SABATO SANTO

anno C

Un annuncio di speranza per l'uomo di oggi

Di fronte a questa situazione dai molti aspetti preoccupanti potrebbe farsi strada una sfiducia generalizzata, un'assenza di ideali e di prospettive per il futuro, ma la festa della Pasqua ormai vicina rappresenta per tutti noi una garanzia e una possibilità di vita nuova, di prospettive ideali profonde, di una speranza rinnovata.

Cristo risorto è l'uomo nuovo e tutti coloro che entrano in comunione con Lui diventano persone nuove, capaci di rinnovare questo mondo malato. Naturalmente questo rinnovamento non è un fatto magico che si produce istantaneamente come conseguenza dell'intervento di un deus ex machina, ma il frutto di un cambiamento di mentalità e di prospettiva che ha la sua origine dall'esperienza vitale con Gesù Cristo risorto e vivo, riconosciuto come Signore del mondo e della storia.

Innanzitutto questo cambiamento si realizza nella parte più intima di noi stessi, nel nostro spirito, quando, attraverso l'adesione della nostra Fede e la partecipazione ai Sacramenti, siamo trasformati in Lui e diventiamo creature nuove con Lui: siamo riappacificati con Dio e posti in una dimensione nuova verso gli altri e verso il mondo.

L'esperienza di questa novità però non può essere relegata solamente nella realtà spirituale, altrimenti si rischia di ridurre la dimensione della Fede cristiana nell'intimismo, come se si trattasse solo di un aspetto psicologico: la salvezza di Cristo risorto pervade tutta la nostra esistenza e spinge l'uomo a rinnovare il mondo con l'energia nuova che promana da questa forte esperienza.

Il cristiano allora, partendo dall'esperienza di Cristo che egli fa per mezzo della sua Fede, riceve da Lui una spinta a collaborare al rinnovamento del mondo intero, cercando di animare la società dello spirito evangelico.

L'esperienza del fallimento della logica del mercato come panacea dei mali dell'economia, ci richiama all'esigenza di governare i fenomeni economici con un richiamo ai valori etici della giustizia, della chiarezza, della trasparenza e della solidarietà, senza dei quali la nostra società va verso la sua rovina. Il cristiano allora si impegna perché questi valori siano sempre praticati nel campo economico e i cosiddetti "furbetti" siano smascherati e puniti.

Il cristiano, che scopre mediante la Fede che siamo chiamati a formare una grande famiglia nel nome dell'unico Padre, si impegna per abbattere tutti i muri che quotidianamente innalziamo verso gli altri, per creare un clima di accoglienza reciproca volta alla costruzione della civiltà dell'amore e alla formazione di una società in cui tutti sono chiamati a dare il loro contributo nel rispetto dei diritti e dei doveri di ciascuno.

Se noi cristiani avremo maggiore consapevolezza della bellezza e della importanza della nostra Fede, reagiremo con decisione anche al clima di ostilità che si vuole creare contro la Chiesa, perché sentiremo la Chiesa come nostra madre e ogni offesa recata a lei la sentiremo come inferta a noi stessi. Consapevoli comunque che le forze del male non prevarranno, rimarremo saldi nella testimonianza della Fede e contribuiremo, con la nostra umile coerenza e fedeltà al Signore e alla Chiesa, a rendere la Chiesa, di cui siamo membra attive, più bella e più credibile.

don Roberto Rossi

 

Protagoniste le donne, tenaci, coraggiose, intuitive sul fatto che non era tutto finito nel tremore di terra di quel venerdì. Il "genio femminile" di cui parla la Mulieris dignitatem (MD) si riferisce anche a questo intuito sulla resurrezione, a questo precedere gli stessi apostoli nella speranza della vita che vince la morte. L'Esortazione apostolica dice di più: "Le donne sono le prime presso la tomba. Sono le prime a trovarla vuota. Sono le prime ad udire: 'Non è qui. È risorto'. Sono le prime a stringergli i piedi. Sono anche chiamate per prime ad annunciare questa verità agli apostoli. (...) Maria di Magdala è la prima ad incontrare il Cristo risorto. (...) Per questo essa venne anche chiamata 'la apostola degli apostolì, Maria di Magdala fu la testimone oculare del Cristo risorto prima degli apostoli e, per tale ragione, fu anche la prima a rendergli testimonianza davanti agli apostoli" (MD 16).

Ultime a lasciare il Golgota bagnato di sangue, le donne sono anche prime a ricevere e a trasmettere l'annuncio della sua resurrezione. La missione evangelizzatrice della Chiesa, al suo albore, è tutta al femminile. Se c'è una precedenza ai piedi della croce e davanti al sepolcro vuoto, non è questione di genere, ma di misericordia. Maria di Magdala è la donna perdonata e perciò risorta.

Dopo aver unto e fasciato il corpo morto del Signore, rimaste presso il sepolcro quando già splendeva la luce del sabato, le donne ricevono la prima apparizione del risorto e ne danno l'annuncio ai discepoli. Come l'annuncio dell'incarnazione fu portato a Maria di Nazareth, così ora tocca a Maria Maddalena.

Anche Maria è tra le donne "mirofore" che si recano al sepolcro del Signore. Così crede e prega la liturgia bizantina. Queste donne portano olio profumato ("myron") per ungere il corpo del Signore. "Myron", nel Cantico dei Cantici, è anche un nome dello sposo. Gesù è figlio di Dio e sposo della Chiesa che lo invoca come suo "myron". E Maria è "mirofora", portatrice del figlio di Dio, sposo dei salvati.

E le donne sono "apostole degli Apostoli", "eguali agli Apostoli" (isapóstolai); così le chiama ancora la tradizione orientale. Le "mirofore", testimoni della morte e della sepoltura di Cristo, sono coloro che hanno cercato lo sposo assente e, dopo tre giorni, lo incontrano risorto, Emmanuele, eterno giovane. Prime a vederlo e a sentirlo, esse sono anche vere testimoni della tomba vuota e dell'annuncio di Pasqua, prima agli apostoli e, da questi, al mondo intero.

Solo le donne non avevano tradito e abbandonato il Signore; anzi lo avevano accompagnato e servito dalla Galilea a Gerusalemme, fino a divenire sue familiari. Proprio il mattino di Pasqua, pur non avendo esse un vero posto nella struttura gerarchica e sacramentale, assumono un ruolo di primissimo piano perché è in virtù della loro fede che esse appartengono alla nuova famiglia di Dio, nata dalla Risurrezione. È così forte questa convinzione per la Chiesa bizantina che la festa delle "mirofore" si protrae per un'intera settimana, "la Settimana delle mirofore evangeliste". La Liturgia così le saluta: "Le donne di divina sapienza correvano con aromi, e ti cercarono con lacrime quasi tu fossi un mortale. Ma esultanti di gioia, ti adorarono Dio vivo, e te annunciarono ai discepoli tuoi, o Cristo".

don Angelo Sceppacerca - Agenzia SIR

 

Gesù, "Dio salva"

L'episodio del passaggio del mare è importante nella tradizione biblica, in quanto manifestazione potente della gloria del Signore (cf. Es 14,4.17.18). Egli in essa si rivela appunto come Signore prevalendo sulla invincibile potenza egiziana: "sapranno che io sono il Signore" (14,4.18). Lo sapranno gli egiziani, ma soprattutto gli israeliti. Il popolo d'Israele passa dal vedere gli Egiziani minacciosamente gettati all'inseguimento (14,10) al vederli gettati esanimi sulla riva del mare (14,30), e quindi a vedere la salvezza realizzata dal Signore (14,13.31). Passa dal timore davanti al Faraone e al suo esercito (14,10) al timore del Signore (14,31).

Gli Israeliti fanno in qualche modo l'esperienza di una nuova creazione, come è richiamato dall'elemento della separazione delle acque (cf. Gen 1,6-11): Proprio nel momento in cui le potenze ostili sembrano riprendere il sopravvento, la vita rinasce libera dalle acque.

Gli israeliti fanno l'esperienza di una gratuità imprevista e sorprendente, la scoperta di un Dio che dice loro di stare tranquilli e fiduciosi mentre lui agisce per loro (14,14).

Una simile esperienza non può che indurre al canto che esalta l'opera del Signore e celebra la liberazione: "cantiamo al signore, stupenda è la sua vittoria!" (Es 15, il cantico che segue la III lettura nella veglia pasquale).
L'episodio del passaggio del mare rappresenta il prototipo dell'intervento salvifico di Dio, che salva da ogni potenza ostile e, alla fine, dalla morte.

Nella notte di Pasqua siamo in grado di capire, contemplando il Risorto, quanto sia totale questa salvezza: ogni morte, tutta la morte, è vinta. Questa è la Pasqua di Gesù.

Nella Bibbia il mare simboleggia tutto ciò in cui per l'uomo non c'è vita, che è per lui ostile, infido, incontrollabile, indecifrabile; in una parola, il male nelle sue varie forme. Il passaggio del mare ci dice allora che chi in tutto questo entra - è la vita umana a richiederlo - fidando nel Signore (cf. 14,13), sperimenta la sua signoria e la sua vittoria, passa attraverso e oltre. Diversamente, vi resta affogato.

Andando ancora più in profondità: se possiamo attraversare questo mare, possiamo anche affrontare quella morte che è richiesta dal fare la volontà di Dio, l'autorinnegamento chiesto al discepolo che vuole seguire il suo maestro crocifisso risorto (cf. Mt 16,24par). Poiché le potenze ostili ci vanno gridando che, se obbediamo a Dio, noi moriremo, obbedire al Signore significa affrontare con coraggio la morte e la paura di essa.

S. Paolo lo chiama "essere battezzati (=immersi) nella morte di Gesù" (Rm 6,3). Ora, la morte di Gesù è una morte nell'obbedienza al Padre: egli muore perché ha voluto obbedire sino in fondo al Padre. Proprio in questa sua morte siamo immersi col battesimo, e con lui riemergiamo ad una vita nuova, che è sempre ancora la sua. S. Paolo ha fortissima questa coscienza: d'ora in avanti "anche noi possiamo camminare in una vita nuova" (Rm 6,4).

Come gli Israeliti, passiamo dal timore degli idoli al timore di Dio; l'immersione nelle acque del battesimo è la fine della schiavitù del peccato.
Morte, male, peccato, sono vinti: ecco il dono del Risorto. A noi discepoli è chiesto di trasformare questa possibilità in realtà, di realizzare nella nostra esistenza la vittoria di Cristo, offrendo la nostra persona come spazio nel quale essa oggi si rende presente.

don Marco Pratesi

 

Ricevere Gesù dalle Scritture

Parto da un'espressione tratta dal vangelo ascoltato questa notte: "Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno". Ed esse si ricordarono delle sue parole.

Ricordatevi come vi parlò... Si ricordarono le sue parole... La notte della Risurrezione ci viene detto che condizione necessaria per incontrare il Risorto è mettere al centro la sua Parola.

La veglia, che prepara alla celebrazione dell'Eucaristia non a caso è una lunga Scuola della Parola senza la quale non conosceremmo il Risorto, perché Gesù Risorto è il compimento delle Scritture attraverso le quali ci viene raccontato il progetto di Dio per ogni uomo, progetto che possiamo sintetizzare in una parola: salvezza. Questa parola è risuonata nella notte, nel racconto della Creazione e in quello della liberazione dall'Egitto; ma anche nelle due letture tratte dal libro del profeta Isaia che ci raccontano la prima, che l'ultima parola di Dio sulla nostra vita non è castigo ma è misericordia e la seconda attraverso la quale Dio promette di stabilire con il suo popolo un'alleanza eterna. Infine il profeta Baruc che da una parte molto onestamente ci ricorda che l'abbandonare Dio è di ogni uomo, e dall'altra però afferma che ritornare a Lui è possibile attraverso l'ascolto del libro dei decreti di Dio. Infine il profeta Ezechiele, attraverso il quale Dio ci promette che noi saremo il suo popolo.

Cercavano un morto le donne... cercavano un cadavere... avevano dimenticato di portare con sé la parola di Gesù, quella che per tanto tempo avevano ascoltato, quella parola che aveva scaldato il loro cuore, quella parola che aveva affascinato la loro vita. Perché cercate tra i morti colui che è vivo? E' la domanda che le donne si sono sentite rivolgere quella notte... E' ancora morto Gesù per loro, perché sono andate al sepolcro dimenticando quella parola che consente il contatto con il Vivente. Se stacchiamo Gesù dalle parole che ha rivolto a noi ecco che rimane muto, zittito, insignificante... non è soltanto il caso delle donne di questa notte, ma è anche il caso dei discepoli di Emmaus, che ricordate, hanno avuto bisogno di una lunga catechesi di Gesù proprio sulle Scritture perché il loro cuore tornasse ad ardere nel petto. Mi domando se non sia anche il caso mio (o della chiesa in generale), quando Dio sembra muto nella mia vita. E' un percorso importante quello che ci fa fare il vangelo questa notte, perché ci viene detto che non basta restringere Gesù nell'ambito dell'affetto personale, così come non è sufficiente investirlo di una speranza politica così come avevano fatto i due di Emmaus (speravano fosse lui a liberare il popolo d'Israele dai Romani)... Per raggiungere Gesù nella sua verità occorre riceverlo dalle Scritture (E. Bianchi).

A proposito della parola, Paolo, al capitolo 20 del libro degli Atti degli Apostoli nel discorso che fa a Mileto dice: Vi affido al Signore e alla parola della sua grazia... la nostra vita affidata ad una parola, la nostra vita custodita da una parola... che bello allora piano piano scoprirsi capaci di vivere i nostri giorni all'interno non di un prendere o di un pretendere, ma all'interno di un consegnarsi, di un affidarsi, proprio come ha fatto Pietro quando ha detto a Gesù sulla tua parola getterò le reti, proprio come ha fatto notare l'angelo alle donne. Scrive don Bruno Maggioni: Sono convinto che occorre recuperare fiducia nella forza della Parola. Non è vero che gli uomini sono stanchi di parole: sono stanchi di parole vuote, ma non sono stanchi di parole vere, non sono stanchi della Parola di Dio.

Poi su sollecitazione dell'uomo in veste sfolgorante l'intuizione: si ricordarono... il ricordo delle parole di Gesù rende le donne apostole, evangelizzatrici: tornano ed annunciano agli undici ciò che era avvenuto al sepolcro. La comunità dei discepoli, la comunità degli uomini non crede, non crede alla parola delle donne che vengono giudicate anche pesantemente: vaneggiano! C'è anche questo la notte di Pasqua... un gruppo di donne che avevano cercato, pur con i loro limiti, Gesù... un gruppo di donne che era arrivato dove nessuno degli uomini si era recato, viene zittito, viene privato della parola. Ancora oggi, nella chiesa, ci portiamo dietro un po' questa sfiducia (certo è un impoverimento) verso il mondo femminile, per altro ampiamente al centro delle riflessioni della Via Crucis di quest'anno al Colosseo.

Infine Pietro, che corre al sepolcro e vede solo le bende. Torna, dice il vangelo, pieno di stupore. E' uno stupore, quello di Pietro, ancora carico dell'incredulità e dello scetticismo che aveva accolto il racconto delle donne. Mi ha colpito molto questo, tanto che ho cercato conferma su vari commentari al vangelo di Luca, i quali affermano che l'evangelista insiste proprio sull'incredulità. Certo, Pietro si stacca un po', ma il suo è uno stupore assimilabile alla perplessità. Stupore e perplessità sono un passo avanti rispetto allo scetticismo, se non altro fanno nascere una domanda...ma non sono ancora sufficienti (B. Maggioni). E' necessaria anche la memoria della Croce... tutto sarà più chiaro nel cenacolo, quando Gesù farà vedere le sue ferite.

don Maurizio Prandi

 

"Non è qui, è risuscitato"; è questo l'annuncio della resurrezione di Cristo, contenuto nel Vangelo di Luca, che la liturgia proclama, durante la lunga, suggestiva Veglia Pasquale.

Ho scelto il testo di Luca, per questa breve riflessione sul Mistero della Resurrezione, perché è l'Evangelista che, in questo anno liturgico, ci accompagna, domenica dopo domenica.

Dell'evento grande della resurrezione di Gesù, evento, che supera ogni umana aspettativa, il Salmista, in tempi lontani cantava: "La destra del Signore si è alzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie. Non morirò, resterò in vita La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo; ecco l'opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi." (salmo 117)

Di questa "meraviglia" sappiamo che nessuno fu testimone oculare; i Vangeli, non parlano di resurrezione, ma del Risorto, e, il racconto di Luca, ne dà conferma: "Il primo giorno dopo il sabato, recita il testo, di buon mattino, le donne si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore, Gesù...".

Le donne, come tanti altri, erano state spettatrici della morte del Maestro, come pure, della sua deposizione e sepoltura; nel loro cuore e nei loro occhi c'era, ancora, il dolore e lo sgomento, per quanto accaduto; ora, di fronte a quella pesante pietra rotolata e al sepolcro vuoto, la loro reazione è di stupore misto a paura: qualunque cosa può esser accaduta, dopo quei giorni di rabbia e di violenza.

Luca fa una descrizione attenta e precisa, di questa pietosa visita al sepolcro di Cristo; Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo, erano perplesse, incerte, tenevano il volto chino a terra, per scrutare meglio ogni angolo del sepolcro, perché la loro speranza era quella di poter onorare, secondo l'usanza, il corpo esanime di Gesù, con gli unguenti preziosi che avevano portato; ma il corpo del Signore non era lì.

Allo sgomento per quel sepolcro aperto, e vuoto, si aggiunse, poi, la paura, per l'improvviso apparire di due uomini, in vesti luminose, lì, accanto a loro; due figure vestite di luce, due angeli, ma le donne, lo capirono soltanto, quando essi le interpellarono con queste parole: «Perché cercate tra i morti colui che è Vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso, e risuscitasse il terzo giorno».

Era l'annuncio della resurrezione.

Ora, la perplessità e la paura, si trasformano nell'urgenza, di portare la notizia agli Undici, chiusi nel cenacolo, in preda alla delusione e all'angoscia, d'esser anch'essi arrestati e giustiziati; e la paura doveva esser grande, se, il racconto delle donne fu giudicato solo "un vaneggiamento".

"In quel medesimo giorno -continua il Vangelo di Luca - due dei discepoli, si trovavano in cammino verso un villaggio detto Emmaus...", anche questi due discepoli, ai quali si unisce, non riconosciuto, Gesù, sono sconvolti e sfiduciati, fermi all'apparente fallimento del Maestro, con la sua morte in croce:" Gesù Nazareno, profeta grande e potente, in parole ed opere, essi dicono, i nostri capi lo hanno consegnato per essere condannato, e lo hanno crocifisso. Noi speravamo fosse lui, quello che avrebbe liberato Israele. Ma, siamo già al terzo giorno da quando sono accaduti questi fatti...Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro...ma lui, non l' hanno trovato..."

Sgomento, paura, delusione, senso di fallimento, sono questi i sentimenti che emergono, dall'atteggiamento e dalle parole di tutti coloro, che erano stati vicini a Gesù, che lo avevano accompagnato nella sua predicazione, e che avevano ascoltato, assiduamente, le sue parole; l'idea di una resurrezione è, per loro, cosa remota.

Eppure, quante volte, Gesù aveva parlato di vita che supera la dolorosa, ma momentanea, esperienza della morte; ne aveva parlato predicendo la sua passione, e ne aveva parlato a Betania con Marta, angosciata per la morte del fratello Lazzaro:" Tuo fratello risorgerà- aveva detto, in quell'occasione, Gesù - Io sono la resurrezione e la vita.." (Gv.11,23 - 25)

E gli Undici, avevano ascoltato quel lungo discorso di congedo, durante l'ultima cena, che il Maestro aveva consumato con loro, avevano sentito le sue parole: "Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco, e il mondo non mi vedrà più, ma voi mi vedrete perché io vivo, e voi vivrete..." ( Gv.14,18-19); ma, anche questo non capire, e non ricordare, è un mistero.

È il mistero del nostro cuore, del cuore umano, che accoglie o accantona, anche le parole della persona più cara, anche quelle del Cristo, quando esse risultano troppo difficili o troppo amare; il nostro cuore, la nostra mente, si dimostrano selettivi: teniamo presente, soltanto ciò che è gradito, o che, sul momento, ci colpisce, anche dolorosamente.

Le donne, e gli Undici, non fanno eccezione, Pietro, Giacomo e Giovanni, in modo particolare, avevano scordato la luce del Tabor, la trasfigurazione del Maestro, e le parole, provenienti dalla nube misteriosa, che lo indicavano come Figlio di Dio.

Così, il racconto delle donne, che parlano di resurrezione, sembra solo un vaneggiamento, il frutto di una fantasia, accesa e distorta dall'emozione; negli Undici era viva soltanto la visione della morte e la paura per esser stati con Gesù. Tuttavia, " Pietro corse al sepolcro.", e, anche lui, constatò, che era vuoto, anche lui, col volto chino a terra, vide soltanto le bende, i segni di ciò che aveva custodito un morto, ma, colui che era morto, lì, non c'era più.

Ora, anche Pietro è colto da stupore, ora, la luce si fa strada, anche nella sua mente, e il racconto delle donne acquista una dimensione di verità.

È la luce della fede, la sola che ci fa incontrare Cristo risorto; una luce che, nel racconto di Luca, è simboleggiata da quei due uomini, i due angeli " in vesti sfolgoranti", una teofania, come affermano gli esegeti, uno splendore, che è segno dell'irruzione di Dio nella Storia.

Gli angeli, che rivelano la resurrezione di Cristo, indicano anche, il modo in cui incontrarlo: «Ricordatevi, come vi parlò, quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno».

«Ricordate!»; anche Gesù durante l'ultima cena, alla consacrazione del pane e del vino, corpo e sangue offerti per la redenzione di tutti gli uomini, aveva detto: "Fate questo in memoria di me", una memoria, che non è evocazione del passato, ma presenza attuale, del Mistero, Presenza che anima e rende viva la fede.

"Ricordate!"; ogni parola di Dio deve metter radici nella nostra mente e nel nostro cuore, in una memoria viva e vigile.

Il mistero resta, in tutta la sua impenetrabilità e ineffabilità, ma, la Luce che lo attraversa, ci fa conoscere l'adempimento delle promesse di Dio.

Di quella tomba vuota, segno della resurrezione di Cristo, e dalla quale dobbiamo imparare, che la morte e il dolore, non hanno l'ultima parola nella storia dell'uomo, D. Bonhoeffer scrive, "si riconosce che la potenza della morte è infranta, e il miracolo della risurrezione e della vita nuova, splende, in mezzo al mondo di morte; lì non ci si aggrappa, convulsamente, alla vita, ma, neppure, la si getta via, spensieratamente; lì ci si contenta di una misura finita di tempo limitato, e non si attribuisce un valore eterno a realtà terrene; lì si lascia alla morte il limitato diritto, che ancora possiede, e si attende l'uomo nuovo, e il mondo nuovo, generato, dalla potenza che l' ha vinto: il Cristo risorto porta la nuova umanità in sé, ed è l'ultimo glorioso sì di Dio all'uomo nuovo" (da "Etica come conformazione")

suor Giuseppina Pisano o.p.

 

Dalla Parola del giorno

Esulti il coro degli Angeli, esulti l'assemblea celeste, un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto. (antichissimo inno della veglia pasquale)

Come vivere questa Parola?

E prosegue: "Gioisca la terra inondata da così grande splendore: la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mon do. Gioisca la Madre Chiesa, splendente della gioia del suo Signore".

La solenne veglia del Sabato Santo è poesia, canto, grido di gioia. È soprattutto il farsi preghiera dell'esultanza: quella vera che, se ne hai la percezione nello Spirito Santo, afferra e fa trasalire tutta la tua persona. Esultano, in Cielo, gli Angeli. E, in terra, è la Chiesa tua Madre che splende della gioia del Signore Risorto dentro i testi Sacri, dentro la ricchissima liturgia. Il punto focale è qui: Cielo e terra, l'universo intero è un'esplosione di gioia E la Chiesa ti è Madre, proprio perché di generazione in generazione, ha trasmesso i testi santi, il cuore della verità, che è questo annuncio di vittoria sulle tenebre della morte. La madre Chiesa ti educa a capire una cosa di fondo: l'esultanza è possibile, è vera, durevole perché scaturisce dall'evento chiave della Salvezza: Cristo Risorto. Se fosse solo morto per nostro amore, sarebbe un grande martire, davanti a cui chinare il capo commossi e ammirati. Ma quel che conta è la certezza che ha ribaltato l'enorme pietra del sepolcro e vi è balzato fuori. Dopo tre giorni di permanenza con la morte, l'ha "strangolata" l'ha vinta per sempre. La gioia, quella che nutre tutto il nostro esistere di credenti è questa certezza, è la conseguenza di questa!lieta notizia".

Oggi, nella mia pausa contemplativa, trovo un angoletto di quiete per lasciarmi penetrare dalla gioia a cui la Madre Chiesa oggi più che mai mi educa mettendomi in mano il vangelo, mettendomelo nel cuore..

Signore, mio Signore Risorto, anche se la vita ha i suoi dolori, fa' che io non manchi all'appuntamento con la GIOIA della tua resurrezione.

Eremo San Biagio

La voce della Chiesa Ortodossa Romena

Nel cuore della notte, uniti nella preghiera il nostro cuore è scosso da un fremito; l'attesa della voce che ci chiama a prendere la Luce santa, a ricevere il Cristo e a lasciarlo entrare nella nostra anima. Forse nel nostro intimo ci sono le tenebre causate da atti, pensieri, intenzioni, conflitti, desideri, dalla paura! Tuttavia il Cristo viene e ci dice "... Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vìvente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferì." (Ap. 17-18). Metropolita Iosif