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Gesù fin dall'inizio mangia con i peccatori (cfr Lc. 5,27 - 32). Ora invita anche i giusti. Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà, perché vuole convertirli. Ma la loro conversione è più difficile di quella dei peccatori. Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua misericordia non è proporzionata ai meriti, ma alla miseria. I peccatori a causa della loro miseria sentono la necessità della misericordia. I giusti, che credono di essere privi di miseria, non accolgono la misericordia. Questo brano è rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e ritrovato. Questa parabola non parla della conversione del peccatore alla giustizia, ma del giusto alla misericordia. La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc. 6,27 - 36) e verso i fratelli peccatori (cfr Lc. 6,36 - 38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre. Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono giusti. I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato il vero titolo per accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà, tenerezza e grazia: per sua natura egli ama l'uomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo bisogno. I destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti. Gesù li invita a convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio perché usa misericordia. La conversione è scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela, volgersi dall'io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato, o dalla presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del Padre. Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è comune ai due figli. Il più giovane, per liberarsi del Padre, si allontana da lui con le degradazioni della ribellione, della dimenticanza, dell'alienazione atea e del nihilismo. L'altro, per imbonirselo, diventa servile. Ateismo e religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo scaturiscono da un'unica fonte: la non conoscenza di Dio. Questi due figli, che rappresentano l'intera umanità, hanno un'idea sbagliata sul conto del Padre: lo ritengono un padre-padrone. Questa parabola ha come primo intento di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia. Questa scoperta è una gioia immensa per il peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E' la conversione dalla propria giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel rivolgersi al Padre che è tutto rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Per accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello. |
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Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita "Se mai dovessero perdersi i quattro Vangeli, che almeno si salvi questa pagina. Basterebbe!". Così la pensava Charles Peguy che ben aveva intuito la centralità di questa parabola che aiuta a ritrovare quello che forse un po' tutti abbiamo perduto, cioè Dio. Sì, perché a perdersi e poi a ritrovarsi non sono tanto i due figli, ma il padre che alla fine abbraccia entrambi. 1. Tutti e due i figli si sono allontanati da lui: il più giovane, sbattendo la porta, il più grande restando, anche se col cuore altrove. Per il più giovane la casa è troppo stretta, per il più grande è troppo vuota. E così entrambi se la lasciano alle spalle e con essa il padre che perdono, forse perché in realtà non l'hanno mai conosciuto. "Si allontanano": ecco descritto nel modo più convincente il peccato, cioè il male. Si tratta in realtà di un impercettibile "congedo" da Dio, cioè dal nostro habitat naturale, dalla nostra più segreta identità. A pensarci bene, l'elemento fondamentale è che esista Qualcuno da cui si proviene e verso cui si tende, altrimenti non avrebbe senso né restare fedele, né diventare infedele perché non ci si allontanerebbe da nessuno, se c'è solo il vuoto dietro e avanti a noi. Per questo oggi è scemato del tutto il senso del peccato, sebbene prontamente rimpiazzato da variegati sensi di colpa, spesso irrazionali e comunque fondati sulla pressione dei miti dominanti e della pubblica opinione. Se manca il riferimento a Dio, scema anche il senso del peccato che è sempre prendere le distanze da Lui. Anche se il male si fa strada comunque e finisce per essere soverchiante rispetto alla nostra libertà. 2. Ma perché capita di allontanarsi? Fisicamente, come nel caso del figlio minore e affettivamente, come nel caso del figlio maggiore? I due fratelli ci lasciano intuire due situazioni che corrispondono a sensibilità diverse per formazione ed esperienza. Il più giovane lascia il padre perché oppresso, limitato, circoscritto dalla figura paterna. Capita anche a molti di allontanarsi da un "dio" percepito come un gendarme, come uno che ti colpisce, che ti vede per castigare. È un'immagine questa del Dio irato più frequente di quel che si pensi, giacché spesso sotto questo nome sono stati fatti passare i contenuti più disparati e perché l'immagine di Dio più frequente non è quella evangelica, come si ricava da questo affresco insuperabile di Luca. Il più grande lascia il padre perché nel profondo si sente un salariato più che un figlio e cerca dunque il massimo vantaggio ("neanche un capretto", si lamenta), ma non ha un rapporto vero. Dio è uno da tenersi buono, tutt'al più uno da ingraziarsi. C'è dietro a questa relazione evidentemente lo spettro di una presenza che non può essere evitata e che deve essere però con-trattata. Ma siamo lontani mille miglia da una qualsivoglia forma di relazione che apra a un incontro. Tanto che tra i due il dialogo sembra spegnersi appena avviato perché non c'è mai stato. 3. E il padre? Come è in realtà? Il dipanarsi del racconto ce ne lascia intuire alcuni tratti, tanto decisivi quanto dimenticati. Colpisce anzitutto la sua accondiscendenza dinanzi alla scelta risoluta del più giovane di andar via. Avrebbe potuto contrastarlo, opporgli la sua esperienza, negargli l'eredità. E invece lo asseconda, lo lascia libero di sbagliare perché lo ama profondamente e sa quanto sia importante provare a realizzare ciò in cui si crede di credere. Il distacco però è solo fisico. Il padre non ha chiuso il suo cuore. Attende fiducioso il ritorno del figlio non potendo far altro. Trepida per lui, scruta la strada nella speranza di vederlo. E infatti sarà il primo a scorgerlo quando ancora era lontano. E quasi non crede ai suoi occhi, si commuove, gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Sembra anche una madre, secondo la celebre intuizione di Rembrandt che - evocando le mani del padre - ne presenta una ruvida e virile e un'altra tenera ed inequivocabilmente femminile. C'è poi una tenerezza speciale anche verso il figlio maggiore. È di altra natura, ma non è meno intensa visto che sotteso c'è qui il dramma di un padre che non si sente più ri-conosciuto e che sperimenta come un senso di abbandono. Di fatto il padre esce fuori premuroso a pregarlo e lascia intendere come egli dimori sempre nel suo cuore e vi sia quasi una continuità ininterrotta tra i due: tutto ciò che è mio è tuo, quasi fossero la stessa persona. La parabola a questo punto però s'interrompe, lasciando in sospeso la reazione ultima del fratello maggiore. Ma in realtà questo vuoto non è casuale e rimette al centro l'iniziativa gratuita del padre, il cui volto Gesù è venuto finalmente a svelarci. Il finale della celebre parabola dipende in realtà dalla libertà di ciascuno, chiamato a misurarsi con il Dio di Gesù Cristo. Ha scritto Benedetto XVI proprio nell'avviare la sua prima enciclica: «"Dio è amore, chi sta nell'amore dimora in Dio» (1Gv 4,6). Queste parole della prima lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula autentica dell'esistenza cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto»" (Deus caritas est, 1). mons. Domenico Pompili - Il pane della Domenica |
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Il vangelo della IV domenica di Quaresima è una delle pagine più celebri del vangelo di Luca e di tutti e quattro i vangeli: la parabola del figliol prodigo. Tutto, in questa parabola, è sorprendente; mai Dio era stato dipinto agli uomini con questi tratti. Ha toccato più cuori questa parabola da sola che tutti i discorsi dei predicatori messi insieme. Essa ha un potere incredibile di agire sulla mente, sul cuore, sulla fantasia, sulla memoria. Sa toccare le corde più diverse: il rimpianto, la vergogna, la nostalgia. La parabola è introdotta con queste parole: "Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Allora egli disse loro questa parabola..." (Lc. 15,1 - 2). Seguendo questa indicazione, vogliamo riflettere sull'atteggiamento di Gesù verso i peccatori, spaziando su tutto il vangelo, mossi dallo scopo che ci siamo prefissi in questo commento ai vangeli della Quaresima, di conoscere meglio chi era Gesù, cosa sappiamo storicamente di lui. È nota l'accoglienza che Gesù riserva ai peccatori nel vangelo e l'opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere "un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori" (Lc. 7,34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesù suona: "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2,17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri. Ma chi erano i peccatori, quale categoria di persone veniva designata con questo termine? Qualcuno, nell'intento di scagionare del tutto gli avversari di Gesù, i farisei, ha sostenuto che con questo termine si intendono "i trasgressori deliberati e impenitenti della legge", in altre parole i criminali, i fuori legge. Se fosse così, gli avversari di Gesù avevano tutta la ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi e criminali e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio. In realtà le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro rigida interpretazione della legge. Peccatori, insomma, erano per loro tutti quelli che non seguivano le loro tradizioni e i loro dettami. Seguendo la stessa logica, gli Esseni di Qumran consideravano ingiusti e violatori della legge i farisei stessi! Succede anche oggi. Certi gruppi ultraortodossi considerano automaticamente eretici tutti quelli che non la pensano esattamente come loro. Un eminente studioso scrive a questo riguardo: "Non è vero che Gesù aprisse le porte del regno a criminali incalliti e impenitenti, o negasse l'esistenza di 'peccatori'. Gesù si oppose agli steccati che venivano eretti nel corpo d'Israele, per i quali alcuni israeliti venivano trattati come se fossero fuori del patto e esclusi dalla grazia di Dio" (James Dunn). Gesù non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori. Il fatto di chiamarli "malati" lo dimostra. Su questo punto egli è più rigoroso dei suoi avversari. Se questi condannano l'adulterio di fatto, egli condanna anche l'adulterio di desiderio; se la legge diceva di non uccidere, lui dice che non si deve neppure odiare o insultare il fratello. Ai peccatori che si avvicinano a lui, egli dice: "Va' e non peccare più"; non dice: "Va' e continua come prima". Quello che Gesù condanna è di stabilire per conto proprio qual è la vera giustizia e disprezzare gli altri, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: "Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri" (Lc. 18,9). Gesù era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi. Ma il fatto più nuovo e inaudito nel rapporto tra Gesù e i peccatori non è la sua bontà e misericordia verso di loro. Questo si può spiegare umanamente. C'è, nel suo atteggiamento, qualcosa che non si può spiegare umanamente, cioè ritenendo che Gesù fosse un uomo come gli altri, ed è il fatto di rimettere i peccati. Gesù dice al paralitico: "Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati". "Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?", gridano inorriditi i suoi avversari. E Gesù: "Affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di rimettere i peccati, Alzati, disse al paralitico, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua". Nessuno poteva verificare se i peccati di quell'uomo erano stati rimessi o no, ma tutti potevano costatare che si alzava e camminava. Il miracolo visibile attestava quello invisibile. Anche l'esame dei rapporti di Gesù con i peccatori, contribuisce dunque a dare una risposta alla domanda: Chi era Gesù? Un uomo come gli altri, un profeta, o qualcosa di più e di diverso? Durante la sua vita terrena Gesù non affermò mai esplicitamente di essere Dio (e abbiamo spiegato inprecedenza anche perché), ma agì attribuendosi poteri che sono esclusivi di Dio. Torniamo adesso al vangelo di domani e alla parabola del figliol prodigo. C'è un l'elemento comune che unisce tra loro le tre parabole della pecorella smarrita, della dramma perduta e del figliol prodigo narrate una di seguito all'altra nel capitolo 15 di Luca. Cosa dice il pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita e la donna che ha ritrovato la sua dramma? "Rallegratevi con me!". E cosa dice Gesù a conclusione di ognuna delle tre parabole? "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione". Il leitmotiv delle tre parabole è dunque la gioia di Dio. (C'è gioia "davanti agli angeli di Dio", è un modo tutto ebraico di dire che c'è gioia "in Dio"). Nella nostra parabola, la gioia straripa e diventa festa. Quel padre non sta più nella pelle e non sa cosa inventare: ordina di tirare fuori il vestito di lusso, l'anello con il sigillo di famiglia, di uccidere il vitello grasso, e dice a tutti: "Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". In un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l'aria di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio il suo bambino di poche settimane, quando questi - per la prima volta, a detta di lei - le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: "Ecco, allo stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore" (L'Idiota, Milano 1983, p. 272). Chissà che qualcuno, ascoltando, non decida di dare finalmente a Dio un po' di questa gioia, di fargli un sorriso prima di morire... |
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"Perduto e ritrovato": sono le parole del padre che chiudono la parabola. "Bisogna far festa e rallegrarsi, perché questo figlio era morto ed è tornato alla vita, era perduto ed è stato ritrovato". Perduto quel figlio lo era davvero. Perduto perché in casa non si trovava bene. E al momento opportuno aveva chiesto la sua parte di soldi e se ne era andato. Magari aveva anche sbattuto la porta, per far capire che ora si sentiva finalmente libero; perduto a causa delle cattive compagnie, che lo facevano sentire grande: aveva soldi da buttare e non si era trovato senza compagni finché aveva avuto soldi in abbondanza: perduto, perché aveva toccato il fondo dell'umiliazione: per un ebreo, di famiglia ricca per di più, fare il guardiano dei maiali era la cosa peggiore che si potesse immaginare. Per gli ebrei il maiale era un animale impuro e quindi stare con i maiali tutta la giornata significava essere "impuro", un lontano da Dio. E poi Lui, il figlio del padrone, alle dipendenze di uno straniero. Pieno di fame al punto di rubare le carrube ai porci! Era veramente perduto, quel figlio. Perduto, ma non dimenticato, anzi sempre amato. Così quando aveva fatto ritorno alla casa di suo padre, pieno di fame, sporco, scalzo, coi vestiti laceri e con il discorsetto preparato a memoria... le reazioni di suo padre non erano state quelle che si aspettava. Il vestito bello, i sandali, l'anello al dito e la festa: ecco cosa aveva fatto il padre per lui. Troppo buono: al punto che l'altro figlio non capisce e si arrabbia: Ma cosa c'è da capire? Quando si ritrova qualcuno che si pensava perduto, "bisogna" far festa. Almeno... Dio ragiona così quando noi torniamo alla sua casa. Dio ci accoglie così anche se arriviamo dopo aver buttato via il suo tesoro. L'aspetto più difficile di tutto l'annuncio cristiano a volte non sono i misteri, ma la l'affermazione della bontà di Dio. Ognuno di noi vorrebbe aggiustare o interpretare la bontà di Dio. Invece la bontà di Dio si rivela sempre superiore e diversa dalle nostre attese. E questo avviene soprattutto di fronte alle persone che hanno peccato ma che hanno fiducia nella misericordia. Gesù nel vangelo sorprende tutti: va a mangiare coi peccatori, difende una donna adultera, chiama tra gli apostoli un pubblicano, entra nella casa di Zaccheo, benedice e conforta un ladrone sulla croce. Gesù racconta questa grande e commovente parabola che fa percepire la grandezza del cuore di Dio, che fa capire come Dio si è comportato e si comporta con noi. "Gli corse incontro, lo baciò, lo strinse forte a sé". Quante volte il Signore ha fatto così con noi e quante volte ancora lo farà, finché non ci porta al sicuro della sua salvezza! La parabola ha un centro: il padre; attorno al padre si muovono le due vicende: i due figli.I due figli sono due tentazioni della vita e noi talvolta assomigliamo al primo, talvolta al secondo, talvolta facciamo convivere la cattiveria di tutti e due. Il primo figlio: costui esige e il padre non si oppone; il figlio fugge di casa e il padre, con cuore straziato, permette che si allontani; il figlio va a divertirsi in modo banale e insulso e il padre permette che dissipi il frutto di tanto sudore, fatica, amore. Il padre resta sullo sfondo della vicenda: appare debole, invece è buono; sembra sconfitto, invece si muove con grande dignità. Dio non ferma l'uomo perché l'amore non può imporre; Dio non viola la libertà; Dio non si vendica mai. Quel figlio perde tutto, arriva al fondo dell'abisso. Che può fare? Può ostinarsi nella sua situazione, rifiutare il ritorno, rifiutare il perdono: ma questo è l'inferno. Oppure, può ritornare: se il figlio muove il passo verso la casa del padre... allora accade l'imprevedibile, accade qualcosa che per noi è difficile capire: accade la gioia di Dio, che Gesù chiama "festa in cielo per un peccatore che si pente". Gesù vuol dire con la sua parabola: sappiate che Dio è così e io sono la prova della bontà di Dio che diventa Betlemme, Nazaret, Cenacolo, orto degli ulivi, Calvario, Eucarestia, Chiesa... La parabola pertanto è un invito: Se hai peccato, ritorna. Se hai offeso fino al limite più infame: sappi che Dio è pronto a ricominciare tutto da capo. Quanta speranza in questo: Dio non mi respingerà mai! Dio fino all'ultimo mi cercherà e non sarà facile sfuggire al suo amore. C'è anche il secondo figlio. E' il figlio scandalizzato per la bontà del padre. Sembra che abbia ragione, invece il suo comportamento è offensivo nei confronti del padre. Anche se non è fuggito da casa, il suo cuore non è mai stato in casa, perché non pensa e non ama come suo padre. Questo figlio è ribelle come il primo: questo figlio è un problema per il padre, una spina nel cuore del padre. Per questo figlio sarà più difficile tornare a casa, perché il suo peccato è nascosto dalla presunzione. E la parabola finisce così: Figlio, ritorna anche tu! Questa parabola ci fa contemplare l'infinito amore di Dio, ci aiuta nei nostri esami di coscienza, ci invita a chiedere sempre il perdono del Signore, ci insegna la strada della riconciliazione e della confessione, come ci esorta san Paolo: "Fratelli lasciatevi riconciliare con Dio, con fiducia, perché Cristo ci ha riconciliati!". |
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Questo è un vangelo nel vangelo. Dietro a queste righe c'è veramente un universo per tutti noi. Questo brano è la storia di Dio che accoglie ogni figlio smarrito, che lo aspetta a braccia aperte. E' la storia di Gesù Cristo che ha dovuto lasciare la sua casa (Dio) per discendere sulla terra, finire nel più basso della terra (porci) per ritornare alla casa del Padre. E' la storia di tutti gli adolescenti del mondo che, per vivere, devono rompere con la casa e con il padre, per poter trovare se stessi, la propria vita, la propria missione e il proprio posto in questo mondo. E' la storia di come, a volte, si hanno le cose ma non ce ne rendiamo conto: per questo è fondamentale fare esperienza, capire, percepire, la ricchezza che si ha. E finché la si ha non ce se ne rende conto! Ci sono cose che non possono essere imparate nei libri ma solo "uscendo", facendo esperienza, vivendo, sbagliando e provando. E se ci si vuole proteggere dalla possibilità di perdersi e di sbagliare non le si imparerà. E' la storia di come si possono fare tante "cazzate" nella vita, ma non è mai troppo tardi. Si può finire con i porci o si può condurre una vita depravata (prostitute) ma c'è sempre la possibilità di redimersi, di recuperare la propria vita e soprattutto la propria dignità. E' la storia dell'amore che rimane: quel padre rimane al di là di tutto, al di là dell'evidenza, al di là del dolore, al di là del rifiuto che ha ricevuto da suo figlio. E' la storia del rifiuto per amore: amare è dire di no, è slegarsi, è andarsene, è rifiutare certi rapporti non perché non siano buoni, non perché non si voglia l'altro, ma perché per vivere, per fare il proprio viaggio bisogna fare così, bisogna rifiutare il papà e la mamma per ritrovare il padre e la madre. E' la storia di chi ha paura di crescere, di cambiare: se ne sta in casa, con le sue solite idee, con il suo solito lavoro, nel suo solito mondo e muore. Muore perché la vita è andare, crescere, cambiare. Così il figlio maggiore che crede morto, depravato, l'altro fratello, non si accorge che sta parlando di sé. E' lui che è un morto in casa, è lui che è corroso e paralizzato dalla paura. E cosa fa? Giudica! Giudica perché non riesce a vivere la sua vita e lo infastidisce da morire che suo fratello invece lo faccia. Il giudizio è sempre la voce della morte: attacco te perché io non sono capace di vivere. E' la storia di come non sia possibile nessun viaggio se non si rientra in sé (15,17): se tu non ti ascolti, se tu non ti guardi dentro, se tu continui a vivere proiettato fuori, pensando che siano le cose a farti felice (soldi) o le persone che devono farti felice (padre, donne) tu deleghi la tua felicità agli altri. E' solo quando accetti l'impegnativo e responsabilizzante compito (ma anche affascinante e inebriante) che nessuno può fare questo per te, se non che te, che diventi adulto e che puoi accedere alla felicità della vita. Sono tutte possibili letture di questo vangelo. Questo vangelo è la storia, descrive, mostra come le relazioni cambiano nella vita. Guardate cosa succede. C'è un padre con due figli. Essendoci tre persone ci sono tre relazioni: il padre e il minore; il padre e il maggiore, e i due fratelli, il minore e il maggiore. Per entrambi i figli il padre è colui che dà. Il figlio minore infatti gli dice: "Dammi la parte di eredità che mi spetta" (15,12). Sentite!? "Dammi": è chiaro come lui vede suo padre. Suo padre è colui che gli dà. Tutti i figli vedono così il loro padre e la loro madre: il latte, il cibo, i vestiti, una casa, i soldi per i libri, la possibilità di mangiare la pizza, di uscire con gli amici. I genitori sono coloro che danno ai figli. Guai se non fosse così: se il genitore non desse sostentamento e nutrimento, il piccolo morirebbe. E' la funzione del genitore nei primi anni di vita: dare (nutrire, proteggere, difendere dai pericoli, far crescere, sostenere, iniziare alla vita, ecc). E' lì per quello. Anche il figlio maggiore lo vede così; infatti gli dice: "E tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con gli amici" (15,29). Anche per lui il padre è colui che dà. E i due fratelli? Osservate i due fratelli non si rivolgono mai la parola. Non si diranno mai niente. I due fratelli non s'incontreranno mai! E perché non s'incontreranno mai? E' semplice: perché non vogliono incontrarsi, perché c'è un conflitto che li divide. Sono in conflitto per il padre: vince il maggiore (il prescelto), perde il minore che se ne deve andare. Capiamo allora perché il minore si rivolga in maniera così dura e perentoria al padre: "Dammi la parte del patrimonio che mi spetta" (15,12). Si rivolge così non a caso, non perché ha un caratteraccio, non perché è un depravato. Si rivolge così perché il padre ha scelto il maggiore (com'era normale e ovvio a quel tempo e in ogni tempo, per certi aspetti) e lui si sente rifiutato (ma lo è per davvero). Lui non è il preferito, il padre ha scelto l'altro e quanto fa male non essere scelti, non essere i primi! Questo vuol dire che non c'è relazione fra i fratelli? No, no, la relazione c'è eccome. Infatti si dice che è il figlio minore che chiede di andarsene. E' una relazione di odio, di competizione, di conflitto. Non si dicono niente ma si odiano "a sangue" (ed esploderà più avanti quando il maggiore gli dirà: "Ma ora che questi tuo figlio - non dice neppure "mio fratello", non lo riconosce neanche; per lui è un estraneo, uno solo da odiare - che ha divorato i tuoi averi con le prostitute…" 15,30). A quel tempo il figlio maggiore ereditava il patrimonio (i 2/3) alla morte del padre. Al minore spettava, invece (1/3). In genere, però, riceveva molto meno.Il figlio maggiore, come normale a quel tempo, è il preferito del padre, il prescelto, colui al quale passerà il suo patrimonio. Ecco perché vi erano quattro milioni di ebrei che vivevano fuori dalla Palestina (solo mezzo milione in Palestina). Ai minori non rimaneva altro che andarsene. Il patrimonio non era solamente una questione economica (il maggiore ha di più) ma una questione affettiva: io (maggiore) sono di più. Le persone, i fratelli, non si fanno mai la guerra per i soldi, ma per l'amore! Avere più soldi rispetto all'altro vuol dire simbolicamente essere amati di più! Il maggiore si sente forte: è l'erede legittimo e il minore, geloso di questo legame speciale fra i due ma sconfitto nella competizione con il fratello, non può che andarsene. Quello che fa non è cattivo, è semplicemente normale. I due fratelli non sono alla pari, non sono uguali. Mai i fratelli sono uguali. E' un romanticismo della nostra mente pensare che i fratelli siano uguali, sullo stesso piano. Non è così. Pensateci un attimo. Il primogenito è il primo figlio, quello aspettato (quando è aspettato ovviamente!), quello desiderato, quello cercato e voluto. Ha tutto l'amore e la sollecitudine dei genitori. Li ha tutti per lui. Il secondo non sarà più il primo perché mancherà quella parte di novità e di investimento del primo. Il primo, poi, rispetto al secondo, è sempre più avanti. Tu che sei secondo hai uno che è più bravo a correre, a scrivere, a leggere, a fare le cose; ha più responsabilità da parte della mamma che gli da qualche piccolo incarico e lo ritiene più bravo di te (ed è vero che è più bravo di te: per forza!, è più grande di te!). A volte deve badare anche a te. E' ovvio che lui - pensa il bambino - è il preferito; è ovvio che lui è più bravo di me (lo è per davvero ai suoi occhi!). Vedere uno che è sempre "più" di te fa certamente arrabbiare. D'altra parte il primo non può essere che infuriato con l'ultimo arrivato: è venuto a sottrargli una parte della torta (l'amore). Prima era tutta sua (l'amore della mamma e del papà) e adesso deve condividerla. Vi siete mai chiesti perché, ad es., i secondi vanno sempre a "rompere" ai più grandi finché leggono, fanno i compiti, guardano la tv? E la mamma deve sempre intervenire: "Ma lascialo studiare; ma perché fai così, non ti fa nulla di male!; cos'ha fatto a te?". E' il suo modo per manifestare quanto lo odi, non lo sopporti e gli stia antipatico. Quando mio fratello, che ha sette anni meno di me, è arrivato in casa mia madre mi ha detto: "Ti piace il fratellino?". "Sì, sì", ho detto (per compiacere lei). Dopo trenta secondi però ho aggiunto: "Se non lo butti fuori tu dalla finestra, lo butto io". Vi siete mai chiesti perché accadono gli incidenti tra fratelli? "Oh, scusa mamma, per sbaglio l'ho spinto e si è fatto male!". ("Per sbaglio?: no, no, lo volevo proprio e sono anche contento!"). Il secondo ha uno che è sempre più di lui, per cui deve sempre dimostrare qualcosa perché l'altro sa di più, è capace di più, è meglio in, ecc. D'altra parte nella mente dei genitori, nessuno è come il primo. Ma perché è così! Il primo è il primo. Il primo grande amore non si scorda mai. Tutte le prime volte hanno un'emozione che le altre (pur belle e intense) non hanno avuto. Pensate al primo amore, al primo appuntamento, al primo bacio, al primo giorno di scuola (magari è stato tremendo, ma lo si ricorda), alla "prima volta", ecc. Quello che il vangelo riporta è nient'altro che questo. Il maggiore sa di essere il primo e il minore sa di essere il secondo.
Questo era all'inizio ma poi c'è stato un distacco, una
lontananza. Anche il padre ha dovuto fare il suo viaggio, e infatti al ritorno del figlio minore lo troviamo fuori di casa ad aspettarlo. Si è dovuto distaccare dall'immagine: "Mio figlio ce l'ha con me. Cosa gli ho fatto io? Con tutto quello che fai per i figli, questa è poi la ricompensa! Manco ti telefonano! Ti usano solo!". E' l'idea di un padre che ha delle rivendicazione verso suo figlio: io ti do qualcosa (soldi, nome, ti ho dato la vita) e tu mi devi qualcosa (telefonare, seguirmi, prenderti cura di me, farmi felice, non lasciarmi, ecc). Il maggiore, invece, non ha fatto nessun viaggio. Suo padre è sempre quello che dà (dirà alla fine: "Non mi hai mai dato…", 15,29) e suo fratello è sempre quello inferiore e depravato; è il "porco" che è andato con le prostitute, cosa che sappiamo tra l'altro proprio e solo da lui perché prima non si era assolutamente detto (con il dubbio che sia una proiezione più che un dato di realtà). Vedete perché giudica: gli fa rabbia che suo fratello, quello minore, quello meno di lui, sia accolto in casa con la stessa dignità sua, al suo pari. Per questo ha bisogno di distruggere la sua immagine, di infangarla, di screditarla. Gli fa rabbia aver perso la sua superiorità. Il problema del maggiore è che è sempre rimasto in casa; non è mai uscito. Quanta gente sempre "in casa", con le sue solite quattro ideucce, i soliti pensieri, la solita gente, il solito modo di pensare, le stesse cose e tradizioni da sempre. Uscire è conoscere; uscire è mettersi in discussione; uscire è scoprire cose incredibili; uscire è rendersi conto che il mondo e la vita sono infinitamente più grandi della nostra piccola e sclerotizzata testa. Ma uscire fa paura: per questo è meglio rimanere in casa. Se il minore è un uomo che ha trovato la vita perché è uscito, ha fatto esperienza, si è giocato in prima persona, il maggiore è un uomo morto, trincerato nei suoi vecchi schemi e pregiudizi. Il vangelo non dice come finirà, ma noi sappiamo come finirà il maggiore. E' un uomo morto e, se non cambierà, lo rimarrà per sempre. Quando il minore ritorna sia il minore che il padre sono diversi. Il padre non è più colui che dà e il minore non è più colui che prende. Hanno fatto la loro strada. Il padre prima aveva dato ma adesso esce fuori e va a ricevere (gli va incontro, gli si getta al collo e lo fa entrare in casa). Quel figlio non è più il figlio che prende ma il figlio che dà. Cosa dà il figlio al padre? Gli dà la paternità: quell'uomo adesso sente che essere padre non è più questione di soldi (patrimonio) ma di amore, affetto, presenza (paternità). Guardate i verbi: vide ancora lontano, commosso, gli corse incontri, gli si gettò al collo e lo baciò (15,20): sono i verbi del cuore, dell'amore. Il padre riceve la paternità. Dal patrimonio (ti do le mie cose, quello che ho) alla paternità (l'amore). Il padre impara e riceve la paternità: essere padri non è dare cose, posizioni, status sociale; paternità è dare qualcosa di sé, è poter essere una casa che rimane ogni volta che si vorrà venire. E il far festa con il vitello grasso non è altro che una conseguenza dell'amore. Il maggiore invece sarà ancora lì a discutere di capretti, vitelli grassi, soldi risparmiati e soldi scialacquati: non ha ancora capito, non è ancora passato, non ha fatto nessun viaggio, non ha cambiato padre (immagine). Ma anche per il figlio minore quel padre non è più il padre dell'inizio. All'inizio la funzione di suo padre era prendere, ricevere. Il padre gli doveva delle cose. Ma dopo il viaggio, il padre non gli deve più niente, infatti dentro di sé pensa: "Gli dirò: ‘Trattami come uno dei tuoi garzoni" (15,19), e si sa che ai garzoni non si deve niente, non possono accampare pretese. Suo padre adesso è un uomo al pari suo (infatti lui pensa che abbia il diritto di trattarlo come un servo: "Ho sbagliato, mi prendo le mie responsabilità, è giusto che lui mi tratti così"). Per lui suo padre prima era colui che lo rifiutava ("Me ne vado perché non mi vuoi, perché preferisci mio fratello maggiore!"); ma adesso è colui che lo accoglie. Per il maggiore, invece il padre è e sarà sempre lo stesso: per questo si sente rifiutato. Per lui il padre è cambiato ("ama mio fratello quanto come me") e si scontra con la sua immagine interna ("io non sono più il suo preferito"). Per questo lo rifiuta e lo attacca. I rapporti cambiano; se non cambiano muoiono o finiscono (che è la stessa cosa). Due persone si sposano. Lei lo fa per scappare da casa dove è ipersoffocata da suo madre e ipercontrollata da suo padre. Lui si sposa perché ha qualcuno a cui insegnare. Ciascuno ha una funzione per l'altro: va bene così ad entrambi, non è un a cosa brutta. Ma poi lei cresce e si stanca di essere diretta in tutto da lui; inizia a fare le sue scelte, senza chiedere permesso e quando si discute non pende più dalle sue labbra ma inizia a controbattere e ad essere autonoma nei suoi pensieri. Cambia la funzione del loro rapporto. L'equilibrio di prima andava bene per prima ma adesso non funziona più. Bisogna trovarne un altro. Se non lo si trova la relazione è finita (o vegeta). Non si può giustificarsi dicendo: "Tu non sei più quella che ho sposato". Certo che non è più quella: per fortuna! Due persone si sposano. Lei vuole un figlio, anche perché gli anni passano. Lui vuole accasarsi. Così si fa il matrimonio. Ma poi arrivato il figlio, lei non sa più che farsene del marito (ha ottenuto ciò che voleva!) e lui si trova in casa ma senza "casa". La relazione cambia. O si trovano altri motivi, altre funzioni, altri scopi, magari più profondi per stare insieme oppure il rapporto è finito (anche se si rimane insieme). I motivi si possono trovare, ma bisogna fare un viaggio fuori dalle proprie sicurezze; bisogna lasciare un'immagine per trovarne un'altra. Ci si mette insieme e poi ci si sposa. All'inizio del rapporto si è attratti fisicamente e la componente fisica ha un ruolo notevole. Per lui vuol dire: "Sono maschio "; per lei: "Sono desiderabile". Ciascuno ne ha un vantaggio. Ma poi la relazione deve cambiare. Che non vuol dire che questa componente sparisca. Vuol dire che se a questa non se ne aggiungono delle altre, il rapporto finisce. Perché si ha bisogno di comunicare in profondità, di aprirsi, di far entrare l'altro e di entrare nell'altro. Il tuo migliore amico inizia a frequentare gruppi di spiritualità. Ti inizia a parlare di cose diverse dai soliti discorsi: sport, lavoro e politica. E' un cambio. Tu dici: "Non è più lui", che è un modo per scaricare il problema: "Tu sei sbagliato!". Il rapporto ti chiede di cambiare, di evolvere. Quando tuo figlio è piccolo, tu comandi e decidi per lui. Poi cresce e non gli comandi più. Il rapporto è cambiato. I genitori dicono: "Quando crescono li perdi!; finché hanno bisogno del papà e della mamma stanno in casa, ma poi…". Se tu non sai "uscire" come quel padre, rimetterti in gioco, non solo non gli comandi più (perché dovresti comandargli visto che lo scopo è quello che si arrangi da solo, poi!) ma perdi anche la sua fiducia. Il rapporto non potrà più essere sul: "Io ti dico, e tu fai", ma sul: "Discutiamone insieme; io penso questo; tu pensi quell'altro; confrontiamoci". In questo vangelo, come sempre nella vita, chi viaggia vive e chi rimane fermo muore. Padre e figlio minore si possono incontrare a livelli profondi solo perché entrambi sono usciti dalle loro posizioni e hanno viaggiato. Il maggiore è sempre rimasto lì, non è andato da nessuna parte: è morto!
All'inizio il loro discorso verte solo sul patrimonio (figlio)
e sul dividere i beni (padre). Ma quando si rincontrano
tutto questo non conta assolutamente più: l'unica cosa
che fanno è di chiedere perdono (figlio) e di
commuoversi, abbracciare e baciare (padre).
La relazione, dopo una crisi così forte, è diventata
profonda, intima, su di un livello diverso. Conosciamo qualcuno, stiamo con qualcuno e gli attacchiamo un'etichetta: "Tu sei questo". E' un bisogno dell'uomo definire le cose. L'altro è "questo" ma anche molto di più. Così quando l'altro cambia o la relazione chiede di cambiare diciamo: "No, tu non sei questo; non ti riconosco più". E' proprio questo il punto(!): si tratta di vedere cose che prima non si vedevano. Le relazioni cambiano perché noi cambiamo. Questo vale anche per noi con noi stessi. Se noi non abbiamo il coraggio di cambiare le nostre maschere (le immagini che noi abbiamo di noi) ci condanniamo a vivere una vita mortale. Il padre è l'uomo per bene: non fa ingiustizia (per quel tempo), da a ciascuno anche quanto non gli spetta (solo dopo la morte si riceveva il patrimonio!), non protesta e non dice nulla. E' l'uomo perbene quello che non fa male a nessuno, onesto, non alza la voce, va sempre in chiesa ed è rispettato da tutti. Ma quando il figlio tornerà se ne infischierà dell'immagine dell'"uomo dabbene" e farà quello che nessun padre a quel tempo avrebbe fatto in quella società: corre, piange, abbraccia, bacia. Non gli interessa più sostenere l'immagine di bravo uomo: ha fatto un viaggio e ha capito che l'amore è più importante. Ha saputo "perdere" l'immagine di rispettato da tutti e di padre perfetto. Non è più un padre perfetto adesso; adesso è un padre che ama. Ogni volta che io dico a mio figlio: "Ma sai cosa dice la gente?; che vergogna; mi hai fatto fare brutta figura", io preferisco (tradimento) ciò che si dice a mio figlio, e lo lascio solo. Sono il padre perfetto (che vuole dare quest'immagine) ma non il padre dell'amore. Il minore è l'uomo: "Con i soldi si fa tutto". La gente dice che i soldi non sono importanti; ma per i soldi la gente si fa le guerre, si tradiscono i fratelli, si denigra i colleghi, ci si accapiglia anche per tre metri quadrati di terra, si rompono legami forti. Il minore crede di poter far tutto ma poi scopre che non è così. Se tu impronti la tua vita solo sui soldi non finirai che come dice il vangelo: tra i porci! Il minore deve perdere l'immagine di sé "io posso tutto" e accettare che lui, proprio lui si è sbagliato e ha fallito. Quanta gente è ostinata: "E' così e non si discute; non ho sbagliato; voglio avere quella cosa". E' il bambino che si impunta e che vuole l'impossibile, vuole quella cosa anche se gli fa male. E' il bambino che non accetta il dolore del fallimento e diventa cocciuto. Il maggiore è l'uomo: "Io sono in regola". Non beve, non fuma, non va a donne (così almeno si presenta) e non fa feste e baldorie con gli amici (mai un capretto). E' sempre in casa, sempre disponibile, dice sempre di sì e non si è mai rivoltato contro a suo padre. Un figlio, meglio di così!!! In realtà non ha mai trasgredito per non perdere l'immagine di bravo e perfetto figlio. E quando si accorge che suo padre ama anche i non perfetti, allora il suo odio esplode. Ha bisogno di vedersi perfetto, cioè più di suo fratello e degli altri. Non può non vedersi così. Ma dentro cova odio e risentimento (come tutti i perfetti). E non riesce fare il passaggio dalla perfezione all'umanità; lui non fa nessun viaggio; lui non cambia. Per questo, come tutti i perfetti, è spietato. Il padre "esce di casa", perde le sue sicurezze e la sua faccia (era disonorevole fare ciò che ha fatto). Il minore "perde tutto" nella sua uscita. "Quando esci di casa", quando inizi a camminare ti accorgi che Dio (quello che tu chiamavi Dio) non è Dio; che tu non sei tu: pensavi di essere libero e di conoscerti ma dicevi di conoscerti solo perché dormivi. Ti accorgi che stai ancora dormendo o che sei ancora dentro al pancione della mamma: e ti ritenevi libero! Ti accorgi che le cose non stanno come pensavi, che tutto quello a cui credevi prima adesso viene messo in discussione, che non ci si può attaccare più a nulla, che non c'è più niente di certo. Alternativa: il fratello maggiore che brontola e giudica tutti (sia il padre - "io ti servo, non ho mai trasgredito e tu non mi hai dato mai" - che il fratello - "tuo figlio… con le prostitute") perché ha paura di uscire. Uscire, rischiare di perdersi e vivere; oppure rimanere per paura, giudicare gli altri e prendersela con il mondo? La gente che ha sempre da dire è perché ha paura di vivere e di uscire, e così, per giustificarsi, brontola. Ognuno faccia la sua scelta. Ognuno è costretto a scegliere: uscire o rimanere. Ognuno sarà ciò che sceglierà. don Marco Pedron |
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Ripercorriamo il cammino Quaresimale che il Signore ci ha fatto fare fino ad oggi: la Quaresima come tempo dell'intimità. Credo che a quella Gesù voglia portarci, guidarci, e ciò che la liturgia ci ha detto in queste settimane lo sento significativo in ordine ad una intimità che deve crescere, che deve diventare desiderio, che deve diventare preghiera. Le prime due domeniche l'intimità chiedeva di fare due fatiche fondamentali: la fatica di andare nel deserto e di abitare il deserto nella domenica delle Tentazioni e la fatica di salire sul monte nella domenica della Trasfigurazione. Domenica scorsa ci è stato detto, nell'esperienza di Mose', che l'intimità con Dio è possibile nell'ascolto del quotidiano, del nostro reale, anche quello più semplicemente vissuto: pascolare il gregge. Oggi, nella vicenda di questo padre e dei suoi due figli ci viene detto che l'intimità nasce dal perdono e dalla misericordia, nel caso del figlio che ritorna... ma ci viene anche raccontato di una intimità mancata nel caso del figlio che rimane in casa col padre senza poi conoscerlo fino in fondo. Tracce di misericordia nelle letture di questa domenica: la prima lettura ci racconta di come il popolo d'Israele può finalmente, grazie all'aiuto di Dio, celebrare la Pasqua nella Terra Promessa. Gli israeliti si accamparono a Galgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nella steppa di Gerico. La seconda lettura ci ricorda che è Dio che nella sua bontà muove per primo i passi della nostra salvezza. Tutto questo però viene da Dio che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo. Ma tracce di misericordia anche nel brano di vangelo, che ci presenta, nel padre dei due figli, un Dio misericordioso, che non cessa mai di amarci, ci aspetta sempre per poi correrci incontro e non ha altro desiderio che quello di accoglierci e di fare festa. Un padre Un padre che ama in libertà, che abbraccia, che non chiede nulla; un padre il cui comportamento è determinato dalla forza di un amore incontenibile, non da una riflessione pacata e ragionevole; un padre 'strano' che invita a riflettere sulla 'particolarità' di un Dio che ama tanto l'uomo da dare il suo Figlio. Due figli Un figlio che se ne va alla ricerca di una vita diversa perché non ha capito, né interiorizzato né sentito in profondità l'Amore di cui è amato. Questo figlio si allontana dal padre il più possibile perché lo sente come un impedimento alla sua piena realizzazione. Di più: con i bambini del catechismo, preparando l'ascolto domenicale, abbiamo detto che chiedere l'eredità a qualcuno vuol dire considerare già morta la persona alla quale la chiedi. E' come se il figlio dicesse al padre: per me tu sei morto... non mi interessa più niente di te, voglio solo i tuoi soldi. L'autonomia sognata si rivela presto un fallimento. La sua fortuna sta nella sua capacità di riflessione: rientrò in se stesso. Questo guardarsi dentro lo porta a decidere di ritornare, anche se la molla di partenza pare essere per lui non la nostalgia del padre, della sua famiglia, ma della casa, del cibo buono e abbondante. Un secondo figlio che rimane e, pur restando, è lontano e non accetta di entrare in una relazione di autenticità con il Padre. Per questo non lo capisce e non accoglie il suo comportamento. Al ritorno del figlio che si era allontanato il Padre fa festa e lo riveste facendogli in questo modo dono di una vita nuova, la vita non dello schiavo ma del figlio. E questo figlio in questo incontro ritrova se stesso, riprende in mano la sua vita e riacquista quella dignità che aveva drammaticamente perduto. L'incontro avviene quando il figlio è ancora lontano sottolinea l'evangelista... il padre si accorge delle motivazioni del figlio, è ancora lontano, è ancora distante dai suoi cari. Non gli importa però questo, e decide di incontrarlo fuori, nella sua lontananza. Che insegnamento per me e forse per noi tutti, che per i nostri ritorni pretendiamo mille garanzie di cambiamento da parte dell'altra persona. Lo stesso vale quando sono gli altri a tornare da noi... certamente non gli andiamo incontro nel paese della loro lontananza ma devono già essere belli pronti, puliti, cambiati. L'abbraccio del Padre cambia radicalmente la sua vita: da uomo smarrito dentro, diventa uomo-figlio avvolto da un amore senza confini. Il figlio 'in gamba' non capisce questo strano Padre che perdona e non accetta di partecipare alla festa. Pertanto non si lascia rivestire della vita nuova che il Padre offre anche a lui. Mi piace che il padre, anche nei confronti dell'altro figlio, abbia lo stesso movimento: uscì a pregarlo... esce ancora quel padre, ad incontrare l'altro figlio nella sua rabbia, nella sua rigidità, nella sua gelosia, nella sua incomprensione, nella sua lontananza, nel suo rinchiudere l'amore nella gabbia dei calcoli, nel suo intendere la paternità come un qualcosa di misurato sulle prestazioni. don Maurizio Prandi |
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Nel deserto della Quaresima diventiamo capaci di accogliere la novità assoluta del vangelo, del volto di Dio che emerge dalla rivelazione di Gesù. Un Dio bellissimo ci attende sul Tabor, quando riusciamo a lasciare la pianura della quotidianità e della mediocrità. Un Dio che non manda le disgrazie e che non teniamo buono sennò chissà che iattura ci colpisce. Un Dio che è un padre affettuoso che ci ama e ci rispetta. Luca costruisce il suo vangelo intorno a tre parabole. Concentra in questi tre capolavori la sintesi del suo annuncio, la logica stringente della sua vita. Una di queste parabole, forse la più conosciuta del vangelo, è quella erroneamente chiamata del "figliol prodigo". Maschere I due figli protagonisti della parabola hanno una pessima idea di Dio. Entrambi. Il primo figlio, scapestrato, pensa che Dio sia un concorrente, un avversario: se c'è io non posso realizzarmi. Dio è un censore, un preside severo, uno che non mi aiuta. Gli chiedo il mio, quello che mi deve (e da quando un padre "deve" l'eredità?), quello che mi spetta. Chiedere l'eredità significa augurare la morte. E il figlio va in un paese lontano, vuole porre una grande distanza fra sé e il padre, e conosce la vita. Ha molti amici, sperpera tutto il patrimonio. Quando finiscono i soldi gli amici se ne vanno, ovvio. È tutta qui la vita? In pochi mesi ha già conosciuto tutto, bruciato tutto? Si ritrova a pascolare i porci. I porci: l'animale impuro per eccellenza. E patisce la fame. Rientra in se stesso e ragiona: "Sono un idiota. In casa di mio padre anche il più umile dei servi ha pane in abbondanza! Ora torno e mi trovo una scusa…" Sì, avete letto bene: contesto radicalmente l'interpretazione buonista del brano. Il figlio non è affatto pentito: è affamato e ancora pensa che il padre sia un tontolone da manipolare. L'altro figlio torna dal lavoro stanco e si offende della festa che il padre ha fatto in onore del figlio minore. Come dargli torto? Il suo cuore è piccolo ma la sua giustizia grande: sì, è vero, il Padre si comporta ingiustamente nei suoi confronti. Giusto: lui lavora da anni e non ha mai osato chiedere nulla. Il figlio maggiore pensa che Dio sia uno da tenere buono, che ora fatichiamo ed obbediamo ma che, alla fine, avremo il premio, ci verrà riconosciuta la fatica che abbiamo vissuto e tutte le messe che ci siamo sciroppate. Lui è uno mortificato, senza grilli per la testa, lui è il bravo figlio che tutti vorrebbero: perché il padre si comporta in quel modo? Happy end? Bene, fermatevi qui, ora. Niente bei finali, Luca si stoppa. Non dice se il primo figlio apprezzò il gesto del Padre e, finalmente, cambiò idea. Né dice se il fratello, inteneritosi, entrò a far festa. No: la parabola finisce aperta, senza scontate soluzioni, senza facili moralismi e finali da Principe Azzurro. Puoi stare col Padre senza vederlo, puoi lavorare con lui senza gioirne, puoi lasciare che la tua fede diventi ossequio rispettoso senza che ti faccia esplodere il cuore di gioia. Il vangelo ci dice ancora una volta che Dio ci considera adulti, che affida alle nostre mani le decisioni, che non si sostituisce alle nostre scelte. Lo sciupone E ora, per favore, smettetela di guardare questi due idioti, così simili a noi. Piccoli e meschini, come noi. E guardate al Padre, per favore. Io vedo un Padre che lascia andare il figlio anche se sa che si farà del male (l'avreste lasciato andare?). Vedo un Padre che scruta l'orizzonte ogni giorno. Vedo un Padre che corre e abbraccia, atteggiamento sconveniente per un Padre cui è dovuto rispetto. Vedo un Padre che non rinfaccia né chiede ragione dei soldi spesi ("te l'avevo detto io!"), che non accusa, che abbraccia, che smorza le scuse (e non le vuole), che restituisce dignità, che fa festa. Vedo un Padre ingiusto, esagerato, che ama un figlio che gli augurava la morte ("dammi l'eredità!") che vaneggiava nel delirio ("mi spetta!"), un Padre che sa che questo figlio ancora non è guarito dentro ma pazienta e fa già festa. Vedo un Padre che esce a pregare (sic!) lo stizzito fratello maggiore, che tenta di giustificarsi, di spiegare le sue buone ragioni. Ecco: vedo questo Padre che accetta la libertà dei figli, che pazienta, che indica, che stimola. Lo vedo e impallidisco. Dunque: Dio è così? Fino a qui? Così tanto? Sì, amici. Dio è questo e non altro. Dio è così e non diversamente. E il Dio in cui credo è finalmente questo? Gesù sta per morire per affermare questa verità, è disposto a farsi scannare pur di non rinnegare questa inattesa rivelazione. Dio è prodigo, scialacquone, sciupone, non il figlio. Perché di esagerato, di eccessivo, in questa storia, c'è solo l'amore di Dio. Paolo Curtaz |
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Il centro della parabola è la rivelazione del cuore di Dio; al suo volto dobbiamo guardare, non ai peccati diversi ed equivalenti dei due figli. Il prodigo è storia di umanità decaduta eppure incamminata, dissacrata eppure con dentro la nostalgia di Dio. Se ne va, un giorno, il giovane, in cerca di felicità: crede di trovarla nelle cose e nel piacere. Ciò che trova invece è una diminuzione di umanità: il libero ribelle è diventato servo, ridotto a contendere le ghiande ai porci, a morire di fame. Così è il peccato: tutto ciò che fa diminuire la nostra umanità. Eppure anche nell'ultimo naufragio rimane un santuario di nobiltà: «Allora rientrò in se stesso», convertendosi a sé più che al padre. Ma nel fondo di se stesso il figlio trova due forze: un desiderio di vita («Io qui muoio!») e l'immagine del padre. Solo chi cerca la vita troverà Dio. E, viceversa, si può dire che soltanto chi cerca davvero Dio troverà la pienezza della vita. Ed è così che inizia il viaggio. Non torna per amore, torna per fame. Non per pentimento, ma perché la morte ormai gli cammina a fianco. Cercava un buon padrone, non osava ancora, non osava più cercare un padre: «Trattami come un servo». Cercava vita, troverà Dio. «Il padre lo vide da lontano, commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». E interrompe i discorsi che il figlio aveva preparato, il suo proposito di tornare come servo. Lo interrompe, per convertirlo proprio da quell'idea. Il padre è stanco di avere dei servi invece che dei figli. Almeno il lontano che torna gli sia figlio. Il peccato dell'uomo è di essere schiavo invece che figlio di Dio (S. Fausti). «Presto, dice, anello, abiti, un banchetto, una festa!». Il centro della parabola è la rivelazione del cuore del Padre; al suo volto dobbiamo guardare, non ai peccati diversi ed equivalenti dei due figli. A lui non interessa condannare e neppure assolvere, non interessa giudicare o pareggiare i conti, ma esprimere un amore esultante, indistruttibile, incondizionato. Dio è esclusivamente amore. Il figlio maggiore torna dai campi, vede ed entra in crisi. Non riesce ad accettare come fratello quel dissoluto («Questo tuo figlio», dirà), non accetta un padre che fa festa al figlio ribelle (infatti mai lo chiama: «Padre»). Io ho sempre ubbidito, ho osservato tutti i tuoi comandi, e a me neanche un capretto! È l'uomo dei rimpianti, onesto e infelice, che ha perso la gioia di vivere: non ama quello che fa', lo subisce, e il cuore è assente. Quanti cristiani sono così, onesti e infelici, i «cristiani del capretto» (Turoldo): sono stato bravo, cosa me ne verrà in cambio? Vivono da salariati e non da figli. Ma l'amore del padre non è commisurato ai meriti dei figli, sarebbe amore mercenario. Non si misura su di un capretto. Non c'è nessun capretto, c'è molto di più: «Tutto ciò che è mio è tuo». padre Ermes Ronchi |
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Il vangelo di Luca, che oggi abbiamo ascoltato, inizia dicendo che «si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro"» (15,1-2). L'evangelista sembra sottolineare con soddisfazione questo strano pubblico che si accalca attorno a Gesù. Per i farisei, invece, è segno di scandalo, perché la comunanza della mensa con i peccatori significa coinvolgimento nelle loro impurità. La loro accusa contro Gesù, pertanto, non è di poco conto. Questa scena che è di scandalo per i benpensanti, per noi è vangelo, «buona notizia». È davvero una notizia lieta che uno come Gesù frequenti i peccatori. Del resto, la liturgia domenicale non è il convito di Gesù con noi, tutti peccatori? Non conversa egli con noi? Non ci dona da mangiare il suo pane e da bere il suo calice? Sì, la liturgia della domenica realizza ogni volta questi tre versetti del vangelo di Luca. Sia ringraziato il Signore per questo dono grande e certamente non meritato! Solo chi si sente «a posto» non capisce questa pagina evangelica e, tutto sommato, non riesce neppure a gustare la gioia che da essa promana. Solo chi non ha bisogno di essere accolto, perdonato e abbracciato ragiona allo stesso modo dei farisei e degli scribi. E a prima vista la loro grave accusa è più che ragionevole. Come si difende Gesù? Non parlando di sé, ma del Padre. E narra la nota parabola detta del «figlio prodigo» (sarebbe meglio chiamarla del «padre misericordioso»). Forse è tra le pagine evangeliche più sconvolgenti. Si apre con la richiesta del figlio più giovane al padre di avere la sua parte di eredità. Ottenutala, se ne va via di casa. La sua vita, inizialmente brillante e piena di soddisfazioni, è poi colpita dalla violenza della carestia e dall'abbandono degli amici. Resta solo ed è costretto a fare il guardiano di maiali, l'unico modo che trova per sopravvivere! Persino i maiali stanno meglio di lui: «Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava»(v. 16), nota tristemente il vangelo. La vita di questo figlio è spezzata, come spezzati sono i suoi sentimenti Quanto gli è amaro ricordare i giorni in cui stava a casa di suo padre! Ma è proprio questo pensiero amaro a farlo rientrare in se stesso: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: "Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; trattami come uno dei tuoi garzoni"» (vv. 17-19). Si alza dalla sua triste condizione e si incammina verso casa. Il padre sta in attesa. Possiamo immaginarcelo sul terrazzo di casa che guarda lontano, verso l'orizzonte, nella speranza di vedere il figlio tornare. L'evangelista scrive che, quando il figlio «è ancora lontano», il padre lo vede e «commosso gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia» (v. 20). Non sa ancora perché il figlio stia tornando, né conosce cosa gli dirà, ma non importa. Quel che conta è che sta tornando. Non gli permette di dire nulla e gli getta le braccia al collo. Il cuore del figlio si scioglie e così pure la sua lingua. Pronuncia poche parole. Sembra che il padre neppure stia a sentirle e, dopo averlo rivestito con abiti nuovi, con i calzari e con l'anello al dito, ordina di fare immediatamente una grande festa. Tutto in brevissimo tempo.
Sta tornando dai campi il figlio maggiore, tutto casa e
lavoro.
Appena apprende il motivo della festa, va su tutte le
furie e non vuole entrare. Ancora una volta è il padre
che esce e gli va incontro, e lo prega perché comprenda
la bellezza di quanto è accaduto ed entri a far festa
anche lui. Non solo non entra, addirittura ha parole
dure verso il padre: «Io ti servo da tanti anni e non ho
mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai
un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che
questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le
prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello
grasso» (vv. 29-30). Il padre risponde con dolcezza: «Tu
sei sempre con me», e con fermezza aggiunge: «Bisogna
far festa» (vv. 31-32). Ha compreso che anche quel
figlio è lontano, pur stando dentro casa. Pur essendo il
figlio maggiore, non capisce l'amore del padre e il
bisogno di affetto e di perdono che ha il fratello
minore. Il padre è fermo con lui: non accetta che resti
chiuso nella tristezza del suo egoismo; una fermezza che
esprime un amore altrettanto grande, come quello che
aveva mostrato per il figlio più giovane. mons. Vincenzo Paglia |