4º DOMENICA DI PASQUA

anno C

Nulla si può strappare dalla mano di Dio

Questi sono gli ultimi versetti di un lungo discorso detto del "buon pastore" che Gesù fa nel capitolo 10 di Gv. Mentre gli altri vangeli hanno le parabole, il vangelo di Gv è pieno di immagini: "Io sono la vita, la strada, la vigna, il buon pastore, l'acqua viva, il pane, la porta". In questo discorso Gesù si definisce come il buon Pastore.

In queste poche parole è racchiusa l'esperienza viva che i primi cristiani, in mezzo a persecuzioni, lotte, conflitti, maldicenze e difficoltà, facevano: chi ascolta e segue il Signore non teme nulla. Perché nessuno ti può rapire, strappare dalla sua Mano.

"Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono".

La maggior parte delle persone scambia l'udire con l'ascoltare. Udire è percepire un suono: è fisiologico. Posso udirti ma non per questo ascoltarti. Ascoltare, invece, è poter sentire quanto, ciò che odo, provoca in me e attorno a me. Ascoltare è porre attenzione, è un atto consapevole.

A livello fisiologico l'orecchio è il responsabile dell'orientamento spaziale e della coordinazione dei movimenti di una persona. L'orecchio è l'organo dell'equilibrio, del verticalizzarsi. (Quando poniamo attenzione per percepire un suono il nostro corpo si erge, si drizza. Per tendere l'orecchio il corpo si verticalizza!). L'ascolto determina e amplia il nostro sistema nervoso. Tutti quelli che sono nervosi e isterici hanno bisogno di ascoltarsi e di far silenzio!.

L'auricologia sa che nell'orecchio c'è tutto l'uomo (come negli occhi o nel piede).

Il bambino nel grembo materno ascolta, sente: se non ha ricevuto le vibrazione affettive necessarie (esperimenti di Tomatis), attraverso il contatto, il tono della voce e la vibrazione psichica materna, rischia di restare per il resto della vita un mutilato psichico.

Come uno ascolta così parlerà. Come uno ascolta così camminerà, canterà ed agirà. Da come tu parli, ma ancor di più da come tu ascolti io capirò chi sei. Mio nonno diceva: (chissà come avrà fatto ad arrivare a tale consapevolezza?): "Non fidarti mai di chi non sa ascoltarti".

Non si può diventare adulti, maturi, cresciuti, senza la capacità di ascoltare se stessi e l'altro. Da come ascoltiamo noi ci evolviamo. Quello che ascoltiamo ci costruisce. Perché il nostro orecchio è la conchiglia con la quale noi costruiamo il nostro interno.

Se la bocca ci fa crescere facendoci introdurre cibo, l'orecchio ci fa crescere facendoci introdurre l'ascolto. E' l'organo che ci fa imparare perché introduce dall'esterno ciò che non c'è in noi.

Abbiamo due orecchie e una bocca perché dovremmo ascoltare molto di più e parlare molto di meno. Abbiamo due orecchie e una bocca perché abbiamo bisogno almeno del doppio di cibo dell'anima (dell'orecchio) rispetto al cibo del fisico (bocca). Se vuoi imparare, non hai alternativa: ascolta!. Non è un caso, allora, se si dice che la fede nasce dall'ascolto: dall'ascolto non dall'aver udito tante parole religiose!

Una delle espressione più usate nella Bibbia è: "Hanno orecchi per udire, ma non odono" (Ez. 12,2)

Ogni giorno udiamo milioni di suoni ma quanto ascoltiamo?

Alcuni santi si sono convertiti di fronte ad una parola ascoltata. Alcuni di noi, invece, hanno letto la Bibbia intera più volte e il vangelo migliaia di volte ma non è successo niente. Perché? Udire è percepire un suono; ascoltare è farlo ri-suonare in noi, che vibri le corde della nostra anima.

Nella realtà quasi nessuno ascolta nessun altro. Se la madre ascoltasse suo figlio potrebbe non solo sentire il suo pianto ma avvertire che dietro c'è il bisogno di affetto, di presenza, di stare insieme e non solo capricci. Se il padre ascoltasse sua figlia potrebbe percepire che quando gli dice: "Papà stai con me", gli sta dicendo: "Papà stai con me perché ho bisogno del tuo amore". Se mi ascoltassi di più potrei scoprire che io sono un villaggio di voci e di personaggi tutti da conoscere che vivono nella scena della mia anima. Se mi ascoltassi di più potrei cercare meno in giro risposte per la mia vita e iniziare a trovarle in me. Chiaramente è molto comodo trovare qualcuno che dia la risposta alla mia domanda: non costa niente! Ma la sua risposta viene da lui mentre la domanda è mia. Vuoi una cosa: cercala. Se ascoltassi di più potrei non udire solo le parole degli altri ma entrare in contatto con il loro animo. Se ascoltassi di più potrei percepire che il silenzio parla. Se ascoltassi di più potrei accorgermi che la realtà non è come quella che ho in testa io ma quella che è realmente, che ho davanti.

Se mi ascoltassi di più non condurrei una vita così assurda. Gli uomini conducono una vita assurda (ab-surdus) perché non si ascoltano, perché non sentono più le esigenze dell'anima, i richiami del profondo, i richiami perfino delle esigenze fondamentali: sono sordi! E se uno è sordo tutto è possibile!

Se sapessi ascoltare sentirei la profondità e la forza del vangelo; sentirei l'energia e la potenza vulcanica di queste parole.

E invece noi udiamo tutto: voci che entrano e che escono, ma non si fermano, non creano vibrazioni, non si sedimentano. Siamo chiusi.

Quando siamo stati battezzati, il sacerdote ha fatto un gesto: ci ha toccato le orecchie e le labbra (rito dell'Effatà, Apriti). Sta a dire: "Ti auguro e fa' in modo che le tue orecchie siano sempre aperte perché tutte le mie parole non ti serviranno a niente se saranno tappate". "Perché -chiesero al maestro- di fronte alla tua parola alcuni cambiano vita e altri neppure sono toccati?". "Dipende dalle orecchie!". Orecchio, ozen, vuol dire apertura. L'orecchio è aperto?

Se non c'è l'ascolto siamo come Pietro che colpisce con una spada l'orecchio del servo del sommo sacerdote e gliela recide (Gv 18,10-11; Lc 22,50-51). Se non ascoltiamo e se non ci ascoltiamo, se non comprendiamo gli eventi, se non abbiamo l'intelligenza spirituale della situazione allora "tranciamo" giudizi affrettati su avvenimenti e persone di cui non vediamo il senso profondo, parliamo a sproposito e giudichiamo (che vuol dire proprio separare, tagliare): è il vaniloquio, il parlare per niente, solo perché si ha una bocca ma non un'anima.

Chi non ascolta giudica e giudicherà. E più un uomo giudica e più certamente non è capace di ascolto, di ascoltarti e di ascoltarsi.

"Io le conosco ed esse mi seguono".

Conoscere per noi è sapere chi è uno, dove abita, quanti anni ha e cosa fa nella vita. Ma che conoscenza è questa? E' una conoscenza di dati, di informazioni, una conoscenza da carta d'identità.

Per la Bibbia, invece, conoscere è fare un'esperienza, incontrare, sentire, percepire. Quando un uomo conosce una donna, nella Bibbia, nasce un figlio: hanno cioè, un incontro sessuale. Conoscere è sperimentarti, incontrarti.

Ti conosco non perché so chi sei o dove abiti o cosa fai nella vita. Ti conosco se ti sento, se avverto ciò che sei dentro, ciò che provi, ciò che vibra in te. Ti conosco se ti incontro, se colgo ciò che ti abita, ciò che sta in te, ciò che vive in te.

Le persone credono di conoscersi solo perché hanno un sacco di informazioni su di sé o sugli altri. E' come dire: conosco cos'è la birra perché ho letto sulla bottiglia l'etichetta "birra". Ma conoscere la birra è berla, sentirla, gustarla e riconoscerne il sapore.

Molte persone chiamano conoscenza un'idea mentale. Sapere che tu ti chiami "Luca Rossi" non è conoscerti. Sapere che tu sei uno studente non è conoscerti. Sapere che abiti a Padova o che sei il figlio di "Sergio Rossi" non è conoscerti.

Allora: ti conosco se ti sento dentro, se ti sperimento, se sento la tua vibrazione interna. Conosco la parola di Dio non se la so a memoria ma se ne sento la vibrazione in me, se avverto in me la potenza e la forza, se mi coinvolge e penetrandomi mi cambia. Perché la vera conoscenza ti cambia. Non conosco mio figlio quando so che materia avrà domani a scuola, ma quando avverto il suo stato d'animo, cosa prova e cosa vive dentro. Conosco il mio partner non perché riconosco la sua faccia ma se ascolto cosa vive dentro di lui, se riesco a percepire e a cogliere cosa ha dentro, e cosa provoca tutto questo in me. Mi conosco se sono in contatto con ciò che freme e si muove, con i miei turbamenti e con i miei slanci, se percepisco le tonalità, le onde del mio mare interiore; mi conosco se mi permetto di percepirmi e di ascoltarmi.

"Le mie pecore non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano".

Arpazo vuol dire rapire, strappare via, prendere, rubare: siamo tutti percorsi da questa paura di essere strappati via. E' la paura e l'angoscia di perdere la propria vita e quella dei cari; di essere uccisi per strada, in treno, alla stazione o in aereo; la paura di uscire di casa e la paura che qualcuno entri in casa; la paura che qualche malintenzionato rapisca i nostri figli; la paura di perdere la faccia, la fama, il prestigio o i soldi. In certi giorni ho paura perfino di quello che potrà dire il vescovo, il mio capo, la gente, gli altri. In certi giorni ho paura di essere pazzo, matto, di aver sbagliato tutto.

Ma se io mi ancoro in Lui, cosa mi può fare paura?

Se tu ti ancori nei soldi, ti possono essere sottratti e lo saranno. Se tu ti ancori nell'amore del coniuge o del figlio, stai attento perché lo sai già: di certo ti sarà sottratto. Se tu ti ancori in quello che gli altri possono dire di te, ti costringi a vivere nell'ansia, a controllare ogni tuo movimento, a chiederti sempre: "Andrà bene? Piacerà?", e comunque avrai sempre nemici. Se tu ti ancori sulla salute, sul fatto che oggi non hai bisogno di nessuno, stai attento perché verrà il giorno in cui tu non basterai più a te stesso. Se tu ti ancori sulla tua vita, sappi che certamente ti verrà strappata da una signora chiamata "morte".

Di quale cosa puoi dire: "E' mia"? Pensa a qualunque cosa e prova a dirle: "Tu sei mia". E poi chiediti: "Ma è proprio vero?". E fallo con qualunque persona. Di quale persona puoi dire: "Questa mi appartiene, questa nessuno me la può rubare"? Dov'è che puoi ancorarti in profondità? Dov'è che puoi trovare un terreno che terrà, che non ti scivolerà via da sotto i piedi lasciandoti cadere nel buio e nel vuoto?

Dio non vuole la morte dell'uomo, ma permette che ci sia perché possiamo imparare che l'unica certezza è Lui. E siccome l'unica cosa sicura è Dio, la morte (che ha un senso per Dio) ci insegnerà ciò che non vogliamo imparare né fare in vita: abbandonarci a Lui.

Quello che dobbiamo imparare, in un modo o nell'altro, lo impareremo. Verrà un giorno in cui, ci piaccia o no, dovremo lasciare tutto e abbandonarci a Lui, dovremo semplicemente fidarci di Lui. Verrà un giorno in cui non potremo più contare più su di noi, in cui non potremo più controllare tutto e tenere tutto sotto il nostro controllo, ma dovremo solo stendere le nostre mani e rimetterci nelle Sue mani. Per molti di noi quel giorno è la morte. La morte è un'esperienza che dobbiamo fare non solo perché ci toccherà, ma perché è un'esperienza religiosa: "Non ho più nulla, se non Te. Mi fido e mi lascio andare".

Mi rendo conto che per trovare la felicità, la vita vera, devo rinunciare al tentativo di trattenere qualcosa per me, perché tutto mi sarà strappato: perderò tutto, ma proprio tutto. Seguire Gesù è accettare che si frantumi l'illusione di poter avere o possedere qualcosa. Nulla è mio, ma io sono di Dio. Mi fa male, mi lacera accettare questa verità; mi lacera perché in me c'è l'illusione di avere potere su qualcosa. E, invece, non ho potere su nulla.

Guardo alle cose: "Vi uso, ma non siete mie. Che stupido sarebbe attaccarmi a voi!". Guardo al mio compagno e gli dico: "Ti amo, ma non sei mio". Guardo a mio figlio e gli dico: "Ti amo visceralmente, ma non sei mio". Guardo alla mia vita: "Ti amo, voglio vivere intensamente e per molto tempo, ma non sei mia".

Questa verità all'inizio mi brucia, e più sono un uomo attaccato, possessivo, dipendente da tutto ma non da Lui e più mi fa soffrire. Ma essa è la fonte della libertà; è la fonte della verità e dell'amore. Perché piano piano questa verità togliendomi tutto ciò in cui confidavo e che mi illudeva mi dona l'unica realtà che esiste, che esisterà per sempre e che terrà: Dio.

"Io sono di Dio"; "tu sei di Dio"; "mia moglie, mio figlio, il mio amore sono di Dio". Allora io mi sento nel palmo della mano di Dio e lì sono al sicuro, perché sento che è l'unico posto dove mi posso riposare e fidare, dove non ho nulla da temere, nulla di cui aver paura. A me non appartiene niente, ma io appartengo a Lui, e questo basta.

Io vorrei alzarmi la mattina con questa luce: "Siccome non possiedo nulla, nulla mi può essere sottratto. Siccome non possiedo nulla, ma appartengo a Dio, nulla mi fa paura".

Quando mi alzo la mattina e mi ripeto le parole della Sapienza (11,24): "Se avessi odiato qualcosa - dice Dio - non l'avrei neppure creata", sento che una profonda pace e fiducia scende in me. Sento che tutte le paure svaniscono, sento che non ho più paura di vivere, sento che posso vivere.

Chi ha paura di vivere è perché ha paura di morire; e chi ha paura di morire ha paura di vivere. Chi ha paura di vivere è perché è attaccato a qualcosa e teme di perderla; chi ha paura di morire è perché non conosce ancora Dio e non ha ancora capito chi è Lui.

Questa era l'esperienza del Risorto, l'esperienza dei primi cristiani. I primi cristiani dicevano: "Ci potete uccidere; potete fustigarci; potete deriderci, considerarci pazzi, prenderci in giro e umiliarci ma non ci potete togliere la vera vita, la vita eterna, Dio. Potete sottrarci la libertà, ogni possedimento, la faccia sociale, la reputazione, ma non potete toglierci la nostra dignità: noi siamo Suoi. Nessuno ci può strappare dalla Sua mano".

Chi vive così, vive davvero. Chi vive così, cosa può temere? Chi vive così non teme, perché per quanto una situazione sia drammatica, dura e sofferente, egli è in quella mano, nel palmo della mano di Dio. E mi accorgo che se ho paura è perché non mi fido poi così tanto di Dio. E mi accorgo che se vivo nell'ansia è perché, in fondo in fondo, Lui non è il mio Pastore. E mi accorgo con quale libertà potrei vivere se solo mi fidessi di più di Lui.

Sulla tomba di Ayrton Senna (il famoso pilota di Formula 1) c'è scritta una frase di S. Paolo: "Nulla mi può separare dall'amore di Dio".

don Marco Pedron

 

Nella mano di Dio

Pietro e Tommaso hanno faticato per credere al Risorto.

Anche noi, come loro, attraversiamo il mare che è la nostra vita incontrando ostacoli e dovendo continuamente affidarci al Signore, per scoprire se - sul serio - siamo credenti.

La vita è un tempo che ci è dato per imparare ad amare.

Scoprirsi amati da Dio è scoprire in lui la sorgente dell'amore è l'esperienza più bella che possiamo fare.

Ma la vita è faticosa, lo so, lo sapete.

Paolo e Barnaba sperimentano la contraddizione che abita il cuore dell'uomo: da una parte vengono rifiutati dai propri fratelli nella fede, dall'altra i pagani, gli esclusi, gioiscono perché scoprono di essere i destinatari dell'annuncio.

La fede arriva a noi attraverso mille difficoltà e mille dolori. A volte fatiche e dolori che arrivano proprio dai fratelli di fede, come in questo delicato momento storico della Chiesa.

Uditori

Diventare adulti nella fede significa scoprire ciò che Gesù dice: nulla mai ci potrà allontanare dalla mano di Dio. Gesù ci tiene per mano, con forza. Ci ama, come un pastore capace, come qualcuno che sa dove portaci a pascolare. Non come un pastore pagato a ore, ma come il proprietario che conosce le pecore ad una a una. Siamo stati comprati a caro prezzo dall'amore di Cristo.

Perché dubitare della sua presenza? Nulla mi può separare dalla sua mano.

La fonte della fede, l'origine della fede è l'ascolto.

Ascolto della nostra sete profonda di bene e di luce. Ascolto della Parola che Gesù ci rivolge svelando il Padre. Questo ascolto ci permette di ascoltare la nostra vita in maniera diversa, di mettere il Vangelo a fondamento delle nostre scelte.

Ci conosce, il Maestro.

Conosce il nostro limite, la nostra fatica, ma anche la nostra costanza e la gioia che abbiamo nell'amarlo. E Gesù, oggi, ci esorta: niente ti strapperà dal mio abbraccio.

Non il dolore, non la malattia, non la morte, non l'odio, non la fragilità, non il peccato, non l'indifferenza, non la contraddizione di esistere. Nulla.

Nulla ci può rapire, strappare, togliere da Lui.

Siamo di Cristo, ci ha pagati a caro prezzo.

Siamo di Cristo.

Destini

Al discepolo non è risparmiata la sofferenza, la vita non è semplificata.

La vita è semplicemente illuminata, trasfigurata, diversa.

Altro è sbattersi tutta la vita chiedendosi qual è la misteriosa ragione del nostro passaggio in questa valle di lacrime. Altro scoprire che siamo inseriti nell'immenso progetto d'amore che Dio ha sull'umanità. E di cui possiamo far parte.

Qual è il tuo destino, amico lettore? Hai scoperto qual è il tesoro nascosto nel tuo campo? Hai capito per quale ragione sei stato tratto all'esistenza? Spero di sì, e che questo sogno sia lo stesso che Dio ha su di te.

Allora potrai essere davvero in cammino, in strada. Non importa se diventerai un premio Nobel o il sommo manager o chissà che. Scoprendoti nel cuore di Dio, nel suo pensiero, nella sua mano, smetterai di restare ripiegato sulle tue piccole paure, finirai con il dimenticare le tue fragili frustrazioni per amare, infine.

Pastori nel pastore

Sono tempi difficili, per la Chiesa. Siamo messi a dura prova e, in questo momento.

Un vecchio, timido, tenace Papa cerca di arginare la piena mediatica che, al solito, aggredisce, semplifica, giudica impietosamente. La questione dei preti pedofili è terribile e, probabilmente, è stata male gestita, in alcune occasioni. Ma è anche vero, e lo vediamo in queste ultime settimane, che, a partire da questo terribile evento, alcuni media si scagliano contro la Chiesa nel peggiore dei modi, con rabbia ma celata, con odio profondo.

Molti perdono fiducia nella Chiesa e nei suoi pastori, guardando alle mele marce (che necessitano della nostra preghiera, ma anche di essere fermate) e scordando le centinaia di migliaia di preti, di catechisti, di religiosi che vivono con generosità e correttezza il loro ministero.

Papa Benedetto, domenica a Malta, ha pianto con le vittime degli abusi, travolto dalla commozione per il loro dolore e, immagino, per il grande dolore che prova per la Chiesa.

Dolore che provo anch'io, forte, quando vedo il danno arrecato al volto di Cristo da parte della nostra mediocrità (mia, in primis) e di come invece di essere trasparenza, siamo diventati velo che offusca il luminoso volto di Cristo. Questa domenica, dedicata alla preghiera per i pastori, diventa, quest'anno, densa di significato e di coinvolgimento.

È questo il momento di pregare per i nostri pastori, questo il momento di fare penitenza, di andare all'essenziale. Di chiedere preti santi, a immagine del Santo.

Quanta sofferenza mi raccontano i miei confratelli, persone trasparenti, evangeliche, veramente avvinte dal Signore, che devono comportarsi innaturalmente, senza potere neppure accarezzare la testa di un ragazzo del catechismo, o mantenendo rigidamente le distanze con tutti (come un vigile, non come un padre nella fede!) per non suscitare incomprensioni!

Stiamo attraversando la grande tribolazione, anche a causa delle conseguenze delle nostre colpe. Come, in un corpo ferito, basta qualche cellula infetta per far soffrire l'intero organismo, così accade oggi a noi.

È questo il tempo della preghiera e della conversione, ci ammonisce il Papa.
È l'intero corpo che soffre e l'intero corpo deve guarire, purificandosi, facendo penitenza.

Con sguardo profetico e spirituale, papa Benedetto invita tutti noi ad accettare questo momento non per chiuderci a riccio, o lamentarci, o metterci sulle difensive, ma per stringere, forte, la mano del Signore. Nulla ci può rapire dalla sua mano.

Anche se siamo un gregge testardo, incoerente, spelacchiato, il Signore non ci abbandona.

Ancora per dire e per dirci che la Chiesa non è il popolo dei perfetti, ma dei perdonati.

Non il popolo dei giusti, ma dei figli.

Paolo Curtaz

 

Alle mie pecore io do la vita eterna

Nella festa della Dedicazione del Tempio, Gesù si proclama come il pastore buono promesso al popolo in nome di Dio. La festa della Dedicazione ricordava la ricostruzione del Tempio al tempo della vittoria di Giuda Maccabeo contro Epifanie IV. Era una festa dal carattere nazionalistico, la festa della liberazione di Gerusalemme dall'occupazione straniera, ma conservava anche un suo profondo valore religioso. Dio non lascia solo il suo popolo, non lo abbandona al suo destino, ma si fa presente come il Dio che ha scelto questo popolo per farne il suo popolo, come il Dio che aveva liberato Israele dall'Egitto e poi tornava a liberarlo ogni volta che perdeva la sua libertà. Si fa presente e si farà presente realizzando questa promessa: mandare i pastore buono a condurre il suo popolo. Nella festa della Dedicazione del tempio si leggevano le pagine del profeta Ezechiele che parlavano del pastore buono.

Questa contestualizzazione delle parole di Gesù ci rimanda a riflettere sul nostro cammino nella storia: quale sarà il nostro destino?

Quando pensiamo al cammino della storia, ondeggiamo tra prospettive ottimistiche che ci fanno sperare nella progressiva costruzione di un futuro migliore e visioni catastrofiche che fanno temere il peggio. Oggi sembrano prevalere le seconde. Dentro questi scenari si colloca la nostra vicenda personale: la possibilità di vedere realizzati i nostri desideri, le nostre aspirazioni, per noi e per i nostri figli o il timore di non riuscire a garantirci e a garantire serenità e prosperità. Oggi sembra prevalere, quando guardiamo al futuro, inquietudine e preoccupazione. Sono questi interrogativi che fanno da sfondo alla parola di Gesù: Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.

1. Gesù ci dà la sua vita accettando per sé la croce come segno supremo dell'amore che non si risparmia, ma si dà fino alla fine, fin quando tutto è compiuto. Ci dà la sua vita nel sacramento del pane e del vino dell'eucaristia che celebriamo ogni domenica come memoriale della Pasqua.
Gesù ci dà la vita perché, nella partecipazione alla sua Pasqua, anche noi diventiamo partecipi della vita che è dono di Dio, è eterna come eterno è Dio. Diventiamo partecipi della vita del Figlio perché anche noi siamo adottati come figli.

Questa è per noi una sorta di assicurazione: la nostra vita è stata salvata dalla perdizione. Ora non abbiamo più da temere di finire male, ora sappiamo che la cifra per leggere ed interpretare le nostre vicende personali e quelle collettive della famiglia umana è la Pasqua. Ce lo ricorda anche la pagina di Apocalisse che in questa domenica viene proclamata come 2ª lettura. Una moltitudine immensa, che nessun poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua che sta sotto la tenda che Dio ha steso sul loro capo. Non avranno più sete, non avranno più fame, non li colpirà più il sole perché il pastore li condurrà alle fonti dell'acqua della vita (cfr. Ap 7,14-17).

Questi hanno attraversato la tribolazione, le tribolazioni della vita mantenendo salda la loro fiducia nella promessa che nessun può separarci dall'amore di Dio: non la spada, non il dolore, non la malattia, non la povertà, non le tribolazioni (cfr. Rm 8,35-39).

Il Padre è il più grande di tutti, e nessuno può opporsi al suo amore, nessuno può sottrargli i figli che ama.

2. Della Pasqua noi siamo chiamati ad essere testimoni nella storia come testimoni della speranza cristiana. Essa non è il semplice ottimismo di chi sa trovare dentro le pieghe della storia le ragioni per non lasciarsi imbrigliare dalle tinte fosche della cronaca quotidiana. Certo anche di questo c'è bisogno: della capacità di far risuonare le notizie belle, di mettere in luce il bene che pure è presente nella quotidianità dei nostri quartieri, dei nostri luoghi di lavoro, delle nostre comunità, del volontariato, del servizio al bene comune, delle nostre famiglie. C'è bisogno di non rimanere prigionieri di una visione della realtà condizionata dal catastrofismo, dalla paura, dalla insicurezza. Essere testimoni della speranza significa anche essere testimoni della crescita del seme del Regno che, piantato in mezzo a noi giorno per giorno, cresce per diventare la pianta su cui si può trovare riparo.

Ma essere testimoni della speranza cristiana significa anche essere testimoni della Pasqua, della fede che sa vedere oltre le croci dei tanti venerdì santi l'alba della domenica di risurrezione.

Di questo noi siamo chiamati ad essere testimoni con la perseveranza con cui sappiamo attraversare le nostre tribolazioni e sappiamo stare vicini ai fratelli e alle sorelle nelle loro. Non con facili parole di consolazione, che spesso lasciano il tempo che trovano, ma con la perseveranza di chi, anche nell'assenza di spiegazioni soddisfacenti, di ragioni plausibili, sa trovare un senso, una direzione: andare verso il Padre che ci attende nella casa che ha preparato per noi.

3. Questo non può significare, però, una fuga dalle responsabilità mondane. Noi siamo chiamati ad essere cittadini di questo mondo, cittadini partecipi, con il nostro impegno quotidiano, della costruzione di relazioni fraterne, di luoghi di solidarietà, di cura per le sofferenze e i disagi. Costruttori di un mondo che sia già ora la casa serena e pacifica dove tutti possono abitare, trovando il necessario per la propria vita, spazi per poter realizzare i propri progetti e le proprie aspirazioni. Se la speranza cristiana ci rassicura per il futuro nell'attesa della casa paterna che Dio ha preparato per tutti i sui figli, noi qui sulla terra siamo chiamati a impegnarci per la costruzione della casa fraterna dove ogni uomo e ogni donna può già comunicare a trovare dimora.

La destinazione universale della buona novella del vangelo di Gesù di cui parla la pagina di Atti proclamata in questa domenica (cfr. At 13,43-52) ci richiama al servizio alla famiglia umana promuovendo la giustizia, impegnandoci per la pace, rimuovendo le cause della povertà e della fame, difendendo la salute e la vita di tutte le genti.

Così diventiamo testimoni della speranza cristiana in mezzo alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce della famiglia umana.

don Ivano Valagussa - Il pane della domenica

 

I giudei non accettano la testimonianza divina delle opere compiute da Gesù perché non sono pecore di Cristo: le pecore di Cristo ascoltano la sua voce, i giudei invece non credono.

Le pecore di Gesù si trovano in mani sicure, perché sono custodite con cura dal Padre e dal Figlio, queste due persone che vivono in comunione e in intimità perfetta, come dice Gesù: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (v. 30). Le parole di Gesù, di essere una cosa sola con Dio, si rivelano scandalose agli orecchi degli increduli giudei.

In questo testo Giovanni pone sulla bocca di Gesù tre affermazioni che mettono in risalto l'identità delle pecore e le loro caratteristiche in rapporto a Cristo: ascoltano la sua voce, lo seguono e non periranno mai.

La qualità fondamentale di chi è aperto alla fede è anzitutto l'ascolto: "Chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato ha la vita eterna" (Gv. 5,24). Chi ascolta il Maestro ha la vita e diventa suo confidente. E a sua volta è conosciuto da lui con una unione personale e profonda che si concretizza nell'amore (Gv. 10, 4).

Ma l'ascolto implica il seguire Gesù, ed è azione e impegno. Chi si fida di Gesù, che "ha parole di vita eterna" (Gv. 6,68), gode dei beni messianici e porta frutti di vita duratura (Gv. 10,10-15; 14,6).

Inoltre chi lo segue sarà custodito da lui (Gv. 17,12), nessun ladro lo potrà rapire e nessuna prova o persecuzione lo vincerà perché Gesù, cosciente della sua missione, lo custodisce e lo preserva dai pericoli nella sicurezza e nella pace.

Solo chi appartiene al gregge di Cristo riconosce nella sua parola la qualità di Messia e di buon Pastore, che agisce a nome del Padre, in unità di azione e di amore. Il credente, a differenza di colui che non è delle pecore di Cristo, sente vicino nella sua vita il Signore che gli dà sicurezza, perché in lui vede il Padre che gli dona la vita eterna, che è conoscenza del Padre e del Figlio (Gv. 6,40; 17,3.22).

padre Lino Pedron

 

In ascolto del vero Pastore

Farsi pecore per servire il vero Pastore che è Cristo e non i falsi pastori e guide umane che sono privi di fede e non sono testimoni credibili per gli altri. Sta qui il nocciolo del messaggio che ci viene dal Vangelo della Quarta Domenica di Pasqua, domenica del buon Pastore. Il breve brano del Vangelo di Giovanni che ascoltiamo oggi focalizza la nostra attenzione sull'ascolto della voce del pastore che deve essere davvero guida sicura per gli altri, al fine di non smarrirli e non far perdere neppure uno di essi. Solo Cristo, vero pastore, può realizzare questo sogno, per molti facilmente conseguibile e che in realtà è difficile da fare. Dall'ascolto nasce anche la conoscenza e la sequela. Se non si ascolta chi guida un gruppo, fosse anche il più piccolo da un punto di vista ecclesiale e sociale, il gruppo si smarrisce e va alla deriva. Questo capita in tutti gli ambiti non solo della Chiesa, ma anche della società. Oggi si va alla ricerca di guide facili e elastiche su molti aspetti della propria fede ed etica. Non si cercano guide coerenti e coraggiose ed al primo albeggiare di guide del genere scatta il meccanismo della promozione e dell'ascesa alla guida del gruppo. La scelta di tali guide segue la logica umana, ma non certamente quella di Dio, che nel testo del Vangelo trova il suo motivo ispirazione. A Dio appartiene l'umanità e la chiesa e chi è pastore di essa deve sapere che l'origine primaria e fondante di ogni autorità sta in Dio che è amore, benevolenza, attenzione e cura verso chi si trova in difficoltà e nello smarrimento.

"In quel tempo, Gesù disse: "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola".

Il testo degli Atti degli Apostoli di questa domenica ci presenta una chiesa primitiva attiva ed impegnata nella evangelizzazione a tutto campo. All'opera di questo grande progetto missionario di far conoscere Cristo tra le genti sono Paolo e Barnaba. Infatti, "in quei giorni, Paolo e Barnaba, attraversando Perge, arrivarono ad Antiochia di Pisidia ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, si sedettero. Molti Giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Barnaba ed essi, intrattenendosi con loro, li esortavano a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo bestemmiando. Allora Paolo e Barnaba dichiararono con franchezza: "Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: ''Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all'estremità della terra''". Nell'udir ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna. La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Iconio, mentre i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo". Dal testo si comprende l'enorme difficoltà che incontrarono i due missionari nel confrontarsi con mondi culturali e religiosi diversi dal loro e nel caso specifico di una chiara presa di posizione acritica e pregiudiziale nei confronti di Paolo e Barnaba. Non si scoraggiano di fronte all'opposizione di un gruppo di facinorosi e proseguono nel loro cammino nel portare Cristo ai fratelli più disponibili ad accoglierlo nella loro vita. E' lo stile missionario che accompagna tutti i veri missionari del vangelo, che sanno andare oltre e non fermarsi mai di fronte alle difficoltà che genera l'evangelizzazione quando si espande in realtà e contesti culturali e religiosi che non sono quelli del luogo di origine e di affermazione iniziale. Il gesto di Paolo e Barnaba di scuotere la polvere dei piedi nei confronti di quanti rifiutavano i loro discorsi è significativo anche oggi, perché di fronte ai tanti ostacoli che si frappongono nella diffusione del Vangelo, la Chiesa ed ogni cristiano ha il dovere di andare oltre e non fermarsi mai. E' la predicazione itinerante che caratterizza molti istituti missionari di ieri e di oggi, come i Passionisti, che nel loro carisma inglobano proprio questa esigenza fondamentale di non fermarsi ad un solo posto, ma camminare su ogni strada con i piedi del missionario itinerante. Se una certa cultura e impostazione pastorale di oggi tende a giustificare e a sostenere la stabilità in un luogo perché l'azione missionaria sia efficace e duri nel tempo, non trova riscontro nella realtà della società e della stessa chiesa di oggi. La stanzialità non premia, anzi a volte genera situazioni di conflittualità tra ciò che si dice e si fa. Bisogna contemperare le due esigenze della stabilità e della itineranza, mediante progetti pastorali di evangelizzazione in grado di assicurare risultati e risposte non solo a lungo termine, ma anche a breve termine sul processo di annuncio.

Il testo dell'Apocalisse ci presenta invece i risultati di quella che è la evangelizzazione vera e duratura. I risultati sono la santità, espressa in vari forme, tra cui quella del martirio per la fede in Cristo: "Io, Giovanni, vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E uno degli anziani disse: "Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi".

In fondo la sintesi di tutto il discorso di oggi sta proprio nella centralità che Cristo assume nella vita di ogni credente, dell'umanità e della storia della salvezza. Questo Gesù è il pastore che guida l'intera umanità verso le fonti delle acque della vita. A tali fonti anche le sofferenze più atroci e le delusioni più amare trovano la risposta e soprattutto il sollievo, in quanto la grazia di Dio sostiene il cammino di ogni credente ed apre il cuore alla speranza, quando il buio e la notte sembrano avanzare inesorabilmente nella vita e nella storia di questo mondo e del nostro mondo. E allora la preghiera non può non essere quella che reciteremo come colletta alla celebrazione eucaristica di questa Domenica: "Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l'umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore".

padre Antonio Rungi

 

La dimensione di Cristo come buon pastore

In tutti e tre i cicli liturgici, la IV domenica di Pasqua presenta un brano del Vangelo di Giovanni sul buon pastore. Dopo averci condotto, Domenica scorsa, tra i pescatori, il Vangelo ci conduce tra i pastori. Due categorie di uguale importanza nei vangeli. Dall'una deriva il titolo di "pescatori di uomini", dall'altra quello di "pastori di anime", dato agli apostoli.

La maggior parte della Giudea era un altipiano dal suolo aspro e sassoso, più adatto alla pastorizia che all'agricoltura. L'erba era scarsa e il gregge doveva spostarsi continuamente; non c'erano muri di protezione e questo richiedeva la costante presenza del pastore in mezzo al gregge. Un viaggiatore del secolo scorso ci ha lasciato un ritratto del pastore nella Palestina di allora: "Quando lo vedi su un alto pascolo, insonne, lo sguardo che scruta in lontananza, esposto alle intemperie, appoggiato al suo bastone, sempre attento ai movimenti del gregge, capisci perché il pastore ha acquistato tale importanza nella storia d'Israele che essi hanno dato questo titolo ai loro re e Cristo lo ha assunto come emblema di sacrificio di sé".

Nell'antico Testamento Dio stesso viene rappresentato come pastore del suo popolo. "Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla " (Sal. 23,1). "Egli è il nostro Dio e noi il popolo che egli pasce" (Sal. 95,7). Il futuro Messia è anch'esso descritto con l'immagine del pastore: "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri" (Is. 40,11). Questa immagine ideale di pastore trova la sua piena realizzazione in Cristo. Egli è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; si impietosisce del popolo perché lo vede "come pecore senza pastore" (Mt 9,36); chiama i suoi discepoli "il piccolo gregge" (Lc. 12, 32). Pietro chiama Gesù "il pastore delle nostre anime" (1 Pt. 2, 25) e la Lettera agli Ebrei "il grande pastore delle pecore" (Eb. 13,20).

Di Gesù buon pastore il brano evangelico di questa Domenica mette in risalto alcune caratteristiche. La prima riguarda la conoscenza reciproca tra pecore e pastore: "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono". In certi paesi d'Europa, gli ovini sono allevati principalmente per le carni; in Israele erano allevati soprattutto per la lana e il latte. Esse perciò rimanevano per anni e anni in compagnia del pastore che finiva per conoscere il carattere di ognuna e chiamarla con qualche affettuoso nomignolo.

È chiaro ciò che Gesù vuole dire con queste immagini. Egli conosce i suoi discepoli (e, in quanto Dio, tutti gli uomini), li conosce "per nome" che per la Bibbia vuol dire nella loro più intima essenza. Egli li ama con un amore personale che raggiunge ciascuno come se fosse il solo ad esistere davanti a lui. Cristo non sa contare che fino a uno: e quell'uno è ognuno di noi.

Un'altra cosa ci dice del buon pastore il brano odierno di Vangelo. Egli dà la vita alle pecore e per le pecore e nessuno potrà rapirgliele. L'incubo dei pastori d'Israele erano le bestie selvagge – lupi e iene – e i briganti. In luoghi così isolati essi costituivano una minaccia costante. Era il momento in cui veniva fuori la differenza tra il vero pastore -quello che pasce le pecore di famiglia, che ha la vocazione di pastore- e il salariato che si mette a servizio di qualche pastore unicamente per la paga che ne riceve, ma non ama, e spesso anzi odia le pecore. Di fronte al pericolo, il mercenario fugge e lascia le pecore in balia del lupo o del brigante; il vero pastore affronta coraggiosamente il pericolo per salvare il gregge. Questo spiega perché la liturgia ci propone il Vangelo del buon pastore nel tempo pasquale: la Pasqua è stata il momento in cui Cristo ha dimostrato di essere il buon pastore che da la vita per le sue pecore.

padre Raniero Cantalamessa

 

Mani per... custodire

E' la domenica del Buon Pastore. E' la domenica che la chiesa dedica in modo particolare alla parola vocazione, ovvero alla chiamata che Dio in Gesù rivolge in modo particolarissimo e personalissimo ad ognuno di noi. Ecco un primo dato allora che emerge dalla liturgia della Parola di oggi: il rapporto personale che Dio desidera costruire e vivere con ognuno dei suoi figli: io le conosco... nessuno le rapirà dalla mia mano. Emerge chiaramente, io credo, la cura particolare che Dio dedica ad ognuno a fronte della vastità del suo gregge; come dire che non diluisce la sua attenzione, che non guarda all'insieme ma porta nel cuore ogni vita, ogni storia, ogni fatica, ogni dolore, ogni gioia. Eppure la prima lettura parla di moltissime persone che si accostano alla Parola di Dio per ascoltarla e la seconda lettura parla di una moltitudine formata da persone di ogni popolo, razza, nazione, lingua... lo sguardo di Dio non vede la massa indistinta (a volte a noi capita un po' così invece, quello che conta è il numero, che ce ne siano e siano tanti...) perché lo sguardo di Dio entra nella preziosità della vicenda di ognuno e si offre in un rapporto di relazione autentica, fatto di presenza, di ascolto, di comunicazione, di amore, di cura, di dedizione, di dono della propria vita. Forse la nostra prima vocazione è proprio questa: essere persone e non essere dei numeri, essere dei doni ben precisi alla nostra chiesa e non dei militanti impegnati nei più svariati servizi. Ecco che già siamo in pieno dentro a quello che è l'obiettivo di Gesù: dirci tutta la sua vicinanza, tutto il suo amore, tutta la sua custodia per la nostra vita ma per condurci là dove veramente è il suo cuore: nel mistero del Padre. Una responsabilità allora per i pastori della chiesa: aprire ogni uomo ed ogni donna al rapporto con Dio... siamo custoditi nella mano di Gesù ma non per essere tenuti in pugno da Lui perché il vangelo è chiaro in questo senso... Il Figlio ci vuole collocare nella mano del Padre, dalla quale nessuno ci può strappare.

La mia voce... Mi piace, come ogni anno del resto, soffermarmi un poco su questo particolare: Dio ha una voce. Non capisco la tua lingua Signore, ma so che tu mi parli... mi parli attraverso un bambino, mi parli attraverso un povero, mi parli attraverso gli avvenimenti che ogni giorno costruiscono la mia vita. Mi parli per dirmi che anche io sono un figlio amato, per dirmi che ti interesso, che conto per te. Penso allora a Luisitta e ad Italo che oggi festeggiano a Reppia il loro 50° anniversario di matrimonio e a tutti gli sposi che sono qui... a come il Signore ha parlato e parla attraverso la voce della persona amata. Come è cambiata quella voce nel corso degli anni... forse si è affievolita, si è fatta meno sicura... rimane il segno però, perché attraverso quel segno vi siete detti l'amore. Penso alla voce della Giulitta e alla voce di tante persone care che ora non ci sono più... un suono che resta, e che ancora oggi riconosceresti tra mille: Dio è passato anche di lì.

Io le conosco... E parli ai miei fratelli, parli alle mie sorelle per raccontare il tuo amore per loro. Conosci le tue pecore e in quel verbo, conoscere, così importante nella Bibbia, è scritto tutto il tuo amore... sei così Signore, ti importa delle tue pecore, più di ogni altra cosa, più della tua stessa vita. E ti importa di me, ti importa della mia vita... della mia vita disorientata, della mia vita distratta, della mia vita lamentosa... e nel cercare la mia vocazione scopro la Tua: prenderti cura!

Quasi tutta la città si radunò per ascoltare la Parola di Dio... La prima lettura ci ricorda che nutrimento per la nostra vita di fede è la Parola di Dio. Mi rifaccio a quanto ascoltato da padre E. Bianchi durante un incontro: è necessario vigilare per custodire la differenza tra la parola di Dio e le altre parole, perché le altre parole, anche le più autentiche dette dalla chiesa, sono al servizio della Parola di Dio. Il primato dell'ascolto allora è da ribadire ancora una volta... è il primo dei comandamenti: Ascolta Israele! Ecco la vocazione della chiesa, è Gesù stesso che la indica: ascoltano la mia voce e mi seguono; una chiesa che ascolta e che segue il suo Signore.

Se oggi c'è una patologia nella nostra vita, è la mancanza di ascolto. Parlare, parlano tutti, lo sapete benissimo. Ma il vero problema è trovare gente che ascolti. Anche nella chiesa, gente che parla la trovate dappertutto, ma trovare gente che ascolta, provate a cercarla (E. Bianchi).

Che il Signore ci insegni ad ascoltare, perché ascoltare una persona equivale a dirle: tu ci sei, tu esisti, tu conti per me... la prima maniera di dire a qualcuno che esiste è ascoltare, che un poco equivale ad amare.

don Maurizio Prandi