3º DOMENICA DI PASQUA

anno C

Pietro

Gesù è risorto. Bene, Viva.

Io no, sono ancora tutto nel sepolcro. Travolto dal dolore, come se l'anima si fosse indurita, senza emozioni, senza desideri, senza sussulti. Come se la resurrezione riguardasse altri, come se non fosse davvero per me.

Ne conosco molte di persone che vivono così la Pasqua. Ancora in questi giorni, da questo angolo di Chiesa che è il mio portatile, ho ascoltato le pacate sofferenze di chi, travolto dagli eventi, o dal proprio limite, o dal dolore fisico o spirituale, hanno vissuto una Pasqua solo di fede, solo di ostinata volontà, solo di sforzo.

Travolti, come se la resurrezione, in cui credono, e fermamente, non fosse per loro.

Proprio come è accaduto a Pietro.

Il fattaccio

Pietro arriva a quel giorno con un macigno nel cuore.

La sua storia, la conosciamo tutti: Simone il pescatore chiamato a diventare discepolo del falegname di Nazareth, i tre anni di entusiasmante sequela con un crescendo di fama e di popolarità, la promessa fatta a Simone (a lui!) di essere il referente del gruppo, il custode della fede, le gaffes incredibili di Pietro che non riesce a moderare il suo temperamento troppo impulsivo e sanguigno e, infine, la catastrofe della croce. Pietro, nel cortile del Sinedrio, aveva negato di conoscere l'uomo che credeva di amare e di servire fedelmente, senza incrinature, l'uomo e il Messia per cui - diceva - avrebbe dato la vita. Era bastata la domanda di una serva, di una pettegola, per far crollare le fragili certezze del principe degli apostoli.

Poi l'arresto, il processo sommario, l'uccisione. Anche Pietro, come tutti, era fuggito.

Riusciamo solo vagamente a capire quanto dolore, quanta desolazione, quanto strazio aveva scosso la vita degli apostoli.

Pietro, sanguinante per la morte del Maestro e per la propria morte di discepolo, era stato travolto dal suo peccato.

No, grazie

Gesù era risorto. Ed era apparso agli apostoli: Pietro, insieme a Giovanni, era stato il primo a correre alla tomba, era presente al Cenacolo alla sera di Pasqua, diversamente da Tommaso, Luca accenna anche ad una apparizione privata a Pietro che non lasciò traccia.

Pietro, insomma, era stato il più presente alle apparizioni del Risorto.

Ma niente, nulla, deserto, il suo cuore era rimasto duro e arido.

Gesù era vivo certo, ma non per lui.

Gesù era risorto e glorioso, vivo, ma lui, Pietro, era rimasto in quel cortile.

Pietro credeva, certo. Ma la sua fede non riusciva a smuovere il suo dolore.
Come succede a molti di noi.

L'inizio del vangelo di oggi, è uno dei più tristi momenti del cristianesimo: Pietro torna a pescare. L'ultima volta che era andato a pescare, tre anni prima, aveva incontrato sulla riva quel perdigiorno che parlava del Regno di Dio. Torna a pescare: fine dell'avventura, della parentesi mistica, si torna alla dura realtà. Gli altri apostoli - teneri! - lo accompagnano sperando di risollevare il suo morale.

E invece nulla, pesca infruttuosa: il sordo dolore di Pietro allontana anche i pesci.

Ma Gesù, come spesso accade, aspettava Pietro alla fine della sua notte.

Camperisti

Il clima è pesante. Nessuno fiata. Solo quel rompiscatole si avvicina per attaccare bottone e chiede notizie sulla pesca. Nessuno ha voglia di parlare, sono tutti affaccendati a riordinare le reti, la schiena curva, il capo chino, il cuore asciutto e sanguinante.

«Riprendete il largo e gettate le reti»

Tutti si fermano. Andrea guarda Giovanni che guarda Tommaso che guarda Pietro.

Come scusa? Cos'ha detto? Cosa?

Nessuno fiata, riprendono il largo, gettano le reti dalla parte debole e accade.

È lui.

Amami, Pietro

Il silenzio, ora, è gravido.

Gesù si comporta con naturalezza, scherza, ride, mangia con loro.

Poi tenta il tutto per tutto e prende da parte Pietro.

L'ultima volta che si erano visti era stato lì, al sinedrio.

«Mi ami, Simone?»

«Come faccio ad amarti, Rabbì, come oso ancora dirtelo, come faccio?» pensa Pietro.

«Ti voglio bene» risponde Simone.

«Mi ami, Simone?»

«Basta, basta Signore, lo sai che non sono capace, piantala!» pensa Pietro.

«Ti voglio bene» risponde Simone.

«Mi vuoi bene, Simone?»

Pietro tace, ora. È scosso, ancora una volta. È Gesù che abbassa il tiro, è lui che si adegua alle nostre esigenze. Pietro ha un groppo in gola. A Gesù non importa nulla della fragilità di Pietro, né del suo tradimento, non gli importa se non è all'altezza, non gli importa se non sarà capace. Chiede a Pietro solo di amarlo come riesce.

«Cosa vuoi che ti dica, Maestro? Tu sai tutto, tu mi conosci, sai quanto ti voglio bene»

Sorride, ora, il Signore.

Sorride. Pietro è pronto: saprà aiutare i fratelli poveri ora che ha accettato la sua povertà, sarà un buon Papa.

Sorride, ora, il Signore e gli dice: «Seguimi».

Paolo Curtaz

 

Da soli non si può

Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro

La nostra vita quotidiana è una trama di relazioni, una vera e propria "rete". È biblica l'immagine di Dio che, come tessitore, intreccia la trama e l'ordito della nostra esistenza (cfr. Sal 138, 13). Ma anche l'esperienza della vita quotidiana ci mette costantemente in relazione gli uni con gli altri, e le immagini che descrivono queste relazioni richiamano sempre quella della rete: si parla di rete per Internet e per il sistema della posta elettronica che tutti i giorni utilizziamo, si parla di rete per il sistema delle strade e delle autostrade che percorriamo con la nostra auto per andare al lavoro o fuori porta per il week-end, si parla di rete per le telecomunicazioni, per le trasmissioni televisive o radiofoniche che occupano tempi e spazi della nostra vita quotidiana.

Anche al vangelo piace l'immagine della rete: essa è capace di evocare significati e suggerire orizzonti che difficilmente possiamo ignorare. La troviamo all'inizio del racconto evangelico, in Mc 1,16-20 e in Lc 5,1-11, dove gli apostoli vengono chiamati "pescatori di uomini" e sono colti nel momento in cui stanno "riassettando" le reti, cioè le stanno sistemando e probabilmente anche aggiustando. La ritroviamo anche alla fine, nel racconto che leggiamo in questa domenica, dove si annota che la rete, benché colma di centocinquantatré grossi pesci, tuttavia non si rompe.

1. La rete è efficace non perché i pescatori sono abili, ma perché c'è la presenza di Gesù risorto, il Signore, che rende efficace ogni azione del discepolo. Anche nella propria vita l'efficacia è garantita non dalle capacità di ciascuno, che pure devono essere promosse e sostenute, ma dalla coscienza della presenza del Signore risorto, con il quale mantenersi "in rete". La vita quotidiana non può essere pensata come una "fuga" dalla relazione vitale con il Signore, o come "indifferente" alla sua presenza.

Al contrario, essa va vissuta in comunione con Lui, nella gioia della sua presenza, nella fatica della sua volontà, nella disponibilità alla sua sequela. E la relazione con Lui, che ha caratteri decisamente personali e unici, non può essere esclusiva, ma ecclesiale: insieme, "in rete" appunto, ci è data la grazia di sostenere la gioia, la fatica e la disponibilità della sequela. All'inizio e alla fine del vangelo, nei brani citati, solo il lavoro comune dei pescatori permette di riempire le barche e di trarre a riva la rete colma di pesci. Non abbiamo molte alternative perché la nostra sia la vita del discepolo: il tratto che la distingue tra molte è la gioia di restare "in rete" con Gesù, con la forza della sua Parola viva, con la tenacia della sua offerta, con la consolazione del suo Corpo condiviso.

2. Appunto questo è il Corpo al quale apparteniamo e che ci consola nella vicenda della vita quotidiana, nell'intreccio delle molte vie e degli innumerevoli fili che compongono le reti della nostra esistenza. La comunione con il Corpo risorto di Gesù ci fa dono anche della consolazione dei fratelli e delle sorelle con i quali siamo chiamati non solo a stare in rete ma a costruirla. Diventa nostra responsabilità avere cura che la rete non si spezzi. Per questo Gesù è morto sulla Croce ed è risorto. La tunica che non viene lacerata e divisa tra i soldati (cfr. Gv 19, 24) e la rete che non si spezza sono richiami eloquenti al compito di operare perché anche il corpo di Cristo che è la Chiesa non sia lacerato da lotte, discordie e divisioni. Credo non si possa vivere tranquillamente senza sentire tutta la sofferenza che la divisione, ogni divisione, porta con sé.

La presenza del Signore risorto ci accompagna in questo lento, paziente ma certamente efficace lavoro di comunione ecclesiale e sociale. La nostra vita di discepoli del Signore ci porta ad essere amanti della comunione, dell'unità, della cooperazione, della corresponsabilità, a tutti i livelli. E stimola la nostra capacità di saper trovare e percorrere vie di comunione che riassettino sempre ogni volta le reti delle nostre relazioni.

3. A servizio di questo Corpo siamo chiamati a dedicare la nostra vita, nella singolarità della vocazione e della missione che ciascuno ha ricevuto in dono, nella misura dell'amore di cui siamo capaci, nell'umiltà della sequela che ci rende incapaci di invidia. È maturità andare non dove si vuole, ma dove si è condotti; non da soli, fiduciosi delle proprie forze, ma accompagnati, cioè insieme, fidandosi dell'apporto degli altri. Perché sia glorificato il Nome santo di Dio, senza che ci si dia pena perché il proprio nome sia almeno citato. Anche questo è un tratto di inconfondibile appartenenza alla famiglia di Colui che si è offerto e, vivo, ama abitare la nostra terra e le nostre relazioni.

Dopo aver celebrato l'eucaristia - Sacramento che ci tiene in rete con il Signore risorto, nel quale ci viene data la Parola che riassetta la trama dei giorni e delle opere, e ci vengono serviti il cibo e la bevanda che sostengono il cammino e alimentano la comune sollecitudine per l'unità e la comunione - ci sentiamo investiti di un mandato: abitare luoghi e tempi, "ogni" luogo e "tutto" il tempo, con la felice consapevolezza di non essere soli, di non dover stare da soli!

Ma perché questo accada, occorre celebrare l'eucaristia - e l'esistenza che da essa sgorga - mettendoci sempre qualcosa di proprio e apprezzando cordialmente quello che altri vi hanno messo di proprio.

don Ivano Valagussa - Il pane della Domenica

 

Dovunque mi conduci, io ti seguo

Se si legge questo vangelo come storico, come narrazione di cos'è fisicamente accaduto non se ne viene fuori. Troppe stranezze, troppe cose che non tornano.

I discepoli, che erano pescatori e quindi sapevano bene il fatto loro, pescano tutta la notte senza prendere niente e poi quand'è mattina - e tutti sanno che non si pesca di mattina - prendono un enormità di pesci?! I discepoli che erano stati tre anni con Gesù non lo riconoscono quando lo vedono. Com'è possibile? Quando hanno il Signore davanti non si accorgono che è lui - avevano rischiato la vita e abbandonato tutto quello che avevano per lui, figurarsi se non lo conoscevano! - e poi Giovanni se ne accorge da lontano? Perché Pietro si cinge la veste, si mette il vestito, prima di buttarsi in acqua? Quando vai a fare il bagno ti vesti prima di buttarti in acqua? Che senso ha? Perché bisogna buttare la rete proprio dal lato destro? Avevano contati i pesci per cui ne sapevano il numero preciso? Gesù chiede se hanno qualcosa da mangiare, se hanno del pesce, e poi quando scendono a riva lui ha già preparato tutto, con tanto di pesce alla brace? E se la colazione è già pronta perché gli chiede di portare un po' di pesce? I discepoli insieme non riescono a trascinare la rete a riva, tanto è piena di pesci, ma poi Pietro ce la fa da solo?

Ti alzi la mattina, ti vesti, fai colazione al volo, porti i bimbi a scuola e poi vai a lavorare. Se ti va bene fai mezz'ora di coda, se ti va male, c'è da porconare soprattutto se bisogna timbrare il cartellino in orario.

Al lavoro sembra una giungla: ci sono pericoli dappertutto. Al capo bisogna sempre mettere paletti altrimenti quello ti sfrutta e "ti ciuccia" fino all'osso; dei colleghi non ci si può fidare perché appena possono "te la mettono lì"; ma bisogna anche reggere il palco per cui bisogna anche sorridere e far finta di niente. Vorresti parlarne con qualcuno, ma non sai mai se fare bene o se fare peggio. Vorresti cambiare lavoro, ma andrai in meglio?

Poi si torna a casa: i bambini vorrebbero la loro attenzione, la moglie vorrebbe la sua, la casa ha bisogno delle sue attenzioni e delle tue pulizie, il cane pure. Così quando arrivi a casa riparte un'altra giornata. Che se poi ci si mette il vicino "rompiballe" perché il tuo cane abbaia o la suocera che esige che tu la porti a fare gli esami in ospedale, è proprio un disastro.

Così non vedi di l'ora di dormire: finalmente pausa! Ma come metti la testa sul cuscino già un altro incubo si profila: oddio, domani è un altro giorno! Allora se ti è rimasto un po' di cervello non puoi che chiedertelo: ma devo vivere per tutta la vita così? Ma bisogna adattarsi a tutto questo?
Ma che gusto c'è nella vita? Quanti di noi sono contenti del lavoro e dell'ambiente di lavoro? Quanti di noi sono contenti della propria vita? Molti si adattano… ma contenti, contenti?

Eccoci qua, siamo come gli apostoli. C'è da andare a pescare: nessuno ha voglia. Ma lavorare bisogna; vivere bisogna; fare questo bisogna; fare quell'altro anche. Si va avanti perché "bisogna": ma che vita è? Dov'è il gusto della vita? Non c'è entusiasmo fra gli apostoli in quella mattina; non c'è entusiasmo a volte in nessuna delle nostre mattine.

Che tristezza: uno fa una cosa e tutti lo seguono. "Vado a pescare", dice Pietro (21,3) e tutti che dicono: "Veniamo anche noi" (21,3). Tutti hanno una cosa: vuoi non averla anche tu? Adesso va di moda il navigatore: vuoi non averlo? Adesso c'è il videofonino: sei uno "sfigato" se non ce l'hai. Come!?, tuo figlio non fa uno sport? Come!?, non hai l'abbonamento a Sky? Come!?, non vesti Diesel?
Qual è il modello a cui tutti ambiscono? Lavorare lui e lei, avere una bella casa, uno o due figli, una vita tranquilla, avere qualche soldo per le vacanze; lui poter avere una "buona" auto e lei permettersi un "buon" vestito. Una volta almeno c'era chi pensava a diventare prete, ad andare in missione, ad essere un hippy, a diventare un politico non corrotto, a lottare per un mondo migliore o diverso. Una volta c'erano altre possibilità, oggi sembra che ci sia un'unica strada che tutti devono percorrere e percorrerla alla stessa maniera.

E' questo che ci fa tristi: facciamo tutti le stesse cose. E' come avere un unico vestito, taglia 38, e lo produci per tutti. Tu hai 2 anni: taglia 38! Ma è troppo grande! Non importa! Pesi 95 chili: taglia 38! Ma non ci sto dentro! Non importa, sforzati.

La gente si sente tranquilla perché "è come tutti", ma non si accorge di aver venduto l'unica cosa che possedeva: l'individualità, il proprio volto. Fate i preti in maniera diversa? Vi diranno che siete "fuori"! Come genitori scegliete che i vostri figli non facciano orario prolungato perché è assurdo che studino così tanto? Vi prenderanno per matti. Come persone decidete che sabato e domenica non si lavora? Vi prenderanno per "fuori dalla realtà".

Se fate come tutti, il branco, la società vi accetta, altrimenti vi esclude, vi giudica, vi mette al bando. Ma fare come tutti è essere nessuno; fare come tutti è rinunciare a se stessi. Fare come tutti ti protegge dal giudizio e dall'essere sotto i riflettori, ma produce il vuoto. Perché per fare come gli altri devi rinunciare a te, a ciò che ti diversifica dagli altri.

In quella notte non presero nulla (21,3). Sentite il vuoto, il nulla, l'assurdo di quelle vite.

C'è una coppia: lei non ama lui e ha un altro uomo. Lui, che si sente in colpa per averla tradita nel passato, si alza tutte le mattine con il desiderio folle che lei si reinnamori di lui e con la paura terribile di essere lasciato. Così accetta tutto e si fa calpestare nella sua dignità, perché, dice lui, "senza di lei non posso vivere". Ma che vita è questa?

Una donna ha una figlia malata di anoressia. La figlia si fa aiutare da una psicologa che la sollecita urgentemente a distaccarsi dalla madre, altrimenti lì dov'è muore veramente. La figlia lo fa (esce di casa), ed esce pure dall'anoressia. Oggi sta bene ed è una persona realmente guarita. La madre la querela e le fa causa giudiziaria perché "meglio una figlia morta che via di casa". Ma quanto vuoto ci dev'essere dietro una vita così? Quanto "bisogno di figlia", quanta dipendenza, deve vivere una donna così?

Fate questa domanda alle persone: "Perché vivi?".

Alcuni non sapranno cosa dirvi e faranno silenzio.

Altri vi diranno risposte a cui neppure loro credono. Qualcuno vi dirà: "Per i figli". E quando i figli crescono? Perché quando i figli crescono: o ci si attacca a loro come delle sanguisughe, ed è ovvio perché sono la ragione per cui viviamo e senza di loro non c'è ragione; oppure si ha finito di vivere.

Poche persone possono dire di sé: vivo per realizzare il potenziale che Dio ha messo dentro di me; vivo e metto tutte le mie energie per fare questo mondo migliore e più vero di quello che è; vivo perché la gente possa essere se stessa; sono un terapeuta dell'anima: vivo per disseppellire l'anima dalle persone; vivo perché le persone possano credere che possono essere liberi; sono un balsamo per molti cuori sofferenti (Etty Hillesum); sono una matita nelle mani di Dio (Madre Teresa); voglio essere per gli uomini l'amore (Teresa di Lisieux).

La gente non crede che si possa essere felici. Crede che "bisogna tirare avanti", che "bisogna accontentarsi", che "bisogna farsela andare bene", che "bisogna prendere quello che viene". Sentite quanta tristezza si nasconde dietro queste parole: rassegnazione, vuoto, sconforto.


Nel vangelo arriva Gesù ma loro non lo vedono (21,4). E' sempre così: Dio c'è già, ma tu non lo vedi, quindi non c'è.

Lui chiede: "Hai qualcosa da mangiare?" (21,5). C'è qualcosa che nutra la tua vita? Se tu sei onesto devi rispondere: "No" (21,5). E' l'ammissione che non siamo felici, che ci sentiamo vuoti, che siamo depressi, che siamo frustrati, che alzarsi la mattina è faticoso e che dormiremo sempre.
Non si può risolvere il problema che non esiste: se non ammetti, accetti, di avere un problema non lo puoi risolvere. Quindi la prima cosa da fare è potersi dire: "Così non va!". E ci vuole coraggio per farlo.

Ci illudiamo, fingiamo di stare bene: "Ho il lavoro, ho la casa, ho i figli, non mi manca niente" e ci attacchiamo all'illusione di stare bene. Così indossiamo la maschera del Mulino Bianco, della famiglia felice. Invece dentro tutti muoiono di solitudine, di insoddisfazione, di rabbia, di vuoto.
Bisogna ammettere di essere ammalati per guarire, che io, e non gli altri, sono ammalato.

Dio non ci cambia la vita come pensiamo noi. Ce la cambia, ma non come pensiamo noi.

Noi pensiamo così: una mattina succederà un miracolo, un evento dal cielo, una cosa incredibile e la vita ci cambierà in un attimo all'improvviso. Vinceremo al Superenalotto e tutti i nostri problemi spariranno. Troveremo la frase magica o la soluzione che in un colpo solo ci risolverà tutti i nostri problemi.

Gesù li manda nel mare: ma c'erano già stati. Solo che adesso li manda con un comando ben preciso: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" (21,6).

Gesù ti ri-manda nella tua vita e non ti dice di cambiare lavoro, vita, di andare in Africa o chissà dove.

La destra, per gli antichi, era la parte consapevole, mentre la sinistra quella inconsapevole (tutto ciò che era sinistro una volta lo si equiparava al male o come pericoloso). "Fai le cose di prima, le stesse, ma adesso in maniera consapevole". Non vivere più con la testa fra le nuvole; fatti domande, osservati, guardati, vedi come reagisci, chiediti cosa vuoi da te e cosa ti appassiona.

Invece di fare come fanno tutti inizio a chiedermi: "Io cosa voglio? Io di cosa ho bisogno? Cosa mi va di accettare e cosa non mi va di accettare? Mi sta bene questa cosa?". E poi mi osservo in maniera consapevole per vedere come agisco, come parlo, come mi muovo, cosa avviene dentro di me: "Quali dinamiche mi muovono? Quali paure ho dentro che mi fanno pensare e agire in una certa maniera? Quali traumi hanno prodotto le porte chiuse della mia esistenza? Che cosa mi blocca? Sono autentico? Quali maschere ho addosso?". Solo una vita consapevole può produrre felicità. E devo dare un nome, il suo nome, ad ogni cosa. E poi ancora: "In che cosa io sono unico? Che cosa mi attrae nel profondo (perché lì dove c'è il tuo cuore lì c'è il tuo tesoro)? Per che cosa voglio vivere e per che cosa non mi interessa vivere? Quanto sono disposto a giocarmi, ad espormi, a rischiare?".

L'illusione della gente è che ciò che ci riempie sia fuori (21,3). Ma ciò che riempie le nostre reti, ciò che ci fa cantare dalla gioia, ciò che ci fa sentire fratelli uniti e amati dallo stesso Dio, ciò che ci rende così vivi da tessere lodi e inni per la nostra vita, ciò che plasma l'energia enorme che abbiamo dentro, non è fuori ma dentro.

Devi fare contatto con te; devi andare dentro di te; se vuoi che le reti (l'anima) siano piene devi stare con te e con il Dio che ti abita. Devi conoscerti, non devi scappare di fronte ai tuoi mostri, ma familiarizzare con loro, non devi nasconderti i tuoi istinti ma farteli amici, devi essere il padrone della foresta che è il tuo mondo interno e devi trovare il sacro tempio della Vita (Dio).

Fu questo il miracolo degli apostoli. Trovarono Dio nella loro vita ordinaria, di tutti i giorni. E la loro vita non fu la stessa, perché tutto cambiò.
Nel vangelo Giovanni è il discepolo che Gesù amava (21,7): se non ami Gesù, se non ami, se non sei attratto da ciò che hai dentro, se non desideri fare silenzio e incontrarti, non potrai mai "vedere" il Signore. Finché Giovanni fa quello che da sempre faceva (pescatore) all'improvviso si rende conto: "E' il Signore!" (21,7).

La nostra vita inizierà a cambiare il giorno in cui, pieni di entusiasmo, di stupore, di meraviglia, di sorpresa, potremo anche noi dire: "E' il Signore!".

Ragazza ribelle di venticinque anni che ha creato un sacco di problemi ai suoi genitori (veramente attenti a lei). Lei stessa non sa perché, ma fa di tutto per rendergli la vita complicata. Ha fumato "roba pesante", è ingestibile, all'università non va avanti. Si sente in colpa, ma è più forte di lei. Poi un giorno scopre, con l'aiuto di una persona, il suo problema: a un anno sua madre l'ha abbandonata perché suo padre ha fatto un grave incidente in auto. Per un anno ha vissuto con la nonna. Così lei, che ha dovuto ingoiare un boccone amaro, ha vissuto facendogliela pagare e tutt'ora continua a farlo. Capito ciò che è successo, pianto, espressa la disperazione della bimba e la rabbia, adesso è cambiata: non c'è più ostilità, non c'è più rabbia. Finalmente non sente più "quella bestia nel cuore" che l'ha sempre tormentata. Adesso può dire: "Questo sì che è vivere!". "E' il Signore!": lei lo può dire. Ha incontrato Dio in questa esperienza e lo ha visto con i propri occhi.

Un uomo rifiutato dai suoi genitori, cacciato di casa e a cui hanno preferito il fratello, si è così indurito da non provare più niente. Vive così per non soffrire, ma vive all'inferno. Poi un giorno, non a caso ma grazie al suo desiderio di cambiare, ritorna a sentire la tenerezza, l'amore, la gioia, la tristezza, accetta le carezze e torna a commuoversi. "Questa è vita! E' il Signore!".

Poterlo "vedere" (non pensarlo), percepirlo, sentirlo, nei piccoli eventi di tutti i giorni: una risposta diversa che do, una cosa nuova che inizio, un "no" che finalmente riesco a dire, una paura che riesco ad ammettere, uno "scusa" che riesco a pronunciare, un lasciarmi andare alle emozioni, un'idea creativa e pazza a cui do spazio, un comportamento controcorrente, un incontro che non mi aspettavo, un tramonto o una passeggiata che mi riempiono, uno sguardo o un sorriso di mio figlio, una complicità con mia moglie, ecc, e poter dire: "E' il Signore!".

La gente cerca Dio nelle visioni, nelle apparizioni, perché non "lo vede" nella propria vita. Per questo lo cerca fuori. Ma Dio, se appare, ti incontra nella chiesa della tua anima. A volte tutto questo cercare di fare esperienze religiose è più segno di mancanza di fede che del contrario.
Dio c'è se lo vedi. Altrimenti è un'idea che hai in testa: forse sì, forse no. Se lo "vedi" non c'è più alcun dubbio. Se "non lo vedi" credi a qualcosa che non conosci.

Pietro rappresenta la chiesa. Pietro è il primo Papa e chi scrive il vangelo di Gv lo sa. Pietro nel vangelo è l'uomo razionale, efficiente, che non da molto spazio al cuore.

Solo Giovanni vede il Signore. Era già successo (20,1-8): le idee, la struttura, senza l'amore, senza il cuore, senza la vita, "non vedono" il Signore.
Pietro è la chiesa che stancamente, senza iniziativa, nel suo conservatorismo va a pescare, ma non può pescare nulla perché vive nella routine, nell'abitudinarietà.

Pietro deve "bagnare" (21,7) la propria presunta sicurezza. E' troppo rigido, è troppo fermo nei suoi schemi mentali e quando sei fissato su idee vecchie, su posizioni di paura, sul conservare e non sul rinnovare, allora ti immobilizzi, muori dentro. La vita è "morbida": ogni rigidità la fa morire.

E' per questo che si veste (21,7): che senso ha vestirsi prima di buttarsi in acqua? Deve vestirsi, deve cioè far fare alla propria autorità (vestito), al proprio ruolo, alla propria funzione, un bagno di umiltà, un bagno di morbidezza. (I preti una volta sapevano tutto; i preti detenevano la verità; quello che diceva il prete era "Dio". A volte noi, la chiesa, ci poniamo ancora così: "Abbiamo Gesù Cristo quindi abbiamo la Verità". Il vangelo direbbe: "Tutti in acqua!, a fare un bagno di umiltà!"). Pietro deve immergersi nel suo mare, deve affrontare le sue paure, deve riconoscere le proprie rigidità: solo così può essere capo di una barca (chiesa) che porta frutto e che rimane viva nel suo spirito.

E' Pietro che sale sulla barca (che è la chiesa). E' lui che trae a terra (21,11) la rete piena di 153 pesci. Pietro (il Papa) ha il compito di condurre la chiesa (la rete tratta a terra). 153 è la somma del quadrato (100), del triangolo (28) e della sfera (25): Dio, la resurrezione, accorda gli strumenti stonati, elimina le lacerazioni impossibili, integra ciò che per noi è in contrasto (quadrato, triangolo, sfera). Questo numero dice: Dio è ciò che armonizza l'impossibile per gli uomini; è ciò che ti fa fare quello che non credi di essere in grado di fare e che ti fa vincere ciò che ti sembra invincibile. Dio è più forte di ogni contrasto, contraddizione e opposizione.

Dio infatti non può far niente senza l'uomo. Sì, è sempre Dio che fa (21,9: Gesù ha già acceso il fuoco con il pesce sopra), ma non può far niente senza la chiesa e senza gli uomini (21,10: "Portate un po' del pesce che avete preso or ora").

La chiesa (Pietro) dovrà sempre interrogarsi e monitorare bene ciò che dice e ciò che professa. Nel testo noi non riusciamo a cogliere la profondità di ciò che avviene.

Gv usa due versi agapao e filein. L'agape è l'amore libero, incondizionato, non possessivo. Il filein è l'amore dell'amicizia. Potremmo tradurre così il dialogo. La prima volta Gesù chiede: "Mi ami?" (21,15: agapao). Pietro: "Sì, ti voglio bene" (21,15: filein). Seconda volta: "Mi ami?" (21,16: agapao). Pietro: "Sì, ti voglio bene" (21,16: filein)". Terza volta: "Mi vuoi bene" (21,17: filein). Pietro: "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene" (filein).

Le prime due volte Gesù chiede alla chiesa (Pietro) se "ama (agapao) il Signore più degli altri" (21,15). La chiesa, allora, non è il luogo dei perfetti o dei puri, è il luogo dell'amore. Non c'è chiesa se non c'è amore vero, profondo, intenso e umano. Di fronte a certe situazioni la chiesa si erge a giudice: "Tu puoi, tu non puoi; funerale a te sì, funerale a te no; comunione a te sì, comunione a te no; tu sei coppia, tu no". Ma la chiesa non può mai dimenticare che il suo compito non è di giudicare, di stabilire, ma di amare. E il Signore la interroga più volte su come "sta con l'amore". Se non è "più degli altri", nel senso che lei c'è per questo, non è chiesa, non è comunità di Cristo.

La chiesa deve sempre porsi questa domanda: "E' amore ciò che dico, ciò che faccio"? Solo questo le dà il diritto di dirigere il gregge del popolo di Dio ("pasci i miei agnelli" 21,15).

E la chiesa deve sempre riconoscere di essere in deficit d'amore. "Mi ami?" chiede Gesù; "Ti voglio bene", risponde Pietro. Pietro è consapevole che il suo amore non è del tutto vero. La chiesa non deve chiudere gli occhi sul fatto che anche lei ha bisogno di crescere, di mettersi in gioco, di rinnovarsi, di ammettere le proprie zone d'ombra e di falsità e che a volte chiama "amore" altre cose.
La chiesa deve sempre rimanere vigile su sé stessa, altrimenti tradisce il Signore. Quando Gesù mette in dubbio perfino l'amore di Pietro (la terza volta usa filein e non agapao, 21,17), Pietro deve riconoscere che per tre volte proprio lui ha rinnegato il Signore (18,27). Tre volte ha detto di no al Signore e tre volte il Signore lo interroga sulle sue motivazioni vere e profonde.

Gesù dice a Pietro: "Tu che condurrai la chiesa devi guardare bene le tue motivazioni profonde e vere. Non puoi pensare di essere esente dall'egoismo, dal narcisismo, dalla gelosia, dalla competizione solo perché tu sei Pietro, guida della chiesa e discepolo di Gesù. Non puoi pensare che paura, istinti, pulsioni, bisogni, desideri, ferite, non ti tocchino; non puoi prescindere dalla tua umanità e cedere all'illusione che tutto questo non ti riguardi". Se vivi in quest'illusione, te lo ricordo (e gli fa tre domande!), mi tradisci, ti tradisci. Tu sei anche questo, sii consapevole e vivi con gli occhi aperti.

E poi Gesù chiude: "Quando eri giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi" (21,19). La veste, l'abbiamo già detto, è il ruolo, la posizione di Pietro.

Come c'è un tempo (gioventù) dove tu decidi dove andare e cosa fare e un tempo (vecchiaia) dove non sei più tu a decidere dove andare e cosa fare, così tu Pietro, tu chiesa, devi decidere la direzione della tua strada, ma anche lasciarti condurre dove Dio e il corso della storia ti portano.
"Seguimi!" (21,19) su questa via. Lascia che sia Dio a portarti anche se non sai dove stai andando, anche se non vorresti andarci, anche se resisti con tutte le tue forze.

Ciascuno di noi vorrebbe decidere per la propria vita, tenerla in pugno e stabilire lui dove andare.

Ma fede è lasciare spazio a Dio: lasciati condurre, lasciati portare, lascia che sia Lui a dirigere la tua vita.

E chi lo dice che Dio non voglia rovesciare la tua vita? E chi lo dice che Dio non voglia qualcosa di grande da te? E chi lo dice che Dio non ti faccia lasciare il lavoro, le amicizie, le tue idee, perfino la tua religione, per seguirlo? E chi lo dice che Dio non ti faccia guarire? E chi lo dice che Dio non cambi radicalmente il tuo carattere e ti faccia una persona completamente diversa? E chi lo dice che Dio non scombinerà la tua vita e le tue idee? tu pensi a te come sposato, moglie, figli… e magari la tua vita sarà del tutto diversa!

Dovunque mi condurrai, io ti seguirò.

Questo che Gesù dice a Pietro, rappresentante della chiesa, ha un peso enorme. E chi lo dice che un giorno cristiani e musulmani non si ritroveranno insieme nell'unica chiesa di Dio? E chi lo dice che la chiesa non debba restringersi, ridursi a piccolo resto, per essere fermento vivo? E chi lo dice che Dio non ci stia conducendo verso un rinnovamento meraviglioso, mentre noi continuiamo a lamentarci che "non è più come una volta" (per fortuna!)? E chi lo dice che un giorno Dio non ci condurrà in situazioni che oggi magari neppure immaginiamo (Le donne celebreranno? I preti potranno sposarsi? I divorziati potranno confessarsi?)? E chi lo dice che oggi ci sia meno fede? E chi lo dice che la gente non abbia più bisogno di Dio (soprattutto oggi)? Dovunque mi condurrai, io ti seguirò.

don Marco Pedron

 

Tutto nel corso di un'alba

Dopo la resurrezione di Gesù il tema dominante la scena dei vangeli è quello delle apparizioni, che conseguono l'uscita dal sepolcro. E' uno dei temi più importanti che la Cristologia abbia affrontato, non solamente riguardo alla veridicità dei racconti degli evangelisti e di altri autori del Nuovo Testamento (ad esempio Paolo, che afferma essere apparso Cristo a oltre cinquecento persone prima che a lui), ma anche per la nuova configurazione con cuoi il Risorto si pone nei riguardi degli interlocutori, poiché egli adesso si mostra non più asservito alle esigenze fisiche temporali che avrebbe potuto mostrare prima della crocifissione, ma si manifesta come il Vivente (Ap 1,18), come Colui che non muore più e che ha il potere sulla morte stessa. Di conseguenza anche i suoi tratti somatici sono ben differenti, essendo ormai il suo un corpo glorificato ed eccelso. In più, anche se non sempre traspare questo aspetto così esaltante, nelle sue apparizioni Cristo si mostra come il Risorto che dà la vita a tutti, che provvede alla santificazione e alla salvezza dell'umanità intera. La terza apparizione di Gesù, alle rive del lago di Tiberiade mentre i poveri apostoli si accaniscono invano nella pesca infruttuosa, è la dimostrazione effettiva e reale di tutto questo. Osserva Padre Lino Pedron, nel suo commento odierno, che essa si svolge all'alba, cioè in quella fase della giornata che nella Bibbia manifesta sempre l'efficacia dell'intervento di Dio. In Cristo Risorto Dio sta mostrando ora agli apostoli la sua potenza e il suo fascino sconvolgente che avvolge, seduce e soprattutto concretizza. Anche la raccolta di pesci ha dello straordinario e dell'inverosimile: come è possibile che un mare solitamente così prospero di patrimonio ittico, in una notte non sia più indulgente? Come mai un luogo di pesca certa e prosperosa diventa refrattario e ostile anche alla possibilità di un solo pesciolino? Evidentemente il Cristo aveva dovuto predisporre tale condizione, per fare in modo che i suoi discepoli non si rimettessero alle loro esclusive capacità per affidarsi esclusivamente al Risorto e di lui solo fidarsi. Infatti, senza neppure individuare sulle prime in lui il Signore e senza indugio alcuno, sulla sua parola gettano la rete per ritrarla stracolma di enormi pesci quali mai probabilmente erano stati visti. Occorre prestare attenzione particolare a questa vivacissima scena che si consuma tutta nel corso dell'alba: il discepolo innominato che Gesù ama riconosce che quel fantomatico personaggio oscuro "è il Signore" e lo grida a Pietro; questi senza esitare si tuffa in acqua dalla barca per nuotare verso di lui. Probabilmente avrà voluto porre rimedio alla sua naturale ostinazione a vedere Gesù in senso esclusivamente umano o filantropico, errore per cui aveva rifiutato in precedenza il pediluvio, avrebbe voluto che Gesù evitasse Gerusalemme e finalmente lo aveva rinnegato nel famoso episodio del gallo. Insomma Pietro si tuffa perché questa volta vuole davvero riconoscere e onorare "Il Signore", il Figlio di Dio e una volta per tutte porsi alla sua sequela come discepolo convinto e disinvolto.

Sempre Pietro poi si associa ai compagni nel tirar su la rete, che, nonostante il peso possente, resta intatta. Di conseguenza raccoglie tutto il pescato e proprio lui, Pietro, ne enumera il quantitativo: ben 153 grossi pesci. Una pesca inverosimile senza precedenti. Attenzione a un altro particolare: una certa esegesi della Chiesa antica aveva riscontrato in questo bottino ittico che ciascuno di questi 153 capi di pesce apparteneva a una determinata specie marina: un pesce per ogni specie.

La conclusione è entusiasmante: Pietro viene confermato da Gesù come il fondamento della Chiesa, la pietra solida sulla quale essa si fonda, il principio visibile del vicariato terreno missionario, colui che insomma ha il ministero di perpetuare lui per primo l'annuncio della salvezza a tutte le genti. Tale consolidamento diventa ancora più chiaro e lampante con la triplice professione che egli fa dopo il pasto al suo Signore, quella dell'impegno di pascere "pecore e agnelli." Pietro infatti è destinato a guidare la Chiesa nella missione universale di salvezza che raccoglie, rappresentate da questi 153 capi di pesato, tutte le culture, le etnie, i popoli. E non c'è il rischio che la Chiesa, nonostante la sua fragilità e le pecchie innumerevoli di cui si macchierà nel corso della storia, possa crollare e distruggersi mentre realizza la missione che le è stata affidata: il centro propulsore resta sempre il Risorto che sarà presente nel popolo di Dio perennemente, fino alla consumazione dei secoli e questo è per la comunità ecclesiale garanzia di solidità di compatezza.

Infatti gli apostoli, sui quali ha fondamento il Corpo della Chiesa, non si stancheranno mai di annunciare il Risorto a tutti i popoli e a tutte le nazioni e affronteranno anche l'umiliazione delle percosse prima della liberazione (I lettura) pur di disattendere il monito di "non parlare più nel nome di costui". Occorre infatti obbedire a Dio più che agli uomini, ma soprattutto occorre restare saldi e creativi nel mandato di cui Cristo ci ha resi degni di indiscussa fiducia, quello dell'annuncio della salvezza perché la resurrezione possa essere partecipata a tutti.

L'apparire di Cristo Risorto costituisce una domanda a noi rivolta, o meglio una provoicazione sulla nostra fede e sull'adesione al mistero della Chiesa, alla quale siamo tutti invitati a prendere parte attorno al collegio del papa, successore di Pietro, e degli apostoli il che non può lasciarci indifferenti ma deve spronarci alla sensibilità e all'accoglienza personale del dono.

padre Gian Franco Scarpitta

 

Mai dire "mai più" all'amore!

Tre volte Gesù chiede a Pietro "mi ami?" E tre volte gli offre una missione di fiducia "pasci le mie pecorelle"... Sono le sue pecorelle! E le affida proprio a Pietro!

Tre volte Pietro aveva negato di conoscere quel Gesù quando era in mano dei suoi avversari nel momento della prova.

E andando ancora più indietro, all'ora dell'Ultima Cena, Pietro aveva detto con forza e convinzione che era pronto a morire per Gesù. Ma Gesù conosceva la debolezza dell'amore di Pietro, come conosce la debolezza di tutti noi che siamo facili a fare grandi proclami d'amore e fedeltà e ancor più facili a tradire le promesse fatte e a smentire i giuramenti d'amore...

L'unico amore per sempre fedele è quello di Gesù; i nostri amori possono solo avvicinarsi al suo, ma mai eguagliarlo.

Questo non deve però deprimerci, ma al contrario farci sentire più uniti tra noi e più solidali. Deponiamo i nostri giudizi reciproci e invece di accusarci gli uni gli altri dei nostri piccoli o grandi tradimenti all'amore reciproco, sosteniamoci e incoraggiamoci.

E insieme contempliamo con speranza questa pagina di Vangelo dove Gesù rinnova la sua fiducia al traditore Pietro. Così Gesù fa anche con me, con tutti noi...

Impariamo dal Risorto che fa risorgere l'amicizia che era morta la notte del tradimento del discepolo.

Facciamo risorgere anche quei legami di amore, amicizia e fiducia che pensiamo ormai morti e sepolti. Crediamo che è sempre possibile ricostruire un ponte di relazione anche quando sembra definitivamente interrotto... Togliamo dal nostro lessico l'espressione "mai più" quando pensiamo a qualche legame che si è spezzato.

In questo saremo riconosciuti come credenti in Gesù risorto!

Gesù che è sceso negli inferi soffrendo la morte fisica e anche la morte dell'amore, ha saputo uscire dal sepolcro per donare ai suoi amici, che siamo anche noi oggi, una speranza nuova e una missione nuova, quella dell'amore che risorge...sempre.

don Giovanni Berti

 

Mi ami tu?, continua a chiedere Gesù a ciascuno

Leggendo il Vangelo di Giovanni si capisce che esso originariamente terminava con il capitolo 20. Se fu aggiunto questo nuovo capitolo 21, è perché l'evangelista stesso o qualcuno dei suoi discepoli ha sentito il bisogno di insistere ancora una volta sulla realtà della risurrezione di Cristo. Questo è infatti l'insegnamento che si deduce dal brano evangelico: che Gesù non è risorto per modo di dire, ma realmente, nel suo vero corpo. "Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti", dirà Pietro negli Atti degli apostoli, riferendosi probabilmente proprio a questo episodio (At. 10,41).

Alla scena di Gesù che mangia con gli apostoli del pesce arrostito segue il dialogo tra Gesù e Pietro. Tre domande: "Mi ami tu?"; tre risposte: "Tu sai che ti amo"; tre conclusioni: "Pasci le mie pecore!". Con queste parole Gesù conferisce di fatto a Pietro – e, secondo l'interpretazione cattolica, ai suoi successori – il compito di supremo e universale pastore del gregge di Cristo. Gli conferisce quel primato che gli aveva promesso quando aveva detto: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. A te darò le chiavi del regno dei cieli" (Mt 16, 18-19).

La cosa che più commuove di questa pagina del Vangelo è che Gesù resta fedele alla promessa fatta a Pietro, nonostante Pietro fosse stato infedele alla promessa fatta a Gesù di non tradirlo mai, anche a costo della vita (cf. Mt. 26,35). (La triplice domanda di Gesù si spiega con il desiderio di dare a Pietro la possibilità di cancellare il suo triplice rinnegamento durante la passione). Dio dà sempre agli uomini una seconda possibilità; spesso una terza, una quarta e infinite possibilità. Non radia le persone dal suo libro, al loro primo errore. Intanto cosa succede? La fiducia e il perdono del Maestro hanno fatto di Pietro una persona nuova, forte, fedele fino alla morte. Egli ha pascolato il gregge di Cristo nei difficili momenti dei suoi inizi, quando bisognava uscire dalla Galilea e lanciarsi per le strade del mondo. Pietro sarà in grado di mantenere, finalmente, la sua promessa di dare la vita per Cristo. Se imparassimo la lezione contenuta nell'agire di Cristo con Pietro, dando fiducia a qualcuno anche dopo che ha sbagliato una volta, quante meno persone fallite ed emarginate ci sarebbero nel mondo!

Il dialogo tra Gesù e Pietro va trasferito nella vita di ognuno di noi. Sant'Agostino, commentando questo brano evangelico, dice: "Interrogando Pietro, Gesù interrogava anche ciascuno di noi". La domanda: "Mi ami tu?" è rivolta a ogni discepolo. Il cristianesimo non è un insieme di dottrine e di pratiche; è qualcosa di molto più intimo e profondo. È un rapporto di amicizia con la persona di Gesù Cristo. Tante volte, durante la sua vita terrena, aveva chiesto alle persone: "Credi tu?", ma mai: "Mi ami tu?". Lo fa solo ora, dopo che, nella sua passione e morte, ha dato la prova di quanto lui ha amato noi.

Gesù fa consistere l'amore per lui, nel servire gli altri: "Mi ami tu? Pasci le mie pecorelle". Non vuole essere lui a ricevere i frutti di questo amore, ma vuole che siano le sue pecore. Egli è il destinatario dell'amore di Pietro, ma non il beneficiario. È come se gli dicesse: "Considero fatto a me quello che farai per il mio gregge". Anche il nostro amore per Cristo non deve restare un fatto intimistico e sentimentale, ma si deve esprimere nel servizio degli altri, nel fare del bene al prossimo. Madre Teresa di Calcutta era solita dire: "Il frutto dell'amore è il servizio e il frutto del servizio è la pace".

padre Raniero Cantalamessa

 

Il segreto per ricominciare

Il doppio finale

Dopo la scena del mandato missionario e della professione di fede di Tommaso (che abbiamo ascoltato domenica scorsa) ci aspetteremmo la conclusione del Vangelo di Giovanni. Le ultime parole del capitolo 20 suonano appunto come un classico "finale" di un libro: "Molti altri segni fece Gesù... questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome". E' dunque piuttosto sorprendente vedere come nel capitolo 21 troviamo una nuova apparizione del Risorto, e una nuova conclusione del Vangelo.

E' discusso tra gli esperti se questo capitolo 21 sia un "doppio finale" consapevolmente scelto, o un'aggiunta dell'evangelista stesso, o un'aggiunta di un suo discepolo: in questo brano si parla di Pietro, e della "morte con cui avrebbe glorificato Dio", e del "discepolo amato", e delle voci che lo riguardavano ("che quel discepolo non sarebbe morto..."). E' questo l'indizio più consistente che fa pensare che il capitolo 21 sia stato scritto dopo la morte di Pietro e del "discepolo amato", per chiarire il significato della loro missione.

Una storia mai finita

Non ci addentreremo oltre nelle questioni affascinanti dell'origine dei Vangeli e delle loro possibili stratificazioni letterarie, e chiediamoci invece che significato viene ad avere un libro con un secondo finale. Come già abbiamo detto più volte, nessuno dei Vangeli ha una vera conclusione: tutti si aprono verso una storia successiva, una storia che continua. Gesù risorto continua a guidare la sua Chiesa, la sua Parola e la sua salvezza continuano nelle parole e nei gesti di salvezza della Chiesa. L'opera di Luca porta alle estreme conseguenze questa convinzione, scrivendo accanto al Vangelo gli Atti degli Apostoli.

La tentazione dello strappo

Tuttavia il legame tra Gesù e la sua Chiesa non è scontato e non è indiscusso: una tentazione o un rischio costante è di insinuare una frattura, uno stacco insormontabile tra il Risorto e la sua comunità. Che è come dire: mettere la parola "fine" al Vangelo. Nella prima comunità cristiana, una prima crisi di questo tipo fu probabilmente segnata dalla morte degli Apostoli, i primi testimoni della risurrezione, coloro che avevano seguito il Risorto. Nella storia della chiesa, a diverse riprese si è riproposto il problema della fedeltà al Vangelo nel mutare dei tempi. E lo stesso problema si manifesta oggi in molte delle nostre comunità e gruppi: la sensazione di essere arrivati al capolinea, al termine di belle esperienze individuali e comunitarie, la sensazione di aver concluso un ciclo... per molti catechisti ed educatori dei giovani ad esempio diventa difficile ad un certo punto continuare, ritrovare motivazioni - paradossalmente, proprio quando l'età e l'esperienza consentirebbero un impegno autentico e consapevole. La domanda che ci facciamo è dunque: come è possibile "continuare"? come è possibile "ricominciare"?

La tentazione del riflusso

Il Vangelo di Giovanni dà la sua risposta con questo secondo finale, che ripercorre più da vicino l'esperienza degli apostoli dopo la risurrezione. Mentre il capitolo 20 è più centrato sulla missione, che appare indiscutibile e vittoriosa ("come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi..."), il vangelo di questa domenica apre lo sguardo sullo smarrimento degli apostoli e sulla tentazione di ricominciare un'esistenza ordinaria: "Vado a pescare" - "Veniamo anche noi con te". Pietro ritorna a fare quello che faceva prima, e gli altri lo seguono. Da pescatori di uomini, ritornano pescatori di bestie acquatiche. Ma non prendono nulla. Anche per noi può essere forte la tentazione di "accontentarsi", come parrrocchie, come gruppi, come singoli (e magari anche come Diocesi): meglio pochi ma buoni, puntiamo sul piccolo gruppo, non faccio più il catechista ma resto una brava persona, faccio bene le cose ordinarie, evitiamo trionfalismi inutili... le frasi del riflusso. "Vado a pescare": la frase giusta per un buon padre di famiglia, per un buon amico che si ritrova con i vecchi compagni. Ma Pietro non è più solo un buon padre di famiglia, dopo aver condiviso l'esperienza di Gesù. E anche le nostre parrocchie, i nostri gruppi, la nostra Diocesi non possono accontentarsi della mediocrità.

La presenza del Risorto

Il risorto si manifesta a poco a poco, riportando i discepoli alla loro identità. A noi il compito di ripercorrere il loro itinerario di fede. La prima esperienza-chiave è il fidarsi di una parola. L'interesse biblico è sempre più diffuso nelle nostre comunità. Ma non è la conoscenza della Bibbia il vero punto di partenza. Né lo studio attento. E direi, neppure la autentica meditazione e contemplazione, che arriva alla preghiera più pura. Il vero punto di partenza è quando l'ascolto diventa fiducia, obbedienza, rischio: come i discepoli gettano le reti. E' un gesto semplice, ma è un gesto. La parola è divenuta azione - non per il gusto di fare, ma perché di quella Parola ci si fida. La pesca è abbondante e imprevedibile. Come l'esistenza di chi sa affidarsi alla Parola e rischiare per essa.

La condivisione eucarística

Il risorto offre da mangiare ai discepoli, e chiede a loro di portare il pesce. Il fuoco è già acceso, il cibo è pronto, ma essi devono contribuire. La ricchezza simbolica di questa scena è enorme: si allude all'Eucaristia, si allude alla missione, si allude alla necessità di creare una "tavola aperta", a cui chiunque si possa sedere, per trovare ospitalità e accoglienza. Non un'accoglienza generica però: il Risorto riparte dai suoi intimi, da quelli che conosce. L'invito è aperto a tutti, ma solo passando attraverso il riconoscimento, la relazione, la creazione di legami profondi.

La domanda sull'amore

Proprio il legame che lo lega a Gesù è l'oggetto del dialogo con Pietro. Per tre volte Pietro è interrogato sull'amore che lo lega a Gesù. Per due volte riceve una missione, un incarico: "pasci le mie pecorelle". L'amore per il Maestro deve manifestarsi nel servizio ai fratelli. L'insistenza di Gesù su questo punto è dolorosa per Pietro, come è dolorosa per noi, sempre tentati di vivere un amore che non diventa servizio, o un servizio che non è espressione di amore. All'ultima risposta, Pietro riceve un invito: "Seguimi". Solo il duro apprendistato dell'amore ai fratelli ci consente di diventare alla fine autentici discepoli, amici del Salvatore, capaci di seguirlo, donandogli tutta la vita.

Questa è dunque la via per ripartire: ricominciare a fidarsi della Parola, non nelle buone intenzioni, ma nei fatti, ricominciare a vivere autenticamente la condivisione eucaristica, e soprattutto accettare di approfondire la nostra amicizia con Cristo.

Flash sulla I lettura

"Volete far ricadere su di noi il sangue di quell'uomo": il recente film sulla passione ha riacceso polemiche su una presunta interpretazione antisemita, che vede gli Ebrei come colpevoli. Gli Atti, nelle parole dei sacerdoti e degli anziani, mostrano che si tratta di una polemica antica. La risposta di Pietro: "Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce" mostra i termini esatti della questione: quella che potrebbe sembrare un'accusa ("voi avete ucciso") è sempre inserita e accompagnata dall'annuncio pasquale: "il Dio dei Padri ha risuscitato Gesù", "per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati". Non è un'accusa fine a se stessa, ma è in connessione con l'annuncio pasquale, che inevitabilmente diviene denuncia della condizione di peccato in cui ogni persona umana si trova: anche noi oggi siamo i crocifissori di Gesù. E nel momento in cui riconosciamo questo, ci si apre la possibilità della conversione e del perdono.

Flash sulla II lettura

"L'Agnello che fu immolato è degno di ricevere...onore, gloria e benedizione". Una pagina di pura contemplazione e adorazione. Difficile da capire per noi, troppo abituati a ricercare l'utile e il pratico, l'orrido e il sensuale - e ormai dimentichi del bello. Ma la meta ultima della nostra vita di fede è proprio la contemplazione della bellezza di Dio. Qualndo le parole e le azioni cedono posto al silenzio, al canto, alla lode, alla danza, in unione a "tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute".

don Fulvio Bertellini

 

Gettate la rete

La figura centrale delle letture di questa domenica è Cristo risorto, che appare agli apostoli sulla riva del lago. Simon Pietro prende l´iniziativa e va a pescare e gli altri apostoli lo seguono. Proprio loro, che pure erano esperti nell´arte della pesca, trascorrono l´intera notte senza prendere niente. All´alba, odono la voce di uno sconosciuto che li chiama dalla spiaggia, invitandoli a gettare la rete sul lato destro: ´Quando già era l´alba Gesù si presentò sulla rivaª (Gv 21,4). L´evangelista precisa che quella notte ´non presero nullaª (Gv 21,3), e aggiunge che non avevano nulla da mangiare. All´invito di Gesù: ´Gettate la rete dalla parte destra della barca e trovereteª (Gv 21,6), obbedirono senza esitazione. Pronta fu la loro risposta e grande la loro ricompensa, perché ´gettarono [la rete] e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesciª (Gv 21,6), la stessa rete che era rimasta vuota nella notte. Fu lo sguardo acuto di Giovanni a scoprire che si trattava del Signore (Vangelo). Nella prima lettura contempliamo gli Apostoli che danno testimonianza della resurrezione del Signore con coraggio e si ritengono degni di soffrire per il nome di Gesù (prima lettura). Il libro dell´Apocalisse manifesta la lode e l´onore che si deve all´Agnello sacrificato (seconda lettura). Egli ha conseguito il trionfo per mezzo della sua umiliazione.

MESSAGGIO DOTTRINALE

1. Il comando di Cristo a Pietro: pasci le mie pecorelle. Gesù risorto appare ai suoi Apostoli sulle rive del lago di Galilea. È un´apparizione nella quale traspare l´amore e l´affetto che Gesù nutre per i suoi apostoli. Qui risulta espresso più chiaramente quanto il Signore desideri "consolarli" tutti quanti, ma in modo particolare Pietro, tanto ferito nell´animo dal suo triplice rinnegamento. Gesù osserva Pietro con uno sguardo di benevolenza e lo conferma nel suo compito di fronte alla Chiesa. Gli chiede di amarlo di più. Gli chiede, nonostante la sua umana fragilità, di fidarsi della grazia divina e di intraprendere con ardore il grande compito della predicazione del vangelo e dell´estensione della Chiesa. Pietro nota che quelle parole, come olio su una ferita, venivano a lenire e guarire il suo cuore pentito e ferito. Forse avrà rammentato quelle altre parole: ´io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelliª (Lc 22,31-32).

Nel XXV anniversario della sua elevazione al soglio pontificio, il papa Giovanni Paolo II commentava questo passaggio con un accento affettuoso: ´Oggi, cari Fratelli e Sorelle, mi è gradito condividere con voi un´esperienza che si prolunga ormai da un quarto di secolo. Ogni giorno si svolge all´interno del mio cuore lo stesso dialogo tra Gesù e Pietro. Nello spirito, fisso lo sguardo benevolo di Cristo risorto. Egli, pur consapevole della mia umana fragilità, mi incoraggia a rispondere con fiducia come Pietro: "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo" (Gv 21,17). E poi mi invita ad assumere le responsabilità che Lui stesso mi ha affidatoª (Giovanni Paolo II, Omelia del 16 ottobre 2003, XXV anniversario di pontificato).

2. La fede scopre Gesù risorto. Questa scoperta la fa Giovanni. La fa in base a quello che sta vivendo: una pesca infruttuosa, uno sforzo vano, uno sconosciuto che appare all´orizzonte, un´indicazione, un frutto... Le trasformazioni della nostra vita possono essere così: molto sacrificio, poca pesca, un comando del Signore, una pesca inattesa... È il Signore! Scoprire che è il Signore colui che sta guidando la barca della Chiesa, che è il Signore colui che dice a me di tirar su le mie reti, che è il Signore che mi invita a pranzare con lui, che è il Signore che mi chiede di camminare sulla spiaggia. È il Signore! La mia vita apostolica, la mia missione nella vita è la mia vita nel Signore. Giovanni ci svela quella sensibilità della fede che sa scoprire nelle trasformazioni della vita la presenza e l´azione salvìfica di Gesù risorto.

La scoperta di Giovanni è magnifica, e cambia immediatamente tutta la situazione. Passa da una notte infruttuosa e piena di fatica ad un´esperienza gioiosa di Cristo presente; giunge all´esperienza di Cristo che agisce sui compiti e sulle reti degli apostoli. Nella vita dell´apostolo ci sono a volte notti apparentemente infruttuose, potenziali fallimenti, momenti di intenso dolore e di vuoto, ma per il cristiano quei momenti sono solo come presagi dell´arrivo di Cristo risorto, sono solo momenti che, uniti a Cristo paziente, ci indirizzano verso l´esperienza di Cristo trionfante. In ogni caso, l´importante è perseverare nel bene, perseverare nel lavoro apostolico fatto per amore e con purezza d´intenzione. Mai arrancare o abbandonare. L´importante è ravvivare la fede, per scoprire che il Signore resta sempre sulla riva del lago per dialogare con me e invitarmi nuovamente alla pesca.

L´esperienza di Giovanni, che riconosce il Signore, è quella che lo sostiene nel suo camminare, è quella che lo porta a verificare che Dio è amore e che dobbiamo amarci gli uni gli altri, come l´evangelista scriverà più tardi nelle sue lettere. In più, possiamo dire che le notti sono necessarie, che i momenti di apparente fallimento sono indispensabili, perché provano la fedeltà dell´apostolo, la purificano, l´affinano; evidenziano se quell´apostolo opera fidando solo in se stesso, o se tutta la sua speranza è riposta solo nel Signore. Le notti sono necessarie, perché sono come le dita di Dio, che modellano il cuore dell´uomo e lo alleggeriscono del peso che lo trattiene e degli affetti disordinati del cuore.

SUGGERIMENTI PASTORALI

´Il buon pastore offre la vita per le pecoreª (Gv 10,11). ´Mentre Gesù pronunciava queste parole, gli Apostoli non sapevano che parlava di se stesso. Non lo sapeva nemmeno Giovanni, l´apostolo prediletto. Lo comprese sul Calvario, ai piedi della Croce, vedendolo offrire silenziosamente la vita per "le sue pecore". Quando venne per lui e per gli altri Apostoli il tempo di assumere questa stessa missione, allora si ricordarono delle sue parole. Si resero conto che, soltanto perché aveva assicurato che sarebbe stato Lui stesso ad operare per mezzo loro, essi sarebbero stati in grado di portare a compimento la missioneª (Giovanni Paolo II, Omelia del 16 ottobre 2003, XXV anniversario di pontificato).

Effettivamente, solo perché il Signore ci ha assicurato la sua compagnia, la sua presenza, il suo amore, possiamo, proprio come i primi apostoli, slanciarci nella vita a compiere il mandato missionario, per compiere la missione di annunciare agli uomini il Regno di Dio. E pastori sono i vescovi, sono i sacerdoti, sono i religiosi e le religiose, ma pastori sono anche, al loro proprio livello, i genitori, che devono dare la vita per i loro figli; gli insegnanti, che alimentano con la verità i loro alunni; tutti gli uomini che sanno di avere una missione nella vita, una missione che va oltre loro stessi. L´uomo, essendo l´unica creatura amata da Dio di per se stessa, non può trovare la propria realizzazione se non nella donazione sincera di se stesso agli altri. Il buon pastore dà la vita per le sue pecore, e ogni uomo che voglia essere realmente uomo, dà la vita per gli altri, dona sinceramente se stesso agli altri.

Totustuus

 

E' il Signore

Scrive san Luca: "Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio" (At 1,3). Gesù non solo parlò del Regno, ma si mise subito a costituirne l'inizio e la primizia, che è la sua Chiesa, organizzandovi la vita interna. Nel descrivere infatti queste apparizioni l'accento cade sulla comunità riunita "il primo giorno dopo il sabato", e "allo spezzare del pane"; e sulla missione che viene affidata agli Apostoli ("Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi"), e oggi a Pietro come capo della sua stessa Chiesa.

Ci è data così occasione di capire l'intima struttura della Chiesa voluta da Gesù come luogo privilegiato dell'incontro con Lui vivo e salvatore.

1) "VENITE A MANGIARE"

La pesca sul lago - era lavoro quotidiano di questi pescatori - è simbolo della esistenza dell'uomo che opera per la propria riuscita e felicità. Nonostante gli sforzi - e certamente l'esperienza e la competenza - "in quella notte non presero nulla". Appare Gesù e dà un ordine: "Gettate la rete!". Già altra volta Pietro - in mezzo ad un analogo fallimento - aveva avuto il coraggio di dire: "Sulla tua parola getterò le reti " (Lc 5,5); e come allora, anche qui il successo non manca: "trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci". Con Gesù la riuscita umana è piena e sicura. Lo aveva pur detto: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15,5).

Gesù è là sulla riva con un fuoco acceso per preparare un pasto: "Portate un po' del pesce che avete preso or ora"; - eco del nostro offertorio alla messa dove portiamo all'altare il frutto del nostro lavoro! "Gesù disse loro: Venite a mangiare. Prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce". Già altra volta aveva sfamato i suoi col moltiplicare pani e pesci, e allora aveva parlato dell'Eucaristia: "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Nella Chiesa primitiva il pesce era il segno di Cristo; con la parola "Ictus" infatti si professava: "Gesù Cristo, Figlio di Dio, salvatore". Gesù raccoglie la sua comunità, dalla sera dell'Ultima Cena, attorno ad un pasto che contiene e comunica la sua presenza e la sua azione di salvezza.

"E' il Signore!", dice allora Giovanni. "E nessuno dei discepoli osava domandargli: Chi sei?, poiché sapevano bene che era il Signore". La loro titubanza di fronte ad un Risorto dai morti, è la nostra stessa titubanza nei confronti dei poveri segni dell'Eucaristia; di fronte ai quali però siamo invitati a professare la stessa fede e lo stesso riconoscimento di Gesù risorto e vivo tra noi. Noi cristiani crediamo che Gesù è realmente e personalmente presente sotto i segni del pane e del vino, e che proprio qui nutre e costruisce la sua Chiesa comunicando se stesso: "Chi mangia di me vivrà per me" (Gv 6,57). La messa è oggi in concreto il luogo dell'incontro con Gesù vivo, cioè col Dio fattosi carne e divenuto nostra unica salvezza.

2) "PASCI LE MIE PECORELLE"

La presenza sacramentale è però affiancata da un'altra presenza, più visibile e storica, quella del ministero apostolico. Nel cenacolo la sera di Pasqua Gesù alitò sugli Apostoli e disse: "Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi..." (Gv 20,22); ancora qui in Galilea, come racconta Matteo, Gesù disse: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole.." (Mt 28,18-19). Qui è a Pietro che conferisce quel primato che un giorno gli aveva promesso con le parole: "Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,18). Ora gli dice: "Pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecorelle". Gesù ha voluto affidare un servizio di responsabilità e di guida a Pietro e ai suoi successori, in riferimento soprattutto alla fede: "Simone, Simone - gli disse un giorno - io ho pregato per te, che non venga mai meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,32).

Il servizio apostolico è appunto quello della testimonianza coraggiosa di Gesù risorto. Proibito di predicare, Pietro insieme con gli altri apostoli dirà: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, lo ha innalzato alla sua destra facendolo capo e salvatore; e di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo" (I lett.). E' una testimonianza capace di giungere alla persecuzione e al martirio: "Li fecero fustigare...; ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" (I lett.). E a Pietro in particolare Gesù fa balenare una fine non proprio facile: "Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio". Lo sappiamo poi martirizzato a Roma al tempo di Nerone.

La radice e la forza di questa testimonianza è però l'amore. "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti amo". E non un amore di innocenza, bensì di penitenza. Tre volte Pietro aveva rinnegato il Maestro; tre volte ora gli è richiesto un atto d'amore. A dirci forse anche che chi ci guida nella Chiesa deve essere capace di comprensione e compassione, per aver lui per primo sentito il bisogno della misericordia di Dio. Davanti a Dio non contano altri meriti se non quelli del cuore che sa amare, con sincerità, anche se nella debolezza. "Se mi ami... pasci". Preghiamo per i nostri preti perché siano sempre secondo il cuore di Cristo.

Ecco dove oggi noi possiamo incontrare quel Dio che ci è venuto incontro in Cristo: nella Chiesa da Lui voluta, alla guida del Papa e dei vescovi, attorno al sacramento della sua Presenza, l'Eucaristia. "Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre" (San Cipriano). Amiamo la Chiesa, nostra madre: questa è la famiglia di Dio nel tempo che sfocerà in casa Trinità, dove noi oggi iniziamo ad essere figli di Dio per divenirne alla fine eredi. Potremo anche noi un giorno pieni di riconoscenza unirci al coro della Chiesa celeste e cantare: "A Colui che siede sul trono e all'Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli" (II lett.).

don Romeo Maggioni