5º DOMENICA DI PASQUA

anno C

Amare, l’unico comandamento

Il comandamento che Gesù dona alla sua comunità (Gv. 13,34-35) si esprime al singolare («un comandamento»). I molti comandamenti non sono che la manifestazione dell'unico comandamento che è l'amore. Il comandamento dell'amore è chiamato da Giovanni un dono (il verbo dare è troppo debole, meglio tradurre donare). Che un comandamento sia un dono può sembrare paradossale, ma è conforme a tutta la tradizione biblica: la legge di Dio è un dono, perché il suo dettato corrisponde alla nostra vocazione più profonda. L'amore scambievole è per l'uomo movimento, vita, uscire dal chiuso, dall'odio, dall'egoismo e dall'indifferenza per respirare a pieni polmoni. Si legge nella prima lettera di Giovanni (3,14): «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli, chi non ama rimane nella morte». Amare i fratelli è la prova decisiva che si è vivi.

L'amore reciproco trova in Gesù il modello e la fonte: «Come io ho amato voi». Come dice la norma e la misura. Ma dice anche la ragione: se possiamo amarci fra noi è perché Lui per primo ci ha amati. «Come io ho amato voi», dice Gesù. Noi ci aspetteremmo: «Così anche voi amate me». Invece no: «Gli uni gli altri». C'è dunque nell'amore di Gesù una dimensione di gratuità che anche il nostro amore deve avere. L'amore di Gesù non accaparra il discepolo. Al contrario è un dinamismo che lo spinge verso gli altri. È amando i fratelli che si ricambia quello di Gesù.

L'amore tra i discepoli è un amore che tende alla reciprocità «amatevi gli uni gli altri» è ripetuto più volte. Ma se vuole somigliare a quello di Cristo deve nascere da una gratuità. E deve trattarsi di una reciprocità che si apre all'universalità. «Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli». Un'affermazione, questa, che taglia corto su ogni eventuale tentazione della comunità di rinchiudersi in se stessa. L'amore cristiano – proprio quando se ne sottolinea la reciprocità – non cessa di essere aperto. Il comando dell'amore fraterno è da Gesù definito «nuovo». Non si tratta di una novità cronologica, ma di una novità qualitativa. Il comando dell'amore è nuovo come è nuovo Gesù. Nuovo perché dischiude un mondo che appare nuovo e rinnovato, che sempre sorprende: nuovo a tal punto da essere il segno prefiguratore dei «nuovi cieli e della nuova terra». Nuovo anche perché è il segno e il frutto del mondo nuovo che la venuta di Cristo ha instaurato. La svolta è avvenuta e l'amore che ora i cristiani possono vivere appartiene già al mondo rinnovato. L'amore fraterno è la novità della vita di Dio che irrompe nel nostro vecchio mondo, rigenerandolo. Ed è l'anticipo della vita futura a cui aspiriamo.

don Bruno Maggioni

 

Lo Spirito d’Amore del Risorto fa nuove tutte le cose

C'è una parola che ricorre più volte nelle letture di questa domenica. Si parla di "un nuovo cielo e una nuova terra", della "nuova Gerusalemme", di Dio che fa "nuove tutte le cose" e infine, nel Vangelo, del "comandamento nuovo": "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi"

"Nuovo", "novità" appartengono a quel ristretto numero di parole "magiche", che evocano sempre e solo sensi positivi. Nuovo di zecca, nuovo fiammante, vestito nuovo, vita nuova, giorno nuovo, anno nuovo. Il nuovo fa notizia. Sono sinonimi. "Nuova" e "novella", come aggettivi, significano una cosa nuova e, come sostantivi, una notizia. Il Vangelo si chiama "buona novella" proprio perché contiene la novità per eccellenza.

Perché ci piace tanto il nuovo? Non solo perché ciò che è nuovo, non usato (per esempio, un'automobile), in genere, funziona meglio. Se fosse solo per questo, perché saluteremmo con tanta gioia l'anno nuovo, il nuovo giorno? Il motivo profondo è che la novità, ciò che non è ancora conosciuto e sperimentato, lascia più spazio all'attesa, alla sorpresa, alla speranza, al sogno. E la felicità è proprio figlia di queste cose. Se fossimo sicuri che l'anno nuovo ci riserverà esattamente le stesse cose del vecchio, né più né meno, già non ci piacerebbe più.

Nuovo non si oppone ad "antico", ma a "vecchio". Anche "antico" e "antichità", "antiquariato" infatti sono parole positive. Qual è la differenza? Vecchio è ciò che con il passare del tempo peggiora e perde valore; antico è ciò che con il passare del tempo migliora e acquista valore. Per questo oggi si cerca di evitare di usare l'espressione "Vecchio Testamento" e si preferisce parlare invece di "Antico Testamento".

Adesso, con queste premesse, accostiamoci alla parola del Vangelo. Si pone subito una domanda: come mai si definisce "nuovo" un comandamento che era noto già fin dall'Antico Testamento (cfr. Lev 19,18)? Qui ci torna utile la distinzione tra vecchio ed antico. "Nuovo" non si oppone, in questo caso, ad "antico", ma a "vecchio". Lo stesso evangelista Giovanni in un altro passo scrive: "Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico...E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo" (1 Gv 2,7-8). Insomma, un comandamento nuovo, o un comandamento antico? L'una e l'altra cosa. Antico secondo la lettera, perché era stato dato da tempo; nuovo secondo lo Spirito, perché solo con Cristo è data anche la forza di metterlo in pratica. Nuovo non si oppone qui, dicevo, ad antico, ma a vecchio. Quello di amare il prossimo "come se stessi" era diventato un comandamento "vecchio", cioè debole e consunto, a forza di essere trasgredito, perché la Legge imponeva sì l'obbligo di amare, ma non dava la forza per farlo.

Occorreva, per questo, la grazia. E infatti, per sé, non è quando Gesù lo formula durante la vita, che il comandamento dell'amore diventa un comandamento nuovo, ma quando, morendo sulla croce e dandoci lo Spirito Santo, ci rende, di fatto, capaci di amarci gli uni gli altri, infondendo in noi l'amore che egli stesso ha per ognuno.

Il comandamento di Gesù è un comandamento nuovo in senso attivo e dinamico: perché "rinnova", fa nuovi, trasforma tutto. "E questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento nuovo, cantori del cantico nuovo" (S. Agostino). Se l'amore parlasse, potrebbe fare sue le parole che Dio pronuncia nella seconda lettura di oggi: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose".

padre Raniero Cantalamessa

 

Glorie

Gesù ha appena detto ai suoi che uno di loro sta per consegnarlo.

È turbato, il Maestro. Ora che l'ora sta per compiersi egli sente nel suo cuore tutta la fatica del gesto immenso che sta per fare. Gli apostoli si guardano l'un l'altro, pensano che il traditore sia di fronte a loro. In realtà il traditore è dentro ciascuno di loro.

Giovanni reclina il capo sul cuore di Gesù e gli chiede: «Chi è, Signore?»

Gesù intinge il pane e lo offre a Giuda che lo mangia e si irrigidisce.

Dare il pane è il più bel segno di accoglienza nel popolo di Israele. Giuda lo interpreta come un'offesa. Gesù sta svelando a Giuda che è lui il discepolo più amato. Vorrebbe stringerlo al proprio petto perché senta la misura dell'amore.

Giuda è scosso, esce nella tenebra. Ma con sé, nel suo cuore, porta il pane, l'eucarestia.

Gesù si è appena consegnato alla tenebra. Ma la luce spezzerà il buio più fitto.

La glorificazione

E Gesù insiste, esagera: ora sono stato glorificato, dice.

Ora che Giuda sta andando a tradirlo, ora che il suo cuore è tenebroso e ostile, Dio potrà manifestare quanto lo ama. Nel tradimento di Giuda vediamo la misura dell'amore di Gesù.

Giuda si è perso, ma il Signore non è venuto proprio a salvare chi era perduto?

La perdizione non è, appunto, il luogo teologico della salvezza?

Non veniamo salvati proprio perché, prima, ci siamo smarriti?

Con Giuda Gesù potrà dimostrare qual è la misura dell'amore di Dio: l'assenza di misura.

Ogni uomo che prende coscienza di sé si pone la domanda: sono perduto o salvato?

Gesù risponde: sei perduto e sei salvato.

Gli apostoli non capiscono, come non hanno capito il gesto della lavanda dei piedi.

Pietro, poco dopo, dirà che egli è disposto a dare la vita per Gesù.

Pietro, ormai, si prende per Dio. Gesù gli ricorderà che è lui a dare la vita per i suoi discepoli.

Un gallo urlerà ricordando a Pietro il suo limite.

Non per Dio deve morire, ma con lui.

Tutto ciò che può fare il discepolo è imitare il Maestro, non sostituirlo.

Amatevi

Tra Giuda e Pietro gli altri evangelisti pongono l'ultima Cena.

Giovanni salta il racconto della cena per sostituirlo con la lavanda: la liturgia è falsa se non diventa servizio al fratello debole.

Giovanni osa di più: tra i due tradimenti e le due salvezze (Giuda è salvato dal male, Pietro dal finto bene) inserisce l'unico comandamento dell'amore.

Gesù ci chiede di amarci (amare me, amare te) dell'amore con cui egli ci ha amato.

Del suo amore, col suo amore. Non con l'amore di simpatia, di scelta, di sforzo, di virtù.

Con l'amore che, provenendo da Cristo, può riempire il nostro cuore per poi defluire verso il cuore degli altri.

Io, don Paolo, non riesco ad amare le persone antipatiche, né quelle che mi fanno del male. Solo l'amore che viene da Dio, un amore teologico, mi permette di poter amare al di sopra dei sentimenti e delle emozioni.

La Chiesa non è il club dei bravi ragazzi, delle facili consolazioni, di quelli che hanno Gesù come hobby: la Chiesa è la compagnia di coloro che sono stati incontrati ed amati da Cristo. Perciò diventano capaci di amare.

Identità

Dall'amore dobbiamo essere conosciuti.

Non dalle devozioni, non dalle preghiere, non dai segni esteriori, non dall'organizzazione caritative, ma dall'amore. L'amore è ciò che maggiormente deve stare a cuore nella Chiesa.

Che sia vero, che sia libero, che diventi evidente.

Un amore in equilibrio tra emozione e scelta, tra enfasi e volontà, che diventi concreto e fattivo, tollerante e paziente, autentico e accessibile, che sappia manifestarsi nel momento della prova e del tradimento.

Celebrando oggi l'eucarestia, memoria del Risorto, cerchiamo anzitutto di amare di più e meglio, perché chi ci vede si accorga che in mezzo a noi dimora il Cristo.

Per glorificare anche noi il Padre.

Paolo Curtaz

 

Il "metro" dell’amore senza misura

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri». Perché «nuovo» questo comando se da sempre, dovunque, uomini e donne amano? E molti lo fanno in modo stupendo, e che dà luce al mondo. Perché comandare l'amore? Un amore forzato è solo una maschera dell'amore, frustrante per chi lo offre, ma, forse ancora di più, per chi ne è destinatario. Il «comandamento nuovo» in realtà non è un comando, è molto di più: riassume la sorte del mondo e il destino di ognuno. Perché amare? Perché così fa Dio. La legge della vita è agire come agisce Dio, entrare nella corrente stessa di Dio, essere luce dalla sua luce: «carissimi, se Dio ci ha amato per primo, allora anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (I Gv. 4). L'unico luogo da cui può scaturire l'amore è l'esperienza di essere stato amato e il lasciarti amare ora, da Dio.

Il comandamento nuovo non è semplicemente amatevi, ma amatevi gli uni gli altri. Parole che ci donano infiniti oggetti d'amore: gli altri, tutti. Guai se ci fosse un aggettivo a qualificare chi merita il mio amore: giusti o ingiusti, ricchi o poveri, prossimi o lontani. È l'uomo, ogni uomo. Perfino l'inamabile, perfino Caino. L'altro mi riguarda, appartiene alle mie cure, è scritto nei miei pensieri, gli sto accanto. Non è mio pari, è di più. Se io ho pane e lui no, gli do il mio. Se ha paura e chiede di fare un po' di strada con me, cammino con lui tutta la notte.

Il comando nuovo continua: «amatevi come io vi ho amato». La novità del cristianesimo non è l'amore, ma l'amore come quello di Cristo. Gli uomini amano, il cristiano ama al modo di Gesù, custodendo nel cuore, ravvivando nella memoria il «come» Gesù ha amato. Questa è "la scuola dell'amore". L'amore è Lui: quando lava i piedi ai suoi discepoli; quando si rivolge a Giuda che lo tradisce chiamandolo: amico; quando prega per chi lo uccide: Padre, perdonali perché non sanno...; quando piange per l'amico morto o esulta per il nardo profumato dell'amica, o ricomincia dai più perduti. Si tratta di riprendere in mano il Vangelo e scovare e ricomporre tutte le tessere del mosaico di come Gesù ha mostrato amore. E tentare ancora. Egli non è un maestro rimasto solo al centro delle sue immense parole. Dagli angoli del creato, dai luoghi più nascosti e insospettabili salgono ancora gesti, parole, audacie di discepoli che osano essere come lui. E questo «come» ritma tutto il Vangelo, racchiude l'essenza del nostro discepolato, contiene la statura dell'uomo perfetto: vivere come lui, misericordiosi come il Padre, e la sua volontà in terra come in cielo. Come Cristo, come il Padre, come il cielo, ed è aperto il più grande orizzonte.

padre Ermes Ronchi

 

Sinfonia del nuovo mondo

E' un'espressione suggestiva di A. Hamman, che può prestare il titolo alla seconda lettura: una sinfonia da ascoltare (vv. 3-5), un affresco da contemplare (vv. 1-2). Il nuovo mondo è l'ultimo "Evangelo", l'ultima bella notizia offerta alla nostra fede, l'ultima sponda della vita e della storia da leggere con quella "storiografia del profondo", propria della fede, di cui amava parlare Giorgio La Pira.

Tutto è nuovo: cieli, terra, Gerusalemme, la città di Dio e degli uomini. Il "nuovo" qualifica appunto tutto ciò che è diverso dal vecchio, il nuovo della novità perenne di Dio e solo di Lui. Qui è il kainòs, il diverso dal vecchio che qualifica tutto ciò che lo sbocco ultimo della vita e della storia comporta di diverso e meraviglioso.

L'Apocalisse ci reca, nella seconda lettura di questa domenica, la confortante notizia della "novità" che Dio ha procurato al suo nuovo popolo per la redenzione operata da Cristo. Il tempo pasquale è carico dell'annunzio di questa "novità": tutto è nuovo, il tempo, l'uomo, la vita, il mondo, nel senso che Dio fa nuove tutte le cose, che rimangono essenzialmente quel che erano e acquistano una trasformazione stupenda.

Ma bisogna capire e vivere nel senso autentico l'annunzio della "novità". Chi fa così vede che l'annunzio è vero. Dalla sua "novità di vita" il cristiano, "uomo nuovo", sa che "già" può sconfiggere in se stesso il peccato e la morte, può guardare il mondo come qualcosa che, per la carità, è da piegarsi sempre al bene, può vedere la storia come un cammino di speranza. Tutto sta nello sperimentare se camminiamo noi in novità di vita, in quella esistenza pasquale di cui abbiamo meditato nelle domeniche precedenti.

La parola di Dio con l'annunzio della "novità" ci pone il problema del rapporto dei cristiani e della Chiesa col mondo. Il Vaticano II ha affrontato questo tema con una stupenda costituzione pastorale dal titolo Gaudium et spes, purtroppo lasciata spesso in ombra.

Rimane vero che il mondo è sempre teatro della grande lotta fra Cristo e Satana. Come ci ricorda la parabola del grano e della zizzania (Mt. 13,24-30) esiste sempre la seminagione del bene e del male, e c'è un "mondo intorno a noi (che) si trova sotto il potere del diavolo" (1Gv. 5,19). Tutto ciò non ci permette di starci come bambini euforici né come illusi dalla mondanità.

Il rapporto cristiano col mondo è combattivo, nel senso paolino della "agonia" contro le potenze del male; è ascetico, nel senso del combattimento spirituale per non essere mondanizzati; è vigilante, nel senso di una vigilia stabile, fissata nell'eterno, dentro un mondo che passa.

La comunità ecclesiale, ogni cristiano, hanno da camminare nel mondo "con la cintura ai fianchi e le lucerne accese" (Lc. 12,35). Tuttavia si deve pensare che il mondo ha da vedere i cristiani "dentro", ha da vedere la nostra solidarietà e il nostro impegno.

Concretamente, con la forza della "novità" cristiana, tutti, ma specialmente i fedeli laici, devono collaborare allo sviluppo plenario del mondo con la loro identità cristiana e, nelle realtà temporali, inserire, ogni giorno, coscienza e misura morale; devono risultare onesti e giusti negli affari, coraggiosi nel difendere i valori spirituali della società, impegnati nel sociale e nel politico con coerenza evangelica, capaci di intendere i tempi, pronti alla dimensione culturale e professionale della nostra presenza.

La solidarietà, il rispetto, l'amore verso la famiglia umana con la quale la Chiesa vive (GS 3) sono la risposta effettiva alla comprensione del fatto che Dio fa nuove tutte le cose "già" in questo mondo e nella storia.

Il mondo si costruisce secondo l'ordine divino con Dio e con il Pastore delle anime nostre che è Cristo. Ma la prima lettura ci scopre anche come la Chiesa è organizzata gerarchicamente e guidata dai pastori. Questo significa che la testimonianza al mistero pasquale non si dà a partire da qualunque soggetto, ma è sottoposta alla guida di coloro che lo Spirito Santo ha messo a pascere la chiesa di Dio. Essa è Apostolica, cioè basata sul fondamento degli Apostoli con a capo Pietro, dei Vescovi con a capo il Papa, il successore di Pietro. Ha i presbiteri e i diaconi che esercitano il ministero ordinato. La comunione della comunità eccelsiale si esprime visibilmente nell'essere "un cuor solo ed un'anima sola" con chi ha l'ufficio di guidarci in questo mondo.

Il Vangelo di Giovanni ci dà la misura originale, il segno distintivo con cui si è Chiesa nel mondo e si testimonia degnamente il Risorto. Misura e distintivo sono nel comandamento nuovo di Gesù: "che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato". La vera novità di questo comandamento non è nell'"amatevi", ma nel "come io vi ho amato". Il che vuol dire amare a misura di Dio nella qualità della carità. Ciò vuol dire che anzitutto bisogna conservare in noi la carità il cui opposto è il peccato mortale, aumentarla con l'Eucaristia, la preghiera e le opere buone.

E' evidente che questo amore a misura di Dio deve correre anzitutto nelle nostre comunità ecclesiali che, se divise, conflittuali, egoiste, sono scandalose. Ci riflettano le parrocchie guardandosi in se stesse e nella Chiesa locale! Ma la carità non ha confini e va vissuta con i vicini e i lontani, per tutte le necessità, per tutte le povertà, con senso missionario, ecumenico e di servizio sociale.

don Mario Campisi

 

Amatevi: il comandamento nuovo

La parola che ritorna spesso nelle letture bibliche di questa domenica e che costituisce la nota dominante: è l'aggettivo "nuovo". Giovanni dice: "Vidi un nuovo cielo e una nuova terra... vidi la nuova Gerusalemme; e ancora la voce di Dio che dice: Ecco io faccio nuove tutte le cose; infine Gesù nel vangelo dice: Vi do un comandamento nuovo.

Questo annuncio ci viene dato nel contesto della pasqua, per dirci che è dalla Pasqua di Cristo che è sbocciata ogni novità; la Pasqua è questo fatto nuovo che permette a tutte le cose di rinnovarsi: Cristo è risorto da morte... perciò anche noi camminiamo in una vita nuova. I Padri della Chiesa dicevano che la Pasqua è la rinnovazione del mondo, un passaggio dalla vecchiaia alla giovinezza, che non è una giovinezza di età, ma del cuore. "eravamo cadenti per la vecchiaia del peccato, ma per la risurrezione di Cristo siamo stati rinnovati nell'innocenza dei bambini" (S. Massimo)

Che cos'è questa novità?

Gesù dice:Ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento novo: che vi amiate gli uni gli altri, come Io vi ho amato. La novità è l'amore!

Ma perché Gesù chiama «nuovo» un comandamento che era noto fin dall'Antico Testamento e perché lo chiama il«suo» comandamento? La risposta è: perché solo ora, con lui, questo comandamento diventava possibile. In passato si amano le persone perché erano parenti, alleati, amici, perché appartenevano allo stesso clan o allo stesso popolo: si amavano per qualcosa che li legava tra di loro, distinguendoli da tutti gli altri. Ora bisogna andare al di là: amare chi ci perseguita, amare i nemici, quelli che non ci salutano e non ci amano. Amare, cioè, il fratello per se stesso e non per ciò che di utile può venirne a me. È la parola «prossimo» che ha cambiato contenuto; essa si è dilatata fino a comprendere non solo chi ti è vicino, ma anche ogni uomo al quale tu puoi «farti vicino», come insegna la parabola del samaritano.

Il comandamento di Cristo è nuovo per il suo contenuto, ma più ancora per la sua possibilità. Solo ora è possibile amarsi come fra­telli e questo perché Lui ci ha amati. Il Figlio di Dio ha portato questo seme nuovo che era scomparso dalla faccia della terra con il peccato, e cioè l'amore. Dio ha tanto amato il mondo..., per questo anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri...

Gesù ha vissuto questo amore fino alle ultime conseguenze: fino ad amarci cosi come siamo, fino a perdonarci e a morire per noi. Aman­doci così, Gesù ci ha redenti; ci ha fatti figli dello stesso Padre e fratelli, per cui dobbiamo e possiamo amarci.. C'è un motivo per cui ogni uomo, qualunque sia la sua situazione, può e deve essere amato: il motivo è che egli è ama­to da Dio e che Dio lo vuole salvare. Il motivo non è dun­que l'apparenza; non è la bellezza, la simpatia, la giovi­nezza, ma la realtà «nuova» creata da Cristo. Ecco per­ché tale amore nuovo avrà la sua manifestazione più ge­nuina non nel salutare chi ci saluta, nell'invitare chi ci invita, ma nell'amare chi ha meno motivi naturali per essere amato: il povero, l'infelice, l'anziano; al limite, il nemico, proprio perché, in questo caso, è chiaro che non si ama il fratello per quello che ha o che può dare, ma solo per quello che è agli occhi della fede.

Il comandamento di Cristo è «nuovo» anche per un altro motivo: perché rinnova! Esso è tale da poter cam­biare la faccia della terra, da trasformare i rapporti uma­ni, come quel lievito di cui parla Gesti, che, inserito nella massa, la fa fermentare tutta, sollevandola dalla sua pe­santezza. «Cristo ci ha dato un comandamento nuovo: di amarci gli uni gli altri, come egli ci ha amati. È questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi... È questo amore che adesso rinnova le genti e raccoglie tutto il ge­nere umano, sparso ovunque sulla terra, per fame un po­polo nuovo, la grande famiglia dei figli di Dio" (S. Agostino).

Il mondo ha bisogno di questo amore, ne ha bisogno la Chiesa, ne ha bisogno ciascuno di noi.

Nei tormentati problemi della nostra storia è istintivo lamentarsi, puntare il dito su ogni forma di odio, di violenza, di cattiveria. Ma questo non serve a niente. Credo che ciascuno di noi può vivere e offrire a questo nostro mondo un po' di amore, scelte e gesti di amore, di giustizia, di verità, di pace: se il bene lo facciamo, quello c'è; e se ci uniamo a tanti altri possiamo contribuire alla trasformazione di tante cose.

Noi sappiamo che il Signore Gesù, non solo ci ha dato l'amore come comandamento, ma ci ha dato il suo Spirito, che è l'Amore stesso di Dio, potenza di Dio nella nostra debolezza.

Possiamo lasciare lo Spirito di Dio che ami in noi e attraverso noi. Questa è la novità ultima: è Dio che ama in noi, il suo Spirito di mitezza e di forza, di perdono e di pace.

don Roberto Rossi

 

Vi do un comandamento nuovo

La Chiesa dedica sempre il mese di maggio a Maria SS.ma, Madre del Figlio di Dio che morendo, come ultimo incredibile dono, la rese nostra Mamma.

E sulla bocca di ogni uomo, e credo nel più profondo del cuore, l'amore alla nostra mamma è come il cordone ombelicale dell'amore che ci unisce a lei sempre, non conoscendo età, come se fosse sempre nostra mamma, e lo sarà, come Maria SS.ma.

Tanti, e in tante famiglie, questo amore lo esprimiamo con la recita del S. Rosario, che non è un noioso ripetersi di Ave Maria, ma è "vedere con gli occhi dell'anima" la sua vita con Gesù, nei misteri proposti. Ed un tempo, quando la sera non conosceva le distrazioni del nostro tempo, capace di scipparci solo quello spiraglio di amore e di paradiso per darci in pasto i tanti inferni che generano solo dolore e solitudine, la famiglia diventava Chiesa domestica, riunendosi nella recita del S. Rosario. Era il nostro dialogare con Maria, con nostra mamma: un dialogo di dolcezza che ricomponeva i tasselli dell'anima, che si erano spezzati durante il giorno, con le tante mancanze.

E voglio pregare la Mamma Celeste con una preghiera del caro Tonino Bello: "Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi inguaribilmente malati di magniloquenza.

Abili nell'usare la parola per nascondere i pensieri più che per rilevarli, abbiamo perso il gusto della semplicità.

Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi peccatori sulle cui labbra la parola si sfarina in un turbine di suoni senza costrutto. Si fa voce, senza farsi mai carne. Ci riempie la bocca, ma lascia vuoto il grembo. Ci dà l'illusione della comunione ma non raggiunge neppure la dignità del soliloquio. Santa Maria, donna senza retorica, la cui sovrumana grandezza è sospesa al rapidissimo fremito di un "sì", prega per noi peccatori, perennemente esposti, tra convalescenze e cadute all'intossicazione delle parole. Proteggi le nostre labbra dai gonfiori inutili. Fa' che le nostre voci, ridotte all'essenziale, partano sempre dai recinti del mistero e rechino il profumo del silenzio. Rendici come te, sacramento della trasparenza. E aiutaci, perché finalmente nella brevità di un "sì" detto a Dio, ci sia dolce immergersi nell'infinito della gioia".

E facendoci come prendere per mano da Maria, meditiamo il Vangelo di oggi, che è come la necessaria anima della nostra vita, come fu il "fiat" di Maria. Giovanni ci riporta un piccolo brano del discorso dell'Ultima Cena. Ma ogni parola è come un sigillo al cuore di chi vuole essere suo discepolo o amico. "Figlioli, dice, ancora per poco sonno con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi; così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv. 13,34-35)

Ma come ci ha amati Gesù? Ce lo dice S. Paolo nella lettera ai Filippesi: "Egli era come Dio ma non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio. Rinunziò a tutto: diventò come un servo, fu uomo tra gli uomini e visse conosciuto come uno di loro. Abbassò se stesso, fu obbediente fino alla morte ed alla morte di croce" (Fil. 2,6-8).

Amare non è più un modo superficiale, che si ferma alla esteriorità del fratello, un poco come l'elemosina che noi facciamo a chi ha fame e non risolve il diritto alla vita: non è neppure un sentimento che sta alla periferia del cuore: è un farsi l'altro, un mettersi nei panni dell'altro, dimenticando totalmente se stessi, per farsi dono e quindi donare la vita, come fece Gesù.

In Gesù, l'altro, il fratello o la sorella, chiunque sia, a qualunque razza appartenga, diventa il vero soggetto del nostro amore, della nostra cura, come fece il buon Samaritano verso l'uomo abbandonato dai briganti semivivo, sulla via di Gerico: ossia andare fino in fondo al dono, perché il semivivo torni a essere pienamente vivo.

Davvero questa carità è riportare il clima del Paradiso qui in terra: è la grande aurora di resurrezione che toglie dai sepolcri tanti, ma tanti che senza carità non risorgerebbero mai.

Viviamo un tempo di grande egoismo o di dannosa indifferenza, che sono la negazione dell'amore.

L'egoismo è un chiudersi in se stessi, nel proprio benessere, o nella propria apparente quiete, lasciando che altri soffrano o muoiano o forse causandone la morte e la sofferenza.

E lo stesso è della indifferenza.

E' davvero una voce nel deserto quella del S .Padre che invita ogni settimana a cessare le violenze, a tradurre le spade in vomeri?

E' una utopia quel grido profetico? O non piuttosto il nostro tempo ha bisogno dei profeti o sentinelle che mettono a rischio la propria vita per scuotere le coscienze? Può lasciarci indifferente il grido di tanti, che soffrono nelle guerre o nella fame?

Piace donare alla nostra riflessione un brano di lettera di una mamma che, in Afganistan, ebbe un figlio piccolo cui una bomba recise le gambe. "Come vorrei spiegare a tutte le mamme! Ma le mamme, lo so, non hanno bisogno di altre spiegazioni. Alzi gli occhi al cielo e vorresti solo morire, perché tutto il resto non importa, perché non c'è niente che può consolarti, perché la morte è nulla per una madre, quando ha suo figlio che grida tra le braccia. Ho chiesto a Dio di mandare un'altra bomba e uccidermi...Spero che ci capisca e ci porti via insieme, in un posto nel quale io possa proteggere mio figlio. Solo questo sarebbe il mio Paradiso...

Non cestinate questa mia preghiera. Voglio immaginare che esista una speranza. che chi non ha soldi o interessi possa dire: "Non uccideteci più.. Non cestinate la mia speranza. Penso che magari, se ci stringiamo tutti, perché non ci siano più guerre, e altri bimbi, come il mio, correranno ancora con le loro gambe, davanti ai loro genitori orgogliosi."

Gesù oggi ci invita a dare vita al nostro cuore e divenire testimoni dell'amore.

Il mondo la pensa diversamente. Dà spazio, tanto spazio ai "testimoni della ricchezza o della vanità" che nulla hanno a che vedere con la carità...quando non sono la morte della carità.

Possiamo possedere tutto, dice S.Paolo, ma senza la carità siamo nulla, ma proprio nulla. E non c'è più grande gioia, nel cuore e per il mondo, di fare della vita un dono come Gesù. Questa è la civiltà dell'amore, il futuro che sogniamo.

Ma bisogna che una buona volta spalanchiamo le porte del cuore a tutti, cominciando da chi soffre ed è povero, perché entrino nelle nostre anime e ci rubino, se vogliono, la pace perché conoscano la pace...Come ha fatto Gesù sulla croce.

Afferma il Santo Padre: "La carità ricevuta e donata è per ogni persona l'esperienza originaria, nella quale nasce la speranza. L'uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l'amore, se non si incontra con l'amore, se non esperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente...Vivere nella carità diventa lieto annuncio ad ogni persona, rendendo visibile l'amore di Dio che non abbandona mai nessuno. In definitiva significa dare all'uomo smarrito ragioni vere per continuare a sperare" (E.in.E. n.84).

Scrive Bruno Ferretti in "La vita è tutto quello che abbiamo: "Alcuni uomini non sanno quanto è importante che essi ci siano. Alcuni uomini non sanno quanto faccia bene anche il solo vederli. Alcuni uomini non sanno quanto sia di conforto anche un loro sorriso. Alcuni uomini non sanno quanto sia benefica la loro vicinanza. Alcuni uomini non sanno quanto saremmo più poveri senza di loro.

Alcuni uomini non sanno che sono un dono del cielo. Lo saprebbero se glielo dicessimo con il linguaggio inconfondibile del cuore."

In questo mese di maggio viene proprio di affidare tutti a Maria, che come Mamma che conosce il vero amore, ci tolga il velo del sepolcro in cui è chiuso il nostro cuore e lo faccia risorgere nell'amore per ridare sorriso alla umanità. Ne abbiamo bisogno più che dell'aria che respiriamo!

mons. Antonio Riboldi