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La liturgia di oggi ci presenta la storia della passione di Gesù secondo l'evangelista Lc. Ogni evangelista ci mostra un volto diverso di Gesù. E' lo stesso racconto, ma ognuno ne sottolinea un versante, un punto di vista, un immagine di Gesù. Questo ci ricorda che i racconti della passione, più che verità storiche, sono esperienze, racconti con cui chi ha scritto voleva dirci chi era Gesù per lui. Per Mc Gesù è l'abbandonato. Tutti lo abbandonano, ma proprio tutti. I discepoli dal monte degli Ulivi in poi lo abbandonano: mentre Gesù prega si addormentano per ben tre volte (14,32-42); Pietro impreca e nega di conoscerlo (15,66-72), Giuda addirittura lo tradisce (14,43-46).
Tutti fuggono: uno perfino lascia lì la veste pur di
allontanarsi da Gesù (14,52). Romani e Giudei sono
cinici: lo lasciano appeso alla croce sei ore (15,25.33)
e durante tutto questo periodo lo prendono in giro e lo
deridono (15,29-32). Perfino quando Gesù muore: "Dio mio,
Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (15,34) lo deridono
(15,36). Eppure il velo del tempio si squarcia e il
centurione afferma: "Veramente quest'uomo era figlio di
Dio" (15,39). Sono due segni chiari che attestano che,
nonostante l'abbandono in cui Gesù è lasciato, Gesù non
è un falso profeta. Guardo Gesù e lo vedo disperato: perfino i suoi amici più cari, quelli più intimi, quelli con i quali aveva condiviso le gioie e le fatiche, quelli che avevano detto: "Noi, non ti abbandoneremo mai; noi ci saremo sempre per te; su di noi puoi contare", perfino quelli adesso se ne sono andati. Ma ciò che è più drammatico è che perfino il suo Dio non parla, è in silenzio, tace. Forse anche lui lo ha abbandonato? Forse Gesù ha davvero sbagliato tutto? In certi momenti della vita ci capiterà di credere di aver sbagliato tutto. Ci capiterà di aver voglia di farla finita, di toglierci di mezzo; ci capiterà di sentirci soli, abbandonati e traditi. Ci capiterà di essere additati, ridicolizzati, presi in giro, beffeggiati e umiliati. Eppure Gesù non si sbagliò. Guardando a Lui, che credette in ciò che aveva dentro al di là di tutti i venti contrari, voglio credere in me e in ciò che ho dentro. Guardando a Lui vado avanti. Quando leggo il vangelo di Mc osservo cosa può produrre la paura nelle persone: ti fa abbandonare, tradire, negare chi ami. Nessuno si schierò con Gesù; nessuno prese le sue parti, nessuno si espose. Tutti ritennero più opportuno rimanerne fuori, non impicciarsi, non cercarsi rogne. Magari lo amavano; magari lo sentivano veramente come la loro vita, ma la paura li portò a negare i loro sentimenti d'amore. Mt, che in parte ricalca Mc, si pone una grande domanda: chi è il colpevole della morte di Gesù? Per Mt tutti contribuiscono a loro modo alla morte del Signore. Tutti ne hanno una parte: chi direttamente, chi indirettamente; chi agendo chi non agendo. Giuda? Giuda s'impicca perché si rende conto di essere stato un burattino in mano ai sommi sacerdoti (27,3-10). Giuda è nient'altro che una piccola pedina di uno scacchiere molto più grande. E' un fantoccio che per denaro, per opportunità, vende il Signore e tutto sommato se stesso. Poi schiacciato dal senso di colpa, non regge e si uccide. Giuda sono tutti quegli adulti che vendono ciò che hanno di più bello alla causa del lavoro, del denaro e dei soldi. Lavorano sempre, fanno orari impossibili, perché "otterranno". Con i loro soldi poi comprano regali ai figli (senso di colpa!) e fanno le vacanze in posti speciali, perché loro se lo possono permettere! Ma non si accorgono che stanno vendendo l'anima; non si accorgono che mettono prima dello spirito e dell'animo sempre qualcos'altro. Così un giorno si svegliano e si accorgono di essere vuoti, insoddisfatti, senza niente. Ma sono troppo deboli, troppo senza personalità per cambiare vita. Così si lasciano andare alla deriva, lasciano che il tempo passi finché un giorno la morte li coglierà (ma tanto sono già morti!).
Pietro? Pietro è l'uomo del grande entusiasmo (26,35): "Io
non ti rinnegherò mai". Pietro fa grandi proclami, ma
poi si sciolgono come neve al sole e per ben tre volte
tradirà il suo maestro e amico (26,69-75). Tutti coloro che si sposano si giurano amore eterno l'un l'altro. Ma poi… Tutti coloro che fanno la Cresima dicono che Gesù sarà il centro della loro vita. Ma poi… Quanti dopo un incontro, un ritiro, un corso, dicono che cambieranno la loro vita. Ma poi… Quanti promettono che cambieranno, che non lo faranno più, che smetteranno, che saranno diversi. Ma poi… Si diceva che il grande maestro orientale Li Chin avesse centomila o forse centocinquantamila monaci. Quando, intervistato, gli fu chiesto il numero esatto lui disse: "Quattro, forse cinque!". Pilato? Pilato se ne lava le mani e con questo gesto crede di tirarsi fuori, di essere esente da responsabilità (27,11-26). La sua stessa moglie lo aveva pregato di non avere a che fare con quell'uomo (27,19). Pilato sono tutti quelli che dicono: "Io non c'entro", e si credono a posto, si sentono tranquilli. Se c'è un problema in classe, se non riguarda mio figlio, me ne lavo le mani. Se c'è un problema in parrocchia o nel mio condominio, ma non mi riguarda, meglio lavarsene la mani. Se c'è chi soffre cosa c'entro io? Che ci pensino quelli delegati e preposti a questo! Davanti alla porta del Paradiso tutti erano in fila per entrare. Si avvicinarono alle porte un gruppo di amici dello stesso paese. Costoro avevano abusato di una ragazza. "Ma come credete di entrare qui dentro con quello che avete fatto? Fuori, qui non c'è spazio per voi!" tuonò S. Pietro. E, infatti nessuno di loro entrò. Subito dopo si presentò un uomo sempre di quello stesso paese. Era sicuro di entrare. Lui infatti non c'entrava con ciò che era successo; lui aveva visto da lontano e se ne era stato zitto per non correre rischi. "Ma come pensi di entrare?", tuonò S. Pietro. "Ma io non ho fatto niente!", rispose l'uomo. "Appunto! Perché non sei intervenuto? Fuori!". E la folla? La folla è "il popolo bue" che si lascia condizionare dall'ultima moda e tendenza (27,20-23). I sacerdoti e gli anziani la persuadono ad urlare: "Barabba" (27,20-23). E così quando Pilato chiede: "Chi dei due volete che vi rilasci?", la folla in maniera imbecille e inconsapevole urla: "Barabba!". La folla rappresenta tutte le persone che si lasciano condizionare, influenzare. Sono tutti quelli che non hanno un pensiero proprio, che vivono di frasi fatte, preconfezionate o di quello che si sente dire in giro. Sono quelli che non riescono a sostenere una posizione o un'idea. Sono tutte quelle persone che credono al politico di turno: "Meno tasse per tutti; un milione di posti di lavoro; più occupazione; più benessere; più economia e salari più alti, ecc". Sono tutte quelle persone che credono ingenuamente che tutto il mondo sia Amici, il Grande Fratello, ecc. Sono tutte quelle persone che corrono dietro all'ultima moda o all'ultimo prodotto. La folla non ha personalità: vive solo come insieme, ma non come singolo. Nessuno di loro è il diretto responsabile della morte di Gesù, eppure proprio loro lo hanno condannato a morte. Mt attraverso i suoi personaggi dice: "Siete tutti colpevoli, direttamente o no, perché tutti per paura o per interesse l'avete tradito e non avete preso le sue parti". Lc mostra invece Gesù come colui che perdona tutti. Lc edulcora i vari personaggi: i discepoli sono rimasti fedeli a Gesù nelle prove (22,28); nel Getsemani si addormentano solo una volta e non tre (22,39-46) ed è un sonno di tristezza; i nemici non presentano falsi testimoni come negli altri vangeli (22,66-70; Mt 26,60-62); Pilato per ben tre volte tenta di liberarlo perché è innocente (23,13-25); il popolo è addolorato per ciò che succede (23,27) e perfino uno dei due ladroni è buono (23,39-43). In Lc Gesù si preoccupa di tutti: guarisce l'orecchio del servo durante l'arresto (22,50-51), si preoccupa per la sorte delle donne mentre sale sul Calvario (23,28-31), perdona i suoi crocefissori (23,34) e promette il paradiso al ladrone pentito (23,43). Gesù in Lc è colui che capisce i suoi nemici: fanno così perché vivono nel buio e nelle tenebre, altrimenti non potrebbero agire così. Questo vale sempre: la gente è cattiva non perché sia cattiva, ma perché dentro è arrabbiata; la gente è nervosa, "scattosa", suscettibile, perché dentro è inquieta e non riesce a dar voce ai turbamenti interni; la gente è giudicante perché non conosce la misericordia con sé, non conosce la tenerezza, non conosce l'amore; la gente disprezza gli altri e umilia perché non sa andare dentro il cuore degli uomini.
Gesù li perdona non perché sia giusto ciò che fanno.
Gesù li perdona perché sono ciechi, non ci vedono,
scambiano il male per il bene e il bene per il male;
credono di essere religiosi e invece sono atei; credono
di rendere omaggio a Dio e uccidono suo Figlio; credono
nelle regole perché non hanno coscienza; credono di
sapere e vivono nell'ignoranza totale. Per Gv, invece, Gesù è l'uomo consapevole che va incontro volontariamente al suo destino. Anche se viene giustiziato in realtà è Lui il vero re. E' sovrano di se stesso e lancia una sfida: "Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie" (10,17 - 18). I soldati romani e le guardie del tempio che vanno ad arrestare Gesù cadono a terra tramortiti quando Gesù dice la frase: "Sono io" (18,6). Nel Getsemani Gesù non prega di essere liberato dall'ora della prova e della morte, come negli altri vangeli, perché quell'ora costituisce lo scopo di tutta la sua vita (12,27). Gesù è così sicuro di sé che il sommo sacerdote si sente offeso (18,22). Pilato ha paura di fronte al Figlio di Dio che gli dice: "Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse dato dall'alto" (19.8.11). Gv non parla di Simone di Cirene: è Gesù stesso che porta la propria croce (19,17). La sua regalità è confermata in tre lingue (19,20). Gesù non è solo, perché con lui, ai piedi della croce, c'è sua madre e il discepolo che egli amava (19,25 - 27). Gesù non grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato", perché il Padre è sempre con lui (16,32); le sue ultime parole esprimono, invece, una decisione solenne: "Tutto è compiuto" (19,30). Perfino la sua morte è fonte di vita perché da lui sgorga acqua viva (7,38 - 39). La sua sepoltura non è improvvisata, come negli altri vangeli; grazie a Nicodemo, il corpo è cosparso di cento libbre di mirra e aloe, come si conviene ad un re (19,38 - 42). Il Gesù di Gv è l'uomo che è pienamente consapevole di ciò che succede. Per questo è il vero re. E' il vero re perché è lui che domina la scena, è lui che "vuole" la sua morte. Non che Gesù voglia morire, ma non si vuole sottrarre alla fedeltà di ciò che crede e di ciò che sente. Per questo va fino in fondo, con grande dignità e regalità. Il Gesù di Gv smaschera i falsi re di questo mondo: le veline, i politici, i calciatori, i potenti, gli uomini di successo. Come Pilato e i sommi sacerdoti, credono di gestire e di dominare il mondo. Si sentono forti e chissà chi. Ma la vera regalità non è mai legata a ciò che fai o a ciò che hai; la vera regalità è legata alla persona che sei. Regalità è Gino Strada, Alex Zanotelli e tanti altri che lottano per la verità e che hanno il coraggio di schierarsi e di mettersi in prima linea. Regalità è lottare per ciò che si crede e rimanere fedeli a ciò che si dice di credere. Regalità è andare fino in fondo e pagare di persona. Perché quattro storie della passione? Non c'è stata un'unica passione? Ciascuno ha visto con i propri occhi quanto accaduto e tutto questo ha parlato al cuore di ognuno in maniera diversa. Anche quest'anno mi accosto alla lettura della passione: non sono come l'anno scorso, né sarò così l'anno prossimo. Quest'anno mi parlerà in maniera diversa, quest'anno mi identificherò più in un personaggio che non in un altro; quest'anno emergerà più forte un sentimento che non un altro. In silenzio, nel silenzio del mio cuore leggo e mi ascolto. In silenzio, nel silenzio di chi sa di trovarsi di fronte alla vicenda del Figlio di Dio, ma anche alla vicenda di ogni uomo, lascio che queste parole mi entrino nell'anima. In silenzio, nel silenzio del mio cuore leggo questa vicenda e osservo dove sono io. don Marco Pedron |
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A Gerusalemme probabilmente Pietro e altri apostoli arrivano in preda alla trepidazione, poiché sanno che il loro Signore vi resterà cadavere. La visione allusiva del monte Tabor non può estinguere nell'animo di Pietro, Giacomo e Giovanni il senso di angoscia e di paura per Gesù, che seppure li abbia tranquillizzati intorno al senso reale della sua severa condanna ha comunque predetto loro che a Gerusalemme sarà crocifisso, insomma che morirà ucciso di un supplizio fra i peggiori che si possano infliggere. Mentre però li vediamo incamminarsi verso la città di Giuda, domandiamoci anche noi: il significato reale di questo ingresso insolito a Gerusalemme è chiaro alla nostra generazione? Siamo convinti del perché Gesù, pur sapendo bene il suo destino, fa ingresso in questa città senza evitarne in alcun modo le vie di accesso principali? Intendiamo dire: abbiamo assimilato nel corso di tanti anni di cristianesimo la gloria e la passione di Gesù, che restano sempre inequivocabilmente associate, e soprattutto le abbiamo fatte nostre? E' difficile rispondere, poiché il mistero della passione del Signore si radica in noi in modo vario e multiforme, secondo la sensibilità personale di ciascuno alla risposta alla chiamata divina alla conversione. L'itinerario di orientamento spirituale verso il Signore, che abbiamo effettuato in queste settimane che ci separavano da oggi, dovrebbero averci condotto alla comprensione di questo mistero dell'approssimarsi libero e gratuito di Gesù verso la croce, al punto che non sarebbe neppure necessario commentarlo perché basterebbe solo viverlo. Ma guardiamo Gesù più da vicino, mentre entra nella capitale del Regno di Giuda. Viene osannato dalla folla che gli fa ressa tutt'intorno, gettando al suo passo mantelli, ostentando e lanciandogli addosso palme e rami frondosi, come si conviene a tutti i personaggi di gran rispetto nella Bibbia. Il suo ingresso è trionfale, paragonabile a quello di un generale dell'antica Roma dopo la vittoria di un conflitto importante o il conseguimento di un successo strategico militare: Gesù viene esaltato come il Signore Messia, così come era stato accreditato da Dio Padre per mezzo di prodigi, segni e opere di misericordia che attestano l'amore invitto di Dio (At 2, 22). Di lui si riconosce la grandezza del Signore, in lui si esalta l'amore infinito di Dio Padre che instaura il Regno di Dio realizzando le antiche promesse e la sua venuta non può essere che interpretata in termini di gloria ed esultanza. Ma come dicevamo all'inizio, alla gloria subentra l'angoscia, l'ansia e la paura. Infatti, lo stesso Signore glorioso, nel quale si conosce inequivocabile l'amore del Padre, è destinato alla croce. Gesù lo sa benissimo, lo aveva previsto e lo palesa nell'emblematica cavalcatura sulla quale procede allusiva di estrema umiltà, così come la descrive Zaccaria: "Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. " (Zc 9,9). Gerusalemme è il luogo in cui l'esultanza sta per trasformarsi nel dramma di una solitudine straziante che si concluderà con la morte di Dio, reietto e abbandonato a se stesso sul patibolo. Ecco allora il vero senso di questa festa liturgica che ci vede stretti fra tantissima gente, come mai nel corso dell'intero anno liturgico, ad ostentare una decorata palma appena acquistata nella bancarella accanto alla chiesa: l'esultanza per un Dio che riconosciamo come il Signore indiscusso e incontrastato della nostra vita, che partecipa delle nostre angosce e dei nostri problemi assumendoli fino in fondo e che si immedesima nelle precarietà apportate dal nostro peccato. Ma allo stesso tempo anche il dolore di fronte a un Dio che sceglie di smentire se stesso donando le proprie membra al patibolo infame sempre per amore dell'umanità. Avremo tutto il tempo nei giorni che seguiranno di mettere a fuoco ciascuno degli eventi che interesseranno il Signore che patisce per i nostri peccati paragonandosi al Servo Sofferente di Yavèh di cui Isaia 52 - 53; potremo associarci anche noi alla sua passione e alla disperazione di chi lo sta accompagnando nel martirio e configurarci a lui mentre di volta in volta enumeriamo i nostri limiti e le nostre ridicole mancanze morali, mentre lui spende la sua gloria divina sulla croce. La croce in ogni caso è il consolidamento definitivo dell'amore del Padre, il suo avallo definitivo, la prova certa e indubbia che noi di esso possiamo avere e che la gioia dell'ingresso trionfale si trasformi in ansia, paura e trepidazione è per noi partecipazione al dolore espiativo di Cristo. In quella che comunemente si potrebbe definire la sconfitta di Dio, noi ravvisiamo una vittoria a vantaggio dell'uomo. Dio vince per noi sulla croce perché ci guadagna alla vita riscattandoci dal peccato e dalla morte, che affronta lui stesso senza esitazione per ongingere - come diceva qualche teologo - la terra al cielo. Questi due eventi apparentemente contrastanti della gioia e del dolore richiamano la nostra attenzione a che anche per noi si dischiuda come regolare della nostra esistenza la duplice prospettiva del riso e del pianto perché sappiamo gioire ed esultare come pure accettare l'assillo della tristezza e dell'angoscia. Gioire con chi è nella letizia e piangere con chi si trova nelle lacrime (Rm 12, 15) è la prerogativa di chi non rinuncia ad essere uomo e molto più di chi accetta di essere cristiano e per ciò stesso la gioia e il dolore sono all'ordine del giorno e ci accompagnano entrambi come opportunità da non perdersi e trovano il loro fondamento il colui che è entrato a Gerusalemme osannato per trascorrervi una triste permanenza. Lo spirito si tempra con la prova e si risolleva con la letizia e parafrasando Ungaretti possiamo dire che la morte si vince vivendo. L'amore sconfigge la morte e la desolazione ostile del Carso perché ha sconfitto gli scherni e le ostilità del Golgota. padre Gian Franco Scarpitta |
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I fratelli, riuniti a mensa, celebrano la memoria del Signore morto e risorto, asceso al cielo e presente in mezzo a loro; mangiano la sua Pasqua nell'attesa del suo ritorno. Nell'Eucaristia si coglie il significato di tutto quanto Gesù ha detto e fatto, e si vede il compimento della Legge, dei Profeti e dei Salmi. In essa Dio ci dà il dono dei doni: ci dona se stesso. Qui il suo amore per noi raggiunge il suo fine: si unisce a noi e si fa nostra vita. È il punto di arrivo di tutta la creazione che si congiunge al suo Creatore. Qui vediamo e gustiamo l'umiltà di Dio che, per essere desiderato da colui che egli ama, si fa suo bisogno fondamentale: pane. E siccome uno diventa ciò che mangia, mangiamo il Figlio e diventiamo figli. Veramente l'eucaristia ci divinizza. Facendo memoria di questo grande dono, viviamo sempre in rendimento di grazie al Padre e attingiamo la forza per vivere da fratelli, in umiltà e servizio reciproco. Questo è il pane che ci dà la forza per il lungo viaggio che ci porterà al monte di Dio dove lo contempleremo faccia a faccia. L'eucaristia ci introduce nell'eterno "sì" di compiacenza e d'amore tra Padre e Figlio. E questa è la vita eterna. In tutte le religioni c'è il sacrificio dell'uomo per Dio. Nel cristianesimo invece sta al centro il sacrificio di Dio per l'uomo. E di questo facciamo memoria e ringraziamento nell'eucaristia. È l'ora in cui si mangia la Pasqua, al tramonto del sole. Ma questa Pasqua è il compimento di tutto il disegno di Dio: egli si consegna all'uomo come sua vita, e la creatura vive del suo creatore. L'ora del dono di Dio coincide con l'ora del male del mondo (v. 53). Al colmo del male dell'uomo corrisponde il massimo dell'amore di Dio. Gli apostoli sono quelli che stanno con lui. Non perché sono bravi, ma perché Gesù desidera stare con loro, suoi fratelli perduti. Stare con il Figlio è la nostra vita, la pienezza del dono pasquale che viviamo nell'Eucaristia. Gran parte del vangelo di Luca presenta Gesù a tavola con i peccatori. Il suo grande desiderio è il traboccare del suo grande amore. "La sua brama è verso di me" (Ct 7,11). Nell'Eucaristia si sazia il desiderio di Cristo perché il suo amore è accolto e si fa cibo del nostro desiderio di lui: "Chi mangia me, vivrà per me" (Gv 6,57). Nel corpo di Gesù, donato per noi, si consuma l'amore di Dio per l'uomo. Dio riposa nell'uomo e l'uomo in Dio, in comunione di vita e d'amore. Gesù ha desiderato ardentemente mangiare la sua Pasqua con i Dodici, dei quali uno lo tradisce, uno lo rinnega e dieci fuggono abbandonandolo solo nel momento del bisogno. Il suo amore dovrà portare il male di coloro che ama. È l'ultima sua cena pasquale ebraica. Il segno cessa e cede il posto alla realtà: la cena del Signore. All'agnello offerto dall'uomo a Dio succede l'Agnello offerto da Dio all'uomo, il Figlio stesso che dà la sua vita per la salvezza del mondo. La Pasqua si compie nel regno di Dio. L'eucaristia è solo un anticipo della gloria futura, quando Dio sarà tutto in tutti (1 Cor. 15,28). La distanza tra Eucaristia e Regno è il motivo della missione al mondo, perché tutti i fratelli vivano del pane dei figli. Gesù risorto desidera sempre spezzare il pane con i suoi discepoli. Lo fa ogni volta che i suoi lo invitano a restare con loro, come i discepoli di Emmaus (24,29).
Il calice della benedizione
offerto da Gesù, che passa tra i commensali dopo
la consumazione dell'agnello, è il terzo nella
cena pasquale. Mentre i discepoli bevono
l'ultimo calice della pasqua antica, Gesù dà
loro appuntamento nel Regno dove insieme
berranno il calice della gioia eterna. Fare memoria di lui significa vivere oggi del suo dono, fare del suo amore crocifisso la nostra vita. Questo pane è il mistero della fede: il pane del Regno, il dono del Figlio che ci introduce nella vita del Padre. La gioia del vino, frutto della terra promessa, è sostituita dal sangue del Figlio. La nuova alleanza subentra all'antica. Ci dissetiamo con ebbrezza alla fonte della vita. L'antica alleanza è stata sempre rotta dalla nostra infedeltà. Ma la maledizione che si sarebbe dovuta abbattere su di noi (Ger 34,18) è ricaduta su di lui. Qualunque cosa gli facciamo, il suo amore resta fedele in eterno. Finalmente conosciamo chi è Dio per noi: amore assoluto e senza condizioni. E conosciamo anche chi siamo noi per lui: figli amati e perdonati in eterno nel Figlio. Da qui nasce la nuova legge, scritta nel cuore. Questo amore infatti ci dà la libertà di corrispondervi; ci abilita ad amare come lui ci ha amati. Chi celebra l'Eucaristia si sente domandare come al lebbroso guarito: "E gli altri nove dove sono?" (Lc 17,17). La missione scaturisce dall'amore di Cristo, che ci spinge verso tutti (2Cor 5,14), fino agli estremi confini della terra. L'Eucaristia, vertice e principio della vita cristiana, ci apre sempre agli altri. I vv. 21 - 38 contengono le parole di addio di Gesù, il suo testamento. La Chiesa, riunita attorno alla mensa, esamina se stessa. L'Eucaristia è il giudizio di Dio sul mondo, un giudizio di salvezza, che evidenzia il peccato da cui ci libera. Il dono del suo amore è come lo specchio della verità, nel quale vediamo il nostro egoismo. Il Signore si dona a una comunità che lo tradisce, non capisce, fugge e lo rinnega. Dividiamo il discorso in due parti (vv.21-30 e 31 - 37). In questa prima parte il tono è dato dal tradimento di Giuda (vv. 21 - 23), dove si consuma il mistero di iniquità dell'uomo. I vv. 24 - 27 mostrano che tutti i discepoli hanno la loro quota di partecipazione a questo male, per riscattarci dal quale Cristo si fa servo e muore. Mentre lo spirito del demonio ci fa cercare l'autoaffermazione e il dominio, lo Spirito di Gesù ci fa conoscere il vero modo di realizzarci a immagine di Dio. L'Eucaristia denuncia il male dell'uomo e dona il bene di Dio. Tutta la Chiesa, rappresentata dai Dodici, mangia e beve il pane e il vino del Regno, che l'associano allo stesso destino di passione e di gloria del suo Signore (vv. 28 - 30). Dio si consegna a chi lo prende e lo consegna ai suoi nemici; si dona a chi lo ruba e lo butta via. Il tradimento di Giuda non è un gesto mostruoso e unico. Giuda è nostro fratello. Compie quel male che tutti noi compiamo, si comporta secondo il buon senso che porta a cercare il proprio interesse e la propria affermazione. È Gesù che l'ha deluso, perché segue un'altra via. Il vero peccato di Giuda, più che quello di tradire Gesù, fu quello di pensare: "Ho sbagliato, quindi pago!", e di non accettare il suo amore gratuito. La salvezza è accogliere il fatto che lui mi ama gratis e muore per me peccatore. La nostra libertà non è tanto quella di non fare il male, ma quella di non rifiutare il perdono. Il Signore si dona a una comunità sempre aperta al tradimento. Sulla stessa tavola di salvezza c'è sempre il nostro peccato e il suo perdono. Il male dell'uomo non distrugge il bene di Dio, ma lo realizza in un disegno più ampio e meraviglioso (At. 2,23; 3,18; 4,28...). Qui non si intende dire che Giuda abbia dovuto recitare un copione già fissato, in cui gli tocca la parte più brutta. L'uomo fa il male liberamente, o meglio, perché schiavo dell'ignoranza! Ma Dio l'ha già previsto; e, nel suo amore, ha fissato il suo piano di salvezza: il Figlio dell'uomo se ne andrà portando su di sé il male dei fratelli. "Ahimè per quell'uomo" non è una minaccia. Gesù ama Giuda. Se l'amore si misura dal bisogno, Giuda in questo momento è amato più di tutti i discepoli. Gesù semplicemente gli fa prendere coscienza del male che egli si sta facendo, e per il quale lui soffre. Dice "ahimè" perché il male dell'amato ricade su chi ama. La croce di Gesù è l'"ahimè" di Dio per il male del mondo. Esso è così grave, da distruggere il senso della creazione: è infatti meglio non essere nati (Mc 14,2 l; Mt 26,24). Gesù è morto per il peccato di Giuda, e la sua morte è il prezzo di ogni peccato. Quando diciamo che siamo salvati significa che veramente eravamo perduti. Giuda, come ogni uomo, più che autore è attore del male. Vittima del male per ignoranza, ne diventa pure suo veicolo (Lc 23,34; At 3,17). Ognuno cerca nell'altro il colpevole. La salvezza non viene dal denunciare il peccato altrui (Gen 3), ma dal riconoscere il proprio. Giusto non è colui che si giustifica, ma chi riconoscendosi ingiusto accetta di essere giustificato per grazia. La lite che segue mostra come tutti i discepoli hanno il medesimo male dei capi di questo mondo e di Giuda stesso: la ricerca del proprio io al di sopra di tutto e di tutti. Questa contesa sulla preminenza dei discepoli si svolge nel quadro dell'ultima cena, alla presenza di Gesù che se ne va alla morte per tutti. L'ordine delle precedenze nella comunità dei discepoli di Gesù ha tutt'altro significato che tra i pagani infedeli. Tra questi, chi ha il potere di sottomettere gli altri, li sottomette allo scopo di essere l'unico a detenere l'autorità e così dominare incontrastato. E' un'ironia che "dominatori" di questo genere si facciano per giunta chiamare "benefattori". L'imperatore romano fin dal tempo di Augusto portava il titolo di "salvatore e benefattore del mondo". La brama di dominare si presenta così sotto la maschera dell'amicizia e della beneficenza. Mentre in realtà, la regalità del mondo è dominio che toglie la libertà e rende schiavi. Anche nella comunità cristiana esiste, per volontà di Cristo, una "gerarchia". Ma chi ha l'autorità nella comunità, deve sapere che non è il padrone di essa, ma il servo. Ogni potere, in Cristo, è un servizio. La bramosia di vincere, il desiderio di prevalere sull'altro è all'origine di ogni guerra e lotta tra gli uomini. La lunga catechesi che dura dall'inizio del vangelo non sembra aver cambiato ancora molto il cuore dei discepoli! Davanti a Gesù che si umilia fino alla morte di croce, si evidenzia il peccato del mondo: il protagonismo. Tutte le divisioni tra gli uomini e nella Chiesa, anche se camuffate in infiniti modi, nascono da quest'unica fonte: l'autoaffermazione. E' l'egoismo, frutto mortale del veleno del serpente. E Gesù si dona proprio a questi discepoli. Il pane della sua umiltà e del suo nascondimento è antidoto al lievito dei farisei. Tutte le lotte tra gli uomini sono sempre per questo "sembrare più grande". L'idolatria è la ricerca di questa apparenza, propria di chi ignora la sua verità e quella di Dio. Il protagonismo è la malattia infantile dell'uomo che non si sente amato e non sa amare. E' la regola di azione per il mondo e il principio di ogni male. Lo Spirito di Cristo, rivelato e donato nell'Eucaristia, è amore che si attua nella povertà, nel servizio e nell'umiltà. E' il contrario di quello del mondo. San Paolo scrive: "Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo" (Fil 2,3-5). "Io sto in mezzo a voi come colui che serve" (v. 27). E' la più bella definizione che Gesù dà di se stesso, la vera rivelazione della sua divinità. Dio è amore. E l'amore è servizio. La presenza di Gesù tra noi sarà sempre quella del servo. Il punto fondamentale della fede è accettare che lui ci serva e ci lavi i piedi. Il cristiano è colui che riconosce come sorgente della sua vita il servizio gratuito del Signore: solo così può avere parte con lui e amare come lui ha amato. Chi condivide con Cristo la fatica, condividerà anche la gloria. In uno degli inni più antichi che i cristiani cantavano a Cristo, troviamo queste parole: "Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch'egli ci rinnegherà; se manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" (2 Tim 2,11 - 13).
L'Eucaristia, unendoci a lui, ci apre al futuro
definitivo: "Io preparo per voi un regno, come
il Padre l'ha preparato per me, perché possiate
mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e
sederete in trono a giudicare le dodici tribù
d'Israele" (v. 30). Sederemo con lui da re, con
il suo stesso potere di giudicare, cioè di
salvare il mondo. Lui infatti è il giudice che
non è venuto per giudicare, ma per salvare tutti
nel suo sangue. "Percuoterò il pastore, e le pecore saranno disperse" (Mc 14,27). Luca pone in risalto la posizione di Pietro: satana lo vaglia come si vaglia il grano. Ma Gesù ha già pregato perché nella sua caduta, invece di disperdersi, speri in lui. È bene che Pietro fallisca. La frana dei suoi buoni desideri lascerà emergere dalla rovina la roccia salda che non crolla: la fedeltà del suo Signore. Nei suoi buoni propositi è nascosto un male sottile dal quale deve essere liberato e salvato. Si tratta dell'orgoglio e dell'autosufficienza. È il peccato più grave, addirittura l'essenza di ogni peccato. Pietro passerà dalla propria giustizia e dal proprio amore per il Signore alla giustificazione e all'amore del Signore per lui. Non sarà lui a morire per Cristo, ma Cristo a morire per lui. La salvezza non è il mio amore per Dio, ma l'amore di Dio per me. In questa circostanza Pietro compie il difficile passaggio dalla Legge al Vangelo, dall'Antico al Nuovo Testamento, per giungere alla conoscenza di Gesù come suo Signore, che l'ha amato e ha dato se stesso per lui (Fil 3,8; Gal 2,20). È il nocciolo della fede cristiana. Il discepolo non è più bravo degli altri. È peccatore come tutti. Ma è contento perché sa che il Signore lo ama: ha riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per lui (1Gv 4,16). Questo è il vero principio della vita nuova. "Il giusto vivrà di fede" (Rm 1,17; Ab 2,4) significa che il giusto vive della fedeltà del Signore verso di lui: nulla può separarlo dall'amore che Dio ha per lui in Cristo Gesù (Rm 8,39). Questa fede è incrollabile perché poggia non sulla fedeltà dell'uomo a Dio, ma sulla fedeltà di Dio all'uomo. Neanche il peccato e la morte sottraggono l'uomo a Dio, perché lui si è fatto peccato e morte per noi, per essere nostra giustificazione e vita. Pietro, dopo aver sperimentato e capito tutte queste cose, avrà la funzione di confermare i suoi fratelli in questa fede nella fedeltà di Dio, che è il fondamento della Chiesa. Il v. 31 è la vera chiamata di Pietro. In Luca è la prima volta che Gesù lo chiama per nome e per ben due volte. È una vocazione solenne, come quella di Abramo, di Mosè, di Samuele, di Marta e di Saulo. Satana, come entrò in Giuda, così cerca di entrare in tutti i discepoli. La sua azione, della quale fa richiesta a Dio (Gb 1,6), non sarà che un'azione di vaglio. Gli è permesso di agire, ma Dio se ne serve per il bene. Separerà il frumento dalla pula. Purificherà la fede dei discepoli, conducendoli a quella infedeltà che offrirà loro la possibilità di una fede più pura: accettare di vivere solo della fedeltà del Signore. In forza della sua preghiera Gesù non garantisce a Pietro l'impeccabilità, ma l'indefettibilità nella fede. Questa consiste nel fondare la propria vita nella sua misericordia. Pietro sbaglierà, ma si convertirà. La sua esperienza di infedeltà gli farà conoscere meglio se stesso e il suo Signore. Così sarà in grado di rendere incrollabile la fede dei suoi fratelli che attraverseranno le sue medesime difficoltà. La sua funzione, dirà lui stesso, non è quella di spadroneggiare sul gregge a lui affidato, ma di essere modello di umiltà e di confidenza nel Signore (1 Pt 5,1ss). Pietro è un uomo dai grandi desideri. Ma confida nella carne. E la sua carne è debole. Non si può porre la fiducia in essa, ma in colui che "ha il potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare (Ef 3,20). Egli, nella nostra debolezza, manifesta la sua forza (2Cor 12,9). Ora Gesù chiama Simone col suo nome nuovo, che significa "roccia", attributo di Dio nella sua sicurezza e fedeltà. Lo chiama così proprio mentre gli predice la sua sicura infedeltà. Colui che deve confermare nella fede i fratelli, prima rinnegherà tre volte di conoscere Gesù. Ed è vero che egli non lo conosceva, perché non lo conosceva per quello che era veramente. Solo dopo lo conoscerà come "Gesù", che significa "Dio salva". La sua esperienza è normativa e indispensabile per giungere alla fede nel Salvatore. Gesù ricorda ai discepoli le due volte che li inviò a predicare in povertà (9,1ss; 10,1ss). Tutto andò bene. L'esperienza passata deve essere motivo di fiducia in questo momento decisivo della passione. Gesù è sempre stato contro il possesso e la violenza. Quindi le parole riguardanti la borsa e la spada sono da intendere come delle immagini che cercano di illustrare la grandezza della necessità che incombe. Perciò sono un appello alla fede dei discepoli, anche in vista di un futuro difficile. Gesù non esorta alla lotta armata, ma ad avere come unica protezione la fede nella parola di Dio. Essa è infatti la spada dello Spirito (Ef 6,17; Eb 4,12) che esce dalla bocca del Cristo (Ap 1,6). È l'arma d'attacco: la verità che vince la menzogna, la fiducia che dissolve la paura. "Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori". È la sintesi delle Scritture che si compiono in Gesù. Con la citazione di Is 53,12, Gesù dice il perché della sua morte. Egli è il Servo sofferente di Iahvè, il giusto che porta su di sé l'iniquità del popolo e giustifica le moltitudini. Queste parole sono molto importanti per Luca. Sono la spiegazione anticipata della croce, che il Risorto continuerà dopo Pasqua. Questa breve citazione è il nocciolo di tutta la Scrittura che in Gesù trova compimento: si è fatto peccato e maledizione per salvare noi dalla maledizione del peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). Queste parole chiariscono il significato salvifico della sua morte: ne sono l'interpretazione teologica autentica, fatta da lui stesso. Ciò che riguardava Gesù è l'essere nelle cose del Padre suo (2,49). Ora si compie nella sua consegna totale a lui (23,46). La sua missione è ormai prossima alla conclusione. I discepoli non hanno capito di che spada c'è bisogno. Invece della spada della Parola, hanno in mano due spade inutili e dannose. Gesù tronca il discorso. Con la sua agonia, nell'orto degli Olivi, mostrerà a tutti qual è la spada necessaria: l'abbandono fiducioso alla volontà del Padre. Nella trasfigurazione del Tabor, il Padre chiamò Gesù: "Figlio"; nella trasfigurazione del giardino degli Ulivi il Figlio lo chiama: "Padre". Là l'umanità lasciò trasparire la bellezza della divinità; qui la divinità riveste l'orrore della nostra disumanità. Gesù affronta la morte in tutta la sua drammaticità, così come ognuno di noi la sperimenta dopo il peccato: fine della vita, abbandono di ogni bene e di Dio stesso. Da questa maledizione, in cui vive l'angoscia senza limiti dell'annientamento, Gesù si rimette con fiducia filiale nelle braccia del Padre. Ormai dalla perdizione assoluta si eleva a lui la voce del Figlio. In questa voce ogni uomo, che non può fuggire oltre, invoca il Padre e ritorna a casa. Dio entra in tutte le notti dell'uomo. Noi, con i discepoli, siamo invitati a tenere gli occhi aperti sul dolore di Dio per il mondo: "Restate qui e vegliate" (Mc 14,34). Da qui impariamo a conoscere chi è Dio. La preghiera, di cui Gesù ci dà l'esempio, è la forza per vivere la morte, anche violenta, come segno di obbedienza al Padre della vita. Il centro del brano è la lotta per passare dalla "mia" alla "tua" volontà. È la vera guarigione dal male originario dell'uomo, il ritorno di Adamo al suo rapporto filiale con il Padre. Gesù, fattosi per noi peccato (2Cor 5,21), vive in prima persona la paura del peccatore: consegnarsi a Dio. La vera lotta è con lui, che per il peccato consideriamo nemico. Per questo la nostra vittoria è la resa a lui. Il Figlio è colui che compie la volontà del Padre. Per questo "nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte e fu esaudito per la sua pietà". Non fu però esaudito, nel senso che fu esentato dalla morte; fu invece esaudito con la risurrezione, solo dopo aver accettato con obbedienza filiale la morte. Infatti "pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono" (Eb 5,7ss). La paura di essere ucciso non fa cambiare itinerario a Gesù. La sua vita non è dominata dalla paura della morte (12,4), ma dalla fiducia nel Padre, anche nella prova estrema. Il monte degli Ulivi insieme al tempio costituiscono lo scenario degli ultimi giorni di Gesù. Al Getsemani, luogo del torchio, l'umanità di Gesù, spremuta, lascerà apparire la sua essenza: è il Figlio di Dio, che si abbandona al Padre e ai fratelli. I discepoli sono chiamati a seguirlo sino alla fine: "Voi siete infatti quelli che sono rimasti con me nelle mie tentazioni" (v. 28). La tentazione di cui parla è quella definitiva: perdere la fede. Gesù indica loro l'unica forza per non soccombere: la preghiera. Nel momento decisivo, l'uomo è staccato da tutti, solo davanti a Dio, suo unico interlocutore. Di solito gli ebrei pregavano in piedi. Ma davanti alla morte, Gesù si inginocchia al cospetto del mistero di Dio. Così faranno anche i suoi discepoli (At 7,60; 9,40; 20,36; 21,5). La parola Padre traduce l'aramaico Abbà (Mc 14,36). Alla fine di tutto, resta come unica sorgente di vita per Gesù la fiducia nel Padre, suo principio. Questo abbandono filiale al Padre nel momento della morte è la fede che salva. L'accettazione della morte è l'atto più radicale di fede che possiamo fare a Dio. Gesù ha sperimentato il terrore e l'angoscia della morte, una morte violenta, ingiusta, insensata, in cui l'innocente è messo con i malfattori (v. 37). In questa sua morte Gesù, il Figlio, porta su di sé il peccato dei fratelli. Gesù soffre la decisione di bere questo calice, che contiene realmente tutto il male possibile. Sente tutta la ripugnanza della carne segnata dal peccato e dominata dalla paura della morte. Gesù porta in sé la maledizione di ogni peccato: l'opposizione tra la nostra volontà e quella di Dio. Colui che non conobbe peccato ne subisce tutte le conseguenze e vive in sé questa sofferenza, più atroce della morte stessa. Nell'ora della paura il Padre non ci lascia soli. Manda il suo angelo che infonde forza (Dn 3,49-50; 10, 18-19; 1Re 19,1-8; At 12,7-8). La nostra debolezza è il vaso che contiene la sua forza. Per questo Paolo dice: "Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo", e "quando sono debole è allora che sono forte". Infatti la potenza del Signore si manifesta pienamente nella mia debolezza (2Cor 12,9-10). Agonia significa lotta. Nello scontro con la morte ogni uomo si sente perdente e perduto. Gesù invece prega più intensamente, affidandosi al Padre. La preghiera ci mette in comunione con il Padre della vita. Per questo è la forza che vince la morte. Ma questa stessa preghiera è lotta. Lotta tremenda con Dio, percepito come l'unico e misterioso nemico (Gen 32,23ss). Dopo il peccato, Adamo si guadagna la vita con il sudore della fronte (Gen 3,19). Il nuovo Adamo, Cristo, ci guadagna la vita eterna con il suo sudore di sangue. La preghiera ci dona la forza di vivere la morte come abbandono a Dio, sorgente della vita. La preghiera vince la morte perché ci mette con il Figlio nelle braccia del Padre che ci genera. In questo modo la morte non è la voragine che ci inghiotte, ma l'incontro con il Padre che ci accoglie nella vita eterna. Il brano è strutturato dalla contrapposizione tra Gesù e tutti gli altri. Da una parte c'è lui. È solo, circondato dai nemici, tradito da Giuda, non compreso dai suoi, catturato come un brigante. Dall'altra c'è un gioco di denari, di spade, di bastoni e di falsi baci: le carte, con le quali il nemico da sempre gioca la partita della storia umana. Dio, che è amore e dono, viene incontro all'uomo egoista e bramoso di possedere. Il bene si consegna al male che lo prende. Così la luce entra nelle tenebre e la vita nella morte. In Luca, dopo Pietro, Giuda è l'unico dei Dodici chiamato per nome da Gesù. È segno di amicizia. Anche se lo tradisce, gli resta amico. Anzi, è l'unico chiamato "amico", e proprio in questa situazione (Mt 26,50). Luca non dice che Giuda baciò il Signore. Riferisce invece queste parole di Gesù. Suonano stupore e maraviglia. Un gesto che esprime ogni bene è stravolto nel suo contrario. L'atto con cui Giuda consuma il suo tradimento è lo stesso con cui Gesù esprime il suo affetto. Bene e male si incontrano, percorrendo in senso inverso la stessa strada. I discepoli non hanno ancora capito le parole di Gesù sulla spada (vv. 35 - 38). Sono ancora nella logica del nemico. Gesù reagisce alla violenza con l'amore, unica forza capace di vincerla, invece di moltiplicarla. Egli fa quanto ha comandato a noi: "Amate i vostri nemici..." (6,27 - 38). Non è come gli zeloti che rispondono al male con gli stessi strumenti. Vince il male con il bene (Rm 12,21). Infatti il Figlio è misericordioso come il Padre, benevolo verso i disgraziati e i cattivi (6,35 - 36). La salvezza che egli porta consiste nel fare misericordia a tutti, anche a chi gli fa del male. Usando la spada, i discepoli sono ancora alleati dei nemici. Quante difese sbagliate di Gesù, che non rientrano nel suo Spirito! Se la fede viene dall'ascolto (Rm 10,27), la spada di Pietro è figura di tutti i nostri strumenti pastorali che impediscono l'ascolto e la fede, perché mozzano gli orecchi, invece di aprirli all'ascolto della Parola. "Adesso smettete" sono le ultime parole di Gesù ai suoi discepoli prima della risurrezione. Egli non approva l'azione violenta. La spada non vince, ma moltiplica il male. La potenza e la violenza non servono al Regno. Anzi lo ritardano, perché precludono al presunto nemico la possibilità di convertirsi. Il messianismo di Gesù consiste nel curare dal male facendo del bene (7,18-23; At 10,38). Anche a chi in quel momento gli è nemico. Questo è l'ultimo miracolo di Gesù. È il segno più grande della sua misericordia, compiuto verso uno che sta lì in prima fila per catturarlo. Gesù è trattato da malfattore: è al giusto che tocca portare l'ingiustizia. Il potere delle tenebre non ama la luce. Agisce nel nascondimento della notte. La morte di Gesù è l'ora del nemico, l'apice del potere del male. Ma cosa succede alle tenebre quando si impossessano della luce? In Luca, dopo l'arresto, tutta la notte è occupata dal rinnegamento di Pietro e dal dileggio dei soldati. Solo al mattino, dopo che il discepolo avrà detto: "Non sono", uscirà la rivelazione di Gesù che dice: "Io sono". Il racconto è tutto un gioco di occhi fissati su Pietro. Nello sguardo di Gesù egli riconoscerà le due verità complementari che costituiscono il Vangelo: il proprio peccato e il suo perdono.
Finalmente conosce insieme se stesso e Dio.
Perdendo la sua identità presunta, troverà
quella autentica: l'amore del suo Signore per
lui.
Il suo pianto sarà il suo battesimo, che gli
purificherà il cuore e gli illuminerà gli occhi.
D'ora in avanti Gesù non farà più niente. Finita
l'azione, comincia la passione.
Il Figlio dell'uomo diventa un
oggetto nelle mani dell'uomo. È preso,
consegnato, condotto, introdotto, condotto via e
infine crocifisso. Faranno di lui ciò che
vorranno.
Dio, nel suo amore umile, si fa piccolo e si
riduce all'impotenza per consegnarsi nelle
nostre mani. E noi riverseremo su di lui tutto
il male di cui siamo malati. Per mezzo di una donna e di due uomini, Pietro subirà tre tentazioni, come Gesù nel deserto. Verrà vagliato. Perderà le scorie della propria presunzione e rimarrà il grano pulito: la fedeltà del suo Signore, di cui il giusto vive. Mentre Gesù svela la sua identità, Pietro scopre la propria: è un peccatore per il quale il Signore muore. In verità Pietro non conosce questo Gesù. Conosce un altro. Quello potente, quello che fa miracoli. Ancora non sa che cosa significhi stare con questo Gesù, impotente e condotto alla croce. La prima tentazione di ogni credente è proprio quella di non conoscere o di voler dimenticare Gesù crocifisso (Gal 3,1; Fil 3,18). Molti stanno con lui fino allo spezzare del pane. Tutti poi l'abbandonano! Il centro della fede cristiana, il problema serio, è conoscere Gesù e stare con lui, che è il Crocifisso per me. Paolo scrive: "lo ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo e questi crocifisso" (1Cor 2,2). Le parole di Pietro: "Non sono" assumono tutto il loro peso davanti a quelle di Gesù che dirà: "Io sono (v. 70). "Io sono" è il nome di Dio, colui che è; "non sono" è il nome dell'uomo che non sta con colui che è. Pietro scopre la propria verità. È il "non sono", l'inesistente, se non sta con colui del quale è immagine e somiglianza. Come una marea montante, l'ostilità attorno a Pietro cresce fino a sommergerlo. Ora Pietro dichiara la sua estraneità assoluta nei confronti di Gesù. Solo Gesù vince tutte le tentazioni (4,23). Noi cadiamo in tutte. Ma proprio e solo così comprendiamo che abbiamo bisogno di essere salvati, e sappiamo chi è il Signore che ci salva. Il nostro peccato è l'unica via attraverso la quale sperimentiamo Dio come misericordia. Se Pietro non fosse caduto non avrebbe capito Cristo che è morto per lui. Per lui sarebbe morto invano. Non è Pietro che si volge a Gesù, ma Gesù che si volge a Pietro. L'uomo è incapace di volgersi a Dio. Gesù riconosce Pietro anche se Pietro dice di non conoscerlo. Il suo sguardo compassionevole non rinfaccia e non rimprovera nulla. Solo davanti a uno sguardo pieno d'amore l'uomo diventa libero. Si trova nudo davanti a Dio, nella responsabilità di accettare o meno il suo amore gratuito e senza condizioni. "Pietro si ricordò della parola del Signore". Il ricordo della parola del Signore è il principio della conversione. È importante che Gesù abbia predetto il peccato di Pietro. Solo così Pietro può comprendere che Gesù gli rimane fedele anche se lui è infedele, perché Dio non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13). Non c'è altro modo per cogliere la sostanza del Vangelo. Se Pietro non avesse rinnegato, non avrebbe capito che non sarà lui a morire per il Signore, ma il Signore a morire per lui. Solo in quanto peccatore l'uomo può essere salvato e ottenere la sublimità della conoscenza del Signore come amore e misericordia. Pietro si allontana da Gesù. Come Adamo, si sottrae allo sguardo di Dio. Ma dove fuggire lontano dal suo sguardo (Sal 139)? Egli ci ama fino al punto di stare con noi senza condannarci e giudicarci, proprio mentre è condannato e giudicato dalle nostre paure. La fede è accettare questo suo amore come propria identità: "Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore" (1Gv 4,16). Il pianto amaro di Pietro è la fine della sua falsa identità. Questa sua morte a se stesso è il recipiente che accoglie la sua vera identità: l'amore che il Signore ha per lui. Questa è la vita nuova, la vita eterna. Le lacrime di Pietro sono il battesimo del suo cuore. L'uomo, anche se lo ignora, è costituito tale dal suo desiderio naturale di vedere Dio. Fatto a sua immagine e somiglianza, solo in lui trova la realtà di se stesso. Senza di lui è senza di sé. Ora finalmente, dopo il "non sono" del discepolo, ci è dato di contemplare in Gesù il vero volto di Dio. Dalla bocca di Gesù esce la parola: "Io sono". Essa svela l'identità e il mistero di Dio: Gesù è Dio e Dio è Gesù. Egli è il Figlio misericordioso come il Padre. In lui, mentre vediamo la nostra verità di figli perduti, vediamo anche quella di Dio come amore che si fa carico del nostro male. Un parlare cristiano su Dio può partire solo dalla contemplazione di questo volto velato, che ne è la rivelazione piena. Dio, assumendo in Gesù il volto di tutti i senza volto, svela la sua essenza nascosta: amore misericordioso. Gesù è il Cristo (Re e Salvatore) proprio in quanto solidale con il male dell'uomo, è Figlio dell'uomo (Giudice supremo) proprio in quanto giudicato; è Figlio di Dio ("Io sono") proprio in quanto ingiustamente condannato a morte. Qui, e non prima, si presenta il problema della fede cristiana: credere nella debolezza di Dio. Qui il vangelo raggiunge il suo apice: vediamo il Salvatore, il Giudice e Dio stesso in colui che condanniamo, giudichiamo e uccidiamo. La parola "Io sono" costituisce il culmine della rivelazione biblica: mostra a tutti chi è Gesù e chi è il Padre. Per questo viene ucciso. Ma proprio così si manifesta senza veli il vero Dio: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9). Il Padre delle misericordie. Il Figlio dell'uomo è nelle mani degli uomini. La libertà è incatenata. La sapienza è derisa. La potenza è percossa. La Gloria è velata. Ma questa velazione è la sua rivelazione totale. Il velo del tempio nasconde la maestà di Dio; il velo del male del mondo lo rivela come amore. Questo volto velato è Dio stesso che ha perso il suo volto per noi. Da sempre l'inganno di satana ci ha nascosto il vero volto di Dio. Ora Dio fa del suo massimo velamento il suo svelamento definitivo. Pietro è stato chiamato a riconoscerlo per primo. Colui che passò beneficando e risanando tutti (At 10,38) è ora colpito dal male di tutti quelli che ha beneficato e risanato. Gesù è il Servo colpito dal male del mondo. Infatti si è caricato delle nostre sofferenze: il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui (Is 53,4-5). Non si è sottratto agli insulti e agli sputi; ha reso la sua faccia dura come pietra (Is 50,6-7). Tace e non dice chi è il colpevole. Il suo silenzio dice chi è Dio per noi: un amore che preferisce essere percosso e morire, piuttosto che accusare. La parola di Cristo indica il re atteso, colui che avrebbe liberato il popolo. Gesù è il salvatore, ma non in quanto messia politico che prende il potere, ma in quanto Figlio dell'uomo che si consegna all'impotenza della croce. Gli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi non vogliono assolutamente credere in Gesù. Per cui non servono a nulla né le domande né le risposte. Il silenzio di Dio, oltre che annuncio del suo amore, è anche denuncia dell'incredulità dell'uomo. Il Figlio dell'uomo riceve la gloria, il potere e il Regno e siede alla destra di Dio proprio sulla croce. Lì trionfa dei suoi nemici. Lì corregge le false attese messianiche. Il sinedrio sta giudicando il suo giudice supremo, ma la sua ingiusta condanna alla morte di croce sarà il giudizio di Dio che dona la vita a tutti gli ingiusti. Gesù è il Figlio di Dio. E ce lo rivela pienamente mentre dà la vita per noi. "Io sono" è la testimonianza piena di Gesù. Dice la sua identità e insieme svela chi è Dio. Dio dice il suo nome, quello stesso che udì Mosè dal roveto ardente: "Io sono" (Es 3,13-14). In Gesù si compie la rivelazione di Dio, iniziata nell'esodo. "Io sono" è colui che riempie di sé il nostro "non sono" perché anche noi possiamo diventare come "Io sono". "Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventasse Dio" (s. Ireneo). Questa rivelazione di Gesù ci guarisce finalmente dalla falsa immagine di un Dio cattivo, origine di ogni male. Egli verrà ucciso proprio per queste parole: "Io sono". Condannato come Dio, si rivelerà proprio nella sua uccisione. Infatti si lascia condannare ingiustamente alla nostra giusta pena per stare con noi, perché noi possiamo stare con lui. È l'Emmanuele, il Dio con noi. La testimonianza è completa. Dalla sua bocca è uscita la parola definitiva: "Io sono Dio". La duplice comparsa davanti a Pilato e a Erode mostra per contrasto la regalità di Gesù e mette in crisi l'ideale dell'uomo e l'idea stessa di Dio. Infatti il re è l'uomo ideale, libero e signore del creato a immagine e somiglianza di Dio. Ora Gesù ci rivela che la libertà divina consiste nell'amare e la sua signoria nel servire fino all'impotenza della croce. La sua regalità è ben diversa da quella dell'uomo (22,25ss). A Luca sta a cuore di provare l'innocenza politica di Gesù. È importante anche per la Chiesa, che si trova ad affrontare le stesse accuse e persecuzioni del Maestro. Ma è ancora più importante per capire cos'è il suo regno e la sua salvezza. Gesù ci aveva parlato del Regno presente nella nostra storia come seme piccolo, preso e gettato nella terra, come un po' di lievito preso e nascosto. Ora comprendiamo che il Regno è Gesù stesso: insignificante e disprezzato, piccolo e preso, gettato fuori le mura e nascosto sotto terra, sarà il grande albero che accoglie tutti gli uccelli, sarà il lievito che farà lievitare la pasta del mondo. È questo il Re, colui che viene nel nome del Signore. Non dobbiamo aspettarne un altro, ma cambiare le nostre attese (7,18ss). È lui che depone i potenti dai troni (1,52) e ci salva, dandoci una nuova immagine di Dio, di re e di uomo.
Pilato è descritto dagli
storici ebrei Filone e Flavio come duro e
crudele (cf. 13,1). Qui appare come umano e ben
disposto. Parlare bene dei nemici non è solo
interesse apologetico, ma anche gesto sommo di
misericordia. Gesù riconosce di essere re. Ma non è come i re delle nazioni, che dominano e si fanno chiamare benefattori (22,25ss). Sarà re in quanto servo per amore, tanto libero da portare su di sé il male di quelli che ama, fino ad essere crocifisso come malfattore. Questa è la regalità di Dio (1,52). Il Crocifisso muta la falsa idea di Dio suggerita dal serpente e cambia il falso ideale dell'uomo, principio di ogni male. Ci rivela il vero volto di Dio e il vero volto dell'uomo. È re in quanto "testimone" della verità, di quella verità che ci fa liberi (Gv 18,37; 8,32). Gesù è dichiarato politicamente innocente dall'autorità romana. Gesù è crocifisso come giusto, solidale con gli ingiusti. Solo così si può capire chi è lui, e in lui chi è Dio, e qual è la salvezza che dona all'uomo (vv. 41 - 47). Gesù non ha sobillato nessuno, ma ha chiamato tutti a convertirsi alla misericordia, che è la libertà dei figli, pagandone per primo i costi. Gli accusatori, indicandolo come galileo, intendono presentarlo come zelota. La Galilea infatti era un focolaio di rivoltosi. Pilato, per levarsi un fastidio, invia Gesù da Erode. Lui infatti vorrebbe liberare Gesù (At 3,13-14). In quei giorni tutti i nemici di Gesù si trovano a Gerusalemme, riuniti contro il Signore e il suo Messia (Sal 2,1): "Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse" (At 4,27-28). Già da 9,9 conosciamo il desiderio di Erode di vedere Gesù. Ora è contento, perché si compie. Erode non è mosso dal desiderio di convertirsi, ma dalla curiosità. Non vuole obbedire alla verità, ma soddisfare il suo prurito di cose straordinarie. Il brivido religioso interessa sempre più della fede. "Questa generazione è una generazione malvagia: essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno, fuorché il segno di Giona" (11,29). Luca menziona solo qui il silenzio di Gesù. Richiama il Servo di Iahvè. Non apre bocca, come agnello condotto al macello (Is 53,7); è come uno che non sente e non risponde (Sal 38,14). Alle molte parole dell'uomo, il Figlio dell'uomo non risponde nulla. Il silenzio di Dio è la sua risposta alla cattiveria dell'uomo. Tace non per indifferenza o superiorità, ma per compassione verso chi lo accusa. Dio è misericordia. Se rispondesse, agli accusatori ingiusti spetterebbe la pena che vogliono infliggere a lui. Allora tace. Tace per non condannare, muore per non uccidere, è giustiziato per non giudicare, non denuncia nessuno per annunciare a tutti il perdono. Con il suo silenzio porta su di sé la nostra morte e dà per noi la vita. Gesù qui si manifesta così come vero re, immagine di Dio. È infatti libero e capace di amare come il Padre. "Avendolo nientificato" (v. 11). È il disprezzo più radicale. Dio è ridotto a nulla e stimato nulla. Nel suo orgoglio Erode fa il contrario di Maria che magnificò (fece grande) il Signore. La regalità di Dio è ritenuta impotenza e stupidità, oggetto di scherno da parte dell'uomo. Erode riconosce Gesù come re. Lo riveste della veste bianca propria del re o del candidato al trono. Lo fa per burla. Non sa di essere lui una burla di re, come tutti i suoi pari. Schiavo del suo egoismo e incapace di voler bene, è l'uomo fallito. È a somiglianza della falsa immagine di Dio, suggerita dal serpente. Quando l'inimicizia tra due persone diventa amicizia per essere nemici di Cristo, la situazione peggiora. Questo brano ci narra il grande baratto: la vita del delinquente è scambiata con la morte del Giusto. L'uccisione di Dio è la salvezza dell'uomo. L'innocenza di Gesù è sottolineata tre volte da Pilato. Se fosse stato ucciso perché empio e ingiusto non ci avrebbe salvati. Il giudicato e il rifiutato da tutti ci appare in una solitudine assoluta. Tutti sono contro di lui e gridano: "Crocifiggilo!".
Questo brano ha un grande
significato teologico. Chiarisce chi ha
condannato Gesù e perché, e spiega il risultato
e il significato della sua morte. Che cosa viene a noi da questa condanna? La giustificazione dai nostri peccati, la "grazia pasquale" che ci dà la vita non meritata invece della morte meritata. Barabba ne è la primizia. Il Santo e il Giusto muore al posto del peccatore ingiusto.
Che cosa significa la sua
morte? È chiaramente la morte salvifica del
servo di Iahvè! Egli dà la vita per noi portando
su di sé la nostra morte. È una morte "vicaria",
al nostro posto. Il Santo e il Giusto che si fa
computare tra i malfattori (22,37; Is 53,12) e
uccidere ingiustamente, rivela il mistero di Dio
stesso: amore che si fa condannare alla nostra
stessa pena per stare con noi.
Qui Dio compie un gesto più potente di quello
della creazione: strappa dalla morte la sua
creatura perduta. È la notte pasquale, in cui è
ucciso il figlio primogenito e liberato il
popolo schiavo. Pilato dichiara per tre volte Gesù innocente davanti a tutti. Sarà ucciso solo per la sua testimonianza della verità. I religiosi lo condannano come figlio di Dio (santo) e i politici come re (giusto). Il popolo si associa gridando: "Crocifiggilo!". Per questo Pietro potrà dire rivolto al popolo: "Voi avete rinnegato il santo e il giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita" (At. 3,14 - 15). Perché Pilato vuole punire Gesù se non è colpevole? È un mistero della sapienza divina e della stupidità umana. Gesù è trafitto per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità (Is. 53,5). In occasione della Pasqua il governatore liberava un prigioniero in ricordo della liberazione dalla schiavitù d'Egitto. Questo graziato a Pasqua è figura di tutti i graziati per il sangue dell'agnello innocente. È tolto di mezzo l'Autore della vita e graziato un disgraziato. La libertà di Barabba è frutto della condanna di Gesù. Il Giusto muore per l'ingiusto. Barabba (figlio del padre) è il nome che si dava ai figli di nessuno. È messo a confronto con il Figlio del Padre. E nel giudizio degli uomini la bilancia pende a suo favore. Pilato ha il potere di fare il bene, ma non la libertà di realizzarlo. "Crocifiggilo! ". È la voce di tutti. È la richiesta della condanna a morte e la supplica perché venga immolato per la nostra salvezza. La croce, patibolo dello schiavo ribelle, sarà il trono del re obbediente al Padre. Questo grido del popolo è l'acclamazione che lo intronizza. "Maledetto chi pende dal legno" (Dt 21,23; Gal 3,13). Al legno viene appeso il frutto benedetto da cui viene la benedizione per tutti. Per la terza volta Pilato dichiara l'innocenza di Gesù. È condannato proprio perché non ha fatto nulla di male. Chi fa il male lo fa portare agli altri. Solo chi non lo fa è capace di portare il male altrui. Luca non descrive la flagellazione. L'accenna per due volte con il verbo punire.
La folla grida per la terza volta. Nel primo
grido aveva chiesto la morte del Figlio del
Padre per la vita del "figlio di nessuno". Nel
secondo ha chiesto la crocifissione, logica
conseguenza della liberazione del malfattore.
Nel terzo ribadisce con forza crescente questa
richiesta di morte. Nel gesto di Pilato che lo consegna, è Cristo stesso che si consegna alla morte per i nostri peccati (Is 53,12). Gesù fa la volontà del Padre (22,42) abbandonandosi alla nostra volontà perversa e omicida. Il nostro peccato sarà l'occasione che compie il bene preordinato da Dio (At 4,28). Inizia l'ultima tappa del ritorno del Figlio al Padre. È il cammino del martire verso il suo patibolo e del re verso il suo trono. Il brano ci presenta tre istantanee: il cireneo, le figlie di Gerusalemme e i due malfattori. Sono i tre modi d'incontro dell'uomo col Figlio dell'uomo. Nel cireneo vediamo chi è il vero discepolo. Nelle figlie di Gerusalemme vediamo chi è il vero popolo di Dio. Sono le persone che hanno verso Gesù lo stesso sentimento che Gesù ha verso di loro: la compassione. Il Signore le invita a piangere su di sé, cioè a convertirsi. La conversione è possibile proprio ora, perché il legno verde brucia al posto di quello secco. È il mistero della misericordia di Dio, che offre il perdono anticipato a tutti, perché tutti possano convertirsi ed essere salvi. Nei due malfattori, condotti "con lui" alla croce, vediamo rappresentata l'umanità intera davanti alla propria morte. Come Simone di Cirene è solidale con la croce di Gesù, così Gesù è solidale con la nostra. Ma mentre ogni uomo, come Simone di Cirene, è costretto a portare la propria croce, Gesù è il nostro cireneo volontario per amore. Con lui ora possiamo comprendere il senso della nostra croce, anche di quella che non vorremmo portare, come lo comprenderà uno dei malfattori crocifisso con lui. Portano Gesù al Calvario, attraverso le vie centrali e più affollate di Gerusalemme. L'esecuzione deve servire come punizione esemplare e pubblica. Simone di Cirene, città dell'Africa, è la persona più estranea al fatto, che si trova lì per caso, di passaggio. Viene dai campi e non ha nulla a che fare con quanto è successo. Il "caso", come un incidente che determinerà la sua vita, lo vuole protagonista. Mentre al discepolo tocca portare la propria croce (9,23), a lui tocca portare la croce altrui, addirittura quella di Cristo. È associato a lui pienamente, anzi, lo sostituisce. Il cireneo è per costrizione ciò che Gesù è per libera scelta. Ciò che il cireneo è per Gesù, Gesù lo è per tutta l'umanità. Tra i tanti, la ventura toccò proprio a Simone, l'africano di Cirene, il più sprovveduto e l'ultimo di tutti, un debole che non poteva ribellarsi, altrimenti gli sarebbe andata peggio. È sempre il "povero Cristo" che deve portare la croce! Il cireneo è costretto ad accogliere il dono più grande che possa essere concesso ad un uomo: essere compagno del Signore nel momento decisivo della salvezza, essere simile a lui nel momento più alto della sua gloria. I doni di Dio, specialmente i maggiori, sono confezionati dal caso, spesso malaugurato. Sottratti alla nostra decisione, sconvolgono i nostri piani, e noi ce ne lamentiamo. Ma il caso non esiste. Esso è pura ignoranza nostra e pura grazia di Dio. È lo spazio che la sua libertà si riserva nel pieno rispetto della nostra. Non cade foglia che Dio non voglia. Tutto coopera al bene di chi ama il Signore (Rm 8,28).
Nel cireneo, e in quanti, come
lui portano il male che non hanno fatto,
continua la storia della redenzione del mondo. I
"poveri Cristi" sono coloro nella cui carne si
compie ciò che ancora manca alla passione di
Cristo (Col 1,24). Il cireneo, oltre che padre
di Alessandro e Rufo (Mc 15,21), è padre di
tutti i cirenei della storia. Il discepolo è
solo colui che prende la propria croce ogni
giorno e la porta dietro a Gesù (9,23; 14,27). Il popolo prima gridava: "Crocifiggilo!". Ora lo segue mentre va alla crocifissione. Lo contemplerà morto e si convertirà battendosi il petto (v. 48). La contemplazione della croce è il luogo della conoscenza di Dio e della conversione a lui. Nel pianto delle donne si avverano le parole di Zaccaria: "Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico; lo piangeranno come si piange il primogenito" (Zc 12,10). Gesù infatti è il Figlio unico e amato (3,22; 9,35; 20,13), il primogenito di ogni creatura (Col 1,15). Mentre è condotto alla morte, Gesù non è dispiaciuto per il proprio male, ma per il male che fanno a se stessi coloro che lo crocifiggono. Non è preoccupato per sé, ma per chi lo rifiuta. Le parole rivolte alle donne di Gerusalemme sono il segno massimo della sua misericordia e l'invito definitivo alla conversione. "Piangete su di voi" significa: riconoscete che piangendo sul mio male state piangendo sul vostro, che io sto portando per amore verso di voi. La morte di Gesù è la fine del mondo vecchio e l'inizio di quello nuovo. Anche la sterilità, maledizione per eccellenza, diviene paradossalmente una benedizione. Gesù dice alle donne che per i loro figli sarebbe meglio non essere nati se non ascoltano la sua parola e non la mettono in pratica (11,28). La disobbedienza a Dio è la morte dell'uomo. Gesù, il frutto benedetto del grembo di Maria (11,27), porta su di sé questa maledizione. Il legno verde è Gesù. Viene bruciato perché sia risparmiato dal fuoco il secco, che è l'uomo peccatore. Il giusto è giustiziato perché l'ingiusto sia giustificato. "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui. Il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Per l'iniquità del suo popolo fu percosso a morte. Il giusto mio servo giustificherà molti; egli si addosserà le loro iniquità. Portava il peccato delle moltitudini e intercedeva per i peccatori" (Is 53,5-12). Salendo al Calvario, Gesù spiega alle donne ciò che avviene nella sua morte. Uno dei malfattori, crocifisso con lui, capirà. Il legno verde subisce la sorte di quello secco. I due malfattori rappresentano tutta l'umanità con la quale Cristo si è fatto solidale per sempre. Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Le prime e ultime parole di Gesù in croce sono rivolte al Padre. Gli chiede perdono per chi lo crocifigge e gli rimette nelle mani la sua vita, carica di tutti i nostri peccati. Al centro del racconto c'è la solidarietà con i fratelli perduti. Il brano ci presenta la regalità di Gesù, principio di salvezza. Dall'alto della croce il Signore compie il giudizio di Dio sui nemici: perdona e dona il Regno ai malfattori. Qui comprendiamo bene in che senso Gesù è re e qual è la salvezza che porta. È un re che esercita la sua autorità nel servire; l'unico suo potere è amare fino alla morte. La sua salvezza non è quella che si attende l'uomo. È quella di un Dio che si fa condannare alla nostra stessa pena, pur di stare con noi. Sulla croce Gesù realizza il Regno che aveva annunciato all'inizio (6,20-38). Lui è il re. Povero, affamato, piangente, odiato, bandito, insultato e respinto come scellerato, ama i nemici, fa loro del bene, li benedice, intercede per loro, resiste al male prendendolo su di sé, è disposto a subirne anche di più pur di non restituirlo, e dà agli altri la salvezza che ognuno vorrebbe per sé. Questa sua regalità rivela la grazia e la misericordia di Dio: è il Figlio uguale al Padre, che non giudica, non condanna, perdona e dona la vita per i fratelli. Gesù è martire, ossia testimone dell'amore del Padre per tutti i suoi figli. La sua croce è giustificazione per tutti gli ingiusti è salvezza del mondo. Ogni teologia della liberazione, per non cadere nell'idolatria e produrre altre alienazioni, deve fare i conti con la croce di Gesù. Egli respinge come tentazioni le nostre attese di salvezza, basate su segni di forza e di potenza. Moltiplicherebbero quel male dal quale vuole strapparci. "Salva te stesso" è il ritornello ripetuto sul Golgota. Rappresenta la suprema aspirazione dell'uomo che, mosso dalla paura della morte, cerca di salvarsi da essa a tutti i costi, instaurando la strategia dell'avere, del potere e dell'apparire. Ma proprio quest'ansia di vita genera l'egoismo, vera morte dell'uomo come figlio di Dio. Da qui nasce ogni altro male e ogni altro falso modo di intendere la vita e la morte. Gesù non ci libera dalla morte, ma dalla paura di essa, che ci avvelena tutta la vita. Infatti "il pungiglione della morte è il peccato" (1Cor 15,56). Il peccato è sostanzialmente quella menzogna che ci ha tolto la conoscenza di Dio come amore, e ci impedisce di accettare di essere da lui e per lui. Per questo temiamo l'incontro con lui, come la nostra morte, e viviamo schiavi di questa angoscia per tutta la vita. Lui ce ne libera, offrendoci la sua amicizia e standoci vicino anche nella morte. In questo modo la svuota del suo pungiglione. "Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli ne è divenuto partecipe per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,14-15). Proprio lì dove noi temiamo la solitudine assoluta, il nulla e la dannazione, scopriamo un Dio che ci offre la sua solidarietà e la comunione con lui, che è la vita. La solitudine è l'unico male dal quale nessuno può salvarsi da solo. Cade la falsa immagine di un Dio tremendo, che sta all'origine della morte, causa dell'egoismo, causa dell'ansia di vita, causa della brama di avere, di potere e di apparire, causa di ogni male. La salvezza che Gesù porta ha quindi la sua sorgente nella riconciliazione dell'uomo con il Padre della vita. Questi due versetti ci presentano il benefattore che finisce tra i malfattori, fuori dalla sua città (20,15; Eb 13-12), fatto maledizione e peccato (Gal 3,13; 2Cor 5,21). La croce, morte crudele e spaventosa, punizione dello schiavo, è il trono del re. C'è solidarietà totale tra il Giusto e il malfattore. Questi due malfattori rappresentano tutti noi, chiamati a leggere il mistero di Dio presente al centro delle nostre croci. Le prime parole del Crocifisso: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" danno il senso della sua vita e della sua morte. A Gesù sta a cuore il perdono per i suoi fratelli. In questa preghiera Gesù getta il seme del Regno, che è l'amore del Padre nel perdono del fratello. Egli non è come quei martiri "della giusta causa", quegli eroi di tutti i tempi, che insultano e disprezzano il nemico, minacciandogli la vendetta del cielo (2Mac 7,19). Condannato, giudicato e disprezzato, il Giusto assolve, giustifica e prega per i nemici ingiusti. Il perdono è la chiave di lettura per comprendere la salvezza che Gesù ci porta (1,71.77). È quanto dovranno annunciare i suoi discepoli dopo di lui (24,27). La sua croce è la vicinanza di un amore più grande di ogni peccato commesso e di ogni male subito. In essa Dio scende sotto ogni possibile abisso, per essere con ogni uomo. Perdonando i suoi crocifissori, Gesù si rivela come Figlio del Padre che è la misericordia infinita. Se gli uomini avessero saputo chi era Gesù non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Cor 2,8). In questa ignoranza il nostro peccato non è attenuato, ma evidenziato: non conosciamo il Signore della gloria che crocifiggiamo. Siamo satanicamente ciechi davanti al nostro male e al suo bene. Queste parole di perdono ai suoi crocifissori mancano in vari codici. Anche i cristiani di mestiere, come i monaci e gli ammanuensi, cercano di castrare il vangelo. A loro sembra eccessivo ciò che per Gesù è l'essenziale! La salvezza che il Figlio di Dio ha portato sulla terra sembra non avere alcuna rilevanza né religiosa né politica né personale; sulla croce pare che tutto finisca e torni come prima. Anzi, peggio di prima, perché il male sembra aver vinto un'altra volta. Dopo tante illusioni suscitate da Gesù, la tragica delusione! (cf. Lc. 24,21). Ma proprio questa è la vittoria decisiva. Il nostro male radicale è il voler salvare noi stessi. Gesù, perdendosi per noi, lo vince. Le sue tentazioni riguardano l'inutilità della croce e della salvezza. Sono anche le tentazioni costanti della Chiesa e di ogni uomo. Bisogna uscire dalla trappola delle proprie attese egoistiche per cogliere la prospettiva di Dio. La contemplazione del Crocifisso è il principio della nuova sapienza. Sul Calvario viene tolto il sipario dal Cristo e possiamo contemplarlo com'è: amore senza limiti per noi peccatori. I capi del popolo vengono colti nell'atteggiamento preannunciato dal salmo 22,7 - 8: "Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono il naso, scuotono il capo". Salvare se stesso dalla morte è il principale pensiero dell'uomo. Ognuno è pronto a salvare se stesso a spese dell'altro. E' la salvezza ingannatrice dell'egoismo, che è perdizione nostra e altrui. Gesù ha detto: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà" (Lc 9,24). Solo chi si perde per amore, salva se stesso e gli altri. Nel v. 36 viene richiamato il salmo 69,22: "Quando avevo sete, mi hanno dato l'aceto". La sete di Gesù è il desiderio di donarci l'acqua della vita (cf. Gv. 4,10; Ap. 21,6). Noi gli abbiamo dato in cambio l'aceto della nostra morte. I soldati manifestano il modo di pensare comune ad ogni uomo: il re è colui che vince con la forza e fa morire gli altri. Gesù invece manifesta la sua potenza perdendo e morendo per gli altri. La sua debolezza è la forza di Dio. Egli ci salva da ogni potere, che ha la sua forza nella schiavitù dell'egoismo. La scritta sopra il capo di Gesù è una cosa estremamente seria. Gesù è veramente il re dei giudei. Il suo dominio è quello dell'amore: "Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv. 12,32). La bestemmia del malfattore è non riconoscere Dio sulla croce dove si rivela senza veli. Voler staccare Dio dalla croce è togliergli la sua gloria e confonderlo con l'idolo. Anche noi cristiani vogliamo un messia che salvi se stesso solo perché vogliamo salvare noi stessi. Dovrebbe essere lo specchio e la conferma dei nostri desideri egoistici. Questo malfattore rappresenta l'attesa dell'uomo che non conosce Dio, e lo fa a sua immagine e somiglianza. L'altro malfattore, colui che viene chiamato "il buon ladrone", vede in croce una novità. Gesù Cristo gli fa conoscere il vero volto di Dio. Gesù è lì in croce con lui, perché lui possa essere in paradiso con Gesù. La salvezza è la vicinanza di Dio dove mi sento maledetto e solo. Egli è grazia e misericordia per me, peccatore perduto, fino a farsi lui stesso peccato e perdizione. Scrive san Paolo nella Lettera ai romani: "Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (5,7 - 8). Qualunque altro prodigio Dio avesse fatto per noi, non ci avrebbe persuasi del suo amore. Sarebbe stato un atto di potenza e di esibizione, che non avrebbe cambiato la nostra immagine di lui. Ma la sua impotenza in croce, la sua vicinanza a noi nel nostro male, la sua solidarietà con noi fino alla morte, ci tolgono ogni dubbio: Dio è amore e ama noi peccatori. Liberati, dalla paura della morte e dell'egoismo, siamo finalmente liberi di vivere nell'amore di Dio da cui veniamo e verso cui andiamo. Possiamo finalmente vivere e morire in pace. E questa è la liberazione fondamentale. Il malfattore in croce è l'unico che chiama Gesù per nome, senza ulteriore specificazione (cf. Lc. 17,13; 18,38.39). Gesù è Dio che salva. Egli, come ogni uomo, teme di essere dimenticato. Ma Dio non dimentica nessuno. "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!" (Is. 49,15). Gesù si è fatto ultimo di tutti perché nessuno potesse più sentirsi abbandonato e maledetto. Egli è ormai nel punto più lontano da Dio, per essere vicino a tutti i lontani da Dio. Il regno di Dio sono le braccia del Padre (v. 46). Ognuno entra nel suo regno affidandosi a Gesù. In lui tutto è compiuto. Noi saremo sempre con Gesù, l'Emmanuele, perché lui è sempre con noi. Eravamo fuggiti lontano da lui ed egli ci ha raggiunti nel massimo della nostra lontananza e degradazione. Gesù è venuto con noi sulla croce, perché noi tornassimo con lui nel suo paradiso. Dio ha patito con noi, perché noi potessimo gioire con lui (Cf. Lc. 15). La scena della morte di Gesù, secondo Luca, contiene varie particolarità rispetto a Matteo e Marco. Le principali sono le seguenti: invece della citazione del Salmo 22 e le relative parole su Elia, troviamo la citazione del Salmo 31; il velo del tempio si lacera prima della sua morte; il centurione lo proclama giusto; le folle si battono il petto. Le brevi annotazioni degli avvenimenti che precedono e seguono la morte di Gesù ne illustrano i vari aspetti teologici. Le tenebre e l'oscurarsi del sole (v. 44) sottolineano la sua portata cosmica e salvifica. Crocifiggendo il Giusto, il mondo ripiomba nelle tenebre del caos iniziale (Gen 1,2). L'oscurarsi della terra è anche segno di lutto. È il pianto della creatura per il suo Creatore. Lo squarciarsi del velo del tempio (v. 45) significa che Dio non è più chiuso all'uomo. Si è aperto per raccogliere il Figlio (e con lui tutti i figli) che ritorna a casa. In lui ogni fratello ora è riconciliato e ha libero accesso al Padre. Cessa l'antica alleanza che denuncia il peccato e inizia la nuova che annuncia il perdono. Morendo, Gesù si abbandonò al Padre. La diffidenza e la fuga dell'uomo diventano affidamento e ritorno a lui. È la vittoria sul veleno della menzogna antica, l'ingresso nel paradiso originario in cui il Benefattore introduce ogni malfattore che glielo chiede. La morte di Gesù è l'esaltazione piena di Dio; la sua Gloria torna tra gli uomini. Anche il centurione pagano la riconosce (v. 47). Nel giusto che muore con gli ingiusti si rende presente l'amore di Dio per noi. Questa morte è uno "spettacolo" (v. 48), visione dell'essenza di Dio che si manifesta nella sua misericordia per l'uomo. Il Crocifisso è la visione di Dio, da cui scaturisce un nuovo modo di essere e di vivere. Finalmente l'uomo vede chi è Dio, si converte a lui e ritorna a lui nel quale solamente è se stesso e può vivere. I conoscenti di Gesù e le donne (v. 49) raffigurano l'inizio della Chiesa, piccola, debole e impotente come il suo Signore. Riunita ai piedi della croce, raccoglie il frutto della compassione di Dio per il male degli uomini. La morte di Gesù è l'uccisione dell'autore della vita (At 3,15). Non ci può essere male maggiore. Il peccato, principio di decreazione, è consumato. Tutto regredisce al caos primordiale. La tenebra, che si addensa attorno alla croce, segna la fine del mondo posto nelle mani del maligno e l'inizio di una nuova genesi. Questa tenebra allude alla profezia di Amos: "In quel giorno - oracolo del Signore Dio - farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno", per fare "come un lutto per un figlio unico" (Am. 8,9 - 10). Tutta la creazione partecipa al dolore del Padre per la morte del Figlio. La morte di Gesù ha un significato cosmico e storico, definitivo e universale. In lui finisce la creazione iniziata con la genesi e comincia la ricreazione che coinvolge tutto e tutti, Dio compreso. In questa oscurità assoluta, dall'alto della croce, risuonerà forte la voce del Verbo creatore. Questo giorno è la notte della nuova creazione e dell'esodo definitivo. Si squarcia il velo del tempio. Ora Dio non ha più veli. Nel suo Figlio unico, dato per noi, si è svelato come il Padre delle misericordie (2 Cor. 1,3). L'accesso a lui è aperto a tutti e per sempre. Nel fratello Gesù ogni uomo incontra il Padre. Per l'eccessivo amore con cui ci ha amati (Ef. 2,4), Dio ha abbattuto il muro della separazione. Siamo tutti santi, suoi familiari e suo tempio nello Spirito (Ef. 2,14 - 22). All'ora nona si suonavano nel tempio le trombe per l'inizio della preghiera vespertina. Gesù associa la sua voce alta e forte a quella del popolo in preghiera. È eccezionale questo grido per uno che muore in croce. Nelle tenebre risuona una voce divina. È la voce potente del Verbo che fa nuove tutte le cose (Ap. 21,5). È il grido dell'uomo nuovo che viene alla luce. Luca fa dell'abbandono di Dio (Mc. 15,34; Mt. 25,46) il luogo dell'abbandono a Dio: la fede. Per questo, invece che dal Sal 22, cita dal Sal 31. È il lamento del giusto perseguitato che si mette nelle braccia di Dio. Gesù aggiunge all'inizio la parola: "Abbà, Papà". Sono le sue ultime parole. Le sue prime furono: "Non sapete che io devo essere nelle cose del Padre mio?" (2,49). La parola "Padre" sulla bocca di Gesù fa da inclusione a tutto il vangelo di Luca. Esso è tutto una rivelazione della paternità di Dio attraverso quanto il Figlio ha fatto e detto in ricerca dei suoi fratelli perduti. Ora è giunto alla fine della sua fatica. Si consegna al Padre e gli affida la sua vita al termine della sua missione. La sua morte da figlio obbediente e fratello di tutti i malfattori apre a tutti il varco della vita. È l'esodo definitivo. Veniamo dal Padre e ritorniamo al Padre. La nostra morte diventa il ritorno a casa. Come Gesù si affida nelle mani del Padre, così il discepolo si affiderà nelle mani di Gesù. Stefano dirà: "Signore Gesù, accogli il mio spirito" (At. 7,59). La morte di Gesù è la nostra salvezza perché è la solidarietà di Dio con noi. Ma è anche l'esempio di come muore l'uomo nuovo, l'Adamo riconciliato col Padre. La morte è l'atto di fede più grande. A causa del peccato rimane sempre, anche per il credente, la drammaticità della morte col suo travaglio. Ma è illuminata dalla presenza di Gesù, che è venuto a condividere la nostra sorte di malfattori. Ai piedi della croce ci sono tre categorie di persone che "vedono": il centurione, le folle e i conoscenti con le donne. Tutti costoro guardano il grande avvenimento dell'esodo di Gesù con i segni che l'accompagnano. La contemplazione della croce è per tutti. È l'antidoto che Dio ha dato ai suoi figli per vincere il veleno del serpente (Gv. 3,14 - 15; Nm. 21,4ss). Da questo sguardo al Crocifisso nasce il nuovo popolo. Il centurione, comandante dei soldati che eseguirono la crocifissione, è la persona spiritualmente più lontana. Ora glorifica Dio. Gloria (ebraico: kabod = peso) indica la sovrabbondante bellezza di Dio che rompe ogni argine e straripa nell'universo. Glorificare Dio significa riconoscerlo in concreto, dandogli nella nostra vita il peso che si merita. Nella morte di Gesù vediamo la gloria di Dio, tutto il suo amore per noi. Alla sua nascita gli angeli glorificavano Dio in cielo (2,13-14). Alla sua morte gli uomini peccatori lo glorificavano in terra, primo fra tutti il responsabile diretto della sua crocifissione. La morte di Gesù è la glorificazione piena di Dio come Dio, perché è l'esaltazione del suo amore per tutti e sopra tutti. "Davvero quest'uomo era giusto". Cristo è colui che compie la volontà di Dio. In Gesù si compie pienamente la giustizia di quel Dio che "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1 Tm. 2,4). Ora finalmente capiamo cos'è la sua giustizia: è la misericordia del Padre (6,36) che giustifica i peccatori. La morte di Gesù in croce è uno spettacolo, una rappresentazione di Dio: si apre il velo del Santo dei santi e vediamo faccia a faccia la profondità del mistero. "Guarderanno a colui che hanno trafitto" (Gv. 19,37). Nel Crocifisso abbiamo la visione di Dio-Amore che dà tutto se stesso. È il libro spalancato della misericordia di Dio. Il battersi il petto è segno di lutto e di conversione. È l'inizio della conversione di pentecoste.
Questi conoscenti di Gesù (v. 49) rappresentano
la Chiesa con le sue note essenziali: seguire
Gesù, stare ai piedi della croce, contemplare il
Crocifisso e rispondere alla sua compassione in
debolezza e vulnerabilità estrema. La bontà (v. 50) consiste nel non seguire il consiglio degli empi (Sal. 1,1); la giustizia nel non acconsentire alla loro condotta, ma adempiere la volontà di Dio. Giuseppe faceva parte del sinedrio, ma non era consenziente al parere e all'azione dei suoi colleghi. Secondo la Scrittura ogni condannato è immondo. "Il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull'albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l'appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità" (Dt 21,23). Il corpo di Gesù, fatto per noi maledizione (Gal 3,13), è la benedizione promessa in Abramo a tutte le genti (Gen 12,3; 22,18). Maria generò il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò nella mangiatoia (2,7). Giuseppe lo toglie dalla croce, lo avvolge nel lenzuolo e lo pone nel sepolcro. Sono le prime e le ultime cure che le mani di una donna e di un uomo prestano a Dio. La sepoltura di Gesù fu affrettata a causa del sabato imminente. Il sepolcro di Cristo è il compimento della creazione. Segna l'inizio del grande sabato definitivo, del giorno unico e senza tramonto, in cui Dio ha finito la sua opera. Ora Dio e l'uomo riposano perché ognuno ha trovato nell'altro la sua casa: Dio nell'uomo e l'uomo in Dio. padre Lino Pedron |
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Dio non è uno che ti manda le disgrazie. Non è un padrone che ti castra e ti impedisce di volare. Non è un despota che ti fa stare buono e zitto sennò ti castiga e allora lavora. Non è uno che brandisce la Legge e aspetta di lapidarti. Ci vuole il deserto e la verità, la fame di senso e la Parola per riuscire ad arrendersi all'evidenza di Dio. Un Dio che lascia crescere i suoi figli, che ha fatto bene ogni cosa e fa piovere sui giusti e gli ingiusti: un Dio che, come un Padre, scruta l'orizzonte e accoglie con dignità il figlio che lo voleva morto, ed esce a spiegare le sue ragioni all'altro figlio offeso; un Dio che, unico giusto, potrebbe condannarmi e non lo fa', chiedendomi di uscire dalla mediocrità del peccato, falsa libertà. Siamo alla fine del deserto, amici: ora vediamo all'orizzonte il Tabor. Inizia la grande settimana, la più grande. La settimana piena di stupore e di sangue, di amore e di emozioni. Inizia la settimana Santa. Osanna! Gesù entra a Gerusalemme trionfalmente. La gente applaude, agita in alto i rami strappati dalle palme e dagli ulivi, stende i propri mantelli al passaggio del Rabbì di Galilea. Piccola gloria prima del disastro, fragile riconoscimento prima del delirio. Gesù sa, sente, conosce ciò che sta per accadere. Troppo instabile il giudizio dell'uomo, troppo vaga la sua fede, troppo ondivaga la sua volontà. Ma che importa? Sorride, ora, il Nazareno e ascolta la lode rivolta a lui e che egli rivolge al Padre. Messia impotente e mite, energico e tenero, affaticato e deciso. Non entra a Gerusalemme a cavallo di un puledro bianco, non ha soldati al suo fianco che lo proteggono, nessuna autorità lo riceve: entra in città cavalcando un ridicolo ciuchino, ricordando a noi, malati di protagonismo, che il potere è tale solo se non si prende troppo sul serio, che la gloria degli uomini è inutile e breve. Osanna, figlio di Davide, Osanna nostro incredibile Dio, nostro magnifico re. Osanna dai tuoi figli poveri e illusi, feriti e mendicanti, Osanna re dei poveri, protettore dei falliti, Osanna! Innalza a te il grido di lode la tua Chiesa, santa e peccatrice, riconosce in te l'unica ragione di vivere, l'unica ricerca, l'unico annuncio, Osanna maestro amato. La passione Luca racconta la sua passione lasciando trasparire tutto il bene che ha ricevuto da Cristo. Lo ama il Dio di Gesù, ama il Signore che egli ha conosciuto attraverso le parole vibranti di Paolo. E racconta le ultime ore di battaglia, racconta dello scontro titanico tra il Dio rifiutato e la tenebra incombente che suggerisce (a ragione?) a Gesù di abbandonare l'uomo al suo destino. La battaglia, l'agonia è, in Luca, tutta concentrata in nella preghiera sanguinante del Getsemani. Capiranno, gli uomini? O anche quel gesto passerà inosservato e inutile come tanti altri?Altro è predicare e guarire, altro morire, nudi, appesi alla croce. Gesù sceglie: consapevolmente, drammaticamente, dolorosamente. Andrà fino in fondo, si immergerà nella volontà degli uomini (di morte), sperando che essi scoprano la volontà di Dio (di dono di sé). Accetta di morire il Nazareno, il Figlio di Dio, perché nessuno possa dire che ciò che egli annuncia è fantasia o delirio. Dopo, tutto diventa miracolo. Al servo viene riattaccato l'orecchio, Pilato ed Erode diventano amici, Pietro piange il suo tradimento, Gesù viene riconosciuto "giusto" dal procuratore pagano, le donne vengono consolate e scosse, il ladro appeso alla croce perdonato e la folla torna a casa percuotendosi il petto. È piena di inattesa dolcezza la morte di Dio. Amato amore Così sei amato, fratello, così sei accolta, sorella. Meditando la passione restiamo anche noi allibiti, costernati. Assistiamo allo spettacolo della morte di Dio, del dono totale di sé. Ecco Dio: pende dalla croce, morto per amore. Dio muore d'amore. Quando accogliamo il dolore e lo affidiamo, quando, nonostante la violenza, siamo resi capaci di perdonare e donarci, anche la nostra vita produce inattesi miracoli, prodigi e conversioni, senza che neppure ce ne accorgiamo. Buon cammino fratelli e sorelle. Lasciamoci trascinare dalla narrazione, riviviamo in noi gli odori, i suoni, le luci e i colori di quei tre giorni in cui Dio morì donando se stesso. Paolo Curtaz |
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Chi oggi va a messa, vedrà che si inizia fuori dalla chiesa, con la processione delle palme, segno liturgico del trionfo del Signore e introduzione al racconto della sua passione. Tutti a chiedere spiegazioni sul dolore e sulla sofferenza, dimenticando che "Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza" (Paul Claudel). Si esce dall'agonia e dall'angoscia solo alla condizione di trovarvi Dio. I cristiani, allora, non sono inviati nel mondo come ambasciatori della croce, ma come testimoni della sua resurrezione, di un amore così grande da superare ogni dolore e attraversare ogni morte. Un amore "fino alla fine". Istruzioni per l'uso e la lettura sono quelle riportate dall'evangelista Luca: pregare per non soccombere nella prova. Un imperativo messo all'inizio e alla fine del racconto evangelico. Più forti sono la fatica e la lotta, l'agonia e l'angoscia, più vigorosa si fa la preghiera. Gesù si aggrappa al Padre per vincere la gara decisiva. Agonia non è solo angoscia, è la tensione dell'atleta prima della gara e del soldato che combatte per la vita contro la morte. Una lotta che ha nel Getsemani il luogo del massimo spasimo, quello degli ultimi metri nella corsa. E Gesù è colto così, teso fino allo spasimo. Sant'Ambrogio coglie nel segno e dice che Gesù "non ha preso l'apparenza dell'incarnazione, ma la realtà: doveva quindi prendere anche il dolore, per trionfare sulla tristezza, non per sfuggirla" al punto tale che "la Passione del Signore ha degli imitatori, non degli uguali". Un particolare fra i molti. Quanta dolcezza mostra Gesù verso lo stesso Giuda: "Con un bacio tu tradisci il Figlio dell'Uomo", come a dire "mi tradisci con un segno dell'amore?". Anche la debolezza di Pietro è un insegnamento per tutti. La sua fragilità mostra l'impossibilità di resistere contando solo sulle nostre forze. Le lacrime di pentimento di Pietro lo trasformeranno e ad uno che sembra di non saper condurre neppure se stesso, verrà affidato il compito di guidare gli altri fratelli. Le lacrime di Pietro solo quelle di chi, nella Chiesa, arriva a pentirsi dei peccati. Ha iniziato il ladrone santificato sul palo e ancora inchiodato al legno. Gode della promessa del Signore in modo immediato, "oggi stesso". don Angelo Sceppacerca - Agenzia SIR |
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La passione del Signore Tempo fa fu rinvenuta sul Palatino a Roma la figura scalfita di un crocifisso con la testa d'asino e l'iscrizione: "Alexamenos adora il suo Dio". In quegli anni - i primi verosimilmente dell'avventura cristiana - la croce non era ancora diventata il "segno nel quale si vince", il simbolo trionfale delle chiese, l'ornamento dei troni imperiali, il distintivo degli ordini e delle onorificenze, o - come accade banalmente oggi - una sorta di amuleto da esibire in qualsiasi contesto, anche inopportuno. In quegli anni di feroce persecuzione la croce era un segno di contraddizione e di scandalo e molto spesso conduceva all'emarginazione e alla morte. Più vicino a noi, quando fu conferita ad Hegel per i suoi 60 anni una medaglia con su una civetta e una croce, l'amico Goethe reagì stizzito: "Non capisco perché dovrei amare la croce, per quanto io stesso debba portarla". Recuperare lo scandalo e perfino la stizza rispetto alla croce è forse il primo atteggiamento da ritrovare dinanzi al lungo racconto della Passione, che secoli di consuetudine rischiano di aver addomesticato o all'occorrenza evirato. Per altro - come si intuisce dalla narrazione che ne fa Luca - il cuore dell'evento drammatico non è tanto la croce, quanto piuttosto il Crocifisso. La croce da sola resta un segno che evoca certo dolore, sofferenza, morte, ma senza svelarcene immediatamente il significato. La croce senza il Crocifisso resta come per gli antichi romani un supplizio infamante o come per i nostri contemporanei un elemento o-sceno. Guidati da Luca vogliamo dunque guardare non tanto alla croce, ma al Crocifisso. 1. "Quando fu l'ora, Gesù prese posto a tavola e gli apostoli con lui" (v. 14). La passione si apre con la rievocazione dell'ultima cena e la doppia menzione del calice, ma soprattutto con l'ombra inquietante del tradimento che si staglia ormai chiaramente. Non potrebbe esserci contrasto più stridente tra la donazione di Cristo spinta all'eccesso e l'ipocrisia di Giuda e, per altri versi, quella che non tarderà a manifestarsi nel misconoscimento di Pietro. Quanto a Giuda, Luca accenna, ma di fatto omette il momento del "bacio", perché troppo disgustoso ed equivoco sul piano affettivo e si dilunga invece sul parapiglia che ne segue e che porta al taglio dell'orecchio destro del servo del sommo sacerdote (cfr. v. 50). Solo il terzo evangelista annota che Gesù riattacca l'orecchio quasi a rimarcare l'esplicito rifiuto di ogni violenza soprattutto nei riguardi di quelle frange politicizzate ed estremistiche, a cui anche Giuda sembrerebbe non essere estraneo. Quanto a Pietro, invece, è sempre emozionante rivedere la sua sequela "a distanza" del Maestro che è strattonato nella casa del sommo sacerdote (cfr. v. 54) e, dopo il canto del gallo, lo sguardo di Gesù che letteralmente ‘converte' l'incauto capo degli apostoli (cfr. v. 61). Così nel buio assoluto emerge una luce repentina. Non è Pietro che ci ripensa, ma è "il Signore (che) voltatosi guardò Pietro e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto" (v. 61). 2. Un altro squarcio lucano che rivela il Crocifisso è il doppio incontro con Pilato prima e poi con Erode, che sembra voler protestare, per bocca di estranei, la sua totale innocenza politica. Appare chiaro che l'intento oltre che apologetico, mira pure a smascherare la pretestuosità dell'attacco giudeo. Pilato infatti incalza: "Sei tu il re dei Giudei"? Ed ottiene come risposta da Gesù: "Tu lo dici" (v. 23,3), che sembra in realtà un modo per prendere le distanze, ma anche per rassicurare della potenziale pericolosità del suo messianismo. E così Erode, intrigato da tempo dal profeta, per un verso lo prende in giro rivestendolo di una splendida veste (cfr. v. 11), ma in cuor suo presagisce che in fondo si tratta di un innocente. La cosa più sorprendente è che a contatto con l'uomo che gli sta davanti sia Pilato che Erode finiscono involontariamente per dichiararne la vera identità. Come Pilato che si lascia sfuggire: "Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte" (v. 15). Ma alla fine prevale la forza della piazza che grida a favore di Barabba (v. 18). Quasi a suggerire il fatto che la "banalità" del male si costruisce sull'insipienza di alcuni e sulla codardia di altri. In ogni caso sulla "stupidità" di tutti (H. Arendt). 3. Infine la rivelazione estrema del Crocifisso si ha sulla croce, che non è solitaria, ma è caratterizzata dalla presenza di altri due crocifissi. A prima vista tale compresenza sembrerebbe l'ennesimo sacrilegio di una vita violentata. In realtà la chiave di volta dell'intera scena è: "Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno" (v. 34). Nel perdono che include tutti, nessuno escluso, in primis i giudei, c'è il volto autentico di chi è veramente il Salvatore. Colui che non si salva da sé, che non scende dalla croce, ma rimane inchiodato. Proprio la sua impotenza finisce per svelarne il segreto. Non è un caso che uno dei due malfattori gli dice: "Gesù, ricordati di me" (v. 42). È la dichiarazione ormai non di un disperato, ma di un credente. La morte di Gesù, anzi il suo amore crocifisso segnerà anche il cambiamento del centurione pagano e della gente comune che se ne andrà attonita "percuotendosi il petto" (v. 48). Per tutti quello sguardo Crocifisso attira a sé. Come scrive in Cristiani e pagani, il martire D. Bonhoeffer: "Gli uomini vanno da Dio nella loro tribolazione, chiedono aiuto, invocano felicità e pane, redenzione dalla malattia, dalla colpa e dalla morte. Fan tutti così, cristiani e pagani: non c'è differenza. Gli uomini vanno da Dio nella Sua tribolazione, lo trovano povero, ingiuriato, senza tetto né pane, lo vedono debole, percosso dai peccati e dalla morte. I cristiani stanno presso Dio nella Sua sofferenza. Dio va da tutti gli uomini nella loro tribolazione, ne sazia l'anima e il corpo col Suo pane, sulla croce per i cristiani e i pagani trova la morte, a entrambi dona perdono e benevolenza". mons. Domenico Pompili - Il pane della Domenica |
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Si apre la settimana santa con questa domenica della passione del Signore. Dove sta il nocciolo di tutta questa tragedia che riviviamo nel mistero questa settimana? Dove è il punto che definisce il sacrificio redentore di Cristo? Oggi san Paolo ha una definizione precisa di Gesù: "L'obbediente fino alla morte". E il brano di Isaia prefigura il Messia nel Servo sofferente e lo presenta come l'uomo docile e paziente che accoglie il difficile disegno di Dio. Appunto come ha detto Gesù: "Non la mia ma la tua volontà sia fatta". Per questa passione sostiamo al Getsemani. Qui la sua libera decisione è radice del suo martirio sulla croce. Qui il dramma dell'obbedienza è vissuto sulla pelle di un uomo che sente tutta la fatica di un abbandono quasi assurdo al Padre. Mai come qui Gesù è vicino alle prove di ogni uomo. 1) LA PROVA
"Cominciò a sentire paura e
angoscia.
E disse: La mia anima è triste fino alla morte". Gesù
sembra scombussolato, impietrito. Il medico Luca dirà
che "il suo sudore diventò come gocce di sangue che
cadevano in terra" (Lc 22,44). Se fosse un uomo
qualunque, questo può sembrarci normale; ma è il Figlio
di Dio! Dio ha paura come noi: questa è la novità,
questo è lo scandalo: un Dio che prova quello che
proviamo noi! Qui sta la condivisione. 2) LA PREGHIERA Qui è il punto decisivo: pur di fronte all'assurdo, all'assurdo di un Dio che non difende i suoi, Gesù non si ribella, intuisce che qualcosa di grande lo investe, ne sente il peso e la fragilità, e PREGA, invoca l'aiuto di Dio. Quanto è bella una preghiera d'aiuto, e in bocca a Gesù! Probabilmente solo in cielo potremo fare la preghiera di lode e ringraziamento; di qui siamo dei poveretti bisognosi di tutto. Ciò che sta alle spalle è la convinzione incrollabile che Dio non può volere il nostro male né ci può abbandonare. Diceva santa Teresa di Lisieux: Non posso credere che il sole non brilli anche al di là della coltre di nubi che me lo cela. Gesù dice: "Io non sono mai solo, perché il Padre è con me" (Gv 16,32). Dice Luca: "In preda all'angoscia, pregava più intensamente" (Lc. 22,44). In Matteo Gesù diventa più intimo: "Padre mio..." (Mt. 26,39). E Dio non manca di sostenerlo: "Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo" (Lc. 22,43). Gesù è convinto che la forza gli viene dal Padre, non presume di sé. Dirà san Paolo di ogni cristiano: "Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi" (2 Cor. 4,7). E' la preghiera propria dei Salmi: c'è l'angoscia ma sempre aperta e fiduciosa di Dio. Per questo Gesù, proprio sulla scorta della sua esperienza personale, dirà: "Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mt. 26,41). Proprio con la forza della preghiera avrà il coraggio di dire e decidere: "Tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà". E' un' OBBEDIENZA dura e difficile che nasce dall'amore, dalla resa all'amore, dall'abbandonarsi a Dio con una fiducia estrema. E' proprio questo il passo che noi dobbiamo compiere: poiché col peccato diciamo di no a Dio, il riscatto richiesto da Dio è un atto di amore pieno e totale, rischioso e fiducioso, appunto una OBBEDIENZA, non fatta di parole ma di cose che costano. Il Figlio di Dio per primo ha voluto vivere fino in fondo questa condizione, dire lui per primo questo sì difficile, per potercene dare l'esempio e la forza. Tutto questo è riassunto in questo testo eccezionale della Lettera agli Ebrei: "Gesù nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote" (Eb. 5,7 - 10). "Con forti grida e lacrime ..", sono parole che esprimono tutta l'umanità di Gesù, e la sua fatica di essere uomo. Non è un eroe che muore cantando; come noi sente tutto il peso della nostra natura. Dirà ancora la Lettera agli Ebrei: "Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno" (Eb 4,15-16). In questi momenti drammatici, gli apostoli dormono: "Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?" (Mt 26,40). Può capitare che non si capisca e non si creda alla rivelazione di un Dio così umano e vicino a noi; e non si colga la drammaticità della "obbedienza" che anche noi dobbiamo a Dio per la nostra salvezza. Celebrare la Pasqua significa essenzialmente ricordare, ma soprattutto rendere presente quell'atto di obbedienza compiuto da Gesù al Getsemani perché anche noi ne abbiamo lucida consapevolezza e forza nei nostri momenti difficili di prova. don Romeo Maggioni |
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Nel vangelo della domenica delle Palme ascoltiamo per intero il racconto della passione secondo san Luca. Ci poniamo la questione cruciale, quella per rispondere alla quale furono scritti i vangeli: perché un uomo così è finito sulla croce? Quale il motivo e chi i responsabili della morte di Gesù? Secondo una teoria che ha cominciato a circolare in seguito alla tragedia della Shoa degli ebrei la responsabilità della morte di Cristo ricade principalmente, anzi forse esclusivamente, su Pilato e l'autorità romana, il che indica che la sua motivazione è più di ordine politico che religioso. I vangeli hanno scagionato Pilato e accusato di essa i capi dell'ebraismo per tranquillizzare le autorità romane sul loro conto e farsele amiche. Questa tesi è nata da una preoccupazione giusta che tutti oggi condividiamo: togliere alla radice ogni pretesto all'antisemitismo che tanto male ha procurato al popolo ebraico da parte dei cristiani. Ma il torto più grave che si può fare a una causa giusta è quello di difenderla con argomenti sbagliati. La lotta all'antisemitismo va posta su un fondamento più solido che una discutibile (e discussa) interpretazione dei racconti della Passione. L'estraneità del popolo ebraico, in quanto tale, alla responsabilità della morte di Cristo riposa su una certezza biblica che i cristiani hanno in comune con gli ebrei, ma che purtroppo per tanti secoli è stata stranamente dimenticata: "Colui che ha peccato deve morire. Il figlio non sconta l'iniquità del padre, né il padre l'iniquità del figlio" (Ez. 18,20). La dottrina della Chiesa conosce un solo peccato che si trasmette per eredità di padre in figlio, il peccato originale, nessun altro. Messo messo al sicuro il rifiuto dell'antisemitismo, vorrei spiegare perché non si può accettare la tesi della totale estraneità delle autorità ebraiche alla morte di Cristo e quindi della natura essenzialmente politica di essa. Paolo, nella più antica delle sue lettere, scritta intorno all'anno 50, dà, della condanna di Cristo, la stessa fondamentale versione dei vangeli. Dice che i "giudei hanno messo a morte Gesù" (1 Ts. 2,15), e sui fatti accaduti a Gerusalemme poco tempo prima del suo arrivo in città egli doveva essere informato meglio di noi moderni, avendo, un tempo, approvato e difeso "accanitamente" la condanna del Nazareno. Non si possono leggere i racconti della Passione ignorando tutto ciò che li precede. I quattro vangeli attestano, si può dire a ogni pagina, un contrasto religioso crescente tra Gesù e un gruppo influente di giudei (farisei, dottori della legge, scribi) sull'osservanza del sabato, sull'atteggiamento verso i peccatori e i pubblicani, sul puro e sull'impuro. Una volta però dimostrata l'esistenza di questo contrasto, come si può pensare che esso non abbia giocato alcun ruolo al momento della resa finale dei conti e che le autorità ebraiche si siano decise a denunziare Gesù a Pilato unicamente per paura di un intervento armato dei romani, quasi a malincuore? Pilato non era una persona sensibile a ragioni di giustizia, tale da preoccuparsi della sorte di un ignoto giudeo; era un tipo duro e crudele, pronto a stroncare nel sangue ogni minimo indizio di rivolta. Tutto ciò è verissimo. Egli però non tenta di salvare Gesù per compassione verso la vittima, ma solo per un puntiglio contro i suoi accusatori, con i quali era in atto una guerra sorda fin dal suo arrivo in Giudea. Naturalmente, questo non diminuisce affatto la responsabilità di Pilato nella condanna di Cristo, che ricade su di lui non meno che sui capi ebrei. Non è il caso, oltre tutto, di volere essere "più ebrei degli ebrei". Dalle notizie sulla morte di Gesù, presenti nel Talmud e in altre fonti giudaiche (per quanto tardive e storicamente contraddittorie), emerge una cosa: la tradizione ebraica non ha mai negato una partecipazione delle autorità religiose del tempo alla condanna di Cristo. Non ha fondato la propria difesa negando il fatto, ma semmai negando che il fatto, dal punto di vista ebraico, costituisse reato e che la sua condanna sia stata una condanna ingiusta. Alla domanda: "perché Gesù fu condannato a morte", dopo tutte le ricerche e alternative proposte, si deve dunque dare ancora la risposta che danno i vangeli. Fu condannato per un motivo essenzialmente religioso, che però venne abilmente formulato in termini politici per meglio convincere il procuratore romano. Il titolo di Messia su cui era imperniata l'accusa del Sinedrio, nel processo davanti a Pilato diventa "Re dei giudei" e questo sarà il titolo di condanna che verrà appeso alla croce: "Gesù Nazareno Re dei giudei". Gesù aveva lottato tutta la vita per evitare questa confusione, ma alla fine sarà proprio essa a decidere della sua sorte. Questo lascia aperto il discorso sull'uso che si fa dei racconti della Passione. In passato essi sono stati usati spesso (per esempio in certe rappresentazioni teatrali della Passione), in maniera impropria, con forzature antigiudaiche. Questa è cosa oggi da tutti fermamente riprovata, anche se forse qualcosa resta ancora da fare per eliminare dalla celebrazione cristiana della Passione tutto ciò che può offendere la sensibilità dei fratelli ebrei. Gesù fu e resta, nonostante tutto, il dono più grande che l'ebraismo ha fatto al mondo. Un dono, tra l'altro, che ha pagato a caro prezzo... La conclusione che possiamo tirare dalle considerazioni storiche fatte è dunque che potere religioso e potere politico, i capi del sinedrio e il procuratore romano, parteciparono entrambi, per motivi diversi, alla condanna di Cristo. Dobbiamo aggiungere subito che la storia non dice tutto e neppure l'essenziale su questo punto. Per la fede, a mettere a morte Gesù siamo stati tutti noi con i nostri peccati. Lasciamo ora da parte le questioni storiche e dedichiamo qualche istante a contemplare Lui. Come si comporta Gesù nella Passione? Sovrumana dignità, pazienza infinita. Non un solo gesto o una parola che smentisca quello che egli aveva predicato nel suo vangelo, specialmente nelle Beatitudini. Egli muore chiedendo il perdono per i suoi crocifissori. E tuttavia nulla in lui che somigli all'orgoglioso disprezzo del dolore dello stoico. La sua reazione alla sofferenza e alla crudeltà è umanissima: trema e suda sangue nel Getsemani, vorrebbe che il calice passasse da lui, cerca sostegno nei suoi discepoli, grida la sua desolazione sulla croce: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Un tratto di questa sovrumana grandezza di Cristo nella Passione soprattutto mi affascina: il suo silenzio. "Gesù taceva" (Mt. 26,63). Tace davanti a Caifa', tace davanti a Pilato che si irrita del suo silenzio, tace davanti ad Erode che sperava vederlo fare un miracolo (cf. Lc. 23,8). "Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta", dice di lui la Prima lettera di Pietro (2,23). Solo un istante prima di morire rompe il silenzio e lo fa con quel "alto grido" che emette sulla croce spirando e che strappa al centurione romano la confessione: "Veramente quest'uomo era figlio di Dio" padre Raniero Cantalamessa |
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Prima scena: l'ingresso di Gesù in Gerusalemme, acclamato come re dai discepoli e da una folla entusiasta (Lc. 19,28 - 40). I cristiani oggi, con la medesima esultanza, si stringono al loro Signore, ormai vivo per sempre in mezzo a loro. Gesù entra nella Citta Santa per affrontare la sua passione. Tale ingresso, però, è un annuncio della vittoria strabiliante che Egli riporterà sulla morte. I fedeli si associano a Lui e rivivranno in questi giorni il suo dramma, con lo sguardo orientato verso il traguardo della risurrezione. Il ramoscello di palma o di olivo - che portiamo a casa o regaliamo a qualcuno - non è un portafortuna, ma un segno - ricordo dell'esperienza di fede in Gesù che oggi abbiamo fatto e un richiamo a restargli fedeli. Seconda grande scena: il racconto della passione del Signore secondo Luca. L'evangelista ha ricevuto questa storia da testimoni oculari, da persone ormai certe che il Crocifisso era risorto, lo avevano incontrato, e consideravano la tragedia finale della sua vita un immenso tesoro da non dimenticare. E' un dono, e anche un grande atto di saggezza, sostare in ascolto e in contemplazione davanti alla Passione del Signore. Per i credenti, infatti, la storia che Luca narra è una storia unica. Unica perché Colui che ha sofferto tali pene era innocente, come nessun altro mai. Unica perché non era un semplice uomo, ma il Messia, il Figlio stesso di Dio. Unica perché la passione non è stata da Lui subita, ma accettata per amore, in piena lucidità e totale libertà. Unica perché una morte così vergognosa non è stata e non poteva essere un fallimento definitivo, ma è sfociata nella risurrezione e nella vita gloriosa. Tutti aspetti sottolineati dal racconto di Luca. Il discepolo è invitato a contemplare con gratitudine e commozione questa storia di dolore e di amore, anzi a viverla seguendo Gesù attraverso la conversione e l'imitazione. Sosteremo in particolare davanti a due momenti. Il primo si svolge sul monte degli Ulivi (Lc. 22,39 - 46) e mette in luce la "passione interiore" di Gesù. E' l'ora in cui Satana sferra l'attacco decisivo contro di Lui (cfr. Lc. 4,13). Mai come in questo momento la tentazione è stata così forte. La tentazione di non ubbidire a Dio e di rifiutare il suo progetto. Ciò che opprime Gesù è il terribile problema: perché la morte violenta? Può essere questo il programma di Dio? Come è possibile che il disegno di Dio, il suo amore, la sua presenza si trovino nel dolore e nell'assurdo della morte? Quante volte il problema che angustia Gesù è anche il nostro! Gesù lotta contro la tentazione. Luca usa il termine "agonia" (v.44), che significa "angoscia", ma più propriamente "lotta", tensione sino allo spasimo. Gesù appare come l'atleta che ingaggia una lotta dura e "suda sangue" nello sforzo sovrumano del combattimento e vince, sostenuto dalla preghiera: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà". Nella preghiera Egli trova la forza per superare la tentazione, rimanendo fedele a Dio e accettando la passione. Una preghiera che rivela il suo rapporto intimo e personale con Dio: "Padre = Abbà" (v.42). Nella preghiera Egli viene come trasformato: rinuncia alla sua volontà per abbracciare in una resa incondizionata la volontà del Padre. Vince, così, la battaglia e si rivela veramente "Figlio di Dio", a Lui perfettamente unito nell'amore. Tale rapporto di Gesù col Padre è proposto al discepolo quale segreto per uscire vincitore da ogni prova. Tutta questa scena è in pratica un insegnamento sulla preghiera nel momento della tentazione. Il brano, nel quale domina la figura del Cristo orante e modello del discepolo, si apre e si chiude con la medesima esortazione di Gesù: "Pregate per non entrare in tentazione", cioè per non acconsentire alla tentazione (v. 40 e v.46). Quando preghiamo siamo uniti al Signore e abbiamo quindi la sua forza per resistere ad ogni assalto del Maligno. Pregare è ripetere l'invocazione del Padre nostro (cfr. Lc. 11,4): "Non ci indurre in tentazione" = fa' che non cediamo alla tentazione di tradirti e di perdere la fede. Pregare è ripetere con Gesù al Padre, in ogni circostanza fosse pure drammatica: "Non sia fatta la mia ma la tua volontà". Il secondo momento si ambienta sul Calvario (Lc. 23,33 - 46) e riguarda il culmine della passione di Gesù, cioè del suo spasimo fisico come della sua sofferenza interiore. Al discepolo che lo contempla il Maestro offre un esempio di sconfinato amore e fiducia, soprattutto attraverso la sua preghiera. Sulla croce Egli è più che mai la figura dell'Orante, espressa anche visivamente dalla posizione del Crocifisso con le braccia spalancate verso Dio e verso l'umanità intera. Invece del grido di abbandono (cfr. Mc. 15,34 e Mt. 27,46), Luca riporta tre parole di Gesù morente. -"Padre, perdonali..." (v.34): appare qui nitidamente la relazione personale di Gesù con suo "Padre" (= Abba, cioè papà) e la sua magnanimità nel perdonare le offese. Lo aveva insegnato (Lc 6,27 - 28.35 - 37) e ora lo pratica esistenzialmente. Nel momento del dolore più forte Gesù non si ripiega su se stesso, non pensa a se stesso, ma si preoccupa degli altri (anche se sono i suoi uccisori) e su di essi invoca il perdono proponendo l'attenuante della "seminfermità mentale": "...non sanno quello che fanno". Gesù ha implorato il perdono anche per noi, per certi nostri comportamenti? E quando avvertiamo la fatica e...l'impossibilità di perdonare, non basterebbe ogni volta guardare a Lui in croce e riascoltare la sua supplica al Padre? Nella scena degli insulti si verifica una svolta imprevista: uno dei malfattori crocifissi con Gesù non si associa agli insulti, ma confessa la sua colpevolezza, riconosce l'innocenza di Gesù e si rivolge a Lui con una supplica che esprime pentimento e fede messianica: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Le parole del brigante manifestano una confidenza e una familiarità che sorprendono. E' l'unica volta che nel vangelo di Luca uno si rivolge a Gesù chiamandolo per nome invece che col titolo abituale di "Maestro" e "Signore". La risposta di Gesù supera ogni attesa: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso". L'espressione più importante è "con me". Gesù gli assicura la comunione piena con Lui al di là della morte, la partecipazione al suo destino. La croce di Gesù trasforma il mondo, producendo la conversione delle persone e assicurandoci la misericordia. Contemplare a fondo la Croce significa capire che ci troviamo di fronte a un atto supremo di misericordia e di perdono, e nel contempo prendere coscienza del proprio stato di peccatori. Significa, insieme al buon ladrone, esprimere pentimento e fiducia in Gesù ("Gesù, ricordati di me"). Così un'intera vita sciupata e perduta viene ricuperata e salvata a contatto con Lui. Prima di spirare Gesù grida a gran voce: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". Gesù riprende, trasformandole, le parole del salmo 31,6. Si rivolge al Padre (=papà), gli offre la propria vita tutta trascorsa nel compiere la sua volontà fino al dono totale di sé nella morte. Nello stesso tempo chiede a suo Padre di accoglierlo con sé. La morte, che è per l'uomo estrema lacerazione e solitudine, è sentita da Gesù come incontro col Padre, come l'addormentarsi del figlio nelle braccia del suo papà. Come Gesù deve vivere e morire anche il cristiano. Non a caso in Atti 7,59 - 60 sulle labbra di Stefano morente sotto i colpi della lapidazione ritroviamo le medesime espressioni di Gesù sulla croce, con l'unica differenza che Stefano si rivolge al Cristo glorificato: "Signore Gesù, accogli il mio spirito...Non imputare loro questo peccato." "Non i chiodi tennero Gesù sulla croce, ma l'amore" (s. Caterina da Siena) "Se gli angeli potessero invidiare gli uomini, lo farebbero per due motivi: primo, perché Dio ha patito per loro; secondo, perché gli uomini possono patire per Dio" (s. Francesco di Sales). Potremmo precisare: "patire col Figlio di Dio". Non soltanto riconoscere il suo "volto dolente" in ogni uomo che soffre. Ma, ogni volta che tu soffri, puoi scoprire accanto a te il Crocifisso che ti chiama: Soffri con me, stringiti a me, unisci la tua pena alla mia. Lascia che io ti associ al mio dolore e possa soffrire in te e con te. Così la tua sofferenza acquisterà l'efficacia redentiva della mia passione. mons. Ilvo Corniglia |