3º DOMENICA DI AVVENTO

anno C

Il Signore viene: intonate il Magnificat!

A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?

"Buonismo": è termine di recente introduzione nel nostro vocabolario e di larga diffusione nel linguaggio giornalistico; starebbe a indicare un atteggiamento bonario e tollerante, e, come tutte le parole che finiscono in "ismo", sottintende qualcosa di eccessivo e di inopportuno. Il neologismo esprime grosso modo quello che una volta si chiamava sentimentalismo.

Ecco, il Natale non è la festa del buonismo. Non si può ridurre a una sagra delle sdolcinature, delle stelline e delle strenne, per spalmare un po' di tenerume su emozioni a buon mercato, su tradizioni prive d'anima e abitudini superficiali che poi si sa dove vanno a finire: in quella "grande abbuffata" che ci permette di dimenticare per qualche ora la pesante monotonia della vita, magari mettendoci l'anima in pace con qualche panino ai barboni. E poi tutto torna come prima: "Anche con Cristo, e sono venti secoli - scriveva Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959 - il fratello si scaglia sul fratello. / Ma c'è chi ascolta il pianto del Bambino / che morirà poi in croce fra due ladri?". Celebrare il Natale non vuol dire preparare solo un bel presepe con i pastori commossi, con i magi in lunghe vesti, con il bue e l'asinello di colore azzurro. Vuol dire soprattutto "ascoltare il pianto del Bambino" e la sofferenza di tanti suoi fratelli ignorati, calpestati e persino derisi. Ma per questo ci occorre - come ci ricorda il vangelo di questa ultima domenica di Avvento - innanzitutto una buona dose di stupore.

1. È lo stupore che risuona nelle parole di Elisabetta al saluto di Maria: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?". Questo stupore riecheggia - e con note ancora più acute - nel cantico di lode della Vergine, di cui il brano evangelico ci riporta solo le parole iniziali, quasi a consegnarci una sorta di antifona che dovrà fare da cantus firmus per tutto il tempo di Natale (e non solo!): "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore".

È lo stupore che afferra chi percepisce la novità stupefacente dei doni di Dio e del Dio dei doni. È il Signore infatti il grande donatore: colui che chiama a una maternità inattesa la donna anziana e sterile e che, dell'umile figlia di Sion, fa la Madre del Santo, il Figlio dell'Altissimo. Nello stupore delle due donne che si incontrano sulle colline di Giudea risuona l'incanto per il dono dei doni: la santa alleanza, il grande, perfetto abbraccio che unisce Dio e l'uomo, secondo la promessa fatta ai padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

È lo stupore dei poveri che sono contenti di Dio, e non pretendono prove èclatanti per credere, ma sanno vedere i segni tenui eppure tenaci della sua presenza sempre così provvida e amorevole. Solo con il cuore di Maria, l'umile, povera serva del Signore, è possibile esultare e rallegrarsi per il grande dono di Dio e per la sua imprevedibile sorpresa. Perché a Natale Dio non è solo il benevolo, munifico donatore; Dio è anche il regalo incredibile e immeritato che ci viene fatto. A Natale Dio dona Dio; donando il suo Figlio, il suo "tesoro" più caro, Dio Padre ci dona tutto se stesso.

È lo stupore di una fede umile e semplice, di un cuore di bimbo. Scriveva il poeta francese Paul Claudel, sbigottito per "lo stato di annientamento di questo Dio e Signore, sul quale Mosè non avrebbe potuto alzare lo sguardo senza morire". Perché questo sconcertante Natale? La risposta non meno sconcertante, il poeta la sintetizza così: "E si mette nudo tra le nostre braccia, questo fragile bambino dal quale s. Paolo dice venire ogni paternità. Egli non comanda più. Domanda. Ci fa sapere che ha bisogno di noi, che la sua debole mano cerca come può il nostro cuore. Egli cerca di risvegliare in noi una parentela indispensabile, irresistibile. Si direbbe che abbia dimenticato di essere Dio, e che solo sulle nostre labbra voglia farselo dire. Si dà a pesare. C'è un Dio, tra le braccia della sua creatura che si rende conto di quel che Egli pesi. E io, uomo, io sostengo. Io lo tengo, lo sostengo, lo contengo: nulla c'è in Lui che mi sfugga".

2. Lo stupore della fede è il risultato di uno sguardo contemplante, ma per contemplare occorrono occhi puri. E se per Natale facessimo un esame della vista del cuore? Ad esempio, riusciamo a soffermarci sui luoghi dello stupore?

Il primo luogo è l'altro: vedo ogni uomo come mio fratello, perché da quando è accaduto il Natale, ogni volto porta impresse le sembianze di Lui, soprattutto quando è il volto del "povero", perché da povero Dio è entrato nel mondo e dai poveri, in modo singolare, si è lasciato avvicinare? Un giorno un maestro chiese ai suoi discepoli: "Mi sapete dire qual è il momento esatto in cui finisce il buio della notte e comincia il chiarore del giorno?". Un discepolo provò a rispondere: "È quando, guardando in lontananza riesco a distinguere un melo da un ciliegio". "No - rispose il maestro - c'è un momento ancora più preciso". "Allora - rispose un altro - è quando guardando in lontananza, riesco a distinguere un cane da una pecora". "No - commentò il maestro - il buio della notte finisce quando, guardando a distanza, riesco a vedere un povero, e lo riconosco come mio fratello. Altrimenti nel nostro cuore sarà sempre notte e non si farà mai giorno".

Un altro luogo in cui, solo se guardiamo con fede, proviamo stupore è la storia. Tante volte crediamo di vederla per il verso giusto e invece rischiamo di leggerla alla rovescia. Succede quando essa ci sembra determinata dall'economia di mercato, regolata da piazza Affari, dominata dai potenti di turno. Il Dio del Natale è invece un Dio che "scombina le carte": come canta Maria nel Magnificat, Dio è il Signore che abbatte i potenti, umilia i ricchi in questo mondo, per scegliere i poveri e renderli partecipi del suo regno.

Un terzo "luogo dello stupore" è la Chiesa: guardarla con lo stupore della fede significa non rassegnarsi a considerarla una semplice istituzione religiosa, ma come una Madre che, pur tra macchie e rughe, lascia trasparire i lineamenti della Sposa purificata e amata da Cristo Signore. Una Chiesa che sa leggere i messaggi che Dio continuamente le invia, capace di riconoscere i molti segni di amore fedele che il Signore ancora dispone nella sua stessa vita e, nella libertà dello Spirito, anche fuori di essa. Una Chiesa per la quale il Signore Gesù non sarà mai un possesso da difendere gelosamente, ma, sempre, colui che le viene incontro e che ella sa attendere con fiducia e gioia, dando voce alla speranza del mondo: "Vieni, Signore Gesù!".

Il Signore viene: se lo riconosceremo come nel suo sconvolgimento lo scoprì Elisabetta, se ci apriremo al dono di Dio come Maria, allora canteremo anche noi il Magnificat, e la nostra vita sfocerà finalmente nella luce.

mons. Francesco Lambiasi - Il pane della domenica

 

Dopo l'annunciazione dell'angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della madre, che anticipa l'azione evangelizzatrice della comunità cristiana. Prende qui l'avvio il grande andare, che riempie tutto il vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.

Nel saluto di Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni incontrano il Salvatore. L'arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dell'Arca dell'Alleanza: "Come potrà venire da me l'arca del Signore?" (2 Sam 6,9).

Nella casa di Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme dopo la risurrezione del Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno" (At 2,17 - 21; Gl 3,1 - 5). La storia dell'infanzia della Chiesa sarà la ripetizione e la continuazione dell'infanzia di Gesù.

Elisabetta, "piena di Spirito Santo" (v. 41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (v. 42). Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3).

Maria viene considerata come l'arca dell'Alleanza del Nuovo Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del nuovo culto.

Il saluto di Maria provoca l'esultanza di Giovanni Battista. Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.

Il cantico di lode di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (v. 45). Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù preciserà e completerà l'espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27 - 28).

Con un atto di fede comincia la storia della salvezza d'Israele; Abramo parte per un paese sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette una discendenza benedetta (Gen 12). Con un atto di fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del Signore: vergine, diventa la madre di Dio.

La prima beatitudine del vangelo di Luca è l'esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l'ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.

padre Lino Pedron

 

Danze

Poche ore, poche ore e celebreremo l'inaudito di Dio.

No, non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce… Dio è già nato, è morto ed è risorto e vive glorioso. A noi, in questo tempo che ci è dato, in questa vita più o meno soddisfacente, il compito di lasciar nascere Dio nei nostri cuori. Ancora: di lasciarlo nascere non come ero un anno fa', non come stavo tre anni fa.

Ora. Oggi.

L'idea (falsa), che coltiviamo è quella di doverci preparare con devozione e buone maniere alla festa della venuta di Dio. E così aggiungiamo dolore a dolore: chi non è pronto perché distratto, chi non c'è perché travolto e, soprattutto i tanti (troppi) che vivono Natale come una lama che uccide, non possono in alcun modo prepararsi.

Penso a te, Gianni, e tua moglie che se n'è andata e passerà Natale con i suoi e le tue due bambine. Penso a quanto è terribile vedere piangere disperato un adulto, come hai fatto ieri, chiedendomi pure scusa. (Ma scusa di che?)

Penso a voi Carla e Filippo e al vostro matrimonio in bilico, alle scenate e le cose brutte che vi siete detti, al fatto che la nostra libertà ce la possiamo giocare davvero tanto male.

Se avessimo il coraggio di vedere davvero cosa sta per accadere!

Vedere che Dio si fa spazio in mezzo al letame e sceglie di nascere nell'aria acre di una piccola stalla. Vedere che la gioia è una tristezza superata, che Dio si schiera dalle parti degli ultimi, davvero, per sempre. Vedere che anche Dio, quest'anno, non farà il Natale che vediamo raggiungerci (terribilmente imbarazzante) dagli schermi della insopportabile strategia di marketing.

Maria

La piccola Maria sente il grembo crescere, in quella poesia e magia che solo le donne, somiglianti a Dio, possono vivere. Il Verbo cresce dentro di lei e con la Parola fatta carne crescono anche i tentennamenti. Maria sale da Elisabetta: forse lei saprà darle una risposta definitiva, forse lei saprà dirle che sì, è tutto vero.

E accade. Elisabetta si asciuga le mani nel grembiule e riconosce la piccola Maria (ormai si è fatta donna) e capisce. La pagina di Luca è un capolavoro: l'incontro fra le due donne nel Vangelo è tutto un sussulto, un complimento, Giovanni Battista che riconosce il Messia dal grembo e scalcia; Elisabetta, anziana donna che vede imprevedibilmente realizzato il suo agognato sogno di maternità fa i complimenti alla piccola Maria.

Maria, ancora scossa da quanto le è successo, comincia a ballare e a fare i complimenti a Dio che salva lei e noi. Nelle loro parole avvertiamo la tensione, lo stupore, l'inaudito che si realizza.

È vero, allora: Dio ha scelto di venire, Dio si rende presente, Dio - il Dio d'Israele - è qui.

Non sono solo stanche promesse ascoltate dalla bocca del vecchio rabbino di Nazareth che sospirava, allo Shabbat, seguendo con il dito la pergamena consunta del rotolo di Isaia.

È vero, è tutto vero, Dio viene, infine.

E le due donne urlano e cantano e danzano e piangono nell'assolato cortile di casa della vecchia Elisabetta. Lo splendido pancione col bimbo che scalcia è la presenza del profeta che indica il Messia. E tutto accade, accade, come il più inatteso e improbabile dei sogni che si realizza, come se la storia e la vita e l'universo danzassero nel vedere queste donne cantare l'assoluta follia di Dio. E questo scatena la gioia, contagia, stupisce…

Ecco Dio

Ecco, questa sì che è una buona notizia: puoi essere felice anche se povero e sfortunato, puoi realizzare la tua vita anche se abiti in un paese arido e senza poesia, puoi essere ricolmo più di un re perché ascolti la Parola che Dio ti vuole dare.

Dio viene per colmare il tuo cuore: questa è una buona notizia.

Buon Dio! Se vi dicessi: hai una vita riuscita, un lavoro che ti realizza e che ti da vagonate di soldi, una casa da sogno, una splendida moglie, figli educati e sensibili, il salone di casa con l'alberone e le luci e il clima di festa giusto perciò sii felice, cosa dico di straordinario? Che buona notizia è? Un Dio che dona pace alle persone già felici?

L'inaudito è proprio il contrario: la felicità è altrove, è la salvezza di un Dio che ti ama talmente da consegnarsi come un neonato, è una felicità accessibile anche al povero, anzi forse più ancora al povero perché più disposto, più accogliente.

Diverso

La buona notizia è che Dio è accessibile, è semplice, è diverso.

Diverso dalle nostre paure, diverso dai fantasmi che ci perseguitano.

Diverso.

E Maria e Elisabetta ora lo sanno e cantano, dicono, raccontano.

Raccontano dell'opera di Dio, la leggono scolpita nella storia degli uomini, la rintracciano nelle pieghe della fedeltà di un popolo di salvati - Israele - cui noi e l'umanità deve moltissimo. La loro gioia dilaga perché ora vedono chiaro, luminoso, evidente, mozzafiato il pensiero di Dio disegnarsi nella loro piccola storia, usarle, coinvolgerle.

La gioia è la dimensione essenziale del Natale. La gioia di sentirsi ed essere veramente salvati da Dio. Siamo veramente nel cuore e nel desiderio di Dio!

Un suggerimento, amici: regalatevi, in questo Natale, dieci minuti di orologio per fermarvi e aprire lo sguardo - finalmente! - su ciò che Dio sta compiendo nella storia, nella vostra storia.

Animo, amici, arrivano buone notizie.

Paolo Curtaz

 

Appena entrata in casa, Maria saluta la cugina Elisabetta. Esisteva un certa differenza di età fra le due cugine, in quanto Maria era di molto più giovane dell'attempata moglie di Zaccaria. Non si tratta di un caso impossibile. Come alle volte si trovano zio e nipote che sono coetanei, quando non è il nipote quello più vecchio, così si può dare che due cugini siano separati da una generazione e più rispetto alla nascita.

Questa differenza di età invece di accentuare le distanze fra Maria ed Elisabetta aumenta la deferenza e il rispetto che Maria porta alla cugina, tanto che è lei per prima ad offrire il saluto. Elisabetta da parte sua accoglie volentieri la cugina venuta a confortarla negli ultimi mesi della sua gravidanza e indovina subito il contenuto spirituale della sua visita. Infatti non si incontrano solo due parenti che non si vedevano da molto tempo, legati da vincoli di affetto e stima, ma quelle che si abbracciano sono anche due madri, diventate tali in modo eccezionale, l'una per l'età avanzata e l'altra per il concepimento verginale.

Se Elisabetta già possiede per conto suo la gravità dei molti anni passati ad attendere e a sperare nel Signore, Maria ha dalla parte sua lo slancio della giovinezza e la grazia dello Spirito santo che era sceso su di lei il giorno dell'Annunciazione.

Anche Elisabetta partecipa in qualche modo di questa azione speciale dello Spirito santo e in risposta al saluto di Maria benedice la cugina chiamandola "La Madre del mio Signore!".

Elisabetta intuisce lo stato speciale di Maria soprattutto dalla reazione del suo bambino che ancora portava in grembo. Giovanni, allertato dalla voce di Maria percepita dalla madre, aveva manifestato la sua gioia per l'incontro, dando dei chiari segni di esultanza. Anche quel bambino, così piccolo e non ancora completamente formato aspettava qualcosa.

Quando ci si incontra fra persone con cui ci si conosce, ci si aspetta il saluto. Chi ha maggiore autorità aspetta di venire salutato, e se è una persona cortese e affabile ricambia immediatamente un saluto che gli viene rivolto con una espressione di letizia e di affetto. Togliere il saluto è una delle offese più grandi che si può fare ad un amico. Per evitare lo sguardo di interrogazione e di rimprovero dell'altro, chi ha scelto di comportarsi così il più delle volte si gira anche dalla parte opposta e così l'amicizia prima di diventare indifferenza si tramuta in ostilità. Oltreche cieca si dice anche che l'ostilità è sorda perché non vuole sentire ragioni e prima di ripristinare i ponti della comunicazione fatti cadere, se mai questo sarà possibile, occorrerà molto tempo e sforzo.
Invece il saluto è importante perché dice disponibilità e prontezza ad instaurare un dialogo, dice accettazione dell'altra persona e rispetto della sua presenza. Chi saluta dimostra di sapersi guardare intorno e di non considerarsi lui solo al mondo, tutto preso da suoi pensieri e dalle sue preoccupazioni.

Per fortuna qui siamo a parlare di due parenti che non solo si accettano, non solo si stimano e si lodano a vicenda senza ombra di ipocrisia e di invidia, ma anche arrivano ad uno scambio spirituale e trasformano il loro incontro in un'occasione per avvicinarsi di più a Dio.

Per essere precisi, Dio non era mai stato così prossimo a Maria come in quei giorni: infatti Maria portava nel grembo niente meno che il Figlio stesso di Dio. Elisabetta, donna di fede intrepida e di fiducioso abbandono al volere di Dio, merita di comprendere il mistero chiuso in Maria. Lo Spirito le parla attraverso il balzare del suo concepito che porta. Il Battista pronuncia il suo primo discorso di Annunziatore del Verbo facendosi sentire come può da Elisabetta.

Dopo aver ricevuto il saluto di Elisabetta, Maria innalza a Dio il cantico di lode del Magnificat. Elisabetta aveva appena lodato la sua fede, chiamandola beata per questo e Maria invece di soffermarsi sulle sue proprie qualità e privilegi, rivolge il suo pensiero a Dio, attribuendo a Lui ogni onore e merito.

Se si fosse esaurita in un reciproco scambio di complimenti il saluto fra Maria ed Elisabetta si sarebbe ridotto a restituzione dei convenevoli senza costrutto. Invece Maria sgombra il campo dalle affettazioni innalzando il grido della sua anima verso Dio. Solo dopo questo gesto è libera di intavolare la discussione con Elisabetta e Zaccaria e raccontare loro tante cose.

Non è primo saluto speciale che Maria riceve nella sua giovane vita e neanche il più importante. Era fresco in lei il ricordo della visita visita dell'angelo Gabriele che l'aveva salutata come colei che aveva trovato Grazia presso Dio.

Noi ripetiamo uniti i due indirizzi di saluto nelle prime parole della preghiera dell'Ave Maria. E' la nostra maniera di metterci alla presenza di lei che è la piena di Grazia, la Madre di Dio, a colei a cui guardiamo con venerazione e anche con grande fiducia.

Se recitiamo spesso questa preghiera Maria sarà di casa anche casa nostra e ripetendole il saluto angelico e quello della cugina Elisabetta le faremo capire la nostra contentezza di averla come modello e aiuto nella nostra vita familiare.

Ho iniziato finora del saluto e adesso voglio terminare prendendo l'altro elemento dello stare insieme familiare che è la conversazione.

La conversazione ci mette vicino agli altri e ci dà un profondo senso di noi stessi; ci riposa dalle nostre fatiche, ci distrae dalle preoccupazioni, sviluppa la nostra personalità, rinfresca i nostri pensieri.

Sono triste? La simpatia di chi conversa con me mi conforta. Mi sento solo? La conversazione fa cessare la solitudine: se si tratta di conversazione familiare, sono felice di essere ammesso nella intimità altrui; se si tratta di conversazione importante, mi sento onorato di venire trattato come da pari a pari.

E' la prima volta che converso con la tal persona? Mi pare di viaggiare piacevolmente attraverso un paese sconosciuto. E' la seconda, la terza, la quarta volta? Mi pare di tornare a vedere luoghi già visti, di cui, però, non avevo ancora approfondito tutte le bellezze paesaggistiche. Trovo anche che, conversando, mi arricchisco.

Possedere infatti salde convinzioni, è bello; possederle in modo tale da poterle comunicare e vederle condivise e apprezzate, è più bello ancora. La chiarezza della cosa da me detta aumenta la chiarezza della cosa pensata. Se percepisco che il mio sentimento fa vibrare l'animo altrui, me lo sento ritornare ripercosso e accresciuto in me.

Nella conversazione ha trovato sollievo anche Gesù; per toccarlo con mano, basta leggere in San Giovanni le confidenze fatte ai suoi apostoli durante l'ultima Cena. Della conversazione Gesù ha fatto spessissimo il veicolo del suo apostolato: parlava, camminando lungo le strade, passeggiando sotto i portici di Salomone; parlava nelle case, con le persone attorno come Maria seduta ai suoi piedi, o come Giovanni e gli altri apostoli durante l'ultima cena.

La conversazione prosegue il saluto. Dimostra che il gesto di salutare non è stato una formalità, ma che volentieri ci si trattiene con colui al quale si è dimostrata la cortesia del saluto. Forse il nostro rapporto con il Signore nella ferialità delle giornate operose si configura più come un saluto che come una conversazione: al principio della giornata un saluto e via e poi un segno di croce al termine del giorno da mettere a sigillo di tutto quello che è successo.

Soprattutto durante questi giorni di festa coltiviamo però il ricordo del Signore e della sua santissima Madre anche durante lo scorrere delle ore: un pensiero, una invocazione ogni tanto possono essere la maniera per non interrompere mai del tutto la comunicazione e per sentire vicino a noi la presenza materna e confortante di colei che tanti anni fa non ha esitato di andare in soccorso di una parente tanto più anziana per sollevarla dal peso del suo affanno e per portarle la consolazione del suo Figlio Gesù la cui nascita è ormai imminente.

don Daniele Muraro

 

Si mise in viaggio...

Maria si mise in viaggio... è questa la prima parola del vangelo che ci viene consegnata in questa domenica di vigilia, IV di Avvento. Bello che l'annuncio che l'angelo fa metta Maria in cammino. Chi riceve una Parola che è da Dio non può stare fermo, non può stare rinchiuso ma deve uscire, andare, annunciare... così come Maria porta ad altri la creatura che custodisce nel grembo, così anche noi dobbiamo vivere la fretta di incontrare fratelli e sorelle cui annunciare la bellezza di un Dio che come dicevo domenica scorsa si mescola, si impasta, si fa tutt'uno con la nostra umanità. Il sogno di ogni ragazza d'Israele si avvera in Maria e penso allora alla diversità di come io reagisco di fronte al raggiungimento di una meta, di un obbiettivo che mi sono prefissato, ed è l'esatto contrario di quello che vive Maria: in me scatta il senso del giusto riposo, del meritato riposo... Maria invece, ripeto, si mette in cammino, come in cammino si metterà, trent'anni più tardi il Battista dopo che la Parola di Dio scende su di lui nel deserto è Ed egli percorse tutta la regione del Giordano predicando... la visita di Dio è per l'annuncio, la visita di Dio è per la missione, la visita di Dio è per essere comunicata, restituita ai fratelli e alle sorelle.

Quante persone in cammino durante il tempo di Avvento e poi di Natale!

- Il cammino di Dio nella prima domenica ricordate? Viene sulle nubi... un Dio che non guarda le nostre lontananze, un Dio che non resta chiuso nei cieli ma ci viene incontro.

- Il cammino del Battista nella seconda domenica come ho già accennato...

- Il nostro cammino, simboleggiato dal cammino di folle e pubblicani che vanno a interrogare Giovanni e a farsi battezzare da lui.

- Oggi il viaggio di Maria, la sua fretta...

- Il giorno di Natale, intreccio di altri cammini, di altri percorsi, di altre vite è quello della Santa Famiglia, quello dei pastori e di altre semplicissime e normalissime persone, quello di Dio, che in Gesù si fa Bambino.

- Più avanti quello dei Magi...

Questa domenica e non solo, ma anche durante tutto il tempo di Natale ci viene detta quale è la nostra responsabilità: non chiuderci, non fermarci, ma intrecciare la nostra vita con quella delle altre persone così come Dio intreccia la sua vita con la nostra.

C'è poi una seconda riflessione che voglio condividere con voi e che sento importante. E' un po' che mi frulla per la testa ma non riuscivo a renderla un po' organica e comunicabile. La seconda lettura di oggi (un corpo mi hai preparato) e due testi della comunità di Bose (Eucaristia e Parola in Vita e Pensiero e Il corpo ed Quiqaion) ai quali mi rifaccio ampiamente mi hanno aiutato a chiarire un po' di più e quindi provo a dire... celebrare il Natale vuol dire sottolineare l'importanza del nostro corpo, perché la storia della rivelazione è storia del luogo di dimora che Dio cerca tra gli uomini. Abbiamo capito le settimane scorse quali sono i criteri con i quali Dio cerca e sceglie; sceglie ciò che è piccolo, sceglie ciò che è povero, sceglie ciò che non si impone: quindi Betlemme diventa il luogo per la manifestazione del Messia, il grembo della Vergine diviene luogo di dimora del Signore, il corpo umano è il luogo dell'immagine e somiglianza... Il corpo allora è un luogo spirituale proprio perché è sacramento della presenza di Dio tra gli uomini e questo nelle letture e nel Vangelo di oggi appare in modo evidente; è soprattutto in questo tempo di Avvento che con stupore possiamo contemplare il mistero di Dio che si fa uno di noi: portato nel grembo per nove mesi come ogni uomo, per nove mesi questo grembo è sua casa, suo cibo, sua vita. Come per ognuno di noi anche per il Figlio di Dio il corpo di una donna è il suo primo mondo. La forte sottolineatura che Luca fa sull'incontro delle due donne incinte e dei loro corpi e sulla felicità che entrambe vivono, mi fa venire in mente l'analogia che alcuni rabbini fanno tra il sostantivo basar, che indica il corpo, e il verbo bisser, che significa "annunciare, dare una buona notizia" è nel corpo dell'uomo è insito un annuncio, una buona notizia, un evangelo. Certamente i sensi hanno bisogno di purificazione, il rapporto con il corpo è sotto il segno di paura ed angoscia, e tuttavia il corpo ha in se' un messaggio che è già evangelo. E questo è tanto più evidente dopo che Gesù Cristo ha compiuto l'opera della salvezza nel corpo, mediante l'offerta del corpo. (L. Manicardi)

"Signore Gesù, fa' che possiamo imparare questo da Te: a vivere il nostro corpo come unico e irripetibile luogo nel quale ascoltare la chiamata a esistere con gli altri e per gli altri, per giungere a fare della nostra vita un dono, un'offerta, l'offerta che Gesù stesso ha fatto sulla Croce".

don Maurizio Prandi

 

Mettersi in viaggio per incontrare gli altri

La liturgia di questo tempo di avvento ci fa vedere come Dio sceglie persone umili per una missione così importante. Maria non ha un momento di esitazione: Ella parte! Corre a condividere con Elisabetta la gioia di ciò che sa, la gioia di ciò che ha capito, la gioia di ciò che ha creduto, la gioia di ciò che ha ricevuto. Maria vede la bontà di Dio e si commuove e pronuncia la più bella preghiera: "Io sono felice nel Signore! Non sono niente, ma Dio mi ama: tutto viene da Lui!".

È grandioso, nella sua semplicità, il vangelo odierno. Presenta due donne che sono nell'attesa di diventare madri. Dio continua a farsi presente in una storia di umili visite. Scende davvero dalle stelle. Nell'abbraccio delle due donne incinte, Elisabetta continua quell'Ave Maria cominciata dall'angelo: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo". Maria esplode di gioia e di umiltà con il suo Magnificat. La cugina la definisce "beata" perché ha "creduto". Beati quelli che credono.

L'annuncio dell'angelo a Maria, è la pagina più letta nella liturgia, più meditata dagli artisti, più riprodotta in tele o nelle sculture. Ci guida la certezza che siamo di fronte a una pagina di Vangelo e, come tale, essa è in primo luogo l'annuncio di Dio che salva, di Dio che chiama e affida a una libera creatura umana un compito nell'opera della salvezza. Dio manda Gabriele, l'angelo degli annunci messianici, in Galilea nel paesello di Nazaret. Non è più nel tempio che ora vuole rivelarsi, ma in una sconosciuta contrada. Destinatario dell'annuncio non è un sacerdote nel pieno esercizio delle sue funzioni, ma una vergine. Si chiama Maria ed è promessa sposa di Giuseppe. Sarà madre, avrà un figlio. Tutto sarà opera di Dio: sarà Madre-vergine. "Lo spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell'altissimo stenderà su di te la sua ombra. Colui che nascerà da te sarà dunque santo e sarà chiamato figlio di Dio".

Maria si aprì gioiosamente al volere di Dio; da quel momento il Verbo, assume in Maria il suo essere umano. Se noi diamo la nostra disponibilità a Dio come ha fatto Maria, Dio sarà capace di compiere le meraviglie anche in noi come ha compiuto in Maria. Il senso ultimo della vita è l'amore. L'Amore ci ha chiamato all'esistenza, l'Amore si è incarnato per salvarci, l'Amore ci è stato donato perché incominciassimo una vita nuova. Senza amore la vita è vuota. Se cerchi la felicità, dona amore. È dando che si riceve. È amando che ti realizzi. Ogni sacrificio che fai, ti rende più forte. Ogni mano che tendi, ti sostiene. L'amore che ti sforzi di donare, genera un amore ancora più grande. Solo i cuori che sanno amare aprono la via del futuro. Sarai un benefattore dell'umanità, se farai della tua vita un dono di amore. Questo ci insegna Maria quando va a trovare ed aiutare Elisabetta l'anziana cugina.

La mia fede esige che mi metta in viaggio per incontrare gli altri. Come Maria, che si porta in grembo il suo bambino, devo andare verso l'altro che ha bisogno di me. Come Elisabetta, devo essere felice se qualcuno bussa alla porta e devo aprirla con il volto pieno di sorpresa. La fede che mi hai donato, Signore, non può restare un tesoro privato. Deve fondersi con la fede degli altri così da cantare insieme le tue opere meravigliose, riconoscendo nel volto degli altri la tua presenza che visita la mia casa.

LaParrocchia.it

 

L’uomo nuovo

L'incontro tra Maria ed Elisabetta nella presentazione dell'evangelista diventa annunzio di un'umanità nuova. Protagoniste, due donne, con i loro bambini non ancora nati. L'azione fondamentale che si compie è la lode e il ringraziamento. Esclusi sono gli uomini, soprattutto i potenti, coloro che si occupano di cose "importanti" e "serie". Ma che cosa è veramente importante nel mondo?

Il viaggio

Maria si mette in viaggio appena riceve l'annuncio dell'angelo. L'evangelista annota "in fretta". Sappiamo che Elisabetta è il "segno" che Dio ha garantito a Maria nell'annunciazione. Ma Maria non va a controllare: va a condividere. Il Cristo che ha concepito deve essere subito fatto conoscere. La cugina anziana deve essere aiutata. Le opere che Dio ha compiuto devono essere al più presto contemplate e accolte. Resta sempre sorprendente la densità simbolica di questo viaggio di Maria. In un unico gesto si mescolano attenzione e delicatezza umana, rispetto e attenzione per il progetto divino, legami di amicizia, legami di parentela, legami religiosi. Come avviene nei racconti della risurrezione, il primo effetto del contatto con Gesù è un mettersi in moto, un mettersi in viaggio.

Il riconoscimento

Ma anche Elisabetta deve muoversi, pur restando ferma. Il suo stesso bambino la precede, sussultando di gioia, e provoca il riconoscimento, la sorpresa, la riconoscenza: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?". Sembra poca cosa, il riconoscimento. E poco anche la riconoscenza. Ma il primo peccato era stato esattamente dettato dal non riconoscimento, e dalla non riconoscenza. E dal trascurare ciò che sembrava una pochezza. Siamo dunque al cuore della redenzione, e ci confrontiamo con gli atteggiamenti fondamentali della nostra salvezza. Riconoscere l'opera di Dio, essere riconoscenti, essere umili per accogliere il dono della presenza povera del Figlio di Dio: se non saremo anche noi come Elisabetta, la salvezza ci sfiorerà soltanto, senza toccarci; saremo incapaci di accoglierla.

La lode

La risposta di Maria è un canto, è la lode di Dio. "Ha guardato l'umiltà della sua serva": nel canto di Maria non c'è posto per l'autoesaltazione, ma solo per la glorificazione di Dio. La nostra mentalità efficientista e produttivista stenta a riconoscere le ragioni di tanta gioia: sono due madri che si incontrano, sono due bambini che nasceranno. Ma Dio ha cominciato a dare avvio ad un'umanità nuova proprio partendo da quelle madri e da quei bambini. Anche nella semplicità di un incontro, il suo Cristo è da subito segno di salvezza. Essere uomini e donne nuovi è inserirsi nella stessa corrente, nella stessa storia, gioire della stessa gioia. L'ostacolo è sempre la nostra mania di grandezza e protagonismo, da sempre il male dell'umanità, moltiplicato ora dalla manipolazione televisiva. Non che la televisione sia un male in sé, certamente no. Ma rischia di diventarlo la smania di apparire, la ricerca del risultato, del successo a tutti i costi. L'incontro tra Maria ed Elisabetta è la rivelazione di un modo di vivere diverso, in cui si gustano in profondità i valori e le gioie della vita. Ma noi per che cosa proviamo gioia? E quanto siamo riconoscenti, e sappiamo lodare Dio?

Flash sulla I lettura

Michea è profeta ostile al mondo urbano, dove si commettono ingiustizie e soprusi; la città è per lui il mondo del male. La rinascita della casa di Davide non parte quindi da Gerusalemme, città corrotta e complice del male, ma da Betlemme, la più piccola dei capoluoghi di Giuda, luogo di origine della dinastia davidica.

"colei che deve partorire partorirà": la fertilità è un importante segno di speranza per il popolo. La frase potrebbe avere un senso generico (=le madtri torneranno a fare figli) o un'applicazione specifica: si tratta di una donna che genera il nuovo re; e, nelle riletture dell'oracolo dopo l'esilio, della madre del Messia. Gli evangelisti lo applicano a Maria e Gesù.
"il resto dei tuoi fratelli / ritornerà ai figli di Israele": numerosi tratti dell'oracolo sembrano alludere ai tempi patriarcali; qui il ritorno da una situazione di esilio è presentato come una riunione di famiglia.

"pascerà con la forza del Signore": altro dettaglio che si riferisce a Davide, prima pastore e poi re. La prospettiva sembra essere quella di un ritorno alle origini; non tanto per un desiderio bucolico di vita agreste, ma per ritrovare le ragioni profonde della propria identità. I re spesso avevano dimenticato di essere pastori di un popolo, e avevano ricercato i propri interessi; inoltre si erano appoggiati alla propria forza militare o alle potenze straniere. Pascolare con la forza del Signore significa dunque ricominciare ad affidarsi e confidare in lui, e non in altri mezzi.

Flash sulla II lettura

Si tratta di una splendida rilettura del salmo 40, applicato a Cristo che entra nel mondo. L'autore della Lettera agli Ebrei lo recupera, soprattutto perché critica i sacrifici e le offerte, mostrando l'insufficienza dell'antico culto.

"un corpo invece mi hai preparato": è l'antica traduzione greca della Settanta, che consente all'autore di sviluppare il proprio pensiero. Pur non essendo sommo sacerdote, Gesù realizza un culto esistenziale.

"Non hai gradito né olocausti, né sacrifici per il peccato": il limite del culto antico, rilevato dall'autore di Ebrei, è che esso non consente un reale perdono delle colpe. Anzi, nella predicazione profetica si riscontrano frequenti interventi contro coloro che opprimono i poveri, e prentendono di cavarsela con i loro sacrifici. Il culto, staccato dalla solidarietà viva con i poveri, diventa un utile mezzo per purificarsi la coscienza.

"Ecco io vengo, per fare la tua volontà": in questa breve frase si racchiude tutto il mistero dell'incarnazione, ed essa diventa il modello da seguire per ogni cristiano. Ciò che Cristo ha detto e ha fatto, diventa regola di vita per i suoi discepoli.

don Fulvio Bertellini

 

Beata te che hai creduto

Alla vigilia del Natale la Chiesa guarda a Maria – luogo storico dell'incarnazione del Figlio di Dio – per professare la sua fede nella divinità del figlio che da lei nasce e per imparare da lei come accogliere la permanente incarnazione di Dio nella Chiesa attraverso quella disponibilità che noi chiamiamo fede. La Madonna è primizia e immagine, e quindi modello, della Chiesa.

"Madre del mio Signore" la chiama Elisabetta, e ne verifica l'effettiva presenza ed efficacia nella santificazione immediata del figlio Giovanni che porta in seno.

"Beata te che hai creduto" la complimenta Elisabetta, riconoscendo proprio nella sua fede la radice di una fecondità che viene tutta da Dio.

1) "MADRE DEL MIO SIGNORE"

Maria a Nazaret aveva ricevuto un annuncio incredibile: avrai un figlio non da uomo ma da Spirito santo, perché sarà il Figlio di Dio. - "Come è possibile?" - C'è un segno? – Sì, "la tua parente Elisabetta nella sua vecchiaia ha concepito un figlio". E Maria corre a verificare il segno. Veramente "nulla è impossibile a Dio", anche rendere fecondo un seno sterile! Non mancherà allora di rendere feconda anche una vergine: "In Betlemme...Colei che deve partorire partorirà" (1º lettura). Anzi, lo porta già con sé, come nuova Arca dell'Alleanza che contiene la Presenza santificatrice di Dio, così che "al suo saluto" Giovanni diviene "pieno di Spirito santo fin dal seno di sua madre" (Lc 1,15).

E' la novità assoluta della storia. Gli uomini da sempre hanno cercato Dio. Un giorno però Dio decise Lui di incrociare le strade egli uomini, di mescolarsi alla loro vicenda, di assumerla per caricarla della sua divinità. "Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati salvati" (2º lettura). E' la decisione del Verbo di farsi carne per portare la redenzione - a partire da Giovanni Battista, "l'ultimo dei profeti" - a tutti "quelli che lo temono di generazione in generazione" come qui proclama Maria nel Magnificat.

La Chiesa proclama Maria "theotocosì, madre di Dio; madre non solo dell'uomo Gesù o del profeta Cristo, ma del Figlio di Dio, che assumendo la natura umana da Maria ne fa una parte integrante della divinità, unica Persona del Verbo in due nature unite sostanzialmente. Quel bambino che nasce a Natale è "il Verbo che era presso Dio, che era Dio" e che nel tempo "si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). Nel corpo di Maria il Dio invisibile s'è reso visibile in carne ed ossa: "In Lui - dirà san Paolo - abita la pienezza della divinità in un modo fisico" (Col 1,9).

2) "BEATA TE CHE HAI CREDUTO"

Opera impensabile e gratuita di Dio è l'incarnazione; mistero nascosto da secoli e ora rivelato; ma non meno bisognoso di un consenso umano perché possa attuarsi come alleanza e comunione d'amore. L'immagine che traduce fino in fondo tutto l'ingaggio di Dio con l'uomo è quello dello SPOSALIZIO. Scrive sant'Agostino: "L'utero della Vergine fu la stanza nuziale nella quale si sono uniti lo Sposo e la sposa, il Verbo e la carne". Per questo Maria disse: "Ecco, io sono la serva del Signore". Ed Elisabetta la proclama la prima beata - "Beata te che hai creduto nell'adempimento delle parole del Signore" -, proclamando in Maria anche la prima Beatitudine, appunto quella della fede. Prima che nel suo corpo con la carne - dice sant'Ambrogio, - Maria generò Dio nel suo cuore con la fede.

Questo significa riconoscere l'assoluta prevalenza dell'azione di Dio e lasciarGli libero campo per agire in noi. Maria lo riconosce bene: "Il Signore ha guardato alla pochezza della sua serva, ha fatto in me grandi cose: Santo è il suo nome". Non è merito mio, tutto ha fatto Lui, e io ben mi sono resa disponibile perché faccia di me quel che vuole. E' l'esatto opposto a volersi costruire da sé magari al di fuori e contro il disegno di Dio; nel che consiste propriamente il peccato, di Adamo e nostro. E la nostra infecondità e fallimento. Quando, come Maria, uno mette tutto il suo essere nella mani di Dio, ne diviene strumento per le sue grandi cose. E, come è avvenuto per Pietro, da una povera pesca spesso fallimentare, si passa alla abbondante pescagione, .. e di uomini! Con un salto cioè di qualità nella fecondità della vita.

Un giorno Gesù disse: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8,21). Sant'Agostino dice che Maria fu più grande per essere stata discepola di Gesù che non sua madre. Se la fecondità divina viene dalla fede, è qualcosa che è possibile anche a noi. La Chiesa e ognuno di noi siamo chiamati ad avere una docilità piena allo Spirito se si vuole che l'incarnazione iniziata in Maria si prolunghi nel tempo in noi e attraverso noi nel mondo di oggi. Maria, trovata tutta disponibile a Dio, fu resa feconda per l'azione dello Spirito. Da vergine a madre per la fede e lo Spirito. E' ciò che consente a che Dio s'incarni ancora.

Preghiamo oggi perché come Maria diveniamo anche noi GENERATORI di Dio: O Vergine, Madre di Dio, anello di congiunzione tra l'anelito degli uomini e la risposta di Dio, offrendo al mondo visibilmente il Dio invisibile col dargli un corpo di carne: fa' della Chiesa e di ognuno di noi generatori di Dio.

Lo Spirito Santo ti ha resa feconda della fecondità del divino, per una iniziativa gratuita ed esaltante del Signore che vuole ogni uomo partecipe della sua divinità: rendici desiderosi e orgogliosi di tale fecondità, disdegnando le banali fecondità terrene che generano labilità e insoddisfazione.

Nel tuo cuore con la fede, prima che nella carne, hai generato Dio, offrendoti come serva obbediente al tuo Signore per il suo grandioso disegno: forma in noi un cuore come il tuo, vigile e generoso alla Parola e alla vocazione che il battesimo ci ha dato per generare Dio nel nostro mondo di oggi.

Sempre come partecipazione della fecondità della Chiesa, con la tua protezione di Madre, a servizio del mondo, per il Regno di Dio. Amen.

don Romeo Maggioni

 

Siamo ormai alle porte del Natale: tempo di visite, di saluti, di scambi di regali. Anche il Vangelo ci presenta l'incontro di due donne, Maria ed Elisabetta. Maria riceve la notizia che anche Elisabetta, l'anziana parente, è stata resa feconda e si mette in viaggio. La seguiamo. Quando entra nella casa di Elisabetta, ad Al Karin, si guardano l'un l'altra, entrambe sono incinte e prima ancora di darsi l'abbraccio, prima di qualsiasi domanda, il Vangelo ci dice che Maria saluta Elisabetta: "In quanto Elisabetta ascoltò il saluto di Maria, il bambino le saltò nel suo seno."

Come sarà stato questo saluto? "Ciao Elisabetta, ma come ti trovo bene, mi sembri ringiovanita, la gravidanza ti ha fatto proprio bene. Ma come ti sta bene il vestito pre-maman... Ma forse è meglio che ti tingi i capelli perché il bambino nascendo non ti chiami nonna, anziché mamma..." Sarà stato così? No. Maria dice una sola parola: Shalom-Pace. Come dici? Non c'è scritto? E' facile intuire che questo fosse stato il saluto, perché questo era il modo di salutarsi tra gli Ebrei. Shalom era il saluto, l'augurio che ognuno donava all'altro. Non si può pensare che il saluto tra Maria ed Elisabetta abbia avuto un'altra modalità. Maria aveva una sola parola da dire, una sola parola da portare: la Pace. Ma cosa significa esattamente Shalom?

Esistono nella Bibbia, parole così cariche di significati vitali che non pare vi corrispondano, nelle lingue moderne, vocaboli capaci di assumere e trasmettere una carica simile alla loro.

Shalom è molto più che pace, intesa come mancanza di conflitto. E' la restaurazione dell'era paradisiaca persa con il peccato. E' la nuova creazione in accordo con il progetto di Dio. La pace biblica non è soltanto il patto che permette una vita tranquilla, né il tempo della pace in opposizione al tempo della guerra; designa il benessere dell'esistenza quotidiana, lo stato dell'uomo che vive in armonia con la natura, con se stesso, con Dio; in concreto è: benedizione, riposo, gloria, ricchezza, salvezza, vita, concordia nella vita fraterna. Il mio familiare, il mio amico è l'uomo della mia pace. Essere in buona salute ed essere in pace sono due espressioni parallele; per domandare come uno sta, se sta bene, si dice: "Sei in pace?" Tutto questo è contenuto nel saluto di Maria.

Maria, salutando con Shalom Elisabetta, in realtà le augura: sii tu benedetta, ricevi il riposo di Dio, la tua vita sia piena della gloria del Creatore, ricchezza, salvezza, salute, vita a te amata da Dio; la concordia nella tua famiglia sia con te.

Elisabetta rimase piena di Spirito Santo, perché lo Spirito Santo è la sorgente della Pace.

San Paolo, quando parla dei frutti dello Spirito Santo, dice che sono: gioia, amore, pace... Pace-Shalom.

Che regalo porta Maria ad Elisabetta? Ciò di cui è piena; Maria è gravida del Dio della Pace, del Dio che viene come il Principe della Pace. Gli angeli davanti alla grotta di Betlemme canteranno: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e Pace in terra agli uomini di buona volontà." E il Dio della Pace si fa bambino indifeso, un bambino che non fa paura. Sempre l'incontro con Maria porta la pace. Sempre quando Maria salutava, incontrava qualcuno, sempre diceva una sola parola: Shalom-Pace.

I nostri pensieri, i nostri ricordi, i nostri timori non hanno la pace, siamo pieni di rivoluzioni e guerre interne. Anche i nostri sentimenti spesso non sono nella pace: spesso ci sentiamo travolti, come se dentro di noi ci fossero tempeste, maremoti...

Molte volte la mancanza di pace è nel rapporto con gli altri, mille problemi, tante situazioni di conflitto, con le istituzioni, con le autorità e non ti lasciano in pace. Si è fatto ormai atteggiamento di vita entrare in conflitto con gli altri.

Nelle relazioni con la famiglia, nelle relazioni nella comunità, negli ambienti di lavoro, non c'è shalom, c'è guerra, c'è critica, c'è risentimento, c'è odio, c'è tristezza cronica, amarezze... Maria viene e ti dice Shalom-Pace.

Là dove avvertiamo la mancanza di Pace, di Shalom, è ancora Maria che viene, che entra nella nostra vita, nella nostra storia, così come è entrata nella casa di Elisabetta. Maria si è fermata da Elisabetta tre mesi, il tempo necessario perché Elisabetta desse alla luce Giovanni, Maria si ferma con noi tutto il tempo di cui abbiamo bisogno per ritrovare la Pace.

Da diversi anni, nelle 9 cappelle della nostra missione di Lima, durante l'Avvento, l'esperienza della "Busqueda de las Posada" coinvolge duecento gruppi di cristiani. Questi vanno di casa in casa, portando le statue di Maria e Giuseppe e riunendo i vicini per un momento di riflessione e di preghiera. Ogni notte si visita una famiglia e si lasciano nella sua casa le immagini benedette di Maria e Giuseppe. Man mano che "il pellegrinare" continua, il gruppo diventa sempre piú numeroso, giacché ad esso si uniscono le persone che sono state già visitate. Molte delle 15 mila famiglie della missione ricevono cosí un annuncio di speranza e di pace. É per loro un grande onore ricevere nella propria casa le immagini di Maria e Giuseppe e ascoltare la Parola di Dio. Non di rado le persone scoprono un Dio Padre che li ama, che predilige i poveri, che ascolta il loro pianto e dona la pace.

Ecco una piccola esperienza vissuta durante il nostro pellegrinaggio con Maria e Giuseppe.

Una notte, siamo saliti, attraverso uno stretto sentiero di sabbia e roccia, sulla sommità di una collina per raggiungere un gruppo di nuove baracche. I nostri passi incerti tra le asperità del terreno sono stati resi ancora più difficili dalla mancanza di luce. In queste zone di recente invasione non è ancora arrivata l'acqua e le fognature a cielo aperto emanano un odore acre e nauseabondo.

Bussiamo alla porta della prima casa che incontriamo. É costituita solo da due pezzi di legno. Dopo una breve attesa, due occhioni neri ci guardano sorpresi. "Hola!, està tu mamà?" (Ciao, dov'è tua mamma?), diciamo al bambino che ci accoglie. Il piccolo apre la porta e così possiamo vedere "tutta" la casa, perché "tutto" si trova lì, in una piccola stanza di 4 metri per 3.

Tra le mani, con cura, portiamo le immagini di Maria e Giuseppe mentre nel cuore si fa strada una domanda: "Così sarà stata la grotta dove è nato Gesù?".

Il pavimento è di terra, le pareti di stuoia, il tetto è un pezzo di plastica azzurro, un unico letto per tutti, una piccola cucina a gas, una tavola sulla quale è deposto tutto ciò che la famiglia possiede. E' facile pensare che i "pellegrini di Nazaret" non abbiano trovato migliore accoglienza nella grotta di Betlemme.

La giovane mamma che ci accoglie sembra non avere più di 20 anni. In braccio ha un altro bambino e il suo volto è stanco.

Le mostriamo le immagini di Giuseppe e Maria e le chiediamo se è contenta di aprire la sua casa per accogliere questi due pellegrini che cercano un rifugio per far nascere il Bambino Gesù.

Il volto si illumina, aprendosi al sorriso. Coglie che, al di là di noi, una presenza speciale è venuta a visitarla e a chiederle di dimorare nella sua povera baracca. Raggiunta da questo amore, la donna non esita ad aprire il suo cuore ed inizia a raccontarci la sua storia: "Mi chiamo Maria, quattro anni fa, a diciassette anni, sono venuta a vivere a Lima. Pensavo di poter abitare con alcuni parenti, ma un cugino ha abusato di me e sono scappata via. Ho vissuto come ho potuto. Quando mi sono accorta di essere incinta ho bussato a molte porte, cercando un lavoro che mi permettesse di vivere, ma nessuno mi ha aiutato.

Da poco sono venuta ad abitare in questa zona dove alcune persone mi hanno aiutato a costruire la "casa". Quando è nato Jorge non avevo lavoro e non riuscivo a mantenerlo. Ho accettato di unirmi con un altro uomo pensando che mi avrebbe aiutato e, invece, mi ha solo ingannato. Quando ha scoperto che aspettavo un altro bambino, è andato via e non l'ho più visto. Adesso alcuni cristiani della missione mi hanno offerto un lavoro che mi permette di vivere e di procurare il cibo per i miei bambini".

La storia di Maria è come quella di tante altre giovani donne defraudate della loro giovinezza e dei loro sogni.

Chiediamo a Maria se vuole pregare con noi dandole la certezza che oggi Gesù ha voluto venire nella sua casa per offrirle una vita nuova. Mentre invochiamo lo Spirito Santo, le lacrime le bagnano il volto; ci sembra che una grande pace sia venuta ad abitarla ed anche la sua casa sembra più luminosa.

Comunità Missionaria Villaregia

 

Alzarsi e correre, come Maria

La liturgia della quarta domenica di Avvento ci introduce ormai al mistero del Natale, mistero che ci fa pregustare già nelle parole dell'antifona di ingresso: "Stillate dall'alto, o cieli, la vostra rugiada e dalle nubi scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore". Il gioco di immagini evocate dall'antifona è di una magnifica bellezza: cielo e terra si congiungono quasi un abbraccio donato e ricevuto, il cielo dona e la terra accoglie, il Giusto "piove dalle nubi" e la terra fa "germogliare" il Salvatore! Il mistero dell'Incarnazione, adombrato nelle parole del profeta Isaia - da cui è tratta l'antifona - "ricongiunge la terra al cielo e l'uomo al suo Creatore".

In questa domenica, tradizionalmente, veniva proclamato il Vangelo dell'Annunciazione, che abbiamo ascoltato nella solennità dell'Immacolata Concezione, ma dopo la riforma liturgica seguita al Concilio, il Vangelo dell'Annunciazione è rimasto nella quarta domenica d'Avvento dell'anno B, mentre per gli altri due cicli liturgici si ascoltano rispettivamente l'annuncio dell'angelo a Giuseppe, secondo il Vangelo di Matteo (anno A) e la prima parte del Vangelo della Visitazione (anno C).

Tuttavia, il mistero dell'Incarnazione, che si compie nel grembo della Vergine Maria al momento dell'Annunciazione, viene richiamato dalla preghiera di colletta: "Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell'annunzio dell'angelo ci hai rivelato l'incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione". Così, all'inizio di questa liturgia domenicale, siamo invitati a domandare al Padre che il mistero dell'Incarnazione - che trova pienezza nel mistero della Pasqua del Figlio - sia per noi sorgente di un'esistenza veramente pasquale. Per dirla con i Padri della Chiesa: "Dio si è fatto uomo, perché l'uomo diventi Dio"! Il Natale, perciò, deve generare in noi quel dinamismo di Grazia che ci porta a tradurre nella nostra vita cristiana lo stile stesso della Vita Trinitaria di Dio che ci è stata manifestata nel Verbo fatto carne.

Questo è ciò che è avvenuto in Maria che, come abbiamo avuto modo di dire nella solennità dell'Immacolata Concezione, dev'essere per noi come la "regola di vita". Il mistero che si è compito in Maria, infatti, in qualche modo deve compiersi anche nella nostra vita.

Comprendiamo allora come il Vangelo dell'Annunciazione e il Vangelo della Visitazione, che ci viene proposto in questa liturgia, formano quasi un "dittico" di particolare importanza. Ci offrono, infatti, un'icona particolarmente significativa in cui possiamo contemplare il mistero della vita cristiana, il mistero della vita nello Spirito, che ha in Maria - prima dei credenti - la sua "forma" pienamente realizzata.

La Visitazione è la più logica conseguenza dell'Annunciazione.

Nel mistero dell'Annunciazione, infatti, possiamo comprendere, in qualche modo, cosa avviene quando una creatura si apre completamente al suo Creatore: l'incontro tra il Creatore, che interpella la libertà umana, e l'accoglienza incondizionata della creatura, che si esprime nell'essere pronti a "sposare" la volontà divina, è talmente intenso da fecondare il grembo della Vergine rendendolo "dimora del Creatore stesso".

Questo è ciò che preghiamo anche nella colletta "alternativa" dell'anno C, chiedendo che il mistero compiuto in Maria si compia anche nella Chiesa e nei singoli credenti: "O Dio, che hai scelto l'umile figlia di Israele per farne la tua dimora, dona alla Chiesa una totale adesione al tuo volere, perché imitando l'obbedienza del Verbo, venuto nel mondo per servire, esulti con Maria per la tua salvezza e si offra a te in perenne cantico di lode".

La Visitazione, perciò, è la più logica conseguenza dell'Annunciazione perché quando Dio fa irruzione nell'esistenza di una persona questa non può che "alzarsi e correre" per annunciare agli altri ciò che è avvenuto.

Anche le parole utilizzate dall'Evangelista Luca, che non sono certamente casuali, ci aiutano a penetrare in profondità questo mistero. L'alzarsi di Maria indica che in Lei, in qualche modo, è già in opera il mistero della Risurrezione. "Alzarsi", infatti, è proprio il verbo della Risurrezione e la "fretta" di Maria è simile alla corsa delle donne all'alba del giorno di Pasqua, le quali, dopo aver trovato il sepolcro vuoto, corrono per dare l'Annuncio agli undici e agli altri discepoli.

Maria, dunque, ricolma dallo Spirito dell'Altissimo, si "rialza" ed in "fretta" si mette in viaggio e raggiunge la città di Giuda dove abita la cugina Elisabetta. Lì, il saluto di chi porta in sé la Vita Vera genera l'esultanza di un bimbo che si trova ancora nel grembo dell'anziana madre. Ed Elisabetta proclama Maria "beata" perché "ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore".

Annunciazione e Visitazione ci interpellano. Il mistero che ci viene presentato in questo "dittico" evangelico richiede, infatti, di essere declinato nella nostra vita cristiana, perché cristiano "è chi è stato incontrato da Dio ed ha fatto dell'adesione e dell'annuncio di questo incontro il motivo centrale della propria esistenza".

In questa domenica "aurea" disponiamoci ancora, perciò, ad accogliere il Signore nella nostra vita, pronti a compiere la Sua volontà, pronti ad uniformarci ad essa. Lasciamoci incontrare dal Signore che viene e facciamo sì che quest'incontro generi in noi l'ansia missionaria di far giungere la Sua Parola, tradotta in autentica testimonianza di vita, fino agli estremi confini della terra, iniziando dalle nostre famiglie, dal nostro lavoro, dalla nostra quotidianità. Così sarà veramente Natale! Amen. Maranathà!

don Michele Munno

 

Questo piccolo grande amore

Domenica scorsa ci eravamo detti che la liberazione dal male è apportatrice di gioia. Non si può che gioire e mostrare guadio infatti nella prospettiva dell'Incarnazione di Dio evento liberatore tanto atteso che finalmente ci delizieremo di contemplare (guarda caso!) a partire da stanotte: Dio entra nella nostra storia percorrendone tutte le tappe fin dalla più recondita infanzia rendendosi solidale con tutti gli uomini di tutte le epoche e per questo la gioia deve essere immensa. Essa adesso ci viene ulteriormente motivata da un dato speciale molto commovente: nell'entrare nella nostra dimensione terrena Dio non fa alcun ricorso a strumenti di natura grandiosa, altisonante e sconvolgente e nel fare ingresso nei nostri ambiti geografici non si preoccupa affatto di scegliere degli spazi confortevoli o delle zone garantite quanto alla sicurezza e alla prosperità economica. Al contrario, Dio sceglie di raggiungere l'umanità in quello che per noi è assurdo e impensabile come la nascita in una grotta e per di più in una città che da sempre era destinata ad essere considerata la più piccola e insignificante: Betlemme. Il profeta Michea esalta la cittadina di Israele considerando come essa sia sempre stata non all'altezza dei grandi centri del paese e tuttavia ora degna della massima attenzione per essere il luogo di nascita del re pastore: " E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele...". Michea, contemporaneo di Isaia preannuncia la nascita del Messia della stirpe di Davide e per questo sarà oggetto di grandi studi esegetici e teologici; e attraverso di lui, già molto prima di proferirlo con le sue labbra da adulto ("Gli ultimi saranno i primi") il Salvatore rende chiaro il concetto che quello che noi riteniamo essere cosa spregevole e deprezzabile nonché piccolo e insignificante agli occhi di Dio è invece prezioso, privilegiato e degno di nota; il che significa che se Egli mostra amore e interesse per l'umanità intera, maggiore predilezione egli manifesta verso gli ultimi, gli esclusi e gli indifesi parteggiando appunto per quelle categorie di persone che la società non considera. Quindi il motivo della nostra gioia è più che fondato visto che Dio si schiera dalla parte dei deboli! Nessuno può festeggiare il Natale senza chiedere il permesso ai poveri e ai bisognosi, ai derelitti, agli affranti, agli emarginati e agli abbandonati, perché Dio nasce da povero soprattutto per loro, svergognando chi li tratta con ritrosia, chiusura e indifferenza. Dio sceglie ciò che è piccolo per mostrare quanto grande sia il suo amore. Le situazioni odierne di miseria aspettano l'arrivo di questo Messia Bambino poiché in esse si soffre soprattutto la solitudine nel non avere chi stia dalla loro parte. Oggigiorno non mancano neppure le "Betlemme" discriminate e deprezzate nelle sembianze di tante classi sociali umili, povere e dimenticate dove intanto si ravviva moltissimo potenziale di umanità e di sensibilità che compirebbe prodigi a beneficio degli altri. Così pure non sono affatto rare le situazioni di lavoro professionale nelle quali il nome e il possesso contano molto più delle qualità e il mancato esercizio della meritocrazia esalta solo i "raccomandati" e i "privilegiati" mentre chi ha vero talento non viene preso in considerazione. Non pochi sono i pregiudizi che noi mostriamo nei confronti degli "ingiusti", dei "peccatori" che vivono lontani da Dio senza di fatto considerare che proprio fra questa gente non di rado si trovano elementi edificanti che sarebbero di esempio per tutti noi, me compreso. Non sono forse queste le "Belemme" della nostra epoca da cui, secondo l'accezione mondana e perbenista "non può nascere nulla di buono"? Proprio a loro favore Dio volge il suo sguardo e proprio loro sono i destinatari della salvezza apportata dal Verbo Incarnato Bambino che ci raggiunge attraverso una vergine.

Sempre Michea parla infatti di una donna "che deve partorire e partorirà"; il che legittima di gran lunga la presenza di Maria in questo brano evangelico di per sé adattabile alla solennità dell'Immacolata: se da Betlemme sorgerà il Re pastore, la sua incarnazione avrà luogo da una donna e questa non potrà essere dche la stessa Vergine che partorirà un Figlio e lo darà alla luce e sarà chiamato l'Emmanuele Dio con noi (Is 7, 14) ragion per cui accanto a Cristo Messia viene prefigurata anche Maria, colei che a buon dirirtto viene definita la "madre del Signore" (Lc 1, 48).

E' proprio lei che, una volta ricevuto l'appello di un angelo e avendovi aderito con l'obbedienza della fede, parte speditamente verso la casa di Elisabetta. Le due giovani gravide esultano e lodano l'Altissimo perché anche loro, ciascuna sotto un aspetto differente, sono state innalzate nonostante la loro piccolezza e umiltà da parte di Colui che su di loro aveva progetti grandiosi a beneficio dell'uomo: Maria infatti ha motivo di esclamare: "ha guardato l'umiltà della sua serva, d'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata" e avverte di essere stata oggetto di una giustizia e di una predilezione che il consorzio mondano avrebbe dato ai potenti e ai facoltosi. Ancora una volta si evince la magnificenza di un Dio Re che predilige quanto da noi ritenuto minimo e precario. L'amore di Dio si fa piccolo per essere grande. E' un piccolo grande amore che "non ci manca da morire" eppure moriremmo se ci venisse a mancare...

padre Gian Franco Scarpitta

 

Quanto più si avvicina il gran giorno della nostra salvezza, tanto più cresca il nostro fervore, per celebrare degnamente il Natale. Così prega la Chiesa in questa ultima domenica di Avvento che, quest'anno, è anche vigilia della Natività.

L'attesa del Signore ci è descritta da Luca, l'evangelista, mettendo in evidenza la protagonista di quell'attesa, Maria. La Madre che, per prima, si preparò alla nascita del Figlio di Dio, come l'angelo le aveva annunciato. Dopo di che "Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta". Maria era stata avvertita dall'angelo che la sua parente anziana, appunto Elisabetta, era in attesa di un figlio che si chiamerà poi Giovanni.

Il viaggio di Maria era il primo viaggio missionario della nuova storia cristiana. La Vergine, infatti, non va da Elisabetta solo per mettersi al suo servizio, ma per portare da lei la presenza di Colui che ha concepito nel suo seno. In forza di quella presenza, il Battista, che sta per nascere, viene santificato nel seno materno. Colei che sarà poi invocata come "regina degli apostoli", ha dato inizio alla sua missione. Da allora la Madre sarà accanto al Figlio, sino ai piedi della croce, per condividere con Lui la sua missione di salvezza, tanto da poter essere chiamata con verità la Corredentrice.

"Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo... Appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia". Questa esultanza del bambino e di sua madre si ripercuote ovunque in questi giorni di Natale, anche fuori dalle chiese. Le nostre città sono piene di luminarie, non c'è casa dove non si accendano le luci dell'albero o quelle del presepe. Inutile dire che il Natale è considerato come la festa più grande, certo più sentita da tutti, persino dai non cristiani.

Eppure si avverte un senso di vuoto. I poveri sono più tristi, gli anziani spesso più soli. Ci si accorge facilmente che al nostro Natale manca qualcosa. Forse è un Natale povero di amore. Si fanno regali, si ricevono doni, quasi per compiere un rito, stanco e senz'anima. Ma che posto hanno i veri poveri nel nostro Natale? Ed è veramente un'occasione per perdonare a chi ci ha fatto del male? Per rinsaldare vincoli di comunione con certi nostri parenti dimenticati?

Le parole dette da Elisabetta a Maria: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" sono entrate a far parte della preghiera più diffusa e ripetuta dai cristiani cattolici "l'Ave Maria". Così salutiamo e benediciamo la Madre del Signore, poiché, come ha detto la stessa Elisabetta, ella è "Colei che ha creduto". È piaciuta a Dio per la sua umiltà, ma quanto a noi, ci è di esempio per la sua fede. Non era facile credere a quelle parole dell'angelo. Che lei, vergine, sarebbe diventata madre e, più ancora, madre del Figlio dell'Altissimo.

Eppure la Vergine non ebbe esitazione e si dichiarò totalmente e liberamente consenziente: "Si faccia di me secondo la tua parola". Consegnò totalmente la sua vita nelle mani del Signore, senza riserve, senza limiti, senza condizioni. Non è stato, come spesso è il nostro, un "do ut des", quando preghiamo per chiedere qualcosa a Dio, senza domandargli mai quanto voglia da noi. La Vergine ci insegna un atteggiamento diverso. Quello di affidarci sempre con fiducia a Dio, contando sulla sua bontà e infinita misericordia.

don Carlo Caviglione - Agenzia SIR