Nel vangelo di Marco Gesù per tre volte entra in una sinagoga e ogni volta sarà occasione di conflitto. Il numero tre, secondo il linguaggio simbolico della Bibbia, significa quello che è completo.

L’evangelista intende segnalare la completa opposizione tra Gesù, il figlio di Dio che è venuto a liberare il popolo, e un’istituzione che pretende di dominare Dio, ma che in realtà domina il popolo.

La prima volta, come vedremo nel brano che adesso esaminiamo, Gesù viene interrotto; la seconda volta i farisei con gli erodiani decidono di farlo morire, perché ha trasgredito pubblicamente al comandamento del sabato, e la terza volta addirittura nel suo paese, a Nazareth, lo prendono per uno stregone. E Gesù si meraviglia della loro incredulità.

Vediamo cosa ci scrive l’evangelista. “Giunsero a Cafarnao e subito, Gesù entrato di sabato nella sinagoga”, il sabato è il giorno del culto, “insegnava”.

L’evangelista non segnala che Gesù partecipa al culto della sinagoga, ma entra nella sinagoga e immediatamente si mette a insegnare.

“Ed erano stupiti del suo insegnamento”, l’insegnamento di Gesù stupisce.

“Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”.

Gli scribi erano laici e, dopo tutta una vita dedicata allo studio, all’approfondimento della Sacra Scrittura, ricevevano, attraverso l’imposizione delle mani, la trasmissione dello Spirito di Mosè, dello Spirito dei profeti. Da quel momento diventavano i teologi ufficiali del sinedrio e la loro autorità era più grande di quella del sommo sacerdote e dello stesso re.

Dice il Talmud, il libro sacro degli ebrei, che le decisioni e le parole degli scribi sono superiori alla Torah. Erano pertanto il magistero infallibile dell’epoca. L’insegnamento degli scribi era la stessa parola di Dio, anzi era superiore perché in caso di controversia bisognava credere agli scribi.

Ebbene, mentre Gesù arriva a Cafarnao e si mette a insegnare, la gente è stupita, sente un insegnamento diverso.  Il messaggio di Gesù è la risposta di Dio al desiderio di pienezza di vita che ogni uomo si porta dentro. Il messaggio degli scribi, che poi Gesù denuncerà, in realtà erano precetti d’uomini. Contrabbandavano come insegnamento divino quella che invece era la loro volontà, i loro precetti per dominare il popolo.

Già Geremia riporta la denuncia del Signore che dice, rivolto a questi scribi: “Come potete dire ‘noi siamo saggi perché abbiamo la legge del Signore?’ A menzogna l’ha ridotta lo stilo menzognero degli scribi”. Quindi gli scribi per il proprio potere, per il proprio dominio, per la propria convenienza, hanno deturpato la legge di Dio. E, come Gesù denuncerà, insegnano precetti di uomini annullando la parola di Dio.

Ebbene, di fronte a questa novità dell’insegnamento di Gesù, che viene accolto con stupore e con meraviglia perché è qualcosa di nuovo, “Ecco”, letteralmente “subito, immediatamente”. E’ la stessa espressione che l’evangelista ha indicato nel momento in cui Gesù entra a Cafarnao e si mette ad insegnare.

Quindi appena Gesù si mette a insegnare, subito, “nella loro sinagoga”; l’evangelista prende le distanze.

La sinagoga non appartiene più alla comunità cristiana. “Vi era un uomo”, quindi un singolo individuo, “posseduto da uno spirito impuro”.

Cosa significa “spirito impuro”?

Spirito significa forza, energia. Quando questa forza proviene da Dio si chiama “santo”, non soltanto per la qualità, ma per l’attività, di santificare, cioè separare l’uomo dalla sfera e attirarlo in quella del bene. Dalla sfera delle tenebre a quella della luce. Quindi lo spirito, quando proviene da Dio, attrae l’uomo dentro la dimensione divina dell’amore. Quando questo spirito proviene da forze contrarie a Dio si chiama impuro perché mantiene l’uomo nella cappa delle tenebre e quindi della morte.

Quindi c’è un uomo che è posseduto da uno spirito impuro. Essere posseduti da uno spirito impuro significa aver dato adesione a una ideologia, a una dottrina che rende incompatibili con l’insegnamento di Gesù, come vedremo qui.

“Cominciò a gridare”, quindi appena Gesù inizia ad insegnare, subito c’è uno che incomincia a gridare.   “Dicendo: «Che vuoi da noi?»”

E’ strano, è una persona singola eppure parla al plurale. E lo chiama “Gesù Nazareno”, cioè ricorda la sua origine. Nazareth infatti era il covo dei bellicosi nazionalisti.

“Sei venuto a rovinarci?”

Ma chi è che Gesù sta rovinando? Chi è che si sente minacciato dall’insegnamento di Gesù? Non certo i presenti che anzi sono stupiti favorevolmente da questo insegnamento, che sentono come la risposta di Dio al loro desiderio di pienezza di vita. Chi è che Gesù sta rovinando con il suo insegnamento? Sta rovinando l’autorità degli scribi, quelli che pretendevano di parlare in nome di Dio. E’ questa la classe che si sente minacciata. E dice: “«Io so chi tu sei: il santo di Dio!»”

Il “santo di Dio” è un’espressione che indica il messia che doveva osservare la legge e imporre l’osservanza di questa legge. Quindi richiama Gesù a quello che è il suo compito, alla tradizione, alla legge.

 Gesù non entra in dialogo, “gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!»”

Nel conflitto tra lo spirito di Dio e lo spirito impuro è il primo ad avere la meglio.

“E lo spirito impuro straziandolo…” Perché “straziandolo”?

Dover riconoscere a un certo punto della propria esistenza che l’insegnamento religioso al quale si è aderito non proveniva da Dio, ma addirittura allontanava da lui, ecco tutto questo causa una profonda lacerazione nell’individuo.

Ci hanno insegnato da sempre che certe cose erano sacre e scoprire che, non solo non erano sacre, ma addirittura allontanavano da Dio, questo è lo strazio, la lacerazione profonda.

“E, gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi …”,  qui la traduzione CEI traduce con “timore”, ma non è timore, è stupore, meraviglia. Non è paura, è una piacevole sorpresa; “tanto che si chiedevano a vicenda: Chi è mai questo? Un insegnamento nuovo”.

 Non è un nuovo insegnamento, che si va ad aggiungere a quello degli scribi, ma un insegnamento nuovo.

 Il termine adoperato dall’evangelista per “nuovo”, indica una qualità migliore superiore.

Quindi la gente sente nel messaggio di Gesù un’eco nuova, sente nel messaggio di Gesù la parola di Dio che arriva al cuore delle persone. L’insegnamento degli scribi era un insegnamento ripetitivo, teso soprattutto ad inculcare sempre il senso di colpa, l’indegnità delle persone. L’insegnamento di Gesù è l’eco della parola di Dio, una parola che, se accolta, trasforma la vita delle persone.

“Un insegnamento nuovo dato con autorità”.

La gente riconosce che il mandato divino di annunciare la parola non è degli scribi, ma è di Gesù. Ecco perché l’uomo che aveva aderito alla dottrina degli scribi si sente minacciato e con lui sente minacciata tutta la categoria di questi teologi, e per questo ha detto “sei venuto a rovinarci”. Ecco la rovina.

La gente riconosce che nell’insegnamento di Gesù c’è l’autorità divina, c’è il mandato divino. La gente ha capito che Dio non si manifesta nella dottrina imposta dagli scribi, ma nell’attività liberatrice di Gesù.

“Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”

L’evangelista indica che la liberazione dalla dottrina degli scribi è ormai iniziata e infatti “La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea”.

Quindi l’annunzio di Gesù ormai dilaga. Questa proposta di pienezza di vita viene fatta propria dalle persone che l’attendevano con ansia.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

Gesù, lasciato il deserto di Giuda e tornato in Galilea, non si ferma a Nazareth e sceglie come sua dimora Cafarnao, una città al centro di una importante arteria che congiungeva due grandi centri urbani, Tolemaide e Damasco. Marco scrive che Gesù entrato in città "subito" si reca nella sinagoga a predicare. Potremmo dire che si mette immediatamente all'opera, senza esitazioni e con il preciso intento di insegnare alla città la sapienza di Dio. Del resto, per questo era venuto. Il Vangelo è lievito di una vita nuova per tutti, non è riservato solo ad alcuni e neppure deve restare ai margini della vita. Le città degli uomini ne hanno bisogno. Marco non riporta come Matteo e Luca l'insegnamento delle beatitudini, preferisce sottolineare l'autorità con la quale Gesù insegna. Scrive: "Tutti erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi". Cafarnao era piena di scribi, di dottori, di teologi, ma nessuno parlava con quella autorità con cui parlava Gesù, ossia con parole che suonavano decisive per la vita delle persone, e che richiedevano scelte impegnative. Non si poteva restare indifferenti al suo insegnamento: gli ascoltatori era come costretti ad una scelta. I numerosi scribi, che pure non mancavano di parole, lasciavano la gente in balía di se stessa o della moda allora emergente.

A ben vedere, anche noi, oggi, viviamo in una situazione analoga. Le nostre città sono come immerse in una profonda crisi di valori e di comportamenti. Spesso, anche nella stessa persona, convivono convinzioni diverse, spezzoni di culture talora contraddittori. Si potrebbe dire che una delle caratteristiche della nostra società contemporanea e delle nostre città è di avere molte e forse nessuna cultura, sino a ipotizzare l'affermazione di un modello di città politeista più che secolare. Ognuno sembra avere il suo Dio, il suo tempio, il suo scriba, il suo predicatore. Il problema della città politeista consiste proprio nell'assenza di un "maestro", di uno appunto che insegni con autorità.

In tale contesto è facile cadere in balía dei tanti "spiriti immondi". Essi soggiogano il cuore e non sopportano di essere disturbati nel loro dominio. Nell'episodio narrato da Marco, gli spiriti che posseggono l'uomo che sta nella sinagoga gridano verso Gesù: "Che c'entri con noi, Gesù Nazareno?". È l'opposizione radicale a chi vuole disturbare il loro incondizionato potere nel cuore dell'uomo. Non contrastano in astratto l'opera di Gesù, ma che intervenga nella loro vita. È insomma l'opposizione radicale all'autorevolezza del Vangelo sulla vita. E questo accade ogni volta che si impedisce al Vangelo di cambiare il cuore o comunque di dire parole autorevoli sui comportamenti. Gesù è venuto per liberare gli uomini da ogni schiavitù. Per questo, gridando forte, dice: "Taci! Esci da quell'uomo". E lo spirito immondo si allontana. Di fronte agli innumerevoli spiriti cattivi che soggiogano gli uomini e le donne di oggi c'è bisogno che risuoni ancora il grido di Gesù contro di essi. Ogni discepolo è chiamato a raccogliere questa sfida: ossia riproporre l'autorità del Vangelo sulla propria vita e su quella degli altri. Potremmo dire che è il tempo di gridare il Vangelo sui tetti perché siano allontanati gli spiriti che soggiogano e cresca invece una nuova cultura: quella della misericordia. Ciò potrà avvenire solo se ogni credente, e l'intera comunità ecclesiale, troveranno il coraggio di riproporre il Vangelo "sine glossa", come diceva Francesco d'Assisi. È solo questa l'autorità che "comanda agli spiriti immondi e questi gli obbediscono" (Mc. 1,27).

mons. Vincenzo Paglia

 

 

“Il Regno di Dio si è avvicinato” (Mc. 1,15), predicava Gesù, e la verità di queste sue parole è testimoniata dal suo insegnamento e dalla sua azione: “Gesù passò facendo del bene e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At. 10,38). Questa è la sua attività messianica, che Marco presenta all’inizio del vangelo.

Gesù, ebreo fedele e osservante, nel giorno di sabato frequenta la sinagoga, dove si leggono le Sante Scritture e si celebra il culto a Dio; da rabbi qual è, inoltre, egli insegna all’assemblea riunita. E la sua parola appare agli orecchi degli ascoltatori come una parola ricca di autorevolezza, diversa da quella di coloro che, in qualità di “scribi”, erano incaricati dell’insegnamento al popolo. Gesù non fonda il suo insegnamento sulla “tradizione degli uomini” (Mc. 7,38), non ammaestra con parole frutto di una sapienza erudita e libresca, ma unisce l’autorevolezza della sua parola a quella di colui che la pronuncia. Sì, la sua è una parola profetica, eco schietta della Parola di Dio, è una parola che scuote, ferisce, e non lascia chi l’ascolta nella situazione in cui si trovava prima di un vero ascolto obbediente!

E l’insegnamento di Gesù non si esaurisce in parole, ma si esprime anche attraverso azioni e gesti autorevoli, muniti della vera autorità, quella che consiste nel “far crescere” l’altro – secondo il significato originario di auctoritas, dal verbo augere –; essa è finalizzata alla vita e al bene dell’altro, non è una pratica del potere che procura vantaggi a chi la esercita! E di questa autorità Marco fornisce subito un esempio che stupisce il lettore. Nella sinagoga vi è un uomo malato, ferito nella psiche e nel corpo; siamo in giorno di sabato, il giorno della benedizione e della vita piena, e Gesù è venuto proprio per dare la vita piena (cf. Gv. 10,10), per portare il bene… Il testo dice che quell’uomo era “posseduto da uno spirito immondo”, era cioè un uomo sofferente di disturbi psichici che si manifestavano in modo violento, enigmatico, anomalo, e per questo venivano attribuiti a spiriti maligni, al demonio. Quest’uomo è diviso, ossia schizofrenico, anche dal punto di vista spirituale: egli conosce e confessa in modo ortodosso l’identità di Gesù (“Tu sei il Santo di Dio”), ma non vuole avere alcuna comunione con lui: “Che c’entri con noi? Sei venuto a rovinarci!”.

Posto di fronte al male e alla potenza del Maligno, Gesù si mostra come “il più forte” (Mc. 1,7), ormai in azione; quel che però è decisivo è il fatto che “il suo primo sguardo non si rivolge al peccato, ma alla sofferenza dell’uomo” (J. B.Metz). Ed ecco che, con la sua parola, Gesù guarisce il malato, ma quel male a lungo soffocato esce da quell’uomo “straziandolo e gridando forte”, con spasmi dolorosi che si situano a metà tra una morte e un parto. Così avviene la liberazione, l’uomo è restituito a se stesso guarito, e la potenza di Dio è manifestata a tutti i presenti, che si interrogano sbigottiti: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, carico di autorevolezza. Egli comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». Davvero Gesù mostra con i fatti che insegnare ha a che fare con la vita, significa dare vita e reintegrare alla vita piena…

Questo episodio della vita di Gesù narra un esorcismo; occorre però guardarsi dalla tentazione di svuotare tale racconto ritenendolo una leggenda miracolistica o, peggio, una narrazione che non ci riguarda. Se infatti dal punto di vista spirituale l’impurità consiste in una situazione di divisione interiore, di doppiezza, ossia di incoerenza tra confessione di fede e coinvolgimento reale con Gesù, allora questa guarigione riguarda noi tutti e ci chiede di mendicare presso Gesù l’unificazione della nostra persona e la liberazione dal potere del Maligno. Sì, la parola di Gesù è una parola di salvezza, come la Parola di Dio: Dio parla certamente attraverso le Scritture, ma ormai parla anche attraverso la presenza di Gesù, “profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo” (Lc. 24,19). E noi siamo capaci di ascoltarlo?

Enzo Bianchi

 

 

1ª lettura: Dt. 18,15-20

Contesto della pericope

Il brano annunciato fa parte di una pericope più ampia (18,9-22) in cui vi è la contrapposizione tra gli indovini delle genti e i profeti.

18,9-13: I cananei sono cacciati dal Signore dalla loro terra a causa delle loro abominazioni, tenute in atto dagli indovini, i quali mettono a contatto con il mondo dei demoni. Le loro pratiche cultuali crudeli e torbide non sono vinte dalla razionalità perché non sono irragionevoli ma appartengono alla sfera delle potenze spirituali e perciò l’unica forza che si contrappone è la Parola di Dio. Da qui il comando: tu devi essere integro davanti al Signore tuo Dio (v. 13).

Per Israele vi è un aut/aut: servire Dio o i demoni delle genti.

18,14-22: al v. 14 inizia quella che oggi è proposta come lettura pubblica. Se appunto le genti, che stanno per essere cacciate di fronte a Israele, si rivolgono agli indovini non così deve fare Israele perché non questo gli ha dato il Signore, ma, attraverso un uomo come Mosè (umile, mite e semplice), il Signore continua a dargli la sua parola.

Certamente la divinazione può attrarre di più l’uomo per il senso di mistero che la circonda nelle sue pratiche, di quanto non faccia la Parola di Dio che si serve di uomini, che annunciano senza particolari manifestazioni medianiche. Infatti anche all’interno dei profeti ci saranno i falsi profeti, che si presenteranno in nome del Signore come portatori di una parola, che in realtà scaturisce dalla politica dei capi del popolo e non dalla volontà del Signore. Della forza seduttrice di questi falsi profeti farà amara esperienza Geremia. In ogni istituzione entra il falso e l’ingannevole.

La discriminante è data dall’intervento del Signore, che sigilla con l’attuazione storica la vera profezia. Essa è posta pertanto in un futuro e quindi nel presente non elimina il confronto, l’arroganza e l’insulto da parte dei falsi profeti.

«Vi è un aut/aut tra la sapienza demoniaca e la sapienza divina: chi non accetta la profezia cadê nella divinazione. Il profeta è uno di tanti, soltanto che Dio lo sceglie.

Rapporto tra la profezia e l'Oreb: ogni profeta è come Mosè immerso nella nube a contatto con il trono: ogni profezia è manifestazione di Dio come all'Oreb. Ogni esperienza profetica è quella di Mosè sull'Oreb - Riguardo alla mediazione: essa mette a contatto con la parola di Dio» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 28.1.1973).

 

Mosè parlò al popolo dicendo: 15 «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto.

Il compito di Mosè non si esaurisce con la sua persona; esso continua nei profeti. In questo si nota l’inscindibile rapporto tra la legge e la profezia. Questa da una parte è finalizzata alla legge sai perché venga osservata e sia perché ne esplichi i misteri ivi contenuti.

Il profeta è colui nel quale la voce di Dio diventa la parola. È il passaggio dall’esperienza diretta di Dio, quale è quella di Mosè (cfr. Nm. 12,8), a quella mediata.

Perciò il profeta, che il Signore suscita, scaturisce dal popolo, di mezzo a te, è della tua stessa stirpe e del tuo sangue. In lui vi è lo stesso carisma di Mosè, pari a me.

Questa uguaglianza denota la continuità anche quando il testo è riferito a Gesù nel NT. In Lui infatti la profezia giunge al suo compimento. In quello in cui Gesù è uguale ai suoi fratelli vi è la continuità, in quello in cui è dissimile vi è il compimento. In quanto è della stirpe di Abramo, Gesù è in continuazione e in quanto è Figlio di Dio concepito dallo Spirito Santo Egli porta tutto a compimento, rivelando il senso definitivo della legge e della profezia.

 

16 Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”.

Il giorno dell’assemblea. Così è qualificato il giorno della rivelazione di Dio al popolo, quando esso udì la voce del Signore suo Dio e vide il grande fuoco.

Benché il popolo udisse la voce dall’involucro del fuoco, ebbe paura di morire. Non era la visione diretta di Dio ma una visione mediata da segni. Certamente gli elementi della mediazione, la voce e il fuoco, sono in rapporto con l’umanità che il Verbo in seguito avrebbe assunto. Quando venne in mezzo a noi come Parola del Padre, Egli attenuò talmente la forza della sua voce da non intimorire coloro che lo ascoltavano. Qui invece in un segno, che preannuncia la sua incarnazione, il Figlio spaventò grandemente il popolo.

 

17 Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene.

Al Signore è piaciuto quello che il popolo ha chiesto. Infatti Dio non vuole comunicare con noi attraverso segni della natura, che incutano spavento, ma mediante uomini suscitati di mezzo ai loro fratelli. Attraverso loro il Signore li vuole abituare alla sua presenza in modo che ascoltandolo nella voce umana dei profeti, lo accolgano nella sua stessa voce di Dio divenuto uomo.

La manifestazione del Sinai aveva immesso nel popolo il timore perché tutti avevano recepito la grandezza di Dio e il limite di se stessi, ancor più reso fragile dalla presenza del peccato.

Dopo questa esperienza diretta vi è la mediazione profetica, che si colloca tra Dio e Israele per renderlo fedele al Dio del Sinai e aiutarlo a vincere l’inganno degli idoli.

 

18 Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirá loro quanto io gli comanderò.

Caratteristica del profeta è quella di essere la legge vivente. La legge data al Sinai con i suoi precetti, risuona viva nella parola che il Signore pone sulle labbra del profeta (cfr. Gr. 1,9: «Ecco io ho posto le mie parole sulla tua bocca»). Egli è l’organo di cui il Signore si serve come fosse la sua stessa bocca, per cui è proprio del profeta essere fedele.

Nella parola profetica, come oggi in quella evangelica, il Signore rimane nascosto, come nel sacramento, ma non per questo è meno presente. Il modo cambia, la qualità è la stessa (cfr. 2Cor. 4,3-4: E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo

mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio).

 

19 Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.

Il Signore chiede conto sia a chi ascolta come al profeta: a chi ascolta se si è ribellato alla sua parola e al profeta se l’ha pronunciata così come Egli ha parlato.

Tutto deve avvenire con estremo rigore e con la misura stabilita da Dio.

 

20 Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».

Grave è la situazione del profeta che osa dire quello che il Signore non gli ha comandato o di dichiarare una parola in nome di altri dei. Egli è assoggettato alla morte: morte sono le sue parole ed egli dovrà morire.

Questa pena di morte non è stata abolita; il profeta, che parla di sua iniziativa o in nome di potenze spirituali, che non appartengono a Dio, entra sotto il dominio delle forze della morte. Egli si consegna ad essa e consegna quanti lo ascoltano.

Infatti il falso profeta, cioè chi non annuncia la Parola di Dio ma annuncia parole umane, impedisce l’incontro con Dio. Non facendosi sacramento della Parola di Dio, si pone pietra d’inciampo all’incontro con il Signore.

La fedeltà di chi annuncia consiste quindi nel lasciare trasparire in sé la divina Scrittura, in cui avviene l’incontro puro e umile con il Signore che parla.

Fuori della Scrittura, accolta nella vivente Tradizione della Chiesa, vi è la falsa profezia e quindi la divinazione e l’idolatria.

 

2ª lettura: 1Cor. 7,32-35

Fratelli, 32 io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; 33 chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!

Vorrei, indica il desiderio intenso dell'Apostolo.

senza preoccupazioni, si riferisce alle cose del mondo.

L'apostolo, attraverso la legge del parallelismo, procede con ordine; prima contrappone chi non è sposato a chi è sposato, poi la donna non sposata e la vergine alla sposata.

Le cose del Signore è contrapposto alle cose del mondo.

Le cose del Signore hanno come fondamento la parola della Croce; le cose del mondo invece si fondano sulla sapienza della carne.

Chi vuol piacere al Signore si preoccupa di quanto lo riguarda, cioè fatica nella sua vita spirituale.

«L'esercizio per piacere a Dio, che è secondo il Vangelo di Cristo, si attua per noi con l'allontanarci dalle cose mondane e con l'estraniarsi assolutamente dalle distrazioni affannose» (Basilio, Regole ampie 5)

N.B. distrazioni affannose, cfr. Lc. 10,39 e 1Cor 7,35.

L'Apostolo contrappone «piacere al Signore» e «piacere alla moglie». Lo scopo per cui l'uomo sposato si preoccupa delle cose del mondo è di piacere alla moglie. Quindi per lei si affanna nelle cose e sollecitudini di questo mondo ed è diviso tra il piacere al Signore e il piacere alla moglie. Per questo ha detto precedentemente: quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero.

 

34 Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.

l’apostolo vede ora le cose da parte della donna. Pone una distinzione tra la donna non sposata e la vergine.

Forse nelle donne non sposate si deve porre le vedove. Vedi Anna che nel Tempio serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.

perchè sia santa nel corpo e nello spirito. Santa nel corpo mediante la castità. Nello spirito mediante l'unione con Cristo, divenendo un solo spirito con Lui, attraverso digiuni e preghiere.

Da quello che traspare nello scritto apostolico non è tanto l’uomo o la donna in sé, che appartengono alla dimensione cosmica, ma è il loro rapporto. Pur essendo santificato, il vincolo coniugale comporta una preoccupazione per le cose mondane, che distrae dal Signore.

È forse questo un deprezzamento del rapporto coniugale? No di certo! Ma è un’indicazione preziosa ai coniugi di diminuire sempre più le pretese mondane nel vincolo matrimoniale per giungere a quella sobrietà e santità, alimentata dal rapporto, che, anziché distrarre dal Signore, diventa sollecitudine vicendevole a servirlo con tutto se stessi. Ed è quanto dice immediatamente.

 

35 Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.

Non per gettarvi un laccio, creando tensioni nel vostro rapporto vicendevole. Infatti su tutto vale l’amore. Se il coniuge si preoccupa dell’altro per piacergli e lo fa con quell’amore, che ci ha dato il Signore, allora le realtà cosmiche diventano spirituali.

Degnamente, il termine greco «ha il significato di condotta rispettabile» e cioè che dia una buona impressione (GLNT).

Tutto il discorso di Paolo ha come scopo questo: la condotta decorosa nei riguardi soprattutto di quelli di fuori e lo stare assiduamente con il Signore senza deviazioni anche quando si deve trattare delle realtà mondane per piacersi a vicenda.

 

Vangelo: Mc. 1,21-28

In quel tempo, 21 Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava.

La prima attività di Gesù nella sinagoga è quella dell’insegnamento. L’imperfetto nel greco (insegnava) denota un’attività continua, alla quale Gesù si sente obbligato. Egli deve esplicitare il suo rapporto con la legge, di cui è il Maestro e ne è pure la pienezza.

 

22 Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.

Il suo insegnamento manifesta la sua autorità, certamente in rapporto alla Legge e ai Profeti. Egli si rapporta alla divina Scrittura in modo completamente diverso da quello degli scribi. In questi si manifesta la tradizione, in Lui la sorgente.

«La contrapposizione è data da un'inconfrontabilità. Ciò che fa la differenza è l'exusìa (che noi traduciamo con potere), termine raro nell'A.T.: non si dice dei profeti che hanno ecsusìa, è detto in Dn del Figlio dell'Uomo. L'ecsusìa .trascende la stessa missione profetica ed è propria del Figlio. Il Cristo ce l'ha ma gli è data Mt. 9,6; 21,23; 28,18; Gv. 5,22; 10,18; 17,2» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico 23.1.1973).

Un simile insegnamento desta stupore, uno spavento estatico, che è tipico della rivelazione divina.

 

23 Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo:

Questa autorità tocca il mondo delle potenze spirituali, quelle che soggiogano, ingannando, noi uomini. Lo spirito immondo è costretto a gridare.

«L'immondo nella sinagoga, forse nessuno lo sapeva ed è la Parola di Gesù che lo rivela. Anche gli scribi avevano autorità ma non avevano forza di far manifestare questa impurità profonda dello spirito. Lo spirito impuro è ignorato fino a che la parola di Gesù lo rivela» (suor Cecilia, appunti di omelia, Gerico, 1.2.1976).

 

24 «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».

Egli dichiara la netta separazione di Gesù Nazareno da loro. Essi ne sentono il potere e la forza di distruzione del loro dominio, perché è il Santo di Dio.

Notiamo come nel V.T. Aronne è chiamato «Santo di Dio» perché è l'unico che entra in contatto, come sacerdote, con Dio. Gesù è colui che parla venendo direttamente da Dio e i demoni lo sanno e tremano alla sola sua presenza.

 

25 E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!».

Il Signore manifesta con immediatezza, senza riti esorcizzanti, il suo potere cui i demoni sono soggetti.

 

26 E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.

Lo spirito immondo lascia la sua preda con un ultimo tentativo, straziandolo. Egli esce gridando forte la sua sconfitta.

 

27 Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».

Allo stupore per il suo insegnamento succede ora l’essere presi da timore, quello che avviene di fronte al manifestarsi della potenza divina, della sua gloria.

La dottrina è nuova tocca ambiti che la legge non raggiungeva, quello cioè di sottomettere gli spiriti immondi. La legge salvaguardava dal potere degli spiriti immondi cercando d’isolare Israele dalle Genti, soggette ai demoni. Gesù avanza in queste regioni demoniache, presenti anche in Israele, e strappa gli uomini ad esse soggette.

 

28 La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Lo stupore e il tremore davanti alla manifestazione di Dio in Gesù portano al diffondersi della sua fama dovunque nei dintorni della Galilea.

 

Nota

La parola dell’uomo può risvegliare queste potenze di morte ma non può dominarle, ma si assoggetta sempre più ad esse.

Come in Dt. 18,9-22 vi è la contrapposizione tra le parole d’indovini e fattucchieri e la Parola di Dio sia nel modo come nel contenuto in rapporto agli uomini e alla storia, così ora, nella continuità e nello stesso tempo nella novità, la parola evangelica tocca il fondo dell’esistenza umana e condanna gli spiriti immondi sradicandone il potere dall’uomo. Questo potere si era infatti bem radicato nell’uomo, restando saldo di fronte a ogni logica umana, inquinata dalla conoscenza del bene e del male e quindi non soggetta alla conoscenza di Dio.

Pensare di creare con la forza del pensiero umano delle premesse, che preparino l’accoglienza evangelica, è uno sforzo condannato al nulla, perché solo l’annuncio può metter in luce queste forze paralizzanti dello spirito dell’uomo e annientarle.

Tuttavia resta sempre a ogni uomo la libertà di scelta. Qui sta la debolezza evangelica; essa non costringe perché è proprio dell’atto di fede essere fondato sulla libertà massima, senza condizioni.

La fede non contiene nessuna «seduzione», neppure intellettuale o sensibile perché l’uomo sai posto davanti a Dio e al suo Cristo in quel giusto rapporto, che non ne annulla la libertà del suo sì o anche del suo no. Come fu rifiutata la parola dei profeti così può essere rifiutata la parola evangelica.

don Giuseppe Ferretti

 

 

L’autorità della parola di Mosè e del profeta “pari a Mosè” che il Signore susciterà; l’autorità della parola di Gesù, profeta escatologico: questo un tema saliente che traversa la prima e la terza lettura. Se la parola del profeta, di colui che media la parola di Dio stesso, è finalizzata alla vita del destinatario (Dt. 18,15-16), la parola di Gesù è terapeutica. L’autorità dell’insegnamento di Gesù consiste nel fatto che non è frutto di sapere libresco (“non come gli scribi”), non è l’esito di un cursus di studi, ma è afferente alla persona stessa di Gesù. Non è solo autorità della parola, ma di colui che la pronuncia. E si tratta di un insegnamento trasmesso non solo con parole, ma anche con gesti, con azioni (cf. Mc. 1,27): la novità che lo contraddistingue è la novità messianica, la novità di Gesù, che “portò ogni novità portando se stesso” (Ireneo di Lione, Contro le eresie IV,34,1)). Ed è un’autorità percepita dal sensus fidei delle persone. Infine l’autorità della parola di Gesù è nel suo essere totalmente finalizzata alla vita e al bene delle persone: non è autorità che accresce chi la pronuncia, ma volta a far crescere l’altro; è autorità di servizio, non di potere. La logica dell’autorità che discende dal Dio biblico è bene espressa dal Sal. 18(17),36: “Abbassandoti tu mi fai grande”. Questa la logica che presiede anche il cammino di Dio verso l’umanità nel Figlio Gesù Cristo.

Di tale cammino il testo evangelico ci fornisce un esempio. A un processo di progressivo restringimento da Cafarnao alla sinagoga, al gruppo di uomini là riuniti, a un uomo preciso di tale gruppo, fino allo spirito impuro che lo abita (vv. 21-24) e che Gesù raggiunge con la sua parola potente (v. 25), segue un movimento di dilatazione dallo spirito immondo all’uomo da cui esce, al gruppo di tutti i presenti nella sinagoga, fino a tutta la Galilea e ovunque (vv. 26-28). La venuta del Figlio di Dio diviene subito una discesa, una catabasi nelle profondità irredente dell’uomo.

Al cuore del testo evangelico vi è infatti l’incontro di Gesù con un uomo “posseduto da spirito immondo”. Ovvero, un uomo sofferente di disturbi psichici o afflitto da mali che si manifestavano in modo bizzarro, violento, anomalo, e per questo attribuiti a spiriti maligni. In realtà, il male che affligge quell’uomo (che frequentava regolarmente la sinagoga, il luogo santo), ha anche una valenza spirituale. Che si manifesta nel suo conoscere perfettamente Gesù, nel confessarlo in modo corretto e ortodosso (“Tu sei il santo di Dio”: Gv. 6,69), ma nel non voler aver praticamente nulla a che fare con lui (“Che c’entri con noi?”: Mc. 1,24). La diabolicità dell’atteggiamento è lì: si confessa rettamente la fede, ma non ci si coinvolge nella sequela di Cristo fino alla fine. Il vangelo secondo Marco insegna che la confessione autentica di fede deve avvenire sotto la croce (cf. Mc. 15,39), è cioè inscindibile da un concreto cammino di sequela fino alla fine, fino allo scandalo della croce.

L’episodio mostra anche la sofferenza che la guarigione costa a quell’uomo: “straziandolo e gridando forte, lo spirito uscì da lui” (Mc. 1,26). La parola di Gesù guarisce, ma facendo emergere il male, svelandolo, e consentendone così l’espulsione dal profondo: quel male a lungo soffocato per non soffrire, ora viene portato alla luce e questi spasmi dolorosi si situano a metà tra la morte e la nascita. La parola di Gesù non è edulcorata: essa fa anche male, essa non seppellisce il male, ma osa farlo emergere e affrontarlo apertamente. La parola di Gesù è dunque autorevole perché liberatrice: restituisce l’uomo a se stesso liberandolo dalla divisione che lo lacera e dai fantasmi che lo tormentano; è parola autorevole perché sacramentale: in essa si manifesta la potenza di Dio (v. 27; nell’Antico Testamento è Dio stesso che rimprovera, zittisce e vince Satana: cf. Zc. 3,2); è parola autorevole perché testimoniale (essa rivela l’unità profonda della persona di Gesù, del suo parlare e del suo agire).

Luciano Manicardi

 

 

Se ricordate un po' di anni fa una azienda iniziò a produrre una serie di magliette chiamate "parole di cotone"… magliette con sopra stampate poesie di Borges, passi della Divina commedia, frasi epiche ascoltate in qualche film di Ridley Scott o di Woody Allen; da quel momento si è aperta la stagione, la moda, di fare anche degli abiti che indossiamo dei veri e propri proclami, quasi dei manifesti del nostro sentire e del nostro pensare. Se già di per sé il nostro abbigliamento è una sorta di biglietto da visita con cui ci presentiamo agli altri, ora, in maniera molto più immediata, le magliette stampate, con volti e parole, dicono più esplicitamente chi siamo e come la pensiamo (o almeno crediamo di pensare… viste le tante mode da cui spesso ci lasciamo accalappiare).

Tra le tante magliette che circolano in giro ce n'è una che porta stampata grande la scritta "No rules - No regole". Tutti noi, grandi o piccoli, facciamo fatica talvolta a capire ed accettare le regole che il vivere insieme porta con sé. Ecco allora che non è così immediato, tra genitori e figli, trovare uno stile di famiglia condiviso che sappia accompagnare e, al contempo, promuovere la sensibilità e i talenti di ciascuno. E così a scuola o nei nostri ambienti di lavoro: le regole, l'autorità, troppo spesso vengono percepite come un attentato alla nostra libertà e al nostro sentire.

Mi colpiva che il vangelo di Marco, al suo esordio (n.b. siamo proprio al cap. 1 v. 22), quando inizia a presentarci la figura di Gesù che di sabato entra nella sinagoga, la prima annotazione che ci riporta è che "Gesù insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi". Le persone che ascoltavano Gesù parlare, restavano colpite dal suo modo di insegnare, di presentare le cose. Percepivano che nelle sue parole c'era una autorevolezza, uno spessore, non volto a schiacciare o dominare gli altri bensì a guidarli a libertà, aiutarli ad allargare i loro orizzonti… per questo era considerato un Rabbì, un maestro.

È normale che quando si è giovani (ma non solo da giovani!) si pensa di avere il mondo in tasca, si è convinti che il proprio punto di vista sia l'unico possibile, che tutto quello che ci sta attorno sia una limitazione, un confine che ci viene imposto e che, a tutti i costi, dobbiamo travalicare.

Ecco, allora, che ci si butta alla ricerca di una libertà "no-rules", senza regole, senza voler accogliere alcuna autorità esterna che possa in qualche modo aiutarmi a capire, non tanto ciò che è giusto o sbagliato, quanto invece ciò che può aprirmi ad una pienezza di vita o chiudermi ad essa. Ricordate: la vera libertà non è qualcosa che si acquista a buon mercato, senza la fatica di un lungo cammino di ricerca, di conoscenza di sé, senza arrivare a "tenersi in pugno saldamente" (come direbbe Rainer Maria Rilke).

Non credo sia un caso che il vangelo, subito dopo questa annotazione sul modo in cui Gesù insegnava, ci racconti un miracolo di liberazione: un uomo posseduto da uno spirito immondo, viene liberato dalla parola di Gesù. Può apparirci un qualcosa di lontano, che non riguarda la nostra vita, ma io credo che se proviamo a fare un'attualizzazione questo racconto non è poi così distante da noi.

Proviamo a leggerci dentro e a scrutare quanto ci sta attorno: quali sono i sentimenti, gli istinti, le passioni, le cose da cui, come quell'uomo nel vangelo, corriamo il rischio, talvolta, di lasciarci possedere? Non capita forse a tutti noi di pensare alcune cose e di trovarci, quasi senza accorgercene, a farne delle altre? Quante volte dopo una discussione, una reazione istintiva, ci mordiamo la lingua e ci rattristiamo e, quasi fosse un nastro, vorremmo ritornare indietro nel tempo, "riavvolgere" (rewind!) quel pezzetto di vita perché sentiamo l'amaro in bocca e non vorremmo aver mai detto le parole che abbia detto o fatto i gesti che abbiamo compiuto!

Ecco che la parola di Dio, che oggi abbiamo ascoltato, ci dice (cfr. 1° lettura) che nella nostra vita abbiamo bisogno di incontrare dei profeti, dei maestri di vita. Abbiamo bisogno di incontrare uomini e donne, appassionati della vita, che siano al contempo maestri e testimoni.

Uomini e donne che, non si limitino ad insegnarci delle cose, ma che sappiano incidere nella nostra vita, facendoci vedere concretamente che ciò di cui ci parlano è possibile, può realizzarsi, può farsi carne, può pian piano nascere sotto i nostri occhi perché lo vediamo già realizzato in loro.

Maestro è chi sa pensare, ed insegnare a pensare. A ciò che ci succede, alle situazioni che ci prendono nella vita di tutti i giorni, agli incontri avuti, alle mani strette e alle parole dette. Perché se non ci pensi non diventeranno mai vita tua.

Saranno solo cose successe.

Maestro è chi è pronto a mettere a disposizione degli altri tutto quello che pensa e comprende per promuoverne la vita e la libertà.

Io credo che Gesù era uno che "insegnava con autorità" perché il suo insegnamento non si limitava alla parole ma passava attraverso la sua carne, i gesti che faceva, il modo con cui guardava le persone e da loro si lasciava avvicinare.

Gesù, come ricordano i due discepoli di Emmaus (Lc. 24,19), "fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo", perché ha fatto della sua vita il luogo in cui mostrare la concretezza delle sue parole e dei suoi insegnamenti.

In queste eucaristia, allora, preghiamo il Signore perché anche la nostra vita possa diventare sempre più manifestazione della fede che ci anima, della forza e della bellezza del nostro aver incontrato il Signore Gesù come maestro e testimone.

don Giampiero Ialongo

 

 

Il Vangelo di questa domenica ci mostra il legame vitale fra Gesù e la Parola, legame di cui si accorgono gli uditori poiché essa non è più solo suono ma diviene in Lui comunicazione di Dio allo Spirito dimorante nel cuore di chi ha fame di vita eterna. Ma è anche un testo in cui il Cristo si oppone ad uno "spirito impuro"; Gesù libera dal Male un uomo e da questi riceve il primo disvelamento della sua identità dopo quello del Padre in occasione del battesimo al Giordano. Questa cacciata del maligno ci offre l'occasione per riflettere sull'attività di esorcismo praticata dal Cristo ed ora dalla Chiesa e di come la parola autorevole ne sia il mezzo applicativo.

Nel mondo giudaico contemporaneo a Gesù, era credenza che il demonio fosse all'origine della malattia, della morte e del peccato. Gli esseni praticavano quest'arte e forse il loro nome "esseni" significava "guaritori", nome adottato pure dalla comunità religiosa egiziana affine a quella dei "terapeuti", guaritori dello spirito e del corpo.

L'esorcista incontrava l'indemoniato ma il demone, percependo le energie presenti nel terapeuta, subito opponeva resistenza: l'esorcista però sgridava e minacciava il demone, gli comandava di tacere e quindi gli ordinava di uscire dall'uomo posseduto. In questo scontro tra due potenze aveva una certa importanza la conoscenza del nome. E' così che molti demoni, appena vedono Gesù, lo attaccano chiamandolo per nome:

"Che c'è tra noi e te Gesù Nazareno? Io so che tu sei Il Santo di Dio" (Mc. 1,24).

"Che c'è tra me e te Gesù, Figlio del Dio Altissimo" (Mc. 5,7)

Gesù a questo attacco risponde senza atteggiamenti magici, ma con una parola di minaccia ("epitimao" nei LXX indica il minacciare di Dio) assume la funzione di JHWH nei confronti delle potenze caotiche demoniache. Gesù minaccia lo spirito immondo e poi ordina:

"Taci!" (Mc. 1,25)

"Spirito impuro esci da quest'uomo!" (Mc. 5,8)

"Spirito muto e sordo, io te lo ordino: esci da lui e non entrarvi più!" (Mc. 9,25).

Così gli spiriti immondi obbediscono a Gesù (Mc. 1,27) alla sua parola. Ogni rito di esercizio magico è ignorato dai Vangeli e Gesù non invoca mai il nome di una potenza ulteriore né fa appello ad un esorcista più grande di lui. Forse per questa mancanza di invocazione di un nome più grande Gesù è accusato di operare in nome di Belzebul, il principe dei demoni. In Marco le espulsioni di demoni sono quattro: l'uomo esorcizzato nella sinagoga di Cafarnao (1,23-26), l'indemoniato pagano di Gerasa (5,1-20), la figlia pagana della donna sirofenicia (7,24-30) e l'epilettico non guarito dai discepoli (9,14-29).

Si noti poi che in Marco significativamente il primo miracolo operato da Gesù è un esorcismo, e che questa sua attività interamente religiosa è attestata con forza anche dagli altri evangelisti come la principale occupazione di Gesù in Galilea.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma sull'esorcismo: é la domanda pubblica della Chiesa che, con autorità e in nome di Gesù Cristo, chiede a Dio che una persona o un oggetto sia protetto contro l'influenza del Maligno e sottratto al suo dominio. Gesù l'ha praticato (Mc. 1,25s). La Chiesa ha il potere di esorcizzare donatole da Gesù. L'esorcismo è praticato nel battesimo in forma semplice. L'esorcismo "solenne" è praticato da un sacerdote delegato dal vescovo. Bisogna procedere con prudenza, osservando le norme stabilite dalla Chiesa. Diverso è il caso di malattie psichiche la cui cura rientra nell'ambito delle scienze mediche: è importante accertarsi non si tratta di malattie [CDC 1272] (CCC. n. 1673).

Sant'ignazio di Antiochia (morto nel 107 d.C.) presenta la lotta tra Cristo e il diavolo, che continua nella storia della Chiesa. Con la seconda venuta, Cristo toglierà ogni potere al demonio. Il demonio è colui che spinge i credenti all'eresia.

La Lettera dello Pseudo-Barnaba (117-119) presenta Satana come il principe di questo mondo, che verrà distrutto dal Figlio di Dio. L'uomo, prima della fede, è come abitato dai demoni.

Il Pastore di Erma parla dell'angelo dell'iniquità, che è irascibile e porta l'uomo al peccato, ad una vita dissoluta e passionale. Il potere di Satana è vinto però dalla fede in Dio.

I Padri apostolici fissano la loro attenzione sull'opera di Cristo. Se parlano del diavolo è sempre in funzione di Lui. La sua opera è ostacolare quella di Cristo, allontanando l'uomo dalla via del Vangelo. Il cristiano non deve temere il demonio, che è stato già vinto. C'è uno spazio per la libertà umana, che mai viene tolta. Il martirio è il segno supremo di vittoria di Dio e di scelta libera dell'uomo per Lui: in questo modo il martire sconfigge il Maligno.

San Leone Magno (440-461). Il demonio è stato definitivamente sconfitto con la croce. Adesso è il diavolo ad essere incatenato. Egli commise un "abuso di potere". Credendo di avere diritti su Cristo, come su qualsiasi altro uomo, e credendo di averlo vinto, fu vinto.

L'ingannatore è rimasto ingannato: "Quei chiodi che trapassarono le mani e i piedi del Signore, trafissero il diavolo con ferite che non hanno fine e la sofferenza di quelle sante membra fu sterminio delle potenze ostili". Il Signore "nascose al diavolo, furente contro di lui, la potenza della propria maestà e gli mise davanti la debolezza della nostra umile condizione".

Ai nostri tempi, Paolo VI parlò in modo solenne dell'esistenza del diavolo:

a) Omelia del 29 giugno 1972: "da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio"; "Non ci si fida più della Chiesa"; e si vogliono soffocare i frutti del Concilio Ecumenico.

b) Udienza Generale del 15 novembre 1972: il male è "occasione ed effetto di un intervento in noi e nel nostro mondo di un agente oscuro e nemico, il demonio. Il male non è più soltanto una deficienza, ma un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà, misteriosa e paurosa.

c) Udienza generale del 21 febbraio 1977. Si parla del demonio come del principe di questo mondo, che ha un certo dominio sul mondo e si oppone a Dio.

Possiamo concludere ricordando che più avanti (3,13-15) nel suo Vangelo, Marco ricorda la chiamata dei dodici e le intenzioni programmatiche del Cristo sugli apostoli: "chiamò a sé quelli che egli volle […] perché stessero con Lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni".

La presenza del male nel mondo, lo sappiamo, è ancora viva e lo sarà, ma ai credenti è affidato il compito di combatterlo, ufficialmente ai vescovi e a coloro che da essi ne ricevono mandato, ma in modo più generico a tutti i battezzati, che attraverso la Parola assimilata e vissuta ricevono forza e grazia per opporvisi autorevolmente, producendosi in sempre nuovi percorsi di liberazione.

Daniele Salera

 

 

Una caratteristica importante del vangelo di Marco è rappresentata dalla predominanza delle azioni di Gesù sulle sue parole; sono pochi, infatti, i discorsi che compaiono in questo vangelo, mentre buona parte del testo contiene le opere compiute da Gesù, in modo particolare i miracoli. Per Marco, i miracoli sembrano caratterizzare la persona di Gesù; i miracoli, infatti, seguono la vita di Gesù fino alle porte di Gerusalemme. Gesù è maestro che insegna la via di Dio, ma contemporaneamente ha autorità, cioè ha potere di realizzare ciò che annuncia. Insegna la presenza di Dio e mostra all’opera questa presenza liberando l’uomo dal potere di satana. Proprio queste opere hanno portato Gesù alla morte: ma è la croce il miracolo per eccellenza, quello che ha fatto maturare l’autentica professione di fede.

Nella prima lettura Mosè annuncia al suo popolo la venuta di un profeta che trasmetterà la parola stessa di Dio. Dio manifesta la sua volontà per mezzo del profeta; profeta è chi parla in nome di Dio, di quel Dio che vuol essere presente nella storia del suo popolo, per portarlo a libertà.

 

v. 23: la prima azione che Gesù compie, dopo la chiamata dei discepoli, è un esorcismo e chiaramente non è per caso. Quest’azione di Gesù vuole avere un significato programmatico; si potrebbe dire che nell’esorcismo Gesù manifesta la vicinanza del regno di Dio. Il potere di satana, che appare un potere dominante sul mondo e nell’esperienza dell’uomo, viene contrastato e spazzato via dall’irruzione di un nuovo potere che si presenta attraverso la persona di Gesù. “Posseduto da uno spirito immondo”, è la traduzione di un testo che di per sé dice: «in uno spirito immondo», come se lo spirito immondo fosse il luogo in cui quest’uomo abita. Per spirito immondo dobbiamo intendere quello che sta all’estremo opposto rispetto alla santità di Dio. Dio è tre volte santo, la santità è la sua caratteristica essenziale; ebbene all’altro estremo dell’essere, a quello che è al di fuori della sfera della santità troviamo lo spirito immondo. Il fatto che quest’uomo fosse nello spirito immondo dice che è lontano da Dio. L’elemento essenziale di questa figura è la lontananza, l’inimicizia e l’opposizione a Dio.

 

v. 24: l’espressione «che c’entri con noi, Gesù Nazareno» vuole dire: la venuta di Gesù dentro la realtà concreta in cui si muove l’indemoniato è una venuta non prevista e non voluta, e, secondo questo spirito immondo, non corretta. Non corretta, perché Dio ha il suo spazio, il suo mondo, nel quale esercita una sovranità di santità; e a questo mondo appartiene Gesù di Nàzaret, perché è il santo di Dio. Ma lì c’è uno spazio di immondezza e di lontananza dalla santità, e in questo  spazio Dio non ha  niente a che fare: «Che c’entri  con noi, Gesù Nazareno?». È come la proclamazione di due spazi o di due sfere d’influenza, che sono radicalmente separate e incomunicabili. Uno è lo spazio su cui esercita la sua sovranità Dio; l’altro è lo spazio su cui esercita la sua sovranità lo spirito immondo. Il contenuto della predicazione di Gesù era che il regno di Dio si è avvicinato, che quindi in questo mondo la vicinanza della santità di Dio è ormai sperimentabile. Quello che lui ha annunciato con le parole lo si vede in questo incontro e confronto tra Gesù e lo spirito immondo.

 

v. 25: la realtà di questo spirito immondo è profondamente inserita nella vita di quest’uomo; c’è una radice di male e di opposizione alla santità di Dio che è profondamente radicata. La liberazione è sofferta, richiede sofferenza e strazio, però nello stesso tempo è una liberazione che avviene immediatamente e radicalmente. È il regno di Dio che comincia a manifestarsi; Dio incomincia a esercitare la sua sovranità sopra allo spirito immondo. Chiaramente il discorso va allargato. Questo è un uomo, ma in qualche modo vorrebbe essere un’immagine della condizione dell’uomo che, creato a immagine e somiglianza di Dio, quindi in comunione con Dio, con un legame strutturale di fondo che lo rapporta a Dio stesso, si è allontanato da Dio e vive sotto una potenza di male che tende a dominarlo. Quella potenza di male che le lettere di Paolo chiamano “il peccato”, ma intendendo per peccato non le trasgressioni (in quanto le trasgressioni sono solo l’effetto del peccato) ma una potenza, una forza capace di dominare, di imporre la sua volontà sulla libertà fragile e povera dell’uomo. Si tratta, dunque, della guarigione dell’uomo, quando la sua umanità è incatenata da un potere disumano e disumanizzante, da un potere che offusca nell’uomo l’immagine di Dio che dovrebbe essere il suo vero volto, la sua autentica vocazione.

 

v. 26: “Straziandolo” vuole dire: il fare uscire la potenza di male dal cuore dell’uomo significa in realtà una lacerazione; qualche cosa si lacera, si rompe, all’interno del cuore umano; perché questo potere di satana è un potere che si è infiltrato nelle vene dello spirito, ed estrarlo costa sofferenza: c’è un urlo che esprime questa lacerazione profonda. È il Regno di Dio che viene e incomincia a esercitare il suo potere, che è un potere di liberazione; l’uomo, schiavo di un potere di male, viene liberato per potere diventare portatore della santità di Dio, espressione dell’amore di Dio.

 

v. 37: Marco riconosce che l’uomo è un prigioniero senza forza: non si può chiedere all’uomo di conquistare la salvezza, perché non ne è capace, gli mancano le forze. È Cristo, infatti, che libera l’uomo; è la grazia di Dio che è all’opera in Gesù; all’uomo è chiesto solo che si accorga di questo intervento generoso e creatore di Dio. La dottrina di Gesù è nuova non per il suo contenuto, ma per la potenza divina che vi è connessa; quel maestro, infatti, realizza ciò che annuncia.

 

Appendice

Ed entrarono a Cafarnao. Significativo e felice è questo cambiamento: abbandonano il mare, abbandonano la barca, abbandonano i lacci delle reti ed entrano a Cafarnao. Il primo cambiamento consiste nel lasciare il mare, la barca, il vecchio padre, nel lasciare i vizi. Osservate il cambiamento. Hanno abbandonato tutto questo: e perché lo hanno fatto? Per trovare che cosa? Entrarono, dice Marco, a Cafarnao, cioè entrarono nel campo della consolazione, perché Cafar significa campo, Naum significa consolazione. Entrarono in Cafarnao, e subito, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava loro: insegnava affinché abbandonassero gli ozi del sabato e cominciassero le opere del Vangelo. Si stupivano della sua dottrina. Perché, mi chiedo, insegnava qualcosa di nuovo, diceva cose mai udite? Egli diceva con la sua bocca le stesse cose che aveva già detto per bocca dei profeti. Egli parlava e diceva oggi quello che già aveva detto per mezzo dei profeti: Io che parlavo, ecco sono qui (Is. 52,6) (Girolamo, Commento al Vangelo di Marco).

 

C’è un uomo con un demonio immondo che reagisce all’insegnamento di Gesù, alla sua parola, perché è un insegnamento con autorità, cioè che non solo dice delle cose, ma anche le realizza: sono parole che creano, che operano delle trasformazioni dentro all’uomo, quindi c’è una reazione istintiva e dura da parte di questa persona posseduta da un demonio immondo: Basta! (...) So bene chi sei significa che conoscere il nome di qualcuno vuol dire poterlo dominare. È come dire: ‘bada che sono capace di controllarti perché so chi sei, da dove vieni, so quello che vuoi, ma non ho niente a che fare con te’. Questo discorso è fondamentale: non riguarda esperienze strane di possessioni diaboliche... ma riguarda la nostra condizione e quello che la Parola di Dio esige nella nostra vita. (...) ...La potenza della Parola di Gesù sconvolge le nostre abitudini, ci può fare paura, può suscitare dentro di noi anche la reazione: ‘Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno?’, ma se abbiamo il coraggio di accettarla fino in fondo è capace di liberarci, di creare un cuore nuovo nell’amore, nella sincerità, nel dono. Bisogna solo avere il coraggio di lasciarci operare dalla Parola di Dio, anche quando abbiamo l’impressione che ci uccida, ci schiacci: Uscì da lui senza fargli alcun male: in realtà è una parola che sana (L. Monari, Tu sei prezioso ai miei occhi 82-4).

 

Gesù entra di sabato nella sinagoga di Cafarnao; lì impartisce il proprio insegnamento; lì libera un uomo dal potere del diavolo. Anche altrove Gesù parla all’interno di una sinagoga o, ancor più esplicitamente, all’interno della liturgica e sabbatica celebrazione della parola (cfr. Mc. 1,39; Mt. 4,23; Lc. 4,44; Mt. 9,35; Lc. 4,15). Né nell’episodio della sinagoga di Cafarnao, né negli altri si deve individuare (come pure a volte si è fatto) una qualsiasi forma di contrapposizione tra Gesù e il sabato ebraico; all’opposto vi si deve leggere una profonda compartecipazione. Girolamo afferma che Gesù insegnava di sabato affinché i suoi ascoltatori «abbandonassero gli ozi del sabato e cominciassero le opere del vangelo» e rincara la dose aggiungendo che lo spirito immondo dell’indemoniato rappresenta lo spirito di idolatria che aveva sedotto gli uomini della sinagoga. Beda il Venerabile, dal canto suo, sostiene che, per insegnare, Gesù «sceglie non il sabato giudaico -nel quale è vietato accendere il fuoco o adoperare le mani e i piedi- ma il vero sabato» e ciò dimostrerebbe che Gesù è al di sopra delle Legge. In realtà Gesù non vìola, né si contrappone al sabato; bensì celebra, al suo interno, la potenza della parola. È proprio questo ad essere attestato dagli ascoltatori quando proclamano l’autorità che pervade le parole e le opere di Gesù. (…) Nel suo comportamento Gesù non vìola affatto il sabato; al contrario, partecipa pienamente allo spirito della giornata destinata a celebrare e a proclamare la parola. Del resto, anche secondo la più rigorosa normativa rabbinica di sabato, è sempre lecito compiere guarigioni ed esorcismi attraverso la potenza della parola. La parola pronunciata non è mai violazione del sabato; anzi quando è sostenuta dall’autorità e dalla potenza che viene dall’alto è sua piena manifestazione (P. Stefani, Sia santificato il tuo nome, anno B, 102-3).

 

Tra gli uomini e anche qui, in ospedale psichiatrico, ci sono vari che si fissano di essere indemoniati, ma non lo sono affatto. Eppure ci sentiamo di dire che non possiamo non credere che il corpo dell’uomo possa ospitare “inquilini”, a volte anche indesiderati. Non sappiamo distinguere altro su questo tema. Nella lettera ai Corinzi c’è una simmetria tra uomo e donna che nella Bibbia ci pare inusuale. Una simmetria di “preoccupazioni” e di priorità che sembra istituire il matrimonio come chiamata centrale nella vita di coppia, intendendolo come storia che è destinata a durare se ha le cure adeguate degli sposi. Questa potente reciprocità, ogni individuo che non ha una relazione coniugale la può vivere con Dio stesso. Relazioni di questo tipo poggiano sull’umiltà, sulla stima dell’altro e sull’ascolto. Ascolto reciproco degli sposi, ascolto reciproco dell’uomo e di Dio. Ascolto più che parola. Misurare le parole è d’obbligo, infatti, soprattutto quando le parole vengono espresse come risultato di una relazione, soprattutto quando vogliono essere il frutto del rapporto con gli altri o addirittura del rapporto con Dio. Essere falsi profeti è un modo comodo e rapido di incrociare la benevolenza di molti, ma anche il più certo per finire schiacciati dalla propria idolatria (Gruppo OPG).

 

Passi biblici paralleli

Lc. 4,31-37: Poi discese a Cafarnao, una città della Galilea, e al sabato ammaestrava la gente. Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perché parlava con autorità. Nella sinagoga c’era un uomo con un demonio immondo e cominciò a gridare forte: “Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!”. Gesù gli intimò: “Taci, esci da costui!”. E il demonio, gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui, senza fargli alcun male. Tutti furono presi da paura e si dicevano l’un l’altro: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?”. E si diffondeva la fama di lui in tutta la regione.

v. 21

Mt. 4,12-16: Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata.

At. 13,14-15: Essi invece proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiochia di Pisidia ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, si sedettero. Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: “Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!”.

v. 22

Mt. 7,28-29: (Questi versetti concludono il primo grande discorso di Gesù nel vangelo di Matteo, capitoli 5-7) Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Gv. 7,45-49: Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: “Perché non lo avete condotto?”. Risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!”. Ma i farisei replicarono loro: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!”.

At. 6,9-10: Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei “liberti” comprendente anche i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, a disputare con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava.

Ger. 23,29: La mia parola non è forse come il fuoco - oracolo del Signore - e come un martello che spacca la roccia?

Mc. 7,6-8: Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.

Mt. 23,2-4.23-24: Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!

v. 23-24

Mc. 7,25-26: Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia.

Mc. 9,17-18.20: Gli rispose uno della folla: “Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti”. E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando.

Mc. 5,1-2.6-7: Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”.

Es. 14,12: Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto?

Gc. 2,19: Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!

Sal. 50,16-17: All’empio dice Dio: “Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina     e le mie parole te le getti alle spalle?”

Mc. 1,10-11: E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.

At. 3,14-15: Voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l’autore della vita.

Sal. 16,10: Perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.

v. 25-26

Mc. 1,34: Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Mc. 3,11-12: Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: “Tu sei il Figlio di Dio!”. Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.

Mc. 9,25-27: Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: “Spirito muto e sordo, io te l’ordino, esci da lui e non vi rientrare più”. E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: “» morto”. Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.

Mc. 4,37-41: C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”.

Lc. 11,21-22: Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino.

v. 27

Mc. 7,37: E pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

Mc. 5,16-17: Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.

Mc. 6,2-6: Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Mc. 3,28-30: In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “» posseduto da uno spirito immondo”.

Mt 11,20.23-24: Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite: E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! PerchÈ, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!”.

Lc. 4,23: Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”.

Mc 6,7: Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi.

Lc. 10,17-20: Isettantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

v. 28

Mt. 4,23-25: Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.

Mc.1,45; Mc. 15,31; At. 16,16-24.

www.figliedellachiesa.org

 

 

La prima lettura presenta il popolo di Israele ai piedi del Sinai atterrito da una teofania dove Dio si presenta con la sua Maestà, evidenziando la distanza infinità che c'è tra lui e l'uomo, il cui cuore è sconsacrato dal peccato.

Sul Sinai si scatena come un uragano, con nubi dense, fulmini laceranti l'aria, mentre il monte sussulta scosso da un terremoto, e in tutto ciò il suono di una tromba che segnala il sovrano di ogni cosa e quindi il giudice supremo. Questa teofania di Dio presente nell'uragano sarà più volte presente nei salmi a significare Dio invincibile di fronte ai nemici di Israele.

Il popolo, preso da timore e spavento, chiede che Dio non si manifesti più in modo così sconvolgente. A tale richiesta del popolo corrisponde una grande promessa del Signore: “II Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto”. Dunque un profeta che come Mosè sarà a capo del popolo, gli darà leggi e procederà a stabilire norme per il culto. Il parallelo con Mosè sta in questo, ma il futuro profeta sarà ben più di Mosè, poiché egli sarà la  manifestazione di Dio, la teofania di Dio. Quel profeta che verrà dovrà essere ascoltato: “Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto”.

Ma sappiamo che Israele non ascoltò il profeta annunciato, non ascoltò il Messia, Colui che è  l'automanifestazione di Dio, Colui che è il Figlio di Dio. Israele ascoltò invece altre voci. L'episodio di Gesù che entra nella sinagoga di Cafarnao presenta lo scontro tra la parola che viene da Dio e la parola che viene dal Demonio. Gesù entrato nella sinagoga cominciò a parlare. I presenti ne stavano ricevendo il fascino, sentivano la forza di Gesù, la diversità di Gesù dagli scribi, che parlavano senza autorità perché non si assumevano l'onere di vivere quanto stavano dicendo, ma piuttosto seminavano incertezze difficoltà, inciampi, prospettive terrene. La gente avvertiva la forza della parola di Gesù, si stavano creando le condizioni per un'adesione alla sua identità di Figlio di Dio, ma ecco un gridare orribile, una contestazione perfida e radicale. Era un uomo presente nella sinagoga che manifestava la sua orribile condizione di posseduto. Quel posseduto non era come gli energumeni che Gesù incontrò altre volte, era un uomo che non veniva legato con catene destinate ad essere spezzate, non era uno che abitava tra i sepolcri ed era l'incubo degli abitanti della zona, era uno che andava nella sinagoga, nei momenti di calma. Quello che gli scribi vi dicevano non lo doveva solitamente turbare, ma di fronte a Gesù che stava attirando a sé i convenuti nella sinagoga si infuriò. Il Demonio con forza cercò di distruggere il frutto che stava maturando nell'assemblea. “Sei venuto a rovinarci?”. Gesù viene presentato come nocivo, come un estraneo: “Che vuoi da noi?”. Satana odia l'amore, cerca di sopprimere l'amore, di impaurire l'amore. “Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. Queste parole sono rivolte a creare la confusione nell'assemblea. Gesù per gradi stava presentando la sua identità, e Satana vuole inquinare tutto e mettere nello smarrimento Gesù. Ma ecco che Gesù lo scaccia: “Taci! Esci da lui!”. Gesù lo scaccia e in tal modo abbraccia quella croce che un giorno lo serrerà a sé. Non lo scaccia con la sua sovranità di Dio, come Dio del Sinai, ma come l'Uomo-Dio che morirà per amore sulla croce. L'Amore vincerà l'Odio, e l'Odio ha già le sue prime clamorose sconfitte. Sul colle del Calvario ci sarà la piena teofania dell'amore e la sconfitta totale dell'Odio. Una nuvolaglia coprirà Gerusalemme insieme ad un terremoto: Gerusalemme che ha scelto il Dio del Sinai, che l'ha fatto diventare suo modello per giustificare la sua violenza, che si è dimenticata del tremore dei padri di fronte al Sinai fumante e infuocato, riceve un incalzare di nubi tempestose, buio, insieme ad un terremoto. Di fronte a Gesù, alla manifestazione del cuore amoroso di Dio, Gerusalemme si era arroccata al Dio del Sinai, svisato, piegato a giustificare la propria durezza, fino a rifiutare l'Amore, a condannare l'Amore, e così Dio addensò su di essa, contro di essa, i segni della teofania del Sinai, per farle ricordare, per richiamarla ad accogliere l'Amore, che un giorno nel deserto, in un momento drammatico eppur felice, aveva desiderato.

La parola di Gesù veniva dal Padre; quella di quell'infelice uomo della sinagoga veniva dal Maligno. Il mondo ha un principe: Satana. E di questo principe nero ne segue le istruzioni, ne assorbe l'essenza, che è l'odio. Non c'è da meravigliarsi se esso si scaglia contro la Chiesa. Ma quell'uomo era un posseduto; un posseduto in maniera astuta, in maniera che potesse entrare nella sinagoga e contestare la verità. Ma tanti e tanti sono i posseduti senza possessione, quanti di loro con libera volontà si lasciano possedere, credendo di essere liberi, credendo di essere salvi di fronte al Cristo. Le parole di quell'indemoniato come sono state spesso, e come sono spesso, sul labbro degli uomini: “Che vuoi da noi? Sei venuto a rovinarci?”. Ci verrebbe da dire che gli uomini non sanno e che bisogna applicare loro le parole di Gesù: “Non sanno quello che fanno”. In moltissimi casi è così, cioè combattono Cristo, misconoscendone l'esistenza, ma tanti sanno quello che fanno, pensiamo solo ai satanisti, ai profanatori dell'Eucaristia. Ma lasciamo questo buio, e rimaniamo nella luce, nella vita, nell'amore, nella pace, nella gioia, nella salvezza, che è Cristo. Amiamo l'Amore, e amiamo anche il trono fulgido dell'Amore: la croce.

Facciamoci conquistare dall'Amore; conquistiamo l'Amore, che si fa conquistare mediante il Cristo, l'imitazione di Cristo. Seguiamo l'Amore. Tutti sono chiamati a seguirlo. Consacrati e sposati, uomini d'orazione e donne d'orazione, hanno il loro avvio , il loro sostegno, la loro identità nel seguire Cristo.

Certamente san Paolo, fratelli e sorelle, ci sorprende con le sue parole a favore dello stato celibatario, ma indubbiamente senza alcuna svalorizzazione dello stato coniugale. Ci sorprende e per questo ci rassicura dicendoci che non ci vuole gettare un laccio, come invece fa il Male. Paolo parla di preoccupazioni, distrazioni, connesse allo stato coniugale, e ce lo spiega: “Chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso”. L'amore coniugale, ha la caratteristica che i due sono una sola cosa, una sola carne, e quindi incessantemente cercano di piacersi con attenzioni, condivisioni. I due non sono uniti solo quanto allo spirito, ma anche quanto alla carne, il che, sia chiaro, non vuol affatto dire legittimazione della lussuria. Ciò, ci dice Paolo, determina una diminuzione di concentrazione nel Signore. Voglio precisare che il consacrato non è che non ami gli altri, tutt'altro, ma egli ama solo spiritualmente, con pienezza soprannaturale, in un'adesione totale a Cristo. Ma, fratelli e sorelle, guardiamoci dal pensare che tra i consacrati e i coniugati ci sia un'incomunicabilità di valori. Tutt'altro! Il consacrato è testimone dei beni eterni, di una tensione totale verso il cielo nella fedeltà al suo presente sulla terra. La testimonianza dei consacrati nutre i coniugati aiutandoli contro il pericolo di un appiattimento alla terra. Mentre i coniugati, la famiglia, aiutano i consacrati a non evadere dalla storia, a servire la Chiesa, a seguire i laici nelle loro attività. Il matrimonio fornisce un'immagine cardine delle mistiche nozze tra Cristo e la Chiesa Il consacrato coglie la sponsalità di Cristo sulla base dell'immagine fornita dagli sposi. Ave Maria, causa della nostra letizia. Amen. Vieni, Signore Gesù.

padre Paolo Berti

 

 

Gesù trascorre il sabato a Cafarnao con i suoi primi discepoli, e manifesta la sua autorità fuori del comune insegnando e guarendo ammalati e ossessi. Così, fin dall'inizio del suo ministero, la sua fama si diffonde in quella terra di Galilea che dopo la pasqua diventerà il luogo della missione universale.

Gesù si reca nella sinagoga ed insegna. Dopo la catechesi della legge impartita da uno scriba, probabilmente Gesù ha letto un testo profetico e l'ha commentato, come a Nazaret, provocando stupore e ammirazione negli ascoltatori. A differenza degli scribi, che si preoccupano prima di tutto di spiegare la lettera del testo sulla base dei commenti dei loro maestri, Gesù si esprime come uno che sa di che cosa parla e non si limita a ripetere quello che gli è stato insegnato. Facendo riferimento unicamente a se stesso, si dimostra libero nei confronti della legge, che interpreta con autorità. La guarigione di un ossesso che lo interrompe con le sue grida conferma la potenza del santo di Dio, e non può che suscitare la domanda: Che è mai questo? Chi è quest'uomo?

Dobbiamo riconoscere che il racconto evangelico ci mette un po' in difficoltà. Oggi la medicina e la psicologia del profondo riconducono a un livello puramente patologico ciò che l'antichità attribuiva al mondo soprannaturale. L'indemoniato di Cafarnao probabilmente non è altro che uno schizofrenico. Ma che cosa si spiega con questo? Satana non potrebbe forse agire attraverso lo sdoppiamento di una personalità psicotica? Evitiamo di cadere in un nuovo tipo di conformismo ricorrendo esclusivamente alle scienze umane e alle filosofie del dubbio. È per liberarci dalle idee preconcette e dalle risposte prefabbricate che Gesù viene, ancora oggi, a parlarci con autorità.

"Vienna International Religious Centre"

 

 

Un buon Comandante. Fidiamoci!

Fa paura oggi entrare nella nostra società. Sembra uma giungla! E usiamo questo termine come se sapessimo cos'è una giungla. Ci sono vissuto per quarant'anni in quella vera. Mi considero ormai una guida esperta. E lo facevo per gli italiani volontari che venivano a trovarmi per collaborare. La peggiore? Quella dell'Amazzonia peruviana per raggiungere il più grande missionario mai conosciuto: padre Luis Bolla, salesiano tra gli Achuaras.

Eravamo senza una buona guida, perchè nessuno a San Lorenzo sapeva dove fosse il padre. Vaghe indicazioni e poi l'avventura, in sette desesperados! Era tempo delle piogge.

La giungla era super-complicata, invasa dai fiumi straripati. Nessuna, indicazione, nessuno cui domandare; all'avventura più spericolata. Tutti abbiamo sperimentato la famosa Provvidenza, anche i meno cristiani! Ma ce l'abbiamo fatta per grazia ricevuta; a che prezzo però...

Da solo ho affrontato la giungla dell'Amazzonia brasiliana tra Porto Velho e Manaus. Eravamo in tre: io, la paura, il pericolo! Mi sono salvato a grida alla Vergine, a voglia matta d'arrivare e a volontà estrema: se mi fossi fermato, quella volta su un sub-affluente del Rio Madeira, mi sarei perduto. Morto. Avessi avuto una guida di cui fidarmi!

Nessuno accettò.

Incontro sempre più gente - tanti giovani! - nella nostra giungla attuale. Alcuni (in aumento!) sono senza casa, senza lavoro, senza famiglia, senza denaro, malati, disperati. Ma anche noi, al prendere in mano la nostra vita prima o dopo ci accorgiamo di essere entrati in uma terribile giungla. Sappiamo che fine potrebbe fare una gallina, una mucca, un cane, come pure un fiore, uma pietra, un fiume. Ma IO - la mia vita - con tanti problemi, magari diversamente abile, senza amici, senza uno che si prenda cura di me ? O anche IO - e il mio futuro.

Dove dovrò arrivare? Cosa devo diventare? Perchè tutto buio? C'è un dopo o un niente? E poi quel Dio che dovrebbe aiutarmi, di fatto c'è per me, provvede a me, o mi ha dimenticato? Ancora: non basterebbe la mia intelligenza, la mia volontà, il mio capitale, io insomma?

E arriva il momento del dubbio che diventa sistematico, continuo, opprimente. E' successo a grandi uomini, a santi, a potenti, a ricchi. Quindi... ci manca la risposta concreta, capace di sciogliere tutti i dubbi.

Ho incontrato nella mia vita alcuni matti-matti, che ai tempi di Gesù si chiamavano indemoniati, posseduti da spiriti maligni, ai quali Egli ordinava perentoriamente: Taci ed esci da questo uomo! C'è chi nega l'esistenza di questi spiriti, tanto ne sono posseduti! - Ci sono, eccome!

Mica Gesù comandava a fantasmi tipo halloweens. Chi li nega, probabilmente ne è tanto posseduto da non capirsi più: c ' è il dèmone dell'orgoglio in noi che è il peggiore e più forte di tutti, l'ultimo ad essere esorcizzato da Cristo, se noi c i rimettiamo nelle sue mani.

Se comparisse oggi un esorcista nelle nostre piazze, nei super-mercati e facesse davvero quello che Gesù ha fatto a Cafarnao nella sinagoga, sarebbe una notizia da prima pagina.

Eppure c'è. Ma siamo così indemoniati che non gli crediamo, come non gli credettero gli scribi, i farisei, i capi del Popolo d i Dio. Erano tanto indemoniati da dichiarare il Santo d i Dio, Gesù, figlio del demonio-capo!

E morirono nel loro peccato, dopo che s i sparse la notizia della Risurrezione di quel profeta-messia, messo in croce e quindi reso innocuo per sempre.

C'è, c'è Gesù, annunciato solennemente già da Mosé come il grande profeta, al quale dare ascolto. Egli há autorità di Parola e di fatti: parla, guarisce, orienta la vita, guida verso il Regno. Anche oggi risuona lo stesso ordine: Taci, spirito maligno! Esci da costoro! Da tutti noi, Gesù!

Non cerchiamo, tutti, una vita autentica, che almeno abbia lieto f ine , anche se per arrivarci incontreremo spine e croci? Noi non conosciamo il cammino, ma la Guida Buona, il profeta d i Dio , il nostro Salvatore lo conosce: anzi , è Lui stesso.

San Paolo ci dà un buon consiglio: "Comportatevi degnamente e restate fedeli al Signore, senza deviazioni" (1Cor. 7,3-5).

Ec c o , senza deviazioni, come purtroppo stanno facendo molti che dicono di essere cristiani e poi non accettano le norme della vita buona, del buon matrimonio, del rispetto della domenica durante la quale Cristo vuole esorcizzarci, curarci, insegnarci la via, nutrirci per non svenire lungo il cammino.

Il discepolo di Gesù passa - grazie a Lui - dalla schiavitù alla libertà di figlio di Dio; a sua volta poi annuncia ad altri le meraviglie che Dio ha fatto in lui. Ne diffonde la fama e dimostra con una vita diversa quanto è bello essere guidati da Cristo, accolto come Messia, guaritore, profeta, Cammino, Luce, Verità e Vita.

Abbiamo bisogno d i una certezza per la nostra vita da giungla: la nostra guida è con noi , è sicura; sa prendersi cura d i ognuno di noi liberandoci dal maligno (ma liberaci dal Maligno!), fa udire la sua Parola costantemente. Non ci fa mai mancare il cibo del viandante (viatico), l'eucaristia. Conosce la meta: il Regno; ha già sgombrato i l sentiero nella giungla con la sua risurrezione. Ci chiede di non deviale da Lui, di ascoltarlo sempre, di riceverlo in continuità. Israele arrivò alla Terra Promessa con Mosé. Noi , com Ge sù,nel cielo!

d. Tiziano Sofia sdb

 

 

La sinagoga di Cafarnao era una sinagoga importante. Ci dovevano essere degli scribi prestigiosi. Ma quando quel sabato entra Gesù con i suoi, è lui che tiene l'insegnamento. E soprattutto insegna

con autorità.

Cioè? L'espressione, ci dicono, potrebbe essere tradotta: con autorizzazione.

Gesù è autorizzato a parlare. Da chi? Da Dio.

Gli scribi sapevano tutto sulla Legge. Ne spiegavano ogni punto fino al cavillo con erudizione infinita. Il loro sforzo era quello di trasmetterla fedelmente, conservandola integra attraverso il tempo. Il loro impegno era salvare il passato.

Gesù invece ha un insegnamento nuovo. Egli apre il futuro.

L'autorità degli scribi era tutta nella Legge, o in chi l'aveva interpretata prima.

L'autorità di Gesù è in lui stesso. Lui è la Parola. E l'assemblea lo percepisce. Vede il nuovo irrompere sulla scena, attraverso la parola potente che porta libertà. Al suo avvento subito il male è smascherato e il maligno affrontato e rigettato indietro.

Gli scribi, tutti intenti a spiegare le leggi di purità, non si accorgevano nemmeno che l'impuro era in mezzo a loro. Esso non era disturbato dalle loro sofisticate disquisizioni e se ne stava lì tranquillo. Ma non appena arriva il Santo, lo spirito impuro sobbalza e tenta una disperata difesa: Che cosa vuoi, Gesù di Nazaret?

Come a dire: questo è nostro territorio. So che sei venuto a distruggere il nostro dominio, perché tu sei - io lo so - il Santo di Dio!

Secondo la prassi degli esorcisti di allora, il punto di forza era nel conoscere il nome dell'avversario. Questo dava un certo potere su di lui. Quindi lo spirito impuro vuole prendersi questo vantaggio, e fa mostra di sapere chi è Gesù. Ma con Gesù non funziona. Ecco la novità. Gesù non è un avversario qualunque. In lui il regno di Dio avanza e quello di satana retrocede inesorabilmente. Lo spirito immondo si contorce invano. La sua mossa non è servita che a rivelare l'identità di Gesù e a dare involontaria testimonianza della sua autorità: Gesù lo comanda con una sola parola: Esci.

Tanta è la sua autorità che la folla è sbigottita, e noi percepiamo che l'insegnamento "nuovo" di Gesù è quello su se stesso: Io sono l'inviato di Dio.

La gente non riesce a crederci. Come? Proprio qui, in questa nostra sinagoga, proprio oggi, l'inviato di Dio in persona? Non avrei mai creduto di vederlo faccia a faccia… Ma sarà proprio lui?

Comprendiamo lo stupore e la diffidenza. Ma pensiamo a noi: come, proprio qui, proprio oggi in questa chiesa c'è Gesù vivo? E io lo posso prendere tra le mani? Ma sarà proprio vero?

Non è la sapienza da intelletuali che ci aiuta. È il cuore dell'innamorato, che si getta nell'abbraccio, e trova il Signore vivo.

don Attilio Giovannini

 

 

L'essenza della fede cristiana consiste nel credere fermamente che Cristo è morto e risorto. Tutto il resto sono parole vuote.

Il cristianesimo non è una morale, non è una forbita ed arabescata teologia, non è un attrezzatissimo Codice di Diritto Canonico, non è una istituzione con una coloritura celestiale a sfondo angelico.

Esso non fa venire i calli al cervello per il troppo pensare, ma alle ginocchia per il molto pregare. Non è un ballare di turiboli per i presbitèri con volute di incenso tali da intontire, ma capacità di creare spazio in cuori ingolfati da troppe inutili emozioni, per ascoltare il silenzio della Parola che ha bisogno di vuoto, non della zucca, ma delle intenzioni fondanti la nostra esistenza.

Solo così il cristiano può vivere coerentemente la vocazione che l'odierna Parola gli assegna: quello di essere profeta di Dio in mezzo all'umanità attuale. Nell'elencare le caratteristiche irrinunciabili della vocazione profetica, e nel descrivere la testimonianza ad essa data da Gesù, dobbiamo prendere atto che la Scrittura non fa sconti di alcun genere.

La prima lettura tratta dal libro del Deuteronomio, in estrema sintesi e con una semplicità e chiarezza cristallina, squaderna davanti alla nostra intelligenza e libertà, le condizioni per essere profeti credibili. Con parole inequivocabili Jahveh dipinge il quadro esistenziale della missione profetica, che non è riservata ad una casta di privilegiata, ma offerta a tutti quelli che lealmente sono disposti a farla propria.

Il profeta, che agisce secondo il cuore di Dio, ha sulle sue labbra non parole qualunque, inflazionate dalla insopportabile logorrea tipica di chi parla di nulla e chiacchiera di tutto, ma solo le parole divine, scovate con la fatica dello studio biblico e purificate e filtrate dal crivello del silenzio della preghiera e della sobrietà del desiderio.

Dio non sbraita, ma comanda mediante il soffio leggero e, per un orecchio non allenato, quasi impercettibile del suo Spirito. Ed il suo comando richiede un ascolto molto attento di cui saremo chiamati a rendere conto. A questo proposito l'autore del Deuteronomio ha una franchezza scarna: "Chi tradisce la parola di Dio, morirà".

Decisamente il mestiere del profeta non è facile e per tutti. Il brano evangelico di Marco, attraverso la persona di Gesù, ci presenta un esempio pratico di profezia all'opera.

Innanzitutto Gesù insegna la Parola. Non si limita, come gli scribi, a blaterare balbettando. E' autorevole, ci mette la faccia, non si nasconde dietro le interpretazioni dei vecchi rabbini. Si espone al giudizio altrui.

Coinvolge, tanto da scovare gli uditori dagli anfratti del loro vivere banale e da invogliarli a liberarsi dai miasmi delle loro impurità. Fa questo senza artifici diplomatici, ma con passione ed autorità che stupisce ed inquieta: "Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!".

A questo proposito, non dobbiamo dimenticare che nel linguaggio di Marco l'aggettivo "immondo" denota più una situazione di opposizione al volere di Dio che non un giudizio a sfondo morale. Prendendo atto della schiettezza e della franchezza di Gesù ci mettiamo, involontariamente, nei guai.

Se essere veri profeti significa pensare ed agire come Gesù, noi che tipo di profeta incarniamo nella vita di tutti i giorni? Con il nostro belare, scodinzolare, distinguere, soppesare con prudenza, agire cauto e circospetto, operare non del tutto disinteressato, strisciare bavoso ed opportunista, predicare verboso e petulante quali situazioni di opposizione e di rifiuto a Dio riusciamo sanare?

l male, l'ingiustizia, la violenza, la diseguaglianza sociale radicata nel furto eretto a sistema, l'egoismo dilagante, il borghesismo clericale ricco di sacri lardi e scarso di idee, la non povertà della Chiesa quali parole profetiche mettono sulle nostre labbra?

Il nostro vivere cristiano è ricco solo di buone novelle, o è infarcito di buone notizie testimoniate e non solo decantate tra inutili e sterili canti, inni e suon di giubilo?

Ermete Tessore sdb

 

 

Gesù, Profeta di Dio

La pagina del Vangelo di Marco, che abbiamo ascoltato, è dominata dalla figura gigantesca di Gesù che insegna con autorità, e comanda allo spirito immondo di lasciare libero quel povero uomo posseduto da lui.

Gesù si rivela "il Profeta di Dio", quel Profeta promesso da Dio al popolo d'Israele ai tempi di Mosè: "Io susciterò un profeta e gli porrò in bocca le mie parole, ed egli dirà loro quanto gli comanderò" (come ci dice la 1ª lettura)

Gesù non è semplicemente un profeta, ma è il profeta per eccellenza che porta a compimento tutte le profezie di Dio e le realizza in se stesso.

Non è solo il portavoce di Dio, che dice quanto Dio gli comanda, ma Lui ed il Padre formano una cosa sola; tra Lui ed il Padre vi è perfetta identità di pensiero e di volere, tanto che Gesù può dire "la mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato" (Gv. 4,34)

Gesù è il Profeta che insegna con autorità, a differenza degli scribi e dei dottori della legge che fanno sempre solo riferimento ad altri. La sua autorità gli proviene dal fatto che Egli è il Figlio di Dio, la Sapienza del Padre, insegna una dottrina nuova e la conferma con i miracoli, come quello di liberare l'indemoniato dalla potenza del male.

Gesù mette in guardia gli Apostoli, i discepoli e quindi anche noi, dai falsi profeti: "Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci"; ed insegna come smascherarli: "li riconoscerete dai loro frutti. L'albero cattivo non può dare frutti buoni" (Mt. 7,15-18)

Nel Vangelo inoltre Gesù ci dà un ulteriore criterio per smascherare i falsi profeti: sono falsi profeti quelli che insegnano una dottrina diversa dalla sua.

Al demonio che, attraverso l'indemoniato, contraddice quanto Gesù sta insegnando nella sinagoga di Cafarnao, Gesù comanda perentorio "Taci! Esci da quell'uomo. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui".

Ne consegue che sono veri Profeti di Dio solo quelli che insegnano la dottrina di Gesù, cioè la Chiesa, il Papa, i Vescovi, i genitori e gli educatori.

Se vogliamo essere sicuri di seguire Gesù, Profeta di Dio, non dobbiamo fare altro che seguire gli insegnamenti che ci vengono dalla Chiesa, e da quanti il Signore ha posto a dirigere la nostra vita. A loro Gesù assicura: "Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me, e chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato" (Lc. 10,16).

Già a Mosè Dio aveva ammonito: "Se qualcuno non ascolterà le mie parole che egli (il profeta) dirà in mio nome, io gliene domanderò conto". Abbiamo pertanto la sicurezza che siamo nella verità e nel giusto se seguiamo quanto Gesù ci insegna attraverso i suoi rappresentanti.

Dobbiamo anche ricordare che ogni battezzato, e quindi ognuno di noi, è "profeta di Dio" perché è partecipe dell'ufficio profetico di Cristo.

Il Battesimo ci costituisce "portavoce di Dio", banditori del vangelo di Gesù al mondo, attraverso la nostra parola, le nostre opere, attraverso la nostra vita. Quale dignità la nostra, ma quanta responsabilità!

Ci incoraggiano, in questo, i tanti Santi e le tante Sante che sono a noi vicini, nostri fratelli e nostre sorelle che altro non hanno fatto se non seguire gli insegnamenti di Gesù con radicalità di vita e sono diventati per noi veri profeti, saggi maestri e modelli di santità.

Guardiamo a Don Bosco. Scopo della sua vita è stato quello di condurre i giovani, tutti i giovani, ma specialmente quelli più soli, a Gesù attraverso la devozione a Maria.

Don Bosco è diventato l'apostolo dei giovani, il profeta dei giovani, portandoli, con il suo insegnamento ed il suo esempio, ad amare Gesù, in modo anche eroico, come hanno saputo fare san Domenico Savio, ragazzo di 15 anni, e tanti giovani generosi che don Bosco ha indirizzato sulla via della santità.

Ci aiuti don Bosco a seguire il suo insegnamento di santità, che altro non è se non il Vangelo di Gesù che ci ripete: "Chi mi ama, mi segua", e saremo anche noi, nel nostro piccolo, profeti di Dio per il bene dei giovani.

don Mario Morra sdb

 

 

Non indurite il cuore

Questa IV domenica del Tempo Ordinario la liturgia ci offre un richiamo tra la prima lettura e il Vangelo e si completano, così come la promessa esige il dono, e l'attesa invoca la venuta.

Oggetto della promessa e dell'attesaè il grande profeta che Dio susciterà come un secondo Mosè.

Il profeta non è soltanto colui che predice o svela un evento futuro.
Egli è prima di tutto un intermediario con l'Assoluto, portatore fedele della parola di Dio.

Gesù viene presentato nel Vangelo non solo come colui che chiude storicamente la serie dei profeti antichi, ma come colui che porta a compimento le promesse, colui nel quale si svela e si realizza il progetto di Dio sull'umanità.

La prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio, ci presenta Mosè che parla al popolo, che riferisce la parola del Signore. Compito stesso, infatti, del profeta è proprio quello di essere intermediario tra Dio e il popolo e viceversa tra il popolo e Dio.

Mosè icona della Legge, colui che per volere di Dio ha dotato il popolo della Legge di Dio, ora predige un altro profeta, al pari di lui a cui dare ascolto. Un compito serio e importante, dunque, quello del profeta; compito che Dio stesso gli affida ed esige che sia portato avanti secondo il suo volere.

Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, Paolo ci pone un'esortazione che è ben lungi dall'essere lontana da noi.

Chi infatti non vorrebbe vivere senza preoccupazioni, come dice Paolo?

Chi non vorrebbe trovare soluzione ai problemi che la vita offre ogni giorno, chi non vorrebbe una vita tranquilla e serena senza troppi ostacoli?

Ma forse le preoccupazioni che Paolo intende sono differenti da ciò che intendiamo noi oggi. Per lui, infatti, vivere senza preoccupazione è una condizione basilare per vivere il rapporto di fede col Padre stesso. E così, ancora una volta, Paolo ci addita quella misura alta della vita, che non può mancare in chi si mette alla sequela di Cristo.

Nell'episodio evangelico, Marco inizia il racconto dell'attività pubblica di Gesù e inizia lo svolgimento del suo tema più importante: chi è Gesù? Due cose sono subito affermate con chiarezza, anche se non ancora svolte compiutamente (Marco le svilupperà piano piano lungo l'intero Vangelo): l'insegnamento di Gesù è nuovo e diverso da quello degli scribi, la sua autorità si impone persino sugli spiriti maligni.

"Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi".

La stessa annotazione - con qualche variante - è ripetuta alla fine dell'episodio: "Che è mai questo?

Una dottrina nuova insegnata con autorità".

Come si vede, l'interesse principale di Marco riguarda l'insegnamento di Gesù, non però il che cosa, ma il come, non il contenuto ma le modalità. E difatti per ora nulla si dice di preciso sul contenuto dell'insegnamento: c'è tempo per farlo. L'evangelista svolge l'argomento secondo una sua pedagogia che va rispettata. Marco avverte subito che l'insegnamento di Gesù colpisce e fa problema, e non è assimilabile agli schemi conosciuti.

Così sorge la domanda: che è mai questo? Insegnamento nuovo non significa semplicemente qualcosa di non mai detto prima o di non mai sentito altrove. Non si tratta semplicemente di una novità cronologica.

Nella parola di Gesù si avverte la presenza della novità di Dio, una novità qualitativa.Se c'è un tempo - ma è sempre stato così - in cui c'è bisogno di profeti, è questo.

Ossia di uomini e donne che dialoghino con chiarezza, e direi con il coraggio che viene dal sapere che quello che affermano non è una loro opinione, che può essere discutibile, ma la verità che viene solo da Dio.

Assistiamo tutti i giorni ad una mentalità che cerca di imporsi come verità della vita, direi ancora meglio "bene" della vita, e non accetta di essere contrastata. Vuole via libera ad ogni costo.

L'uomo non è Dio e non può assolutamente dare ciò che è di Dio.
Ha bisogno di Dio, perché Dio è la sola atmosfera in cui è possibile vivere.
Senza Dio il mondo diventa un inferno di violenza, egoismi, abbattendo ogni regola di amore e dando via libera al male.

L'inizio della missione pubblica di Gesù è l'inizio del nostro prendere coscienza a ciò cui siamo chiamati; ad essere testimoni di quanto egli ha vissuto e insegnato in parole e opere così da poter ricalcare le sue orme nel nostro tempo contemporaneo.

Luca Desserafino sdb

 

 

"Insegnava loro come uno che ha autorità" (Mc. 1,21-28)

A Cafarnao, patria d'elezione di Gesù, si è svolto l'inizio del suo ministero, la chiamata degli Apostoli, l'insegnamento e i miracoli fondamentali. Il miracolo della guarigione dell'uomo posseduto da uno spirito immondo, di cui ci parla il Vangelo d'oggi, sottolinea l'autorità con cui Gesù domina le forze del male.

Sono fatti indiscussi, che richiamano intorno a Lui l'attenzione delle folle e rendono possibile il suo insegnamento: "La sua fama si diffuse subito dovunque in tutti i dintorni della Galilea".

Oggi si parla molto, e giustamente, del valore profetico della testimonianza cristiana: è un segno di giovinezza e perennità della Chiesa.

Noi sappiamo che colui che in mezzo a noi ha autorità, continua sempre ad essere Gesù: è Lui il profeta delle nostre coscienze, e con Lui anche noi, come gli Apostoli, siamo chiamati ad essere profeti del mondo.

La forza della parola deve accompagnarsi a quella delle opere, che devono testimoniare la nostra piena appartenenza a Gesù. Agiamo quindi con fortezza e semplicità, nulla temendo, con coscienza limpida, non colpendo gli uomini, che sono da salvare, ma quanto in essi uccide la loro condizione di figli di Dio, la loro appartenenza a Gesù.

In qualsiasi parte del mondo siamo, in qualsiasi condizione sociale ci troviamo, noi abbiamo un punto di riferimento: Colui che ha parlato con autorità, e alla cui voce le forze del male cedono irresistibilmente.

 

Nei pressi di Chester, in Inghilterra, il giornalista George Borrow un giorno passò dinanzi ad una carovana di zingari in sosta, quando fu scambiato da quella gente per un sacerdote. Gli uomini gli dissero: - Mister, prete o ministro o pastore che siate, fermatevi un momento con noi, diteci una buona parola, parlateci di Dio!

Borrow rispose: - Io non sono ministro, né pastore: il Signore abbia pietà di voi; è tutto quanto io posso dirvi.

Gettò alcune monete ai bambini e riprese il suo cammino. Ma una zingara gli gridò dietro le spalle: - Tenetevi il vostro denaro, dateci invece Dio… "Give us God!: dateci Dio!".

 

L'episodio è sorprendente, perché siamo abituati ormai ad affrontare una realtà ben diversa, con esigenze ed aspirazioni di tutt'altro genere: da una parte i poveri e gli affamati, che non possono nemmeno permettersi il lusso di pensare alla fede e alla religione, perché unicamente preoccupati per poter sopravvivere; dall'altra parte i ricchi e i benestanti, che si disinteressano della religione e di Dio, perché sono adoratori di se stessi, delle loro passioni e delle loro comodità.

Invece, dovremmo considerare come priorità assoluta questa fame di Dio, che stimola le anime più semplici e più sincere a desiderare l'insegnamento di Gesù, la sua dottrina sempre nuova, la sua grazia sempre abbondante.

 

Nel meraviglioso libro intitolato "I ladri di Dio", Maria Winowska racconta che certi abitanti della Siberia dicevano alle Suore polacche deportate dai Russi ai lavori forzati: "Parlateci di Dio".

E quelle giovani religiose, che lavoravano tutto il giorno fino a cadere per lo sfinimento, di notte insegnavano il catechismo agli adulti e ai bambini, che venivano a vederle, sfuggendo alla vigilanza delle guardie.

"Parlateci di Dio!", gridano le anime perdute nel deserto delle nostre città, nella solitudine di una vita infelice.

"Parlateci di Dio!", si grida in questo secolo d'inflazione di carta stampata. L'uomo, fortunatamente, ha sempre fame di Dio" (Ada Carella).

 

Quando noi stessi siamo insoddisfatti di tutto e di tutti, è segno che la nostra anima è assetata di Dio, di Gesù e perciò tuffiamoci in Lui.

Il brano evangelico d'oggi riporta una frase degli ascoltatori di Gesù nella sinagoga di Cafarnao: questa è "una dottrina nuova". In che consiste tale dottrina e dov'era la novità?

Bisogna ricordare che la "buona novella", predicata da Gesù, fondamentalmente era la rivelazione che Dio è Padre e ci ama, che dobbiamo amarLo sopra ogni cosa e che, essendo figli di Dio, dobbiamo amarci tra noi.
Tutto il resto della vita non merita la nostra preoccupazione, come dice l'epistola di San Paolo: si ha da realizzare unicamente l'amore con la grazia, cioè con la partecipazione della vita divina.

La novità della dottrina di Gesù si può intendere in vari modi, che sarebbe troppo lungo enumerare, paragonandola con l'insegnamento dei profeti e delle rivelazioni precedenti; ma, principalmente, ci sembra possibile individuarla nella sua extra-temporalità, cioè il trovarsi fuori del tempo: infatti i filosofi, gli scribi, i saggi di tutto il mondo insegnavano per il loro tempo, nei limiti di una visione circoscritta ad un'epoca ed alle contingenze, con le prospettive dell'incompiuto.

(Invece) l'insegnamento di Gesù è qualcosa che supera le categorie di tempo e di spazio: viene dall'eternità e si proietta sull'eternità. Per questo è sempre nuovo e non si ripete mai nel cambiamento di luoghi e nel fluire dei secoli.
Gesù viene a portarci un fuoco consistente, duraturo, travolgente: "Luce da Luce", calore da calore, incendio da incendio, il Figlio di Dio sparge fiamme nell'universo immenso e di là dai millenni; fiamme inestinguibili in ogni anima come in tutti gli esseri, affinché ognuno sia illuminato, acceso, divorato dall'amore e realizzi la verità e le sue opere.

Scrisse Bourget: L'uomo vale soprattutto per la fiamma che porta in sé. risplende? Subito si propaga. La sua fiamma è vacillante o estinta? Allora non esercita più alcun'influenza. Egli cessa di bruciare le tappe e non le fa più bruciare da nessuno. L'irraggiamento di un essere è in funzione di questa vita interiore che possiede".

Cioè noi riusciremo ad illuminare le anime solo in quanto ci lasceremo illuminare da Gesù e dal suo insegnamento.

 

Ne libro di Emilio Radius, intitolato "Gesù oggi" (Milano 1966) si possono ammirare le illustrazioni di un anonimo bolognese che, tra l'altro, raffigurava alcuni bambini intenti a costruire un manifesto strappato da una mano sconosciuta: dalla paziente ricostruzione di quei pezzettini di carta balza fuori il volto del Salvatore e il commento della tavola è il seguente: "I fanciulli ricompongono il volto di Gesù, che gli uomini hanno lacerato".

 

E' un richiamo ed una lezione per noi adulti, che spesso, con le nostre colpe ed errori, abbiamo lacerato gl'insegnamenti di bontà, di giustizia e del bene comune: dopo di noi i giovani, resi saggi dal disastro delle nostre esperienze, sapranno captare meglio l'insegnamento del Maestro per eccellenza?

"Docens per castella… : Gesù andava in giro ammaestrando nei villaggi". Nostro Signore impiegò i pochi anni della sua attività pubblica passando da un luogo all'altro insegnando: 30 anni di ubbidienza, 3 anni di scuola in piazza, 3 ore di agonia in croce…

Avrebbe potuto dedicarsi a qualche impresa sociale, come la liberazione degli schiavi o l'emancipazione della donna; avrebbe potuto passare il suo tempo moltiplicando i pani o a inventare nuove macchine, che so io, costruire alloggi gratuiti o eseguire difficili operazioni chirurgiche; avrebbe potuto conquistare la luna o viaggiare in qualsiasi costellazione del cielo, insomma poteva fare opere straordinarie a vantaggio dell'umanità ed eccellere in tutte le arti o nelle imprese più rischiose…

E invece, niente di tutto questo. Volle limitarsi ad un'attività oscura, che non destava certo l'invidia dei suoi contemporanei, né l'ammirazione dei potenti. Ma sapeva che parlare di Dio alle anime valeva e vale assai di più che qualsiasi altra opera benefica o qualsiasi strepitosa impresa.

Scrisse Van der Mersche: "La salvezza dell'anima di un lavoratore vale assai di più di tutte le macchine con cui egli lavora, di tutti gli stabilimenti, le banche, le borse, di tutte le civiltà".

Questo è il pensiero di Gesù: "Che giova mai all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l'anima?" (Mt. 16,26).

Ed è anche il pensiero di Don Bosco: "La miglior opera che si possa che si possa fare al mondo è trarre le anime a Dio" (MB 1,442).; "Aiutami a salvare molte anime e prima, la tua" (MB ,620).

La Madonna vede le anime che si perdono e con insistenza divina ripete: "Penitenza! Penitenza! Penitenza!".

Così a Lourdes, così a Fatima. Ella vede l'angoscia del mondo e il dramma che in esso si sta giocando e indica nella preghiera l'arma invincibile: "Pregate, ragazzi; pregate!".

E' una mamma che ci supplica: non possiamo restare insensibili. Le anime sono assetate di Gesù. Dissetiamole di Lui e della sua divina Mamma.

don Severino Gallo sdb “Repertorio omelie” (+)

 

 

"Una dottrina nuova, insegnata con autorità"

Il brano di Vangelo di questa Domenica è centrato sull'idea della "novità" e della "autorevolezza" dell'insegnamento di Gesù. Qualcosa che dovette fare enorme impressione sui primi ascoltatori, se l'evangelista nota espressamente che essi "erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi" (v. 22). Tanto che il fatto pone ai frequentatori della sinagoga di Cafarnao, in quel giorno di sabato, l'interrogativo sull'identità del misterioso personaggio che si comportava in quel modo: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!" (v. 27).

Nel frattempo Gesù aveva compiuto il miracolo della liberazione di un indemoniato: però questa, come si dirà, è considerata solo come "consequenziale" al fatto che egli parlava "con autorità".

Al centro di tutto, perciò, sta questo "parlare" ed "insegnare" di Cristo con "potenza" (eksusía, in greco).

"Il Signore tuo Dio susciterà per te un profeta pari a me"

In questo senso il nostro brano si ricollega molto bene con la prima lettura, ripresa dal Deuteronomio (18,15-20), in cui Dio promette a Israele di suscitare tra di loro, in continuità con il servizio fatto da Mosè, un "profeta" che sia come portavoce dei suoi voleri, e come "coscienza critica" permanente della fedeltà del popolo alle leggi dell'Alleanza: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me... Gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto" (Dt. 18,15.18-19).

Proprio agli inizi del Nuovo Testamento l'attesa di un tale "profeta" doveva essere molto sentita, dato il clima di incertezza e di disorientamento spirituale tipico di quel tempo: è per questo che Giovanni viene interrogato se per caso non sia lui "il profeta" (Gv. 1,21). Nel suo invito a "convertirsi", infatti, e nel suo rigoroso atteggiamento di "penitenza", la gente avvertiva come il riemergere di un antico fuoco che in Israele non si era mai del tutto spento.

Quello che è certo, comunque, è che Gesù di Nazaret venne ben presto riconosciuto come un'espressione tipica di questo "profetismo", promesso da Dio al suo popolo. È quanto appare sia dai Sinottici, sia soprattutto da Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani, infatti, la gente commenta: "Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo" (Gv. 6,14). Dopo alcune sue dichiarazioni sullo Spirito in occasione della festa delle Capanne, l'evangelista ci riferisce ancora: "All'udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: "Questi è davvero il profeta". Altri dicevano: "Questi è il Cristo!"" (Gv. 7,40-41).

"Ed erano stupiti del suo insegnamento"

Nel brano di Marco, che stiamo commentando, siamo agli inizi di questa sorprendente scoperta, che i primi ascoltatori di Gesù fanno sentendolo parlare e vedendolo agire nella sinagoga di Cafarnao: "gesti" e "parole" sono elementi costitutivi della missione profetica.

Nella sezione che abbraccia i vv. 21-45 di questo primo capitolo abbiamo quello che diversi studiosi chiamano "giornata-tipo" di Gesù a Cafarnao: cioè Marco, in un quadro molto movimentato, ci descriverebbe una giornata di attività apostolica "piena" da parte di Gesù (insegnamento, miracoli, preghiera, allontanamento dalla folla, reimmergimento nella folla, ecc.). Nei versetti che ora ci interessano si pone l'accento sul suo "insegnamento", fatto con "autorità" (vv. 21-22).

Marco non ci descrive il "contenuto" di questo insegnamento: gli interessa di più mettere in evidenza l'impressione, lo "stupore" che esso suscita negli ascoltatori, per riprodurre analogo sentimento in tutti i futuri lettori del suo Vangelo.
Matteo, invece, ci descrive lo "stupore" delle folle al termine del discorso della montagna (7,28-29), dandone così una motivazione: è il "contenuto" di quel meraviglioso discorso che stupisce! Per Marco lo stupore nasce piuttosto davanti al "fatto" dell'insegnamento di Cristo, nel quale è Dio stesso che ammaestra gli uomini, e davanti al "modo" con cui insegna: "Insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi" (v. 22).

Il termine di paragone sono dunque gli "scribi", cioè i teologi di professione del tempo, che in genere appartenevano alla corrente religiosa dei farisei. Costoro si formavano nelle scuole rabbiniche, dove si trasmetteva un insegnamento molto tradizionale e formalizzato, che il più delle volte finiva con l'impoverire l'esplosivo messaggio biblico. Quello che sorprende in Gesù è il fatto che egli parli con "autorità", pur non avendo frequentato nessuna scuola rabbinica del tempo. L'autorevolezza, perciò, che gli altri percepiscono in lui gli deriva dal di dentro, dal fuoco che gli brucia nel cuore, dalle esigenze "nuove" che egli propone ai suoi ascoltatori. L'autorevolezza è congiunta pertanto con la "novità" dell'insegnamento: "Una dottrina "nuova" insegnata con autorità", commentano al termine i suoi ascoltatori (v. 27).

"Io so chi tu sei: il Santo di Dio"

L'insegnamento di Gesù, però, è fatto con autorità anche e soprattutto perché la sua parola "crea" immediatamente situazioni ed eventi nuovi, smaschera le intenzioni dei cuori, ed allontana e demolisce la forza di Satana. È quanto ci viene descritto nell'episodio della liberazione dell'uomo "posseduto da uno spirito immondo", il quale si mise a gridare: ""Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il Santo di Dio". E Gesù lo sgridò: "Taci! Esci da quell'uomo". E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui" (vv. 24-26).

È il primo scontro aperto e violento di Gesù con le forze del male, provocato come reazione immediata dalla "forza" della sua parola che sconvolge e inquieta le coscienze. Ecco la dimostrazione evidente, documentata dai fatti, dell'"autorità" con cui Gesù insegna: un'autorità che è sinonimo di "potenza", di capacità di sconvolgimento e che deriva dal mistero della sua persona. L'autorevolezza, perciò, pur manifestandosi nella sua parola, risiede soprattutto nella sua persona!

È quanto Satana avverte subito confessandolo e proclamandolo "il Santo di Dio". È un titolo cristologico, questo, che occorre solo qui, nel passo parallelo di Luca (4,34) e nella confessione di Pietro, al termine del discorso eucaristico: "E noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6,69). Con esso si vuol caratterizzare Gesù in quanto nella sua persona gli uomini avvertono una particolare presenza di Dio che lo isola dalla nostra esistenza di peccato e, nello stesso tempo, lo mette a nostra disposizione per vincere in noi e negli altri ogni sorta di male.

"L'irruzione del Dio santo nella vita di un uomo gli rivela la sua impurità, facendogli percepire l'infinita distanza che li separa. L'insegnamento di Gesù colpisce l'uomo in fronte, e gli fa urlare la propria scoperta, togliendogli ogni contegno e sconvolgendo la sua giustizia personale... L'inaccessibilità del Dio totalmente altro, la sua trascendenza, provocano lo spavento religioso e il sentimento di non esistere più".

"Taci! Esci da quell'uomo"

Gesù però non accetta la confessione di Satana, perché non è sincera. E non è sincera nella misura in cui, pur proclamandolo "il Santo di Dio", pone una barriera fra sé e Cristo: "Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!". Cristo è sentito come il "nemico", che viene a distruggere il suo regno, non come il Signore a cui sottomettersi con gioia per la ricchezza di amore che porta. Proprio per questo gli comanda con forza ("lo sgridò") di andarsene: ""Taci! Esci da quell'uomo". E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui" (vv. 25-26).

È ancora una parola detta con "autorità", che compie il prodigio della liberazione dell'indemoniato, il quale ritorna così ad essere totalmente se stesso: Satana lo aveva come sdoppiato nella sua personalità. Questo "grido" convulso sta a rappresentare la sofferenza e la gioia che ogni autentica "liberazione", prodotta dalla parola di Dio, opera nella nostra vita.

Al termine del racconto la gente che ha assistito, stupita e quasi terrorizzata, all'episodio, congiungendo gesti e parole di Cristo, va alla ricerca di una spiegazione di quanto è accaduto: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!" (v. 27).

È una domanda inquietante, aperta sul "mistero" di Cristo: tutto il seguito del Vangelo di Marco vuol essere un tentativo di risposta a questo interrogativo, che viene sempre di nuovo proposto ad ogni credente. Per il momento, all'evangelista preme annotare che l'interesse attorno a Cristo si va moltiplicando: infatti, "la sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea" (v. 28).

"Vorrei che voi foste senza preoccupazioni"

Un saggio di "dottrina nuova", che suscitò sorpresa agli inizi del cristianesimo e continua ancor oggi a suscitarla, è quanto ci dice san Paolo sulla "verginità", proponendola come ideale di vita addirittura ai cristiani di Corinto, che vivevano in un ambiente tutt'altro che favorevole alla castità e ai buoni costumi.

"Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!..." (1 Cor 7,32-35).

La motivazione della proposta di "verginità", che l'apostolo fa ai suoi cristiani, è di carattere esclusivamente religioso: la possibilità di aderire al Signore con la totalità del proprio essere e della propria capacità di amare, senza "divisione" del cuore (v. 34) e senza "distrazioni" nello spirito, sia pure del tutto legittime e perfino obbligatorie se scegliamo il matrimonio.

La "verginità" è libera scelta di un amore più grande, da dispensarsi a tutti i fratelli e non solamente alla moglie, o al marito, e ai propri figli: essa dilata il cuore, non lo rimpicciolisce! "Chi può capire, capisca" (Mt 19,12), ci ha insegnato il Signore. È una proposta di vita, rivolta a chiunque vuole amare "di più"!

Cipriani S. - Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche

 

 

«Mi fido di Te, Signore, mi affido a Te: decido di appartenerti»

Questo passo del Vangelo di Marco ci fa pensare che siamo davvero beati a credere senza aver visto, anche se, veramente, sarebbe stata una grande esperienza poter osservare con meraviglia, come quelli di Cafarnao, che Gesù «insegnava... come uno che ha autorità e non come gli scribi»; e sentirci avvolti dalla potenza della sua Persona.

La parola autorità nel discorso biblico non era mai applicata al mondo umano, economico, socio-politico, ma era riservata a Dio.

Per dire potere, autorità, nel senso per noi comune, si usavano altri termini.

A Cafarnao, dunque, i suoi ascoltatori intuiscono che il Signore esprime una «potenza» diversa rispetto a quella degli scribi, maestri in Israele, ma la cui autorità non era quella che va al di là della cattedra e di ciò che si insegna, e porta in sé quella forza persuasiva alla quale il nostro cuore e la nostra intelligenza accettano di aprirsi. Gesù, Dio, era invece la «potenza», la sorgente delle cose stesse che stava dicendo, ed essi percepivano nelle sue parole una forza straordinaria, una semplicità diretta e persuasiva che li dominava: si sentivano rapiti da un Uomo come Lui.

Tutt’altro che un «incantatore» nel senso umano, lontanissimo dal cercare fanatici – che ha sempre respinto – Egli era la potenza di Dio che veniva, finalmente, a rassicurare la povera gente, quella di allora, che lo ascoltava nella sinagoga, e noi, oggi, disorientati e bisognosi della sua autorità.

Gesù, con la sua potenza, che conferma liberando l’indemoniato, viene incontro alla nostra perenne domanda: «Di chi possiamo fidarci? A chi dobbiamo credere?», che dobbiamo aggiungere
agli interrogativi kantiani, incancellabili, che portiamo dentro di noi: «Che cosa posso sapere? Che cosa ho il diritto di sperare?

Che cosa devo fare? Chi sono?».

Per rispondere a questo perenne interrogare dell’uomo, per non sprofondare nel «non senso», occorre poter trovare Qualcuno di cui fidarci, a cui poter credere.

Gesù compare davvero come Colui di cui ci si può fidare e, di conseguenza, Colui a cui possiamo affidarci pienamente, Colui che, dalla ricchezza di se stesso, Dio fatto uomo, fa sgorgare per noi parole che suonano sicure, forti dell’autorità di chi le pronuncia.

Abbiamo ritrovato il profeta – di cui leggiamo nella prima lettura – che ci parla dicendoci le cose di Dio.

«Mio Gesù e mio Profeta! Verbo di Dio, fatto uomo come me per far passare attraverso un linguaggio umano le tue eterne verità, quelle che mi salvano. Mio Gesù, cui mi rivolgo spesso, tutte le volte che nella vita ho una grande o piccola incertezza: allora vengo a Te, cercando nelle tue parole il mio consiglio e il mio conforto». Quando apriamo il Vangelo non è forse per incontrare il nostro profeta? E ritroviamo parole conosciutissime, depositate nella memoria, che, quando è il momento, si accendono di una luce tutta speciale, come se le avessimo scoperte per la prima volta.

Si deve conservare, tenere vivissima l’abitudine di cercare Gesù, e ascoltarlo, altrimenti si cade nell’ignoranza o nella superstizione.

Quand’anche fossimo le persone più preparate e colte del mondo, se non guardiamo a Lui come al Profeta restiamo «ignoranti della vita», a nostro danno e per la nostra infelicità.

Lo consultiamo, cercando tutti i giorni la sua Parola?

«Mi fido di Te, e perciò mi affido a Te, Signore». E questo significa: «Decido, affidandomi a Te, la cosa più rischiosa di tutte: decido di appartenerti».

«Affidarsi» significa infatti impegnare tutta la propria vita, rinunciare a se stessi per appartenere ad un altro, e non «perdere» la propria volontà e la propria libertà, ma «farne dono» ad un altro.

Il secolo passato ci ha mostrato lo spettacolo di milioni di persone che si sono totalmente consegnate... Achi? Ad uomini come loro, perché li guidassero, parlassero e decidessero per loro, rinunciando essi stessi in tal modo a riflettere, ad aver sentimenti di giustizia, di umanità e di compassione.

Questo rischio si ripresenta anche ora nella vita degli individui come in quella dei popoli. E non è la sottomissione dello schiavo reso tale da una forza estranea – è terribile, ma salva il suo anelito – bensì quella dello schiavo volontario, che, decidendo di «appartenere » a qualcuno come se fosse Dio, commette – per sé e per gli altri – l’errore più grande e più tragico che esista.

«Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore... chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo... e si trova diviso!»: queste parole, che leggiamo nella Lettera ai Corinzi, possono sembrarci fuori della nostra mentalità, addirittura strane; ma si tratta di um contesto molto preciso. Si deve ricordare infatti che Paolo e i primi cristiani attendevano la Parusia, il ritorno di Cristo, come imminente; ma è sempre vero che solo chi non ha altri impegni, affettivi e sociali, può essere interamente dedito ad occuparsi delle «cose del Signore», di ciò che a Lui piace. Questo significa vivere in unione con Lui, perché il nostro cuore è rivolto a Colui che amiamo.

L’economia sponsale attraversa tutta la storia dei due Testamenti, delle due Alleanze con Dio. Paolo affermerà che Cristo è morto per vedere comparire dinanzi a sé la sua Sposa, la Chiesa, bella, senza macchia, irreprensibile, come Egli la vuole e ha pagata a prezzo del suo sangue.

L’apostolo non intende dire che chi è sposato si stacca da Dio – il matrimonio è un Sacramento – bensì: «Ricorda che la tua potenza d’amare ha una meta: si chiama Dio».

La nostra fede è qualcosa di personale? Impegniamo in essa la mente e il cuore? Ammiriamo Gesù e lo vogliamo come amico?

Lo cerchiamo di nuovo e soffriamo quando lo perdiamo?

Se è così, se questa relazione è dominante, possiamo allora tranquillamente coltivare e vivere – perché sono doni di Dio – tutti gli altri modi di amare. Se la via è il matrimonio, ecco l’amore per lo sposo, la sposa, i figli. E c’è ancora l’amore per il lavoro, per le cose buone e per le cose belle, per tutto, purché l’appartenenza a Dio rimanga ciò che tutto contiene, tutto eleva.

Questa è la verginità nel senso profondo: appartenere a Dio soltanto, e non permettere a nessuno – privato o pubblico che sai – di dire: «Tu appartieni a me». Venga il politico, venga lo Stato, venga la cultura, venga una persona che mi cerca perché mi vuole bene... Tra il modo di appartenere alle creature di questo mondo e quello di appartenere a Dio c’è soltanto analogia: Dio solo há su di noi il diritto più alto.

Ed anche quando ci poniamo al servizio degli altri, quando diamo la vita per loro, come fanno i Santi – quelli conosciuti e quelli sconosciuti agli uomini –, questo amore, questo dono avviene in nome di un’appartenenza che guarda a Dio sopra tutto.

Questa è la verginità del cuore: sono di me per essere di Te, mio Dio!

Si comprende allora che le preoccupazioni di questo mondo non debbono distoglierci da Gesù. Preoccupazione – nel testo di Paolo – indica un’ansia profonda, che assorbe, si fa dominante, così da coinvolgere tutti i pensieri e i sentimenti, e distogliere quindi da quella «occupazione» che è invece il nostro impegno fondamentale: preoccuparsi delle cose di Dio.

L’amore coniugale può giungere ad altissimi livelli, così quello per i figli; ma questo amore umano si santifica e raggiunge il suo valore più grande solo se resta iscritto nell’amore di Dio, e non pretende di diventare un assoluto.

«Io sono un Dio geloso» è detto più volte nell’Antico Testamento, quando Israele è tentato dal culto di altri dèi: l’amore di Dio per il suo popolo è infatti così appassionato che non tollera infedeltà e abbandoni, anche se è pronto al perdono davanti al cuore contrito e umiliato.

Salviamo dunque in ogni momento la nostra verginità profonda: l’essere di Dio. Non permettiamo che nulla di ciò che può allontanarci da Dio ci sfiori, che nulla ci comprometta; non lasciamoci sedurre dalle cose: non facciamo come coloro che, pur affermando di appartenere a Cristo, rivendicano poi tante altre appartenenze che condizionano, compromettono, e infine oscurano quell’appartenenza più grande.

«Io sono di Gesù Cristo». Questa era la risposta che i martiri davano ai loro giudici alla domanda: «Tu sei cristiano?». Così essi si giuocavano la loro vita terrena, guardando alla vita eterna.

Fossimo in grado tutti noi – sostenuti dallo Spirito Santo – nei momenti di difficoltà e di prova, di dire con gioia e con fierezza, guardando ben negli occhi chi ci interroga: «Io sono di Gesù Cristo, fa’ di me quello che vuoi!».

Forse non verranno tempi così, ma le occasioni della testimonianza si presentano ad ogni uomo. Siamo vigilanti, e diamo gloria a Dio con la nostra fedeltà.

Pollano G. - Alla mensa della Parola

 

 

"Una volta - si sente dire ogni tanto - c'era più rispetto per l'autorità". Può darsi... Ma è anche vero che ogni autorità il "rispetto" deve meritarselo. L'autorità deve giustificarsi per quello che dice e soprattutto per quello che fa; non semplicemente per il nome o il titolo che uno porta, o per il posto che uno occupa...

Gesù non aveva nessuna autorità. Cioè: non era a nessun titolo una di quelle persone a cui si allude quando si parla delle "autorità" del paese, di una città o della Chiesa. Non era un'autorità né civile, né religiosa, né tanto meno militare. Non era neanche qualcosa come un "semplice prete". Gesù di Nazaret era un "laico" e un cittadino qualunque del popolo d'Israele.

Eppure s. Marco nota a più riprese che Gesù "insegnava... come uno che ha autorità e non come gli scribi" (precisamente: autorità religiose dell'epoca). L'autorità di Gesù veniva tutta quanta da ciò che egli diceva e da ciò che faceva; nonché dalla perfetta coerenza fra le due cose. Non era uno di quelli che parlano in un modo e fanno in un altro (come probabilmente capita ogni tanto anche a noi...).

Gesù predicava "una dottrina nuova", perché insegnava ad amare Dio con gioia e semplicità di cuore, più che ad "adempiere doveri religiosi". Una dottrina nuova, perché insegnava a rispettare tutti, non solo le autorità o la gente cosiddetta per bene. E la sua parola aveva autorità perché egli faceva esattamente come insegnava. Aveva autorità perché egli non cercava il suo prestigio personale e non pretendeva alcun potere sugli altri; perché tutto il suo "potere" Gesù lo esercitava contro le forze del male che opprimono l'uomo (cf. la guarigione-liberazione dell'uomo "posseduto da uno spirito immondo").

Gesù non diceva le solite cose, non ripeteva quello che altri avevano detto, non si accontentava di citare vecchi proverbi o slogan ricorrenti. Il discorso di Gesù era "nuovo" ai suoi tempi come lo è oggi e lo sarà sempre: perché è diverso rispetto ai comuni modi di pensare, derivati dall'esperienza, dalle tradizioni o dalle acquisizioni umane.

Un discorso che può addirittura apparire irrealistico, fuori della vita... Eppure Gesù lo propone "con autorità": con il tono di uno che sa quel che dice, che non vive sulle nuvole e non parla tanto per parlare. Anche quando sembra contraddire tutto il cosiddetto "buon senso" di questo mondo. E senza alcun timore di urtare contro i pregiudizi e le mentalità accomodanti di chi lo sta a sentire.

Gesù non era un maestro come tanti altri. Non si appellava all'autorità di altri: neanche a quella di Mosè o della Scrittura (cf. Mt. 5: "Avete inteso che fu detto... Ma io vi dico..."). Egli insegnava come un "profeta", cioè uno che parla a nome di Dio, con l'autorità che viene da Dio stesso (cf. 1ª lettura).

E vale anche per noi la severa ammonizione che il libro del Deuteronomio mette in bocca a Dio stesso: "Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto..."

Mosso D. - Vangelo di ieri. vangelo di oggi

 

 

Il male non ha l’ultima parola

Ecco quanto sono vere ed efficaci le parole di Gesù. Il Vangelo ce ne dà testimonianza riferendoci della loro capacità di vincere l’abisso del male radicato nella vita dell’uomo. Non è forse questa vittoria che aspettiamo da sempre? Che siano vinti i mali che ci portiamo dentro!

La perdita assoluta dei riferimenti più significativi per la nostra esistenza, l’assenza di significati alti e di progetti audaci di bene, come la gioia di essere discepoli, il desiderio e l’ansia buona di agire, nel mondo, per il Vangelo, la forza entusiasta di tanti giovani di fronte alle scelte che orientano la vita... tutto questo non è, ora, opera dello Spirito, se ci accostiamo con fede al Signore? «Ed erano stupiti del suo insegnamento».

Lo stupore di chi era presente al fatto narrato dal Vangelo di oggi, si spiega proprio così: il male non ha l’ultima parola su di noi e il bene urge agli occhi del Signore e dal profondo dei nostri desideri più vivi, così che gridiamo la nostra supplica, a un tempo confusa e urgente: e Gesù la intende perfettamente e urla ancora più forte del demone le parole della potenza del Dio che libera e salva.

Il male ci lacera, ci sfigura e ci strazia, dopo averci illuso e deluso, si fa prepotente per l’ultima volta contro di noi, ma ormai “il più forte” ha parlato e lo ha messo a tacere. Quanto durerà il silenzio di questo male? Per quanto rimarrà fuori di noi? Tornerà e vincerà di nuovo? È vero, non è sconfitto per sempre. Gesù ha però sciolto la nostra esistenza dal suo legame con il male e ci ha restituiti liberi in questo mondo che ha sempre la forza di attrarci a sé e di allontanarci dal Signore.

Questo male non ha più in sé il pungiglione della morte: conserva però il fascino della tentazione e ripropone la malizia del peccato. Ma dobbiamo rendere grazie al Signore Gesù che ha vinto per noi e attende ormai da noi solo scelte di libertà, scelte di servizio a lui, povero non solo sulle vie di Cafarnao, ma su ogni strada della Terra.

Siamo fragili, ma capaci di invocare Gesù, “il Forte”, come lo chiamava Giovanni il Battista, che dona totalmente sé stesso perché la volontà di bene che è nel cuore del Padre suo ci invada e ci colmi così che prevalga sul male che ci insidia e ci incatena. Restiamo anche noi stupiti di questo insegnamento, che non ha soltanto parole buone da dire, ma comporta la possibilità di ricominciare, liberati dal peccato, ad amare il Dio che toglie dalle nostre spalle il peso di colpe che noi stessi detestiamo.

Per questo gridiamo, chiedendo che il male non ci domini più e che sia grande e liberante la speranza della redenzione. In noi, figli amati di Dio, tutto è grazia! Il Vangelo ci assicura che per la speranza c’è sempre posto nel mondo e nel cuore dell’uomo a motivo di Gesù, il liberatore di un’umanità per la quale egli riserva sempre il suo dolce e onnipotente amore.

don Gennaro Matino