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E’ diversi giorni che leggo e rileggo questo stupendo brano della parola di Dio. La mia attenzione si ferma sempre lì, sulle mani di Gesù che stringono i piedi dei discepoli. Mi immagino la faccia dei dodici, le occhiate furtive tra di loro, l’imbarazzo. Che sia veramente impazzito? Lo seguono con lo sguardo, in silenzio. Si alza da tavola. Si spoglia dei suoi vestiti. Si copre con un grembiule. Prende un secchio, dell’acqua e si mette a lavare i loro piedi. Uno per uno. Senza fretta. Li asciuga con il grembiule che si è annodato in vita. E poi si riveste e si risiede ancora con i suoi. Silenzio. Nuovo imbarazzo. La mia attenzione si ferma lì e ogni volta sono invaso dallo stupore. Gesù non prende tra le mani la testa dei discepoli, con tutti i loro sogni, gli ideali e i propositi. Il Figlio di Dio si mette in ginocchio davanti alla ciurma scompaginata dei suoi amici e prende tra le sue mani i loro piedi, cioè il contatto con la terra, le fragilità, le debolezze, le povertà. I piedi sono l’equilibrio, il cammino e reggono tutto il peso del corpo. I piedi dicono verso dove stiamo andando e verso chi stiamo camminando. I piedi possono fare radici, sprofondare nell’ immobilità e gonfiarsi di egoismi. Questa sera, i nostri piedi, sono nelle mani di Gesù. Così come sono, senza prelavaggi. Il Rabbi di Nazareth ci spoglia di tutte le nostre maschere e di tutte le nostre corazze. Davanti a Lui possiamo essere quello che siamo, non dobbiamo vestire altri panni o entrare nel ruolo. Davanti a Gesù possiamo davvero svestirci di tutti i nostri travestimenti. Lui conosce il nostro cuore, sente vibrare le nostre passioni e nostri dolori, conosce la nostra sete di verità e le povertà quotidiane del nostro vivere. Di nuovo in ginocchio, il grembiule ai fianchi, chinato, giù, sui piedi. I nostri, questa sera. Non alza la testa sopra la caviglia, non fa differenze tra i nemici e i nemici, tra i fedeli e i traditori. I piedi di Giovanni e i piedi di Giuda sono passati nelle Sue mani senza distinzioni.
Questo è il mandato che il Maestro ci lascia, questo è
volto dell’amore che la comunità cristiana deve
incarnare. Mettiamo un po’ da parte i nostri litigi tra
fedeli e super-fedeli. I veri nemici da combattere sono
il peccato, la tiepidezza, la superficialità, la
chiusura… e non quelli del tal gruppo parrocchiale che
fa una cosa un po’ diversa dal solito! Finiamola di
allarmarci per le campane stonate o le sacrestie
disordinate, c’è altro da intonare e da ordinare! don Roberto Seregni |
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Inizia con questa sera il Triduo Pasquale che celebra il Giovedì, il Venerdì e il Sabato Santo. Non sono 3 giorni staccati, separati, indipendenti l'uno dall'altro, per cui uno viene al Giovedì, un altro invece al Venerdì "perché c'è la processione alla croce", qualcuno non viene il Sabato "perché è lunga" o perché è Sabato sera. Sono invece un'unica grande celebrazione che facciamo in tre giorni, perché sono misteri, eventi, vangeli, pagine così grandi che non basta un giorno per capirli un po', per farli nostri e per digerirli. C'è una storia che racconta così: una carovana di mercanti abituati da molto tempo a percorrere insieme le lunghe piste d'oriente si preparava ad attraversare un grande e pericoloso deserto. Il percorso richiedeva una buona conoscenza dei luoghi e delle piste, delle oasi e anche delle abitudini degli indigeni. Così si assicurarono i servizi di una guida locale famosa per la sua esperienza. Dopo dieci giorni di rapido cammino, la colonna si arrestò contro una barriera di uomini armati, fermi attorno alla statua di una delle loro orribili divinità dall'aspetto crudele, che incombeva sulla pista: "Non potete proseguire" gridò il capo degli uomini armati, "se non sacrificate un uomo al nostro Dio. E' la regola di ogni nuova luna. Se non lo farete morirete tutti immediatamente". I mercanti si radunarono e cominciarono a parlottare tra di loro. La scelta era drammatica e l'accordo molto difficile: "Noi ci conosciamo tutti da molto tempo. Siamo parenti tra di noi. Non possiamo sacrificare uno di noi per placare questo odio!". I loro sguardi allora si concentrarono tutti sulla guida. Così dopo aver immolato il pover'uomo, secondo il rito, ai piedi della statua, la carovana riprese il cammino. Ma nessuno conosceva la via e ben presto si persero nel deserto. Morirono tutti uno dopo l'altro di sete e di sfinimento. Quando si è spenta la luce allora si è al buio. Adesso spegneremo le luci della chiesa: se non ci fossero queste lampade, sarebbe buio pesto. Se non c'è Gesù nella nostra vita allora è buio pesto. Con i ragazzi di prima comunione siamo entrati in chiesa con questa lampada in cui c'è della cera liquida. Non ci sarebbe nessuna luce se non vi fosse la cera o l'olio nella lampada. Il giorno in cui finirà la cera, l'olio, scenderà il buio. Ci saranno dei giorni in cui tutto andrà bene e avere o non avere accesa questa luce sarà quasi lo stesso. Ma ci saranno dei giorni in cui sarà buio pesto, totale e allora sarà essenziale questa luce. Gesù è questa guida, questo compagno che vi aiuta nel vostro viaggio di vita: non smarritelo e non uccidetelo mai perché in quel giorno scenderà il buio. Quando avete trovato la luce non spegnetela.
Quando non mi curo della mia anima, o lascio stare, o
oggi non vado e ci vado solo quando ne ho voglia, all'inizio
sembra non succedere niente ma verrà un giorno in cui l'olio
finirà. E quando l'olio finisce non c'è più luce. Quando non c'è più spazio al dialogo fra marito e moglie, quando lo spazio per l'amore si riduce a dieci minuti a letto, quando non c'è più lo stupore di parlarsi di ciò che si vive dentro, di ciò che si prova, quando non c'è più tempo per alimentare il nostro rapporto, piano piano – all'inizio mica ce se ne accorge – l'olio si consuma e una mattina sarà buio pesto. Mio nonno tagliava gli alberi e usava la motosega. Un giorno, per sbaglio, tagliò il ramo sul quale era seduto: lui piangeva dal male, ma noi ridemmo così tanto (vi fa ridere? è successo per davvero, per fortuna fu solo una bella botta ma niente di più). Stai attento a non tagliare l'essenziale, la cosa più importante che hai, il ramo che ti sostiene. Gesù vi farà compagnia per sempre nel vostro cuore e sarà la vostra fiamma. Ma toccherà a voi mettere l'olio in quella lampada, altrimenti un giorno si spegnerà. E nessuno si arrabbi quando l'olio è finito: "Dovevi pensarci prima. Adesso è tardi!". E nessuno dica: "Sono ansioso, angosciato, non ho più voglia di vivere, sono esaurito, sono nervoso, acido con tutti; soffro di depressione". Non ti lamentare: cosa pensavi sarebbe successo? Ovvio, l'hai voluto tu. Quante persone hanno perso la luce: si sono perse, smarrite, sono vuote, non ti danno niente, sono realmente spente, morte: la luce è finita. Il primo gesto di Gesù: ci dona il suo Corpo. Questa sera noi celebriamo che la vita è un dono. Penso a quanto ogni mamma dona al proprio figlio. Ogni mese ogni donna ha a che fare con i suoi cicli, con la possibilità di donare vita dalla sua vita. La gravidanza non è un dono di attesa, di speranza, di tempo in cui si prepara ad accogliere il bimbo? Il parto non è un dono di coraggio, di rottura, di sofferenza perché venga alla luce il suo bimbo? L'allattamento non è un dono di tempo dedicato, di latte versato, di attenzioni per il figlio? Una donna dovrebbe capire benissimo cosa dice il prete. Una donna sa, ha provato, ha sperimentato tutto questo. Una donna quando guarda suo figlio può dirgli: "Questo è il mio corpo". E può anche dirgli: "Questo è il mio sangue", "Tu sei carne della mia carne". Una donna sa che donare è passare tempo con lui. Sa che rinuncia a qualcosa (la linea, tempo, preoccupazioni future) per il suo bimbo. Una donna sa di donare la vita, ma sa anche che la vita la sorpassa. Quando guarda suo figlio dice: "Questo l'ho fatto io". Ma, se è sincera, dice anche: "Ma come è possibile che questo sia nato da noi". E' un mistero, uno stupore, una meraviglia; percepisce cioè un mistero che la supera, più grande di lei. Per questo quando guarda suo figlio piange, si entusiasma. Prova a sottrarre il figlio ad una donna e vedrai come reagisce: ti sbrana!! La donna sa che donare vuol dire correre il rischio di perdere la vita. Dare alla luce vuol dire impegnarsi in prima persona; fare un bimbo, per Un'idea può lasciarti indifferente oppure no. Costruire una casa, comprare un auto, il tuo lavoro è importante, ti tocca da vicino. Ma fare un figlio, ti tocca dentro. E' qualcosa di tuo che sarà tuo per sempre. Una donna sa che donare è un "movimento" per tutta la vita. Vivere una vita di dono vuol dire impegnarsi per sempre, lasciarsi coinvolgere. Quando si ha voglia e quando non se ne ha, quando dentro c'è il sole e quando c'è la pioggia, quando ti aiutano e quando hai solo le tue forze. L'uomo può capire tutto questo solo se è molto sensibile. E neanche in questo caso è sufficiente. Io credo che le donne, e chiunque abbia questa sensibilità capiscano benissimo Gesù e il Giovedì Santo. I gesti che celebriamo questa sera sono i gesti di chi si dona, di chi si mette a servizio di qualcuno, di chi s'appassiona e ama tutto ciò che è bello, profondo e vero, di chi è disposto a pagare di persona per tutto ciò. Forse non è proprio un caso che tutti gli uomini abbandonino Gesù: Pietro, Giuda, gli apostoli, i discepoli, Pilato, Anna e le altre autorità che potevano salvarlo. Solo le donne rimangono vicino a Lui. E proprio loro saranno le testimoni della resurrezione.
Cristianesimo non è donare, ma donarsi. Non è tanto fare
cose buone: volontariato, "fioretti", gesti d'amore.
Sono importanti, ma Cristianesimo è soprattutto donarsi,
lasciarci coinvolgere, fare della nostra vita un dono.
Donare è una cosa, ma donarsi è un'altra. Gesù si dona a noi ogni volta che andiamo a fare la comunione. Dice: "Questo è il mio corpo... vengo in te... dentro di te... cosicché tu sei carne della mia carne (figlio di Dio) e io sono carne della tua carne (figlio dell'uomo)". C'è qualcosa in cui ti dai del tutto? C'è qualcosa per la quale saresti disposto anche a morire pur di non rinunciarvi? C'è qualcosa per il quale sei disposto a dare la vita? Felicità è donare tutto ciò che si è per una causa, per dei volti. Felicità è donare se stessi. Felicità è donarsi del tutto, è lasciarsi coinvolgere. "Vivi solo quando hai trovato un tesoro per il quale saresti disposto a morire!. Molte persone non si danno, non si concedono mai: se parli con loro non ti fanno mai vedere quello che hanno dentro. Altre hanno troppo paura di impegnarsi per qualcosa di grande, di bello. Altre si giustificano dicendo: "E' troppo difficile". Quando parli con le persone cosa gli doni? Certa gente non ti trasmette niente se non luoghi comuni, frasi fatte: i soliti discorsi. Non si rivelano mai, non senti mai qualcosa di loro: entusiasmo, passione energia. Sembrano statue: freddi. E tra marito e moglie? A che serve condividere il corpo quando neppure ci si parla? A che serve condividere il letto quando non ci si racconta, non ci si apre? Possiamo dire che "stiamo insieme" perché facciamo tante cose insieme, ma non che "siamo insieme", non che c'è comunicazione, non che le nostre anime si incontrino, si tocchino, si parlino, si guardino. Il dono più grande che io genitore posso dare a te figlio mio non sono i miei soldi, né il mio cognome famoso, né i miei beni, né un'adeguata posizione sociale. Il vero dono è darti ciò che ho dentro, la mia parte più vera, più profonda; è darti la mia anima, i miei dubbi, le mie paure e i miei slanci. Perché se ti do tante cose ma non me stesso, tu non mi avrai mai, tu non mi conoscerai mai, tu non potrai avermi con te nel tuo cuore e nella tua anima. E se un genitore non avesse niente dentro da donare? E se un genitore non sapesse manifestare nessun sentimento? E se un genitore non provasse niente, ma tutto fosse rinchiuso dietro ad un muro spesso? Gesù non ci ha lasciato nulla: non una casa, non un libro, neppure una dottrina, neppure una regola. Gesù ci ha lasciato il suo cuore, la sua anima, il suo spirito e questo è tutto. E se un uomo non può lasciare il suo spirito, quello che è nella sua parte più vera, più profonda, intima, in verità non lascia nulla. E la vita, in questo senso, è giusta: perché la vita ci ritorna quello che noi le diamo. Se noi diamo poco di noi, avremo ben poco da lei. Elias, 37 anni, era un uomo impegnato per la liberazione dei ragazzi dalla prigionia delle favelas. Un giorno i squadroni della morte andarono a casa sua e lo uccisero. Sua madre quando lo vide sanguinante gli disse: "Te l'avevo detto, perché ti sei impicciato con quella gentaglia?". "Mamma sono stato al mondo 37 anni e ho vissuto 37 anni. Sono stato felice di ciò che ho fatto. Lasciami andare!". E così morì. Alcune persone stanno al mondo 90 anni, altre 100, ma quanto vivono? Vivere è spendersi, darsi, mettere tutte le proprie energie per un'unica causa, per qualcosa di significativo, per qualcosa che liberi l'uomo: questa è la felicità! Gesù ci dona il suo Corpo: come in vita si è dato completamente per la verità, per la liberazione dell'uomo, per trasmettergli la fiducia e la forza di Dio, così si dà del tutto a noi, tanto da farsi mangiare, nel pane e nel vino. C'è una storia che dice così: c'era una volta, in un paese di questo mondo, due sposi il cui amore non aveva smesso di crescere dal giorno del loro matrimonio. Erano molto poveri, ma ciascuno sapeva che l'altro portava nel cuore un desiderio inappagato: lui possedeva un orologio da tasca d'oro, ereditato dal padre, e sognava di comprare una catena dello stesso metallo prezioso; lei sognava un pettine di madreperla da poter infilare tra i capelli come un diadema. Passarono gli anni e continuava il loro sogno. Il giorno del decimo anniversario del loro matrimonio, il marito vide la moglie venirgli incontro sorridente, ma con la testa quasi rasata, senza i suoi lunghi e bellissimi capelli. "Che cosa hai fatto, cara?", chiese pieno di stupore. La donna aprì le sue mani nella quali brillava la catena d'oro per il suo orologio: "Li ho venduti per comprare la catena d'oro per il tuo orologio". "Ah, tesoro, che hai fatto?", disse l'uomo, aprendo le mani in cui splendeva un prezioso pettine di madreperla: "Io ho venduto l'orologio per comprarti il pettine!". E si abbracciarono, senza più niente, poveri di tutto ma ricchi soltanto l'uno dell'altro. E tu cosa doni alle persone? Poi c'è il secondo gesto di Gesù: la lavanda dei piedi. Tutti si devono lavare i piedi? Sì, proprio tutti. Anche Gesù prima di lavarli ai discepoli (Gv 13) permise ad una donna (Gv 12) di lavargli i piedi: con un profumo li unse e li asciugò con i propri capelli. A Pietro Gesù dice: "Se non ti laverò non avrai parte con me". Gesù si china su tutti noi per lavare con le sue mani i nostri piedi: 1. Vuole che prendiamo coscienza delle nostre ferite, del nostro dolore, della sofferenza che ci sentiamo dentro. Per non sentire il dolore ci chiudiamo, ci facciamo una corazza, un'armatura per non soffrire più, ma facendo così non possiamo più percepire l'amore di Dio, non possiamo sentire la sua mano che ci tocca e che ci sfiora. 2. Gesù dice: "Lasciati amare". "Me lo merito?". "No". E se non permetti al sacerdote di lavarti i piedi, come puoi permetterglielo a Dio? "No, non te lo meriti, ma non ti voglio bene perché te lo meriti. Ti voglio bene perché sei carne della mia carne, sangue del mio sangue, corpo del mio corpo". "Ti voglio bene perché sei mio figlio, figlio di Dio, non perché te lo meriti", ecco cosa ci dice Dio. Ogni volta che noi andiamo a fare la comunione Dio ci dice così: "Ti voglio bene perché sei mio figlio, non perché te lo meriti". Ogni volta che lavo i piedi a qualcuno gli dico semplicemente: "Ti voglio bene, non perché mi aspetto qualcosa in cambio, ti voglio bene perché ti voglio bene". Ogni volta che io lascio che il sacerdote (o qualcuno) mi lavi i piedi permetto a Dio di amarmi. Ho letto le domande che i ragazzi hanno fatto per la Prima Comunione: sono veramente sincere e belle. Finché le leggevo ho pensato: "I nostri figli ci guardano e vedono benissimo tutto. Anche se gliela 'raccontiamo', anche se glielo nascondiamo, anche se noi stessi a volte non vediamo, loro ci vedono benissimo. Possiamo raccontargli un sacco di cose o di giustificazioni, ma non si può mentirgli. E imparano e divengono quello che noi siamo. Sono i nostri specchi. Guardando loro noi possiamo vedere chi siamo". Un uomo racconta ad un amico: "Quand'ero adolescente mio padre mi mise in guardia da certi posti in città. Mi disse: «Non andare mai in discoteca figlio mio». «Perché no, papà?». «Perché vedresti cose che non devi vedere». Questo ovviamente suscitò la mia curiosità e alla prima occasione andai in discoteca". "E hai visto qualcosa che non dovevi vedere?", domandò l'amico. "Certo", rispose l'uomo, "ho visto mio padre!". I ragazzi ci vedono anche se noi non lo vogliamo. Vorrei concludere con una poesia che un ragazzo adulto, grande, ha scritto per sua madre in occasione del suo settantesimo compleanno.
"Quando pensavi che non stessi guardando, tu hai appeso
il mio primo disegno al frigorifero e io ho avuto voglia
di continuare a stare a casa a dipingere. Quando pensavi che non stessi guardando, hai cucinato a posta per me una torta di compleanno e lì ho compreso che le piccole cose possono essere molto speciali.
Quando pensavi che non stessi guardando, hai recitato
una preghiera e io ho cominciato a credere nell'esistenza
di un Dio con cui si può sempre parlare. Quando pensavi che non stessi guardando, ti sei preoccupata per me e ho avuto voglia di diventare me stesso. Quando pensavi che non stessi guardando, io guardavo e mi sono accorto e ho visto tutto quello che hai fatto per me, anche se tu pensavi che io non stessi guardando. Io mi sono accorto di tutto quello che hai fatto per me anche se non te l'ho detto. Sappi che ho visto tutto quello che hai fatto per me. E... grazie per ciò che sei stata". don Marco Pedron |
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Prima ancora di consumare il banchetto nella tristissima sera della commemorazione della Pasqua ebraica nella stanza appositamente ammannita al piano superiore di quella casa di Gerusalemme, Gesù aveva affermato: " Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso, perché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio" (Gv 10, 17-18), suscitando lo sdegno dei Giudei che lo reputavano un indemoniato. Tenteranno poi invano di lapidarlo. Quelle parole in realtà riferivano una promessa che noi vediamo realizzarsi adesso, mentre osserviamo il lugubre pasto serale taciturno: per volere del Padre, Gesù offre la vita per le sue pecorelle "per poi riprenderla di nuovo", cioè per poi risuscitare e realizzare il piano definitivo di salvezza per tutti. L'imminenza della morte e della resurrezione di Gesù vengono cioè prefigurate e anticipate attorno a quella tavola, che vede i suoi commensali in preda all'angoscia e al panico, quando invece dovrebbero esternare gioia e allegrezza grande: quella sera si celebra infatti in tutte le case la Festa degli Azzimi o Pasqua Ebraica, in memoria del lietissimo evento della liberazione degli Israeliti dall'Egitto. In verità, come delineava Benedetto XVI nell'omelia del Giovedi Santo 2007, Giovanni a differenza dei Sinottici colloca la consumazione di questo pasto la sera prima del giorno di Pasqua, visto che Gesù viene crocifisso mentre nel tempio vengono offerte le vittime pasquali (quindi il giorno stesso di Pasqua) e questa sembra la tesi più accreditata anche dai ritrovamenti di Qumran: la cena pasquale ebraica di Gesù e degli apostoli si sarebbe consumata il giorno prima della Pasqua ebraica propriamente detta; una contraddizione fra Matteo, Marco, Luca e Giovanni, che tuttavia è solo apparente, soprattutto perché nel racconto del quarto evangelista quello che si vorrebbe esprimere è che Cristo è associato alle suddette vittime animali della Pasqua Ebraica, anzi egli stesso è vittima di espiazione, agnello mansueto votato al macello (Is 53) che non oppone resistenza e china il capo senza rispondere agli oltraggi e alle provocazioni e subendo ogni sorta di cattiverie, accettate per l'espiazione dei peccati dell'umanità. Questo lo contempleremo meglio domani, giornata dell'estremo supplizio sacrificale di Gesù che è la morte di croce: mentre si commemora la Pasqua di liberazione dall'Egitto, Gesù muore vittima di espiazione per poi essere, da Rosorto, la nostra Pasqua liberatrice dal peccato. Adesso di questa oblazione abbiamo il preludio, la presentazione effettiva e al contempo ce ne viene offerta anche la profondità di senso e il significato ultimo trascendente: l'amore. La cena consumata in quell'occasione è in effetti luogo e manifestazione di tutto l'amore che Dio ci aveva concesso già con la creazione, che avevas confermato con la redenzione e che si era espresso come misericordia nelle parole e negli atti di Gesù, perché è la donazone e l'autoconsegna per la nostra libertà e per il nostro riscatto. Quali i contrassegni di questo amore passionale e smisurato? In primo luogo un atto espressivo e allusivo di eroismo e concretezza che non può che commuovere e convincere: la lavanda dei piedi. La stessa che per amore una mamma fa sempre al suo bambino e che sempre per amore farebbe in ogni momento della sua età, soprattutto quando il figlio soffre di malesseri fisici particolari, ma che Gesù compie in ora in ogni caso anche prescoindendo da queste situazioni per descrivere di fatto, con i gesti più che con le elucubrazioni e le teorie, la concretezza del "comandamento nuovo" che deve caratterizzarci come suoi seguaci: "Come ho fatto io, così fate anche voi". Nel chinarsi sulle estremità dei suoi discepoli per lavarle e asciugarle addirittura con le proprie vesti, Gesù rende apodittico e convincente l'amore del Padre che non può non estendersi a tutti i fratelli nella loro mutua donazione e tale gesto esprime l'eroismo di chi per gli altri sarebbe disposto a realizzare anche le cose più impensabili e straordinarie. Nella singolarità della lavanda dei piedi riscontriamo il prolungamento, o meglio l'eplicitazione dell'annichilimento e della spoliazione con cui Gesù ha rinunciato alla propria grandezza per asservirsi all'umanità e per farsi obbediente fino alla morte e alla morte di croce, l'umiltà e la sottomissione agli uomini che era già palese nel mistero della sua Incarnazione e pertanto lo spendersi della sua divinità a vantaggio dell'uomo. Lui ci raggiunge fino in profondità, provocandoci e scuotendoci con la dirompenza dell'amore che vince l'odio e il dissapore, specialmente su quello che è comunemente ritenuto assurdo, ridicolo e impensabile, come appunto il lavare i piedi. E se siffatta oblazione di amore è segno, umanamente, di stupidità, ebbene, vale la pena che l'uomo una volta tanto sia stupido. Prendendo poi in mano il pane e il vino benedetti secondo il rito della berakha (rendimento di grazie) e pronunciando su di essi quelle famose parole "Questo è il mio corpo... questo è il mio Sangue" Gesù riafferma la grandezza e l'ineffabilità dell'amore che sta fondando il suo sacrificio sulla croce: il sacramento dell'Eucaristia sarà infatti un modo con cui nel tempo (finché egli venga) verrà ripresentato a tutti l'estremo sacrificio compiuto una volta per tutte dal Signore sulla croce e sarà avallato l'atto di amore che è stato suggellato una volta per tutte sul Golgota e di cui tutti quanti beneficeranno, poiché in esso Cristo sarà presente realmente e sostanzialmente egli medesimo nelle sembianze del pane e del vino e ripresenterà a tutti lo stesso sacrificio compiuto una volta per tutte. L'Eucarestia, il cui termine greco esprime anch'esso il "rendere grazie" non è il memoriale della distanza, ma della presenza e dell'attuazione, perché ci sii ripresenta quello che è oggetto della memoria nella sua medesima efficacia originaria: il dono che Gesù fa di se stesso all'umanità sulla croce e al quale noi partecipiamo associandoci al suo carattere espiativo per noi stessi e per gli altri. "Questo è il mio corpo", che nel linguaggio semitico orientale significa "Questo sono io" rivela l'identità di Gesù con il pane che ha fra le mani e che siamo esortati sempre ad assumere come faramco di vita e di immortalità per il rinnovamento della nostra vita in funzione di noi stessi e degli altri nella solidarietà e nell'amore vicendevole. L'Eucarestia è il luogo privilegiato nel quale il credente ricorda e sperimenta sul momento di essere oggetto di amore da parte di Dio che in Cristo si è umiliato e ha sofferto per lui; è il luogo in cui noi possiamo esperire di continuo lo stesso amore che ha segnato sul Cranio la svolta della storia dell'umanità poiché di esso facciamo memoria ripresentata e nella sua stessa ripresentazione averne persuasione. padre Gian Franco Scarpitta |
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La lavanda dei piedi raffigura la passione e la morte di Gesù, l'estremo atto d'amore di Gesù per i suoi. Questo servizio del lavare i piedi, che poteva essere preteso solo dagli schiavi non ebrei, preannuncia l'annientamento della croce, supplizio riservato agli schiavi. Questa fase finale della manifestazione del Cristo inizia poco prima della festa di Pasqua. L'ora di Gesù è il passaggio dalla terra al cielo, il ritorno al Padre dal quale era uscito (v. 3). Con la sua morte Gesù va al Padre (cfr Gv 17,13). Il Cristo è stato inviato nel mondo dall'amore del Padre per salvare l'umanità peccatrice (cfr Gv 3,16-17; 12,47) e per illuminare le tenebre del male (cfr Gv 3,19; 12,46): ora, adempiuta la sua missione, egli lascia il mondo e va dal Padre (cfr Gv 16,28). Questo passaggio di Gesù, attraverso la passione e la morte, rappresenta la suprema prova del suo amore per i suoi discepoli (v. 1): l'espressione più alta dell'amore è costituita dal sacrificio della vita per i propri amici (cfr Gv 15,13). Gesù, buon pastore, ha dato la vita per le sue pecore (cfr Gv 10,11.15). Questo significa «amare sino alla fine» (v. 1). Sulla croce è stato consumato il sacrificio dell'amore del Figlio di Dio; per questo Gesù, prima di chinare il capo e di consegnare lo Spirito, esclamò: «E' compiuto!» (Gv 19,30). Questo verbo (in greco: tetélestai) richiama l'espressione «sino alla fine» (in greco: eis télos) di Gv 13,1 e forma una grande inclusione dei capitoli 13-19 del vangelo di Giovanni. Gli eventi finali della rivelazione suprema dell'amore di Gesù per la sua comunità devono essere visti in questa luce della perfezione dell'amore del Figlio di Dio per i suoi. La lavanda dei piedi preannuncia simbolicamente questo servizio supremo di amore del Cristo per la sua Chiesa. Questo gesto profetico avviene durante l'ultima cena. Paolo e gli altri vangeli ci raccontano che in questa occasione Gesù ha istituito l'eucaristia (cfr 1Cor 11,23ss; Mc 14,22ss e par.). Giovanni, nel contesto dell'ultima cena, non fa neppure un cenno a tale avvenimento. Il tema dell'eucaristia l'aveva già trattato ampiamente nel capitolo 6. La lavanda dei piedi simboleggia l'ora del Cristo, cioè il dono supremo della sua vita a favore dei suoi amici con la morte umiliante sulla croce. Il «deporre le vesti» (v. 4) richiama il «deporre l'anima» (cfr Gv 10,11.15.17): il buon Pastore dona la vita a favore delle sue pecore. Simone Pietro rifiuta di ricevere da Gesù il servizio della lavanda dei piedi. Tra gli ebrei questo servizio era riservato agli schiavi pagani; il padrone non poteva esigerlo da una schiavo circonciso. In tale contesto sociale si capisce pienamente l'obiezione di Pietro: è inaudito che il Signore compia un servizio così umiliante. La risposta misteriosa di Gesù: «Quello che io faccio… lo capirai in seguito» (v. 7) non è di facile comprensione. Difatti Pietro non si accontenta della risposta di Gesù e si ostina nel suo rifiuto. Gesù gli risponde che tale rifiuto lo esclude dalla partecipazione alla sua vita. L'espressione «avere parte» indica l'eredità della terra promessa (cfr Dt 12,12; 14, 27.29) e la vita di comunione con il Signore (cfr Dt 10,9). In questo contesto esprime la vita di amicizia profonda del discepolo con il Figlio di Dio. Gesù fa presente a Pietro che, rifiutando il suo umile servizio, si separa dal suo Signore, perché non accetta il suo sacrificio redentore, simboleggiato dalla lavanda dei piedi. Davanti a questa prospettiva Pietro si ricrede prontamente e si dichiara disposto a farsi lavare anche le altre parti del corpo. Gesù gli risponde che non è necessario il bagno per chi è puro. La risposta di Gesù indica la mondezza del cuore dall'incredulità e dal peccato. In Gv 15,3 la purificazione dei discepoli è presentata in rapporto con la parola rivelata dal Cristo e accolta da essi, quindi fa capire che tale mondezza spirituale è frutto della fede. Questa spiegazione è suggerita dal riferimento al tradimento di Giuda: non tutti gli apostoli sono puri, perché tra loro c'è un incredulo, il traditore (vv.10-11). Gesù, al termine della lavanda dei piedi, può esortare, con la forza dell'esempio, i discepoli al servizio vicendevole nella comunità cristiana. Egli fa leva sulla sua condizione divina di Signore e Maestro per invitare i discepoli a imitare il suo esempio di umile servitore dei fratelli (v. 14). Se il Figlio di Dio si è abbassato tanto per amore dei discepoli, a maggior ragione questi devono servirsi reciprocamente. Gesù ha dato l'esempio che i suoi discepoli devono imitare: essi devono amarsi come Gesù li ha amati (Gv 13,34; 15,12) e devono prestarsi i più umili servizi a imitazione di Cristo che è venuto per servire (cfr Mc 10,41-45; Lc 22,24-27). padre Lino Pedron |
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Li amò sino alla fine Alla Pasqua non ci si può assuefare. Se l'abbiamo celebrata una prima volta con piena consapevolezza e anche solo con un briciolo di fede, le celebrazioni degli anni seguenti non saranno state certamente all'insegna dell'abitudine. Pasqua è sempre la stessa e sempre nuova. Forse però, a distanza di anni, certe cose che le prime volte ci meravigliavano o ci interrogavano, hanno finito per depositarcisi dentro, in fondo all'anima, e non ci sorprendono più. Per esempio, riguardo alla liturgia della parola che stiamo celebrando, sappiamo quasi a memoria i brani proclamati, e ricordiamo benissimo che la 1ª lettura, tratta dall'Esodo, ci racconta le origini della cena pasquale degli ebrei; la seconda, tratta dall'epistolario paolino, ci parla della cena eucaristica dei cristiani; il vangelo ci riporta la lavanda dei piedi. Ma perché, proprio oggi, liturgia in cena Domini, non ci viene proclamato un brano evangelico dove si racconta l'istituzione eucaristica? Si potrebbe rispondere che, su questa istituzione, abbiamo già ascoltato il racconto di Paolo, ed è vero, ma forse ora ci sta affiorando alla mente il ricordo di quando la prima volta abbiamo scoperto che il quarto vangelo - che pure dedica ben cinque capitoli a quanto Gesù fece e disse quella sera nel cenacolo - non spende neanche una riga per parlarci dell'eucaristia. Quando abbiamo posto questa domanda, ci saremo sentiti rispondere che il quarto vangelo, essendo stato scritto dopo e a integrazione dei primi tre - i cosiddetti Sinottici - racconta quello che gli altri non raccontano e viceversa. Sta di fatto però che il vangelo di Giovanni dedica un intero capitolo - il sesto - al racconto della moltiplicazione dei pani - miracolo riportato anche da Matteo, Marco e Luca - anzi è l'unico a riferire le parole con cui Gesù promette di istituire l'eucaristia, ma poi, quando arriviamo al momento della cena, sembra quasi che l'evangelista abbia dimenticato quella promessa e - stranamente - al posto del racconto del pane e del calice - è l'unico a riferirci la lavanda dei piedi. Giovanni Paolo II, nella sua ultima enciclica sull'eucaristia, ci aiuta a trovare una risposta: "Significativamente, il vangelo di Giovanni, laddove i Sinottici narrano l'istituzione dell'eucaristia, propone, illustrandone così il significato profondo, il racconto della 'lavanda dei piedi', in cui Gesù si fa maestro di comunione e di servizio" (Eccl. de Euch. 20). Dunque il racconto della lavanda dei piedi non dice altra cosa rispetto all'eucaristia, ma ne dice lo stesso "significato profondo" in altro modo. Quale significato? Quale modo? Il gesto di Gesù che si china a lavare i piedi di Simon Pietro e degli altri undici discepoli rientra nel genere delle azioni simboliche dei profeti: come un profeta pone un gesto di carattere enigmatico o paradossale e poi lo spiega, così fa Gesù: si alza da tavola, depone le vesti, si cinge di un asciugamano e comincia a lavare i piedi dei Dodici, e alla fine interpreta il suo gesto: "Se io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri". Ritorniamo sui primi gesti dell'azione simbolica di Gesù. "Depose le vesti" e "si cinse con un asciugamano": questi due gesti richiamano, in perfetto parallelismo, le parole dell'inno a Cristo, Servo e Signore, riportate nella lettera di s. Paolo ai Filippesi: "spogliò se stesso" e "assunse la condizione di servo". Nella cena Gesù riassume tutta la sua vita come un "servizio" a Dio e ai fratelli: "Non sono venuto per essere servito, ma per servire" (cfr. Mc 10,45); "Io sto in mezzo a voi come colui che serve" (Lc 22,27). Nella sua cena di addio, Gesù, "avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine": "spogliò se stesso" della sua condizione di Maestro e Signore, e si "vestì" della condizione di servo. E questo fece per esprimere simbolicamente quello che fu l'ideale e l'essenziale della sua vita e della sua passione. Questo è avvenuto anche nel nostro battesimo, quando ci siamo spogliati dell'uomo vecchio e ci siamo rivestiti di Cristo (cfr. Col 3,10). Questo avviene ogni volta che noi facciamo il memoriale del Signore nella santa eucaristia: facciamo comunione con il Cristo servo per obbedire al suo comandamento, quello di amarci come lui ci ha amato, e di lavarci i piedi gli uni gli altri come lui li ha lavati a noi. Se non riconosciamo nel pane spezzato il corpo del Signore nella forma del servo che si offre per amore; se ci accostiamo alla comunione senza essere sinceramente disposti a lavarci i piedi gli uni gli altri, noi non riconosciamo il corpo del Signore. E allora meritiamo le severe parole di s. Paolo: "Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna" (1Cor 11,29). Con questa celebrazione entriamo nel triduo sacro: preghiamo perché in questi giorni non ci limitiamo a ricordare o a commemorare la passione del Signore, ma ne riviviamo i sentimenti e gli atteggiamenti, così come ci invita a fare l'apostolo: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2,6), o come leggiamo nella Prima Lettera di Pietro: "Poiché Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti" (4,11). mons. Francesco Lambiasi - "Il pane della Domenica |
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Oggi siamo condotti da nostra Madre, la Chiesa, nel luogo e nel tempo della nostra origine. Siamo condotti nel Cenacolo. Anche per il popolo di Israele, questo giorno segnava la data della propria origine di popolo libero perché Dio l'aveva liberato, popolo e non più insieme di tribù perché Dio gli aveva dato una costituzione, popolo con una sua terra perché Dio gli aveva affidato la condizione per possederla: la memoria, il memoriale. E in questo stesso giorno, mentre con i suoi celebrava la Pasqua, Cristo ha generato anche noi come popolo nuovo della nuova ed eterna alleanza. E così siamo guidati dove Gesù donando se stesso, facendoci dono della sua vita, facendosi carico del nostro peccato, con il perdono ci fa liberi, dove facendosi cibo e bevanda garantisce la sua forza, il suo Spirito per rimanere fedeli, dove consegnando il "mandato": fate questo... istituisce il ministero garante che non di memoria si tratta ma di memoriale: presenza attualizzante il suo dono, dove guardando ai dodici, anche noi dopo di loro nasciamo, siamo generati come sua chiesa a cui Egli affida la sua cultura, il suo Vangelo. Quanto dunque Egli ha fatto quella sera è l'identità, l'educazione, la civiltà che fino al suo ritorno debbiamo costruire. Mai perfetta, mai pienamente realizzata, ma da consegnare come novità ad ogni generazione. Egli si alza e lava i piedi e così, con quel gesto, accoglie e serve. Queste diventano le linee orientatrici della vita cristiana: accoglierci, metterci a servizio. Non c'è altro comandamento se non quello dell'amore reciproco che nasca da quella origine del Cenacolo che ci caratterizzi: da questo conosceranno che siete miei discepoli; se vi amerete l'un l'altro. Egli spezza il pane. Fino alla fine del mondo questo sarà il mandato, la MESSA dei cristiani da vivere e attualizzare nel mondo: spezzare il pane. Dire che Dio ci ama, ci ha amati, ha dato la vita perché fossimo e rimanessimo vivi. Dire che con quel gesto Egli è con noi per costruire la nostra civiltà, è Risorto, principio di ogni nostra risurrezione: interiore, morale, sociale, civile, ecclesiale. Con questo gesto il cristiano rimane in attesa, sveglio, vigile nella storia fin quando Egli verrà. Al termine della vita di ciascuno: la nostra esistenza è attesa dall'incontro che salva tutto il bene fatto e voluto; al termine della storia, quando al suo ritorno ci chiederà se in "Galilea" l'abbiamo visto e riconosciuto, affamato, assetato, malato, impedito e se l'avremo amato. A questa mensa, con questa cultura che dà senso alla vita, facciamo nostri commensali i bambini che affacciandosi alla vita ne domandano il senso. Ingannare loro è tradire Cristo, venderlo, considerarlo meno dei 30 denari di Giuda. Ci dia il Signore la consapevolezza e la gioia dell'Amen! don Ezio Stermieri |