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L'amore e l'autorità Gesù è il Figlio di Dio, la Parola incarnata. E' vero Dio e vero uomo e la sua umanità nulla smentisce della sua divinità, anche se le due cose non sempre si notano nei vangeli congiuntamente. Proprio la duplice natura umana e divina porta a legittimare che egli parli e agisca "con autorità", cioè in modo del tutto differente dagli scribi e dai Farisei: come Dio fatto uomo egli annuncia gli "arcana cielorum" (Dei Verbum), i misteri di Dio e la sua volontà di salvezza e pertanto il suo messaggio è attendibile e degno di nota. Che Gesù nella sua vita conoscesse e rispettasse le Scritture è certo e assodato: da zelante Ebreo osservante della Legge di Mosè non combatteva né smentiva quanto questa conteneva e anzi il rispetto e l'obiezione che nutre nei confronti di essa è oggetto del suo stesso insegnamento: "Neppure uno iota sarà mutato delle Scritture". Ma che Gesù possa avvalersi di una certa autorità sugli Scritti è imposto dal suo essere Figlio di Dio che vuole - appunto - non smentire ma portare a compimento la Legge, darle cioè il suo valore definitivo di salvezza e la retta interpretazione secondo la novità del Regno che il Padre ha apportato nelle sue parole e nei suoi atti. Ecco perché nella sinagoga, come sta descrivendoci Marco nel brano odierno, Gesù si esprime con fare assai disinvolto e innovativo, anche prescindendo dalle stesse Scritture e dalla sua indubbia preparazione su di esse. E questo suscita meraviglia negli astanti. Gli domanderanno: "Con quale autorità fai queste cose?", (Mc. 11,27 e ss) e tuttavia la risposta a questa domanda non sarebbe difficile se si riscontrasse l'evidenza delle opere di Gesù, oltre che delle sue parole: contrariamente alle aspettative della legge mosaica, Gesù guarisce in giorno di Sabato poiché "il Sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il Sabato", si intrattiene nei pasti con i pubblicani e con i peccatori, guarisce i lebbrosi e recupera la vista al cieco alla piscina di Siloe, guarisce il paralitico nel suo lettuccio rimettendo egli stesso i suoi peccati e in più caccia i demoni mostrando affermata superiorità nei loro confronti. In tutti questi atti Gesù agisce come "rappresentante" di Dio, appropriandosi di attributi e di un appannaggio che solo a Dio è concesso e soprattutto manifestando, per mezzo delle opere e degli atti d'amore, che in Lui il Regno di Dio è venuto. In una parola, il suo agire è lo stesso agire di Dio e nelle sue parole e nelle sue opere si manifesta concretamente l'amore del Padre nei confronti di tutti, specialmente dei deboli e dei peccatori. Nei confronti delle prescrizioni della Legge, quali nella sinagoga o in Israele erano conosciute, egli si esprime perentoriamente con questi termini: "Avete sentito che vi fu detto… Ma io vi dico" Nella Bibbia quando manca espressamente in una frase il complemento d'agente, questi è da intendersi sempre Dio; ragion per cui: "Avete sentito che vi fu detto DA PARTE DI DIO". Aggiungendo "Ma io vi dico" Gesù ricorre a quello che Jeremias chiama Io enfatico, il quale afferma l'autorità di Gesù sugli insegnamenti divini. L'autorità con cui Gesù fa questo e quello è determinata dal fatto che egli è Figlio di Dio, il Verbo che da sempre è Dio con il Padre. Fatto sta che nella sinagoga il linguaggio di Gesù è insolito e inaspettato e coloro che lo odono non vogliono credere alle proprie orecchie. Gesù parlava non già come gli altri scribi, che si avvalevano di un precedente corso di studi teologici e che avevano seguito un certo itinerario di formazione sulla Scrittura prima di accedere alle sinagoghe, bensì con un linguaggio del tutto proprio ed indipendente, che addirittura prescindeva dalle Scritture stesse, e con una modalità dialettica del tutto particolare. La sua autorità comunque viene riaffermata qui da un episodio altrettanto insolito quanto lo sono state le sue parole: nel bel mezzo della proclamazione e del commento delle Scritture, nella sinagoga, un uomo si mostra posseduto da uno spirito immondo. Cosa avviene? Poco fa' si faceva cenno agli esorcismi di Gesù, ma particolarmente questo episodio ci mostra che davvero Lui è il Figlio di Dio e che la sua "autorità" è in ogni caso legittimata, perché i demoni gli si mostrano succubi e sottomessi e dove finisce la loro spavalderia comincia il dominio di Gesù nei loro confronti, che è lo stesso esercizio di potere che egli ha sul peccato e sulle forze del male. I demoni riconoscono in lui il Santo di Dio, il Giusto ineffabile che Dio ha mandato nel mondo e nulla possono contro la divina onnipotenza in egli manifesta. Ma se i demoni si mostrano umili e sottomessi di fronte al Santo di Dio, perché non dovrebbero esserlo anche gli uomini, dal momento che Gesù del resto mostra un'autorità del tutto evidente e indiscussa e comprovata dalle parole e dalle opere. Come afferma il libro del Deuteronomio alla Prima Lettura di oggi, la prova certa che un annuncio da parte di un profeta sia reale e attendibile è la sua verificabilità: quanto viene preannunciato, se davvero è reale, deve realizzarsi; ora, come poter dubitare della reale autorità di Gesù, dal momento che tutto quello che egli annuncia si realizza puntualmente e soprattutto si è realizzato in Lui quello che avevano predetto i profeti? Come porre resistenza all'evidenza di un Dio autoritario che mostra il suo potere tuttavia semplicemente nell'abbandono e nella morte di croce? Gesù ha autorità in quanto è egli stesso la realizzazione delle promesse antiche e le sue stesse opere lo confermano e lo rendono degno di fiducia. Egli è il Figlio di Dio venuto ad instaurare la novità del Regno ed è pertanto legittimo che adoperi nella sinagoga come in altri contesti di predicazione un determinato linguaggio espressivo del nuovo. Non abbiamo motivo di dubitare di lui né di smentire la sua divina autorità come elemento di divina provenienza ma occorre che ci disponiamo all'ascolto e alla sottomissione attenta che è possibile solamente nella fede e nella speranza. Se Gesù è la nostra autorità non resta che lasciarci condurre e guidare da lui, immedesimarci con spirito critico e partecipe nelle sue opere e far nostri i suoi insegnamenti, soprattutto considerando che l'autorità di Gesù, sebbene divina e assoluta, è tutta proclive al servizio e alla abnegazione nei nostri confronti. La pagina di oggi ci invita quindi alla fede, ponendo le ragioni della medesima tuttavia nell'umiltà e nella buona disposizione di cuore, perché si riconosca in Gesù nient'altro che il Signore e il Salvatore che per amore ha voluto darsi a noi, mentre la sua stessa vita ci induce a ripensare all'esercizio dell'autorità nei nostri giorni e al valore della sudditanza e dell'obbedienza, quando questa sia seriamente fondata e motivata. Il primato di chi governa è legittimo e provato quando si eserciti nello spirito di abnegazione e di servizio verso quanti obbediscono e perché possano istaurarsi rapporti di vera ed eloquente convivenza, occorre collimare l'obbedienza e la sottomissione con la libertà, l'intraprendenza e la comunanza di vita, proprie dell'insegnamento evangelico di chi, come Gesù, afferma "Ma io vi dico" semplicemente per esprimere l'amore di Dio Padre. Diceva Congar che «"L'unità senza moltitudine è tirannia; la moltitudine senza unità è anarchia. Un corpo non è tirannia né anarchia." E a rendere armonia fra unità e moltitudine è un'autorità fautrice di servizio e promotrice di benessere e di armonia fra le parti, alla quale offrire la propria debita riverenza e sottomissione. Insomma, l'autorità con cui il Cristo ci ama".
Autorità, amore, esorcismi Il Signore Dio suscita fra il popolo dei profeti che parlino nel suo nome per proclamare la sua parola e annunciare la sua volontà e Dio, mentre invita i suoi eletti ad adempiere fedelmente il loro ministero incarnando nella loro vita quanto è oggetto del loro annuncio, esorta altresì gli interlocutori a riconoscere nei suoi ministri gli emissari della sua parola e a prestare loro ascolto attento, fiducioso e disinvolto. E così a più riprese sia parecchi testi dell’Antico Testamento sia numerosi passi del Vangelo esortano il pastore a farsi modello del gregge e a recuperare le pecore disperse, come pure invitano il profeta ad ottemperare con zelo al suo ministero senza abusare della sua posizione nei riguardi degli altri, ma invitano gli interlocutori all’ascolto della parola del profeta come Parola di Dio, e Gesù garantisce ai suoi apostoli. “Chi accoglie voi, accoglie me; chi disprezza voi, rispetta me.” (Mt. 10,40; Lc. 10,16) Per chi si immedesima nell'accoglienza del mistero di fede, il ministro dell’altare e della Parola è mandatario di un messaggio divino che va ascoltato e al quale si deve ottemperare senza riserve e chi apre la porta al missionario accoglie lo stesso Cristo che ci visita nella persona del pastore. Cristo istituisce il ministero dell’apostolato nella scelta dei Dodici perché Egli stesso è stato in prima persona l’Inviato del Padre, il Messia apportatore della salvezza, che annuncia la novità del Regno in parole e in opere, che a loro volta attestano la presenza di Dio sulla terra; egli si mostra solerte nel soccorrere i poveri, nel sanare i lebbrosi e gli ammalati e nel risuscitare i morti, collocandosi sempre al servizio di tutti e rendendosi solidale con gli esclusi e con i peccatori; mai si chiude alle necessità dei poveri e degli emarginati e accoglie volentieri la folla che tutti i giorni si accalca attorno a lui, ponendosi in mezzo ai suoi discepoli come “colui che serve”.(Lc 22,27). E proprio questo suo atteggiamento di amore e di servizio lo descrive a tutti come l’inviato del Padre”. Tuttavia Gesù non si oppone quando altri lo chiamano rabbì o maestro perché – come egli stesso afferma più volte – “dite bene, perché lo sono” (Gv 13,13); insegna spesso nelle sinagoghe parlando agli astanti come “colui che ha autorità”; mostra autorevolezza nel perdonare i peccati al paralitico di fronte allo sdegno di scribi e farisei (Lc. 5,20 –21); si proclama “via, verità e vita”(Gv. 14,6) e in certe occasioni si rivolge con la categoricità dell’”io enfatico “(così lo chiamano i teologi): “Ma io vi dico” (Mt. 5,39) con il quale afferma la sua autorità anche sulla Legge in forza del suo essere Messia. Se pertanto la sua presenza apporta gioia e novità di vita in forza delle sue opere di misericordia, la sua parola e il suo insegnamento non possono essere eluse da alcuno, ma vanno accolte attentamente e seguite con radicalità perché resta sempre certa e fondata la sua figura di Signore e di Messia. Fra gli uomini non tutti però accettano questo aspetto di Gesù; parecchi rifiutano categoricamente la sua parola come quella di un ciarlatano; c’è chi denigra Gesù, chi lo perseguita e chi tenta di farlo morire in seguito a un suo discorso. La parola di Gesù non sempre trova consensi negli uomini e non di rado è anche occasione di scontro e di violenza perché si stenta a riconoscere in lui il Cristo che deve venire nel mondo. Tale riluttanza avviene fra gli uomini, ma… meraviglia delle meraviglie, non fra i demoni! Loro sono molto più attenti a percepire in lui il “Santo di Dio” (Mc. 1,22) e omettono ogni resistenza e avversità davanti a lui di fronte: episodi di esorcismo simili a quelli che vediamo descritti nella pagina evangelica odierna si concludono sempre con l’affermazione da parte di Gesù della propria autorità sul male e il principe delle tenebre si mostra impotente di fronte al Messia Signore e altra cosa non può fare se non arrendersi, tacere e uscire dagli ossessi. Questo avviene ora nella sinagoga, luogo di ritrovo per eccellenza della comunità ebraica nel quale si ascolta la Legge di Mosè, la si commenta e la si medita e nel quale, stranamente, adesso prorompe inaspettato un individuo posseduto dal demonio che si da alle convulsioni e agli strazi; secondo alcuni critici odierni simili episodi possono spiegarsi semplicemente come “turbe dell’identità e disturbi dissociativi” (Thessen – Merz), o anche come pesanti devianze psichiche e c’è anche chi parla “dell’errore di Cristo” nell’individuazione del fenomeno, ma tali ipotesi non reggono poiché nessun infermo di mente è mai guarito con un solo rimprovero quale “Taci, esci da lì”. Piuttosto, la guarigione di questo povero indemoniato (e analogamente anche quella di altri riportati dai Vangeli) si deve al fatto che – appunto – Gesù sta parlando agli astanti come uno che ha autorità, come una persona impari rispetto agli scribi e agli altri profeti, avente straordinaria attendibilità di provenienza esclusivamente divina. Il suo messaggio che egli proclama ha del divino e dello straordinario e non può non essere percepito come tale dai demoni i quali come del resto afferma anche Giacomo, “credono e rabbrividiscono” (Gc 2,14), perché riconoscono nel suo verbo il Verbo eterno del Padre e nel suo insegnamento un esplicito monito di provenienza divina. Gli stessi esorcismi gesuani servono ad attestare la superiorità del Signore Messia sulle forze del male e la sua preponderanza sul peccato e sulla cattiveria umana, e affermano ancora una volta la sua indiscussa autorità, che anche gli uomini non possono non riconoscere non soltanto a proposito di interventi insoliti come gli esorcismi ma anche e soprattutto nella comunicazione del messaggio di salvezza perché è proprio quello che è in effetti il più autorevole per gli uomini. Mi sovviene a tal proposito una riflessione importante sul fattore esorcismi: circa vent’anni or sono si affermava da parte dei demonologi che la più fine delle astuzie del diavolo sarebbe quella di far credere che non esiste; oggi invece si sta scoprendo che egli rivela la sua esistenza solo ed esclusivamente nelle circostanze straordinarie quali la possessione, il maleficio, l’ossessione e ciò ai fini di poter agire indisturbato nella via ordinaria (nelle tentazioni), cosicché – facciamoci caso! – l’autorità ministeriale del sacerdote viene considerata molto più quando si tratti di esorcismi che non quando essa riguardi il semplice esercizio della comunicazione della Parola di Dio e non ci si ricorda mai del sacerdote durante una funzione o una catechesi come quando lo si cerca disperatamente nella funzione di esorcista.. Trappola questa molto arguta e sottile, con la quale veniamo allontanati da quella che è la presenza più minacciosa e intrigante del demonio, ossia la tentazione e l’insidia del peccato nella vita di tutti i giorni, questo accompagnato dall’indifferenza verso Dio. Il che non può non indurci alla riflessione sulla vera importanza del Cristo Signore come annunciatore della salvezza nel ministero della Chiesa e sulla centralità della Parola di Dio al di sopra di ogni altra cosa. Che però i demoni si rannicchino davanti a Gesù e che ammutoliscano davanti a un suo cenno o ad una sua esclamazione deve incuterci la certezza dell’efficacia della sua Parola e la consapevolezza che questa deve avere sempre il primato assoluto su ogni cosa e soprattutto deve entusiasmarci che questa parola divina e veritiera ci venga garantita dallo stesso Cristo nella persona dei profeti, degli apostoli e di conseguenza degli attuali ministri che ad essa sono preposti. L’insegnamento di Gesù è autoritario e indiscutibile, ma è sempre accompagnato dall’amore e anzi nell’amore esso si configura per il nostro vantaggio, sicché quanto egli dice con autorità va accolto con gioia ed entusiasmo consapevoli. padre Gian Franco Scarpitta |
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Ostinazioni Nevica ancora e ancora. Stamani c’è una tregua fra due perturbazioni e ne approfitto per salire nelle ore di sole nel Parco Nazionale. Valnontey è davvero impressionante, completamente avvolta dalla neve. A occhio misuro, posata e assestata, poco meno due metri di neve. Non fa freddo e trovo un angolo per sedermi e pregare. Mi preparo la riflessione al vangelo, cercando di restare fedele a questo compito che voglio fare con verità e passione. Alzo lo sguardo e sono attratto da un camoscio, solo, che tenta di scendere il fianco della montagna vicino al villaggio. La neve è talmente alta che sprofonda fino al ventre. Poi, dopo qualche attimo di esitazione, spicca un faticosissimo balzo in avanti e avanza di un metro. Si ferma a prendere fiato e riparte. Lo guardo lungamente, affascinato dalla sua costanza, addolorato perché so che, quest’anno, ci sarà una strage di animali a causa dell’inverno più rigido degli ultimi trent’anni. Non molla, insiste. Cinque minuti. Poi dieci. Poi venti. Avrà percorso forse cinquanta metri, ma non molla. La sua costanza mi ispira. Lo ringrazio e invoco il suo camoscio custode (ci sarà? Spero di sì: se lo merita proprio!), spero che si salvi. Ecco: a volte mi sento come questo camoscio, arranco e fatico per superare la neve che mi affoga. Lo faccio per cercare un po’ di cibo, per superare l’inverno, perché ogni inverno ha fine. Oggi la Parola parla della Chiesa. Mistero e dolore È difficile parlare della Chiesa, siamo onesti. Se fosse tutto e solo legato alla teologia, al vangelo, ai santi, al mistero e alla luce che l’avvolge sarebbe tutto semplice, splendente, trasparente. Ma non è solo così. Gesù, pensando alla Chiesa, immaginando una comunità di fratelli che si mettessero a servizio gli uni degli altri, ha preso le persone che aveva davanti, colme di limiti e di difetti. E così, nella Chiesa, da sempre convive quest’intreccio misterioso e faticoso di santità e di peccato, di ali e di pesi, di luce e di ombra. Santa e peccatrice, casta meretrix, la Chiesa è fatta di uomini e di Dio, dei nostri limiti e della sua benevolenza. Quanto vorrei che non fosse così! Come vorrei che, io per primo, che la Chiesa fosse fatta solo di persone disponibili, coerenti, misericordiose, che pensano sempre col vangelo nel cuore. E, invece, non è sempre così. In me abita tutta la forza della Parola e l’esperienza di Dio. E la contraddizione dei miei limiti e delle mie stanchezze. Forse Dio lascia che restiamo in questa situazione di tensione interiore, di anelito, di desiderio di santità. Tutti rivolti a Lui, nella nostalgia infinita della sua presenza, potremmo montarci la testa per l’esperienza della luce divina e, allora, inciampiamo nella nostra piccola e dolorosa incoerenza. Da questa Chiesa, a volte severa e incomprensibile, ho ricevuto Cristo. Certo, alcune cose non mi garbano, né io garbo alla Chiesa. Ma posso ripudiare mia madre solo perché il vestito che indossa la invecchia? Convertire la Chiesa Marco inizia il suo racconto con un evento sconcertante: la liberazione di un indemoniato. Dentro la sinagoga. Non fuori, né accanto: dentro. È come se Marco dicesse: il primo annuncio che dobbiamo/possiamo fare, la prima liberazione da attuare è dentro la comunità. Prima di guardare fuori il mondo ostile e oscuro, occorre avere il coraggio di liberare da ogni tenebra le nostre comunità. E dalla peggiore delle eresie del nostro nuovo millennio: accontentarsi di una fede che è solo esteriorità, abitudine, cultura, conservazione. Una fede che non c’entra nulla con la vita. Che c’entri con noi, Nazareno? L’indemoniato è simbolo di tutte le obiezioni che c’impediscono, infine, di tornare ad essere credenti. Abita nella sinagoga, partecipa alla preghiera, professa la sua fede. Marco, con sfrontatezza, con franchezza, come un profeta degno della promessa di Mosè, ammonisce la comunità che legge il suo Vangelo: il primo esorcismo che Gesù esercita è nella comunità, tra i fratelli. Non esistono pericoli “fuori”, ma “dentro” di noi, dentro le nostre scelte viviamo le contraddizioni della fede, dentro le nostre comunità abita la logica tenebrosa della divisione. L’affermazione del credente indemoniato è terribile: “Che c’entri con noi, sei venuto per rovinarci!” È demoniaca una fede che tiene il Signore lontano dalla quotidianità, che lo relega nel sacro, che sorride benevola alle pie esortazioni, senza calarle nella dura quotidianità. È demoniaca una fede che vede in Dio un concorrente e che contrappone la piena riuscita della vita e la fede: se Dio esiste io sono castrato, non posso realizzare i miei desideri. È demoniaca una fede che resta alle parole: il demone riconosce in Gesù il santo di Dio ma non aderisce al suo vangelo. Ecco tre rischi concreti e misurabili per noi discepoli che frequentiamo la sinagoga: professare la fede in un Dio che non c’entra con la nostra vita, un Dio avversario, un Dio da riconoscere solo a voce Schiaffi “Che c’entri con noi?”. Il rischio, diffuso e presente nella Chiesa del terzo millennio, nel nostro occidente che crede di credere, pasciuto e annoiato, è quello di possedere una fede che resta chiusa nel prezioso recinto del sacro, di una fede fatta di sacri formalismi e di tradizioni, che però non riesce ad incidere, a cambiare la mentalità e il destino del mondo. Una fede che non cambia la vita, i rapporti in economia, in politica, nella giustizia, è una fede fintamente cristiana. Non basta credere: anche il demonio crede, anch’egli sa bene chi è Gesù e, proprio per questo, sa che egli è venuto per distruggere le tenebre che abitano prepotenti il nostro mondo. Ecco la sfida che il Signore lancia alla sua Chiesa: tornare ad essere davvero credenti, finalmente discepoli. Il sole se n’è andato. Devo rientrare perché il freddo si fa pungente. Guardo un’ultima volta il camoscio, indeciso se avanzare o tornare sui suoi passi. Socchiudo gli occhi e benedico il Signore per la lezione che frate camoscio mi ha dato, oggi. Paolo Curtaz |
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Quando Dio non è Dio Nel vangelo di oggi Gesù entra nella sinagoga di Cafarnao e si mette ad insegnare. C’è da rilevare che Gesù non partecipa al culto ma prende lui l’iniziativa. Le persone sono colpite dal suo modo di insegnare: “Non come gli scribi ma come uno che ha autorità” (1,22). Il significato di scriba, sofer (in ebraico), è di predicatore della Torah. Veniva ordinato a quarant’anni dopo un intenso periodo di studio ricevendo con l’ordinazione lo spirito di Mosè. La sua autorità era più grande di quella del sommo sacerdote e la sua autorità superiore persino a quella contenuta nella Bibbia. Era considerato infallibile; era l’unico autorizzato all’interpretazione del testo sacro. E proprio a loro Gesù dirà (7,6-7): “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Cioè cosa fanno: “Dicono che vengono da Dio cose che invece vengono da loro”. Le persone, però, sentono subito che Gesù, anche se non è scriba, anche se non è preposto per annunciare la Parola di Dio, viene da Dio. Sentono che le sue parole parlano al cuore della gente; sentono che sono parole cariche di umanità, di vita, di liberazione. E dicono, stupiti, meravigliati: “Finalmente! Non è uno scriba ma si sente la sua autorità; si sente che è in contatto, in filo diretto con Dio!”. Il vangelo dice ironicamente che nella loro sinagoga vi era un uomo con uno spirito immondo. La traduzione non riporta “la loro”, ma c’è nel testo e ha un senso profondo. Gli scribi considerano loro ciò che non è loro. Dio non è di nessuno e nessuno se ne può impossessare. Perché se qualcuno possedesse Dio sarebbe l’autorità, il capo, di Dio! Tutti noi siamo suoi, ma Lui non è di nessuno. Cosa succede? Come Gesù entra nel luogo di culto subito si scontra con le autorità religiose. Gesù e i religiosi del tempo non andarono mai d’accordo! Può essere un caso che sia la prima azione di Gesù? No, chiaro. Mc vuole mostrare come le autorità religiose invece di avvicinare il popolo a Dio lo allontanino. Gli impongono regole sempre più rigorose, ferree, per una purità sempre maggiore e non si accorgono che l’impurità, invece, risiede proprio all’interno della loro sinagoga. In Mt. 23,24 Gesù dirà degli scribi che “filtrano il moscerino e ingoiano il cammello”. Osserviamo: lo spirito impuro se ne sta lì buono buono. Ma come Gesù inizia a predicare allora lo spirito buono buono (solo in apparenza così!) si mette a sbraitare, ad urlare, a inveire contro Gesù. Le riconoscete? Tutte quelle persone che ti sorridono e ti applaudono ma che se tocchi qualche loro interesse o se intacchi qualche loro convinzione allora si trasformano nei tuoi peggiori nemici. E’ interessante osservare lo scontro tra l’uomo con lo Spirito, Gesù (1,10) e l’uomo con lo spirito immondo. Entrambi sono posseduti da qualcosa: uno da Dio l’altro dal demonio. In cosa consiste il suo spirito immondo? Quest’uomo ha aderito ad un sistema di valori, vede solo quello e ne ha fatto il suo Dio. Per cui quando arriva Gesù non può riconoscere Dio, perché ha già il suo Dio. L’uomo ha dato fiducia, crede a ciò che gli scribi gli dicono. Mai si è chiesto se la realtà è questa, se è proprio questa la verità. Mai si è fatto delle domande e mai ha visto la cosa da altri punti di vista. Ha detto: “Questo mi hanno insegnato, questo credevano anche i miei padri, quindi questa è la verità”. Questa verità gli ha dato e gli dà sicurezza e stabilità. Allora capiamo bene cosa accade quando arriva uno, Gesù, che gli dice: “Guarda che non è come credi! Guarda che Dio non è così!”. Gli sta togliendo tutto quello che ha, le certezze sulle quali ha fondato la sua vita. Si sente minacciato alle basi ed è per questo reagisce con violenza di fronte a Gesù. Demonio religioso è tutto ciò a cui diamo nome “Dio, fede, religione” e invece sono i nostri disagi di vita. E’ un pericolo tremendo perché l’etichetta “Dio” giustifica tutto e non permette di arrivare alla radice del nodo, del problema, della questione. Per non fare passi avanti, per non crescere, per non cambiare, per non soffrire, per non evolvere, la giustificazione religiosa è la migliore resistenza possibile. C’è una persona che si dà un sacco da fare per gli altri. E’ veramente generosa e disponibile. Ma c’è qualcosa che non va! Infatti se gli altri non fanno quello che fa lei (e lei fa sempre più degli altri!: “Se tutti facessero come me!”) si arrabbia e diventa giudicante. E poi, non basta mai quello che lei fa e dovrebbe fare sempre di più. E’ chiaro che ha il demonio dentro: “Non basta mai!”. Ma, chiediamoci: cosa c’è dietro? Cos’è che non bastava mai? Per quanto facesse da piccola la mamma non la prendeva mai sul serio, non la considerava mai veramente, ma anzi la trattava sempre come inferiore (“Cosa vuoi saperne tu!”). Quel “non basta mai” è: “Faccio di tutto, cerco di andarti bene cara mamma, ma non basta perché tu mi possa vedere”, è il dolore della sua mancanza. Ma se tu le dici: “Guarda che Dio non ti chiede di sfinirti; guarda che non c’è motivo di sentirti in colpa se non arrivi a tutto; guarda che non devi risolvere tu tutti i problemi del mondo”, allora s’infuria e ti dice: “E’ perché non ami Gesù che dici così”. Con l’etichetta “Dio” (compensazione) si sta nascondendo la sua sofferenza. Se tu gli togli l’etichetta lei ci sta male, per cui farà di tutto perché tu non gliela tolga. Un uomo ha avuto un padre assente (c’era ma lavorava sempre) e non ha mai sviluppato la sua autonomia. Ad un certo punto ha trovato un gruppo religioso e ha fatto di questo gruppo religioso suo padre. Dentro, però, lui è ancora bambino, non è autonomo: non sa pensare con la sua testa, non è capace di mettere in discussione le proprie idee, non è capace di guardarsi dal di fuori. Se gli dici qualcosa sul suo gruppo religioso, facendogli notare delle cose, va su tutte le furie. E’ come il bambino quando gli tocchi il papà o la mamma: gli stai toccando i suoi dei, i suoi pilastri e lui ti potrebbe uccidere. Tutto quello che il gruppo dice è verità: è come il bambino che crede a tutto quello che i genitori gli dicono. Il suo demonio è la sua dipendenza da questo gruppo religioso. Quante persone hanno fatto di un gruppo, di una setta, di una cosa, il loro Dio. “Il bisogno di padre” cioè di essere riconosciuti da qualcuno (guru, chiesa, maestro: papà o mamma) e di appartenere a qualcuno (gruppo: famiglia) è così forte (buco dell’infanzia) che “sacrificano” la propria libertà personale, la propria testa per aderirvi. Il bisogno di appartenenza diventa più importante (e uccide) il bisogno di unicità, di essere se stessi e di fare la propria strada. C’è un uomo che prega sempre. A vederlo dici: “Però, che fede!”. Ma c’è qualcosa che non va: pensieri chiusi, ristretti e spiritualmente non evolve. Sua madre non lo aspettava, è arrivato “per sbaglio” (ma lei gli ha sempre detto di averlo amato molto) quando con suo padre “era finita” e per colpa sua lei ha dovuto rimanere dentro al matrimonio (ha sempre provato un inconscio profondo odio verso quel figlio, causa del dover rimanere insieme al marito). Lui rifiutato da lei (il primo Dio di ogni bambino è la madre) si è buttato tutto su Dio. In realtà la sua fede non è fede ma attaccamento: ha la paura terribile che Dio (la mamma) lo rifiuti (e lui conosce bene questo dolore). Non prega quindi per amore, per lode, per stupore, per vivere; prega per paura e per timore. Ma prova a dirglielo! Ti dirà: “Non è vero! Io amo Dio! Cosa c’entra la psicologia con la fede! Non mi aspettavo, proprio da lei, che mi dicesse così!, ecc.”. E’ il suo demonio. La religione lo protegge dal grande dolore del rifiuto. Da una parte lo protegge, dall’altra, però, lo fissa lì. Un amico prete mi ha detto: “Dicevo il breviario (i salmi che i preti dicono ogni giorno) tutti i giorni e se non lo dicevo mi sentivo in colpa e non a posto. Era difficile per me dirmi che Dio era come un giudice che se sbaglio mi punisce e mi ritira il suo amore. Era difficile perché dovevo cambiare la mia immagine di Dio. Io ero ancora il bambino che il papà (Dio) può punire. Ma Dio non è così (per fortuna!). Oggi dico ancora il breviario ma è una gioia; e se qualche volta non riesco non è più un problema”. Osserviamo come il demonio se ne sta lì buono buono. Ma quando Gesù lo smaschera allora reagisce con una forza inaudita e gli urla (1,23): “Che c’entri con noi? Sei venuto a rovinarci?”. “Che c’entri con noi” (1,24) vuol dire: “Non sei come noi vogliamo vederti. Non vogliamo avere a che fare con te”. In queste parole c’è tutto il rifiuto, il “no” a Gesù e alla verità. E perché c’è questo rifiuto totale? “Sei venuto a rovinarci?” (1,24). Risposta: “Sì!”. Quando Dio viene, vanno in frantumi le nostre impalcature e le nostre sicurezze. Dio è la rovina, la distruzione, l’uragano, che spazza via tutto quanto credevamo vero e non lo era. Ascoltiamo bene le parole: “Che c’entri con noi?”. Perché parla al plurale se c’è solo lui? Chi sono questi “noi”? E’ chiaro: l’uomo parla a nome di tutto il gruppo (scribi): le parole di Gesù li minacciano e mandano in rovina la loro autorità e il loro prestigio. “Insegnano dottrine che sono precetti di uomini annullando così la Parola di Dio” (7,7.13). Loro si sentono dalla parte del giusto (lett. “la loro sinagoga” 1,21); loro hanno la verità, loro partecipano sempre alla liturgia, loro hanno la Scrittura dei padri, loro sanno cosa è puro e cosa è impuro, cosa è giusto e cosa non è giusto, chi può essere ammesso e chi non può essere ammesso. Lo dice la Bibbia, lo dicono i profeti, lo dicono tutti! Per questo possono giudicare e sentenziare sulla vita degli altri. Loro dicono: “Questa è la fede, questo è Dio”. Gesù dice: “Siete tutti ammalati, in preda ai vostri demoni che neppure vedete e che, per questo, vi fate guide anche di altri, portando anche loro nelle tenebre”. Gv 10,21: “Può un demonio aprire gli occhi di un cieco?”. “Quando un cieco guida un altro cieco tutti e due cadranno in un fosso!” (Mt. 15,14). “Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi” (Mt. 23,15). Immaginatevi la scena: ma come potevano reagire, secondo voi? Uno va a dire a loro, proprio a loro che possedevano la verità con controprova delle Scritture, che quella che loro affermano essere verità è invece demonio: potevano non adirarsi? Potevano non volerne la morte? Potevano stare zitti? Il vangelo dice poi che lo spirito impuro se ne va “straziandolo e gridando forte” (1,26). Quel verbo “straziare” (sparassein) vuol dire tirare, strappare, dilaniare, torturare. Indica la lacerazione, la sofferenza per una guarigione dolorosa. Guarire è meraviglioso, fa sentire liberi e leggeri, e ci fa recuperare la nostra identità e la nostra vita. Ma guarire “fa male”, è doloroso, perché è staccarsi da ciò che chiamavamo certezza (spirito) e che invece si rivela malvagio, condizionante, imprigionante (impuro). Guarire “fa male” perché va ad aprire delle porte chiuse a chiave, che non vogliamo aprire perché sappiamo che lì dentro c’è qualcosa che ci fa piangere, che è doloroso e terribile. Per questo tentiamo con tutte le forze di evitarlo e di scappare. Guarire, a volte, è scendere nell’inferno e nel luogo del dolore. E chi di noi vuole farlo? Nessuno, ovvio! Fede però è liberarci dai nostri demoni che ci tengono prigionieri. Tu dici: “Non riesco a trovarmi nessun compagno”. Per questo preghi per trovarlo. Bene! Poi scopri che non trovi nessuno, non perché non ci sia nessuno, ma perché quando i tuoi genitori si sono separati, tu hai sofferto tantissimo, quel dolore ce l’hai ancora dentro (ben nascosto e dimenticato s’intende!) e per questo tu hai fatto un patto: “Se quando si ama poi si soffre così tanto, io non lo farò mai più”. Per questo tu non puoi, non riesci a lasciarti andare, a fidarti di una persona. E non fa male scoprire tutto questo? E non fa piangere, non è uno strazio risentire il dolore di quel bambino diviso tra mamma e papà, usato per i loro conflitti, abbandonato e solo? A volte vien da dire: “Era meglio neppure sapere certe cose”; ma è solo la voce della sofferenza. Perché liberato il dolore si può tornare ad amare, a riprovarci, e a sentire quanto sia meraviglioso lasciarsi amare. Fede è: “Dammi Signore la forza per entrare in quel dolore e sciogliere quel patto che ho fatto”. Tu dici: “Nella vita bisogna sacrificarsi”. Vero, bisogna lottare e non si può avere tutto ciò che si vuole. Ma quando scopri che dietro quella frase c’è il tuo sacrificio e tutto ciò che hai fatto per farti amare… e non è bastato, allora sì che è uno strazio tremendo. Quando piangevi, ti lasciavano piangere, così tu hai smesso e rinunciato ai tuoi bisogni (tanto non veniva nessuno!). Quando andavi bene a scuola nessuno ti diceva: “Bravo!”. E quando aiutavi il papà o la mamma, nessuno ti diceva: “Grazie!”, ma solo: “E’ il tuo dovere”. Hai fatto un sacco di cose per essere voluto bene e non hai fatto un sacco di cose per paura di essere rifiutato. Così ti sei adattato, hai sacrificato la tua vita per non essere rifiutato. E non fa male risentire tutta quella solitudine? Non fa urlare di dolore? E non fa male vedere che hai rinunciato a vivere pur di avere briciole di amore? Chi lo vuole fare? Fede è: “Dammi la forza Signore per non sacrificare e rinunciare più alla mia vita per essere accettato”. Un’ostrica del mare incontra un gambero: “Come ti va?”. “Ah, benissimo!”. “E tu?”, chiede il gambero all’ostrica. “Io ho un dolore così forte dentro. Beato te che stai così bene!”. In quel momento passa un altro pesce: “Abbi pazienza, amica ostrica, perché quel dolore è la tua perla che si sta formando”. Un giorno durante un camposcuola un ragazzo si è rotto un braccio. Al pronto soccorso il medico gli ha detto: “Adesso ti facciamo un piccolo intervento e ti sistemiamo tutto”. “Ma io ho paura”. “Ma no tranquillo!”. “Ma io ho paura”. E non c’era verso: non voleva. Ad un certo punto, lasciata la tenerezza, con decisione il medico gli ha detto: “Adesso lo facciamo e non se ne parla più, ok.!?”. E’ così: quando s’ha da fare, s’ha da fare. Incontrare certi dolori è davvero straziante: è come partorire, è un travaglio. Ma compiuto il parto si scopre che ne valeva la pena. E’ meglio soffrire alcuni minuti o qualche giorno piuttosto che tutta la vita. S’ha da fare? Si fa! Bisogna affrontarla? La si affronta! E a Dio chiedo la forza di affrontare “i miei interventi” e non di risolvermi la questione o di evitarmi il dolore. Questo vangelo mi provoca. Io mi definisco cristiano e parlo di Dio agli altri. Ma devo vigilare perché forse anche in me, forse anche nella mia chiesa si nasconde qualche spirito immondo. Devo vigilare perché a volte sono proprio le persone generose, disponibili, quelle sempre presenti, che hanno uno spirito immondo, che se ne sta lì buono buono solo perché non lo tocchi. Se poi prendo il vangelo e guardo al rapporto di Gesù con la sinagoga, non c’è da stare molto allegri! Gesù in Mc vi entra tre volte. La sinagoga era il luogo di culto, “la chiesa” del tempo. Ogni volta che Gesù entrerà nella sinagoga si scontrerà sempre con l’autorità del tempo. La prima volta è nel vangelo di oggi, dove appunto ha a che fare con uno spirito immondo (1,21-28): ed è lotta senza esclusione di colpi. La seconda volta (3,1-6) guarisce di nuovo, questa volta è un uomo dalla mano inaridita, e i farisei e gli erodiani si ritrovano e congiurano per farlo morire. La terza volta che vi entra (6,1-6) viene preso in giro e delegittimato: “Ma da dove ti vengono queste cose? Guarda che noi ti conosciamo bene, chi ti credi di essere? Conosciamo, sai, tua madre Maria, i tuoi fratelli Giacomo, Giuda, Simone e le tue sorelle!? Abbassa la cresta!”. E Gesù, dice il vangelo, non poté guarire nessuno perché non gli credevano. Tant’è vero che c’è una frase fortissima che esprime il dolore intenso e profondo di Gesù: “E si meravigliava della loro incredulità” (6,6). Thaumazo (meravigliarsi) è il nostro: “Ma non ci posso credere!; ma non è possibile!!!”. E’ l’incredulità nei confronti di qualcosa. Tant’è vero che Gesù non può guarire nessuno perché non gli credono! Da questo momento in poi Gesù non entrerà più nella sinagoga perché, aveva capito che non ne valeva la pena! Se c’era un posto resistente, impermeabile a Gesù era proprio la sinagoga. Fa pensare! Perché questo? Vi erano due visioni inconciliabili che si scontravano. Il valore della sinagoga era l’appartenenza. Avete presente in un club? Puoi entrarci se accetti le regole di quel club. La sinagoga diceva: “Se accetti i comandamenti, se rispetti la Bibbia, se stai alle regole, allora puoi partecipare. Chi non lo fa', chi è impuro, non vi può partecipare: fuori!”. L’appartenenza soddisfa ai bisogni di accoglienza e calore, del sentirsi qualcuno perché parte di una “famiglia”; il pericolo è il giudizio (noi andiamo bene, gli altri no) e la non autonomia (o pensi come il gruppo o ti cacciamo). Ma per Gesù il valore era la Vita: “Vuoi vivere? Ti senti bisognoso? Senti che la tua anima soffoca? Senti il bisogno di un respiro più ampio? Vuoi guarire? Vuoi percepire la forza della vita che abita in te? Vuoi incontrare Colui che è la Vita? Vieni qui. Non importa più se tu sei buono o cattivo, giusto o ingiusto, puro o impuro, dei nostri o nemico. Se hai questo desiderio, vieni qui, vieni e seguimi”. Infatti la grande chiesa di Gesù fu il mondo. E chi lo seguiva? Non era più importante chi, ma cosa cercavano. La maggior parte di chi seguiva Gesù era gente che non seguiva le regole religiose o le convenzioni. Ma Gesù non ha mai usato questo criterio, ma il criterio del cuore: “Quanto grande è il suo cuore? Quanto sa amare? Cosa sta cercando?”. Insieme ai conquistatori del Nuovo Mondo vi erano anche dei frati. Raggiunta un’isola trovarono una popolazione di selvaggi. Erano proprio selvaggi: senza Dio, credevano ancora negli dei e veneravano gli alberi. Era gente sorridente, benevola, ospitale, felice e cantavano sempre ma non conoscevano Gesù Cristo! Così i frati li convertirono, li battezzarono tutti, insegnarono a tutti i dieci comandamenti, fecero costruire una chiesa e tutti andavano in chiesa. I frati erano felicissimi: avevano portato al Signore altri uomini. Ma sapete cosa successe? Che dopo la conversione quegli uomini non furono più felici e non cantarono più. Quando l’appartenenza diventa più importante della vita. don Marco Pedron |
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Ma chi sono i veri maestri di vita? Anzitutto una riflessione sulla ‘vita’, essendo oggi ‘La Giornata della vita’. È incredibile si debba anche solo pensare di non apprezzare il dono, meraviglioso dono, della vita! Tutti sappiamo che ogni persona, che viene al mondo, ha il suo inizio dal Cuore di Dio, vero Creatore nostro, che poi, come ha stabilito, ci ha consegnati, come frutto dell’amore di papà e mamma, al seno di mamma e alla cura dei nostri genitori. li tesoro immenso della vita ha inizio in quell’atto di amore, nel momento del concepimento di quello che la scienza chiama ‘embrione’ e noi consideriamo un minuscolo soggetto, che racchiude tutta la bellezza della vita, la sua dignità, la sua vocazione alla santità e, quindi, alla vita con Dio. Non dimentichiamo mai che ognuno di noi è stato ‘embrione’.... ed è diventato la persona che è, perché accolto dall’amore di mamma e papà! I primi ‘passi’, misteriosi ma belli, li abbiamo mossi nel caldo seno delle nostre mamme e poi, lentamente, venuti al mondo, ci siamo fatti grandi. In ogni istante gli occhi del Padre sono stati puntati sul quel Suo dono, quel figlio che ama. Ogni ‘embrione’, diverrà, se sarà accolto e custodito ed educato, quello che ciascuno di noi ora è, una persona, e vuole diventare, speriamo, figlio del Padre unico. Appassionante e indicibile il mistero della vita! Eppure, oggi, quel piccolo, nel seno materno, indifeso, è spesso considerato, non come una meraviglia, ma come ‘una cosa’, su cui si possono fare esperimenti o, fatto ancora più incomprensibile, ‘buttare’, se ‘non serve’ o è ‘di ostacolo’, troncando il suo viaggio di vita, con l’aborto. Abbiamo tanta cura dei capolavori dell’arte, facciamo l’impossibile per custodirli e non finiamo di ammirarli, e poi non proviamo lo stesso stupore davanti ad un piccolo uomo che vuole nascere, vero capolavoro di Dio! Come è possibile una tale cecità? E ancor più, quali possono essere le ragioni per sopprimere un neonato... quando poi riempiamo gli ospedali per curare la vita? Perché siamo così contradditori, insensati? È ignoranza? Coscienza smarrita? O altro.... Vorrei offrire a tutti quanto Giovanni Paolo II scriveva nella lettera pastorale ‘Mulieris dignitatem’ “Il reciproco dono della persona nel matrimonio si apre verso il dono di vita nuova, di un nuovo uomo, che è anche persona a somiglianza dei propri genitori. La maternità implica fin dall’inizio una speciale apertura verso la nuova persona: e proprio questa è la ‘parte’ della donna. In tale apertura nel concepire e nel dare alla luce un figlio, la donna ‘si ritrova’ mediante un dono sincero di sé. Il dono dell’interiore disponibilità nell’accettare e nel mettere al mondo un figlio è collegato all’unione matrimoniale, che dovrebbe costituire un Momento particolare del dono di sé da parte della donna e dell’uomo. Il concepimento e la nascita del nuovo uomo, secondo la Bibbia, sono accompagnati dalle seguenti parole della donna-genitrice: ‘Ho acquistato un uomo dal Signore’ (Gen. 4, 1)”. LA PAROLA DI DIO, OGGI San Marco, nel tratteggiare la vita di Gesù, sembra abbia fretta di portare tutto il discorso su di una sola domanda: ‘Ma Chi è mai costui?’. Ed è la domanda chiave, che avrà la sua risposta alla fine, dopo che ‘tutto sarà compiuto, svelando per intero il piano di amore del Padre verso l’uomo. Gesù ‘ha scelto’ quelli che dovranno’ stare con Lui’, durante la sua breve vita pubblica, per poi ‘essere mandati’ a testimoniare ciò che ‘hanno visto e udito’. Ora è tempo di presentarsi al suo popolo: un popolo, che conosceva la Sacra Scrittura, ossia tutto ciò che Dio aveva compiuto dalla creazione, fino a scegliere “il Suo popolo” e annunciare Colui che avrebbe mandato, attraverso le parole di Mosè, che così Lo descrive:”Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A Lui darete ascolto. Avrai quindi quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea dicendo: ‘Che io non oda più la voce del Signore, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia’... Porrò sulla Sua bocca le mie parole ed Egli vi dirà quanto gli comanderò”. (Dt. 18, 15-20) Gesù sceglie, come luogo di inizio della sua predicazione, Cafarnao, lontana da Nazareth, più vicina al Giordano, dove si era incontrato con Giovanni il Battista, e da questi era stato battezzato, con il battesimo di penitenza. E lì che tutti avevano udito dal cielo: ‘Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! Cafarnao era una cittadina importante, sul lago di Tiberiade e sui colli, che sembrano fare da cornice al lago, Gesù vi trascorrerà tanta parte della vita pubblica. Di Cafarnao era lo stesso Pietro. Inoltre la città e tutta la zona del lago era una delle parti più popolate e frequentate della Terra Santa. Se la missione di Gesù doveva arrivare a tutte le genti, fino a noi, e oltre, era giusto iniziasse e si svolgesse dove più numerosa era la popolazione. Da allora in poi, per sempre, in qualunque posto e per qualunque uomo, Gesù, il Messia, sarebbe stato il punto di ricerca e di incontro con la Buona Novella. Lui, la Voce, la Parola del Padre, il Verbo eterno, venuto per la nostra salvezza. Ma l’uomo, ognuno di noi, doveva e deve avere il desiderio e la volontà di ascoltare e prepararsi con amore all’accoglienza. Inizialmente nessuno sapeva chi fosse Gesù. Forse su di Lui si facevano supposizioni, si raccontavano già alcuni fatti straordinari. Gesù emanava indiscutibilmente un fascino misterioso, che suscitava curiosità, ma per molti restava appunto ‘curiosità’. Per la maggioranza era ancora ‘un uomo qualunque’, anche se un ‘Rabbi straordinario’ in mezzo ad altri uomini, che viveva la ferialità, a volte noiosa della vita, senza ancora suggerire la salvezza che ognuno invece si attendeva. Inoltre Gesù veniva da Nazareth, una piccola ed insignificante città, che godeva poca stima, ‘senza fama, se non peggio’. E allora, come oggi, essere nati ‘a Nazareth’ era già motivo di discriminazione. Eppure il primo impatto, nella sinagoga, Marco lo presenta come una possibile epifania, manifestazione di Dio. La Sinagoga, ancora oggi, per gli Ebrei, in qualunque Stato risiedano, è il luogo di culto, dove si radunano per leggere e ascoltare la Parola di Dio. E la Parola di Dio è custodita e venerata come la stessa Presenza di Dio tra gli uomini. Marco fa risaltare da una parte la forza dell’insegnamento di Gesù, che si propone come Maestro della Legge, ‘non come gli scribi’; dall’altra lo stupore di chi Lo ascolta: ‘Una dottrina nuova insegnata con autorità’, commenta la gente. Evidentemente avevano colto nelle parole di Gesù – le stesse che leggiamo noi – la semplicità e la lucidità di ciò che esce dalla bocca di Dio e, nello stesso tempo, la testimonianza di vita di tale Parola: Gesù è ‘il Verbo fatto carne’. E’ ancora presente, oggi, questo stupore, ogni volta ascoltiamo o leggiamo il Vangelo? Aveva certamente ragione Paolo VI, quando affermava: ‘Il mondo ha bisogno oggi di testimoni, più che di maestri: meglio ancora se maestri - testimoni’. Questo per la semplice ragione che la gente, noi stessi, difficilmente siamo disposti a sentire solo parole. Non riusciamo invece a contenere la nostra ammirazione e il nostro stupore di fronte alla testimonianza, che in fondo è la parola fatta esistenza. Chi non ricorda l’esempio del santo Curato d’Ars, che predicava con semplicità, ma vivendo una vita santa, al punto che a sentire le sue prediche correvano grandi teologi e, soprattutto, gente assetata di erità, da tutta la Francia. Dobbiamo confessare che oggi vi è una crisi di ‘autorità’ nelle parole di coloro che dovrebbero essere a pieno titolo maestri-testimoni: una crisi che ha minato profondamente la società e le istituzioni, forse anche quelle ecclesiali, ma in particolare la scuola e la famiglia. Quando genitori e insegnanti parlano, a volte figli e alunni alzano le spalle, fino al disprezzo delle parole che sentono. Perché, viene da chiedersi? Ma soprattutto è bene che ci domandiamo: ‘Che cosa insegniamo?’. Il nostro insegnamento è manifestazione della Parola di Dio o solo il vuoto del mondo? Proponiamo ideali o compromessi? Facili illusioni, effimeri valori o impegno, responsabilità e pienezza di vita? Dignità e consapevolezza o istintualità e conformismo? E la Chiesa? Le nostre prediche? Sono davvero Buona Novella? Ho conosciuto, da giovane, grandi sacerdoti, come don Clemente Rebora o il mio Superiore generale, che avevano sempre con loro il Vangelo, per confrontarsi sulla Parola, e, quando celebravano la S. Messa, predicavano, vivevano, la loro testimonianza lasciava il segno nella mia vita. È vero – e di questo ringrazio di cuore lo Spirito – che oggi, un po’ ovunque, nelle comunità, sono sorti Centri di Ascolto della Parola: gruppi che mostrano le meraviglie che, anche apparenti semplici righe di una pagina di Vangelo, possono realizzare nella vita delle persone. È Dio che parla e, parlando, rinnova le sue creature, solo che lo lascino fare! Così pregava S. Filippo Neri: Signore, vorrei tanto amarti. Ma Gesù non fidarti tanto di me. Signore, te l’ho detto: se non mi aiuti io non farò nulla di buono. Io Te l’ho detto: non Ti conosco, Ti cerco e non Ti trovo. Parlami Signore e vieni. Se Ti conoscessi, conoscerei anche me stesso’. mons. Antonio Riboldi |
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La Parola di Dio ci salva Gesù viene descritto dall’evangelista Marco con due caratteristiche: Gesù è il "maestro" che insegna; Gesù è il "liberatore" che guarisce, perché la sua parola è efficace. Ci troviamo davvero davanti a una "dottrina nuova", dove "nuova", nel linguaggio biblico, non significa originale, inedita, ma perfetta e definitiva. Gesù insegna con autorità e comanda con efficacia; egli proclama ed agisce, dice e fa', predica e guarisce. Il profeta è colui che parla "in nome di Dio". Gesù è il vero grande profeta. Egli insegna con autorità, attraverso parole e opere. Con i quattro ex pescatori, ora suoi discepoli, è a Cafarnao. Di sabato entra e parla nella sinagoga. C'è molta gente. La sua parola provoca un ascolto eccezionale. Tutti stanno a orecchi aperti: avvertono di trovarsi davanti a un uomo fuori del comune. Lui non conosce che l'aramaico, la lingua dialettale; non ha studiato la Scrittura presso alcuna scuola rabbinica; è un illustre sconosciuto. Eppure parla con autorità. Gli scribi e i rabbì del tempo sono dei 'ripetitori'; Gesù no. La sua è una parola che genera meraviglia, perché è novità assoluta, parla di Dio come uno che ci vive dentro, da sempre. Leggendo i vangeli si nota come questo sia il suo stile costante. Possiamo davvero chiamarlo l'uomo che stupisce. Il 'maligno' è molto più acuto della gente: non è preso dallo stupore, ma dalla rabbia e dall'odio. Egli sa che quell'uomo di Nazaret è venuto a sbancarlo dal suo trono. Il suo dominio indiscusso sull'uomo è finito. È scoccata l'ora di fare i conti con «il Cristo di Dio». E Gesù davanti a lui non si piega, perché ha qualcosa in più degli altri uomini: egli è «il Santo di Dio» e il maligno lo sa. Nello scontro è Cristo che vince, ma non con la forza dialettica, Gesù non discute con il demonio. Gli impone addirittura di «tacere e di andarsene». Cristo non scende a patti con lui. Il pasticcio in cui l'uomo d'oggi è impantanato è proprio questo: andare a braccetto con Dio e con il diavolo. Non esiste più distinzione: bene e male, onestà e disonestà, fedeltà e adulterio, purezza e lussuria, danaro pubblico e danaro sporco sono realtà così intrecciate da non essere più riconoscibili. L'arte del doppio gioco, della doppia morale, della doppia coscienza… Gesù ha una parola che taglia come una spada, che fa male, che invita a scegliere, che scuote, che libera e salva. Di fronte a Gesù che insegna, qual è il nostro atteggiamento? Di fronte a Gesù che ingaggia la sua lotta contro il male, quali comportamenti ci sono richiesti? La parola di Dio scuote e toglie la "tranquillità" di chi la predica e a chi l'ascolta. A volte essa fa male, ma è un male, come nel caso dell'ossesso del vangelo, che si converte nel nostro vero bene. Gesù è venuto per accendere una speranza nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Gesù mostra come Dio provi compassione per le nostre infermità e si impegni, in prima persona, nella lotta contro il male: il male fisico e quello, più profondo, che intacca l'anima, il male che coincide con la cattiveria del cuore e quello che ha i connotati di una prigionia, da cui non si riesce più ad uscire con le proprie forze. Il Signore ci è accanto per questo e vince il maligno e ci dà la vita vera. don Roberto Rossi |
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Gesù ha appena iniziato il suo ministero pubblico e ha già con sé un gruppetto di discepoli (cfr. domenica precedente). Il brano odierno apre una sezione ricca di indicazioni temporali, che ci mostra come una "giornata tipo" di Gesù a Cafarnao. È sabato e Gesù prende parte all'incontro festivo nella sinagoga. Qui coglie subito l'opportunità di "insegnare". Molto più degli altri evangelisti Marco applica Gesù tale verbo come pure il termine "insegnamento" (nel nostro testo ricorrono rispettivamente due volte ciascuno). E non si preoccupa tanto di riferirne il contenuto, ma sottolinea l'attività stessa di insegnare, in quanto tale attività rivela l'identità di Gesù, manifesta chi Egli è: colui che porta nel mondo la parola di Dio, il Vangelo. È Dio che attraverso Gesù ammaestra gli uomini e parla direttamente con loro. In altri termini, Gesù è profeta. Il profeta definitivo che Dio, secondo la promessa di Mosè, avrebbe "suscitato" per il suo popolo (Dt. 18,15-20: 1ª lettura). Se Marco pare meno interessato a riportare il contenuto dell'insegnamento di Gesù è anche perché vuol mostrare che Gesù ha insegnato più con la vita che con le parole. Questo insegnamento presenta due caratteristiche: "Una dottrina nuova insegnata con autorità". Novità che si fonda sull'autorità. Un insegnamento che è nuovo per quello che annuncia: Dio ci ama e vuole farci felici offrendoci la possibilità di un rapporto profondo con Lui. Chi ascoltava Gesù percepiva nuovo il suo insegnamento soprattutto per il modo con cui lo impartiva e che lo differenziava da quello degli altri maestri: la sua "autorità" (due volte). Tale "autorità" non indica tanto la competenza con cui uno possiede bene la materia: gli scribi possono essere competente. Infatti dipendono dai loro maestri e spiegano la lettera della Legge con accurata minuziosità. Ma Gesù non insegna come loro. Non ha imparato a scuola (cfr. Gv. 7,15) e non si riferisce ad altri maestri. Egli ha coscienza di essere inviato da Dio e di parlare direttamente in suo nome. Così, interpreta non di rado la Legge in modo diverso e ha autorità su di essa (cfr. Mc. 2,27-28; 2,17ss etc. cfr. Mt. 5,21-22. 27ss). Non dice come i profeti: "Parola del Signore!". Ma parla di sua autorità, proprio perché è Lui la Parola del Signore. Manifesta quindi l'autorità stessa di Dio. E lo fa non solo con la parola, ma col suo comportamento non conforme alla mentalità legalista dell'ambiente nei confronti dei poveri, malati, peccatori, donne...Gesù è un uomo veramente libero e "liberante". Un'autorità che è "potere"reale contro il male, nel senso che la parola di Gesù è una parola efficace, che opera la liberazione dell'uomo. Lo mostra all'evidenza la guarigione dell'indemoniato. Colpisce il fatto che il primo gesto di Gesù compiuto in favore dell'uomo è la sua liberazione dallo spirito maligno. Gesù scaccia un demonio semplicemente con la sua parola, un ordine secco e perentorio: "Esci da quell'uomo". E l'ordine viene immediatamente eseguito. Non c'è bisogno di ricorrere a rituali e formule magiche. Taci!". Il demonio pare riconoscere l'identità di Gesù: "il Santo di Dio", cioè colui che è in speciale rapporto con Dio e nel quale Dio agisce. Ma Gesù impone il silenzio. Perché? Il mistero di Gesù e la sua relazione intima con Dio saranno riconosciuti pienamente davanti al Crocifisso (cfr. Mc. 15,39) e ciò sarà per puro dono del Padre. Ora non possono essere ancora compresi. Occorre un lungo cammino di fede. Inoltre Gesù non accetta una dichiarazione, anche esatta, da chi, come i demoni, non intende impegnarsi nella fede in Lui. Questo intervento di Gesù mette in luce un aspetto importante della sua missione. Non si tratta di una semplice liberazione da un demonio, ma piuttosto della liberazione generale dai demoni. In effetti lo spirito impuro parla al plurale: "Sei venuto a rovinarci!". Il Regno di Dio, la sua presenza risanante e liberante, avanza attraverso l'opera di Gesù e Satana con tutte le forze del male è costretto a retrocedere. La rovina del suo regno è iniziata. L'interesse di Marco a interpretare l'attività di Gesù in chiave di lotta contro Satana (cfr. 1,34.39; 5,1-20; 9,14-29;6, 7.13 etc.) è qualcosa di sorpassato e inattuale? L'evangelista ci invita a leggere la storia in profondità: è in corso una lotta fra il bene e il male, fra Dio e il Maligno. Una lotta dove è in gioco l'uomo, la sua libertà la sua vita. Non possiamo ignorare la presenza potente e insidiosa del demoniaco nella storia, presenza molteplice. Ma la lotta – vittoriosa, anche se sofferta – che Gesù conduce contro Satana mostra che a Dio spetta l'ultima parola e quindi all'uomo è data la certezza di non essere abbandonato nel combattimento contro il male. La reazione della gente all'insegnamento di Gesù impartito con "autorità"? È un'esperienza di "timore" (il brivido che afferra l'uomo a contatto della realtà del divino) e stupore. Indubbiamente l'autorità di Gesù è unica ed esclusiva. Ma alcune componenti dell'autorevolezza ed efficacia del suo insegnamento sono senz'altro esemplari e normative per noi. Possiamo richiamarne alcune. Gesù era "convincente" perché era "convinto" di quello che annunciava, disposto a morire per ciascuna delle verità che trasmetteva. Così io annuncio in modo autentico il Vangelo se credo fino in fondo in ciò che propongo. - Gesù si sentiva inviato dal Padre ed era consapevole che il suo messaggio operava la salvezza dell'uomo. Che ha un compito di annuncio (chi non lo ha?) è cosciente di una missione che ha ricevuto, sicuro che educare nella fede è il servizio più prezioso e necessario che si possa rendere all'uomo? - L'autorevolezza di Gesù derivava dal fatto che parlava per esperienza diretta e non per sentito dire: il suo messaggio scaturiva dal suo rapporto di comunione col Padre. Così chi comunica la Parola di Dio non insegna tanto nozioni imparate sui libri, ma annuncia una Persona, con la quale convive in un rapporto di intimità profonda. Più che maestro, è testimone. - Gesù amava teneramente le persone a cui donava la sua parola, pronto a morire per loro ed esse lo avvertivano. Così il Vangelo si annuncia solo per amore e si annuncia amando. Solo l'amore è credibile. - Gesù era quello che diceva. Così chi annuncia è convincente nella misura in cui la sua vita corrisponde al suo insegnamento. - La parola di Gesù coinvolgeva immediatamente la vita delle persone, cambiandola. La nostra parola si perde nella teoria o mira alla concretezza della vita? Pùò essere utile confrontarci su questi e altri aspetti ancora, che qualificano l'autorità di Gesù e che è possibile riportare nel nostro stile di vita. San Paolo (1Cor. 7,32-35: 2ª lettura) desidera che i suoi cristiani siano "uniti al Signore, senza distrazioni". La verginità è una via singolare per attuare tale relazione per quanti Dio chiama a questa forma di esistenza, che imita e riproduce quella di Cristo, anche Lui vergine. Uno stato di vita che – se vissuto secondo il Vangelo – rimane una parola "profetica" (cfr. 1ª lettura) di Dio per l'uomo di oggi e di sempre: richiamo costante al primato assoluto di Dio e alle realtà definitive che ci attendono. L'essenziale è però che ognuno nella Chiesa sia fedele alla propria specifica vocazione. Il messaggio di Gesù, contenuto nel Vangelo e attualizzato nell'insegnamento della Chiesa, riusciamo a coglierlo nella sua novità e freschezza? Ci accade di stupirci e di provare gioia nello scoprirne nuovi aspetti? Soprattutto, troviamo interessante e "sorprendente" la Persona di Gesù, suscitando in altri tale interesse e sorpresa? mons. Ilvo Corniglia |
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Gesù parla come uno che ha autorità. L’evangelista san Marco non ci riporta nessuna parola del primo discorso pubblico di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, ma ce ne mostra gli effetti. La parola di Gesù è alla portata di tutti, tutti la capiscono, ma per accettarla occorre fare uno sforzo interiore; essa infatti invita a forti cambiamenti. Non per nulla la settimana passata abbiamo sentito nel riassunto del messaggio iniziale di Gesù che egli parlava di un Regno di Dio vicino e della necessità di credere a questo annuncio di bene. Nell’episodio di oggi Gesù ad un certo punto è costretto a intimare il silenzio di fronte all’assemblea. Non che gli fosse stato mancato di rispetto; anzi erano tutti pieni di interesse per le sue parole. Ma la luce quanto è più forte tanto più nette fa apparire le ombre di chi fa resistenza alla suo splendore. “Io so chi tu sei!” è l’obiezione dell’uomo posseduto che grida e si agita. Può essere anche la contestazione dei nostri giorni. Per molti il Vangelo ha smesso di essere una novità; si pensa di conoscerlo, si pretende di giudicarlo, lo si abbandona come inutile. Altri profeti sono sorti all’orizzonte e occupano lo scenario della comunicazione. Predicano una morale più facile e il predominio delle opinioni rispetto ad una presunta verità. Chi gli si oppone è accusato di non essere abbastanza moderno, oppure, visto che il credito della modernità è in calo, semplicemente di essere intollerante. “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?” È chiaro che la vittoria del bene segna la sconfitta del male e tuttavia noi siamo diventati più sensibili di un tempo al rispetto dei diritti di espressione e di scelta. Il bene non lo si può imporre per forza e la verità deve risplendere di luce propria nelle coscienze. Solo così la pratica sarà senza finzioni e il bene sarà meritorio. Ma possiamo domandarci: davvero Gesù e i suoi apostoli sono estranei ad una mentalità di rispetto dei diritti umani e di promozione della libertà personale? “Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni” dice san Paolo nella seconda lettura e le sue ultime parole per oggi sono: “Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore!”. Ci sono dei ragionamenti capziosi, che gettano un laccio e ci sono degli interventi liberanti, che i lacci li sciolgono e permettono di esprimersi con più libertà. Per apprezzare il messaggio del Vangelo di Gesù Cristo anche oggi c’è bisogno di fare silenzio, interiormente. In molti pretendono di avere l’assenso della gente comune, ma come stiamo constatando di questi tempi il credito si consuma e diventa discredito. In tutto ciò che attira nella nostra società attuale a badarci bene, c’è sempre qualcosa di spurio, che non può convincere del tutto né del tutto far contenti. A questo punto la persona accorta è messa di fronte ad una scelta esistenziale, o accontentarsi del meno peggio, ritirandosi in se stessa, oppure ritornare ad ascoltare la voce di Gesù. Gesù non nasconde la sua pretesa di dare una risposta alle aspettative umane, ma lo fa in modo originale e senza sbavature. In lui non c’è incertezza, ma neanche arroganza: egli fa una proposta di salvezza che restituisce all’uomo la sua dignità e gli mette davanti le sue responsabilità. Siamo nell’anno paolino e c’è un episodio interessante nella vita di san Paolo che può servire bene per illustrare questo punto e per concludere la nostra riflessione. Quando san Paolo aveva già deciso di andare a Roma a predicare il Vangelo anche là e si preparava per il grande passo non senza prima essere passato da Gerusalemme, a Efeso, dove egli si era trattenuto per più di un due anni scoppiò una rivolta contro di lui. Un tale, chiamato Demetrio, argentiere, che fabbricava tempietti di Artèmide in argento (la dea Diana dei romani) e procurava in tal modo non poco guadagno agli artigiani, li radunò insieme agli altri che si occupavano di cose del genere e disse: "Cittadini, voi sapete che da questa industria proviene il nostro benessere; ora potete osservare e sentire come questo Paolo ha convinto e sviato una massa di gente, non solo di Èfeso, ma si può dire di tutta l'Asia, affermando che non sono dèi quelli fabbricati da mani d'uomo. Non soltanto c'è il pericolo che la nostra categoria cada in discredito, ma anche che il santuario della grande dea Artèmide non venga stimato più nulla e venga distrutta la grandezza di colei che l'Asia e il mondo intero adorano". All'udire ciò s'infiammarono d'ira e si misero a gridare: "Grande è l'Artèmide degli Efesini!". Per accettare il Vangelo di Gesù occorre una certa dose di umiltà e anche il distacco dai propri interessi immediati. Non ci risulta che san Paolo abbia operato esorcismi nel corso della sua missione, ma ha liberato tanti pagani dalla paura e dalla superstizione, e ha dato loro una speranza nuova annunciando il Dio vivo e vero. Esiste una eloquenza capace di muovere all’ammirazione per la bravura dell’oratore, esiste un’arte dell’argomentazione che mira a modificare le convinzioni nella mente delle persone senza quasi che queste se accorgano e infine c’è la Parola del Signore. Forse non tutti ci rendiamo conto di quale fortuna sia poter apprezzarne la differenza. La Parola del Signore può suscitare un moto di rifiuto come nel caso degli Efesini e dell’indemoniato oppure può accendere ammirazione, tuttavia da essa non si può eliminare la caratteristica principale, ossia la sua origine divina, il fatto che proviene direttamente da Dio per la nostra salvezza. Alla fiera delle opinioni le bancarelle sono tante, ci si può avvicinare per curiosità, ma i buoni affari sono scarsi. Solo una Parola salva, ed è quella di Gesù. don Daniele Muraro |
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Un insegnamento nuovo Il testo della prima lettura di questa IV domenica del Tempo Ordinario ci pone davanti ad un Dio il cui desiderio è quello di stabilire con noi un rapporto amichevole, di collaborazione. Egli si interessa di noi, è nostro amico e ci considera non suoi schiavi, ma suoi figli. Vuole perciò stringere con noi una relazione fondata sulla fiducia reciproca. Contrariamente a quanto pensiamo, non intende imporci la sua amicizia, tiene molto alla nostra libertà, anche se ha la facoltà per poter fare di noi tutto ciò che vuole. Ma Egli tiene molto alla nostra fiducia, perché solo questa fiducia gli consente di adoperarsi davvero per noi, per la realizzazione della nostra vita; e poiché sa che nessun uomo può fidarsi di chi non conosce, specie se si tratta di Dio, fa di tutto per conquistarsi la nostra fiducia. A tal fine fa di tutto per entrare in relazione con noi e farsi conoscere, manifestandosi a noi in molti modi. Tra le tante, anzi infinite vie medianti le quali Egli si manifesta, il testo del Deuteronomio ci insegna che ne privilegia una in particolare: parlare, non solo al nostro cuore, alla nostra coscienza, ma - in modo diretto ed immediato - alle nostre orecchie, attraverso la mediazioni di uomini come noi, che accettano di collaborare con Lui e che la tradizione biblica chiama "profeti". La mediazione profetica diventa così la vera peculiarità della tradizione biblica rispetto a qualsiasi altra esperienza religiosa. La prima lettura ci parla di un Profeta che più di ogni altro medierà la Parola del Signore al punto che Dio si riconosce pienamente in lui. È evidente il riferimento al testo evangelico nel quale l'evangelista Marco ci presenta Gesù, Profeta del Signore. La sua è una Parola efficace, che genera nuova vita, che comanda, una Parola che non passa inoperosa: è la Parola che agisce. E che dottrina sarà mai la sua? Non è certamente una dottrina umana: una serie di insegnamenti solo umani, relativamente capaci di cambiare la vita. L'insegnamento di Gesù Cristo è allora il rendere visibile questa Parola efficace; è il risultato del parlare di Dio. Non è solo un'esortazione verbale che colpisce il nostro udito, ma è una potenza in atto, è una manifestazione di un agire portentoso. È una Parola la cui efficacia salta i limiti dello spazio e del tempo; è una Parola sempre fedele a se stessa e che perdura nei secoli. È la Parola che guarisce e che sana; la Parola, finalmente, liberatrice per una umanità altrimenti perduta e bisognosa di guarigione e di salvezza. La sua è una dottrina che rigenera ancora oggi perché è di origine divina, che ci apre ad una nuova realtà. È una dottrina insegnata con autorità, con l'autorità che solo Gesù possiede. Rendiamo i nostri cuori, allora, pronti e disponibili per accogliere questa Parola che libera. Apriamo la nostra vita all'unica Parola che può guarirci e sanarci. don Luca Orlando Russo |
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Gesu' Cristo, una nuova dottrina La Parola di Dio di questa quarta domenica del tempo ordinario ritorna sulla tematica dell'evangelizzazione. E' soprattutto il Vangelo a presentarci Gesù alle prese con la predicazione e con l'insegnamento, ma anche con la lotta alle forze demoniache presenti in soggetti particolari. Sia nell'insegnamento che nella pratica dell'esorcismo, Gesù è uno che opera con autorità, in quanto egli stesso è Dio. E' Cafarnao il luogo scelto da Gesù per manifestare nuovamente la sua potenza divina e presentare il suo programma di salvezza del genere umano. Il testo del Vangelo di Marco, che oggi ascoltiamo, ci riferisce in modo preciso e circostanziato di questo avvenimento, quasi fosse un fatto di cronaca presentato giornalisticamente: "A Cafarnao, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: "Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio". E Gesù lo sgridò: "Taci! Esci da quell'uomo". E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!". La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea". E' interessante notare il fatto che l'indemoniato è presente nella Sinagoga, come a dire che non ci sono luoghi riparati dall'intromissione delle forze del male, non ci sono luoghi protetti contro il demonio, ma bisogna lottare come Cristo, con la verità dell'insegnamento, con la sana dottrina e con la preghiera perché tali forze maligne si allontanino dal cuore e dagli ambienti di vita dei credenti. Di fronte alle tante notizie di cronaca giornaliera, ove la perversione ed il facile cedimento alle pressioni del male manifestano un mondo segnato dalla miseria e povertà morale, come cristiani siamo chiamati ad essere tutti "esorcisti", partendo da noi stessi, con la purificazione del nostro modo di pensare ed agire, in applicazione di quanto abbiamo meditato domenica scorsa sulla fede e sulla conversione. Siamo pure invitati, in base al dono della fede che abbiamo ricevuto nel Battesimo e confermato nella Cresima, ad essere cristiani credibili per il l'impegno sistematico (e non occasionale) sul versante della lotta di ogni male ed ingiustizia nel mondo. Questo lo possiamo fare, nella misura in cui viviamo intensamente una vita di comunione e di relazione con Dio nell'ascolto della sua parola, nella preghiera e con una intensa vita sacramentale. Anche in questa Domenica, San Paolo Apostolo con la sua Prima Lettera ai Corinzi ci viene incontro indicandoci una strada da seguire da un punto di vista morale. Egli scrive al riguardo: "Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni". Sono tante le occasioni e le distrazioni oggi che ci portano a trascurare il nostro rapporto con Dio e a soddisfare solo le nostre esigenze materiali. L´enciclica di Benedetto XVI, "Deus caritas est", ci propone un percorso alternativo a quanti concepiscono l'amore nel solo orizzonte del tempo presente e della corporeità. Lo stesso abuso del termine amore e la sua varia accezione ci fa comprendere come sia problematico scegliere la strada giusta per vivere nell'amore di Dio e in questo amore divino amare ogni nostro fratello, nonostante i limiti ed i difetti. Facendo tesoro della prima lettura tratta dal Deuteronomio dobbiamo essere anche noi profeti di verità e di moralità in questo nostro tempo e nei luoghi ove viviamo abitualmente. Non perché ci riteniamo migliori e più retti degli altri, ma perché è nostro dovere fondamentale trasmettere la verità del Vangelo ad ogni uomo. Questo compete soprattutto a coloro che hanno la responsabilità della guida pastorale delle comunità. Non si può falsificare il Vangelo, né far dire al Vangelo quello che sono le nostre personali convinzioni, magari in netta e chiara opposizione con il Magistero e la sana tradizione della Chiesa. E ciò in tutti i campi e soprattutto in quello dottrinale e morale. Leggiamo il brano della prima lettura: "Mosè parlò al popolo dicendo: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto. Avrai così quanto hai chiesto al Signore tuo Dio, sull'Oreb, il giorno dell'assemblea, dicendo: Che io non oda più la voce del Signore mio Dio e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia. Il Signore mi rispose: Quello che hanno detto, va bene; io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire". Essere un po' come i ripetitori delle radiotelevisioni, ovvero trasmettere agli altri ciò che ascoltiamo della Parola di Dio senza modificare di essa una virgola, soprattutto se si tratta di verità di fede o di insegnamenti morali fondamentali. Non bisogna cercare il consenso, né l'adulazione, l'appoggio e la condivisione in questo nostro compito di annunciatori del Vangelo, ma dobbiamo sforzarci di essere profeti coraggiosi della ricchezza e della profondità della Parola di Dio anche nel presente momento storico della Chiesa e del mondo. Compito non facile soprattutto oggi di fronte al pluralismo culturale, ideologico, religioso ed al relativismo morale che si è insinuato nei vari ambienti, compresi quelli ecclesiali e cattolici. Non si tratta di essere integralisti a modo di fedeli di altre religioni, ma credibili e soprattutto coerenti con quanto abbiamo accettato di professare e vivere, essendo cristiani, perché il Battesimo ci ha immersi nella morte e risurrezione di Cristo. Di queste persone credibili, ovvero dei santi di ogni tempo e anche del nostro tempo, abbiamo bisogno per ritrovare le ragioni della speranza, perché il sonno di questi valori generano solo persone demotivate e scoraggiate, persone senza regole morali che si lasciano andare ad una vita senza Dio e sempre più spesso ad un vita contro Dio. La preghiera iniziale di questa eucaristia domenicale ci dia il senso più vero di quanto il Signore vorrà dirci mediante l'attento ascolto della sua parola di vita: "O Padre, che nel Cristo tuo Figlio ci hai dato l'unico maestro di sapienza e il liberatore dalle potenze del male, rendici forti nella professione della fede, perché in parole e opere proclamiamo la verità e testimoniamo la beatitudine di coloro che a te si affidano". padre Antonio Rungi |
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Quella Parola che rinnova Nella Palestina del tempo c'erano sinagoghe non solo nei grandi centri, ma anche nelle piccole città e nei villaggi. Gli israeliti vi convenivano per la preghiera e per la lettura e la spiegazione della Scrittura. Non solo gli scribi e gli anziani, ma ogni israelita poteva chiedere la parola e intervenire. È così che Gesù, a Cafarnao, entra nella sinagoga e prende la parola per insegnare. Con questo episodio Marco inizia il racconto dell'attività pubblica di Gesù e inizia lo svolgimento del suo tema più importante: chi è Gesù? Due cose sono subito affermate con chiarezza, anche se non ancora svolte compiutamente (Marco le svilupperà piano piano lungo l'intero Vangelo): l'insegnamento di Gesù è nuovo e diverso da quello degli scribi, la sua autorità si impone persino agli spiriti maligni. «Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi». La stessa annotazione – con qualche variante – è ripetuta alla fine dell'episodio: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità». Come si vede, l'interesse principale di Marco riguarda l'insegnamento di Gesù, non però il che cosa, ma il come, non il contenuto ma le modalità. E difatti per ora nulla si dice di preciso sul contenuto dell'insegnamento: c'è tempo per farlo. L'evangelista svolge l'argomento secondo una sua pedagogia che va rispettata. Marco avverte subito che l'insegnamento di Gesù colpisce e fa problema, e non è assimilabile agli schemi conosciuti. Così sorge la domanda: che è mai questo? Insegnamento nuovo non significa semplicemente qualcosa di non mai detto prima o di non mai sentito altrove. Non si tratta semplicemente di una novità cronologica. Nella parola di Gesù si avverte la presenza della novità di Dio, una novità qualitativa: qualcosa che ti rigenera, rinnova e ringiovanisce. La parola di Dio – che risuona nell'insegnamento di Gesù – è nuova, sorprendente, inaspettata, anche se, dopo averla sentita, comprendi che era proprio la parola che andavi cercando, magari senza saperlo. Ma c'è anche un secondo tema che interessa l'evangelista: il primo gesto compiuto da Gesù è la liberazione di un indemoniato. Un uomo posseduto dal demonio, dà in smanie durante il servizio liturgico: Gesù lo mette a tacere, seccamente: «Taci ed esci da costui». Lo spirito è costretto a obbedire e l'uomo, liberato dallo spirito disgregatore, ritrova se stesso. Gli esorcismi erano di moda e la letteratura rabbinica ne parla, ma per lo più erano lunghi, strani e complicati. Gesù invece si impone allo spirito impuro semplicemente con un comando. È per questo che la folla si meraviglia. don Bruno Maggioni |
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La scena del Vangelo, domenica scorsa, era sulla riva del mare; quella di oggi è in città, il centro di Cafarnao. Qui Gesù inizia di sabato, il giorno principale della settimana, il giorno della preghiera e della fede, il suo magistero. Non è una dottrina che si presenta da subito con i toni e i modi della rottura. Gesù, al contrario, entra nel luogo tradizionale dell'insegnamento: la sinagoga. Però, anche se il contenitore è quello classico, tradizionale – la sinagoga era il luogo dove si spiegavano le letture nei giorni di festa – di un qualsiasi altro Rabbi, tuttavia la novità di Gesù straripa e "spacca gli otri". Infatti lui stesso dirà che non si può mettere vino nuovo in otri vecchi senza far danni. (Mc. 2,22). Rispetto all'insegnamento degli scribi che si limitava a una dotta serie di citazioni di autorità passate, alla ripetizione di un messaggio legalistico e impersonale, la parola di Gesù risuona come una novità assoluta. Gesù si confronta direttamente col testo biblico appena letto, senza nascondersi dietro citazioni di altre autorità. Gesù insegna con la sua autorità di maestro: lui è il portatore dello Spirito, il Signore della Parola. Gesù interroga e si lascia interrogare dalla Parola di Dio, ne mostra tutta l'attualità e la coerenza con la vita di ogni giorno e le scelte per sempre. Gesù insegna con un'autorità inaspettata perché deriva da una dignità che circonda questo falegname di Nazareth, un'autorevolezza che non passa inosservata, che si impone da sola. La zona d'ombra e inquietante è data dal grido dell'indemoniato. Un giovane posseduto dal demonio, presente nella sinagoga, mimetizzato tra la folla anonima. Quando il Santo di Dio ridà forza e vita alla Parola della Bibbia, che ritorna e riprende ad illuminare la vita degli uomini, il nascondiglio del demonio si scopre e la sua opera viene alla luce per essere distrutta e andare in rovina. La confessione blasfema e bestemmiatrice dell'indemoniato: "Io so, che tu sei il Santo di Dio!", mette a fuoco la realtà di Gesù e diviene una involontaria risposta allo stupore della folla: di fronte c'è Uno che mostra un legame inaudito e fortissimo con Dio stesso. Forse il demonio pensava – illudendosi – di avere potere su Gesù, perché ne conosceva il segreto della persona. Invece Gesù lo smentisce. La sua autorità, infatti, si estende anche sugli spiriti malvagi e immondi. Il commento della gente è stupito, ma è anche un invito a riflettere, a porre la domanda: Chi è Gesù? Chi è quest'uomo che di sabato, giorno in cui è proibito pescare e riassettare le reti, con la sola parola è capace di cacciare i demoni? Quello che colpisce non è l'esorcismo, ma il modo dell'irresistibile intervento di Gesù, uno che mostra di avere la stessa autorità della Parola di Dio, lo stesso potere di Dio. Dunque... Sarà il resto del Vangelo di Marco a svelare il suo insegnamento, sarà la stessa vita di Gesù a confermare quello che oggi, nella sinagoga di Cafarnao, già si intuisce: l'evangelo è nella persona di Gesù; solo lui è capace di operare quello che dice e il risultato è già evidente: la liberazione dal male. Se gli indemoniati rappresentano l'immagine tipica del potere del male, nella loro incapacità di stabilire rapporti autentici con gli altri e col mondo, Gesù è il servo che è venuto per dare la sua vita in riscatto di tutti. E il suo gesto d'amore vince la lotta e rovina i demoni. don Angelo Sceppacerca - Agenzia SIR |
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Un insegnamento con autorità La prima parte della vita pubblica di Gesù si svolse in Galilea, la regione settentrionale della terra d’Israele, dove si trovano località dal nome che i vangeli hanno reso familiare: Cana, Naim, Cafarnao col suo lago, il monte Tabor, e Nazaret, il modestissimo villaggio dove egli era vissuto sino ad allora. Quando però diede inizio alla sua predicazione, ripetendo l’annuncio sentito domenica scorsa (“Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete nel Vangelo”) egli lasciò il suo villaggio per trasferirsi in quella che tra tutte le località della Galilea poteva dirsi una città, Cafarnao, sede di dogana sulla Via Maris, la strada che collegava l’Egitto con la Siria e la Mesopotamia. Là egli prese dimora in casa di Pietro, e là si ambienta il vangelo di oggi: “Gesù, entrato di sabato nella sinagoga di Cafarnao, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Spesso i vangeli rilevano la meraviglia delle folle dinanzi all’operato di Gesù; di rado però ne danno la motivazione. La coglie Marco, il quale anzi nel brano odierno poco dopo la ripete. Nella sinagoga Gesù guarisce un “indemoniato” (cioè un malato, probabilmente uno psicopatico o un epilettico), e davanti al prodigio “tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: ”. I presenti sono stupiti anzitutto dalla novità dell’insegnamento di Gesù, che si differenzia da quello degli scribi, gli esperti della Legge divina, i quali la spiegavano sempre rifacendosi ad autorità precedenti. Non è detto qui in che consistesse la novità, ma ne offre esempi il vangelo secondo Matteo (5,21-44): “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non giurare il falso; ma io vi dico: non giurate affatto. Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio. Avete inteso che fu detto¨Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici...”. Un insegnamento nuovo, dunque, che non cancella l’antica Legge ma ne fa scoprire la valenza più profonda; che oltre ai fatti guarda alle intenzioni; che svela come la fede in Dio non si manifesti semplicemente nei fatti esteriori ma consista anzitutto nella personale, interiore adesione a Lui. Un insegnamento nuovo, che Gesù dimostra di avere l’autorità di impartire in virtù della sua autorità: di qui la guarigione dell’ “indemoniato” e tutti, i tanti miracoli da lui compiuti nel corso della sua vita pubblica. In effetti i miracoli non sono soltanto un segno della sua compassione verso chi soffre; sono espressione dei poteri straordinari ricevuti da Dio, e dunque anche del potere di stabilire il senso autentico e profondo di quanto era stato tramandato come volontà di Dio. Se è così, la parola di Gesù è la legge suprema, di fronte alla quale non si discute: prendere o lasciare, come si usa dire. Nessuno, neppure le autorità della Chiesa, può permettersi di cambiarla; compito della Chiesa è quello di diffonderla, spiegarla, ricavarne le applicazioni ai sempre nuovi casi della storia, mentre l’impegno del credente sta nel conoscerla, capirla bene in tutte le sue implicanze, e metterla in pratica. Niente di meno, niente di diverso. mons. Roberto Brunelli |
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Il male in crisi Il Vangelo di Marco nasce come proposta di itinerario, catechesi per chi è stato chiamato alla vita cristiana: a riconoscere che il Vangelo, la buona notizia che salva è Gesù Cristo, il Figlio di Dio e non l'imperatore, la politica, l'economia, il potere. Giungere a confessare con Pietro e dunque con i fratelli la Messianicità di Cristo, constatare con il centurione romano, con tutte le culture: davvero quest'uomo è il Dio fatto Figlio, Fratello, Salvatore. Non c'è dunque chiamata alla vita cristiana che non ricalchi Gesù Cristo, non ne continui la missione, non abbia la coscienza del rapporto con Dio che fu di Gesù. Il libro del Deuteronomio (prima lettura) aveva visto e descritto in anticipo colui che “il Signore tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te: a lui darete ascolto...” Sulla sua bocca la parola stessa di Dio. E Marco ci ha presentato l'avverarsi della promessa. È Gesù, che entra di sabato, il giorno di Dio, nella sinagoga, in mezzo ai fratelli e insegna. La sua parola mette in crisi le forze di male: io so chi tu sei, sei venuto a rovinarci e la sua dottrina è “nuova”, il suo insegnamento dice la verità ultima sull'uomo: da che parte sta Dio; la sua parola non è analitica e constatativa come quella degli uomini, “crea”, pone in essere il bene. È la parola stessa di Dio che aveva creato “buono” e quella di Gesù ri-crea, ha forza perfino sugli spiriti impuri che non possono non obbedire. È una parola che si diffonde, crea stupore perché restituisce all'uomo la capacità del bene. La chiamata ad essere cristiano, di qualunque età, condizione, cultura non è altro che esperienza di far arretrare, tacere (Taci! Esci da Lui) il male è far avanzare il Regno, la novità di Dio. Se questo è vero per ciascuno, ancora di più lo è per quell'amore tra uomo e donna che non rimane chiuso in se stesso ma si apre alla società, alla chiesa per costruire attraverso il dono della vita, l'arte educativa, i valori di sacrificio, gratuità, esemplarità il mondo, un mondo nuovo. Ecco allora che san Paolo ai cristiani di allora ma ancor più a quelli di oggi avverte: attenzione a non fare del matrimonio la tomba dell'amore dove la preoccupazione reciproca è solo di piacersi, di gratificarsi e tutto finisce li. Chi non è spostato, dice Paolo, fa più in fretta a decidersi (si vede che allora i celibi non si trasformavano facilmente in scapoli e le ragazze in zitelle!) ma come ogni cosa buona, anche la forma più alta, quello dell'amore creativo può dimenticare la “chiamata ricevuta”: il “dono” ed implodere borghesemente su un egoismo a due! Non è forse quello che succede oggi fino a diventare cultura e mentalità, l'aver dimenticato che il diventare famiglia è una chiamata, il trasmettere la vita è chiamata, il costruire la società è appello per tutti e di tutti. E così, la Chiesa, ognuno a suo modo è chiamato a costruirla per unire e rendere forte il potere di Gesù per far arretrare il male e avanzare il bene. don Ezio Stermieri |
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Insegnava loro come uno che ha autorità C’è una parola che ritorna pari pari per ben due volte nel giro breve dei pochi versetti di questo brevissimo racconto di Marco su “la prima volta” di Gesù nella sinagoga di Cafarnao: è la parola autorità. Riprendiamo il testo, che, per aggirare lo scoglio dell’assuefazione, provo a rendere con una traduzione a calco sull’originale greco: “E subito, di sabato, entrato nella sinagoga, insegnava. Ed erano scossi per il suo insegnamento; infatti stava insegnando loro come uno che ha autorità, non come gli scribi”. E - come ad incorniciare tutto l’episodio del primo esorcismo operato dal giovane rabbi di Nazaret - ritroviamo la stessa parola autorità alla fine del brano: “E furono stupiti tutti quanti, così che si chiedevano insieme l’un l’altro: Che è questo? Un insegnamento nuovo, con autorità. Comanda anche agli spiriti immondi, e gli obbediscono”. 1. Viene subito da chiedersi: in che consiste questa autorità del giovane rabbi venuto da Nazaret, un’autorità tanto conclamata dalla folla e altrettanto declamata dall’evangelista? È curioso che Marco colleghi lo stupore e lo sbalordimento della gente al solo, nudo fatto dell’insegnamento di Gesù, senza però dirci cosa in effetti egli insegnasse, legando così la meraviglia del popolo non tanto al contenuto insegnato, ma all’atto stesso di insegnare. La gente ne resta colpita perché quello di Gesù non è come l’insegnamento impartito dai maestri del tempo - gli scribi - che pure erano gli specialisti della santa Toràh, gli interpreti qualificati della Legge. Se c’era qualcuno che aveva autorità, erano proprio loro! E invece le loro parole sulla Legge erano per lo più logore, spente, decisamente ammorbanti. L’ autorità di Gesù era di altro tipo. Non di tipo “professionale”, perché Gesù non aveva studiato in una delle scuole rabbiniche di Gerusalemme; non aveva quindi titoli accademici, e questo aumentava lo sbigottimento della gente, come evidenzia Giovanni: “I Giudei erano meravigliati e dicevano: Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?” (Gv. 7,15). L’autorità esercitata da Gesù non è legata al ruolo, ma alla sua persona. Tra la sua autorità e la sua parola si dà una stretta, coerente circolarità: Gesù parla perché ha autorità e ha autorità perché parla in un certo modo; l’autorità gli dà diritto di parola e la parola, di cui è portatore, gli merita l’autorità. L’autorità “fa corpo” con la sua persona. “Certo, in questa parola autorità c’è già tutto il mistero della personalità e dell’influenza di Gesù, quali la fede le comprende. È quindi trascesa la sfera puramente ‘storica’. E tuttavia con tale espressione è designata una realtà propria del Gesù ‘terreno’, precedente a ogni interpretazione. Nei suoi incontri con le diverse persone, l’autorità di Gesù è sempre presente nella sua immediatezza e nella sua autenticità” (G. Bornkamm). In breve, quando Gesù cominciò ad annunciare l’evangelo, i discepoli e la gente ebbero di colpo l’impressione di trovarsi di fronte a un uomo, il quale non aveva nessun maestro al di sopra di sé, e non solo parlava di Dio, ma osava parlare da Dio. Per questo la sua autorità oscurava quella degli scribi, i quali si riempivano la bocca di interminabili tiritere sulla Scrittura e sulle tradizioni degli antichi. Gesù invece spiega la Scrittura non tanto citandola, ma compiendola, e la tradizione, lui, non la segue: la crea. 2. Ma vediamo più in dettaglio alcuni tratti originali, inconfondibili, veramente paradossali di questo Gesù “visto da vicino”. È un Maestro tenero ed esigente. Il suo messaggio è di una radicalità sconcertante: “Se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo!”. Chi lo vuol seguire, deve essere disposto a rompere i legami più sacri e dovrà effettivamente lasciare casa, moglie, figli, campi. La chiamata è senza sconti; la scelta è senza se e senza ma. Eppure il Maestro venuto da Nazaret non è un altro Battista, duro e inflessibile, sempre lì a minacciare i fulmini della giustizia divina. Lui no, si dice venuto per salvare, non per condannare. E più di una volta gli evangelisti lo sorprendono a piangere: alla vista di Gerusalemme, davanti alla tomba dell’amico Lazzaro... È un Maestro autorevole e umile. Si accredita e si comporta da autentico leader. Ha veramente carisma: sa esigere, comandare, organizzare. E nessun discepolo potrà mai sostituirlo: è lui e solo lui l’unico Maestro e Signore. Gesù manifesta la consapevolezza di valere più del tempio, più del grande re Salomone, più dei profeti, come Giona o Geremia, addirittura più dello stesso Mosè. Eppure dice di essere venuto non per essere servito, ma per servire: per servire la causa di Dio, il Padre suo, come il servo obbediente condotto al macello. E per servire i discepoli, i malati, i peccatori, tutti. Quando vuole far capire ai Dodici fino a che punto è disposto a servire, si presenta con un asciugamano ai fianchi, e si mette in ginocchio, a lavare i loro piedi, facendo quello che gli ebrei non facevano fare nemmeno ai loro servi. 3. L’autorità di Gesù è un potere autorevole che non livella né schiaccia coloro al cui servizio esso viene esercitato, ma li guarisce, li libera, li promuove, in una parola li “fa crescere”: questo il significato del termine latino auctoritas. Il vocabolo greco exousìa traduce l’ebraico shaltan (da cui “sultano”) ed è riservato solo a Dio. Di qui viene lo stupore davanti alla parola del Profeta di Nazaret, dal fatto che egli ha ed esercita in pienezza il potere di Dio: la sua parola è potente, sconfigge il male, realizza quanto annuncia. Pertanto in Gesù tra il dire e il fare non c’è di mezzo alcun mare: la sua coscienza e la sua essenza - chi crede intimamente di essere e chi effettivamente è - sono, per così dire, “a rima baciata”. Le sponde dei pensieri e delle parole, come quelle dei sentimenti e degli atteggiamenti, delle parole e delle azioni, dei gesti ordinari e delle gesta più straordinarie non solo si corrispondono, ma combaciano perfettamente. Gesù non è un profeta come Elia o Geremia o qualcuno dei profeti di Israele. È il Profeta: comunica delle verità - si veda la formula ricorrente: “in verità, in verità vi dico” - ma soprattutto proclama la verità, poiché è “veritiero” - come gli riconoscono i suoi avversari (Mc. 12,14) - anzi egli rende testimonianza alla verità, perché è la Parola fatta carne, “piena di grazia e di verità”. Gesù non solo è e sa di essere senza peccato (Gv. 8,46), ma è riconosciuto persino dai demoni - vedi il nostro brano - come “il santo di Dio”. La novità inaudita del Nuovo Testamento - rispetto alla tradizione di Israele e ad ogni altra tradizione religiosa - è che l’uomo Gesù si pretenda credibilmente - e autorevolmente - si proponga come unico depositario della stessa autorità di YHWH, di quella sovrana, assoluta possibilità di agire che è propria ed esclusiva di Dio. È per una “questione di autorità” che Gesù verrà condannato: con quale autorità si è permesso di scacciare i mercanti dal tempio, di perdonare i peccatori, di proporsi come il Figlio dell’uomo e Messia, come unico salvatore del mondo, addirittura come giudice ultimo e supremo della storia al posto di Dio? Ma risorgendo, Cristo ci ha partecipato la sua autorità: “Mi è stata data ogni autorità in cielo e sulla terra: andate dunque...”. In forza del battesimo tutti i cristiani sono coinvolti in questa missione profetica. In particolare tocca ai laici testimoniare come il vangelo costituisca il compimento più alto delle speranze di ogni cuore e l’unica risposta pienamente valida ai problemi e che la vita pone ad ogni uomo e alla società. È venuta l’ora della nuova evangelizzazione. Oggi troppo spesso la voce dei pastori e la profezia dei religiosi arriva debole o distorta ai nostri contemporanei. C’è bisogno di cristiani laici che mostrino la bellezza e vivibilità del vangelo, il suo effettivo potenziale salvifico, la sua grande forza trasformatrice e umanizzante, nelle ordinarie condizioni della vita: nella casa, nella giornata, nel lavoro, in banca e in ospedale, a scuola o in macchina, al mare o ai monti... Non vi sarà nuova evangelizzazione senza una nuova generazione di laici evangelizzatori. mons. Francesco Lambiasi "Il pane della Domenica" |
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Autorità e forza della Parola Dopo aver raccontato la vocazione dei primi quattro apostoli, l'evangelista Marco presenta Gesù nell'atteggiamento di maestro all'interno della sinagoga. È interessante notare, in tutto il contesto evangelico, come l'insegnamento di Gesù viene visto qualitativamente differente da quello impartito dai rappresentanti/pedagoghi delle altre fazioni o movimenti religiosi. Gesù insegna in una forma autorevole (dice il testo): cioè non si limita ad un atteggiamento distaccato, alle citazioni - molte volte senza nesso - dei rabbini o maestri che in passato avevano commentato le scritture, alla ripetizione di un messaggio che era diventato sterile e privo di senso. Ma sulle labbra di Gesù la Parola proclamata acquista significato e credibilità, tanto da smuovere la coscienza delle persone che non assistono in una forma passiva ed inerte alla proclamazione, ma si sentono direttamente interpellati, coinvolti e scossi da quelle parole che per quanto antiche sono considerate vive e piene di vigore. L'autorevolezza di Gesù è legata al fatto che Egli è il Compimento delle promesse di tutto l'AT, il Rivelatore per eccellenza, il Signore della Parola e dà lo Spirito che rende vivo ed efficace il testo. La Parola letta, rivisitata, resa viva ed efficace dall'autorità di Gesù è capace di scardinare la radice di ogni male o illuminare le zone d'ombra o gli angoli più nascosti che persistono nella vita di ogni essere umano. Infatti, subito dopo questa precisazione viene detto che all'interno della sinagoga c'è una persona posseduta da uno spirito immondo… indicazione da prendere sul serio perché il male è presente anche nella comunità cristiana, si mimetizza con i suoi membri, contrariamente a quanto si può pensare visto che viene collocato o relegato sempre in un contesto extra ecclesiale, si confonde con ciò che è buono, vive bene e anche in una forma nascosta, lavora in modo subdolo e libero e non viene né percepito, né considerato, né scomodato (piacere grandissimo che si fa al diavolo); ma a smascherarlo, dice il vangelo, è il vigore che promana dalla Parola. La confessione shock della persona indemoniata dice la verità di e su Gesù e offre una risposta allo stupore che pervade il cuore e la vita degli "Uditori della Parola". Ma il grido dell'indemoniato è anche la presa di posizione che molte volte esce fuori dalla bocca di coloro che non vogliono essere "disturbati" e convivono bene nel loro male e nella situazione vitale (mortale) che il peccato crea e ha creato nella loro esistenza. Alcune volte la proposta di salvezza cristiana di uscire fuori dalla propria mediocrità, di abbandonare un "modus vivendi" imperniato su una vita guidata e condotta dall'azione del diavolo, viene considerata un danno irreparabile per il semplice fatto che ci si deve riorganizzare tutto e iniziare un cammino che costa fatica percorrere. L'uomo nella maggior parte dei casi preferisce non essere "turbato-straziato-tediato" dalla Parola o Autorità di Gesù: meglio il peccato con tutti i vantaggi illusori e la falsa libertà che procura, che sottoporsi alla Parola di Dio che mi chiama alla conversione, alla santità e alla realizzazione piena. La reazione della folla è occasione di insegnamento per l'evangelista: chi è costui? L'autore del primo vangelo dice che non è sufficiente rispondere alla domanda limitandosi ad una semplice e superficiale professione di fede o al momento emotivo che si sta vivendo… in sintesi cavarsela con poco. Ma il valore della presenza di Gesù si coglie nel momento in cui si lavora per un incontro quotidiano, autentico e concreto…che deve snodarsi attraverso la frequenza ai sacramenti, l'ascolto assiduo e il confronto serrato con la Parola, l'impegno indefesso ad aprire il proprio cuore e la propria esistenza alla grazia che ci viene offerta attraverso tutti questi canali. La lotta contro il diavolo si combatte soprattutto con le armi che provengono dalla fede e dall'impegno e dallo zelo che si profonde in questo duello…. Allora la vittoria o liberazione è assicurata. don Alessio De Stefano |
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Gesù, il grande Maestro d’Israele 1. Erano stupiti dal suo insegnamento a) Gli scribi insegnavano la legge di Mosè. Ma con la loro vita mettevano in cattiva luce gli insegnamenti della stessa legge di Dio. b) Cristo è veramente "il profeta in mezzo ai suoi fratelli" e Dio Padre ha posto sulle sue labbra le sue parole di vita eterna (prima lettura). 2. Una dottrina nuova a) Questa dottrina nuova è quella promessa da Dio nel Deuteronomio: "non proferiranno menzogna; non si troverà più sulla loro bocca una lingua fraudolenta" (prima lettura). b) La dottrina nuova è la legge dell'amore, della carità verso il prossimo. I) Questa carità è distintiva del cristiano autentico: "Guardate come si amano!" diranno i pagani a proposito dei cristiani a Gerusalemme. II) È il suo comandamento nuovo: "Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato". LA BIBBIA «Un grande profeta è sorto tra noi: Dio ha visitato il suo popolo» (Lc. 7,16). «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger. 1,4). LA CATECHESI E IL MAGISTERO "Cristo" viene dalla traduzione greca del termine ebraico «Messia» che significa «unto». Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel Nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, dei sacerdoti e, in rari casi, dei profeti. Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, ad un tempo come re e sacerdote ma anche come profeta. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re (CCC. 436). I PADRI Di fronte alla grandezza del miracolo, ammirano la novità della dottrina del Signore, e sono spinti dalle cose che hanno viste a far domande su quello che hanno udito. Non c'è dubbio, infatti, che a questo miravano i prodigi che il Signore stesso operava servendosi della natura umana che aveva assunta, o che dava facoltà ai discepoli di compiere. Per mezzo di questi miracoli gli uomini credevano con maggior certezza al vangelo del regno di Dio che veniva loro annunciato: infatti coloro che promettevano agli uomini terreni la felicità futura mostravano di poter compiere in terra opere celesti e divine. In verità, mentre i discepoli operavano ogni cosa per grazia del Signore, come semplici uomini, il Signore operava miracoli e guarigioni da solo, per virtù della sua potenza, e diceva al mondo le cose che udiva dal Padre. Dapprima infatti il Vangelo attesta che «egli insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi»; e ora la folla testimonia che egli «con autorità comanda agli spiriti immondi ed essi gli obbediscono» (Beda il Venerabile, In Evang. Mc. 1,27). "Ed entrarono a Cafarnao" (Mc. 1,21). Significativo e felice è questo cambiamento: abbandonano il mare, abbandonano la barca, abbandonano i lacci delle reti ed entrano a Cafarnao. Il primo cambiamento consiste nel lasciare il mare, la barca, il vecchio padre, nel lasciare i vecchi vizi. Infatti nelle reti, e nei lacci delle reti, sono lasciati i vizi. Osservate il cambiamento. Hanno abbandonato tutto questo: e perché lo hanno fatto, per trovare che cosa? «Entrarono - dice Marco - a Cafarnao»: cioè entrarono nel campo della consolazione. "Cafar" significa campo, "Naum" significa consolazione. Oppure (dato che le parole ebraiche hanno vari significati, e, a seconda della pronunzia, hanno un senso diverso), "Naum" vuol dire non solo consolazione, ma anche bellezza. Cafarnao, quindi, può essere tradotto come campo della consolazione o campo bellissimo... (Girolamo, Comment. in Marc, 2). PENSIERI E FRASI E non poté essere altrimenti, dato che l'amore per me e l'amore per il prossimo sono una medesima cosa. Quanto più mi ama l'anima, più ama il prossimo, poiché da me nasce l'amore per lui (santa Caterina da Siena). L'utilizzo dell'anima non è nel pensar molto, ma nell'amare molto (Santa Teresa di Gesù). ANEDDOTI Un anacoreta che serviva fedelmente il Signore, rivolto a Lui esclamava con ingenua semplicità: "Signore, mi avete ingannato! Quando mi sono consegnato al vostro servizio non immaginavo altro che croci difficili da portare; non vedevo altro che giorni di penitenza e lutto. Invece, sperimento la più dolce consolazione. Signore, mi avete ingannato! Eppure, che felice inganno!". |
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Decentrati Domenica scorsa il volto di Dio che abbiamo incontrato e che ha, (spero), allargato il nostro cuore, ci ha parlato di possibilità sempre nuove, di strade che sempre il Signore apre per noi nonostante le nostre bassezze, piccolezze, debolezze, fragilità: Giona. Oggi, cominciando a meditare ciò che Gesù opera a Cafarnao, la liturgia credo intenda farci meditare su un tema importante e fondamentale per la vita di ogni cristiano: il decentramento. Sento che su questa linea del decentramento tanto hanno da dirci prima lettura e vangelo. La prima lettura ci parla del profeta come colui che porta a compimento una promessa. Intanto il profeta è il segno del fatto che Dio ascolta il suo popolo, il popolo che ha paura di morire per la “troppa vicinanza” di Dio (ne ode la voce, lo vede ne fuoco). Faccio una piccola parentesi: pensate a quanto cammino ci ha fatto fare Dio, dalla paura di morire se si vede Dio, al Dio che in Gesù vede e proprio perché vede dentro e fuori la vita, muore per noi. Tornando, il profeta è una figura certamente importante, ha una sua solidità, una sua forza, una sua personalità, ma mai mette al centro se stesso, mai fa risaltare la propria immagine. Nel profeta Dio dice una sua presenza, una sua vicinanza. Ecco che il profeta è chiamato ad essere questa presenza annunciando e facendo conoscere i disegni di Dio, la sua bontà, il suo amore, la sua misericordia, la sua parola. Don A. casati scrive una cosa davvero bella: per questo il libro del Deuteronomio chiama Mosè profeta… Mosè non era solo parole, era cammino. I suoi occhi non erano pallidi come quelli di coloro che sdottorano da lontano, erano rossi di sabbia e di fatica. La prima lettura, con durezza, ci mette in guardia dal rischio del mettere se stessi al centro: il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire… quel profeta dovrà morire… mettere al centro se stessi equivale a morire. Si, perché vivere, è vivere per qualcuno, vivere è ascoltare qualcuno, vivere è aprirsi; se sei autocentrato vuol dire che hai scelto di chiuderti perché hai scelto di privilegiare una sola relazione: quella con te stesso, ed ecco che la tua vita diventa a senso unico, monotono, monotematica, senza spazio per Dio e per i fratelli. Ecco che allora siamo aiutati fare un piccolo passo in avanti per rifletter un pochino (altre volte lo abbiamo fatto ma mi pare utile ritornarci oggi) sulla differenza tra autoritario e autorevole. Sento il profeta come una persona autorevole, Gesù, è il vangelo stesso che ce lo ricorda, è figura autorevolissima, tanto da provocare lo stupore di chi lo ascolta, di chi lo conosce, di chi intuisce nel suo dire e nel suo operare una novità capace di segnare una differenza fondamentale rispetto a scribi e farisei. Se qualcuno ascolta Gesù, se qualcuno lo segue, se qualcuno lo obbedisce è perché scopre in Lui una proposta per la sua vita e non una imposizione, scopre in Lui la gioia di una vita spesa, donata per amore. Chi vive per se stesso invece, diventa autoritario e dispotico, incapace di ascoltare e se qualcuno lo ascolta e lo obbedisce è soltanto per paura. Gesù appare autorevole anche per le parole che dice ma non solo, anche per come le dice. Entra di sabato nella sinagoga, come chi ogni sabato la frequentava per incontrare Dio nella sua parola, cosa che però non avveniva stando alle parole di chi quel giorno ha ascoltato Gesù: si sentivano solo le parole degli scribi, prevedibili e scontate, spente, incapaci di suscitare stupore. Con Gesù finalmente una parola nuova, che procede dal cuore stesso di Dio. E poi il modo dicevo: per dare autorità a ciò che dicevano i maestri pronunciavano questa formula: Così dice il Signore, oppure: Così sta scritto… Gesù è diverso… Gesù dice: In verità, in verità vi dico… ricordo che mons. Angelini, parlando ai sacerdoti a proposito dell’omelia domenicale un giorno ci disse che con quel io vi dico, Gesù assume la responsabilità di ciò che dice e questo conferisce immediatamente alla sua parola un’autorità diversa da quella degli scribi. Al di là delle formule usate, appare subito evidente che le cose che Gesù dice non sono ripetizioni, citazioni libresche o ritornelli imparati a memoria: in quello che Lui dice si sente pienamente coinvolto, di quello che dice, si sente responsabile. Concludo rimarcando l’importanza di questo primo miracolo che Gesù compie secondo l’evangelista Marco: la prima azione che Gesù compie, dopo la chiamata dei discepoli, è un esorcismo e questo per Marco ha un significato ben preciso, programmatico; si potrebbe dire che nell’esorcismo Gesù manifesta la vicinanza del regno di Dio. Un Dio vicino che lotta contro colui che vuole allontanare, separare l’uomo da lui. Colui che divide viene contrastato e vinto, battuto, da Gesù con la sola forza della Parola e ciò che più conta, è che Gesù non fa tutto questo per dire una sua superiorità, una sua forza. Se Gesù lotta, lotta a favore dell’uomo, lotta per la sua libertà. Mi pare anche questo un elemento di grande fascino, capace di generare stupore, di definire Gesù come totalmente decentrato da sé per poter mettere al centro l’uomo, senza privilegi, senza differenze. don Maurizio Prandi |
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Il colpo d’ala dell’amore Che vuoi da noi, Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci? Non lontano, non fuori, ma dentro, nella sinagoga, nella comunità, anzi nell’intimo di ciascuno, dai nostri oceani interiori, si alza la voce dei nostri dèmoni oscuri. E dice di credere, confessa che Cristo è il Figlio di Dio, ma è l’eco di un cuore impuro. Che vuoi da me? Qui è il primo elemento di una fede ipocrita: io so che Cristo vuole qualcosa da me, che desidera entrare nelle mie parole, nelle mie mani, nei miei occhi, nei miei sentimenti, nel mio andare e nel mio venire, ma io rifiuto la sua pretesa, non voglio conversioni, né brecce aperte nelle mura del mio mondo. Primo errore: fede senza sapore di pane, di vino buono, di lavoro, di carezze, di scelte concrete. Fede di sole parole. Ma io sono credente a una sola condizione: se Cristo mi cambia la vita. Secondo elemento: Sei venuto a rovinarci? Fede con dentro un dèmone è quella che sente Dio come un rivale dell’uomo, un predatore della libertà, e il suo vangelo come un indebolimento dell’umano. E immagina Dio come colui che toglie, non come colui che dona; un Moloch cui si è tenuti a immolare la parte migliore di se stessi. Il credente abitato da uno spirito impuro si sente figlio di una sottrazione anziché di una intensificazione del vivere. Un ulteriore aspetto: l’uomo di Cafarnao frequenta il luogo sacro, recita le benedizioni e lo Shemà Israel, eppure in lui abita un demone. I demoni accettano la fede del sabato, quella limitata al sacro e alle proprie devozioni. Il Dio vero invece è da sorprendere nella vita più che nel tempio, nella polvere della strada che scende da Gerusalemme a Gerico più che nel fumo degli incensi, nelle piaghe del povero Lazzaro più che nei bagliori dell’oro del Santo dei Santi. Sta in tutto ciò che sa di amore. Quelle parole: Sei venuto a rovinarci? contengono però anche una catechesi positiva. Scrive Turoldo: Cristo, mia dolce rovina... Ciò che Cristo rovina è la nostra giustificata, scusata, legittimata convivenza con il male, la nostra mediocrità, il nostro mondo di maschere e di bugie; Cristo rovina la vita illusa, la vita insufficiente, la vita morente. Nel conflitto tra il nostro cuore d’ombra e la nostra parte di luce, Cristo entra come mani e occhi nuovi, come accrescimento d’umano, lievito che solleva l’inerzia, colpo d’ala, respiro che dilata, vento che sospinge, spina che rompe la mia falsa pace e fa fiorire la rosa del mondo. padre Ermes Ronchi |