione. Lo si vede ben rappresentato nel mosaico dell’abside di San Paolo fuori le mura: due angeli che stanno accanto al trono intonano il gloria, lo continuano gli apostoli che li circondano e l’assemblea cristiana che riempie la basilica canta con loro.

Il trono nel mosaico indica la seconda venuta del Signore, al compimento della storia. Ogni anno il Natale ce la rende già in qualche modo presente: colui che è nato è il Dio con noi, Colui che è che era e che viene: a lui la Gloria nei secoli dei secoli e Pace in terra agli uomini amati dal Signore.

Appendice

Tutte le feste maggiori hanno la loro origine nella natività di Gesù

Un giorno di festa sta per arrivare, la più santa e venerabile di tutte le feste. Non sarebbe errato chiamarla la prima e la madre di tutti i giorni santi. Qual è questa festa? È il giorno della nascita del Signore nella carne.

È da questo giorno che le feste dell’Epifania, della Santa Pasqua, dell’Ascensione e della Pentecoste hanno la loro origine e il loro fondamento. Se Cristo non fosse nato nella carne, non sarebbe stato battezzato, cosa in cui consiste la sua epifania o manifestazione; e neppure sarebbe stato crocifisso (la Pasqua) e non avrebbe fatto scendere lo Spirito (la Pentecoste). Dunque, come fiumi diversi sgorgano da una sola fonte, così sono nate per noi queste feste. (Giovanni Crisostomo, Sull’incomprensibilità di Dio, PG 48,753-753)

 

Un tempo di pace per Gesù che è la nostra pace

Egli, infatti, in quanto mediatore fra Dio e gli uomini, come prestabilì la madre dalla quale nascere quando volesse, in modo divino, così scelse il tempo della nascita umana, anzi fece sì che fosse tale quale lo volle, nel senso che, sopito il turbine delle guerre, la tranquillità di una pace nuova e insolita si estese a tutto il mondo. Quale più significativo indizio di pace ci può essere in questa vita di quando tutto il mondo viene retto da un solo uomo e censito con un solo censimento? […] Poi, per nascere, scelse un tempo di massima pace perché la ragione per cui venne al mondo fu di ricondurre il genere umano al dono della pace celeste. Per questo è scritto: Egli è la pace, che ha unito i due in un solo popolo (Ef 2,14), cioè egli, pio mediatore e riconciliatore, ha riunito in una sola dimora uomini e angeli. (Beda, Omelie sul Vangelo 1,6)

 

Betlemme significa “casa del pane”

Ma fino ad oggi e fino alla fine del mondo non cessa di essere concepito a Nazaret e di nascere a Betlemme quando uno qualunque di quelli che lo ascoltano, colto il fiore della sua parola, fa di sé la casa del pane eterno. Ogni giorno nel grembo verginale, cioè nell’anima dei credenti, egli è concepito tramite la fede ed è dato alla luce tramite il battesimo. (Beda, Spiegazione del Vangelo di Luca I,2,6-7)

 

Betlemme ha aperto l’Eden

Betlemme ha aperto l’Eden: venite, vediamo! Abbiamo trovato la nostra gioia nascosta! Venite, prendiamo possesso del Paradiso dentro la grotta! Lì è apparso lo stelo non innaffiato sul quale fiorisce il perdono. Lì si trova il pozzo non scavato dal quale Davide un tempo desiderava bere. Lì la Vergine ha partorito un figlio e subito è stata fatta cessare la sete di Adamo e di Davide. Affrettiamoci dunque a questo luogo, dove il Dio eterno è nato per noi come un piccolo bambino! (IKos della natività del Signore)

 

Cristo è diventato un umile bambino

Per questo egli volle essere un bambinello, per questo volle essere un fanciulletto affinché tu potessi diventare un uomo perfetto; egli fu stretto in fasce, affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte; egli nella stalla per porre te sugli altari; egli in terra, affinché tu raggiungessi le stelle; egli non trovò posto in quel albergo, affinché tu avessi nei cieli molte dimore. Da ricco che era sta scritto, si è fatto povero per voi affinché voi diventaste ricchi della sua povertà (2Cor 8,9). Quella indigenza è dunque la mia ricchezza e la debolezza del Signore è la mia forza. Ha preferito per sé la privazioni, per aver da donare in abbondanza a tutti. Il pianto della sua infanzia in vagiti è un lavacro per me, quelle lacrime hanno lavato i miei peccati. O Signore Gesù sono più debitore ai tuoi oltraggi per la mia redenzione, che non alla tua potenza per la mia creazione. Sarebbe stato inutile per noi nascere, se non ci avesse giovato venire redenti. Ma non dobbiamo confinare tutta la condizione della divinità entro le consuetudini del corpo. Altra cosa è la natura della carne altra cose è la gloria della divinità. Per te la debolezza, ma in se stesso era la potenza; per te la miseria, ma in se stesso era l’opulenza. Non valutare quanto vedi, ma riconosci di essere stato redento. Tu lo vedi ravvolto in fasce, ma non vedi che sta in cielo. (Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca 2,41-42)

 

Il Cristo bambino crea per noi pace e buona volontà

Non considerate colui che fu posto in una mangiatoia come un semplice bambino, ma dovete vedere, nella nostra povertà colui che, come Dio, è ricco; e nella misura della nostra umanità colui che fa prosperare quelli che sono in cielo ed è glorificato anche dagli angeli. È quanto fu nobile l’inno: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra e fra gli uomini di buona volontà! Gli angeli e gli arcangeli, i troni e le dominazioni e i serafini sono in pace con Dio; ma in alcun modo si oppongono al suo giusto volere, ma sono fermamente stabiliti nella giustizia e nella santità. Ma noi, creature malvagie, avendo posto i nostri desideri in opzione alla volontà del nostro Signore ci siamo messi nella posizione di suoi nemici. Cristo ha eliminato questa situazione. Infatti egli è la nostra pace (Ef. 2,14) e per suo tramite ci ha uniti a Dio Padre. Egli ha rimosso la causa dell’inimicizia e così ci giustifica per fede, rendendoci santi e senza biasimo e chiama vicino a lui quelli che erano lontani. Oltre a questo egli ha creato i due popoli in un solo uomo nuovo, creando così la pace e riconciliandoli entrambi in un solo corpo al Padre (cf. Ef. 2,15-16), perché piaceva a Dio Padre formare in un solo nuovo insieme tutte le cose in lui e legare insieme quelle in alto e quelle in basso e fare del cielo e della terra un solo gregge. Cristo dunque è stato fatto per noi pace e buona volontà. (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 2)

 

Cari fratelli e sorelle,

“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is. 9,5). Ciò che Isaia, guardando da lontano verso il futuro, dice a Israele come consolazione nelle sue angustie ed oscurità, l’Angelo, dal quale emana una nube di luce, lo annuncia ai pastori come presente: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc. 2,11). Il Signore è presente. Da questo momento, Dio è veramente un “Dio con noi”. Non è più il Dio distante, che, attraverso la creazione e mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato nel mondo. È il Vicino. Il Cristo risorto lo ha detto ai suoi, a noi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28,20). Per voi è nato il Salvatore: ciò che l’Angelo annunciò ai pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri. È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire anch’io: Orsù, voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta. Il Vangelo non ci racconta senza scopo la storia dei pastori. Essi ci mostrano come rispondere in modo giusto a quel messaggio che è rivolto anche a noi. Che cosa ci dicono allora questi primi testimoni dell’incarnazione di Dio?

Dei pastori è detto anzitutto che essi erano persone vigilanti e che il messaggio poteva raggiungerli proprio perché erano svegli. Noi dobbiamo svegliarci, perché il messaggio arrivi fino a noi. Dobbiamo diventare persone veramente vigilanti. Che significa questo? La differenza tra uno che sogna e uno che sta sveglio consiste innanzitutto nel fatto che colui che sogna si trova in un mondo particolare. Con il suo io egli è rinchiuso in questo mondo del sogno che, appunto, è soltanto suo e non lo collega con gli altri. Svegliarsi significa uscire da tale mondo particolare dell’io ed entrare nella realtà comune, nella verità che, sola, ci unisce tutti. Il conflitto nel mondo, l’inconciliabilità reciproca, derivano dal fatto che siamo rinchiusi nei nostri propri interessi e nelle opinioni personali, nel nostro proprio minuscolo mondo privato. L’egoismo, quello del gruppo come quello del singolo, ci tiene prigionieri dei nostri interessi e desideri, che contrastano con la verità e ci dividono gli uni dagli altri. Svegliatevi, ci dice il Vangelo. Venite fuori per entrare nella grande verità comune, nella comunione dell’unico Dio. Svegliarsi significa così sviluppare la sensibilità per Dio; per i segnali silenziosi con cui Egli vuole guidarci; per i molteplici indizi della sua presenza. Ci sono persone che dicono di essere “religiosamente prive di orecchio musicale”. La capacità percettiva per Dio sembra quasi una dote che ad alcuni è rifiutata. E in effetti – la nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze sono adatte a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci “privi di orecchio musicale” per Lui. E tuttavia in ogni anima è presente, in modo nascosto o aperto, l’attesa di Dio, la capacità di incontrarlo. Per ottenere questa vigilanza, questo svegliarsi all’essenziale, vogliamo pregare, per noi stessi e per gli altri, per quelli che sembrano essere “privi di questo orecchio musicale” e nei quali, tuttavia, è vivo il desiderio che Dio si manifesti. Il grande teologo Origene ha detto: se io avessi la grazia di vedere come ha visto Paolo, potrei adesso (durante la Liturgia) contemplare una grande schiera di Angeli (cf. in Lc. 23,9). Infatti – nella Sacra Liturgia, gli Angeli di Dio e i Santi ci circondano. Il Signore stesso è presente in mezzo a noi. Signore, apri gli occhi dei nostri cuori, affinché diventiamo vigilanti e veggenti e così possiamo portare la tua vicinanza anche ad altri!

Torniamo al Vangelo di Natale. Esso ci racconta che i pastori, dopo aver ascoltato il messaggio dell’Angelo, si dissero l’un l’altro: “'Andiamo fino a Betlemme' … Andarono, senza indugio” (Lc. 2,15s.). “Si affrettarono” dice letteralmente il testo greco. Ciò che era stato loro annunciato era così importante che dovevano andare immediatamente. In effetti, ciò che lì era stato detto loro andava totalmente al di là del consueto. Cambiava il mondo. È nato il Salvatore. L’atteso Figlio di Davide è venuto al mondo nella sua città. Che cosa poteva esserci di più importante? Certo, li spingeva anche la curiosità, ma soprattutto l’agitazione per la grande cosa che era stata comunicata proprio a loro, i piccoli e uomini apparentemente irrilevanti. Si affrettarono – senza indugio. Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in modo immediato. E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa – si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto la causa di Dio. Una massima della Regola di san Benedetto dice: “Non anteporre nulla all’opera di Dio (cioè all’ufficio divino)”. La Liturgia è per i monaci la prima priorità. Tutto il resto viene dopo. Nel suo nucleo, però, questa frase vale per ogni uomo. Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita. Proprio questa priorità ci insegnano i pastori. Da loro vogliamo imparare a non lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana. Da loro vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso. È il tempo in cui viviamo veramente, in cui viviamo lo stesso essere persone umane.

Alcuni commentatori fanno notare che per primi i pastori, le anime semplici, sono venuti da Gesù nella mangiatoia e hanno potuto incontrare il Redentore del mondo. I sapienti venuti dall’Oriente, i rappresentanti di coloro che hanno rango e nome, vennero molto più tardi. I commentatori aggiungono: questo è del tutto ovvio. I pastori, infatti, abitavano accanto. Essi non dovevano che “attraversare” (cf. Lc 2,15) come si attraversa un breve spazio per andare dai vicini. I sapienti, invece, abitavano lontano. Essi dovevano percorrere una via lunga e difficile, per arrivare a Betlemme. E avevano bisogno di guida e di indicazione. Ebbene, anche oggi esistono anime semplici ed umili che abitano molto vicino al Signore. Essi sono, per così dire, i suoi vicini e possono facilmente andare da Lui. Ma la maggior parte di noi uomini moderni vive lontana da Gesù Cristo, da Colui che si è fatto uomo, dal Dio venuto in mezzo a noi. Viviamo in filosofie, in affari e occupazioni che ci riempiono totalmente e dai quali il cammino verso la mangiatoia è molto lungo. In molteplici modi Dio deve ripetutamente spingerci e darci una mano, affinché possiamo trovare l’uscita dal groviglio dei nostri pensieri e dei nostri impegni e trovare la via verso di Lui. Ma per tutti c’è una via. Per tutti il Signore dispone segnali adatti a ciascuno. Egli chiama tutti noi, perché anche noi si possa dire: Orsù, “attraversiamo”, andiamo a Betlemme – verso quel Dio, che ci è venuto incontro. Sì, Dio si è incamminato verso di noi. Da soli non potremmo giungere fino a Lui. La via supera le nostre forze. Ma Dio è disceso. Egli ci viene incontro. Egli ha percorso la parte più lunga del cammino. Ora ci chiede: Venite e vedete quanto vi amo. Venite e vedete che io sono qui. Transeamus usque Bethleem, dice la Bibbia latina. Andiamo di là! Oltrepassiamo noi stessi! Facciamoci viandanti verso Dio in molteplici modi: nell’essere interiormente in cammino verso di Lui. E tuttavia anche in cammini molto concreti – nella Liturgia della Chiesa, nel servizio al prossimo, in cui Cristo mi attende.

Ascoltiamo ancora una volta direttamente il Vangelo. I pastori si dicono l’un l’altro il motivo per cui si mettono in cammino: “Vediamo questo avvenimento”. Letteralmente il testo greco dice: “Vediamo questa Parola, che lì è accaduta”. Sì, tale è la novità di questa notte: la Parola può essere guardata. Poiché si è fatta carne. Quel Dio di cui non si deve fare alcuna immagine, perché ogni immagine potrebbe solo ridurlo, anzi travisarlo, quel Dio si è reso, Egli stesso, visibile in Colui che è la sua vera immagine, come dice Paolo (cf. 2Cor 4,4; Col. 1,15). Nella figura di Gesù Cristo, in tutto il suo vivere ed operare, nel suo morire e risorgere, possiamo guardare la Parola di Dio e quindi il mistero dello stesso Dio vivente. Dio è così. L’Angelo aveva detto ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc. 2,12; cf. 16). Il segno di Dio, il segno che viene dato ai pastori e a noi, non è un miracolo emozionante. Il segno di Dio è la sua umiltà. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo; diventa bambino; si lascia toccare e chiede il nostro amore. Quanto desidereremmo noi uomini un segno diverso, imponente, inconfutabile del potere di Dio e della sua grandezza. Ma il suo segno ci invita alla fede e all’amore, e pertanto ci dà speranza: così è Dio. Egli possiede il potere ed è la Bontà. Ci invita a diventare simili a Lui. Sì, diventiamo simili a Dio, se ci lasciamo plasmare da questo segno; se impariamo, noi stessi, l’umiltà e così la vera grandezza; se rinunciamo alla violenza ed usiamo solo le armi della verità e dell’amore. Origene, seguendo una parola di Giovanni Battista, ha visto espressa l’essenza del paganesimo nel simbolo delle pietre: paganesimo è mancanza di sensibilità, significa un cuore di pietra, che è incapace di amare e di percepire l’amore di Dio. Origene dice dei pagani: “Privi di sentimento e di ragione, si trasformano in pietre e in legno” (in Lc. 22,9). Cristo, però, vuole darci un cuore di carne. Quando vediamo Lui, il Dio che è diventato un bambino, ci si apre il cuore. Nella Liturgia della Notte Santa Dio viene a noi come uomo, affinché noi diventiamo veramente umani. Ascoltiamo ancora Origene: “In effetti, a che gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal. 2,20)” (in Lc. 22,3).

Sì, per questo vogliamo pregare in questa Notte Santa. Signore Gesù Cristo, tu che sei nato a Betlemme, vieni a noi! Entra in me, nella mia anima. Trasformami. Rinnovami. Fa’ che io e tutti noi da pietra e legno diventiamo persone viventi, nelle quali il tuo amore si rende presente e il mondo viene trasformato. Amen. (Benedetto XVI, Omelia notte di Natale 2009)

 

 

Dopo il lungo cammino dell'Avvento eccoci a vivere la solennità del Natale. Una solennità che ha per centro il mistero dell'Incarnazione, manifestazione dell'amore infinito di Dio per il genere umano, inizio della redenzione, il via a tutte le manifestazioni dell'amore del Cristo per noi, fino al vertice d'amore della sua morte in croce. Questo giorno è la proclamazione dell'amore del Padre, che ha inviato il Figlio; è la proclamazione dell'amore del Figlio, che ha obbedito al Padre e ha preso carne nel grembo di Maria; è la proclamazione dell'amore dello Spirito Santo, che da sempre, da tutta l'eternità, ha palpitato amore presso il Padre e il Figlio per l'eterno decreto dell'Incarnazione, e nel tempo con la sua potenza ha reso fecondo il grembo verginale e immacolato di Maria dell'umanità del Cristo.

Tutto questo noi oggi consideriamo con gioia e gratitudine, e da ciò ci sentiamo invitati a migliorare nella carità verso Dio e verso tutti. Ma, sappiamo che la carità si alimenta di umiltà. L'uomo non può avere la carità senza l'umiltà. E questa solennità altamente salvifica ci offre una illimitata lezione di umiltà. Cristo non è nato in una reggia, ma in una capanna povera, fredda. Un re che nasce in una capanna ribalta tutto quello che noi pensiamo di un re e ci dona una novità soave, che l'anima avverte. Un re avvicinabile, la cui corte è fatta di pastori. Un tale re non fa paura. Da un tale re non si temono balzelli, non arruolamenti per le guerre, non pesi per il suo sfarzo di corte. Tutti questo lo percepiscono. Il mondo negatore dell'Amore dice che si tratta solo una novella. Il mondo odia l'Amore, e per questo nega l'Incarnazione; ma ugualmente subisce il fascino del Natale, magari come fiaba, come fiaba dell'irrealizzabile, ma intanto se ne guarda dal negare la fiaba. La fiaba frutta soldi, dice il mondo. Il commercio si ripromette molto dal Natale e non trascura di creare l'atmosfera del Natale consumistico, che ha come anima solo un riflesso lontano, lontano, del vero vivere il Natale. Un riflesso che fomenta solo un aumento di calore umano, di scambio di auguri, in una vaga nostalgia di riconciliazione e di pace.

Quella capanna non è una cornice scenica che Cristo si è voluto dare. Fu la realtà nella quale si trovarono Giuseppe e Maria, due giusti, che non trovarono posto nell'albergo perché non erano ricchi a sufficienza per sostenere la legge della domanda e dell'offerta. La legge commerciale della domanda e dell'offerta spinta fino all'avidità li tagliò fuori. La domanda di alloggio a Betlemme era certamente altissima, dato il censimento di Cesare Augusto. La società consumistica basata sulla domanda e l'offerta e l'incentivazione parossistica dei consumi, ha bisogno di essere redenta dal Natale, deve dare posto al Bambino, non assimilarlo a  sé come puro richiamo commerciale.

Per viceversa, chi lotta contro la legge della domanda e dell'offerta spinta all'estremo, e vuole un mondo dominato dalla solidarietà, animandosi alla lotta per ribaltare i potenti, potrebbe vedere nella capanna e nei pastori il segno di una riscossa dei poveri contro i ricchi.

Ma i pastori non si sentirono animati dal re Bambinello contro i re, non assorbirono da Maria e Giuseppe odio verso i potenti. Nulla di tutto ciò suggeriva la visione del Potente, diventato debole.

Quella capanna ci parla di un re che regnerà diversamente dai potenti. Un re portatore di un regno che lievita i regni della terra, li purifica, li eleva orientandoli a sé.

Il fascino del Natale è qui: il Potente che si fa debole per vincere; il Ricchissimo che si fa povero per arricchire; il Re che si fa servo per far regnare; il Creatore che ha assunto una realtà creata per risollevare la creazione; l'Offeso che è venuto a liberare l'uomo suo offensore; l'Eccelso è sceso per raggiungere l'uomo tiranneggiato dall'Abisso e farlo salire al cielo.

Tutti gli ideali nobili dell'uomo, tutto l'incanto delle nostalgie al bene, tutta la voglia di pace, di concordia, tutto il desiderio di sentire la trascendenza in comunione con l'immanenza per trasformarla, tutti i desideri più profondi dell'uomo trovano una inaspettata risposta nel Bambinello. Tutti la avvertono, anche quelli che con durezza sopprimono la parola del Natale; anche quelli che la deridono, che la trovano impossibile. Sì, anche loro perché non possono sopprimere l'uomo che è in loro.

Ma noi, la parola del Natale, l'accogliamo; vogliamo che essa si imprima in noi.

Un altro Natale! Non ne abbiamo poi tanti da vivere; è bene ricordarcelo, noi, che coinvolti nella terra, nelle faccende della terra, spesso ci dimentichiamo che c'è un cielo aperto che ci aspetta. In mezzo a un mondo che ha voglia di segnare di sé le cose, per farle tacere nel loro annunciare Dio, corriamo il rischio di non ascoltare. Corriamo il rischio di dimenticare il cammino verso il cielo. Il cielo pare a tanti che ormai sia scalato, con i satelliti, le sonde, i telescopi. L'incanto del cielo ci pare profanato dalle impronte dell'uomo sulla Luna, su Marte, su Giove; ma non è così. Guardiamo la volta stellata, dopo le stelle che vediamo, ci sono altre stelle, poi altre ancora, infine, oltre ogni cielo delle stelle e dei pianeti, c'è il cielo al quale tendiamo, c'è la Gerusalemme celeste. A un cielo segue il panorama di un altro cielo, poi di un altro cielo; infine si ha l'ingresso nel cielo: quello degli angeli e dei santi. Questo percorso un giorno lo faremo quando le nostre anime come frecce di fuoco saliranno a Dio, condotte da schiere di angeli in festa.

Ora rimaniamo serenamente su questa terra, col cuore unito a Signore, che abita in noi, e che ha fatto dei nostri cuori un cielo con la sua presenza. Non facciamoci prendere da chi crede che sta scalando il cielo, ma che solo ghermisce lo spazio. Anche in altre epoche gli uomini di Dio hanno visto tentativi di scalare il cielo. Oggi  non capita niente di nuovo. Pensate ad Israele di fronte ai faraoni che costruivano le immani piramidi. Pensate a Babilonia con le sue Ziggurat, che pretendevano di arrivare al cielo. Non voglio negare le giuste conquiste del progresso; non voglio dire che i satelliti non abbiamo migliorato le telecomunicazioni, voglio solo dire che tutto ciò non deve essere letto come un possedere il cielo, che ciò non è. Noi, fratelli e sorelle, lasciamoci affascinare dalla capanna di Betlemme, dal Bambinello, allora saliremo al cielo.

Ma non solo saliremo al cielo, renderemo migliore il mondo. Quanto la scienza vera ha da dirci! Aspettiamo scienziati che sappiano unire la scienza all'amore, alla lode di Dio e all'elevazione spirituale dell'uomo, al rispetto dell'uomo. Aspettiamo una vera scienza che abbia come fondamento la scienza d'amore che il Bambinello  è venuto a portarci. Una vera e umile esposizione della scienza, che non sia delirio contro la retta filosofia, e negazione di Dio.

“Sulla terra pace agli uomini, che egli ama” dice il canto angelico. “Pace agli uomini che egli ama”; cioè ai giusti, a quelli che cercano di migliorare. Pace anche a quelli travolti dalla debolezza. Ma non pace per quelli che hanno scelto scelto quale loro re il re nero dell'odio, e per questo, anche se parlano di pace, hanno nel loro cuore la malizia (Ps 27,3). Non pace, perché rifiutano la pace, quella che è incontro con Dio. Pace, invece, a quelli che vedono nel Bambinello della capanna di Betlemme il vero re; il Potente che si è fatto debole; l'Eccelso che è sceso tra gli uomini, incarnandosi in una natura umana nel grembo verginale e immacolato di Maria, affinché uomini salgano a lui. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

padre Paolo Berti

 

 

Dio è venuto. È qui. E di conseguenza, tutto è diverso da quello che a noi appare. Il tempo, che era stato fino ad allora un flusso senza fine, è divenuto un evento che imprime silenziosamente ad ogni cosa un movimento in un'unica direzione, verso un traguardo perfettamente determinato. Noi siamo chiamati, e il mondo insieme a noi, a contemplare in tutto il suo splendore il volto stesso di Dio.

Proclamare che è natale, significa affermare che Dio, attraverso il Verbo fatto carne, ha detto la sua ultima parola, la più profonda e la più bella di tutte; l'ha immessa nel mondo, e non potrà più riprendersela, perché si tratta di un'azione decisiva di Dio, perché si tratta di Dio stesso presente nel mondo. Ed ecco ciò che dice questa parola: "Mondo, ti amo! Uomo, ti amo!" ... Questa parola di amore fatta carne viene a dirci che fra il Dio eterno e noi deve stabilirsi una comunione personale la cui intimità è quella di un faccia a faccia e di un cuore a cuore, una comunione personale la cui esistenza è già un fatto, così che l'unica cosa che possiamo fare contro di essa è sottrarci al bacio d'amore che già brucia le nostre labbra…

Finché dura quell'istante, breve e lungo insieme, che è la storia dopo Gesù Cristo, l'uomo è invitato a prendere a sua volta la parola nel mondo, per dire, tremando d'amore, a quel Dio che, uomo come lui, sta al suo fianco: "Io...". Ma non è neppure necessario aprire la bocca. Basta abbandonarsi silenziosamente all'amore divino, che è con noi, da quando il Figlio di Dio ha aperto gli occhi alla luce di questo mondo. (Karl Rahner)

"Vienna International Religious Centre"

 

 

E' Natale anche quest'anno.

Da un po' di tempo è già iniziata tutta la fantasmagorica confusione fatta di shopping, regali, auguri, luminarie, inondazioni di buoni sentimenti e di rivisitazioni tradizionali. I babbi natali hanno cominciato la loro scalate alle pareti delle abitazioni, le visite ad ospedali ed ospizi accompagnati da tanto buonismo a scadenza rigorosamente limitata.

Le liste dei regali da fare sono state scrupolosamente controllate ed osservate nel minimo dettaglio, per cui vengono riposte nei cassetti per il prossimo anno, ed i commercianti cominciano a trarre i primi bilanci da cui dipendono la gioia od i lamenti che condizionano pesantemente il loro mood natalizio di fondo.

E Betlemme?

Continua a riposare pigramente adagiata sulle colline della Giudea. La sua speranza è che il Bambinello rinnovi l'annuale invasione di pellegrini carichi di valuta pregiata che permetta di campare un altro anno.

La Basilica della Natività cade a pezzi. Ma questo non importa a nessuno. L'importante è che non perda il suo appeal ed il circo turistico-religioso-consumistico continui a distribuire sentimentalismi svariati. I piedi che camminano su Betlemme non annunciano, nemmeno quest'anno, gioia.

Prima di arrivare al Bambinello devono costeggiare un indecente muro di cemento innalzato dalla prepotenza e dall'ingiustizia in nome di una sicurezza cupa e violenta. Devono sottoporsi ad umilianti controlli, anche questi solo "for your own security".

Quando arrivano alla Grotta hanno appena tempo di gettare uno sguardo prima di essere portati via dall'incessante processione di gente mossa più dalla curiosità che dalle fede. Ed i nostri piedi dove ci porteranno nella Notte Santa?

Probabilmente in una chiesa che per il resto dell'anno abbiamo spesso accuratamente evitato perché non entrava nel novero dei nostri interessi esistenziali, ma che a Natale diventa punto di riferimento obbligatorio per semplicemente rispettare una tradizione, che riteniamo infantile ma consolatoria. Dopo un lauto cenone, un po' di sentimentalismo religioso a mò di digestivo, non guasta! Tutto questo è ben lontano dal clima auspicato dalla Liturgia della Parola, della notte e del giorno, della solennità del Natale.

Il profeta Isaia ci suggerisce che il nostro andare a Betlemme dovrebbe essere come quello di coloro che annunciano, perché la vivono, la pace. L'inginocchiarsi in umile adorazione davanti al radioso mistero dell'Incarnazione dovrebbe essere l'ultimo atto del lungo cammino che ci ha portato ad uscire completamente dalle tenebre di un certo vivere moderno per abbracciare la luce della giustizia che, sola, si fa pace.

La lettera agli Ebrei, ci ricorda che il fanciullo, che accende la nostra tenerezza, non è un bimbo qualsiasi, ma è il Figlio di Dio, il Verbo su cui Giovanni si sofferma a lungo, in modo tutt'altro che facile e comprensibile. E' la maledizione di una certa teologia che riesce a rendere incomprensibile anche la semplice realtà della Natività di Gesù.

Per fortuna ci pensa Paolo, nel brano tratto dalla sua lettera a Tito, a darci una semplice sintesi del vero e genuino significato natalizio. Inginocchiarsi davanti al Bambinello comporta rinnovare un progetto di vita impostato sul rifiuto di ogni forma di empietà, sulla capacità di essere sobri nei desideri mondani, sulla giustizia vissuta e non semplicemente conclamata, sulla pietà che si fa misericordia e condivisione, sulla liberazione da ogni iniquità, sullo zelo nel realizzare solamente opere buone.

La profonda e sincera ammissione della nostra poca fede ci rende molto simili ai pastori di Beth Sahur: occupano uno degli ultimi gradini della scala sociale dell'epoca. Da tutti sono ritenuti sporchi, ladri e pericolosi.

Ma sotto la corazza di un'apparente durezza, batte un cuore ancora fievolmente riscaldato da un barlume di umanità. Basta questo per attirare l'attenzione divina su di loro e a dirigerli verso la Grotta.

Ermete Tessore sdb

 

 

Enzo Bianco, sdb

 

 

padre Tiziano Sofia sdb

 

 

Juan Jose Bartolome sdb,

(traduzione: don Nino Zingale sdb)

 

 

Bruno Ferrero sdb

 

 

don Attilio Giovannini sdb

 

 

Luca Desserafino sdb

 

 

La nota della gioia e dell'esultanza pervade tutta la liturgia della solennità del  Natale: "Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete, come si esulta quando si divide la preda" scrive il profeta Isaia. "Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo" dice l'angelo ai pastori. "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama" cantano gli Angeli sulla grotta, ad esprimere la lode gioiosa non solo della terra, ma anche del cielo.

E ci viene spiegata la ragione di tanta gioia: "Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio", un bimbo ed un figlio eccezionale perché "sulle sue spalle è il segno della sovranità" è Re. "È chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace".

Il Vangelo di Luca ci rivela che questo Bambino e questo Figlio straordinario è Gesù che nasce a Betlemme. È lui che realizza la profezia di Isaia, è lui l'Emmanuele, il Dio con noi; è lui il Salvatore, il Principe della pace.

L'annuncio, da parte degli angeli, della nascita del Salvatore, è diretto, per prima ai pastori, una categoria di persone poco considerata, anzi disprezzata dai Rabbini, perché, a motivo del loro lavoro svolto in mezzo alle greggi, non erano certo assidui alle riunioni della sinagoga, né erano tanto scrupolosi nell'osservare le prescrizioni della legge, specialmente quelle riguardanti la pulizia e l'igiene. Proprio a questa categoria di persone viene recato il lieto annuncio, prima che a tutte le altre: "Vi annuncio una grande gioia… oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore".

I pastori simboleggiano i "poveri", gli umili, i "piccoli": a loro, dirà Gesù, il Padre ama rivelare i suoi misteri, perché essi non sono chiusi nel loro orgoglio e non sono prigionieri dei loro pregiudizi.

Ai pastori l'angelo dà un segno per riconoscere il neonato salvatore; nulla di straordinario, anzi un fatto molto comune: "Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia". I pastori ritengono sufficiente questo segno, lo accolgono senza riserve, perché il loro cuore è semplice, senza pretese, sgombro da qualsiasi preconcetto. "Andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia".

Gesù si lascia sempre trovare da chi lo cerca, ma ogni ricerca esige di "mettersi in cammino", richiede la volontà di andare incontro. Nella fragilità e nella piccolezza di un bimbo si rivela la presenza di Dio, e i pastori non si meravigliano, non si scandalizzano, ma hanno, nella loro semplicità, gli occhi per riconoscerlo. Noi ci aspetteremmo da Dio manifestazioni di gloria e di potenza, ma Dio, per realizzare la salvezza dell'umanità, ha scelto la via della più sconcertante e sconvolgente povertà ed umiltà.

"Dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro": i pastori sono coscienti di aver visto qualcosa di immensamente grande e sentono il bisogno prepotente di comunicarlo a tutti; suscitano stupore e meraviglia in tutti coloro che li ascoltano. "Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano".

Anche per noi esiste il rischio che il Natale si riduca al solo stupore ed alla semplice emozione di un momento che passa, senza lasciare traccia nel profondo della nostra anima.

Molto diverso è l'atteggiamento di Maria: "Serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore". Maria collega e mette in relazione le cose udite dai pastori con quanto già le era stato rivelato del bambino, e con quello che le Scritture ed i profeti avevano preannunciato di lui. Il racconto dei pastori fa comprendere meglio anche a lei il piano di Dio intorno a quel suo bambino, ed Ella lo approfondisce nella fede.

"I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto".

Nel comportamento dei pastori e di Maria abbiamo indicate le grandi linee per la nostra vita cristiana: ascolto e riflessione del messaggio di Dio; annuncio della salvezza a tutti gli uomini; lode e ringraziamento a Dio per tutti i benefici che ci ha concesso donandoci il Figlio suo Gesù.

Da questa nostra gioiosa celebrazione natalizia di lode e di ringraziamento, deriva per ciascuno di noi l'impegno ad annunciare al mondo d'oggi con le parole e le opere, che in Cristo Gesù veramente "si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini", che Dio ci ha realmente salvati "per sua misericordia, mediante un lavacro di rigenerazione" (battesimo) e che ci vuole tutti "eredi della vita eterna" (san Paolo a Tito)

don Mario Morra sdb

 

 

Vale la pena andare a Betlemme

Dopo l'apparizione dell'angelo, i pastori si dissero a vicenda: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo quest'avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere (Lc. 2,15).

Mi hanno sempre colpito le parole di un canto: "Signore, non è cambiato niente. E' tutto come quando tu sei venuto in mezzo a noi".

E' veramente così? C'è ancora posto per la speranza? Vale la pena andare a Betlemme?

Vale la pena andare a Betlemme! Perché in questo stesso momento a Calcutta e in altre città del mondo, centinaia di suore fanno Natale con gli abbandonati, con gli ultimi della terra, con i poveri più poveri.

E' una scelta nata a Betlemme.

Allora Betlemme non è stata inutile: qualcosa è cambiato nel mondo. Benedetto sia il Signore!

Vale la pena andare a Betlemme! Perché, in questa stessa notte migliaia e migliaia di missionari fanno Natale, lontano dalla loro casa e dalla patria, perché hanno scelto un'altra casa e un'altra patria.

Costoro sono persone come noi, ma vivono diversamente da noi.

Si sono fatti poveri per i poveri, deboli per i deboli, servi tra i servi: per amore di Colui che si è fatto ultimo, pur essendo Dio onnipotente.

Allora Betlemme non è stata inutile: qualcosa è davvero cambiato nel mondo, qualcosa è fiorito nel deserto dei nostri egoismi. Possiamo ancora sperare.

Sì, vale la pena andare a Betlemme, perché oggi tante persone, volontariamente, si consacrano a salvare i giovani drogati o malati di AIDS: lo fanno nel nome di Gesù e costoro sono stati i primi a farlo, gettandosi nel pericolo, spinti dall'amore.

Vale la pena andare a Betlemme, perché mentre avanza la cultura dell'egoismo che rifiuta e uccide i bambini, c'è anche chi accoglie con gioia la vita, benedicendo il Cielo.

Oggi, c'è chi apre addirittura il cuore e accoglie bambini segnati dal dolore e forma famiglia con loro: sono fatti di questo tempo, sono fiori di questa nostra epoca.

Il Bambino di Betlemme ha dato dignità a ogni bambino: alcuni l'hanno capito e costoro elevano la dignità del mondo intero.

Allora, possiamo ben dire con verità: "Il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.

Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia" (Is. 9,1-2).

Sì, è aumentata la gioia, è cresciuta la letizia, perché il gesto di Betlemme oggi rivive in tante persone che si sono lasciate sedurre dalla bontà di Dio e l'hanno seguito nella paziente scelta della carità.

Tutto è nato a Betlemme!

"Poiché un bambino è nato per noi, c'è stato dato un figlio.

Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine… questo farà lo zelo del Signore" (Is. 9,5-6).

E' la verità, una verità davanti ai nostri occhi; verità che ci fa piangere di gioia, dà senso e impegno al nostro augurio.

L'augurio di "buon Natale" è questo: seguire Gesù, dilatare la luce di Betlemme, diventando anche noi, luce come Lui.

Buon Natale a tutti! La Luce c'è per tutti: andiamo a Betlemme!

Non è vero che… tutto è come prima…

Il giorno dopo la nascita di Gesù a Betlemme, un giovane si precipitò a casa del più famoso rabbino di Gerusalemme.

Gli raccontò gli avvenimenti prodigiosi avvenuti nella notte: l'apparizione degli angeli, il ritrovamento del piccolo nella greppia, i doni dei pastori: "Sarà davvero nato il Messia promesso dai profeti?", domandò.

Il rabbino si alzò dalla sua stuoia, andò alla porta , l'aprì e poi guardò a destra e a sinistra, rimanendo ad ascoltare un poco; poi tornò a sedersi. Infine dichiarò: "Non è lui. Non è il Messia".

"Come fai ad esserne sicuro?", insistette l'allievo.

"Perché tutto è come prima", rispose il saggio: "Se fosse giunto il Salvatore, ora ci sarebbe la rivoluzione. E invece…".

Questo sia detto per coloro che se ne infischiano dell'Incarnazione del Verbo divino.

Sia detto per chi, dopo il Natale, "tutto è come prima".

Sia detto anche per noi che, malgrado tanto prove della divinità di Gesù, nonostante non siamo capaci di testimoniarla nemmeno con una goccia di sangue (mentre san Stefano e tanti altri martiri, l'hanno versato tutto, fino all'ultima goccia…).

No! Non è più tutto come prima… Perché è nato Gesù: l'Amore!

 

 

Una festa tutta da scoprire

Natale, più che un giorno, è una luce che illumina tutti i giorni.

Sappiamo che Gesù non è nato il 25 dicembre: la data esatta della sua nascita non c'è stata tramandata dagli evangelisti. Essi non ebbero la preoccupazione di fissare la notizia con tanti particolari, ma si sono preoccupati di annunciare "il fatto" e di viverlo e di farlo vivere.

Perché, allora, è stato scelto il 25 dicembre per ricordare la nascita di Gesù?

Anticamente, nel mese di dicembre, i popoli pagani celebravano la festa del "sole nascente". Infatti, verso la fine del mese, le giornate cominciano ad allungarsi e la luce vince le tenebre.

Gli antichi cristiani dissero: "Noi non celebreremo la festa del dio Sole. Per noi il sole è Gesù e la sua nascita è l'inizio del vero trionfo della luce sulle tenebre".

Così, con una decisione coraggiosa ed espressiva, il 25 dicembre divenne per i cristiani la festa della nascita di Gesù; festa della luce che vince le tenebre.

Del resto Zaccaria - padre di Giovanni il Battista - parlando dell'imminente venuta del Messia, aveva detto: "Verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace" (Lc. 1,78-79)

Ognuno di noi oggi possa sentire la verità delle parole di Paul -Claudel: "Io so che non la mia notte, ma il giorno è vero".

Sì, il giorno è cominciato e c'è luce per chiunque voglia vederla.

Quale luce Gesù ha portato dentro il nostro buio? Racconta san Luca: "Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare con Maria… Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto" (Lc 2,3-5).

Dio entra nella storia in punta di piedi, quasi travolto dagli avvenimenti decisi dai potenti di questo mondo. E' un fatto che ci stupisce e ci scandalizza.

Il nostro buio, infatti, preferisce il potere, la grandezza, il dominio; ma la luce di Dio brilla con una novità, che noi non potevamo prevedere.

Dio si rivela a Betlemme non come uno smanioso sovrano, non come un ambizioso dominatore, non come un violento padrone.

Dio è diverso: egli ama il nascondimento, predilige la via dell'umiltà, cammina col passo della pazienza.

E' la prima grande sorpresa, il primo raggio di luce, che fa terribilmente contrasto con le tenebre dell'orgoglio umano, del nostro orgoglio.

Dice ancora l'evangelista Luca: "Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia", perché non c'era posto per loro nell'albergo" (v. 7).

Non c'era posto!

Non fu un incidente, ma fu una scelta di Dio; infatti, tra i tanti spazi e i tanti momenti della storia, Dio ha deciso di far suo il momento che avrebbe prodotto la povertà di Betlemme. Perché?

Perché Dio ama la povertà: la povertà è il suo clima, il suo stile, il suo respiro. Perché Dio è povero!

Questa scelta di Dio non è una riduzione della sua onnipotenza. La povertà è la vera grandezza di Dio.

Dio è povero, perché Dio non può tenere nulla per sé, perché Dio è Amore: dona tutto…

La povertà è la conseguenza del mistero dell'amore di Dio.

Tutto questo è commovente, ma è anche inquietante. Infatti la nostra ricchezza, il nostro attaccamento alle cose è la conseguenza del mistero opposto a quello di Dio: il mistero dell'egoismo.

Abbiamo molto bisogno della luce di Natale.

In un'epoca di "consumi", di "conti e percentuali…", è bello riascoltare la voce della verità che viene da Dio: "Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno di Dio" (Lc 6,20).

Saremo capaci di ascoltare il messaggio di povertà e semplicità di Betlemme?

"E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama" (Lc 2,13-14).

La pace! E' il sogno dell'umanità, ma non la realtà; è il desiderio di tutti, ma non l'esperienza. Perché?

Betlemme ci dà la spiegazione di questa strana situazione. Infatti soltanto dopo aver fatto brillare la luce dell'umiltà e della povertà, Dio parla di pace.

Non c'è qui una grande sapienza? Non è qui indicata la via della pace?

Dio ci dice che la pace è frutto di una conversione del cuore all'umiltà. Finché il cuore degli uomini sarà pieno d'orgoglio, non avremo la pace. Finché la ricerca delle ricchezze avvelenerà l'esistenza degli uomini con l'illusione di una felicità, fatta di cose, non avremo la pace.

La pace non può essere cercata da sola; essa è frutto, conseguenza, premio degli uomini liberati dall'orgoglio e dalla stolta fame di possedere sempre di più. Cerchiamo la pace, ma cerchiamola percorrendo la sua strada.

Se il Natale ci facesse almeno sentire la menzogna di tante parole di pace, sarebbe già un seme di vita nuova.

"Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra di loro: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere" (Lc. 2,15).

Andiamo fino a Betlemme. E' l'unico augurio che possiamo farci come cristiani e che abbia un senso per noi. La verità del Natale di Gesù ha un fascino, una giovinezza, una sorprendente novità.

Non lasciamo passare invano questa luce.

Il Natale ritorna come dono della pazienza di Dio, che ci aspetta ancora per liberarci dal buio, che ci fa soffrire.

"Gl'imperi, la Grecia, Roma, la cultura scientifica moderna sono come razzi che salgono nel buio e si spengono. Una sola realtà continua a splendere da Abramo fino ad oggi: l'eterna verità di Gesù comunicata agli uomini. Tra crisi e minacce questa verità non viene mai meno" (JEAN GUITTON)

"Per noi è più difficile crederci amati da Dio, che amare Dio" (L. LOCHET)....

don Severino Gallo sdb “Repertorio omelie” (+)

 

 

Michele Pellegrino "Servire la Parola"

 

 

Cosa siamo venuti a fare alla Messa di Natale?

Che domande! È Natale, si usa così. Già nelle settimane precedenti si fa l'albero di Natale, ci si scambiano auguri e regali, si fa il presepio... Poi si va a Messa di mezzanotte e dopo si mangia una fetta di panettone con un bicchiere di spumante.

Fin dal mese di novembre la televisione ci ha riempito la testa a forza di Natale-panettoni, Natale-spumante, Natale-cioccolatini e così via. Al limite della nausea. C'è da vergognarsi di appartenere a una società come questa, dove i più bei canti di Natale - pieni di fede, oltre che di poesia - sono ridotti a sigle pubblicitarie (mangiate!... bevete!... comprate!...) e dove la valutazione televisiva del Natale si fa in base al giro d'affari dei commercianti, delle agenzie turistiche e delle strutture alberghiere.

C'è da chiedersi con che faccia osiamo venire in chiesa e ascoltare il Vangelo di san Luca che parla della nascita di Gesù in una stalla; con che faccia stiamo a sentire san Paolo dirci che con la nascita di Gesù "è apparsa la grazia di Dio... che ci insegna a rinnegare i desideri mondani e a vivere con sobrietà..." (cf. 2ª lettura).

Come facciamo a mettere insieme l'immagine televisiva del Natale con le cose che ascoltiamo e che facciamo qui in chiesa? Vedendo che cosa è diventato il Natale nella nostra società, mi veniva da domandarmi se non faremmo meglio, noi preti, a dichiarare una specie di sciopero generale per l'occasione: a Natale, nessuna messa. Così forse qualcuno si chiederebbe che senso ha andare alla messa di Natale...

Non è questione della "bella fiaba di Gesù Bambino". Non è questione di intenerirsi un momento, per poi pensare a tutt'altre cose. Qui è proprio questione di credere o no al fatto che quel bambino nato a Betlemme da Maria sia veramente il Figlio di Dio fatto uomo. Pensateci un momento, prima di dire "ci credo". Non è così facile...

Eppure in chiesa siamo venuti proprio per questo: celebrare il Natale vuol dire riconoscere in Gesù Cristo un "qualcuno" in cui la realtà stessa di Dio si è fatta presente su questa terra, nella nostra storia. In ciò che ha vissuto, in ciò che ha detto, in ciò che ha fatto quell'uomo (quel bambino di cui oggi festeggiamo la nascita e che morirà crocifisso a Gerusalemme a poco più di trent'anni) Dio stesso si è definitivamente impegnato e compromesso con l'umanità e per l'umanità.

"Vi annunzio una grande gioia...: oggi è nato un salvatore, che è il Cristo Signore" (cf. Vangelo).

"Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio... Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo... e si è fatto uomo" (cf. Credo).

"Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo... Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo... Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato" (Gaudium et Spes, 22).

Presepio, auguri, regali, pranzo in famiglia, vacanze... va tutto bene. Ma prima proviamo a pensare se queste parole hanno un senso per noi.

Mosso D. - Vangelo di ieri. vangelo di oggi

 

 

  Cipriani S. - Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche

 

 

Gesù è venuto per me!

«La gloria del Signore li avvolse di luce »: è questo l’effetto che il Natale suscita nei primi destinatari dell’annuncio della nascita del Salvatore, il Cristo, il Signore. Messi in sequenza, questi tre titoli che il Vangelo assegna a Gesù sono i titoli imperiali: chiunque avrebbe detto che si trattava di Cesare, dell’uomo più potente della terra, di colui che, assicurando i confini dell’Impero romano da invasioni, “salvava” le popolazioni conquistate, sia difendendole da possibili prepotenze sia arricchendole di prestigio e di onore, come meritava un impero ormai esteso sino ai confini del mondo allora conosciuto.

Ma non è proprio così! Lo si capisce subito dal segno proposto all’attenzione dei pastori: andando, troveranno un bambino, in fasce, adagiato in una mangiatoia: un piccolo che non ha neppure una casa! Spesso mi soffermo a pensare come mai il Padre non abbia scelto tempi e luoghi “migliori” per il Natale di suo Figlio: un tempo di pace nei palazzi caldi e sicuri del potere o persino nelle stanze del Tempio, a Gerusalemme.

Da solo mi do la risposta: se avesse scelto di agire così, sarebbero venuti non gli angeli ma i banditori di Erode ad annunciare la nascita di un potente come lui ai suoi pari e sarebbero rimasti esclusi gli ultimi. Scegliendo invece di farsi ultimo, il Signore Gesù crea una nuova e profonda consapevolezza in tutti noi: possiamo dire che senz’altro è venuto per me! E anche Erode avrebbe potuto dire: se è venuto per i più piccoli delmio regno, vuoi che non sia venuto anche per me?

Dunque il Natale è sempre la festa della povertà, nel senso che sono i poveri i primi a riconoscere che Dio non è un altro dei potenti sulla scena del mondo. Se penso a Dio come all’Onnipotente devo in qualche modo ricredermi: se in Dio c’è onnipotenza, se Dio può tutto, non può esserlo che amando. Egli è sì onnipotente, ma nell’amore: per me e per quanti con me condividono i giorni, il cibo, il lavoro, la casa... Proprio perché sono fragile e sconosciuto, Dio mi conosce, mi ama oggi e sempre, è per me, sta dalla mia parte e, in Gesù, è come me: si è fatto sconosciuto ai più e si è manifestato ai semplici.

Ma se non fossi semplice? Se non fossi povero oppure se disprezzassi la semplicità? Se scegliessi la compagnia dei potenti e l’agiatezza o l’arroganza di certi ricchi... insomma, se fossi ricco e chiuso in me stesso? In questo caso Gesù aprirebbe per me un tempo di attento ascolto, mi offrirebbe la grazia di apprezzare il silenzio e l’umiltà in cui le cose belle risplendono sempre nuove e possibili, perché il Padre le vuole così per noi. Non ci resta che la conversione alla semplicità e alla purezza di cuore che nulla antepone all’essere amati da Dio. È di questo amore che ci parla oggi il Natale cristiano!

cardinale Dionigi Tettamanzi

 

 

Enrique Martínez Lozano

Traduzione: Teresa Albasini Legaz

 

 

José Antonio Pagola

Traduzione: Mercedes Cerezo