3º DOMENICA DI QUARESIMA

anno C

Il brano 13,1 - 5 ci presenta due fatti di cronaca: una uccisione e un incidente. Nel primo caso sono in gioco la libertà e la cattiveria dell'uomo; nel secondo la violenza del creato. Ma il problema è unico: quello della morte che l'uomo vive come un'indebita violenza.

Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti?

La storia con le sue ingiustizie, e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate dal maligno (cfr Lc. 4,6).Il male, continuamente presente nella nostra esistenza, è il problema più rilevante ed è inspiegabile alla ragione. Esso costituisce un problema anche per la fede: la può spegnere o ingigantire. Solo conoscendo i "segni del tempo" possiamo vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione.

Il problema vero della storia non è l'alternanza al potere del male, ma l'alternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il gioco.

Gesù non condanna Pilato, ma non esalta neppure le sue vittime. Egli vuole portarci a un punto di vista superiore: Pilato e le sue vittime sono insieme vittime dello stesso peccato. Infatti hanno tentato lo stesso gioco: i galilei erano i più deboli e hanno perso.

Gesù ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: la ricchezza, il potere e l'orgoglio. La violenza genera sempre altra violenza. L'unica arma per vincere tutti i mali è l'amore.

Lo stesso peccato, presente in Pilato e nelle sue vittime, è presente anche negli ascoltatori di Cristo. Al posto di Pilato si sarebbero comportati come Pilato, al posto dei guerriglieri galilei si sarebbero comportati come i guerriglieri galilei. Ma allora dove sta la verità? Essa sta solamente nel conformare i nostri comportamenti a quelli di Cristo che si fa carico del male di tutti.

Le calamità naturali non sono una punizione, ma un richiamo alla conversione. Il peccato che ha guastato l'uomo ha sottoposto all'insensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine Si è rotta l'armonia uomo-mondo e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto, al non senso (cfr Rm. 8,20).

Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto come appello a passare dal mondo vecchio al mondo nuovo portato da Cristo. In questo modo il male perde il suo carattere di fatalità e viene dominato dall'uomo che ne sa trarre un bene maggiore: la propria conversione.

Il brano 13,6 - 9 ci presenta la parabola del fico sterile: Questa ci aiuta a leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. La parabola è trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura dell'uomo e si attendono che egli risponda al loro amore. Ma come il fico è sterile, così l'uomo non fa frutti di conversione (cfr Lc. 3,8). Ma Dio accorda una proroga all'uomo e prodiga la sua cura perché fruttifichi e non sia tagliato.

Il "quest'anno" del v. 8 indica tutti gli anni e i secoli delle generazioni che verranno. E' l'anno della pazienza e della misericordia di Dio: "Egli usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2 Pt. 2,9). Ma non dobbiamo fare come gli "empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia di Dio" (Gd. 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua pazienza, ma riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (cfr Rm. 2,4).

La parabola pone l'accento sulla bontà di Dio. La cattiveria dell'uomo non può impedire a Dio di essere buono.

padre Lino Pedron

 

Se non vi convertirete...

Perirete tutti allo stesso modo

1. Mentre Gesù sta parlando, qualcuno lo mette al corrente di una notizia sconvolgente: un gruppo di Galilei, probabilmente rivoluzionari, sono stati massacrati dal sanguinario procuratore romano Ponzio Pilato, mentre stavano compiendo un sacrificio di culto. Alla mente dei presenti si affaccia il ricordo ancora vivo di un'altra disgrazia: diciotto operai che lavoravano per il tempio, furono seppelliti sotto il crollo di una torre. Fatti di sangue, racconti di morte, grandi domande: dov'era Dio? È Dio che ha guidato la spada di Pilato? È Dio che aveva fatto franare il terreno sotto la torre templare?

Seguendo la concezione corrente della retribuzione temporale, gli ascoltatori di Gesù hanno metabolizzato quei tragici avvenimenti inquadrandoli nelle mappe securizzanti di una ragione comandata dalla superstizione: se quegli uomini sono morti così crudelmente, è segno che Dio li ha castigati; se sono stati castigati, è segno che erano peccatori. E il fatto di essere stati risparmiati personalmente rassicura quegli ascoltatori sulla loro giustizia. Gesù rifiuta questa visione semplicistica e prende le difese sia di Dio sia degli uccisi: non è Dio che arma la mano di Pilato; non è Dio che aggiunge sangue a sangue, che abbatte torri e grattacieli; non ci sono colpe segrete da punire. Quegli uomini non erano peggiori degli altri. Quelle disgrazie sono un avvertimento indirizzato a tutti: tutti sono peccatori; il giudizio di Dio non è per alcuni, ma per tutti; non è per gli altri, ma per noi. O ci convertiamo o ci pervertiamo.

2. Andiamo da Gesù a porre problemi e veniamo provocati a guardarci dentro. Abbiamo visto due torri crollare l'11 settembre del 2001, ma vi abbiamo letto solo un evento storico, riguardante altri come responsabili o complici o vittime. Noi abbiamo posto solo le domande: dov'era Dio quel giorno? Dov'erano i mandanti? Senza rubare il mestiere né al ministro degli esteri né a quello degli interni, il Signore Gesù ci pone davanti alla domanda radicale: dov'eravamo noi? Dove siamo noi? Se non vi convertirete, perirete tutti... Se il nostro cuore non cambia, se non facciamo una radicale inversione ad u, se io, tu, noi non imbocchiamo la strada del vangelo, insomma se l'uomo non si converte, l'ecatombe sarà la conclusione inevitabile di questa folle corsa verso l'autodistruzione universale. Se non vi convertirete, perirete tutti... Forse non nel fragore delle torri gemelle, ma nel dramma oscuro della sterilità, della noia, della depressione.

Ma insomma, da che cosa dovremmo convertirci? Non siamo forse della brava gente, non siamo forse cattolici credenti e praticanti? Ci soccorre ancora una volta D. Bonhoeffer: "Il contrario della fede non è l'incredulità; è l'idolatria". Già s. Paolo parlava della conversione dei pagani come un "allontanarsi dagli idoli per servire il Dio vivo e vero" (1Ts. 1,9). Ecco: ma che cos'è l'idolatria? Nell'opinione comune, mentre la vera fede adora un solo Dio, l'idolatria adora molti dèi. Ma nella Bibbia l'idolatria è qualcosa di più sottile e di più subdolo: non è tanto piegare il ginocchio davanti a una statuetta d‘oro o di legno; non è neanche adorare il vitello d'oro; è piuttosto ergere il proprio Io al posto di Dio. Al fondo di ogni idolatria, c'è l'autolatria, "l'amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio" (s. Agostino). Poi questa idolatria si concretizzerà nel mettere al posto di Dio - o affianco a Dio - il Dio danaro, il Dio piacere, la dea immagine, la dea efficienza, il Dio successo... Di qui il "correre, competere, confliggere".

4. E non c'è anche il "contemplare"? No, fratello, sorella: prima della contemplazione, viene la conversione. Perché se contemplare è vedere Dio, dobbiamo ricordare che solo i puri di cuore vedranno Dio. "Ma voi che ci vedete, cosa ne avete fatto della luce?", dice la protagonista cieca di un dramma di Paul Claudel. Noi vediamo o diciamo di vedere; noi crediamo o crediamo di credere. Che cosa ne stiamo facendo del dono della fede?

Stanno venendo tempi - e sono già venuti - in cui essere cristiani è sinonimo di missionari, tanto diventa poco concepibile un cristiano che non è in stato di missione. O missionari - scriveva Madeleine Delbrel - o... dimissionari!

Non si è cristiani per soddisfare i propri bisogni religiosi, per trovare un senso alla propria vita, per dare una direzione alla propria esistenza. Si è cristiani perché si è stati scelti per essere "luce delle genti", per "annunciare le grandezze di Dio", per dire agli uomini le meraviglie che Dio continua ad operare in mezzo a noi, per portare agli altri l'amore di cui si è amati, per farli godere della propria sorte, per amarli "come se stessi", per donarsi a loro. La missione non è solo l'annuncio di un dono, ma un dono che si fa annuncio.

5. Oggi Gesù insiste: Se non vi convertirete, tutti allo stesso modo perirete. Quando noi sentiamo dire "conversione", pensiamo subito a cose da fare, a impegni da assumere, a rinunce da praticare. Tutto questo è vero, ma è successivo e derivato: se conversione è letteralmente "voltarsi verso", all'origine della conversione c'è l'esperienza di un incontro e la contemplazione di un volto: l'incontro con Dio, la contemplazione del suo volto.

Così è avvenuto per Mosè (1ª lettura): era fuggito dall'Egitto, braccato dagli aguzzini del faraone e deluso dei suoi connazionali, perché in precedenza si era illuso che avrebbero finalmente capito che "Dio dava loro salvezza per mezzo suo" (At. 7,25). Nel deserto di Madian Mosè si era ridotto a vita privata, adattandosi al ritmo tranquillo di un pastore agiato e soddisfatto, con tanto di moglie e figli. Adesso, a quarant'anni suonati, sta per scoccare l'ora x della sua missione: dovrà lasciare il deserto e tornare nuovamente in Egitto proprio lui, "quel Mosè che i suoi connazionali avevano rinnegato dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice?" (At. 7,35). Questa è la conversione di Mosè: una vera "inversione a U", dal deserto di Madian all'Egitto, dove pendeva una condanna sul suo capo. Ma prima ancora Mosè deve "convertirsi" al Dio unico, vivo e vero.

6. Cosa aggiunge il Nuovo Testamento alla rivelazione di Dio, già presente nell'Antico? Aggiunge un massimo vertiginoso, del tutto inimmaginabile: un volto d'uomo e un cuore di carne, il volto e il cuore di Gesù. Nessun ebreo prima di Gesù, neanche l'ardente Osea o il dolcissimo Deutero-Isaia, poteva sospettare fino a che punto Dio avrebbe spinto il suo amore per il mondo: "Dio ha tanto amato il mondo fino al punto da dare il suo Figlio unigenito" (Gv. 3,16) e questo Figlio "dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv. 13,1).

A questo volto santo di Dio-Amore - amore gratuito, fedele, misericordioso - siamo chiamati a prestare i lineamenti del nostro volto. Altrimenti facciamo bestemmiare il suo santo Nome (cfr. Rm. 2,24), quando con il nostro comportamento finiamo per "velare più che svelare il genuino volto di Dio" (GS. 19).

Noi finiamo per velare il volto del Dio fedele e affidabile quando non ci fidiamo di lui e siamo come i pagani, sempre in affanno per il nostro domani. Deformiamo il volto dell'Amore gratuito quando mettiamo al di sopra di tutti e di tutto i nostri interessi meschini e il nostro effimero successo. Nascondiamo il volto del Dio misericordioso dietro una maschera repellente, quando con il pretesto che perdonare si deve ma dimenticare non si può, dimentichiamo il bene ricevuto e coltiviamo rancore e rabbia per il male ubito. Gli altri allora potrebbero dirci: "Dov'è il vostro Dio? Se non ce lo fate vedere in voi, non ci crediamo e non ci crederemo mai!".

mons. Francesco Lambiasi - Il pane della Domenica

 

Vigilate e convertitevi

Il vangelo della III domenica di Quaresima ci offre un esempio tipico di come predicava Gesù. Egli prende lo spunto da un fatto di cronaca (l'uccisione di alcuni galilei per ordine di Pilato e la caduta di una torre che aveva fatto diciotto vittime) per parlare della necessità di vigilare e di convertirsi. Secondo il suo stile rafforza quindi il suo insegnamento con una parabola: "Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna...". Seguendo il programma che ci siamo prefissi per questa Quaresima, noi partiamo da questo brano per allargare lo sguardo a tutta la predicazione di Gesù, cercando di capire cosa essa ci dice sul problema chi era Gesù.

Gesù iniziò a predicare con una solenne dichiarazione: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc. 1,15). Noi ci siamo assuefatti al suono di queste parole e non ne percepiamo più la novità e il carattere rivoluzionario. Con esse Gesù veniva a dire: il tempo dell'attesa è finito; l'ora dell'intervento decisivo di Dio nella storia umana, annunziata dai profeti, è scoccata; quel tempo è ora! Ora si decide tutto, e si decide in base all'atteggiamento che ognuno prenderà davanti alle mie parole.

Questo senso di compimento, di traguardo finalmente raggiunto, si percepisce in diversi detti di Gesù di cui non si può mettere in dubbio l'autenticità storica. Un giorno, rivolgendosi ai discepoli in disparte, egli disse: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono" (Lc. 10,23 - 24).

Nel discorso della montagna Gesù dice tra l'altro: "Avete inteso che fu detto (da Mosè!)..., ma io vi dico". Immaginiamo che un predicatore sale sul pulpito e comincia a dire: "Avete inteso che Gesù vi ha detto..., ma io vi dico". L'impressione che dovevano fare le parole di Cristo ai suoi contemporanei non era molto diversa. Davanti ad affermazioni simili, non ci sono molte spiegazioni: o chi parla è un pazzo esaltato, o dice semplicemente la verità. Un pazzo però non vive e non muore come ha fatto lui e non continua a scuotere l'umanità a distanza di venti secoli dalla sua scomparsa.

La novità della persona e della predicazione di Gesù emerge in modo chiarissimo dal confronto con Giovanni Battista. Giovanni parlava sempre di qualcosa di futuro, un giudizio che stava per accadere; Gesù parla di qualcosa che è presente, un regno che è venuto e operante. Giovanni è l'uomo del "non ancora", Gesù è l'uomo del "già".

Gesù dice: "Tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui" (Lc. 7,28); e ancora: "La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi" (Lc. 16,16). Queste parole dicono che tra la missione di Giovanni e quella di Gesù c'è stato un salto qualitativo: il più piccolo nel nuovo ordine è in una posizione migliore che non il più grande del vecchio ordine. Furono queste ragioni che indussero i discepoli di Bultmann (Bornkamm, Konzelmann...) a staccarsi dal loro maestro, ponendo il grande spartiacque tra l'antico e il nuovo, tra ebraismo e cristianesimo, nella vita e nella predicazione di Cristo e non nella fede della Chiesa dopo la Pasqua.

Appare chiaro da ciò quanto sia storicamente insostenibile la tesi di alcuni che racchiudono Gesù all'interno del mondo ebraico contemporaneo, facendo di lui un ebreo come gli altri, che non ha inteso operare nessuna rottura con il passato, né portare nessuna novità sostanziale. È un far regredire la ricerca storica su Gesù a uno stadio da tempo superato.

Torniamo, come al solito, al brano evangelico della domenica, per trarne qualche insegnamento pratico. Alla notizia della strage operata da Pilato e del crollo della torre di Siloe, Gesù commenta: "Credete voi che le vittime di quelle disgrazie fossero più peccatori degli altri? No, vi dico, ma se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo. Ne deduciamo un insegnamento importantissimo. Le disgrazie non sono, come alcuni pensano, segno di castigo divino nei confronti dei colpiti; sono semmai un ammonimento per chi resta.

Questa è una chiave di lettura indispensabile, per non perdere la fede di fronte alle sciagure terribili che avvengono ogni giorno sulla terra, spesso tra le popolazioni più povere e indifese. Gesù ci fa capire come dovremmo reagire quando, a sera, la televisione ci porta notizie di terremoti, inondazioni, o stragi come quella di Pilato. Non con degli sterili "O poverini!", ma traendone spunto per riflettere sulla precarietà della vita, sulla necessità di stare pronti e di non attaccarsi esageratamente a quello che da un giorno all'altro ci può venire a mancare.

Risuona nel brano evangelico la stessa parola con cui Gesù iniziò a predicare: conversione. Vorrei però far notare che convertirsi non è solo un dovere, è anche una possibilità per tutti, quasi un diritto. È una buona, non una cattiva, notizia! Nessuno è escluso dalla possibilità di cambiare. Nessuno può essere dato per irrecuperabile. Vi sono, nella vita, situazioni morali che sembrano senza via d'uscita: divorziati risposati, coppie con figli, che convivono senza essere sposati, pesanti precedenti penali a carico, condizionamenti di ogni genere.

Anche per questi c'è la possibilità di cambiamento. Quando Gesù disse che era più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, gli apostoli osservarono: "E chi allora si può salvare?". Gesù rispose con una frase che vale anche per i casi che ho accennato: "Impossibile agli uomini, non a Dio".

padre Raniero Cantalamessa

 

Venne a cercarvi frutti

La Parola di Dio di questa terza domenica di quaresima dà l'impressione di contenere un linguaggio molto duro, almeno nella prima parte del Vangelo. L'espressione "se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo" sembra esprimere quello che i più credono, cioè la sofferenza, le sciagure, la malattia, le tragedie e così via, sono mandate da Dio. Non bisogna nascondersi dietro ad ipocriti ragionamenti, ammettiamolo: quante volte anche noi abbiamo pensato che Dio interviene nel bene e nel male? Quante volte abbiamo sentito persone credenti che riconducono a Dio la causa delle proprie sofferenze con espressioni del genere: perché Dio mi ha mandato questo male, oppure perché Dio ha permesso questa disgrazia? O ancora in alcune culture popolari si crede ancora oggi che il peccato dei genitori ricada sui figli nati con qualche handicap!

Nella prima parte del vangelo, però, riusciamo a scorgere un'indicazione data da Gesù nel commentare i due fatti narrati, credo che il Signore ci voglia insegnare che coloro che sono colpiti da disgrazie e sofferenze non sono più colpevoli di altri e che non si tratta di una punizione divina causata dal peccato. Non è secondo i piani di Dio che ci siano uomini sterminatori del genere umano, o ancora peggio che si compiano delle stragi nel suo nome. Non è secondo i piani di Dio che ci siano persone che nel stravolgere le leggi naturali provocano sofferenze ad altre persone.

Non è secondo i piani di Dio che in virtù di un veloce guadagno si costruisca eludendo le leggi di sicurezza.

Gesù ci mette in guardia dal vero pericolo: con il nostro atteggiamento sbagliato possiamo procurare del male a noi stessi e agli altri. La storia della salvezza insegna a tale proposito come le scelte del popolo d'Israele siano state determinanti per il loro benessere. A Mosè Dio rivela il suo nome e lo collega ai Patriarchi, facendo capire che è un Dio che accompagna, illumina, sostiene, incoraggia, consiglia... la vita degli uomini. Ma se il popolo liberamente si allontana dalla sua guida rifiutando il suo amore, si autodistrugge; lasciato in balia di se stesso pensa di essere autosufficiente e smarrisce la strada. Non così Mosè, perché sa percepire nelle cose, nelle situazioni che vive, la presenza di Dio. Dio si manifesta a lui come Colui che è intervenuto ed interviene nella storia e Mosè aderisce con tutto se stesso.

La parabola del fico sterile, narrata nella seconda parte del vangelo odierno, ci mostra un Dio misericordioso, fedele e per questo paziente. Dalla stessa parabola attingiamo una grande gioia e ci spalanca una grande speranza: Dio apre davanti a noi un tempo che con il suo aiuto può diventare un vero cammino di conversione. Le esplicite richieste di Gesù alla conversione sottolineano la necessità di un cambiamento sia interiore che di comportamento da parte di ogni fedele e di ogni uomo. Per noi che crediamo il cambiamento di vita è sostenuto dalla grazia dei sacramenti, come sottolinea San Paolo nella seconda lettura, in modo particolare dal battesimo e dall'eucaristia (la nuvola, il mare e il cibo spirituale). Con tale sostegno noi possiamo cambiare stile di vita, migliorare il nostro comportamento rapportandolo al bene del nostro prossimo che di sicuro avrà un effetto di bene anche su di noi. Allora porteremo frutti buoni e avvertiremo la nostra esistenza liberarsi, diventare più limpida e benefica.

LaParrocchia.it

 

Nella prima domenica di Quaresima la liturgia ci ha portati nel deserto per essere tentati da Satana nel deserto, luogo inospitale e nello stesso tempo luogo di intimità col Signore ed uscirne vincitori con Gesù, il Figlio di Dio, che ha vinto tutte le tentazioni ricorrendo alle Sacre Scritture.

La seconda domenica ci ha portato sul Tabor con Pietro, Giacomo e Giovanni per essere trasfigurati con Gesù, riconosciuto come il Figlio, l’amato, ed entrare nella gloria del Padre.

Questa domenica la nostra riflessione e la nostra preghiera verte sul termine conversione e sulla infinita pazienza di Dio nei confronti degli uomini.

Il cammino verso la Pasqua è infatti un cammino di conversione e adesione al Vangelo. Il cammino verso la Pasqua è cammino di ritorno al Padre con tutto il cuore. L’invito alla conversione è l’invito di un Padre paziente che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Cf Ez 33,11). Egli ama tutte le sue creature! E le chiama per nome... così canta l’antifona d’ingresso del mercoledì delle Ceneri.

Il senso penitenziale della Quaresima sta proprio nel fatto che Dio non vuol salvarci senza di noi: il nostro impegno di conversione, atto libero dell’uomo, porta a delle scelte a volte scomode e costose. Ci viene in aiuto la grazia che è un optional, ma un dono affidato alla nostra fede e che manifesta la sua forza di salvezza solo nelle decisioni che pongono la nostra vita davanti a Dio.

La via di questo ritorno passa per un deserto (1^ domenica) e una montagna (2^ domenica).

ammonimento e nello stesso tempo una presa di coscienza della bontà di Dio verso di noi. Prendiamo in considerazione solo il testo evangelico.

Contesto

Il capitolo 13 di Luca è situato alla fine di una sezione iniziata con il capitolo 12 in cui Gesù si trova davanti a “migliaia” di persone. Infatti fino al capitolo 13 versetto 10, dove si dice che (Gesù) stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato  non viene indicato nessun cambio di tempo e di luogo. Questo significa che Luca vuole mettere la parabola in relazione con quanto precede.

Nel capitolo 12 si parla della testimonianza da offrire con coraggio davanti al mondo da parte dei discepoli, certi di non essere abbandonati dal Padre (vv. 1-12); della ricchezza con l'invito al distacco dai beni terreni confidando nella Provvidenza (vv. 13-34), di essere vigilanti e fedeli  nell'attesa del ritorno del Signore (vv. 35-53). Questo “raggruppamento” si trova nella grande sezione centrale del Vangelo di Luca della salita verso Gerusalemme (9,51-19,28). In questa sezione eterogenea si trova la controversia di Lc 13,1-5, seguita dalla parabola del fico in 13,6-9.

L’invito pressante alla conversione costituisce il tema centrale del capitolo 13, dove il perdono è offerto da Dio a coloro che aderiscono al Vangelo. All'inizio Luca narra due episodi di cronaca luttuosi, per richiamare tutti alla conversione. Anche la parabola del fico sterile che troviamo dopo questi fatti di cronaca è per noi un ammonimento e nello stesso tempo una presa di coscienza della bontà di Dio verso di noi. Infatti Gesù parla alle folle perché si decidano per il Vangelo. Quelle folle, dietro gli interventi di Gesù, devono prendere coscienza dell’importanza unica e singolare del tempo attuale, del tempo che è dato loro oggi, ogni giorno per convertirsi.

LECTIO

v. 1: “In quel tempo” Così inizia la lettura liturgica, ma il Vangelo di Luca recita “in quello stesso tempo = en autò to kairò”, in stretto collegamento con la parte finale del capitolo 12 nella quale Gesù rivela di essere venuto a portare il fuoco sulla terra e di dover ricevere un battesimo, quel battesimo di fuoco annunciato da Giovanni (Cf Lc 3,16).

… si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici.

L’inizio del brano prende spunto da un sanguinoso fatto di cronaca narratogli da alcuni: il massacro di alcuni Galilei giunti a Gerusalemme per offrire sacrifici durante una festa giudaica, trovatisi coinvolti in un tumulto insurrezionale, una rivolta così frequente allora e Pilato li fa trucidare. Questo fatto di violenza viene riferito a Gesù da qualcuno che forse attende da lui un giudizio politico.

v. 2: Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte?

Quale il senso della morte? E soprattutto della morte ingiusta, della morte di coloro che sembrano non avere colpa ed essere addirittura uomini pii e giusti? Al primo annuncio di morte Gesù risponde con una domanda (“Credete che quei Galielei fossero più peccatori...”), una esortazione (“... se non vi convertite, perirete...”) e la parabola del fico sterile e della pazienza del padrone per un terzo anno ancora.

Egli non dà una lettura politica di questo fatto, come si aspetterebbero gli interlocutori; non dà neppure una lettura “religiosa” tradizionale: quei galilei non sono morti per punizione dei loro peccati, non erano cioè più peccatori di quelli che invece non sono morti.

Gesù affronta altrove la stessa tematica della lettura religiosa tradizionale, a proposito del cieco nato narrato in Gv al cap. 9. Egli non intende dare un giudizio sulla causa della morte di quei galilei, ma reagisce contro l’opinione diffusa che identificava malattia e peccato come conseguenza dei peccati commessi. Infatti nel brano del cieco nato la gente si rivolge a lui accusandolo di essere nato tutto nel peccato. Gesù in questo brano ribadisce la non colpevolezza di quei galilei e afferma invece l’urgenza della conversione.

v. 3: Infatti Gesù dice: “No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Ciò che conduce alla morte e alla non salvezza non è l’essere vittima improvvisa di catastrofi, di incidenti o di violenze, ma è il male morale, cioè l’incredulità e l’ostinazione a non volersi convertire. Per chi non si converte o non si vuol convertire, cioè non vuol rivolgersi a Dio, la morte arriva sempre troppo presto e troppo improvvisa anche se arriva dopo una vita lunga o dopo una malattia che sarebbe sfociata nella morte.

Il vero e grosso peccato che conduce alla morte eterna è l’incredulità, il rifiuto consapevole della vita, di Dio, il vivere facendo a meno di Lui. Le parole di Gesù sono per questo forti, Egli vuole provocare negli ascoltatori la decisione di fede per essere salvati, accedendo a colui che è la vera Vita.

vv. 4-5: O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Gesù nel v. 4 riporta un altro fatto di cronaca: si tratta di un incidente sul lavoro, diciotto operai che stavano forse scavando il terreno per la costruzione di un acquedotto, vengono travolti dal crollo improvviso di una torre e rimangono sepolti sotto le macerie. E’ una grossa disgrazia che viene variamente commentata dal popolo, come capita anche oggi di fronte alle disgrazie di qualsiasi natura. Che commento fa Gesù di questi fatti? Egli non è d’accordo con quanti pensano che qualsiasi disgrazia debba considerarsi come un castigo per determinati peccati. E’ una mentalità ancora oggi molto diffusa, secondo la quale le disgrazie dovrebbero capitare a chi ha fatto del male.

Gesù dunque fa riferimento a questi due fatti di cronaca per sottolineare l’urgenza della conversione, di questo tornare a Dio con tutto il cuore e con tutta la mente e che non è mai troppo presto prendere questa decisione fondamentale per ottenere la Salvezza.

v. 6: Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 

Gesù fa riferimento a un’immagine già molte volte utilizzata nell’antico Testamento per indicare il popolo di Dio. Infatti il fico e la vigna rappresentano nella Scrittura e nella tradizione rabbinica e profetica il popolo di Israele che è la vigna scelta, piantata e curata da Jhwh nonostante la sua infedeltà. Ed ora è Gesù, il Figlio di Dio che viene a visitare questa vigna e a mangiarne il frutto… E i vignaioli stanno per metterlo a morte.

Ma qual è l’intento di Gesù? Il testo ci dice che questo tale che aveva piantato questo fico va nella vigna per raccogliere frutti ma non ne trova.

v. 7: Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”.

Allora il padrone comunica al vignaiolo il suo disappunto per quell’albero che ormai già da tre anni non dà frutti, quindi dà ordine di tagliarlo perché è un parassita, sfrutta solo il terreno senza portare frutto. Di per sé la decisione del padrone è giusta: un albero che non dà frutto è improduttivo, sterile, abbatterlo è la soluzione più logica.

Ogni buon contadino sa bene che un vitigno comincia a dare futto dopo tre anni dacché è stato piantato.

Il fico-vigna è quindi simbolo di Israele e i tre anni sono gli anni del ministero pubblico di Gesù:

“La pianta di fico è una figura della sinagoga [...].

Durante tre anni egli si è mostrato in mezzo a loro quale salvatore”. [Efrem Siro].

Ma il fico-vigna è tutto il genere umano:

“L’albero è il genere umano [...]. Il Signore venne a visitare quest’albero al tempo dei Patriarchi [...], al tempo della Legge e dei profeti [...], con il Vangelo ecco spuntato il Terzo Anno...”. [Agostino d’Ippona]

E ancora e soprattutto il fico è figura di Gesù stesso:

 “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo”. [Gv 15,1]

Non siamo qui al contenuto essenziale e al tono categorico del Battista, dove la salvezza annunciata dal precursore utilizza le immagini della scure e della pala per vagliare e dove c’è un’unica alternativa: o convertirsi e dare frutto, oppure perire.

La novità è la prospettiva del secondo intervento del vignaiolo che supplica il proprietario di dare ancora una possibilità al fico. “Il Figlio dell’uomo non è venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori” (Lc 5,31-32).

v. 8: Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno…

Il vignaiolo parla in modo misericordioso, chiede pazienza al padrone. Parla nello stesso modo in cui Gesù ci ha parlato di Dio: paziente e misericordioso.

v. 9: finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 

Il vignaiolo dice “Io zapperò, io metterò il concime, tu lo taglierai”. Sembra che il vignaiolo non ne voglia sapere di tagliare l’albero anche se deve riconoscere che finora è stato improduttivo. Questo dialogo tra padrone e vignaiolo mette in risalto il valore dell’intercessione, della preghiera per ottenere misericordia, fatta da Gesù che è il vignaiolo al Padre che è il padrone. E’ la stessa intercessione chiesta da Abramo verso le città di Sodoma e Gomorra, la stessa intercessione di Mosè nei confronti di Israele nell’episodio del vitello d’oro. Il vignaiolo farà di tutto perché porti frutto … come Gesù che nel cap 15 di Lc farà di tutto per ritrovare chi era perduto …

Il messaggio di questa parabola dopo i due fatti di cronaca è questo: l’urgenza della conversione non toglie la pazienza di Dio nei confronti del peccatore. Nel confronto tra il padre e il vignaiolo c’è la minaccia di voler eliminare chi, dopo un certo periodo, non porta i frutti sperati, ma primeggia soprattutto la misericordia e la bontà di Dio.

La storia, il tempo, il nostro tempo, la nostra quotidianità, lo scorrere delle giornate e delle ore appaiono come un dono della pazienza di Dio che ci dà sempre del tempo per portare i buoni frutti. Infatti è dalla bontà dei frutti che si riconosce il valore di un albero!

Il vignaiolo chiede al padrone ancora un anno. Come intendere questo anno di attesa? Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva, dice Ez., perciò tutta la vita ci è data come un’occasione di conversione.

La parabola del fico sterile ci invita dunque ad approfittare del tempo presente come grande possibilità di conversione.

Sappiamo che la conversione è un rivolgersi pienamente al Signore come risposta al fatto che lui si è totalmente rivolto (convertito) all’uomo. Se non si parte dal fatto che “Dio ha tanto amato gli uomini da dare il suo Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita” la conversione non potrà mai avvenire. Conversione vuol dire cambiare testa e cuore riorganizzando la gerarchia dei valori in noi. Senza questo impegno centrale della vita cristiana non c’è ritorno al Signore, non c’è attenzione agli altri perché tutto ruota attorno a noi e Dio resta ai margini perché non ci influenza più di tanto, ed è una cosa fra le tante. Lasciare cioè che il Vangelo entri nella nostra vita e invada poco a poco tutto lo spazio disponibile, in modo che esso si incarni e possa diventare fecondo.

Constatiamo quotidianamente come violenza, sopruso, indifferenza, autosufficienza, concorrenza, corruzione, illegalità, individualismo, menzogna sono espressione di una società individualista e religiosamente insignificante. La scelta tra la vita e la morte sta nelle nostre mani e la conversione deve entrare nelle nostre scelte quotidiane, nella consapevolezza che laddove c’è conversione là ci sono i frutti.

www.figliedellachiesa.org

 

Davanti all'unica certezza

ue fatti di cronaca e una breve parabola costituiscono l'ossatura del vangelo odierno, dando modo a Gesù di formulare insegnamenti validi anche oggi. Il primo è "il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici"; il secondo riguarda "quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise". Ricordiamo: Ponzio Pilato era il governatore romano della Palestina, espressione di una potenza che per affermarsi non esitava a ricorrere alla violenza; Siloe era un quartiere, il più antico, di Gerusalemme.

Quegli episodi di duemila anni fa trovano un facile parallelo nell'attualità: il primo, nella violenza praticata dagli uomini, dalle persecuzioni contro le minoranze (ad esempio quelle recenti contro i cristiani in India) agli attentati dinamitardi e alle guerre, dagli spacciatori di droga agli automobilisti ubriachi che provocano incidenti mortali, dagli inquinatori dei fiumi alla criminalità organizzata e via inorridendo; il secondo, nella violenza della natura, con il corredo di morti per terremoti, tsunami, tempeste tropicali, montagne franose, eruzioni vulcaniche e via lamentando.

"Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? O quelle diciotto persone… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?" chiede Gesù, conoscendo la mentalità dei suoi ascoltatori: e in entrambi i casi risponde con un categorico " No, io vi dico". Anche oggi non manca chi vede nelle disgrazie altrui una punizione del Cielo; ma forse più numerosi sono quanti lamentano che Dio non intervenga a impedirle, dimenticando che se ci manovrasse come robot violerebbe la libertà di cui ci ha dotati. E con la libertà ci ha dato l'intelligenza, per costruire case antisismiche e non in luoghi a rischio, per evitare di assumere droghe e quant'altro danneggia noi stessi e chi ci vive accanto, per edificare un mondo più giusto dove sia bandita ogni violenza e si viva in uno spirito di solidarietà.

Piuttosto, di fronte alle morti per causa altrui Gesù invita a riflettere, aggiungendo al suo categorico "No" le seguenti parole: "ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo". Esse non vanno intese nel senso che chi non si converte morirà di morte violenta; alla luce di altri passi della Scrittura sull'argomento, quelle parole sono un richiamo al fatto che tutti subiremo la morte fisica, ma l'importante è non subire anche quella eterna. Non sappiamo quando giungerà la fine della vita terrena: potrebbe capitare all'improvviso, e dunque occorre da subito pensare al "dopo".

Il "dopo" comporta un giudizio, per valutare i frutti che in questa vita ciascuno ha prodotto. E' quanto Gesù ricorda con la paraboletta del fico sterile: "Sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?" Così dice il padrone al contadino, il quale risponde: "Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai". In altre parole: Dio si aspetta frutti dall'uomo, e gliene offre i mezzi; aspetta con pazienza, ma non all'infinito. Ne deriva il richiamo a non trascorrere una vita vuota, ma a riempirla di buoni frutti in vista del giudizio, e senza tardare, perché non sappiamo quando il giudizio arriverà. Davanti all'unica certezza di questa vita, la sua fine, non bisogna dunque né restare paralizzati dalla paura o dalla rassegnazione, né trascorrere i giorni presenti nell'indifferenza o nel male. Il richiamo di Gesù suona piuttosto come un invito a valorizzare la vita, a viverla in pienezza, densa di bene.

mons. Roberto Brunelli

 

“Ciò avvenne come segno per noi”

A noi, uomini e donne ultraconcreti, piace molto fare le associazioni di tipo causa-effetto. Da quando l’uomo è tale, gli è sempre piaciuto pensare, capire, esercitare la propria intelligenza (da intus-leggere = leggere dentro, leggere ciò che sta dentro o “dietro” le cose). Ci piace questo perché, in fondo, è una delle pochissime possibilità che abbiamo a disposizione per vedere come funziona il mondo… insomma, come è fatta la vita. Quel “cogito, ergo sum” di Cartesio, generalmente parlando, è significativo per quel che vuol dire “l’essere persona umana”.

Ora, questa capacità che la persona umana ha ricevuto da Dio deve poterlo aiutare non solo a capire le connessioni causa-effetto nel mondo materiale, bensì anche a intuire le dinamiche del “mondo spirituale” che è dentro il cuore “profondo come un abisso” della persona umana. Eh sì, si possono capire molte cose che “fremono” dentro il cuore attraverso le associazioni (= per analogia: Sap 13,5) che, con l’aiuto dell’intelligenza, l’uomo può fare.

Qualcosa del genere ci invita a fare Gesù nel vangelo che questa domenica, la terza del periodo quaresimale, che viene donato alla nostra meditazione. Come sarebbe bello se riuscissimo a capire l’essenza di ciò che Gesù sta dicendo a noi attraverso gli esempi che adopera! Come sarebbe bello poter intus-leggere le cose che, sì, nei nostri tempi accadono! Non voglio guardare solo al quadro “nero” del nostro periodo… eppure quante disgrazie avvengono nel nostro mondo!

Certo, ci colpiscono molto tragedie come sono, per esempio, i terremoti: ricordate la straziante vicenda di L’Aquila; oppure, per venire più vicino nel tempo, il devastante terremoto di Haiti; O quello di qualche giorno fa del Cile! Quante persone sono state schiacciate dal crollo dei palazzi! Per Haiti si parla di più di duecentomila morti! Ci viene quasi da dire che i 18 galilei sopra i quali è crollata la torre di Siloe è niente rispetto alle disgrazie del nostro tempo! O quante persone “vengono” sacrificate dai potenti per motivi, si dice, di interesse nazionale che, in fondo, sono solo interessi politici o ancora più gravemente, interessi strettamente di potere personale!

Sì, disgrazie nel mondo ci sono a valanghe! Dice la seconda lettura “ciò avvenne come segno per noi”. Tra l’altro, anche Gesù sentenzia: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. È umano, è normalissimo, davanti alle tragedie del mondo, chiederti: “ma, caspita, devono proprio avvenire queste cose? Dio cosa fa in queste situazioni? O, meglio, dove è?”.

Guardate che Gesù, nonostante lasci intendere, tra le righe, il dispiacere per quelle persone colpite e dalla disgrazia commessa da Pilato, e da quella del crollo della torre, ebbene, Gesù non pone la domanda su Dio. Non perché non lo poteva fare (ricordate il grido sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, vale a dire: “Dio, ma tu ora dove sei? Perché mi hai lasciato solo a soffrire?”). Non pone Gesù questa domanda, bensì lancia un’altra provocazione: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”

In un film chiamato “Shadowlands” (in italiano, “Viaggio in Inghilterra), ad un certo punto il personaggio principale, professore ad Oxford, facendo delle conferenze proprio sul tema della sofferenza nel mondo in connessione con l’esistenza di Dio, afferma: “il dolore è il megafono di Dio che risveglia un mondo sordo”. Non so quanto ci piaccia questa affermazione; non so quanto siamo d’accordo con questo modo di fare, ma, scusatemi il coraggio, di fatto, nel nostro mondo interiore avviene così. Se non siamo messi alla prova, difficilmente la nostra fede pulsa in maniera giusta! Se non siamo toccati dalla croce, difficilmente il sangue che scorre nelle vene del nostro cuore si purifica! Nello stesso film, alla fine, lo stesso personaggio, ormai trasformato dalla sofferenza, afferma: “L’esperienza è un insegnante crudo. Ma impari; Dio, quanto impari”.

A noi, uomini e donne “schiacciati” dalla logica, ossessi dalla necessità “causa-effetto”, piace che le cose funzionino come vogliamo noi. Eppure, per fortuna, Dio ragiona un po’ diversamente. Dio, certo, accetta la connessione “causa-effetto”, quando questa è in funzione della vita, di una vita autentica; ma Dio non fa di questa logica la legge per eccellenza. Se dovesse fare così, saremmo finiti. No, Dio “ragiona” attraverso, possiamo dire, un’altra logica, vale a dire “amo, ergo sum”. È la logica dell’amore che “spinge” Dio ad avere pazienza con noi; e la stessa logica che, non poche volte, ma sempre, annulla la connessione “peccato-punizione” che, secondo la logica umana, dovrebbe funzionare sempre e dovunque. No, addirittura Dio si lascia commuovere da “un vignaiolo” qualunque che lo implora: “lascialo anche quest’anno finché gli zappi attorno, gli metta del concime e (magari) porterà frutto”. Questo è Dio; questa è il suo modo di fare: dare sempre fiducia, dare sempre la possibilità di convertirci. Possiamo forse rimanere “sordi” all’appello pieno di amore di Dio di tornare da Lui? Le disgrazie che avvengono nel mondo ci dispiacciono; anzi, non le vorremmo! Ma, oltre questo normale atteggiamento, lasciamoci interpellare da esse. Se uno è colpito da questo tipo di disgrazie, non necessariamente è più peccatore di noi! Rimane però, per noi che siamo ancora in vita, la possibilità di cambiare mente, di convertire il nostro cuore e di rivolgerlo verso Dio. Anche perché Dio è rivolto sempre verso di noi; ha sempre le braccia tese (guardate il Crocifisso, se non credete) pronto ad abbracciarci. Tocca a noi lasciarci abbracciare da quelle braccia!

Eduard Patrascu

 

Dio è paziente con l'uomo

Un fatto di sangue ad opera di Pilato (è il suo biglietto da visita) e un grave incidente sul lavoro fanno pensare ad una punizione di Dio. Gesù corregge: gli altri, in particolare gli abitanti di Gerusalemme, non erano migliori: se ci dovesse essere castigo di Dio, nessuno sfuggirebbe. Ci sorprendiamo a pensare che Dio ci dovrebbe risparmiare questo o quel dolore, perché facciamo il nostro dovere, siamo persone perbene; chi soffre accusa Dio di ingiustizia, si lamenta con Dio.

Gesù risponde: tutti peccatori! Oggi esiste una coscienza più viva del peccato sociale e dell'incidenza del peccato personale sull'andamento del mondo. Il peccato sociale non è solo quello degli altri, solo di chi governa o amministra, della sinistra o della destra: è di tutti!

Il panorama appare desolante: popolo schiavo, popolo incapace di usare la libertà, popolo peccatore. Desolante o non, chiediamoci se risponde alla realtà: non siamo schiavi? Sappiamo far buon uso della libertà? Non siamo peccatori?...

Questo il popolo: e il suo Dio? E' un Dio che vuole liberare; un Dio che soffre con il suo popolo e per questo vuole liberarlo. Un Dio che tollera, che educa e che se punisce questo è solo la conseguenza di premesse poste dall'uomo.

Gesù costata la realtà del peccato universale. La successiva parabola spiega l'atteggiamento del Padre e del Figlio di fronte all'Umanità peccatrice. E' chiaro il senso del racconto: la pazienza di Dio. Una pazienza che si rinnova di anno in anno, di giorno in giorno.

Dio sa di che pasta siamo fatti. Prima del diluvio universale "Dio si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra" (Gn. 6,6). Eppure alla fine del diluvio pone l'arcobaleno tra le nubi, per non più tornare a ripetere simile sterminio. "La misericordia trionfa sul giudizio" (Gc. 2,13); "Dove abbondò il peccato sovrabbondò la grazia" (Rm. 5,20).

don Mario Campisi

 

IL SIGNORE E' MISERICORDIOSO E PAZIENTE

Il Signore è misericordioso e paziente. Con le parole del salmo oggi possiamo pregare, avvicinarci a Dio, contemplare la sua bontà infinità, accogliere i suoi benefici e la sua salvezza, e sperimentare la sua misericordia e la sua pazienza.

Le letture sono il racconto di questa bontà, di questa premura e misericordia del Signore verso i suoi figli.

Innanzitutto possiamo notare come avviene la chiamata di Mosè perché diventi lo strumento di Dio per la liberazione del suo popolo, dei suoi figli, schiavi in Egitto.

La narrazione della vocazione di Mosè implica anche la rivelazione del nome di Dio: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". La curiosità provocata dal prodigio del roveto ardente spinge Mosè ad avvicinarsi; dal roveto, Dio chiama Mosé per due volte. Al patriarca, che manifesta disponibilità, il Signore rivela un progetto di liberazione, da comunicare al popolo. E in seguito, ad una domanda di Mosè, Dio dichiara il proprio nome: "Io sono colui che sono", e aggiunge: "Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi". In realtà, forse Mosè non avrà capito la frase "Io sono colui che sono", cioè sono colui che fa esistere, colui che ti è presente, colui che sarò, e come tale mi manifesterò.

Informato sull'identità di Dio, Mosè accetta di annunziare la salvezza, trasmettendo le parole divine: "Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese, verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele".

Si entra decisamente nella spiritualità pasquale: la liberazione di Israele dall'Egitto è la prefigurazione della libertà e della salvezza operata e offerta da Cristo, attraverso la sua morte e resurrezione e, lungo la storia, attraverso i sacramenti. San Paolo ricorda ai Corinzi il comportamento degli Israeliti nel deserto, le mormorazioni contro Mosè e contro il Signore; quei cristiani sono edotti sul divieto di mormorare. Inoltre si ricorda il miracolo dell'acqua uscita dalla roccia, "e quella roccia era il Cristo". L'interpretazione degli eventi è pienamente Cristologica; si allude al battesimo e alla grazia dei sacramenti.

In questa domenica di Quaresima, la fede è formata con una riflessione sulla liberazione dall'Egitto e sull'acqua uscita da una roccia che accompagnava il popolo: questo avviene nella vita di quanti diventano cristiani.

Con l'evangelista Luca si riflette invece sui segni dei tempi, con un tentativo di capire episodi violenti della storia di Israele. Nelle situazioni difficili non è il Signore che manda dei castighi: il Signore è sempre accanto ai suoi figli per ravvederli, dare loro grazia e forza, per portarli alla conversione e ad una vita operosa che porti frutti di bene.

Il Signore, misericordioso e paziente, concede ancora un po' di tempo per fruttificare. Può essere la situazione di ciascuno di noi. La nostra vita è ancora così lontana dalla bontà, dalla generosità, dalla santità. Il Signore, con tutte le grazie che ci ha dato, si aspetterebbe tanti frutti e invece siamo sempre tanto spogli. Possiamo imparare dall'uomo della parabola che dice: "zapperò, metterò concime, curerò… e vedrai che porterà frutti". Scriveva un giovane, dopo una riflessione su questo fatto: "Signore, abbi pazienza ancora un po' con me, cercherò di darmi da fare, nella vita spirituale e vedrai che porterò frutto, per amore a te e per il bene di tanti fratelli". Questo è un bel segno di un cammino quaresimale nell'impegno.

don Roberto Rossi

 

Troppo tardi

Il vangelo di questa domenica ci presenta due situazioni del tempo, che pur non essendo ricordate nelle fonti storiche, sono molto probabili. Le raccontano a Gesù per lo sdegno, l'amarezza (la prima) e il dubbio (la seconda) che avevano lasciato nella popolazione. Gesù, però, non commenta i fatti ma li usa per la sua predicazione.

Il primo episodio ("quei Galilei, il cui sangue, Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici" 13,1) avvenne durante la Pasqua.

Pilato e i suoi predecessori erano conosciuti per i loro eccidi e la loro crudeltà. Pilato, in uno dei vari eccidi, uccise più di mille e cinquecento persone (per quel tempo una cifra enorme!). Poiché nella festa di Pasqua molti pellegrini andavano a Gerusalemme, Pilato, per prevenire qualche tumulto, ordinò un'esecuzione esemplare compiuta durante il sacrificio al tempio.

Il gesto è doppiamente sacrilego: sia perché compiuto nel tempio che viene sconsacrato, sia perché vengono violate le offerte (i sacrifici), i doni consacrati a Jahwe (Korban).
Il secondo episodio (13,4), invece, riguarda un altro fatto di cronaca: la caduta di una torre situata nella zona di Siloe, che aveva provocato diciotto morti.

Gesù spezza la mentalità del tempo, quando si credeva che il male, le disgrazie fisiche, gli infortuni, capitassero a causa del peccato dell'uomo.

Gesù invece dice: "Quelli che sono morti non sono più colpevoli di voi!" (13,2.4). Cioè: "Non sono morti per espiare le colpe personali e non crediate di essere meno colpevoli di loro".
Non vale la regola: tu fai il male e Dio ti punisce. E su questo iniziamo tutti ad essere d'accordo. Dico "iniziamo" perché fino a qualche anno fa (e tuttora negli strati profondi della psiche) alcune persone credevano che se avevano qualcosa di male era perché se l'erano meritato, perché Dio li aveva puniti.
L'equazione era: sei stato punito perché hai disobbedito.

Ricordo un anziano con un tremolio ad una mano persistente. Mi aveva confidato che era stato perché una volta con quella mano aveva tirato un pugno a sua moglie ed era finita in ospedale: "Vede, Dio mi ha punito, occhio per occhio, mano per mano".

Molte persone dicono: "Dio mi ha castigato; me lo sono meritato". Ma anche l'espressione: "Cos'ho fatto di male per meritarmi tutto ciò" sottende la mentalità che se fai il male, Dio ti punisce.

Con questa mentalità: "Sbagli?", "paghi!", siamo stati educati tutti noi.

Una volta si diceva: "Chi ama castiga". E ci si sentiva in dovere di punire; anzi un buon padre puniva severamente "perché le piante storte bisogna raddrizzarle subito". Ma che amore ci può essere in chi castiga, umilia, ferisce o usa violenza?

La punizione non insegna niente: insegna solo la paura. Non fai più quella cosa non perché l'hai imparata, ma perché ne hai paura. La punizione e la violenza terrorizzano l'altro. Gli incutono una paura folle, per cui sarà un adattato, uno che vivrà obbedendo a tutto (è l'antica paura di prenderle) oppure una rabbia feroce (l'antica rabbia verso chi lo puniva) che lo farà sempre un irrequieto.

La punizione fisica non è mai educativa; stabilisce solo che io sono più forte e che tu mi dovrai obbedire perché altrimenti "te le prenderai". Ma, invece, è vero il contrario: "Chi castiga non ama". Chi ama non vuole mai il dolore, la sofferenza, l'umiliazione dell'altro.

Intere generazioni hanno così imparato che amare è soffrire, stare male, accettare l'impossibile. Per amore si accettava l'alcolismo, "le botte", le umiliazioni, i tradimenti, gli abusi. Perché "bisognava portare pazienza… perché se ne aveva merito davanti al Signore… perché si era dei bravi cristiani". È per questo che abbiamo accettato cose impossibili e quando ci chiedono oggi il perché, non sappiamo rispondere. L'unica cosa che sappiamo dire è: "E' sempre stato così; ci hanno insegnato così; ho imparato questo".

L'idea "se sbagli, paghi" sta dietro anche all'espressione abusata, mal interpretata e mal spiegata: "Dio è morto per i nostri peccati", frase che ha ripugnato nel profondo intere generazioni. "Tu hai fatto il male e Dio ha dovuto pagare per te; Lui ha sofferto perché tu hai fatto dei peccati". Da questa prospettiva, ci si sente cattivi, sbagliati, fatti male, colpevoli del suo dolore.

"Lui è morto per i miei peccati? Ma se io dovevo ancora nascere?", ha detto giustamente un ragazzo del catechismo. Il bambino che sente dire che Cristo è morto a causa dei suoi peccati non ha la capacità di discernere, di rendersi conto, che non si tratta dei suoi. Semplicemente si sente cattivo. Pensa: se lui ha sofferto è colpa mia. E cosa accadrà a quel bambino ogni qual volta in cui la mamma o il papà o il fratellino soffrono? Tirerà la stessa conclusione: se soffrono, è colpa mia. E si punirà.

E quando la mamma gli dirà: "Fai piangere Gesù… causi dolore alla mamma… mi fai morire… mi fai diventare matta… con tutti i sacrifici che io e il papà facciamo per te…", si sentirà ingrato e cattivo e penserà di non meritarsi tutto questo. E quando sarà grande e gli capiterà di avere tutto quello che è necessario per essere felice, ma non lo sarà. Perché nel suo profondo si sentirà cattivo, sentirà che non può permettersi di essere felice e non lo sarà.

Quante sono le persone che non sanno divertirsi, ridere, che non si concedono tempo per sé, che non sanno giocare, che non si concedono delle pause o delle cose piacevoli. Devono sempre lavorare, produrre, fare e fare per gli altri. Nel profondo si sentono in colpa e non si possono permettere di essere felici; se anche possono, si continuano a punire dicendo: "Non bisogna stare con le mani nelle mani; chi ha tempo non aspetti tempo; bisogna aiutare gli altri". Non fanno tanto perché sono spinti dalla generosità o dalla bontà; fanno tanto perché si sentirebbero in colpa nel non fare niente. Non possono non fare, si sentirebbero cattivi o sbagliati.

Educare un bambino con il senso di colpa significa distruggere il piacere della vita, vuol dire avvelenargli il sangue. Vuol dire: "Così non va mai bene; così non basta; devi fare di più", che tradotto vuol dire: "Sei sbagliato!".

Quando un bambino prende a scuola sette e il papà gli dice: "Puoi prendere di più!", al figlio arriva il messaggio: "Neanche se vado bene, va bene; allora tanto vale non sforzarsi".

Quando la mamma dice: "Se non fosse stato per te, lo avrei lasciato tuo padre", come può sentirsi un bambino? Per lui vuol dire: "Mia mamma si è sacrificata per me" e si sentirà sempre in debito.

Quando ad un bambino viene detto: "Da quando sei nato io non sono più stata bene; da quando sei nato io ho finito di vivere; da quando sei nato ho dovuto rinunciare a tante cose…", non si sentirà forse in colpa di aver rovinato la vita a sua madre? E con che "bestia" vivrà nel cuore?
Quando un bambino si sente dire: "Non divertirti così tanto; pensa a chi sta peggio di te!", si sentirà un egoista perché lui sta bene mentre c'è chi sta peggio di lui.

Con le parole di oggi Gesù spezza l'associazione: "Sbagli, quindi paghi". "Pensate che fossero più peccatori di voi?" (13,2), "no vi dico". E fin qui tutti d'accordo.

Il problema è che Gesù poi, però, sembra dire il contrario di quello che ha appena detto: "Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo" (13,3.5). Cioè: morirete proprio così, se non cambierete vita. Se non cambiate vita farete la fine di quei Galilei.

Cosa vuol dire questa frase? E' una frase intimidatoria? Se non cambiamo Dio ci punisce?

No, non vuol dire questo. Dio non punisce, mai. Vuol semplicemente dire: "Tutto quello che fai ha delle conseguenze e delle ripercussioni". "Se tu fai questo… avrai quello: sappilo".

Se non cambi ti accadrà questo: non è una condanna è una conseguenza.

Un giovanissimo della mia parrocchia era spericolato con la moto. Tutti gli dicevano: "Stai attento perché se corri sempre così, prima o poi finirai male". In effetti successe proprio così; fece un incidente e rimase zoppo ad una gamba. "Ma che sfortuna! Proprio a me! Ma cos'ho fatto di male!". Se agisci in un certo modo, avrai delle conseguenze.
Un giorno il maestro disse ai suoi discepoli: "Vi darò due notizie, una buona e l'altra cattiva. Quella cattiva è: se fate delle cose mortali, morirete". E quella buona, dissero i discepoli: "Che adesso lo sapete".

La vita è nelle nostre mani e nelle nostre scelte. E, anche se non ci piace, molto di quello che ci succede, c'è successo perché noi lo abbiamo voluto. Non mi devo colpevolizzare (non mi serve) né devo fuggire questa verità così dura ("Non è vero! E' stato solo un caso!"); devo solo imparare perché non si ripeta.

Convertirsi vuol dire cambiare direzione (shub in ebraico indica proprio un cambio radicale di rotta): tu stai andando in una direzione, ti accorgi che è sbagliata e cambi strada (ti converti).

Molti dei nostri comportamenti ci portano a morire dentro… alla superficialità… ad allontanarci sempre di più dal nostro cuore e da noi stessi. Il fatto è che non ce ne accorgiamo.

Quando poi succede il "colpaccio" o quando la distanza tra il partner è troppa o quando il comportamento si ritorce contro di noi diciamo: "Ma com'è stato possibile? Ma perché mi è successo questo?".

Ti è successo per un motivo ben preciso, è che tu non l'hai visto o non l'hai voluto vedere. Finché sei in tempo, allora convertiti, svegliati, accorgiti, perché verrà un giorno in cui sarà troppo tardi.

Cosa succede se tu non hai mai tempo per tua moglie, per stare con lei, per uscire insieme? Certo tu hai il lavoro, le tue buone giustificazioni, la carriera, ecc… Un uomo ha detto: "Padre, mia moglie se ne è andata con un altro!". "Per forza, non c'eri mai!".
Cosa succede se tu non riesci ad essere tenero, ad esprimere affetto, a far sentire l'amore che hai dentro… Come potrà reagire chi ti sta vicino se tu non sai esprimere un sentimento? Non si stancherà di avere un sasso vicino? Certo tu ti vergogni, non sei abituato, non ti è stato insegnato, ecc…

Cosa succede quando una donna è talmente presa dai suoi figli che si dimentica di avere un marito, si dimentica dell'intimità, della complicità, del rapporto di coppia? Che farà il marito? Certo i figli sono importanti, c'è un tempo della vita più per i figli che per la coppia, ma… Una donna: "Mio marito non c'è mai in casa!". "Per forza, non lo vuoi!. Pensi solo ai figli. Neppure lo vedi lui!".

Cosa succede se tu parli sempre e non ascolti mai ciò che l'altro ha da dirti? E' venuto a trovarmi un mio amico del periodo dell'adolescienza, e mi ha che io non ci sono mai quando la vecchia compagnia di amici si ritrova (il che è vero; ma non ci vado proprio perché con loro non mi trovo). Si è seduto, ha parlato per mezz'ora di fila, poi si è alzato e se ne è andato. Che io ci fossi o no era la stessa medesima cosa. "Perché non vengo?". "Perché ci sei solo tu; perché non si può parlare; perché non sai ascoltare".

Cosa succede se tu tralasci di conoscerti e di crescere? Cosa succede se tu eviti quest'incontro perché è sera, quell'altro perché è di domenica, quest'altro no perché poi si fa tardi, quell'altro ancora perché c'è quella persona che non ti piace, a messa no perché perdi la mattinata… Una persona ha detto: "No, io non vengo a questi incontri perché poi vado a casa sotto-sopra". "Bravo!". Succede che un po' alla volta diventi insensibile, superficiale, vuoto.

E se sei superficiale non ti accorgi che tuo figlio è triste; che tua figlia avrebbe bisogno di te, che tu l'ascoltassi, che tu ci fossi; che tua moglie sta soffrendo la tua distanza affettiva; che sei violento e aggressivo e non te ne rendi conto; che stai diventando duro come la pietra. Non te ne accorgi. Tutto quello che fai ha delle conseguenze, sappilo.

Fai pure a meno di piangere, ma poi non chiederti perché non senti niente se non il vuoto in te. Urla pure contro tuo figlio, ma poi non chiederti perché a scuola è timido e non riesce a parlare. Non essere mai triste, ma poi non chiederti perché gli altri ti dicono che hai un sorriso falso. Sii sempre più degli altri, ma non chiederti poi perché nessuno ti vuole e tutti ti escludono. Tutto quello che facciamo ha delle ripercussioni su di noi.

Sei uno che va in chiesa tutte le domeniche e ci tieni a questo; predichi che bisogna essere generosi e buoni. Ma a casa sei aggressivo e urli sempre. Tua moglie deve stare sempre attenta a ciò che dice perché tu sei particolarmente suscettibile e ti basta niente per "surriscaldarti". I tuoi figli si devono sempre trattenere perché con te non ci sono ragioni che tengano. Poi un giorno scopri che tuo figlio, quindici anni, è razzista e ha imbrattato la scuola di svastiche e scritte antisemite. "Proprio a me - dici tu - che di certo non gli ho insegnato queste cose!", e ti senti offeso e tradito da tuo figlio. Ma con chi pensi che ce l'abbia? Se la prende con gli ebrei perché non può prendersela con te. Se tu agisci così, ti capiterà così: non ti lamentare, è solo ovvio.

C'è un ragazzo che è un chitarrista bravissimo, ma non riesce a fare i concerti perché non regge il pubblico. Così ogni volta che c'è in programma un concerto, un paio di giorni prima lui si tira indietro. Ha certamente stoffa', ma se continua così finirà con il precludersi da solo la carriera e la sua passione. Questo accade perché quand'era piccolo disse una poesia al matrimonio di una sua parente: c'era tanta gente e siccome sbagliò, tutti risero e lo presero in giro. Tutt'ora qualche parente lo chiama ironicamente "il poeta".

Noi oggi sappiamo che perfino molte delle nostre malattie sono conseguenze dei nostri comportamenti, dei nostri vissuti profondi e dei nostri schemi mentali. Cancro, leucemia, sclerosi, allergie, intolleranze, malattie della pelle e tanto altro vengono per determinati e ben precisi comportamenti. Non sono una punizione, non sono un virus che si prende e "se ti tocca, sei solo sfortunato". Nascono per un motivo ben preciso.
Allora "convertirsi" vuol dire aprire gli occhi, smettere di dormire, accorgersi, farsi aiutare, riconoscere, rendersi conto, vedere ciò che dobbiamo vedere anche se all'inizio può essere difficile. Ma se vediamo, se riconosciamo, riusciamo a troncare certe spirali che ci portano a morire dentro e fuori.

Responsabilità (respondeo, rispondere, risposta) vuol dire che noi rispondiamo in prima persona della nostra vita, che non deleghiamo, che non scarichiamo le colpe della nostra vita alla società, agli altri, al passato, al mondo che è cattivo e che ce l'ha con noi. Responsabilità vuol dire che accettiamo che noi siamo al comando dell'auto della nostra vita e che questa va nella direzione che noi le diamo.

La parabola del fico completa ciò che Gesù sta dicendo.

Nei vigneti della Palestina si piantano anche alberi da frutto. Si lascia crescere l'albero per tre anni e poi l'albero inizia a portare i primi frutti. L'albero della parabola, invece, ha già sei anni e non ha portato ancora frutto. Il fico non richiede cure particolari, non ne ha bisogno in genere. Ecco perché il vignaiolo chiede di fare ciò che normalmente non si fa', tenta insomma un'ultima possibilità.

Spesso in passato si è detto in riferimento a questa parabola: "Che cattivo Gesù! Perché non ha ancora pazienza! Perché è così duro?". In realtà la parabola vuol dire: tu sei quel fico. Tu puoi portare frutto; tu puoi vivere in maniera feconda, puoi essere felice, puoi svilupparti e realizzarti. Questo tu lo puoi: come il fico tu puoi portare frutto. La vita inoltre ti dà delle occasioni speciali, particolari, ti fa incrociare delle situazioni uniche affinché questo avvenga. Nella parabola il vignaiolo si prende cura in maniera speciale di questo fico.

La vita, in modi diversi, in certi momenti dà a tutti la possibilità di portare frutto. Tutti noi abbiamo avuto degli incontri che ci portavano in una certa direzione. Tutti noi abbiamo incontrato delle persone che ci facevano respirare un'altra aria. Tutti noi abbiamo incrociato qualcuno che ci diceva: "Vieni di qua; provaci; dai che ce la puoi fare!". Tutti noi abbiamo vissuto delle situazioni (morte di un amico, di un caro; un momento difficile di vita; una sofferenza interiore; una malattia, ecc) che ci chiamavano a vivere diversamente.

Cos'abbiamo fatto in quelle situazioni? Perché rinuncia oggi e rinuncia domani, posticipa, rimanda, tralascia, abbandona, evita, rifuggi oggi e rifuggi domani, verrà un giorno in cui non sarà più possibile "fare domani". Ecco che l'albero verrà tagliato: non c'è più niente da fare.

Il fico viene tagliato perché dentro è morto, non c'è altro da fare. È così: se tu rifiuti certe proposte della vita, verrà un momento in cui sarai così vuoto, così distaccato da te, così morto nell'anima, così incapace di guardarti dentro, che sarà troppo tardi. Non è un giudizio o una condanna di Gesù, è solamente una conseguenza delle nostre scelte: troppo tardi.

Un gatto era salito alto alto su di un albero. Nevicava molto e un uccellino gli diceva: "E' meglio che scendi perché io, se il ramo si spezza, posso volare, via mentre tu non farai in tempo a scappare". "Ma cosa vuoi che sia! Un fiocco di neve è nulla". L'uccellino continuava a dirgli: "E' meglio che scendi…" e il gatto continuava a rispondergli: "Un fiocco di neve in più non fa la differenza!". E così continuava a contare i fiocchi di neve che cadevano. 3.751.957… 3.751.958…3.751.959…, il ramo si spezzò e il gatto non poté che cadere rovinosamente a terra. Troppo tardi!

don Marco Pedron