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Le parole cedono il posto al silenzio e alla contemplazione. A Firenze, nel chiostro del convento di S.Marco, c'è un dipinto del Beato Angelico, raffigurante il crocifisso adorato da S.Domenico. Sulla distesa sconfinata della terra, piatta e arida, contro un cielo azzurro intenso, si leva alta la croce: ad essa è inchiodato Gesù Cristo, imponente, composto, luminoso; il bel volto, incorniciato dall'aureola, reclinato verso destra, con gli occhi e le labbra semiaperti. È ancora vivo. Soffre per amore e perciò è in pace; la sua sofferenza, come direbbe S.Caterina, è una "tranquilla passione". Il crocifisso è posto ad altezza d'uomo, fatto per essere visto da vicino. È proprio qui, davanti a noi che non possiamo rimanere indifferenti. Si vede il sangue, tanto sangue, fluire sulla terra morta, per ridarle vita. Ai piedi della croce S.Domenico: abbraccia e quasi accarezza il legno insanguinato; guarda commosso il crocifisso con gli occhi arrossati, la fronte contratta, la faccia scavata. Unito a Cristo, vive anche lui la croce per la salvezza del mondo. Come il suo fondatore, il Beato Angelico ama appassionatamente Gesù Cristo e nel dipingere il Crocifisso a volte è visto piangere. Con questa immagine, posta di fronte alla porta del convento, egli ricorda a tutti che la comunità dei frati vive di Gesù Crocifisso, esiste per condividere il suo amore e il suo sacrificio, per predicare lui e lui soltanto, come faceva S.Paolo: "Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, predichiamo Cristo potenza e sapienza di Dio, perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1Cor 1, 23-25).
Tutti davanti alla croce,
dunque, ma anche tutti sulla croce. "Coraggio, allora –
scriveva don Tonino Bello – tu che soffri inchiodato su
una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della
solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro
dell'abbandono. Non imprecare, sorella che ti vedi
distruggere giorno dopo giorno da un male che non
perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato
pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici.
Non abbatterti fratello povero, che non sei calcolato da
nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece
del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza". Torna alla memoria anche un altro racconto del vescovo don Tonino: "Nel duomo vecchio di Molfetta, c'è un grande crocifisso di terracotta. L'ha donato, qualche anno fa', uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria. La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell'opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata... Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo... Coraggio, fratello che soffri. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre collocazione provvisoria. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane... Coraggio, fratello che soffri. C'è anche per te una deposizione dalla croce. C'è anche per te una pietà sovrumana. Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte febbricitante. Ecco un grembo dolcissimo di donna che ti avvolge di tenerezza. Tra quelle braccia materne si svelerà, finalmente, tutto il mistero di un dolore che ora ti sembra assurdo... Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga". don Angelo Sceppacerca - Agenzia SIR |
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Nel suo celebre scritto, Kitamori afferma che “il dolore di Dio è l’amore fondato nel dolore” aggiungendo che Dio soffrendo ama ciò con cui dovrebbe essere arrabbiato, gli oggetti diretti della sua ira. La sofferenza del Dio incarnato appeso allo strumento del supplizio supera l’ira e prescinde dalle penalizzazioni con cui meriterebbe di essere trattato il peccatore, che si sente piuttosto oggetto di predilezione appunto perché afflitto dal peccato: Dio lo ama appunto perché è peccatore e l’amore nella sofferenza toglie lo spazio alla rabbia e alla punizione. Si direbbe che Dio nella croce si mostri debole, impassibile e sottomesso, nonché vigliacco e incapace di reazione e di difesa; se consideriamo la concezione nostrana di amore e di giustizia allora Dio non è più un Dio, me semplicemente un essere disonorato e inattendibile.
Ma abbiamo detto che questa è
la logica umana, quella della potenza che deve per forza
imporsi attraverso la violenza o per mezzo di interventi
prodigiosi; la logica dell’imposizione determinata a
tutti i costi, della persuasione in ogni caso, sia con
le buone che con le cattive. Tutto questo da parte umana viene interpretato come assurdità e pochezza, ma proprio la debolezza e la pazzia sono le vie predilette con cui Dio ci raggiunge e come afferma sempre l’apostolo Paolo è proprio quello che noi riteniamo stoltezza ciò che Dio sceglie per mostrare la vera sapienza: “…Parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.” (1 Cor 2., 5 – 7) e aggiunge: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso.” (1 Cor 2, 2). In sintesi, la concezione divina nella croce di Cristo prende le distanze dalle comune attese umane e ‘agire di Dio si mostra di gran lunga differente da quello dell’uomo perché comporta procedimenti del tutto opposti e soprattutto perché Dio in tal caso realizza ogni giustizia nell’amore di sofferenza che lo incita a soffrire atrocemente a beneficio del peccatore, che è l'attitudine che anche noi siamo chiamati ad assumere quando si tratti di amare il prossimo, poiché è risaputo che l'amore, ben lungi dalle frivolezze, è amore di sacrificio e che non si amerà mai abbastanza se non si è capaci di soffrire o di abbandonarsi per l'altro. Appunto perché ama, Gesù soffre e si sacrifica, avendo il Padre tutto preimpostato affinché tale atto sacrificale avesse compimento. Se osserviamo attentamente la dinamica degli episodi dell’arresto, la presenza di Giuda non è poi così determinante per la cattura di Gesù: è infatti inverosimile che un distaccamento ben organizzato di guardie, di solito competenti nella cattura di un latitante, abbia la necessità di un’avanscoperta o di un ausilio quale è stato l’infimo apostolo traditore; se questi prende parte alla cattura di Gesù ciò si deve al fatto che il Signore, oltre che ad accettare la cattura ha anche accettato risolutamente (e consapevolmente) che il maligno si impossessasse di uno dei suoi discepoli per arcani scopi: non è lo stratagemma di Giuda quindi che ci deve stupire, quanto l’eroismo di Gesù che consente a che il suo arresto sia corredato da un atto vile di tradimento, voluto peraltro dallo spirito delle tenebre. Un altro particolare interessante è che Gesù, colpito dal flagello, incoronato di spine e inchiodato, non solamente si sottopone ad ogni sorta di massacro truculento senza reagire né controbattere pari al Servo Sofferente di Yahvè (Is 53), ma invita anche i suoi discepoli ad omettere ogni forma di tensione e di violenza nelle reazioni: “Rimetti la spada nel fodero!” Egli afferma la superiorità dell’amore e del perdono alla logica della rivalsa e della giustizia sommaria che suggerisce per noi la politica della non violenza, ma soprattutto sottolinea ancora una volta il protagonismo con cui è lui stesso che acconsente alla propria cattura; il suo arresto non si deve né all’aggressione delle guardie né alla reazione dei discepoli e neppure alla trama di Giuda, ma solamente alla sua apertura e disponibilità a farsi prendere. Il che sottolinea ancora una volta la gratuità decisionale dell’amore di Dio in Cristo per noi e la libertà del voler soccombere di Dio ad uno strazio che egli – appunto perché Dio – avrebbe potuto evitare. Se Gesù fosse sceso dalla croce avrebbe certamente mostrato l’onnipotenza di Dio, ma questo non avrebbe stupito nessuno poiché in tutte le culture religiose Dio è capace di tutto, anche di sbaragliare i propri avversari; lo spirare in croce nell’abbandono dopo la lunga agonia invece ci stupisce ancora oggi di come Dio sia onnipotente in quanto il suo amore può davvero tutto per noi e di come noi da questo amore possiamo essere sedotti e affascinati. padre Gian Franco Scarpitta |
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La scena della manifestazione della divinità del Signore (Io sono) trasforma il significato dell'arresto di Gesù: egli si consegna di sua iniziativa ai nemici. Il fatto che i soldati cadano a terra indica con chiarezza che Gesù ha rivelato il suo nome divino "Io sono". Con l'incolumità dei discepoli (v. 8) si adempie la parola di Gesù: "Di coloro che mi hai dato, non ne ho perduto nessuno" (v. 9). A differenza dei sinottici, Giovanni svela il nome di colui che colpisce con la spada, Simon Pietro, e il nome del servo colpito, Malco. La presentazione della passione, come un calice amaro che Gesù deve bere, la troviamo nella preghiera angosciosa di Cristo al Padre (Mc 14,36 e par.). Pietro con il suo zelo umano si oppone anche in questa occasione alla volontà di Dio espressa da Gesù con le parole: "Il calice che il Padre mi ha dato" (v. 11). Dopo essersi rivelato come il Signore e dopo aver proclamato la necessità di compiere la volontà del Padre, Gesù si lascia catturare e legare per essere condotto dal sommo sacerdote Anna. Anna fu sommo sacerdote dal 6 al 15 e fu deposto dai romani. Dopo qualche anno gli successe il genero Caifa' che tenne la carica dal 18 al 36. Anna fu sommo sacerdote perché esercitò questo ufficio per una decina d'anni e inoltre perché ben cinque suoi figli e suo genero Caifa ottennero il sommo sacerdozio. Quindi Anna fu molto influente anche quando non coprì personalmente questa carica. Marco riporta la triplice negazione di Pietro dopo la condanna di Gesù (14,66ss). Luca fa precedere il rinnegamento di Pietro al processo di Gesù (22,55ss). Giovanni pone l'interrogatorio al centro, racchiuso dalle tre negazioni di Pietro (18,18.25), ossia contrappone la ferma testimonianza di Gesù al triplice rinnegamento dell'apostolo. Interrogato dal sommo sacerdote sui suoi discepoli e la sua dottrina, Gesù risponde con franchezza dichiarando di aver adempiuto la sua missione di rivelatore non di nascosto, ma al cospetto di tutto il mondo, per cui tutti conoscono la sua dottrina. A questa rivelazione completa e perfetta non deve aggiungere nulla (v. 20) e conclude che, invece di interrogare lui, il sommo sacerdote avrebbe fatto meglio a interrogare quelli che l'hanno ascoltato (v. 21). Ma la sua risposta franca fu giudicata insolente da una guardia che gli diede uno schiaffo. Questo è l'unico gesto ingiurioso subìto da Gesù durante il processo giudaico. Quindi il Cristo, nel vangelo di Giovanni, non fu umiliato come descrivono i sinottici, ma conservò tutta la sua dignità regale. Giovanni qui e nel pretorio (19,2-3) ricorda solo gli schiaffi probabilmente perché questo gesto indica il rifiuto violento di una persona: il Cristo del vangelo di Giovanni può essere rigettato, ma non umiliato. Concluso l'interrogatorio davanti ai capi giudei, Gesù è condotto al pretorio. Era l'alba (v. 28). In questa circostanza traspare con evidenza la fine ironia di Giovanni: i giudei senza scrupolo condannano a morte un giusto, anzi il Santo di Dio, e si preoccupano di non contrarre impurità legali, entrando nella casa di un pagano. In questa situazione il procuratore romano esce dal pretorio e va verso i giudei per conoscere l'accusa contro Gesù. Ponzio Pilato fu prefetto della Giudea dal 26 al 36 d.C. In base alle informazioni di Filone, di Giuseppe Flavio e di Tacito sappiamo che Pilato esercitò la sua carica con durezza e crudeltà, mostrando il suo disprezzo per i giudei; fu deposto da Vitellio, legato di Siria, per la sua brutalità nel procedere con i popoli sottomessi al governo di Roma. Secondo i sinottici, i giudei portano molte accuse contro Gesù (Mc 15,3 e par.); invece Giovanni riporta la risposta sdegnosa dei capi dinanzi alla richiesta di Pilato (v. 30). Con questa risposta i capi dei giudei fanno intendere a Pilato che Gesù è reo di qualche delitto religioso. Per questo Pilato replica: ‘Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge' (v. 31). I capi dei giudei però non avevano il diritto di eseguire la condanna a morte, perciò risposero al governatore: ‘A noi non è consentito uccidere alcuno' (v. 31). L'annotazione dell'evangelista sull'adempimento della parola di Gesù sul tipo di morte che avrebbe subìto chiarisce che i capi intendevano la crocifissione. Gesù infatti aveva preannunziato la sua esaltazione sulla croce (3,14; 8,28; 12,32). Quindi ai giudei non era consentito eseguire sentenze di morte perché i romani si erano riservati questo diritto. Le esecuzioni ad opera dei giudei registrate nel Nuovo Testamento (At 7,54-60; Gv 8,3ss) e i tentativi di lapidazione (8,59; 10,32) devono essere considerati degli abusi.
Al termine del primo contatto
con i capi dei giudei, Pilato entra di nuovo nel
pretorio per interrogare Gesù sulla sua pretesa regalità:
"Tu sei il re dei giudei?" (v. 33). Giovanni sviluppa il
tema della regalità di Gesù in un dialogo di alto valore
Cristologico. La regalità di Gesù non è di carattere
temporale e politico, ma riveste una finalità
rivelatrice: rendere testimonianza alla verità. Gesù è
re; lo scopo della sua incarnazione è costituito dall'esercizio
di questa funzione regale religiosa. Pilato vuole sapere
di quale delitto è accusato Gesù. Dopo aver rivolto la
domanda ai capi senza ottenere risposta, ora interroga
direttamente l'accusato per conoscere il capo di
imputazione. Gesù nella risposta trasporta l'interlocutore
dal piano politico a quello religioso, dichiarando che
il suo regno trascende l'ordine temporale (v. 36). Il
regno di Cristo non è di ordine politico anche se le
folle l'hanno acclamato re d'Israele nel suo ingresso
messianico in Gerusalemme (12,12-13). Gesù ha sempre
rifiutato la regalità mondana: per questo si ritirò sul
monte quando i galilei tentarono di prenderlo per
proclamarlo re (6,14-15). La prova migliore che il regno
di Cristo non è di questo mondo, è l'assenza completa di
un esercito che impugni le armi per difenderlo (v. 36).
Il Logos si è fatto carne per essere testimone della
verità, cioè per manifestare autorevolmente e
infallibilmente le realtà celesti che vede e ascolta
(3,11.32). Perciò la regalità di Cristo concretamente si
identifica con la sua missione rivelatrice e salvifica.
Gesù è re perché è l'unica persona in contatto diretto
con Dio (1,18) che manifesta e comunica la vita del
Padre instaurando nel mondo la presenza salvifica del
Signore. L'elemento essenziale del regno consiste nella
comunicazione della vita divina all'umanità. Dio regna
quando manifesta concretamente la sua potenza salvifica
a favore del suo popolo. Il Cristo è re in quanto
manifesta e comunica la presenza salvifica di Dio; però
la sua regalità non è imposta con la forza o la violenza,
ma dev'essere accolta liberamente. Questo atteggiamento
dell'accettazione libera viene espresso con la categoria
dell'ascolto della voce di Gesù (v. 37): fa parte del
regno di Cristo chi riceve docilmente la sua parola. "Essere
dalla verità" significa avere l'origine della vita
religiosa dalla Parola, cioè essere animati
profondamente dalla rivelazione del Cristo, per cui non
si subisce alcun influsso malefico del maligno. I giudei
che non lasciano penetrare nel cuore la parola di Gesù
sono dal diavolo non da Dio, perché non ascoltano il
Logos rivelatore. Perciò il discepolo del Cristo,
partecipe del suo regno, trova l'origine della propria
esistenza nella rivelazione di Gesù, nella sua verità e
quindi si dimostra docile alla sua voce (v. 37). Pilato dinanzi alla folla dei giudei proclama senza equivoci l'innocenza di Gesù (v. 38). Quindi il tribunale pagano ha proclamato l'innocenza del Cristo; sono stati i capi dei giudei a volere la sua morte.
Il governatore romano, per
liberare Gesù, gioca la carta della clemenza a favore di
un prigioniero, in occasione della festa di Pasqua.
Presentando Gesù come re dei giudei voleva far presa
sull'orgoglio nazionale del popolo. La reazione dei
giudei è violenta: preferiscono il sedizioso Barabba,
imprigionato per omicidio, a Gesù che aveva risuscitato
i morti (v. 40). Sì, Gesù è re, ma egli presenta la sua regalità collegata alla verità. Egli è il testimone di un Dio-Amore; il rivelatore della verità che conduce al Padre; la manifestazione della presenza di Dio che salva attraverso la sua parola e la sua opera. La verità di cui parla è la manifestazione di se stesso agli uomini e la salvezza che dona a loro per mezzo della conoscenza che essi hanno di lui. Egli è re di "chiunque è dalla verità", ossia di ogni uomo che ascolta la sua parola, la interiorizza e la vive. Pilato non ha compreso nulla né della regalità, né della verità, né tantomeno di avere davanti a sé colui che è la Verità. La regalità di Gesù, così fortemente legata alla croce, è esattamente il contrario del trionfalismo e dell'oppressione dei re di questo mondo. Il Cristo regna dalla croce morendo per salvare l'umanità. La sua regalità è tutta misericordia, solidarietà con i peccatori e perdono. Dinanzi alla richiesta popolare, Pilato liberò l'assassino e fece flagellare Gesù (19,1). Il comportamento del governatore può sembrare crudele e incoerente, avendo egli riconosciuto e proclamato l'innocenza di Gesù. Nell'interpretazione di Giovanni, però, appare come un atto di clemenza per placare il furore della folla. Difatti, subito dopo la flagellazione, Pilato conduce fuori Gesù sperando di ottenere il consenso dei giudei per la sua liberazione (19,4ss). La coronazione di spine è una parodia inventata dai soldati pagani per dichiarare Cristo re. Questo episodio va letto a un duplice livello: storicamente costituisce una beffa dei soldati romani; Giovanni però vi vede un'autentica proclamazione della regalità di Cristo da parte dei pagani; per questo elimina quegli elementi oltraggiosi e umilianti che possono offuscare tale lettura Cristologica.
Dopo la flagellazione Pilato uscì dal pretorio per
proclamare ancora una volta l'innocenza del Cristo e
annunciare che lo avrebbe condotto al loro cospetto.
Gesù uscì "portando la corona di spine e la veste di
porpora", segni della regalità; allora Pilato proclamò:
"Ecco l'uomo" (19,5). I capi, al vedere Gesù con la corona e il manto regali, schiamazzarono: "Crocifiggilo, crocifiggilo" (19,6). Pilato però non si arrende dinanzi alla richiesta dei capi e proclama nuovamente l'innocenza di Gesù, perciò propone loro di prendere il prigioniero e di crocifiggerlo, come già si era espresso nel primo dialogo con la folla (18,31). La risposta dei capi contiene la causa ultima del loro odio religioso contro Gesù: secondo la legge giudaica deve morire perché si è fatto Figlio di Dio (v. 7). Pilato, sentendo questa accusa, ebbe ancor più paura (v. 8). Imbevuto com'era di mitologia e di superstizione, temette di trovarsi dinanzi a uno dei semidei del panteon pagano, perciò, entrato nel pretorio, chiese a Gesù: "Donde sei tu?" (v. 9). L'avverbio "donde" nel vangelo di Giovanni indica l'origine misteriosa di Gesù e dei suoi doni (4,11; 7,27-28; 8,14; 9,29-30). Gesù però non rivela a Pilato la sua origine. Questi rimane sconcertato per l'atteggiamento di Gesù e gli ricorda il suo potere supremo di decretare la sua liberazione o la sua crocifissione. Gesù ricorda a Pilato che il suo potere gli viene dall'alto, cioè da Dio, il quale gli permette di procedere contro il Cristo; tuttavia la maggiore responsabilità della sua condanna a morte deve essere attribuita al traditore Giuda e ai giudei che lo hanno consegnato al tribunale pagano (v. 11). Il peccato di Pilato sta nell'abuso di potere e nella viltà, ma sono i capi del popolo e Giuda che hanno voluto la morte di Cristo. Il giudice romano rimase molto impressionato dalla risposta di Gesù, perciò "cercava di rimetterlo in libertà" (v. 12). Questo tentativo di Pilato è registrato in tutti quattro i vangeli. La reazione dei giudei però scoraggia il governatore, anzi contiene una velata minaccia di accusa presso l'imperatore: "Se rimetti in libertà costui, non sei amico di Cesare; chi si fa re, si oppone a Cesare" (v. 12). L'accusa di non essere amico dell'imperatore era la minaccia più grave per un romano desideroso solo di far carriera politica, perché il successo in questa strada dipendeva dal favore dell'imperatore. All'udire le minacce dei giudei, Pilato "condusse fuori Gesù verso il luogo detto Litòstroto... e lo fece sedere nel tribunale" per proclamarlo re (v. 13). Pilato fa sedere il Cristo sul trono e lo proclama re dei giudei. A livello storico appare con evidenza il disprezzo di Pilato contro il popolo ebraico, ma nella mente dell'evangelista il Cristo è presentato come re-giudice che siede in tribunale. Dinanzi allo scherno del governatore romano, i giudei reagiscono schiamazzando e gridando: "Via! Via! Crocifiggilo" (v. 15). E Pilato insiste sullo scherno, dicendo: "Crocifiggerò il vostro re?". La dichiarazione finale dei sommi sacerdoti esprime l'abisso dell'incredulità dei capi; costoro non solo rifiutano la regalità di Gesù, ma anche quella di Dio, perché proclamano: "Non abbiamo (altro) re se non Cesare". Il Signore doveva essere l'unico re d'Israele (1Sam 8,7; 12,12), invece i capi dei giudei affermano solennemente che l'unico loro re è l'imperatore romano. Con queste espressioni è consumato il rifiuto totale e completo del Cristo e termina il dramma del processo di Gesù con la consegna della sua persona ai giudei, perché fosse eseguita la crocifissione. Coloro che dovevano eseguire la condanna presero in consegna Gesù, il quale portando su di sé la croce uscì verso il Calvario (che significa cranio), in ebraico detto Golgota. Il Calvario era un piccolo colle brullo e spoglio di vegetazione, per questo chiamato "cranio", situato fuori le mura di Gerusalemme, ma vicino alla città. Su questo piccolo colle Gesù fu crocifisso tra altri due condannati. A questo punto Giovanni dedica un brano intero alla scritta posta sulla croce di Gesù: "Gesù il nazareno, re dei giudei" (v. 19). Il titolo era scritto in tre lingue: quella della popolazione indigena, l'ebraico; quella dei dominatori, il latino; quella internazionale, il greco. Giovanni vuole insinuare sottilmente l'universalismo della regalità di Cristo. La scritta di Pilato irritò i sommi sacerdoti, i quali dissero al governatore romano: "Non scrivere: ‘Il re dei giudei', ma che egli ha detto: ‘Sono re dei giudei'" (v. 21). I capi hanno capito l'umiliazione della scritta e per questo non vogliono, neppure per burla, che il nazareno sia proclamato loro re. Il governatore però rimase fermo nella sua decisione, per assaporare la gioia della rivincita e dell'umiliazione dei giudei. La divisione e il sorteggio dei vestiti realizzano la profezia del salmo 22,19. I crocifissosi avevano diritto sugli indumenti dei condannati. I soldati divisero le vesti di Gesù in quattro parti. Da questo dettaglio siamo informati che i crocifissosi del Cristo furono quattro. La tunica del Maestro però creò un problema: "Era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo" (v. 23): per questo la tirarono a sorte. Nel comportamento dei soldati l'evangelista vede l'adempimento del salmo 21,19: "Si divisero le mie vesti e sui miei indumenti gettarono la sorte". Nella tradizione cristiana la tunica di Gesù, senza cuciture, spesso è stata vista come segno dell'unità della Chiesa, a somiglianza della rete di Simone Pietro che non si ruppe, pur contenendo una quantità così grande di pesci (21,11). Anche la scena dei vv. 25-27 è carica di simbolismo. L'elemento storico è interpretato a un livello molto profondo, perché l'evangelista vede in esso un significato ecclesiologico di grande importanza: la proclamazione di Maria, madre della Chiesa. Solo Giovanni ricorda la madre di Gesù e il discepolo amato e ci informa che erano "presso la croce", mentre i sinottici ci dicono che le pie donne stavano lontano. Ma l'elemento caratteristico di questa scena è rappresentato dalle parole di Gesù alla madre e al discepolo amato. Con le parole rivolte a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio" (v. 26), Gesù costituisce Maria madre del discepolo che personifica tutti i discepoli del Cristo. Quindi Maria è proclamata madre della Chiesa dal Figlio di Dio. Con le parole rivolte al discepolo, Gesù chiarisce e ribadisce il suo pensiero: "Ecco tua madre" (v. 27). Maria è veramente la madre dei discepoli del Cristo, ossia è madre della Chiesa. La scena si conclude con la frase: "E da quell'ora il discepolo l'accolse nei propri (beni)". Il discepolo amato, rappresentante di tutti i credenti, accoglie la madre del Cristo come sua, quale tesoro preziosissimo. La scena che descrive gli ultimi istanti di Gesù crocifisso fino alla sua morte (vv. 28-30) è incentrata sul tema del compimento perfetto della Scrittura. Nella sua scienza divina Gesù è consapevole di aver compiuto perfettamente l'opera di Dio (4,34), cioè la sua opera rivelatrice e redentrice (17,4), e quindi può morire per consegnare alla Chiesa lo Spirito, cioè per iniziare l'era dello Spirito santo. Egli ha sete (v. 28) di chiudere la sua giornata per aprire la strada al Paraclito, consegnandolo alla Chiesa nell'istante della sua morte.
La sete è caratteristica nei moribondi che hanno perduto
molto sangue. Ma la sete di Gesù ha un profondo
significato: quello di donare la persona divina dello
Spirito santo alla sua Chiesa. Il gesto dei soldati che
porgono dell'aceto a Gesù richiama il salmo 69,22, dove
il povero perseguitato si esprime così: "Quando avevo
sete, mi hanno dato aceto". Dopo aver ricevuto l'aceto,
Gesù pronunziò l'ultima parola: "E' compiuto!". Con la
sua morte il Cristo ha rivelato in modo perfetto il suo
amore e quello del Padre per l'umanità peccatrice. Egli
ha compiuto l'opera affidatagli dal Padre (17,4) e
perciò può chiudere volontariamente la sua giornata
inclinando la testa e consegnando lo Spirito. Quest'ultima
espressione non significa solo la morte del Signore, ma
anche il dono dello Spirito Santo alla Chiesa nascente:
morendo sulla croce Gesù consegnò alla sua comunità lo
Spirito. Il giorno della sua risurrezione Gesù dirà agli
apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo" dopo aver mostrato
loro le mani e il costato con le ferite della
crocifissione (20,20.22). Il dono dello Spirito alla
Chiesa è legato alla morte e alla risurrezione del
Signore. I soldati romani vennero sul Calvario e spezzarono le gambe ai due crocifissi con Gesù, ma "venuti da Gesù, come videro che egli era già morto, non gli spezzarono le gambe" (v. 33). Così il Cristo è presentato come l'agnello pasquale al quale non doveva essere rotto alcun osso (v. 36). E questo avvenne nella stessa ora in cui nel tempio di Gerusalemme si immolavano gli agnelli pasquali. A questo punto della narrazione Giovanni rileva un dettaglio al quale annette grande importanza: "Uno dei soldati con una lancia colpì il suo fianco e subito ne uscì sangue e acqua" (v. 34). Come abbiamo constatato a più riprese nel vangelo secondo Giovanni, l'acqua viva o corrente donata dal Cristo, simboleggia il sacramento dell'Eucaristia (Gv 6,53ss). Perciò il Cristo crocifisso viene presentato come la fonte della vita eterna e della salvezza, in quanto rivelatore perfetto dell'amore di Dio e autore del sacramento dell'Eucaristia. L'evangelista si presenta lungo tutto il vangelo come testimone diretto di tutti gli eventi che narra, ma qui, nel v. 35, ribadisce che la sua testimonianza è verace. L'appello alla veracità della testimonianza di chi ha visto, vuole inculcare la storicità della scena del versamento del sangue e dell'acqua dal fianco del Cristo crocifisso e favorire la fede dei lettori del suo vangelo. La contemplazione della rivelazione suprema dell'amore di Gesù sulla croce, con il costato trafitto, immolato come l'agnello pasquale, suscita la fede esistenziale che si concretizza in un contraccambio d'amore. Se i segni operati da Gesù devono favorire la fede in lui, Messia e Figlio di Dio (Gv 20,30-31), a maggior ragione il segno supremo della carità di Cristo, con il petto squarciato, deve invitare a credere esistenzialmente nella sua persona divina, perché gli eventi descritti in questa scena adempiono la Scrittura (v. 36). Perciò l'adempimento dell'Antico Testamento nella vita di Gesù costituisce un argomento a favore della fede nel Cristo, Figlio di Dio, perché in tal modo è mostrato che egli è il personaggio predetto dai profeti, che riempie di sé tutta la Bibbia. Gli oracoli dell'Antico Testamento realizzati nella scena del colpo di lancia sono due: il primo concerne l'agnello pasquale, il secondo il personaggio messianico trafitto. Nella Bibbia era prescritto che l'agnello pasquale dovesse essere immolato senza frattura di ossa (Es 12,46; Nm 9,12). Ora con la sua morte Gesù ha adempiuto anche questo dettaglio della Scrittura (vv. 32.36). Il colpo di lancia con il quale Cristo fu trafitto ha realizzato un altro passo biblico, quello di Zaccaria 12,10 nel quale si parla dello sguardo a colui che hanno trafitto. Evidentemente lo sguardo al crocifisso trafitto è lo sguardo della fede, simile a quello rivolto al serpente di bronzo (Gv 3,14-15). Nel brano finale di Giovanni 18-19 il quarto evangelista si riallaccia al racconto dei sinottici. La nota caratteristica su Giuseppe di Arimatea, che era un discepolo del Signore, ma in segreto, per la paura dei giudei, aggiunge un elemento nuovo a quanto avevano detto i sinottici che lo avevano descritto semplicemente come un pio e influente membro del sinedrio. Solo Giovanni introduce in scena un altro attore: Nicodemo, personaggio ben noto al lettore del quarto vangelo per il suo dialogo notturno con Gesù (Gv 3,9). Secondo la narrazione di Giovanni, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo accolsero il corpo di Gesù come un bene prezioso e lo avvolsero in piccoli lenzuoli (othónia) con gli aromi, secondo il costume giudaico (v. 40). Nel descrivere la sepoltura di Gesù, Giovanni, in modo originale, parla di un giardino vicino al luogo della crocifissione; in esso vi era un sepolcro nuovo nel quale non era stato posto nessuno (v. 41). Il corpo di Gesù fu deposto in questo sepolcro vicino, perché ormai stava per finire la Preparazione dei giudei (v. 42). Al tramonto del sole infatti iniziava ufficialmente la festa di Pasqua. padre Lino Pedron |
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Quel giorno, come oggi, Gesù, chinato il capo, spirò. Forse a Gerusalemme non si parlava d'altro; la morte di questo singolare profeta doveva essere senza dubbio una notizia. Eppure chi troviamo presso la sua croce, a soffrire con lui e per lui, mentre egli soffriva per noi e a causa nostra? La maggior parte della gente, o lo malediceva, o diceva: «Ben gli sta»; una gran parte se ne disinteressava; e altri si limitavano a una compassione sterile. Moriva per gli uomini e nessuno, quasi nessuno, gli era accanto, a dirgli, almeno con un cenno, un grazie, a prendere atto della sua carità, ad accorgersi del suo amore. Da quel giorno sono passati duemila anni. Oggi, in questo giorno anniversario, il vero nostro dovere consiste nel non lasciare solo Gesù e accorrere sotto la sua croce. Dove sono quelle cinquemila persone che egli ha sfamato con il pane e che volevano persino farlo re? Dove sono quei malati che egli ha guarito nei suoi ultimi tre anni? E i dieci lebbrosi? E i suoi discepoli? E i Dodici? E noi? Noi siamo qui. Sì, è vero. Ma con quale amore? Accade spesso che molti cristiani non si rendono conto d'essere stati oggetto di tanto amore da parte del Signore, e si contentano di avere di Gesù una cognizione così vaga che si vergognerebbero di averne una simile di un loro conoscente. Il dramma di questo giorno è proprio qui: il Signore, che ha dato la sua vita per noi, non è da noi amato. «O popolo mio, che cosa ti ho fatto di male? cosa non ti ho fatto di bene?». Questo lamento scende oggi dalla croce, per ognuno di noi. Chi di noi può dire di avere aiutato il Signore a portare la croce? Non quella nostra, s'intende, ma quella del Signore? Allora, per portare la croce di Gesù, costrinsero il povero Cireneo. È sempre il povero che porta la croce, allora come oggi. Lasciata cadere da chi dovrebbe portarla, essa finisce sulle spalle dei deboli. Nessuno, né della folla, né dei discepoli, si era offerto per Gesù. Le mani di tutti erano rimaste ferme, come rattrappite, oppure si erano tolte ogni responsabilità (quanti Pilato si sono lavati le mani durante la storia!), oppure per dovere avevano denudato, inchiodato, squarciato il cuore di Gesù. Le nostre mani sono nel numero di tutte queste mani, anche se vorremmo dimenticarlo, e purtroppo la vita convulsa della città ci aiuta nella smemoratezza. Per dimenticare queste nostre mani fredde e traditrici, abbiamo bisogno di guardare altre mani, di sostituire le nostre mani impietose con quelle misericordiose della Maddalena che lava i piedi di Gesù, di Giuseppe d'Arimatea che toglie il corpo dalla croce, di Maria che accoglie il corpo senza vita del Figlio. E se neppure questo riusciamo a fare, oggi imitiamo almeno le mani del centurione che si batte il petto o quelle della folla che si allontana battendosi anch'essa il petto per la propria incredulità e la propria complicità per la morte dell'unico giusto. La salvezza inizia di qui, dal pentimento che nasce guardando la croce. mons. Vincenzo Paglia |
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La grande domanda che accompagna questa settimana è: "Ma chi gliel'ha fatto fare?" Partiamo dalla fine. Si stava prospettando una fine violenta e orribile: come visse Gesù questa possibilità? 1. Gesù fu angosciato come chi non sa cosa lo aspetta. Senso di nausea, angoscia, paura, desiderio che tutto in un attimo cambi e si risolva, rifiuto per ciò che potrebbe accadere. Il Getsemani esprime bene tutta questa angoscia. 2. Un secondo motivo di angoscia fu la previsione dei maltrattamenti: sapeva bene cosa lo avrebbe aspettato. Non era questione solo di poter morire, ma di morire tra tormenti e torture. Tutti noi sappiamo quanto l'aspettativa del terrore e del male sia essa stessa una tortura. 3. Un terzo motivo di angoscia era il significato religioso di una morte del genere. Veniva condannato come un bestemmiatore, un eretico, un senza-Dio, proprio lui che per Dio e che per suo Padre aveva sempre vissuto, ne aveva fatto la causa e il centro della sua vita. Gesù ha provato una rabbia enorme, un disgusto e una ribellione feroce, nel sentirsi infangato, accusato e condannato, in maniera falsa, a causa di quello per cui aveva sempre vissuto. Per questo sulla croce disse: "Perdonali, perché non sanno quello che fanno". 4. Un quarto, forse il più forte motivo di angoscia, era equiparare la possibilità della sua morte al fallimento della sua vita. Lui, che aveva la medicina (Dio) per salvare gli uomini dalla catastrofe, non può fare nulla. Tutto il suo operato sembra finire e andare in frantumi. Tutto sembra dissolversi e sciogliersi. Gesù vive il dramma di aver sbagliato tutto, di essersi ingannato, di aver creduto in una Bontà che non c'è e in un Dio che non può salvare l'uomo. Come andarono le cose? I Romani. Chi storicamente condannò Gesù fu Ponzio Pilato (i vangeli tendono a minimizzare, a ridurre, l'importanza romana). A quel tempo vi erano focolai molto attivi di zeloti che dicevano: "Solo Dio è il nostro Signore". I Romani, quindi, se ne dovevano andare con le buone o con le cattive. Gli zeloti furono responsabili di molte sommosse contro i romani, provocandone poi le ritorsioni. Fra i discepoli di Gesù vi era uno zelota, Simone il Cananeo. Gli zeloti stessi confidavano molto in Gesù e furono delusi quando capirono che il regno di Gesù era di tutt'altro tipo. Forse anche Giuda Iscariota apparteneva a questo movimento e forse proprio per questo consegnò Gesù al sinedrio (deluso dal regno non violento di Gesù). Barabba probabilmente era uno zelota e i due che morirono a fianco di Gesù erano membri di una rivolta antiromana. Pilato condannò Gesù per motivi politici: le motivazioni religiose gli interessavano poco. Pilato lo condannò perché si insinuava che Gesù invitasse a non pagare le tasse ai romani e perché rivendicava per sé il titolo di re, di Messia, cosa inaccettabile per un romano. Pilato lo condannò persuaso di trovarsi di fronte ad un uomo pericoloso, capace di suscitare tumulti nel popolo. L'unico interesse di Pilato era la salvaguardia dei delicati equilibri politici del tempo. Pilato processò Gesù. Avrebbe potuto condannarlo subito, senza nessun processo. Questo ci dimostra che non credette ai reati che venivano contestati dal sinedrio e dal sommo sacerdote. Quando Pilato chiese a Gesù: "Dunque tu sei re?" e la risposta fu il silenzio di Gesù (la prima volta Gesù gli rispose: "Tu lo dici"), l'effetto di tale silenzio fu l'ammissione di Gesù di essere re e, agli occhi di Pilato, di non riconoscere la sovranità di Roma. Nel diritto di allora infatti il silenzio era interpretato come tacita ammissione (chi tace acconsente!). Da qui la sentenza che diceva così: "Salirai sulla croce". Gli ebrei. Gesù aveva cacciato i mercanti e i venditori dal tempio: questo gesto gli fu fatale. Per Gesù il gesto voleva dire: "Non sono il tempio e le offerte che sono gradite a Dio, ma un cuore puro". Ma i religiosi del tempio interpretarono come falsa profezia e bestemmia tutto ciò. Questo reato prevedeva l'esecuzione capitale. Gesù fu interrogato nella casa di Anna dal sommo sacerdote Caifa e poi da una parte dei membri del sinedrio. L'interrogatorio non aveva valore giuridico, ma era solamente una consultazione sul da farsi. Il sinedrio ritenne opportuno consegnare Gesù a Pilato con segnalazione di reato con accuse antiromane. Da una parte si temeva che, dopo l'azione dimostrativa nel tempio, Gesù potesse provocare altri tumulti e, di conseguenza, la reazione romana. Dall'altra, Gesù si riteneva il Messia, ma l'immagine popolare diffusa (fra cui vi era anche la lotta armata del Messia) era molto lontana da quella che Gesù dava. Gesù, quindi, veniva considerato un bestemmiatore. Forse vi erano anche interessi personali delle famiglie sacerdotali che traevano vantaggi dal tempio: quindi era meglio sbarazzarsi di uno come Gesù. In ogni caso furono le ragioni politiche più che quelle religiose a pesare sulla scelta. Era vicina la festa della Pasqua e bisognava far presto: lasciare in sospeso quel problema risultava rischioso. Sapevano che presentandolo come uomo antiromano (il sinedrio aveva la sua influenza su Pilato) quasi sicuramente lo avrebbero condannato alla croce. Ma, ritennero migliore "la morte di un solo uomo piuttosto che la perdita di tutto il popolo". Le folle. Gerusalemme aveva circa 50.000 abitanti e altri 150.000 fuori dalla cinta muraria. A Pasqua con i pellegrini si arrivava a mezzo milione. Proprio per questo Gesù non poteva essere arrestato in pieno giorno in mezzo ad una folla enorme: il pericolo di sommossa era troppo elevato. Così nei giorni precedenti poté muoversi con libertà e confondersi fra la gente. Una parte della folla gli era favorevole: aveva un'attenzione positiva verso Gesù, ma senza convinzioni profonde. Per cui da una parte lo appoggiava, ma di fronte al duro scontro con le autorità giudaiche e romane si sarebbe tirata indietro. Molti lo conoscevano solo per sentito dire o non lo conoscevano affatto. La folla che invocò la crocifissione era formata da persone residenti a Gerusalemme: dopo la cacciata dei venditori dal tempio vedevano in lui un pericolo per la città. Erano preoccupati, infatti, di garantire la prima forma di sostentamento economico della città: il tempio. Queste persone dovevano quindi odiarlo veramente. Gesù venne flagellato una prima volta a scopo intimidatorio, per estorcergli una qualche verità o una confessione. Poi subì la flagellazione vera e propria. Venne legato e brutalmente flagellato. Si usava un bastone corto a cui venivano applicate delle cinghie di cuoio con infissi dei frammenti di osso o di metallo, punte o ganci acuminati. Le ferite potevano essere così forti da mostrare le ossa o da far uscire le viscere. Il condannato a volte moriva durante la flagellazione. Capiamo che i soldati infierirono con crudeltà e sadismo su Gesù perché egli non fu in grado di portare la croce lungo il Calvario, neanche per poche centinaia di metri e perché morì in croce dopo solo tre ore. I soldati non erano ebrei, ma persone reclutate tra i popoli confinanti con un profondo odio per gli ebrei. Quindi quando potevano scaricare tutta la loro rabbia lo facevano senza farsi troppi problemi. Per questo motivo Gesù fu oggetto di beffe e di maltrattamenti chiamandolo: "Salve re dei Giudei", sputandogli addosso e percotendolo (mai gli ebrei avrebbero potuto dire tali parole!) Gli misero in testa una corona di sterpi spinosi (servivano per alimentare il fuoco per riscaldarsi durante la notte), spogliandolo e rivestendolo (come presa in giro) con un mantello scarlatto. Poi Gesù fu crocefisso. La crocifissione era la peggiore delle morti tanto è vero che Cicerone la considerò ben peggiore della morte procurata dalle belve del circo o dall'essere dati alle fiamme. I Romani l'appresero dai Persiani insieme all'altra terribile tortura di impalare il condannato. Quando uno schiavo scappava dalla casa del padrone e veniva riacciuffato, veniva confitto con i chiodi ai battenti della porta principale di casa: "Non sei voluto rimanere alle dipendenze del padrone? Morirai inchiodato alla porta di casa dalla quale te ne sei scappato!". Gesù probabilmente portò una croce a "T" (avrebbe potuto portare anche solo il braccio orizzontale): lo deriviamo dal fatto che dovette essere aiutato da Simone di Cirene. Venne crocefisso sollevato da terra lungo la strada perché i tormenti fossero visti fin da lontano. Il rituale prevedeva il maltrattamento del "povero Cristo" lungo tutto il cammino; gli avversari più accaniti venivano a posta per infliggergli sofferenze ed umiliazioni. La crocifissione, l'essere appesi ad un palo, era segno di maledizione divina e con questa morte Gesù veniva riconosciuto come eretico e bestemmiatore. La crocifissione avvenne fuori dalle mura verso la metà della giornata e col proposito di farla finita in breve, così da togliere il cadavere prima del tramonto del sole, perché la festa di Pasqua stava per cominciare. La legge giudaica inoltre imponeva che il condannato venisse comunque sepolto prima della notte. Gesù venne inchiodato (talvolta veniva messa anche una tavoletta per trattenere meglio le membra confitte) non sulle mani (i chiodi non avrebbero sostenuto il peso del corpo se messi sulle mani), ma sul polso. I piedi venivano incrociati o inchiodati separatamente. Gesù spirò dopo tre ore di agonia. Gli venne data una bevanda narcotizzante, ma Gesù la rifiutò. Il crocifisso moriva spogliato, ma per non urtare la sensibilità degli ebrei, gli venivano cinti i fianchi con un panno. La sofferenza di Gesù è stata indicibile: una sete bruciante causata tra l'altro da emorragie; fortissimo mal di testa con attacchi febbrili, sensazioni di angoscia che provocava tremiti e singulti e dolori di ogni tipo compresi i chiodi che lesionavano i nervi. Gravando il peso del corpo sulle braccia il respiro diventava difficoltoso. Così per respirare Gesù era costretto a far leva sui chiodi con dolore tremendo. Quando esausto non riuscì più a risollevarsi morì per asfissia. I chiodi potevano provocare il tetano e il condannato era esposto alle mosche, ai tafani e perfino agli attacchi degli uccelli rapaci e dei roditori. A Gesù fu risparmiata l'umiliazione che consisteva nell'abbandonare il cadavere alle intemperie e alle bestie della notte. Per assicurarsi che fosse morto un ufficiale gli trapassò il petto in direzione del cuore con un colpo di lancia. Vi fa un po' schifo tutto questo? Beh, se avete cuore, non può che essere così! Ritorna la domanda, allora: ma chi gliel'ha fatto fare? Gesù predicò con mezzi semplici (camminava e incontrava le persone nei loro paesi) per soli tre anni, dall'inizio dell'anno 28 al 7 aprile del 30. E i mezzi semplici hanno bisogno di tempi lunghi! Parla a gente quasi tutta analfabeta e con una capacità di comprensione limitata. Si recava a piedi e trovava ostacoli sempre più crescenti. Eppure ebbe un successo enorme: come mai? Il presupposto e l'esperienza di Gesù erano semplici: "Dio è buono, ti ama: tu sei buono, lasciati amare". Tutto qui, nient'altro di più. Sembra quasi banale. Gesù sperimentò su di sé la bontà di Dio (di cui il centro è l'esperienza del battesimo). Gesù andava dai peccatori, quindi da gente che realmente aveva sbagliato, che viveva su "vie" pericolose di lontananza dall'anima e dallo spirito e non diceva loro: "Tu stai sbagliando; tu devi convertirti". Diceva loro: "Tu dentro sei buono". Chi si lasciava toccare dalle sue parole, cambiava vita. Quando le persone sentivano queste parole era come se si ricordassero di un sogno dimenticato che Gesù risvegliava: "Sì hai sbagliato, ma non sei cattivo. Tu sei buono". Per questo le persone (Zaccheo, la peccatrice, Nicodemo) cambiavano vita. Per questo le persone guarivano dai loro mali: "Posso vivere; posso esser diverso; posso vivere da libero; posso essere perdonato; posso ricominciare; non è una sentenza di morte ciò che mi è successo!; posso essere diverso; posso tornare ad aprire il mio cuore". Naturalmente chi credeva di vivere e pensava: "Io ho la Legge di Mosé!; io sono già un bravo cristiano; io non sono perfetto ma non faccio grossi errori; io non sono come certa gentaglia; io sono meglio di loro; io mi sento a posto così; io ho da perderci se cambio; io non sono voglio mettermi in gioco, ecc", vedeva tutto questo come un pericolo tremendo, estremo, da eliminare. Preferirono uccidere Gesù che accettare il suo sistema basato sulla bontà profonda di ogni uomo. Gesù fu messo di fronte ad una scelta forte: o rinunciare a ciò che aveva vissuto da sempre o andare fino in fondo. "Mio Padre è bontà; mi è sempre stato fedele e l'ho visto sempre vicino; la bontà è pure negli uomini e se essi vi credono guariscono dalle malattie, cambiano e tornano a vivere". Gesù rimase fedele al Dio buono che Lui sperimentò per tutta la vita. Fece un atto di fiducia estrema e credette Dio buono e presente quando tutto sembrava dire il contrario. Solo per questa ragione e per questa fede nel cuore affrontò questa terribile morte. Chi gliel'ha fatto fare? Dio! L'amore e la vita che c'era in lui e in ognuno di noi, che lui chiamava Vita, Luce, Regno, Verità. Tu sei buono! Viene una donna. Ha abortito due volte nella sua vita; ha avuto partner in continuazione; si è sposata con un uomo che non ama, solo per avere un figlio da lui. Poi lo ha lasciato. Puoi dire che ha fatto bene? No. Una donna così sembra condannata per sempre. Eppure, da qualche parte, nascosta, sepolta, sotterrata, quella donna ha una luce, ha un pezzo di cielo che non si è contaminato, che è rimasto puro. Dio non muore mai dentro di noi, è sempre vivo anche se tutto lo nasconde o ne dimostra il contrario. Se tu riesci a tirarglielo fuori, se tu riesci a credere nella sua bontà (il suo Dio in lei) e lei si fida, si salva. Questa donna ci ha creduto e adesso vive. L'amore può essere crocefisso, ma non si può mai uccidere. Un uomo ha ricevuto un educazione ferrea, religiosa, basata sulla forza di volontà e sui sensi di colpa. E' diventato razionale, freddo, staccato dal suo cuore e dalla vita che gli scorre dentro. Poi si è ribellato a tutto questo diventando anticlericale e deridendo tutto ciò che è spirituale. Così ha avuto tutta una serie di relazioni fallimentari con le donne; l'unico modo per percepirsi era la sessualità e ha avuto quindi una sessualità disgregata e perversa. Se tu lo guardi dall'esterno non puoi che dire: "Che poco di buono!". Eppure c'è un nucleo di bontà dentro di lui, c'è un nucleo sano; eppure Dio c'è ancora lì. E su questa bontà, su questo Dio sepolto e ritrovato, questo uomo si è ritrovato. Ha trovato una compagna stabile, il suo cuore, la sua fede e una vita sessuale sana e piacevole. L'amore che salva. Gesù era un cercatore di Dio. Quando incontrava una persona non guardava a ciò che aveva fatto, non guardava a ciò che sembrava, ma si diceva: "Qui da qualche parte c'è mio Padre, c'è Dio, c'è il bene. Proverò a tirarlo fuori". Se le persone accettavano questa sfida, cambiavano vita. Questo è l'amore che salvò e che salva: "Tu, al di là di tutto, sei buono; va bene così". Quando guardate qualcuno ditevi sempre: "Qui c'è Dio". E lavorate per far vivere Dio. Se crederete con tutte le vostre forze che lì, anche se non sembra, anche se nessuno lo vede, c'è Dio, quella persona si sentirà amata e sentirà il vostro amore. Quest'amore, alcune volte, ti cambia la vita. Guardati allo specchio: "Qui c'è Dio. Io sono buono, io valgo". Quando crederai a questo sarai salvo. Guarda tuo padre, tua madre, i tuoi nemici, quelli che ami, quelli che odi, quelli che non sopporti, gli omosessuali, le lesbiche, i tuoi cari, i falsi e i traditori, quelli che ti hanno ferito e umiliato, i tiranni: "Forse si vede o forse non si vede: qui in ogni caso c'è Dio". Se li guardi così cambierai ogni prospettiva. Non sarai più lo stesso di prima! Non li giustificherai ma saprai cosa vuol dire amare e scorgere la Luce nel buio. Forse molte di queste persone non riusciranno a vedersi così, ma tu vedile per quello che sono realmente. E lavora per disseppellire il cielo che c'è in ogni uomo. Non sempre sarà possibile ma quando ci riuscirai avrai salvato una vita dalla morte. Gesù condannò le azioni ma mai le persone. A quell'uomo accusato di assassinio sulla croce che gli diceva: "Ricordati di me quando sarai in Paradiso", non gli disse: "Hai fatto male a fare ciò che hai fatto", ma: "Lo so che tu sei buono. Oggi sarai con me in Paradiso, stai tranquillo". Condanno l'azione ma mai la persona! Gesù è morto e ha preferito la morte piuttosto che rinunciare alla convinzione che "Dio è buono; che Dio mi ama; che non c'è assolutamente nulla da temere; che di Lui ci si può totalmente fidare". Gesù ha detto: "Io so che è così. Tutto sembra dire il contrario ma io so che Lui è così. Io mi gioco tutto: o fallisco o è veramente come dico io". E dapprima sembrò realmente fallire; ma Dio lo confermò in ciò che credeva con la sua resurrezione: era come diceva Lui. don Marco Pedron |