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Attraverso immagini, simboli e allegorie il profeta Isaia (o meglio il Deutero Isaia) descrive il rinnovamento e il nuovo sistema di cose che il Signore sta per apportare nella storia. Ricorda innanzitutto parole e fatti di liberazione del popolo dall'Egitto e l'intervento potente e creativo con cui Dio aprì le acque del Mar Rosso per farvi transitare gli Israeliti mentre gli Egiziani, con i loro carri e i loro cavalli, venivano travolti dalla veemenza delle stesse acque che si richiudevano; poi il profeta conclude: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa." L'immagine invita a procedere oltre, dimentichi del passato e protesi verso il futuro (Fil. 3,13) in seguito ai prodigi che Dio ha compiuto a vantaggio dell'uomo, a motivarci nell'amore di Dio come unico criterio di scelta e motivazione fondamentale, a rinnovare le nostre attese perché da semplici aspettative diventino speranza. La novità apportata da Dio riguarda il suo amore nei nostri riguardi e di conseguenza il nuovo metro di apertura e di confidenza che noi si deve avere nei suoi confronti che richiede l'ottica della figliolanza e della fiducia libera e spontanea; ma ch proprio per questo comporta da parte nostra una nuova visione del peccato che determini il nostro itinerario di conversione seria e radicale, per la quale si accetta veramente la novità risolutiva con cui Dio vuole trasformarci. In altre parole, Dio che promette ogni bene e ogni e che di fatto porta a compimento le sue promesse ci chiede una riconsiderazione del peccato che interroghi soprattutto il nostro intimo, non già la prescrizione rigida e fissista di una normativa scritta o una prescrizione esteriore. Il peccato (che Paolo nelle sue lettere descrive quasi sempre come un concetto globale, uno stato di vita) va guardato come il costitutivo della nostra vita al quale tutti sono soggetti, la dimensione esistenziale che ostacola o rovina i nostri rapporti con Dio e che va recisa fin dalle sue origini, cioè fino al cuore dell'uomo. Il peccato inoltre non va individuato nei soli atti sensazionali e scandalosi che siamo soliti guardare solo in coloro che peccano "gravemente"; tale concezione, purtroppo corrrente anche ai nostri giorni, ci porta erroneamente a ritenerci a posto con la coscienza quando solo perché omettiamo di rubare o di uccidere. Esso va visto anche nelle "piccole" azioni deplorevoli, in quelle che sono le mancanze apparetemente irrilevanti e che in realtà, nonostante la nostta disattenzione arrivano sempre a rovinare i nostri rapporti anche con il prossimo. Potremmo fare tanti esempi. Seppure non sempre commettiamo atti turpi e riprovevoli, non per questo non siamo peccatori. Anche se la coscienza non ci rimprovera disattenzioni morali di grave entità, non per questo siamo autorizzati a pensare che essa non ci rimproveri proprio nulla… Chissà, forse non ci mette di fronte a peccati di grossa gittata sociale, ma certamente può metterci in vista il marcio delle immancabili colpe non palesate ma pur sempre consistenti e comunque sempre atti da cui redimersi e per i quali chiedere perdono. Una canzone di De Gregori si domandava: "Dimmi da che parte stai? Da parte di coloro che rubano nei supermercati o di chi costruisce i supermercati rubando?" Rispondiamo: riprovevole e scandaloso e meritorio di seria condanna è il secondo di questi due casi, ma neppure il primo caso è legittimo: anche rubare nei supermercati è moralmente illecito e che si possa farlo qualche volta in situazioni estreme di necessità non significa che si debba farlo sempre e comunque. Ma lasciamo che a parlare a tal proposito sia la pagina evangelica di oggi, che in un semplice episodio avvincente ci ragguaglia su quanto abbiamo appena affermato. E' vero, questa donna colta sul fatto in caso di adulterio merita la riprovazione e la condanna prevista dal Deuteronomio, ossia la lapidazione. Il suo peccato è evidente, scandaloso e sconcertante e neppure Gesù lo mette in dubbio, visto che al termine di ogni cosa le rivolge l'invito "Va e non peccare più". Ma siamo sicuri che fra tutti quegli uomini (e donne) che la stanno accusando e processando nessuno si sia mai macchiato di una colpa? E' possibile che nessuno di loro abbia mai commesso peccato? Non importa se di entità palesata o misconosciuta, certamente almeno qualcuno di questi soggetti inviperiti avrà commesso qualche misfatto o mancanza davanti a Dio e se l'adulterio è deprezzabile come atto turpe e scandaloso tutte le altre colpe non sono certo da meno. Nessuno ha quindi il diritto di scagliare una pietra contro questa donna adultera; piuttosto tutti avremmo di che farci lapidare per i nostri peccati, indipendentemente di quale natura e di quale portata essi siano, perché sempre di peccato si tratta seppure non sempre eclatante e non sempre manifesto. Di più: chissà poi se questa povera peccatrice, colta sul fatto mentre commetteva adulterio probabilmente fornicando con un altro uomo, avesse avuto davvero intenzioni malvagie e disoneste? Chi dice che in cuor suo non avesse avuto ben altre intenzioni e malauguratamente si sia ritrovata a peccare in atto ma non potenzialmente? E' possibile infatti che il suo sia stato semplicemente un caso accidentale e comunque non del tutto concorrente con la volontà. Tantissimi sono invece i casi nei quali si pecca di adulterio nell'intimità di cuore e la coscienza ci rimprovera dei peccati intenzionali, che sebbene non si trasformano in concreti atti di incoerenza morale sono pur sempre peccati. Anzi, lo sono più di quando vengano palesati, perché scaturiscono da un cuore mal disposto e da una coscienza meschina che cova nell'intimo la medesima malizia e perversità che rivelerebbero nelle azioni concrete. San Francesco di Paola, Fondatore del mio Ordine, esortando un penitente al Sacramento della Riconciliazione una volta gli disse: "Va' pulisci la tua casa, cioè la tua coscienza e sii no bbono cristiano". La coscienza infatti è la casa, cioè la dimora delle intenzioni dell'uomo la cui clausura nessuno può violare, che interessa sempre la nostra sfera personale irraggiungibile da qualsiasi occhio indiscreto, ma che sfugge a chiunque eccettuando Dio. Essa ci colloca in continua relazione con noi stessi e provvede essa medesima a smascherare le nostre colpe fondamentali e nessuno in realtà può resistere ai suoi tribunali. Può anche redarguirci su tutte le intenzioni cattive prima ancora che diventino fatti concreti, rivelando la ruggine della nostra malvagità intenzionale che è già peccaminosa, poiché è dal cuore dell'uomo che scaturiscono pensieri e volontà di ogni sorta. Chissà quanti di noi, al confessionale, si ricordano di certi comandamenti che il Catechismo di Pio X descriveva come "Non desiderare la roba o la donna degli altri" e se di conseguenza ci si accusa di mancanze di tal fatta? Il segreto del nostro successo comunque non è la legge fissista di un comandamento che imponga discipline esteriori sul peccato, ma la consapevolezza generale del peccato come rovina dei nostri rapporti con Dio e per ciò stesso come distruzione dell'uomo: del peccato certamente non occorre avere paura, ma convincerci della sua perniciosità e inutilità di fondo e di conseguenza della necessità di estirparlo fino dalle sue radici perché non resti impronta di esso nella nostra vita. Ancor meglio, la chiave di volta del problema è la consapevolezza della comunione che occorre instaurare con Chi intende ricominciare daccapo ogni cosa con noi, spianando una strada nel deserto, dimentico del passato e proteso verso il futuro e rinnovandoci fino in fondo. Cioè nel fondo delle nostre intenzioni. padre Gian Franco Scarpitta |
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Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei L'assenza di questo brano nei manoscritti più antichi e la convinzione che non si tratti di un testo originariamente giovanneo, ma più probabilmente lucano, non toglie nulla alla suggestione di una autentica perla evangelica, anche se verosimilmente aggiunta in seguito. Peraltro il racconto dell'adultera appare perfettamente inserito in un contesto dove Gesù marca la differenza della sua missione, precisando non senza una vena polemica: "Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno" (Gv. 8,15). 1. Il primo momento atterra l'animo perché fa emergere un intreccio inestricabile e angosciante di solitudini. Sola è anzitutto la donna, senza un nome che non sia il suo peccato. È lì mezza nuda, gettata per terra, dopo essere stata letteralmente trascinata a forza tra grida e violenze disumane. Non parla, forse non è neanche pentita, di sicuro però è in preda all'angoscia paventando il peggio. Solo è poi Gesù, chiamato in causa per essere incastrato proprio nel Tempio: comunque avesse risposto, avrebbe avuto di che ricredersi. Se avesse assecondato l'ansia di pulizia, avrebbe contraddetto la speranza di chi vedeva in lui finalmente un profeta diverso. Se avesse rifiutato la lapidazione, sarebbe stato accusato di tradimento della Legge che era esplicita al riguardo (Lv 20,10; Dt 22,22). Soli sono infine gli stessi accusatori che alla parola del Maestro si ritireranno ciascuno in ordine sparso e soprattutto in silenzio, presi da un'improvvisa consapevolezza delle proprie responsabilità. Tutta questa folla di solitudini sembra improvvisamente diradarsi, di fronte al gesto insolito di Gesù che, seduto per terra, comincia a tracciare strani segni per terra, inizialmente senza proferire parola. 2. Che cosa avrà mai scritto Gesù nell'atmosfera carica che lo circondava? I segni restano indecifrabili. Certamente è una pausa che sorprende ed inquieta. Non è però un gesto di puro disinteresse talmente lontana da lui è l'idea della lapidazione. Né tanto meno si tratta di semplice imperturbabilità tale è la forza della reazione che di lì a poco prenderà corpo. Forse potrebbe richiamare quanto Geremia lascia intendere: "Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona perché ha abbandonato il Signore, sorgente d'acqua viva" (17,13). In tal caso Gesù scriverebbe per dire con sommessa provocazione che chiedere la lapidazione in nome di Dio è averlo già abbandonato, perché egli è "sorgente d'acqua viva". È vita Dio, è futuro, è novità (cfr. 1ª lettura). Tutto il contrario di quei "vecchi" accusatori, che rivangano il passato e rimestano nel torbido per autoaffermarsi. Sta di fatto che ad un certo punto Gesù sbotta e a chi lo incalza replica: "Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei" (v. 7). Qui sembra quasi che il problema non sia più di salvare la donna dai suoi accusatori, ma piuttosto i suoi accusatori dalla donna. Sicuramente i farisei all'inizio avranno reagito in cuor loro, ma poi avranno sentito che quella colpa che volevano esemplarmente punire era in realtà nient'altro che la loro cattiva coscienza. Avranno i più devoti ricordato a se stessi quel passo della Scrittura che ammonisce con realismo: "Non c'è sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi" (Qo 7,20). Di qui l'unica via di uscita: il silenzio con cui escono di scena, consapevoli che condannare lei avrebbe significato in primo luogo condannare se stessi. 3. "Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo" (v. 9b). Finalmente il Maestro può esprimere alla ‘sciagurata' ciò che più gli sta a cuore senza pericolo di essere frainteso. "Donna, dove sono?", le dice e basta questa constatazione per far scattare uno sguardo che ha la potenza di trasformare la malcapitata. Essere perdonati prima di ogni altra cosa è percepire ‘quello' sguardo e presagire che la vita, anche la più disgraziata, offre sempre una nuova possibilità, riserva ancora un guizzo inedito, nasconde una chanche impensata. È il perdono infatti e non la perfezione il destino di ciascuno di noi: non si nasce perfetti, si diventa migliori. E soprattutto il passato può essere cancellato se si incrocia quello sguardo. Lo stesso da cui è stato sopraffatto un altro ex zelante, Paolo di Tarso (cfr. 2ª lettura) che, a distanza di anni non esita ad affermare: "Tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura" (Fil 3,8). "Va' e d'ora in poi non peccare più" (v. 11). Gesù non indulge al male né tantomeno flirta con l'ambiguità, con cui talvolta ai nostri giorni si scherza sull'adulterio. Ma - quel che più conta - sa leggere nel male il desiderio di bene e coglie nella donna la sua sete insoddisfatta di pienezza che è stata sinora contraddetta. Perché lo sanno tutti: dà più forza sentirsi riconosciuti nelle nostre aspirazioni di bene piuttosto che vedersi accusati nelle nostre manifestazioni di male. "La miseria umana e la misericordia divina" sono - nell'insuperabile interpretazione di Agostino - le protagoniste incontrastate di questo brano. La storia si ripete fino a noi, ogni giorno. mons. Domenico Pompili - Il pane della Domenica |
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"Ma, insomma, da che parte sei? Dalla parte della legge o dalla parte del perdono?" E' questo il dilemma che, con furbizia, gli scribi e i farisei pongono a Gesù per trarlo in inganno...Gli chiedono cosa ne pensa della lapidazione di una donna colta in flagrante adulterio! Non c'è via d'uscita... Comunque Egli risponda, c'è di che accusarlo...o di contraddizione verso i suoi continui insegnamenti di misericordia o di trasgressione della legge divina. La prima lo renderebbe ridicolo e non più credibile davanti al popolo, la seconda, più grave, lo condannerebbe come trasgressore. E tutti stanno lì ad attendere con la certezza nelle mani... la certezza dei sassi da scagliare per difendere una legge tenace e dura che Dio stesso ha inciso col Suo dito sull'altrettanto dura pietra. Ora quella stessa roccia trova, finalmente, degli arditi difensori e sta per schiacciare, secondo una mentalità tuttora esistente, come un macigno, non uno ma due trasgressori. Che legge è se non denuncia e punisce il male? E questa logica, spesso, viene usata per convenienza... Eh sì! La legge ci serve quando dobbiamo condannare qualcuno... solo allora diventa la nostra forza, quella forza accusatrice che ci fa sentire schierati dalla parte di Dio... E le pietre nelle nostre mani sono la difesa del Suo nome, della Sua volontà, anzi sono il concreto e atteso Suo intervento castigatore e la Sua benedizione per gli esecutori di condanne. Un cumulo di pietre sotterra per sempre il peccatore, anche se non distrugge il male... E per gli aguzzini diventa l'altare su cui ostentare orgogliosi la propria innocenza, quasi purificati da quel gesto di giustizia... Diventiamo paladini di moralità quando scopriamo l'errore degli altri e, con la complicità di chi ci sta vicino, li stringiamo in un cerchio di morte, che, se non arriva alla lapidazione, li uccide ugualmente stritolandoli tra accuse e condanne. Il popolo in questo è maestro, perché più è elevato il numero dei denunciatori più si attenua la responsabilità personale e si rafforza la violenza. E la belva è lì scalpitante, assetata di sangue, in attesa del segnale, ma Gesù prende tempo... Un tempo conveniente per chi deve ancora accumulare sufficienti munizioni... un tempo per far scaricare il pieno di violenza traboccante dagli occhi della gente, già arrossati di sangue... un tempo per non lasciarsi coinvolgere dall'euforia della folla... un tempo impiegato distrattamente a scrivere per terra... Cosa scrive Gesù? Forse riscrive sui blocchi del pavimento del Tempio quella legge che lo stesso dito di Dio ha scritto in tempi lontani... forse ripropone le stesse parole per comprendere con quale spirito 'quel' dito le ha incise. Perdere lo spirito di una legge divina significa trasformarla in trappola mortale. Scrive e pensa a quel Padre incompreso, che aveva messo al centro del giardino dell'Eden l'albero della vita dei Suoi figli e che si ritrova a lottare con l'uomo che mette ora al centro una donna da annientare... e tanti altri 'martiri' in lista d'attesa... ... pensa a quel Padre che ha dato una legge di vita che la cattiveria umana ha trasformato in trappola mortale per i fratelli... ... pensa a quel Padre che, nel Suo grande amore per l'uomo, ha chiesto al Figlio Suo di farsi vittima innocente per soddisfare la sete di sangue dell'umanità... ... pensa a quando starà Lui al centro come accusato e sentirà le stesse urla di quel popolo al quale sta strappando una vittima...e spera che il Suo gesto ora e il Suo Sacrificio dopo siano sufficienti perché non vengano inventate nuove vittime...
... pensa... pensa... pensa... poi si rialza, guarda
negli occhi quella gente inferocita e comprende che i
Suoi pensieri, in quel momento, non possono essere
accettati e che, per spegnere la sete di falsa giustizia,
l'unico sistema è quello... di far sentire sui loro
corpi il peso di quelle pietre! Poi Gesù incontra gli occhi smarriti della donna, vittima degli uomini, ma non di Dio... ... e le ricorda che la Legge di Dio è per la vita! don Ricciotti Saurino |
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Ce la faremo a capire che Dio ci vuol dare il suo perdono? "Lasciatevi riconciliare con Dio...". Ce la faremo a capire che noi dobbiamo vivere il perdono con chiunque? "Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano...". Nell'episodio della peccatrice adultera notiamo il tranello che i farisei e gli scribi tendono a Gesù, ricordando la chiarezza della legge. La legge è chiara, non i sono dubbi. Una donna che va con un altro uomo non merita pietà. Quello che ha fatto è grave: ha tradito la sua famiglia, suo marito, i suoi figli. Il male che ha commesso deve essere tolto di mezzo. Per questo viene lapidata: perché davanti al male non ci possono essere mezze misure. Gli scribi e i farisei conoscono bene la legge e chiedono a Gesù di applicarla. Senza mezzi termini. Del resto ci troviamo non in un luogo qualsiasi, ma sulla spianata del tempio, in un luogo sacro. Gesù si sentirà di andare contro la "legge di Dio" proprio mentre si trova nella sua casa? Della donna e del male che ha commesso, a questa gente non importa nulla; per loro è solo un pretesto, per mettere Gesù in difficoltà. Dapprima si mette a scrivere, col dito, per terra. Cosa abbia scritto il vangelo non lo dice. Poi lancia il suo avvertimento: "Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei, per ucciderla". Almeno ora diventano onesti e sono coerenti: uno alla volta se ne vanno tutti, cominciando dai più anziani. Ora resta solo la donna e Gesù; dice S. Agostino: la "misera" e la "misericordia". Ma Gesù non vuole affatto condannare, non è venuto per questo. E' venuto a portare misericordia, a guarire i malati per questo lascia libera la donna. "Nessuno ti ha condannata?" "Neppure io ti condanno!". Ma deve togliere il male, lottare contro il male. Per questo le dice: "Và e non peccare più". Sono le parole più belle e più grandi che il cuore di Dio a chi sente tutta la sofferenza dei propri peccati. Gesù dice a ciascuno: Io non ti condanno. Gesù non è venuto a condannare il mondo, ma a salvarlo; non è venuto per i giusti, ma per i peccatori... Vogliamo imparare tutto l'insegnamento di Gesù mettendoci al posto della peccatrice. Non dobbiamo avere paura di incontrare Gesù quando abbiamo sbagliato, quando siamo nel peccato, nella debolezza, nella tentazione. Ci ama sempre... E' proprio l'unica cosa necessaria che ci possa capitare e che noi dobbiamo cercare: l'incontro con Gesù che prende le nostre difese, ci capisce, ci perdona e ci salva. La fiducia nella misericordia del Signore deve diventare la luce e la forza di ogni giorno della nostra vita. Sentiamo anche tutta la profondità dell'invito di Gesù: Và e non peccare più. Su certi peccati ce la dobbiamo fare e ce la faremo a essere decisi, a tagliare ciò che va tagliato. "Ciò che è male in te, taglialo". Dobbiamo chiedere e credere a tutta la forza del Signore. Su altri può darsi che facciamo ancora fatica e che ci capiti di sbagliare ancora: anche qui vogliamo chiedere tanta forza al Signore, per tornare sempre a lui, implorare il suo perdono, ricominciare ogni volta con buona volontà: ma siamo certi, con il Signore vinceremo e Lui ci salverà. Vogliamo imparare tutto l'insegnamento di Gesù, mettendoci al posto dei farisei e degli scribi. Gesù ci aiuta a esaminare la nostra coscienza, a essere onesti e sinceri, a riconoscere che anche noi tante volte facciamo i peccati che denunciamo negli altri e che anzi possiamo essere certe volte noi stessi causa di quei peccati. Si tratta di depositare i sassi. Facciamo degli esempi: la violenza. Noi puntiamo il dito contro la violenza, ma molte volte noi stessi forse coltiviamo le cause della violenza, il disagio sociale, l'ingiustizia, la cattiva educazione. L'immoralità: noi puntiamo il dito contro l'immoralità nei giovani, nelle famiglie, nelle relazioni sociali. Ma forse siamo in parte noi stessi causa di tutto questo, quando sin permette una cultura che banalizza e strumentalizza la sessualità, che scardina la fedeltà, la famiglia, l'impegno e il sacrificio. La politica: si punta il dito contro tanti errori e inadempienze o contro un modo di fare politica che afferma il bene della gente solo a parole ma in fondo non è altro che un cercare interessi personali e di parte. Ma ciascuno di noi deve esaminarsi se ha capito e se coltiva nel cuore quello che Gesù ha detto: Chi vuol essere il primo si faccia servo di tutti, Io non sono venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita. La religiosità. Puntiamo il dito sulla scarsa religiosità e la scarsa frequenza alla chiesa. O ci scandalizziamo di fronte a tante forme di magia e di satanismo. Ma come presentiamo la religione, come coltiviamo l'educazione religiosa nelle famiglie, come siamo accanto ai ragazzi e ai giovani nella loro crescita, viviamo la fede noi adulti? Immigrazione: spesso diciamo contro gli stranieri e condanniamo certi fenomeni negativi del loro comportamento. Ma in fondo se possiamo sfruttarli lo facciamo volentieri: affitti, lavori,... Di questi esempi ciascuno ne può trovare tanti altri. Si tratta di deporre davanti a Cristo questi sassi che vorremmo scagliare, si tratta di esaminare e convertire il nostro cuore per non essere più gente che giudica, ma gente che prende coscienza dei propri peccati e responsabilità e prende su di sé, sull'esempio di Cristo, i peccati dell'umanità, per vincerli e portare la salvezza, la grazia, la vita vera. Chiediamo di essere capaci di imitare un poco almeno il Signore Gesù, il quale non è venuto per giudicare il mondo, ma per salvarlo. E lo ha fatto non facendola pagare agli altri, ma pagando lui con la sua passione. don Roberto Rossi |
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La "vita nuova" è il tema delle tre letture di questa domenica. La annunciava già il profeta Isaia (I lettura) agli esiliati di Babilonia predicendo il ritorno in patria: "Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia". La promessa era accompagnata da due segni eloquenti: una strada nel deserto e fiumi d'acqua nella steppa (v. 19). Per Paolo (II lettura) la vita nuova è una persona, Cristo Gesù,l'unico tesoro, di fronte al quale tutto il resto è perdita e spazzatura (v. 8). È Lui l'unica meta da conquistare correndo con ogni sforzo. Paolo sente tale impegno non come un peso, ma come una risposta d'amore verso Cristo che lo ha conquistato (v. 12.14). Per questo lo vuole annunciare a tutti. "All'alba" (Vangelo), sulla spianata del tempio di Gerusalemme, ebbe inizio la vita nuova anche per una donna "sorpresa in flagrante adulterio" (v. 4). Una donna da lapidare secondo la legge, buttata lì come uno straccio davanti a Gesù, unica accusata di una colpa che, per definizione, suppone un complice, che però si è abilmente volatilizzato... Gesù la salva dalla sassaiola con atteggiamenti sorprendenti, che provocano un cambio totale della situazione: anzitutto il silenzio disarmante di Gesù, poi quei segni(storicamente) indecifrabili per terra (v. 6.8), e infine la sfida a scagliare la prima pietra (v. 7), smascherano tutta l'ipocrisia di quelli accusatori legalisti dal cuore di sasso. Alla fine, la donna e Gesù restano soli: 'la miseria e la misericordia', commenta Sant'Agostino. Gesù parla alla donna: nessuno le aveva parlato, l'avevano trascinata a base di spintoni e accuse. Le parla non con i nomi di strada, ma con rispetto, riconoscendone la dignità; la chiama 'donna', come Egli soleva chiamare sua madre (Gv 2,4; 19,26). Gesù distingue tra lei -donna fragile, certo- e il suo errore, che Egli però non approva: l'adulterio è e resta un peccato (Mt 5,32), anche nel caso di un desiderio disonesto (Mt 5,28; e IX comandamento). Gesù condanna il peccato ma non la peccatrice; non si ferma ad analizzare il passato, ma rilancia la vita, riapre il futuro. Il nocciolo del racconto non è il peccato, ma il cuore di Dio che ama e vuole che noi viviamo. É questa l'immagine di Dio-amore che Gesù vuole far passare: che la donna sperimenti che Dio la ama così com'è. In tal modo la donna, sentendosi rispettata, amata, protetta, è in grado di accogliere l'invito di Gesù a non peccare più (v. 11). Dio salva amando. Solo l'amore converte e salva! Questo 'scomodo' brano di vangelo ha avuto una storia travagliata: è omesso in vari codici antichi, è spostato in altri. C'è chi pensa che l'autore non sia Giovanni ma Luca, dato lo stile e il messaggio molto simili alla 'parabola del padre misericordioso' (vedi Luca 15, nel Vangelo di domenica scorsa), con i vari personaggi: la donna nei panni del figlio minore; gli scribi e i farisei in linea con il figlio maggiore; e Gesù nel perfetto ruolo del Padre. Lo sottolinea anche un noto autore moderno: "Testo insopportabile, che manca in diversi manoscritti. La coscienza morale, e anche la coscienza religiosa degli uomini non può ammettere che il Cristo rifiuti di condannare la donna... Essa è stata sorpresa in flagrante delitto; ha commesso uno dei peccati più gravi che la Legge conosca... Il Cristo confonde gli accusatori ricordando loro l'universalità del male: anch'essi, spiritualmente, sono degli adulteri; anch'essi in un modo o nell'altro, hanno tradito l'amore. 'Chi è senza peccato...' Nessuno è senza peccato, ed egli concluse dicendo: «Va' e non peccare più»: una frase che apre un nuovo avvenire" (Olivier Clément). Il brano evangelico costituisce una intensa pagina di metodologia missionaria per l'annuncio, la conversione, l'educazione alla fede e ai valori della vita. L'amore genera e rigenera la persona, la rende libera; Gesù educa all'amore vissuto nella libertà e nella gratuità. Solo a queste condizioni si capisce perché dobbiamo lasciar cadere dalle mani le pietreche vorremmo scagliare sugli altri. Il fatto poi che i più anziani comincino a sfilare via (v. 9) rivela in loro un senso di colpa, di vergogna, o di aver capito la lezione? Infine risulta chiaro che chiunque opera e lotta per le pari opportunità tra donna e uomo, in qualunque ambito, trova in Gesù un precursore ideale, un pioniere e un alleato. padre Romeo Ballan |
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Non si può leggere il brano, che il Vangelo ci propone in questa domenica di Quaresima, senza provare una grande emozione per la delicatezza, l'amore che Gesù mostra davanti alla donna adultera, che scribi e farisei gli avevano condotto davanti, Soprattutto per vedere come si sarebbe comportato, se seguendo la legge di Mosè o contro. Possiamo facilmente immaginare lo stato d'animo di quella donna 'colta in flagrante adulterio'. Già l'essere stata scoperta sul fatto, deve essere stato umiliante. Ma vedersi poi strattonata e portata per le vie, sotto il disprezzo di tutti, verso il monte degli Ulivi, dove anche Gesù presto avrebbe subito la stessa vergogna, come condannato alla crocifissione, era sapere che presto il senso di 'morte interiore', che già provava, sarebbe stata una realtà definitiva: posta in mezzo tra gli scribi e i farisei da una parte e Gesù dall'altra sarebbe stata lapidata per la sua colpa. Chi di noi non ricorda il tempo, non tanto lontano, di 'tangentopoli', quando era all'ordine del giorno la sfilata con le manette ai polsi, sotto i riflettori impietosi della TV e il disprezzo generale? Ho conosciuto parecchie di queste persone, che finirono in manette, per quel reato. Ne ricordo in particolare una, che ricopriva un alto incarico. Viveva in uno stato di ansia, da quando gli era giunto l'avviso di garanzia, pronta ad essere prelevata dalle forze dell'ordine e portata in tribunale, additata come un ignobile corrotto. "Mi sembrava di vivere nell'anticamera della morte. Morivo ogni giorno un poco, per il disprezzo che sempre più saliva nell'opinione pubblica e la vergogna di essere finito nella polvere. E non avevo alcuna colpa. Chi non ha provato 'il tintinnio delle manette', sotto i riflettori, con la sensazione di essere calpestato da tutti, come fosse un cencio, non può capire cosa abbia voluto dire la posizione di quella donna evangelica, in piazza, in attesa della sentenza di morte da parte di Gesù...perché chi l'aveva trascinata in quella piazza, aveva già decretato la sua condanna". Ho rivisto quell'amico dopo quella esperienza. Anche se dichiarato innocente, era un uomo provato, come un semivivo, segnato da un dolore che non riusciva a superare, a nascondere. Non era più la persona 'importante', che avevo conosciuto, ma 'un relitto umano', che si trascinava a stento, evitando tutto e tutti, per schivare il disprezzo che gli si era appiccicato alla pelle, come una lebbra inguaribile. Ed anche se non in quella forma, siccome tutti siamo fragili e quindi facili a sbagliare, a volte la nostra debolezza, più o meno grave, quando si manifesta agli occhi della gente, subito fa scattare il disprezzo o la condanna. E difficilmente riusciamo a cancellarne il ricordo. È un 'sentirsi' privati della stima o del perdono, che sono la forza che ci consente di andare avanti. Ma per fortuna la meraviglia del Cuore di Dio è diversa. Lui è 'un papà' e i papà non si concedono la disistima del figlio, anche quando sbaglia. Il cuore di un papà non glielo consente, magari strilla, ammonisce, ma poi perdona, sempre, il figlio. Il cuore di un papà ama sempre. Come quello della mamma che era con me, quando visitavo i terroristi nelle carceri. Ci divideva da loro uno spesso vetro, che non permetteva alcun contatto. Ci si parlava con un microfono. Quella mamma meravigliosa, davanti alla figlia terrorista, piangendo e bagnando il vetro con le lacrime, continuava a recitare come un rosario: "Ti voglio bene...sei sempre mia figlia...ti voglio bene". Di fronte a questa immagine di amore, mi venne da piangere con lei. Il perdono, e lo abbiamo meditato nel Vangelo del figlio prodigo, è davvero il grande Cuore di Dio, che non si fa scoraggiare dai nostri sbagli: neppure ci toglie un briciolo di stima, come si fa con i figli...ma conosce solo la commozione e 'le braccia al collo', quando il figlio si ravvede e rientra in se stesso. C'era un tempo, in cui si pensava a Dio, non come un Padre che per perdonarci sacrifica Suo Figlio, Gesù, ma come un Giudice pronto a condannarci o punirci. E le nostre 'confessioni', tante volte, risentivano di questo carattere di 'giudizio', non di incontro gioioso. Ma gustiamo, parola per parola, il Vangelo di oggi: "Gesù si avviò verso il Monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da Lui ed Egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Neanche io ti condanno: va' e non peccare più" (Gv 8,1 - 11). Se la settimana scorsa Gesù, con la parabola del figlio prodigo, rivelava la incredibile ampiezza della Misericordia del Padre, e Sua: "commosso gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo e disse: Facciamo festa perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita", ancor più, nell'episodio della donna adultera, colta in flagrante adulterio e da condannarsi, secondo la Legge, alla lapidazione, mostra quanto in Lui prevalga la Misericordia su quella che noi, a volte, non so con quale diritto, chiamiamo giustizia. La differenza, rispetto a noi, è che Dio non ama la morte del peccatore, ma desidera solo che si converta e viva. Noi, invece, a volte, preferiamo la morte del peccatore o la pena, disinteressati rispetto alla sua vita. Quante volte, forse anche noi, per qualche sbaglio, dovuto alla debolezza umana, sorpresi nel fallo, ci siamo trovati come quella donna: al centro dell' attenzione, con tanti che gridavano chiedendo giustizia, terribilmente soli? Se Dio ci vede 'caduti', qualunque sia la nostra colpa, preferisce darci una mano per rialzarci e aiutarci a tornare a vita nuova, come il figlio prodigo. Fa davvero impressione, intorno a quella donna, da un lato la folla di giudici che ne invocano la morte e, 'con una raffinata malizia', vogliono anche condannare Gesù, e la sua sentenza, mentre dall'altra parte c'è proprio Lui, Gesù, che davanti al peccato tace, si china per terra, prendendo un netto distacco da loro, da noi, forse triste proprio per la nostra condotta di giudici senza pietà, che proprio non ci spetta. E come a confermare questa immensa Bontà e Misericordia di Dio, scrive il profeta Isaia: "Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò una strada nel deserto, immetterò fiumi nella steppa, mi glorieranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua nel deserto, fiumi alla steppa per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo, che lo ho plasmato per me, celebrerà le mie lodi" (Is. 43,16 - 22). Davvero meraviglioso è l'Amore di Dio... e noi abbiamo paura a gettarci nelle Sue braccia?! Come ce la spieghiamo questa paura o vergogna? La Pasqua, che è ormai alle nostre porte, ci invita a sperimentare la Bontà del Signore, che ci aspetta tutti sulla porta di casa Sua, attende che rientriamo in noi stessi e, attraverso il sacramento della Penitenza, vuole poterci correre incontro e gettarci le braccia al collo. Dinnanzi alla nostra coscienza che, a volte, si oscura per la vergogna o paura, o di fronte ad una mentalità che preferisce affidarsi alla giustizia umana, che a volte chiude gli orizzonti della vita, ci attende Gesù che ci dice: "Io non ti condanno! Va' in pace e non peccare più". Scriveva Paolo VI, commentando questo Amore: "In un mondo che si divora nell'egoismo, individuale e collettivo, che genera gli antagonismi, le inimicizie, le gelosie, le lotte di interesse, le lotte di classe, le guerre, l'odio in una parola, noi proclameremo la Legge dell'Amore, che si diffonde e si dona, che sa allargare il cuore ad amare gli altri, a perdonare le offese, a servire gli altrui bisogni, a sacrificarsi senza calcoli, a farsi povero per i poveri, fratello per i fratelli, a creare un mondo nuovo di concordia, di giustizia e di pace" (28.6.1956). Non mi resta, cari amici, che pregare ed augurare a tutti che la Pasqua, che è alle porte, ci faccia conoscere i passi verso il ritorno al Padre, per insieme cantare la Gioia dell'Alleluja! mons. Antonio Riboldi |
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Abbiamo ancora nella mente e nel cuore la commovente pagina del Figliol prodigo della liturgia di domenica scorsa: era una parabola con cui il Signore ci esortava a credere nella infinita misericordia del Padre celeste e a lasciarci riconciliare con Lui per vivere nella pace vera dell'anima. Oggi dalla parabola passiamo alla realtà: Gesù dà tutto il suo perdono alla donna peccatrice, le cambia il cuore, le dà la possibilità e la forza di ricominciare tutto da capo, di "non peccare più". Anche noi dobbiamo mettere in pratica ciò che abbiamo sperimentato e capito. Abbiamo sperimentato tante volte la misericordia come il figlio prodigo, dobbiamo imparare a vivere nell'amore di Dio, con la sua forza: "rimanete nel mio amore". Abbiamo capito come il figlio maggiore della parabola che non ci possiamo mai sentire a posto, che non possiamo giudicare, che dobbiamo imparare a fare festa per ogni persona che è in cammino verso il Signore: sarà il modo migliore per far scomparire tanta parte del male che c'è nel mondo. Nell'episodio della peccatrice adultera abbiamo notato il tranello che i farisei e gli scribi tendono a Gesù, ricordando la chiarezza della legge. La legge è chiara, non ci sono dubbi. Una donna che va con un altro uomo non merita pietà. Quello che ha fatto è grave: ha tradito la sua famiglia, suo marito, i suoi figli. Il male che ha commesso deve essere tolto di mezzo. Per questo viene lapidata: perché davanti al male non ci possono essere mezze misure. Gli scribi e i farisei conoscono bene la legge e chiedono a Gesù di applicarla. Senza mezzi termini. Del resto ci troviamo non in un luogo qualsiasi, ma sulla spianata del tempio, in un luogo sacro. Gesù si sentirà di andare contro la "legge di Dio" proprio mentre si trova nella sua casa? Della donna e del male che ha commesso, a questa gente non importa nulla; per loro è solo un pretesto, per mettere Gesù in difficoltà. Dapprima si mette a scrivere, col dito, per terra. Cosa abbia scritto il vangelo non lo dice. Poi lancia il suo avvertimento: "Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei, per ucciderla". Almeno ora diventano onesti e sono coerenti: uno alla volta se ne vanno tutti, cominciando dai più anziani. Ora resta solo la donna e Gesù; dice san Agostino: la "misera" e la "misericordia". Ma Gesù non vuole affatto condannare, non è venuto per questo. E' venuto a portare misericordia, a guarire i malati, per questo lascia libera la donna. "Nessuno ti ha condannata?" "Neppure io ti condanno!". Ma deve togliere il male, lottare contro il male. Per questo le dice: "Và e non peccare più". Sono le parole più belle e più grandi del cuore di Dio a chi sente tutta la sofferenza dei propri peccati. Gesù dice a ciascuno: Io non ti condanno. Gesù non è venuto a condannare il mondo, ma a salvarlo; non è venuto per i giusti, ma per i peccatori... Vogliamo imparare tutto l'insegnamento di Gesù mettendoci al posto della peccatrice. Non dobbiamo avere paura di incontrare Gesù quando abbiamo sbagliato, quando siamo nel peccato, nella debolezza, nella tentazione. "Ci ama sempre... E' proprio l'unica cosa necessaria che ci possa capitare e che noi dobbiamo cercare: l'incontro con Gesù che prende le nostre difese, ci capisce, ci perdona e ci salva. La fiducia nella misericordia del Signore deve diventare la luce e la forza di ogni giorno della nostra vita. Sentiamo anche tutta la profondità dell'invito di Gesù: Và e non peccare più. Su Certi peccati ce la dobbiamo fare e ce la faremo a essere decisi, a tagliare ciò che va tagliato. "Ciò che è male in te, taglialo". Dobbiamo chiedere tutta la forza del Signore e crederci. Su altri peccati può darsi che facciamo ancora fatica e che ci capiti di sbagliare ancora: anche qui vogliamo chiedere tanta forza al Signore, per tornare sempre a lui, implorare il suo perdono, ricominciare ogni volta con buona volontà: ma siamo certi, con il Signore vinceremo e Lui ci salverà. Vogliamo imparare tutto l'insegnamento di Gesù, mettendoci al posto dei farisei e degli scribi. Gesù ci aiuta a esaminare la nostra coscienza, a essere onesti e sinceri, a riconoscere che anche noi tante volte facciamo i peccati che denunciamo negli altri e che anzi possiamo essere certe volte noi stessi causa di quei peccati. Si tratta di depositare i sassi. Facciamo degli esempi: la violenza. Noi puntiamo il dito contro la violenza, ma molte volte noi stessi forse coltiviamo le cause della violenza, il disagio sociale, l'ingiustizia, la cattiva educazione. L'immoralità: Noi puntiamo il dito contro l'immoralità nei giovani, nelle famiglie, nelle relazioni sociali. Ma forse siamo in parte noi stessi causa di tutto questo, quando si permette una cultura che banalizza e strumentalizza la sessualità, che scardina la fedeltà, la famiglia, l'impegno e il sacrificio. La politica: si punta il dito contro tanti errori e inadempienze o contro un modo di fare politica che afferma il bene della gente solo a parole ma in fondo non è altro che un cercare interessi personali e di parte. Ma ciascuno di noi deve esaminarsi se ha capito e se coltiva nel cuore quello che Gesù ha detto: Chi vuol essere il primo si faccia servo di tutti, Io non sono venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita. La religiosità. Puntiamo il dito sulla scarsa religiosità e la scarsa frequenza alla chiesa. O ci scandalizziamo di fronte a tante forme di magia e di satanismo. Ma come presentiamo la religione, come coltiviamo le educazione religiosa nelle famiglie, come siamo accanto ai ragazzi e ai giovani nella loro crescita, come viviamo la fede noi adulti? Immigrazione: Spesso diciamo contro gli stranieri e condanniamo certi fenomeni negativi del loro comportamento. Ma in fondo se possiamo sfruttarli lo facciamo volentieri: affitti, lavori... Di questi esempi ciascuno ne può trovare tanti altri. Si tratta di deporre davanti a Cristo questi sassi che vorremmo scagliare, si tratta di esaminare e convertire il nostro cuore per non essere più gente che giudica, ma gente che prende coscienza dei propri peccati e responsabilità e prende su di sé sull'esempio di Cristo i peccati dell'umanità, per vincerli e portare la salvezza, la grazia, la vita vera... don Roberto Rossi |
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Amici, siamo in dirittura di arrivo di questo cammino: vi ricordate? 40 giorni nel deserto, su e giù dal monte Tabor, un po' di riposo in pianura sotto le piante di fichi, ritorno alla casa del Padre dove ci aspettava una grande festa e ora c'è l'ultimo ostacolo. Non scoraggiamoci, dài che ce la facciamo ad arrivare alla Vittoria! Per essere l'ultimo ostacolo è un po' impegnativo: ti avviso potrebbe arrivarti una pioggia di sassi. Il pericolo di cui oggi ci parla il Vangelo è infatti una caduta di sassi come quelle che si aspettava di ricevere l'adultera: aveva peccato e meritava di essere lapidata, secondo la legge di Mosè Ma quando c'è qualcuno in difficoltà in giro c'è sempre Gesù (è un po' il Superman della situazione). Tutti aspettano di vedere come se la caverà Gesù: tutto appare ben orchestrato da scribi e farisei i quali, come annota bene l'evangelista, vogliono tendere una trappola a Gesù. In modo subdolo la domanda obbliga a prendere posizione facendo scontrare frontalmente Gesù o con l'autorità giudaica, se egli non osserva la legge mosaica nel caso voglia sottrarre la donna alla morte, o con l'autorità romana, se egli decreta la morte, cosa vietata ai giudei. In questa situazione Gesù deve decidere. Sembra non sapersi decidere, prende tempo scrivendo per terra: sono attimi eterni di impacciante silenzio. Molti studiosi si sono impegnati a decifrare quelle parole o quei segni tracciati sulla sabbia. Per qualche autore Gesù scriveva i peccati degli accusatori, per altri il comandamento "non commettere adulterio" oppure "non uccidere". Tu stesso puoi usare la tua fantasia e decifrare quei messaggi. A me piace pensare che Gesù scriva una parola: PERDONO. E quel silenzio è il silenzio dell'attesa perché sta per germogliare una cosa nuova, come dice la prima lettura: Gesù è la novità, lui porta una novità: dice basta con la legge Mosaica, dice no alla legge romana, e lascia fiorire una cosa nuova: il PERDONO. Con divina maestria Gesù sa unire la chiarezza della verità alla dolcezza dell'amore.. Gesù squarcia il silenzio e la sua parola è come una spada che si conficca nella profondità della coscienza, colpendo implacabilmente tutte le miserie e le ipocrisie che vi si annidano: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". MISERICORDIA O LAPIDAZIONE? Gli accusatori vorrebbero negare alla donna adultera la possibilità di un cambiamento, rifiutarle l'avvenire. Sotto i sassi, che tengono in mano impazienti, vorrebbero seppellire il peccato e la persona, il suo passato e il suo futuro. Ma le parole di Gesù provocano un nuovo silenzio, rotto solamente dai passi degli accusatori che piano piano si allontanano. Rimane solo Gesù, l'unico che non ha peccato: lui non scaglia la sua pietra, ma dal basso, dalla stessa posizione in cui la donna era caduta, per poter essere vicino alla sua miseria dice: "Donna, qualcuno ti ha condannato? Neanch'io ti condanno, Và e non peccare più". Con la donna sei rimasto solo tu Gesù, tu che non hai peccato e che quindi potresti lanciare la prima pietra. Ma tu non hai pietre, hai solo amore. Un amore che libera, un amore che salva, un amore che spalanca un futuro nuovo. Gesù chiama la peccatrice: "donna", un titolo che darà anche a sua madre. Chi gli sta davanti è una persona che egli non solo rispetta, ma che pure riabilita alla sua dignità perduta. Le parole di Gesù sono come un raggio di sole che arriva nell'oscurità della vita della donna. Le sue parole non creano imbarazzo, Gesù non la scusa, non la giustifica, non chiude gli occhi davanti alla verità, non cede alla tentazione di confondere il vero con il falso, semplicemente perdona. E perdono, chi l'ha provato lo sa, è riabilitazione, rinascita a vita nuova, aria fresca, possibilità di essere diversi per iniziare un cammino nuovo. Cristo assolvendola, liquida definitivamente il passato e consegna alla peccatrice un futuro intatto, illibato. La inventa diversa. Cos'è allora questa NOVITA' preannunciata dal Profeta Isaia, questa cosa nuova che è venuto a portare Gesù? La novità del messaggio cristiano consiste nel riconoscere che nessuno è senza peccato e che ognuno però può non peccare più. Il peccato, appartiene, se tu vuoi, al passato, il futuro può essere aperto alla grazia con cui Gesù ti raggiunge nel tuo presente. Possiamo dire con san Paolo: "Proteso verso il futuro, corro verso la meta": davanti a noi abbiamo la grazia della Pasqua. Ti immagini se sulle strade tutti i cartelli stradali con caduta sassi fossero sostituiti da caduta di perdono? In giro ci sarebbe sufficiente perdono per tutti. Diamo inizio a questa caduta, non lanciamo giudizi sugli altri, ma parole di benevolenza. Con il tuo cellulare, questa settimana, puoi mandare tanti sms di benevolenza. Comunità Missionaria Villaregia (giovani) |
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Siamo nel vangelo di Giovanni. Gli esegeti credono che questo brano non appartenga al vangelo di Gv. Probabilmente la prima chiesa ha fatto fatica ad accettare questo vangelo perché non corrisponde al rigido atteggiamento delle prime comunità cristiane di fronte al matrimonio. Gesù si trova nel tempio. Ciò che avviene è sconcertante: siamo nella casa di Dio e gli esperti di Dio vogliono uccidere una donna. Gli scribi e i farisei entrano insieme nel tempio e gli conducono questa donna (8,3). Hanno già le pietre in mano perché (era l'usanza ebraica) spettava ai primi testimoni la prima pietra. La donna è accusata di adulterio. La parola "adulterio" si usava a quel tempo per una donna sposata. Il fatto che Gesù la chiami "donna" conferma il suo stato matrimoniale. Per l'adulterio era prevista la pena di morte. Forse è già stata processata e la stanno conducendo fuori per lapidarla. Gesù, quindi, le salva la vita. Poco dopo si dirà la stessa cosa di Gesù: "Raccolsero pietre per scagliarle contro di lui" (8,59). Quando salvi qualcuno sappi che ti tirerai addosso le ire che erano dirette verso di lui! Se le cose andranno come da programma, ciascuno scaglierà la sua pietra. Nessuno avrà ucciso, però alla fine la donna sarà morta. Nessuno si sentirà colpevole dell'assassinio, eppure sarà avvenuto. Di chi è la colpa dell'inquinamento dei mari e dell'aria, del buco dell'ozono, della deforestazione? E di chi muore per mancanza d'acqua o di cibo o delle più elementari medicine? Io? Tu? Lui? Nessuno! Eppure la gente muore… Anche quella donna sarebbe morta. Osservate: scribi e farisei vanno da Gesù in gruppo, in massa. Gesù, invece è solo. La massa ha un potere enorme, ma è incapace di prendersi le proprie responsabilità. I ragazzi dello stadio presi uno ad uno sono dei bravi ragazzi. Quelli che si schiantano nelle autostrade non sono dei fuori di testa. E' insieme, nel branco, nel gruppo, che si perde la propria identità. Allora si può commettere e fare ciò che mai si farebbe da soli. Hitler, Mussolini e tutti i dittatori andarono al potere perché ammaliarono le masse. Promisero l'impossibile (una grande patria, terra e lavoro per tutti, la superiorità della razza, ecc.) chiedendo l'impossibile (sacrificare tutto, perfino la propria vita per il loro ideale). Ci riuscirono perché le masse, facilmente manipolabili, ci credettero. E quando Gesù metterà i farisei e gli scribi di fronte alle proprie responsabilità, a rispondere in prima persona, ognuno se ne andrà in silenzio (8,9). Nessuno tirerà la pietra. Non permettere mai a nessuno di "condurti", di dirigerti, di decidere o scegliere per te, neanche se (dici tu) lo fai per amore. Non potrai mai dire: "Me l'ha detto lui! L'ho fatto per lui!". Sei responsabile di tutte le tue scelte, le tue azioni e le tue parole. Quello che fai fallo per te e per nessun altro. Quante donne dicono "Sono rimasta per lui". Non ti giustifica. Oppure: "L'ho fatto per i figli". Non ti giustifica. Sei responsabile dei tuoi figli, ma non fare niente per loro. Oppure: "Se faccio questo, lui soffre". Non ti giustifica. La sua sofferenza è una questione sua. Ai farisei e agli scribi in realtà non interessa la donna: è Gesù il loro vero obiettivo (8,6). Se Gesù infatti si schiererà a favore della donna si porrà contro la legge. Lui che si dichiara il Messia non può porsi contro la legge dei Padri. Se si schiererà contro la donna si contraddirà, condannandola a morte. E solo i Romani, peraltro molto liberali in materia sessuale, potevano condannare a morte. Quindi avrebbero avuto dei pretesti per accusarlo di fronte all'autorità. Perché nessuno si è chiesto: che cosa ha spinto questa donna a fare questo? Cosa cercava? Forse il marito la picchiava; forse il marito la respingeva; forse il marito la umiliava; forse il marito la teneva come una schiava; forse il marito aveva un'altra. Nessuno si è fermato a riflettere sul perché è successo tutto questo. E' successo, quindi, uccidiamola! Perché nessuno si è chiesto: "E l'uomo dov'e? Perché non prendiamo anche l'uomo? Perché dev'essere colpevole solo la donna? Perché qui c'è solo una persona?". I farisei si rifanno alla Legge di Mosé, a ciò che è scritto nei codici e nei manuali di teologia (8,5). I farisei non hanno cuore, sono dei semplici esecutori, formalisti. Il criterio è la legge: "Il catechismo dice così; la legge comanda questo; la legge lo permette!". "La legge non giustifica", dice san Paolo. E' troppo semplice rifarsi alla legge, all'esterno. E' il bambino che dice: "Lo dice la mamma! Il papà mi ha detto che si fa così!". Ma quando sei grande non devi più fare le cose perché te le ha dette qualcuno. Devi prenderti le tue responsabilità e farle perché tu ci credi o non ci credi. "Ma gli altri fanno così; ma tutti fan così; ma la legge diceva questo; ma si poteva fare": non ti puoi più giustificare. Tu sei responsabile di tutto. Gesù si rifà alla legge inscritta nel cuore di ogni uomo (8,7), nel profondo di sé. Tu puoi anche uccidere la donna; puoi anche accusarla e decretarla colpevole ed essere in regola per la legge umana, ma non lo saresti per la legge di Dio. Se una legge lo permette non significa che sia giusto. Se ti chiedi: "Cosa dice la legge?", allora condanni la donna, ma stai eseguendo. Se ti chiedi: "Cosa dice la mia coscienza, il mio cuore?", come fai a condannarla? "Ma mia madre e mio padre facevano così… Ma io ho imparato questo… Ma la chiesa diceva così!". Nessuna giustificazione: "Tu non avevi la tua coscienza, il tuo cuore? Che ne hai fatto?".
Gesù rimetterà tutti di fronte alle proprie
responsabilità: "Scagli per primo la pietra contro di
lei chi è senza peccato!" (8,7). E nessuno lo fa', non
perché non si ritenessero giusti (non lo erano, ma loro
lo credevano!), ma perché non sono in grado di prendersi
le proprie responsabilità. Ascolto solo chi parla non "per sentito dire" ma perché sa e ha visto; ascolto solo chi si prende la responsabilità di ciò che dice e me lo dice in faccia; ascolto solo chi è capace di ascoltarmi perché responsabilità è dire ciò che si pensa e ascoltare ciò che pensa l'altro. Sentite come i farisei chiacchierano, spettegolano, malignano, accusano, insinuano e svergognano la donna. I farisei non vedono l'ora di mettere in piazza il peccato, l'errore, lo sbaglio. Definiscono subito il peccato e non vedono l'ora di nominarlo e di diffonderlo: "Flagrante adulterio" (8,4). Gesù non dirà assolutamente nulla (8,6); Gesù neppure la guarderà e chinerà il suo capo (8,8) per dire: "Ma quanto starà soffrendo! Come si fa a trattare così una persona?". Gesù rispetta quella donna, ne capisce la sua vergogna, il suo essere messa alla berlina come una puttana davanti a tutti, come la peggiore e la più detestabile delle cose.
Molta gente si diverte a malignare e "ci ricama sulle
sfighe altrui". "Oh, oh, hai sentito di quello… di
quell'altro…" e si diverte ad entrare nella vita degli
altri. E' la storia dei nostri giorni (Valletopoli e
Agenzia Corona): non si vede l'ora dello scoop, del
denigrare, dell'illazione, della supposizione. Gesù neppure nomina il peccato (8,10-11). Gesù dalla sua profonda sensibilità si chiede: "Ma cosa starà provando questa donna?" I farisei la trattano come un oggetto. Per loro quella donna è nessuno. Non la chiamano neppure "donna" (8,5: lett: "Mosé ci ha comandato di lapidare queste"). Neppure si rendono conto che lì dietro c'è una storia, un volto, una vicenda, una persona con i suoi sentimenti, con le sue difficoltà, con i suoi problemi, con la sua dignità. Un dottore per tanti anni in corsia, malato di cancro, ha raccontato l'avventura dall'altra parte. "Il numero 14 ha un cancro ai polmoni". "Il numero 14?". "Ma io sono una persona, io mi chiamo Antonio, io voglio vivere, io voglio tornare da mia moglie e dai miei figli! Io non sono il numero 14, io sono Antonio!". Lo psicologo e il medico parlano di pazienti; il prete parla di parrocchiani; l'assistente sociale di utenti; per lo stato sei il numero di codice fiscale e per la banca un debitore. Ma tu hai un nome, tu hai un volto, tu sei una persona che ama, soffre, vive e spera. Gesù la chiamerà "donna" (8,10). Ma i farisei insistono nell'interrogarlo (8,7). Vogliono risposte chiare, soluzioni, leggi forti: così eseguiranno e così potranno dire: "Noi siamo a posto, abbiamo fatto com'era scritto!". Gesù, invece, scrive per terra (8,7). Il profeta Geremia (17,13ss) diceva: "Quanti si allontanano da te saranno iscritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte d'acqua viva". Prima di questo vangelo, infatti, Gesù aveva parlato dell'acqua viva (7,37 - 39). Cioè: chi non crede si secca e diventa crudele e duro di cuore. Giudichi perché dentro di te sei diventato un sasso, perché non conosci più nessun sentimento. Critichi perché dentro di te sei pieno di rabbia che non riesci a sfogare, ad esprimere. Attacchi perché dentro di te ti sei sentito ferito, ma non ammetti di esserlo stato. Ti diverti a malignare degli altri perché non sai vivere e ti dà fastidio la felicità degli altri. Finché Gesù scrive prende tempo. Loro vogliono una risposta immediata e lui non gliela dà. Gesù pieno di rabbia, scarica scrivendo la sua rabbia e questo gli permette di essere obiettivo, di non perdere la lucidità per rispondere. Quando si è arrabbiati bisogna trovare un modo per scaricarsi. Perché altrimenti ci si graffia e ci si ferisce all'inverosimile. Prendiamo cinque minuti; andiamo in un'altra stanza; facciamo un lavoro; andiamo a farci un giro fuori e poi, quando rientriamo scaricati, possiamo parlare con lucidità della cosa. I farisei dicono: "Guarda cos'ha fatto quella donna lì?". Ai farisei e agli scribi Gesù risponde: "Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra" (8,7). L'usanza ebraica partiva dal presupposto che il testimone contro un altro uomo dovesse lui stesso essere esente da peccati. Allora Gesù dice: "Sei proprio sicuro che non ti riguardi? Ne sei proprio certo? Pensaci bene!". Quando tu punti l'indice verso qualcuno, se un dito è rivolto verso di lui, tre sono rivolti verso di te. "Tu non avrai tradito tua moglie, ma sei proprio sicuro di non pensare ad altre donne? Sei proprio sicuro di non aver fantasie sessuali? Sei proprio a posto con la tua sessualità?". "Non ti succede mai che sei egoista e che pensi solo al tuo piacere e non a quello della tua compagna? Non ti succede mai che usi il sesso come vendetta o come arma di potere per avere ciò che vuoi? Non ti succede mai di esser aggressivo o sbrigativo? Non ti succede mai di ironizzarci su, di raccontare barzellette, di avere desideri perversi?" Quello che attacchi in quella donna non ti riguarda? Pensaci bene! Un mio compagno di classe non guardava e di certo non toccava nessuna donna, ma si divertiva a malignare, a fare discorsi per sottintesi, vedeva sesso e pericoli dappertutto, chiamava i suoi compagni con nomignoli femminili, ecc. Ciò che aveva eliminato dalla sua vita, considerandolo deplorevole, veniva fuori da tutte le parti. C'è un uomo che dice di non fare mai nessun pensiero sessuale. E' un problema! Quanta castrazione e quanta coercizione dev'esserci? Quanto dev'essere bloccato? Gesù li mette di fronte alla propria verità: "Chi di voi può dirsi immune dal peccato e da questo peccato?" Gesù non giustifica la donna e non le dice: "Brava, hai fatto bene!". Le dice: "Và e d'ora in poi non peccare più" (8,11). "Forse hai sbagliato e forse hai fatto qualcosa di cui neppure tu sei contenta adesso. E' successo, ma adesso non condannarti più. Adesso lascia stare, perdonati e sappi che tu puoi essere diversa e nuova". Questo è meraviglioso: Gesù fa leva sulle forze nascoste e profonde della donna. Questo è l'amore. Gesù non sottolinea il peccato, che probabilmente c'era e che era vero. Gesù sottolinea la possibilità della donna di uscirne fuori, le sue risorse per costruirsi una vita migliore e per essere diversa. Gesù le dice: "Tu puoi". "Non è vero che sei così e che sarai sempre così: non crederci". "Tu puoi essere diversa; tu puoi essere migliore; tu puoi cambiare: io lo so, io ci credo". Gesù non sottolinea l'errore. Anche lei sapeva di aver sbagliato! Gesù sottolinea il positivo. Fede è semplicemente aver fiducia nell'altro. Ma non si può fingere: bisogna crederci! E' credere che lui ce la possa fare; che lui ha delle altre forze dentro di sé; che lui possa essere migliore. Gesù ama la donna perché le dice: "Sì avrai anche sbagliato, ma io credo in te". E' il positivo che ci fa credere in noi. Quando tu mi dici che ho sbagliato, che non dovevo farlo, che faccio schifo, che ho fatto un errore grosso, (lo so anch'io che è così!) non fai che rafforzarmi la sfiducia in me stesso. Non mi aiuti e mi affossi ancor di più. L'insuccesso, l'errore, lo sbaglio, è già un fallimento. Se mi rimproveri non fai che amplificarlo. E' primavera e c'è un po' di vento. Dei ragazzi di otto anni giocano a calcio. La mamma "inviperita" urla: "Non correre, che poi sudi e ti ammali". Perché non diciamo loro invece: "Vieni qua che ti asciugo. Mettiti la maglietta di cotone, che ti aiuta ad assorbire il sudore, così puoi correre quanto vuoi". A che serve il tuo sbraitare (non impara niente!), se non a farlo sentire in colpa. Siamo al mare e il bambino di sei anni va in acqua. "Ma sei matto? Esci subito dall'acqua, non vorrai mica affogare!". Ma perché non gli diciamo: "Entra dove l'acqua è più bassa, così puoi imparare a nuotare". A che serve la tua paura? E' la tua paura! Insegnagli piano piano a non aver paura dell'acqua. Un ragazzo vuole imparare a suonare il pianoforte. Il genitore: "Non credo che tu sia portato per la musica". Ma che ne sai tu? Perché non dirgli: "Ok, proviamoci!". Siamo ai giochi sui giardini. "Non salire su quello scivolo, è troppo alto", dice la mamma al figlio di quattro anni. Ma che ti serve dirgli così? E' come dirgli: "Non sei capace, non sei in grado!". Perché non dirgli: "Per salire quello scivolo devi tenerti con tutte e due le mani, perché è molto alto e bisogna stare attenti a non cadere. Vuoi che la prima volta venga anch'io con te?". Quando un ragazzo viene bocciato, se tu gli dici: "Ma sai quanto noi lavoriamo per mandarti a scuola? Scansafatiche che non sei altro! Avessi avuto io le tue possibilità!", non lo aiutiamo neanche di un millimetro. Anzi lo affossiamo sempre di più. Perché non dirgli: "Mi dispiace per te, perché credo che ti faccia soffrire la cosa. Ma non vorrai mica arrenderti qui? Questo è come un rigore sbagliato: sì, l'hai sbagliato, ma io so che sei in grado di giocare a calcio". C'è un bambino irrequieto e la maestra lo castiga vietandogli di fare la ricreazione, scrivendogli sul quaderno "sono un asino; sono stupido" e dicendo a tutta la classe: "Vedete quanto male si comporta Stefano!". Ma che aiuto è questo? Così non fa' che incrementare il suo nervosismo (si sente umiliato e svalorizzato). Lo sa anche lui che dovrebbe stare fermo, ma non ce la fa proprio! Allarga il positivo, dagli fiducia: manda lui a chiamare il bidello; dagli qualche responsabilità, fa sentire che anche lui è importante, ecc. L'amore è molto semplice: è credere in una persona quando tutti vedono il contrario, quando lui stesso non crede in sé. I ragazzi alle superiori dicono: "Io non ci riesco ad esprimere le mie emozioni". Io credo che invece siano in grado di farlo. Così li metto in cerchio e poi si inizia a raccontarsi di quando si ha paura, di quando si è arrabbiati, di cosa si fa quando si è innamorati, ecc. Chi ha manifestato paura lo lascio per un po' in silenzio, così si tranquillizza. Poi ad un certo punto dico: "E tu… cosa provi quando (ad es.) sei innamorato". E lui, senz'accorgesene, parla. Quando finisce l'esercizio gli dico: "Hai visto che ce l'hai fatta! E così lui prende fiducia in sé. Un ragazzo prende continuamente gravemente insufficiente. La stoffa ce l'ha, ma gli manca la stima in sé. Alla nuova insufficienza (questa volta senza il gravemente) lo sfido dicendogli: "Lo sapevo che saresti migliorato. E migliorerai ancora!". Così lui inizia a credere in sé. E, infatti, il compito successivo ha preso quasi sufficiente! Quando le persone mi dicono: "Padre è trent'anni che sono così: come posso cambiare? Non è più possibile, padre: è così e mi devo tenere così". Io rispondo: "E' vero, finora non ce l'hai fatta, ma io credo che tu ce la possa fare". E ci credo per davvero che tu ce la possa fare, non fingo. E funziona! Alle persone dite: "Tu farai qualcosa di grande nella vita!", e credeteci. "Ma lo sai che sei proprio bella!". "Ma lo sai che sei proprio bravo a suonare!". "Ma lo sai che sei cambiato molto". "Ma lo sai che sei proprio fatto per questa cosa!". "Ma lo sai che sei migliorato; che stai crescendo!". "Ma lo sai che sei uno sul quale si può confidare!". E' meraviglioso quando qualcuno crede in te, nelle tue forze, nelle tue possibilità, in ciò che sei. E' meraviglioso quando qualcuno sa andare oltre i tuoi sbagli o i tuoi limiti e ti dà fiducia. E' meraviglioso quando qualcuno ti ama così tanto che ti fa sentire bello grande, potente: te stesso. L'amore dà fiducia. Il tuo amore fa sì che io possa ritrovare la fiducia in me. Perché le persone guariscono in certi percorsi? Cos'è che le fa guarire o cambiare o diventare se stesse? La competenza di chi li tiene? No! Il percorso che è fatto bene? No! Ciò che li fa guarire è che trovano qualcuno che crede in loro e che ha fiducia in ciò che loro possono essere. Frasi del tipo: "Lo puoi; ma sì che ci riesci; io credo che tu ce la possa fare; tu puoi; osa; prova; sperimenta; dai!; ce la farai; puoi essere migliore; così come sei va bene, ecc", dovrebbero far parte nel nostro vocabolario. L'amore ti fa vedere per quello che non sei ma che puoi essere e che se ci credi diventerai. don Marco Pedron |