3º DOMENICA DI AVVENTO

anno C

Nascite dalla acqua e nascite dal fuoco

Il vangelo di questa domenica (3,10 - 18) ci ripropone come domenica scorsa (3,1 - 6) la figura di Giovanni Battista.

Giovanni Battista fu il più grande profeta del suo tempo. Come tutti i maestri aveva dei seguaci, fra i quali quasi certamente c'era Gesù che, ad un certo punto, si distaccò dal lui. Ma la superiorità iniziale del Battista rispetto Gesù è fuori dubbio, testimoniata in maniera chiara dal battesimo di Gesù nel Giordano da parte di Giovanni Battista.

Anche Gesù ha avuto i suoi maestri, i suoi riferimenti e i suoi modelli. Ha imparato da lui, lo ha seguito, forse per un po' "è peso dalle sue labbra", ma è rimasto interiormente libero.

Il Battista stesso si considerò l'Elia che doveva venire. Elia veniva considerato il Profeta, per cui si pensava: "La fine del mondo verrà quando Elia ritornerà". Il Battista si considerava Elia redivivo, e quindi il giudizio era imminente e vicino.

La sua predicazione era esigente e dura e afferma proprio questo: "Dio sta per venire, stai attento!". "Se non fai frutti di conversione, se non ti penti, se non cambi, non hai scampo". Il battesimo è segno della tua conversione.

Il Dio del Battista è un Dio minaccioso, che incute timore: "Se non sei a posto, sarai condannato".

Il Battista proclamava: "Verrà da Dio un giudice e giudicherà tutti". Il Battista, però, storicamente non ha mai fatto riferimento a Gesù come colui che doveva venire, né è stato suo testimone. È stato solo successivamente che i primi cristiani hanno fatto dire al Battista che quel giudice è Gesù; sono stati i primi credenti a fare del Battista il testimone di Gesù. Tanto è vero che Gesù non assomiglia molto al Battista. Il Dio di Gesù è molto diverso dal Dio del Battista.

Certamente su alcuni posizioni e su alcuni atteggiamenti, soprattutto all'inizio, furono molto vicini. E fu grazie a questa vicinanza che i primi cristiani misero in collegamento questi due grandi personaggi.

Luca (1 - 2) li fa addirittura secondi cugini: ma è una parentela di spirito più che di sangue.

Furono i primi cristiani che, a posteriori, collegarono le due figure e crearono una continuità tra il Battista e Gesù. Il Battista è il precursore, colui che apre la strada e Gesù colui che deve e che sta per venire. Per questo per loro Gesù è " più forte" e il Battista "non è neppure degno di sciogliere il legaccio dei sandali" (3,16).

Gesù poi si distaccò dal suo maestro e fece la sua strada. Certamente lo considerò e lo apprezzò molto, ma considerò se stesso e il suo messaggio diversi e non in continuità con il suo maestro.

Cos'è intervenuto per cui Gesù ha così profondamente cambiato strada rispetto al suo maestro?

Ciò che differenzia Gesù dal Battista è la concezione profonda di Dio. Per il Battista è uno di cui avere timore; per Gesù Dio è un Padre buono, misericordioso, sempre pronto ad accoglierti, ad amarti ed ad accettarti.

Forse Gesù ha avuto una visione i cui segni sono rintracciabili o nel battesimo (3,21 - 22) o nella trasfigurazione (9,28 - 36) o forse è stata un'esperienza continuativa della vita di Gesù. In ogni caso il Dio di Gesù è il Dio d'amore, il Dio che si può chiamare: "papà, paparino, papi, Abbà".

Nel vangelo la gente va da Giovanni Battista e gli pone una grande domanda: "Che cosa dobbiamo fare?"

In giro c'è un sacco di gente che pone questa domanda: "Che cosa devo fare? Dammi la soluzione per il mio problema. Fammi partecipare ad un incontro, ad un gruppo, a qualcosa che mi liberi da questa situazione. Dammi un esercizio, magari di meditazione, di silenzio o di preghiera che mi risolva ciò che non va o che mi sciolga dai miei nodi".

E cosa non fa la gente per cercare e per trovare personaggi del genere! In giro poi ce ne sono parecchi di personaggi così, che si credono plenipotenziari di Dio, che si credono dotati di poteri extrasensoriali, paranormali o speciali. E siccome la pressione della sofferenza, il desiderio di sollievo è grande, l'abbinamento è fatto, è concluso.

C'è la pillola per tutto: per dimagrire, per far bene l'amore, per essere felici, per non essere tristi. C'è illusione che ci sia una pillola per star bene, per risollevare l'anima; c'è illusione che la felicità, l'amore, l'ascolto, la fiducia, si possano comprare a basso costo, che ci sia una cosuccia che risolve i tuoi problemi… è un'illusione.

Basta guardarsi attorno per accorgersi di quanto ricco sia il supermercato religioso.

C'è la messa a distanza (purché tu paghi); il guru che ti dice cosa facevi nell'altra vita: chissà cosa importa sapere cosa facevo nell'altra vita quando non riesco neanche a vivere questa!

C'è il mago che ti mette in contatto con i tuoi morti ("Lasciate che i morti seppelliscano i morti" Lc 9,60): se sono morti definitivamente ti sta fregando; se sono vivi perché non lo puoi fare tu? C'è il discepolo di padre Pio che ti guarisce a distanza o il gruppo pseudoreligioso che ti promette che partecipando alla sua funzione guarirai; colui che ti vende i numeri per il lotto o che ti predice il futuro. Poi ci sono i gruppi che predicono continuamente la fine del mondo: prima del duemila andavano molto di moda, adesso sono in ribasso. In realtà, vivendo in questa maniera, rischiamo veramente grosso, ma non ci vuole mica tanto a capirlo, basta vedere come consumiamo e come inquiniamo!

Quante persone vengono a chiederti: "Che cosa devo fare?". È un modo velato per dire: "Risolvimi tu i miei problemi!". "E lo chiedi a me? È già difficile capire cosa devo fare nella mia come faccio a dirti cosa devi fare nella tua? Che ne so io della tua vita? È la tua vita, non la mia. Sono i tuoi problemi che vogliono la tua attenzione e la tua cura. Non ho risposte per te; se qualcosa ho, ho solo cammini, strade su cui tu, e non io, puoi viaggiare".

Non piace molto questa risposta! La gente vuole risolvere i problemi, ma non essere coinvolta perché è faticoso; che non ci sia da mettersi in gioco; che non ci sia cambiare. Non ha tempo per queste cose!

Ci piacerebbe, - vero! - che ci fosse la medicina che risolve la depressione, ma non c'è.

Ci piacerebbe che ci fosse la preghiera che ci desse l'illuminazione ogni volta che ne abbiamo bisogno!

Ci piacerebbe che ci fosse il decalogo dell'amore, per cui imparato a memoria, saremmo a posto! Ci piacerebbe che qualcuno ci desse il consiglio giusto e utile per risolvere il problema relazionale con il marito, quello educativo con il figlio e visto che ci siamo anche quello con l'amica!

Ma non c'è. E, invece, purtroppo ci sono alcune persone che credono di aver le risposte per tutto! La gente ha fame di ricette semplici. Ma non esistono.

Un giorno il mio padre spirituale mi disse: "Se il problema è avvenuto in te la soluzione non può che nascere da te. Quindi non cercarla in me e non delegarmela. Da dove viene la domanda viene anche la risposta".

Giovanni Battista, infatti, non dà soluzioni. Sembrano risposte pratiche, cose da fare, concrete, ma la risposta è molto più profonda. Giovanni non dice: "Fai questo o fai quello". Dice: "Guarda dentro alla tua vita. Lì devi trovare ciò che è bene per te, ciò di cui hai bisogno".

Una donna non riesce a rapportarsi con i suoi figli adolescenti. Lei è insicura e quando uno dei suoi figli la sfida un po', la controbatte o le si contrappone, lei va in ansia. Allora inizia ad urlare come un'isterica e a dire: "E' questo il ringraziamento per tua madre?"; "Non parlarmi in questo modo altezzoso; non alzare la voce con me! (ed è solo lei che alza la voce!)". Per almeno una settimana poi è meglio starle alla larga.

"Cosa dice, padre, mi fa bene se faccio un po' di acqua gym?". "Ma sì che ti fa bene, ma cosa c'entra con i tuoi figli? Cosa c'entra con il problema di comunicazione che tu hai con i tuoi figli?".

"Mi sento vuoto e insoddisfatto". "Da quanto tempo si sente così?". "Da almeno un paio d'anni". "Uhm, capisco!". "Sa, penso che mi ci voglia proprio un bel viaggio". Non ti fa male, ma cosa c'entra con il vuoto che hai dentro.

Un uomo mi ha detto: "Padre non vado d'accordo con mia moglie. Che preghiera devo dire?". "Ma che c'entra la preghiera? Devi parlarle, devi aprirti con lei, dovete dirvi quello che avete dentro".

Una suora sente un fuoco di passione che le brucia dentro per Gesù. Bene! Chiede: "Che cosa devo fare?". Portalo e vivilo lì dove sei, nella tua situazione. Porta il fuoco di Gesù nella tua comunità e con le tue sorelle; invece di pensare a cambiare il mondo, inizia dal tuo ordine, meglio ancora dal tuo convento.

Alcune persone vogliono "fare" non per vivere meglio, per crescere, per amare di più, ma per sentirsi solo più brave (quanto in colpa si dovranno sentire dentro!?).

Che cosa devo fare? Guarda nella tua vita. Parla con tua moglie; fai trenta minuti di silenzio assoluto; sii onesto nel tuo lavoro; accorgiti della tua invidia e riconoscila; tira fuori i tuoi scheletri dentro, ecc.

Cioè: dipende da chi sei tu, da cos'hai dentro, da cosa ti vivi dentro.

Dobbiamo fare quello che c'entra con la nostra vita.

Dobbiamo agire sulla nostra vita non fare delle belle azioni.

Dobbiamo cambiare la nostra vita, diventare migliori, più profondi, più capaci di fede, di dare fiducia e di esserne degni, più capaci d'amare, d'ascolto e di vita, non fare la bella azione quotidiana.

Alla gente Giovanni Battista diceva: "Ti accorgi di una cosa? Uno è senza tunica? Ne hai due; dagliene una!".

"Ti accorgi che tuo figlio è triste? Qui devi agire.

Ti accorgi di essere triste? Qui devi agire.

Vedi che non si parla tanto in famiglia? Qui devi agire.

Ti senti insoddisfatto? Qui devi agire.

Ti accorgi che non riesci mai a non pensare e che la tua testa è un frullatore? Qui devi agire. Tutto il mondo ce l'ha con te (così ti pare!)? Qui devi agire".

Siamo all'imbrunire, sotto un lampione in una piazza, e un uomo sta cercando una chiave. Passano alcune persone e vedendo l'uomo in ricerca lo aiutano. Ma la chiave non si trova. Dopo un po' uno chiede: "Senta mi dica con esattezza dove l'ha persa?". "L'ho persa in quella via lì che porta a questa piazza". "Ma non starà mica scherzando: è venti minuti che cerchiamo qui in piazza la sua chiave e lei l'ha persa in quella via là!". "Sa, quella via è buia, qui invece c'è la luce dei lampioni".

Assurdo… se non fosse vero per molte delle nostre questioni. Bisogna lavorare e agire dove c'è il problema non altrove!

Vanno da Giovanni anche i pubblicani, gente che trafficava con i soldi, che poteva intascare molto e bene. "Che dobbiamo fare? Dobbiamo fare un'offerta? Dobbiamo diventare monaci?". "No, voi trafficate con i soldi, quindi siate leali con i soldi; siate onesti; non fate gli strozzini e gli usurai. Non vendete la vostra anima, ma neanche le amicizie, i rapporti o ciò che avete di caro per i soldi. È dentro la tua vita che devi cambiare, è qui che devi agire".

Ti accorgi che i soldi prendono quasi tutti i tuoi pensieri? Qui devi agire perché è pericoloso. Ti accorgi che quando si tratta di soldi non guardi in faccia nessuno? Qui devi agire, non fare altre cose. Ti accorgi che misuri le persone su quanto possiedono? Qui devi agire. Ti accorgi che sei di quelli che "per niente, niente"? Qui devi agire.

Poi vengono i militari, gente senza scrupoli, gente che con la forza otteneva ciò che voleva: "Maestro che dobbiamo fare?".

E Giovanni: "Non abusate del vostro potere, della vostra forza e del vostro ruolo. Non estorcete a nessuno, mai niente con violenza".

Alcuni allenatori sportivi sono dei soldati, dei militari: duri, sprezzanti della persona; ciò che conta è vincere, arrivare, essere primi.

Alcuni genitori sono dei militari: impongono un regime severo, rigoroso, senza gioia né giocosità ai figli: "Non mettere in disordine; guarda che ho appena pulito; non pensi alla mamma che lavora tutto il giorno per sistemare la casa e tu sporchi sempre?; non metterti le mani su per il naso; quando c'è gente non si gioca, non si urla e ci si comporta bene; non cantare; non ridere troppo; ecc". Una donna a sua figlia: "Il riso abbonda nella bocca degli stolti". Vi ricordate la signora Rottermayer in Heidi…!

Alcuni mariti sono dei militari: controllano le loro donne, le vogliono sempre disponibili, ai loro comandi e ubbidienti. C'è un uomo che dice che le donne devono stare sottomesse ai loro mariti. E dice: "C'è scritto nella Bibbia!". Il che è vero, ma come tutte le cose vanno contestualizzate... perché nella Bibbia c'è anche scritto che Dio non esiste!

Alcuni preti sembrano ancora dei duci, dei dittatori; sono dispotici, severi e onnipotenti. Un parroco dice: "La chiesa non è mica democratica!" e così fa quello che vuole. Un altro ascolta il suo consiglio pastorale, lo interpella e poi dice: "Il consiglio pastorale è solo consultivo". E allora se non vuoi aiuti, non convocarlo neppure!

Se ti accorgi di essere duro, rigido, severo, un militare, qui devi agire. È inutile che tu vada a fare il buono chissà dove o dire la preghierina al Santo: qui devi agire, nella tua vita, perché saremo giudicati per la nostra vita, per le nostre relazioni, per l'amore che abbiamo riversato con le persone che noi abbiamo scelto o che la vita ci ha messo vicino.

Nelle nostre case, come in molti altri luoghi pubblici e privati, esiste la violenza psicologica, il mobbing, pressioni di ogni tipo, ricatti. Qui si deve agire. Nelle nostre case esiste ancora la violenza fisica, quella educativa e quella coniugale. Qui si deve agire. Alcune di queste persone si dicono molto religiose e osservanti, ma è chiaro che è solo una bella maschera. È chiaro che è molto più semplice, per Natale, fare il presepio e andare a messa di mezzanotte. È chiaro che è molto più semplice fare dei buoni pensieri sulla pace del mondo e che tutti siano felici, ma non è questo Natale. Natale è fare ciò che si deve fare e non dell'altro.

Se è la tua camera ad essere in disordine, è quella che devi sistemare.Se hai un insufficienza in una materia, è quella che devi studiare, non le altre.

Il ventilabro è un setaccio: la pula viene bruciata e il frumento raccolto. È una frase dura, che incute paura e timore.

Noi non dobbiamo avere paura di Dio. Ma dobbiamo sapere, però, che tiriamo le conseguenze delle nostre azioni. Dio non ci punisce mai; siamo noi stessi che a volte ci creiamo certi inferni, conseguenza di ciò che facciamo. Dio non punisce mai nessuno; siamo noi che ci puniamo da soli con certi modi di vivere.

Se tu fai così ne avrà colà. Se l'albero è buono, i frutti, in genere, sono buoni. Ma l'albero cattivo non può dare frutti buoni.

C'è un padre che bestemmia, comanda e se i figli, quando erano piccoli, tentavano di controbattere, lui si imponeva con la violenza verbale e se non bastava anche con quella fisica. Il figlio adolescente adesso fa quello che vuole; è pieno di rabbia ed è ingestibile. "Com'è possibile - dice il padre - che mio figlio sia così?". Ma dai!

Un uomo è irritante con tutti: deve sempre avere ragione, deve essere sempre il migliore o il più brillante in ogni situazione, è sempre in mostra; è veramente intelligente, ma te lo fa sempre pesare. Chiaramente nessuno riesce a stargli vicino. Lui dice: "Com'è dura la vita con me". Macché dura: sei tu ad essere duro! Tu non vuoi cambiare e metterti in gioco neanche un minimo.

Ad alcune persone puoi prevedere la vita: nessuna preveggenza, è solo ovvio.

Anni fa dissi ad un uomo: "Secondo me tua moglie se ne andrà di casa". E lo fece per davvero. D'altronde lui era un muro di gomma, chiusissimo, sempre sopra il suo computer, mentre lei era bella, piena di creatività e intelligente. Lui se la prese con me tanto che rischiai di prenderle perché, diceva lui, "ero stato io che avevo montato la testa a sua moglie".

Una donna ha lasciato il suo precedente partner e ora ne ha un altro. Ma è facile prevedere come finirà perché lei non ha imparato niente dalla esperienza precedente.

A qualcuno potresti dire che malattia avrà: non è una maledizione, è solo un'ovvia conseguenza di come vive.

Se tu rimani nella superficie della tua vita vivrai senza saperlo; vivrai senza comprendere le grandi leggi della vita; vivrai senza renderti conto di come sia tu a dirigere la tua vita, non altri.

Il Battista battezzava con acqua: era il desiderio della gente di cambiare vita. Il vero battesimo, però, è quello di fuoco. Il vero battesimo, quello del Cristo, della Vita è nient'altro che conquistare la propria anima, la propria parte divina o spirituale.

È un battesimo di fuoco perché riscalda la vita, le dà passione, energia; è la forza per andare avanti. È un battesimo di fuoco perché illumina il tuo mondo interiore; ti fa vedere e ti fa capire. È un battesimo di fuoco perché brucia le illusioni che ti sei costruito e ti fa vedere ciò che sono realmente: niente.

Adamo dovette dare un nome a tutti i suoi animali interiori (tutto ciò che aveva dentro). Noè dovette salvare i suoi animali interiori dal pericolo dell'acqua, dell'inconsapevolezza. Abramo dovette fare un lungo viaggio per raggiungersi, per conquistare la totalità di sé. I patriarchi si dovettero sposare: dovettero "sposare", integrare l'altra parte di sé, fare le nozze interiori. Mosè dovette fuggire dalla sua schiavitù e attraversare il suo deserto per giungere alla sua libertà. Tobia dovette fare un lungo viaggio notturno per poter tornare alla luce. Giobbe dovette confrontarsi con tutte le voci interiori della sua anima. Gesù dovette confrontarsi con i propri demoni interiori nel deserto per poter poi andare e predicare.

Il battesimo di fuoco, allora, è portare alla luce, far nascere, la forza che ti abita dentro, la vita grande e piena che ti scorre nelle vene, il Dio che dorme e che aspetta di essere risvegliato per diventare il Signore della tua vita.

Questo è il grande sacrificio dell'uomo: sacri-ficio, vuol dire fare il sacro. La grande opera dell'uomo è trasformare una vita materiale, esterna, vuota, in vita dello spirito, piena e vera.

È davvero un sacrificio, cioè un fare sacro, trasformare noi stessi, giorno dopo giorno. È un opera che vuole tutto il nostro coinvolgimento, tutta la nostra attenzione e la nostra cura.

È un'opera di luce, dove si porta a galla, si fa vivere ciò che è sommerso dalle acque del buio, della notte, dell'inconsapevolezza, dell'inconscio, dell'oblio. È un portare alla luce pieno di morti, resurrezioni, passaggi difficili, momenti di sconforto, desiderio di tornare indietro.

È l'opera sacra a cui tutti noi siamo chiamati.

Non a caso qareban, "sacrificio" in ebraico è inseparabile da "cuore" qereb e da qarob "il nucleo dell'essere".

Il grande sacri-ficio, l'opera sacra per tutti noi, il battesimo di fuoco, è il raggiungere l'essenza del nostro essere, il centro del nostro mondo personale, che è anche punto d'unione con Dio e con ogni essere.

Nell'acqua siamo nati ma è solo nel fuoco che cresceremo. Dobbiamo essere puri-ficati (lett. purificare vuol dire passare al fuoco), setacciati, perché possa emergere chi siamo veramente e ciò che possiamo essere. Questo, per il vangelo, è nascere.

don Marco Pedron

 

Il Signore viene: rallegratevi!

E noi che dobbiamo fare?

C'è una domanda che rimbalza pari pari per ben tre volte nel giro dei pochi versetti di questo vangelo: "Che dobbiamo fare?". È una domanda che registriamo tante volte dentro e fuori di noi, quando l'angoscia ci annebbia la vista e ci fa perdere la strada, e allora ci chiediamo smarriti: ma, insomma, che dobbiamo fare? Altre volte questa domanda assume il tono di una ricerca aperta e disponibile: pensiamo, per esempio, a due giovani che decidono di intraprendere il cammino dell'amore che li porterà al matrimonio cristiano e si domandano sinceramente e generosamente: e adesso che dobbiamo fare? Forse, più spesso, questa stessa domanda risuona nelle nostre famiglie e diventa l'esternazione di un disagio nel dialogo tra le generazioni. I giovani di una volta rischiavano una vita piena di precetti, costretta da norme rigide e inflessibili. Per ogni problema c'era una regola, per ogni situazione era già scritto quello che si doveva fare. Esagerando un po', forse si potrebbe dire che un tempo si correva il pericolo di vivere una disciplina senza amore; i giovani di oggi rischiano il contrario. E i genitori si domandano angustiati: che cosa dobbiamo fare ancora con questi figli?

1. Che cosa dobbiamo fare? Lo chiedono al Battista le folle, indistintamente; lo domandano i pubblicani, gli odiatissimi esattori delle tasse; e infine, anche i soldati.

La risposta di Giovanni alla prima domanda è nella linea della condivisione del cibo e del vestito: "Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto". Ai pubblicani Giovanni raccomanda, nel riscuotere le tasse, di non estorcere neanche un soldo in più. Ai soldati, oltre questo, il Battista domanda la sobrietà: "contentatevi delle vostre paghe".

Tre risposte per un identico programma di vita, fatto di doveri elementari, di impegni semplici e pratici, di comportamenti possibili per le situazioni particolari delle diverse categorie di persone. Sembra addirittura una morale del minimo, e in effetti un po' lo è, almeno se la si misura con quella, ben più alta ed esigente, che richiederà Gesù dai suoi discepoli (Lc 6,29; 12,33). Eppure la risposta di Giovanni non verrà oscurata da quella del Nazareno, ma conserva ancora oggi la sua attualità e si segnala proprio per il suo carattere basilare e quanto mai concreto. Del resto, siamo proprio sicuri che essa non ci riguardi? Ad esempio, prima di vedere quanto del nostro denaro dobbiamo dare in beneficenza, possiamo dire di avere assolto al nostro dovere di pagare le tasse?

Che cosa dobbiamo fare? Questa domanda sta molto a cuore all'evangelista Luca, il quale la riporta anche all'inizio del suo secondo volume, al termine del grande discorso tenuto da Pietro il giorno di Pentecoste, quando i presenti, all'udire il messaggio del capo degli apostoli, si sentirono trafiggere il cuore e chiesero a Pietro e agli altri apostoli: "Che cosa dobbiamo fare, fratelli?". La risposta di Pietro è analoga a quella del Precursore: occorre convertirsi e farsi battezzare (cfr. At. 2,37 - 38). L'appello alla conversione è pertanto il messaggio perenne della Chiesa.

2. Che cosa dobbiamo fare? Questa domanda la sentiamo nostra, e ritorna puntuale negli incroci della vita. La risposta che spesso ci sentiamo cantilenare in tutti i toni dalle varie "emittenti" pubbliche e private - non solo della TV, ovviamente - è fatta di ricette tutte condite con i verbi del narcisismo dilagante: sistemarsi, realizzarsi, arrangiarsi, divertirsi. Ma queste formule spacciate come miracolose danno poi la felicità che promettono?

La liturgia di oggi ci ripete con le parole spicce e secche del Battista: occorre convertirsi, bisogna cambiare direzione di marcia, è urgente intraprendere la strada della giustizia, della solidarietà, della sobrietà: sono i "fondamentali" della vita, i valori imprescindibili e i doveri irrinunciabili di una esistenza che voglia dirsi ed essere genuinamente umana, e costituiscono l'indispensabile preparazione al vangelo, l'introduzione a quel rinnovamento capitale, quale sarà portato a compimento da Cristo Signore.

Come diventerebbe il mondo se chi ha due vestiti ne desse uno a chi non ne ha? Ecco, ci grida Giovanni: comincia con il trattare il prossimo come un fratello: ha freddo anche lui come te, dagli uno dei tuoi due cappotti; non fargli violenza, come non vuoi sia fatta a te; non pensare solo a te e ai tuoi bisogni, anzi metti l'altro sempre prima di te. Prima della tua, metti la sua pace, e troverai anche tu la tua. Non dire mai, come Caino: sono forse io il custode di mio fratello?

Ma fare giustizia soltanto, al cristiano, non basta, come non basta il solo impegno per la promozione umana: quando avremo fatto uguaglianza tra i pochi che hanno troppo e i molti che hanno troppo poco, non avremo ancora realizzato la "giustizia superiore" a quella degli scribi e dei farisei, come Gesù esigerà dai suoi discepoli. Solo allora il Signore potrà far sorgere un mondo nuovo, sulle macerie di quello vecchio.

3. Convertitevi! È il primo verbo della buona novella annunciata da Giovanni. E oggi la liturgia di questa terza domenica di Avvento ci aiuta a riscoprire una dimensione particolare della conversione, che per un verso ne è misura imparziale e sicura, per l'altro ne è frutto saporoso e immancabile: è la gioia. "Gioisci, figlia di Sion!", abbiamo ascoltato nella 1ª lettura, tratta dal libro di Sofonia, un appassionato invito alla fiducia e alla letizia; poi, al salmo responsoriale abbiamo ripetuto: "Alleluia: viene in mezzo a noi il Dio della gioia". E abbiamo ascoltato anche l'appello insistito di Paolo: "Rallegratevi nel Signore, sempre, rallegratevi!".

Oggi ci vuole un bel coraggio a parlare di gioia: il mondo è assillato da tanti problemi, il futuro talmente gravato da tante incognite da ridurre il presente a incubazione della paura. Eppure rimane vero quanto affermava Chesterton: la gioia è "il segreto gigantesco del cristiano".

I brani della parola del Signore oggi ci aiutano a cogliere la radice segreta della gioia e insieme la sua linfa vitale. La radice è data dalla certezza irrefragabile: il Signore viene, il Signore è vicino, il Signore è in mezzo a te, Gerusalemme. E quando il Signore si rende presente, la gioia fiorisce come d'incanto. Noi non siamo nella gioia perché le cose ci vanno bene, ma perché Dio Padre ci vuole bene, e il segno inconfutabile di questo amore è che ci manda il suo bene più caro, il suo proprio Figlio Gesù. Non ne risulta certo l'invito a una gioia spensierata e facilona: c'è nello stesso tempo, come abbiamo visto, un appello accorato alla conversione, che non avviene mai senza dolorose amputazioni. Ma non è la croce per la croce: è la croce per la vita. È il travaglio del parto, non il rantolo dell'agonia.

E paradossalmente è proprio la resistenza nella prova, sopportata con fede, la linfa della gioia. A un mondo che confonde la felicità con il piacere, la fede non ha paura di annunciare che anche nella prova è possibile la perfetta letizia. Il piacere - parliamo ovviamente di quello egoistico - è un magro surrogato che non ha mai appagato il cuore di nessuno, e anzi, quando viene perseguito per se stesso, inevitabilmente diventa droga che produce qualche breve brivido di euforia e poi fa sprofondare nelle sabbie mobili dell'angoscia.

Coraggio, ci dice oggi la liturgia: ecco, viene in mezzo a noi il Dio della gioia!

mons. Francesco Lambiasi - Il pane della domenica

 

Che cosa dobbiamo fare?

Giovanni il Battista è l'uomo dell'Avvento, l'uomo che ci insegna a vivere l'attesa di Cristo in ogni tempo. Egli, con la sua vita, provoca nella gente una domanda: che dobbiamo fare? È la missione di ogni cristiano: provocare domande, suscitare interrogativi per aprire le porte a Cristo. Di fronte ai grandi problemi del mondo e della chiesa, nella mia città e nella mia famiglia anch'io mi domando spesso: cosa devo fare? Per mezzo di Giovanni, il Signore ci dà una risposta precisa. Non ci chiede di fare miracoli, ma di spendere la vita in modo diverso così da essere, ogni giorno, grano per il pane e non pula per il forno. Non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di fare le cose ordinarie in modo straordinario.

"Che cosa dobbiamo fare"? Fu la domanda delle folle a Giovanni. Giovanni ha risposto in modo meraviglioso: "date". Il primo verbo di un mondo nuovo: "dare". In tutto il vangelo il verbo amare si traduce con il verbo dare (non c'è amore più grande che dare la vita; chiunque avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca...; c'è più gioia nel dare che nel ricevere...). E' la legge della vita: per stare bene l'uomo deve dare. Giovanni che non possiede nemmeno una veste, risponde, con la vita e con le parole: chi ha due vesti ne dia uno a chi non ce l'ha. Colui che si nutre di quasi nulla, cavallette e miele selvatico, risponde: chi ha da mangiare ne dia a chi non ne ha.

Quindi non conta solo ciò che fai ma conta soprattutto come lo fai. Là dove sei chiamato a vivere, nell'umile quotidiano, lì devi essere uomo di giustizia e di comunione. (E. Hermes).

Giovanni Battista ha reso testimonianza a Gesù fin dal momento del loro primo incontro, quando ha sussultato nel grembo di sua madre Elisabetta. Poi ha pagato con la vita il suo essere testimone di Gesù. Niente lo ha fermato: né le minacce dei suoi nemici, né la venerazione dei suoi seguaci.

Che cosa dobbiamo fare è la domanda che sorge nel nostro cuore quando ci guardiamo dentro. Ma il mondo ci risponde: sistemati, lavora, guadagna, riposati, lasciati andare.... Ma saranno cose davvero capaci di riempire il nostro cure? Sapranno darci la gioia? Giovanni ci invita se volete che il vostro cuore si riempi di gioia, condividete ciò che avete con chi non ha, non rubate, non siate violenti....

Come Giovanni tu sei una voce, un riflesso; anche tu sei il "precursore" di Colui che viene. Egli vuole raggiungere ogni uomo anche attraverso la tua voce. Fa', o Signore, che io possa diventare un persona nuova che sappia condividere con gli altri e vivere per accogliere e donare Gesù al mondo.

LaParrocchia.it

 

In questa terza domenica di Avvento la pagina di vangelo che la chiesa ci propone pone l'accento ancora sulla figura di Giovanni il Battezzatore che abbiamo visto essere uno che accoglie su di sé la Parola che Dio gli rivolge, indicare il deserto come luogo per un discernimento efficace, dare voce a Dio. Oggi da una parte emerge come colui che in modo ancora non compiuto indica la strada su cui incamminarci: alle folle non predica la rinuncia radicale (come ha fatto Gesù con alcuni), ma invita alla condivisione, ai pubblicani non propone il cambiamento di mestiere (come ha fatto Gesù con Levi) ma li esorta ad esercitarlo con onestà e i soldati non vengono biasimati per la loro professione, ma vengono invitati ad evitare la violenza. Dall'altra parte emerge, come ama definirlo don Angelo Casati come il dirottatore, ovvero come colui che indica un altro, come colui che ti porta ad un Altro, come colui che vuole distogliere l'attenzione da sé per indirizzarla verso Gesù. Mi piace questo aspetto del battista: guardate che io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me. Tutto sommato sarebbe stato semplice per Giovanni dire: Sono io il Messia, l'atteso. Sarebbe stato facile perché aveva anche i conti in regola per farlo: una nascita in certo modo straordinaria, un padre sacerdote, che ha ricevuto la visita dell'angelo addirittura nel tempio (mica in un luogo qualsiasi), nell'ora in cui stava facendo l'offerta dell'incenso (mica un'ora qualsiasi), mentre tutto il popolo è fuori che prega. Ora avvenne che mentre egli prestava il servizio sacerdotale nel turno della sua classe davanti a Dio, gli toccò in sorte di bruciare l'incenso, entrando nel santuario del Signore e tutta la moltitudine del popolo stava pregando fuori. Ora, apparve a lui un angelo del Signore... Cosa posso imparare dal Battista? Consapevolezza di sé e desiderio di dare direzione ed orientamento alla vita delle persone, perché la vita trovi pienezza e compimento.

Che dobbiamo fare? E' la domanda ripetuta per tre volte nella pagina lucana che abbiamo ascoltato, alla quale Giovanni Battista risponde chiedendo anzitutto un cambiamento concreto nella propria vita. Le indicazioni che lui dà alle folle, ai pubblicani, ai soldati possono essere considerate come un vero e proprio cammino di conversione personale: condividere, non pretendere, non esigere, non abusare, non essere violenti...

Condividere, cioè, (come scrive E. Bianchi), esistere con l'altro, perché l'altro non è da guardare, da raggiungere solo nel proprio bisogno. Credo che la richiesta del Battista vada oltre una carità soltanto materiale, perché se condividiamo solo ciò che abbiamo esercitiamo, su chi ha meno di noi, una certa forma di superiorità. Il condividere non riguarda soltanto ciò che si ha, ma anche e soprattutto il ciò che si è e questo per non restare distanti, esterni... questo per mescolarsi con l'altro, con la sua vita, e perché l'altro si possa mescolare con noi. Il condividere è per poter veramente incontrare l'altro. Sento che la radice della gratuità sta proprio qui, nel condividere ciò che si è, altrimenti l'altro lo facciamo prigioniero e lo teniamo legato a noi.

Non pretendere, non esigere, cioè non farla da padroni, non porsi nei confronti dell'altro con un potere, non porsi nei confronti dell'altro mettendosi al centro. Alle volte pensiamo che tutto ci è dovuto, attenzioni, obbedienza, amore, affetto, tempo, energie. Il pretendere lo sento come il contrario del servire, come il contrario del vivere in modo gratuito.

Ciò che mi piace della proposta del Battista è questo: non chiede gesti radicali come farà Gesù, non chiede di dare tutto ciò che si ha, non chiede di lasciare tutto e di seguirLo, ma resta su di un livello per così dire: umano. Certamente viene chiesta una conversione, un cambiamento, ma questo non ha nulla di direttamente religioso. Si tratta di assumere la propria umanità e quella degli altri, di addomesticare i propri appetiti, di assumere i propri limiti e di avere come misura della propria libertà la libertà degli altri. (E. Bianchi) In questo senso la sento una proposta per tutti, a prescindere dal cammino di fede che una persona può aver fatto o non fatto.

La terza domenica di Avvento è la domenica della gioia... tanti riferimenti alla gioia nella liturgia e nelle Scritture che oggi ci vengono consegnate. La prima lettura in modo particolare ci chiede di gioire perché il Signore è in mezzo a noi... sento qui la conferma di quanto prima vi accennavo, della necessità cioè di condividere quello che siamo per mescolarci con i fratelli e le sorelle che Dio pone sul nostro cammino. E' in mezzo a noi il Signore, non perché sta al centro e noi intorno, ma è in mezzo a noi (e questo penso che sia il Natale) perché si è impastato della nostra umanità condividendo con noi tutto ma proprio tutto ciò che Lui è.

don Maurizio Prandi

 

Cosa devo fare?

Che il Natale si stia velocemente avvicinando forse lo vediamo dallo sfarzo con cui il mondo lo prepara, 'alla sua maniera', illuminando le vie di 'stelle', con negozi che sembrano dare l'idea che la felicità sia nelle 'cose', o doni. Tutte vanità che poco aiutano a capire il grande Dono che Dio ci sta facendo: il Suo Figlio Unigenito, Gesù.

È Lui il vero e solo Dono di cui l'uomo, ogni uomo, ha bisogno...anche se non lo sa o non vuole ammetterlo. Il resto è cornice di festa che può fermarsi lì, senza farci salire di un palmo verso le stelle che fanno corona al Dio tra noi e con noi.

La Chiesa, invece, sollecita a essere lieti, perché Gesù è vicino. Così infatti scrive Paolo ai Filippesi: "Fratelli, rallegratevi nel Signore, ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti: e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo" (Fil 4,4 - 7).

Una volta, questa domenica era detta: "Laetare!", ossia 'Gioite!': 'Fatevi riempire di gioia perché Dio è vicino'.

Se riflettiamo bene, e vi invito a farlo, la nostra vita assomiglia tanto a un tempo di attesa, o avvento: attesa che Dio si faccia vicino a noi e ci tolga dalla tristezza che ci avvolge e che, a volte, tentiamo di soffocare, affidandoci forse a quanto non ha cuore, ossia alle cose che hanno solo 'l'apparente splendore dell'oro'. Per cui c'è davvero un Natale necessario per tutti, sempre che trovi in noi posto nella 'nostra grotta', lontana dal chiasso del mondo.

Diciamoci la verità: siamo davvero stanchi di feste che non sono feste; stanchi di correre dietro a mode che sono illusioni di poco tempo; stanchi forse del vuoto che c'è in noi o della pesantezza delle nostre colpe; stanchi di non sapere se qualcuno davvero esiste, in cui porre fiducia. Ma non sappiamo come scrollarci di dosso questa stanchezza, che può diventare pericoloso cancro dell'anima, quando questa ha bisogno di quella pienezza di salute che solo Dio può dare.

Mi scrive un coraggioso giovane: "Mi capita di frequentare e confrontarmi con giovani di varie parrocchie e, spesso, anche con giovani che non le frequentano proprio, ma mi accorgo che ovunque la sete e la fame di Dio è tanta... Tutti ci attendiamo risposte da Dio e non ci diamo pace, perché non vediamo o non vogliamo vedere. Nonostante la ricerca di Dio nei giovani sia costante, in ognuno di noi, singolarmente, spesso è come se esistesse un muro tra noi e Dio. Ma questo muro può essere abbattuto e credo si possa realmente amare Dio come Padre e come Madre, riconoscendo in ogni piccolo gesto, che viene donato al più piccolo fratello, quell'amore gratuito e infinito, che un Padre ed una Madre possono donare. Siamo stanchi di vedere anche preti, suore, gente di Dio correre dietro al lusso del mondo, creando quella velenosa opinione che essere preti sia un buon mestiere. I giovani cercano testimoni, gente controcorrente, che mostri chi è Gesù. Siamo stanchi di vedere la gente soffrire nella disperazione della ricerca di un lavoro dignitoso dove ogni diritto viene riconosciuto e che invece viene puntualmente lasciata da sola a lottare contro questo pessimo sistema del mondo del lavoro e magari senza una parola di conforto. Siamo stanchi di sentirci avviliti e lasciati soli nei nostri guai. Come dice un vecchio proverbio: 'mal comune mezzo gaudio'; è proprio questo che vorremmo dagli uomini di chiesa, che sappiano scendere nell'animo di quel fratello che in quel momento ha bisogno e sappiano realmente condividere lo stato d'animo di quella sofferenza e fargli capire con le parole e con mille gesti, che dicano NON SEI SOLO!

Insomma è dall'esempio che può nascere un vero legame tra il giovane e la Chiesa e quindi Dio. Questo è il solo 'pane spezzato' di cui noi giovani abbiamo bisogno: persone che ci rincorrano per strada a fermarci se stiamo prendendo una strada sbagliata; persone che ci siano di conforto costantemente quando una disgrazia ci colpisce, riuscendo ad immedesimarsi e a vederci realmente come dei fratelli, perché ai fratelli non si dà il contentino della parola ad effetto e poi lo si manda a casa, ma un fratello non lo lasci un istante e ti preoccupa, anche se semplicemente non riesci a prendere sonno, per il dramma che vive".

Non posso che ringraziare questo giovane che mi scrive e che parla a nome di tutti i giovani. È bello raccogliere e fare proprio lo sfogo.

Per entrare in questo spirito di attesa, per 'cambiarci dentro' ed essere testimoni, come chiede il giovane, ci aiuta oggi l'evangelista Luca: "Le folle interrogavano Giovanni: che cosa dobbiamo fare? Rispondeva: chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli dissero: Maestro, che dobbiamo fare? Ed egli disse: non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato. Lo interrogavano anche alcuni soldati: e noi che dobbiamo fare? Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe. Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali. Costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio, ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile. Con molte esortazioni annunziava al popolo la Buona Novella" (Lc 3,10 - 18).

Una esortazione anche per noi ad uscire dal chiasso della vita e recarci 'nel deserto', luogo di riflessione, di confronto con la Parola, e quindi di esame di noi stessi con sincerità. È un grande dono arrivare a chiederci: E io che devo fare?. Una domanda che credo ci poniamo tutti, ma proprio tutti, oggi, quando sentiamo il bisogno di trovare la luce, e quindi di capire, udire, sentire l'amore del Padre che ci sta cercando. Questo è il vero dono del Natale di Gesù.

Ma ci sono tanti atteggiamenti da cambiare. Un buon segno sulla ricerca di un cambiamento è quella, non tanto strana, richiesta di solidarietà verso chi è solo e cerca da noi amore e aiuto. È davvero forte l'eco della solidarietà oggi. Che non sia la strada buona che ci conduce a Betlemme?

D'altra parte, come si fa a rimanere insensibili alle tante voci di fratelli che non hanno più voce e non conoscono la gioia della vita, perché senza colpa sono condannati a morire di fame o a vivere un'esistenza che tale non è?

Ogni volta, vi confesso, sento parlare di Africa o delle 'tante afriche' che sono anche nelle nostre città, mi assale l'angoscia di non avere la possibilità di dare una risposta a tutti. Ed è come assistere a un pericoloso 'sbarramento nell'egoismo' di troppi, che pure si dicono cristiani, ma non sono disposti a 'recarsi nel freddo' e chiedere a Giovanni Battista: 'Cosa devo fare?'.

Cosa ci risponderebbe per diventare degni di 'fare Natale'? Bisogna non fermarsi ad un momentaneo e fugace sentimento di pietà, ma condividere. Forse ci vuole il coraggio della fede e della carità. Non si può conoscere e creare speranza senza queste due sorelle: fede e carità.

Facciamoci prendere dalle parole del giovane, che ho citato sopra: 'siamo stanchi di parole'. Un giorno scrissi, in un momento di sconforto, poiché non riuscivo ad avere braccia che arrivassero a tutti, una preghiera che vi offro: "Signore, questa sera non ho più voce, se non per dirti parole vuote. Insegnami a pregare ed amare. Signore, non so più, in questo mondo pieno di voci che tradiscono, trovare la voce che giunge a Te. Insegnami a pregare. Signore, a volte non prego neanche più, perché quasi non so più che Tu sei vicino a me. Insegnami a pregare. Signore, ora ti sto gridando che la vita mia e di tanti è vuota di senso e, a volte, non vogliamo neppure riflettere che il vero senso della vita sei Tu, Signore. Signore, insegnami a pregare. Signore, ci rimproveriamo che siamo incapaci di amare e intanto non ci ricordiamo che ogni vero amore viene da Te, è un dono. Insegnami a pregare. Signore, stasera vorrei fare vedere a tanti che mi si fanno vicini, per dirmi sofferenze e povertà, fratelli e sorelle la cui vita è stata sbagliata, che il mio volto per le lacrime diventa davanti a loro come un grumo di ghiaccio, per il dolore che condivido con loro: ma Tu, Signore, insegnami a pregare.

Signore, vorrei regalare a questi fratelli e sorelle un sorriso che dica: 'Dio ti ama come la pupilla dei Suoi occhi' ed invece ritrovo i miei occhi pieni di lacrime perché non lo so fare. Signore insegnami come si asciugano le lacrime degli uomini, come la Veronica asciugò il Tuo Volto sulla via del Calvario. Il loro ritrovato sorriso sarebbe come il ritrovato Tuo sorriso. Signore, ti prego, insegnami a pregare.

mons. Antonio Riboldi

 

Sei la gioia di Dio!

Affinché il giorno di Natale non ci piombi addosso come una disgrazia, siamo chiamati ad alzare lo sguardo, a non permettere che il nostro cuore si appesantisca a causa delle troppe preoccupazioni, delle dissipazioni, delle ubriachezze.

Dio, stanco di essere male interpretato, scende a raccontarsi e lo fa', al solito, con un percorso nuovo, inatteso, lontano dai nostri schemi.

Non sceglie la disponibilità della moglie dell'Imperatore, ma l'ingenua e solida accoglienza di un'adolescente di Nazareth; la sua Parola non scende sui potenti dell'epoca, ma su Giovanni il Battezzatore che ci invita a preparare il Natale. Non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce, siamo qui a spalancare il cuore affinché egli trovi accoglienza, a liberare il nostro pensiero contorto, a colmare i crateri delle nostre ferite, ad abbassare il delirio di onnipotenza che ci impedisce di incontrare Dio perché egli, da ridere, non sta in alto, ma si abbassa...

Come?

La gente che da Gerusalemme è scesa nei pressi di Gerico per vedere Giovanni il Battezzatore, profeta ardente di passione, resta turbata, scossa. E se avesse ragione lui? Se, sul serio, la vita non fosse quel caos inestricabile che ci dona più fatica che gioia?

Qualcuno, timidamente si avvicina al profeta e chiede: "Che cosa dobbiamo fare?".

"Che cosa dobbiamo fare?" è anche la domanda che sorge nel nostro cuore quando ci guardiamo dentro, quando lasciamo che il silenzio evidenzi, smascheri la nostra sete di felicità e di bene, quando una tragedia ci ridesta alla durezza e alla verità della vita, quando vogliamo preparaci ad un Natale che non resti solleticazione emotiva ma diventi conversione e luce e pace.

"Che cosa dobbiamo fare?" e il mondo ci risponde: "Sistemati, lavora, guadagna, riposati, curati, regalati, lasciati andare, emozionati, sballa...". Ma queste cose saranno davvero capaci di riempire il cuore? E se investissimo tutte le nostre energie nel posto sbagliato? Se – buon Dio – ci accorgessimo alla fine della vita che la strada da imboccare era un'altra? E se il mondo non sapesse – sul serio – darci risposte? E per mascherare questo vuoto lo riempisse di parole?

Giovanni risponde in maniera dolce e sorprendente: consigli spiccioli, all'apparenza banali, ben diversi dai proclami che ci aspetteremmo, dalle scelte radicali che dovrebbe proferire: "condividete, non rubate, non siate violenti..." Tutto lì? Restiamo stupiti, un po' delusi. Giovanni ha terribilmente ragione: dalle cose piccole nasce l'accoglienza. Perché forse anche a voi, come a me, succede di immaginarmi, anche nella fede, capace di improbabili eroismi: partirò in Africa volontario – e intanto non vedo la mia dirimpettaia anziana sola – andrò una settimana in monastero nel silenzio – e intanto non trovo neppure cinque minuti di preghiera al giorno – dedicherò del tempo alla riflessione – e non ho neppure il coraggio di depennare qualche riunione dall'agenda al collasso...

Enormi piccolezze

Giovanni ha ragione, fai bene ciò che sei chiamato a fare, fallo con gioia, fallo con semplicità e diventa profezia, strada pronta per accogliere il Messia. Era normale per i pubblicani rubare, normale per i soldati essere prepotenti, normale per la gente accumulare quel poco che aveva.

Giovanni mostra una storia "altra": sii onesto, non essere prepotente, condividi.

Diventa eroico, anche oggi, essere integerrimi nell'onestà sul lavoro, profetico essere persone miti in un mondo di squali, sconcertante porre gesti di gratuità.

Dio si fa piccolo. Nei piccoli atteggiamenti ne rintracciamo la scia luminosa.

Sarà lui?

La gente è turbata: Giovanni è un uomo buono, mostra loro una strada semplice, dà loro retta... che sia lui il Messia? Ed ecco la notizia: arriva uno più forte che battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Arriva il Cristo, è lui la risposta a cosa dovete fare, è lui colui che brucia dentro, che dà forza. Giovanni ancora non lo conosce eppure il suo cuore pulsa di gioia. Gesù è fuoco, non pia devozione, non bella abitudine, non saggezza da seguire.

Fuoco, fuoco, fuoco che brucia, che inquieta, che scalda, che illumina, che turba nel profondo, che scardina, che riempie. Giovanni già ne assapora la presenza, già ne coglie la statura immensa, inattesa, sconcertante. Eppure lui, il più grande tra i nati da donna, verrà ucciso per il ballo sensuale di un'adolescente, ucciso da un re fantoccio suddito dei propri desideri e del giudizio della gente. Ma è felice, comunque, sin d'ora.

Gioia

Giovanni ha già il cuore colmo di gioia anche se ancora aspetta, anche se ancora non vede. Ma già gioisce. L'annuncio che vi faccio, la "buona novella" in mezzo a tante orribili notizie che ci raggiunge è proprio questa: Dio ti ama e te lo dimostra in Gesù Cristo.

Accogliere Gesù è avere il cuore pieno di gioia. La fede cristiana è anzitutto gioia. Non gioia semplice, sciocca, ingenua. Mediteremo a lungo, fra qualche mese, di come la gioia cristiana sia una tristezza superata, di come sia una gioia conquistata a caro prezzo...

Nel frattempo Paolo dice ai Filippesi e a noi: "Rallegratevi nel Signore sempre!"; aggiunge che la nostra gioia deve essere nota a tutti, cioè che la gente deve pensare ai cristiani come gente serena e piena di luce! Per Paolo, che pure di cose tristi ne subisce e ne vede, la pace che viene da Dio custodisce i nostri cuori.

E se la mia vita è un calvario? Se proprio la sofferenza è la nota dominante della mia vita? Se la depressione o la solitudine hanno minato alla radice il mio buonumore? Perché mai devo essere felice?

La risposta di Sofonia, profeta vissuto nel 640 a.C., è bruciante: "Il Signore tuo Dio... esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore". Sii felice: tu sei la gioia di Dio! Sii felice: Dio ti ama teneramente con il suo amore ed è il suo amore che ti rinnova, ti cambia. Tutta la Bibbia, tutta l'esperienza di Israele prima e della Chiesa poi dice questo: sei amato, il vero volto di Dio è uno sguardo di bene e di amore che ti ricostruisce.

Non è una splendida notizia?

Paolo Curtaz

 

A che serve?

Il dubbio

"Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha"... ma a che serve? A che serve la mia elemosina, la mia adozione a distanza, i dieci biglietti di svariate lotterie di beneficenza che ho comprato o comprerò verso Natale? A che serve, se so già in partenza che in definitiva non risolverà nessun problema, che i poveri resteranno poveri, che per il bambino che ho adottato a distanza ce ne sono dieci che non verranno salvati da nessuno...

Il criterio dell'utilità non è un buon criterio per misurare i gesti di solidarietà che ci vengono chiesti dal Battista, e che suonano tanto attuali, ma anche tanto ingenui. Abbiamo assistito al tramonto delle grandi ideologie, dei grandi progetti di trasformazione del mondo; e forse viviamo la sfiducia anche per i piccoli gesti di solidarietà. Televisione, Internet, giornali ci mettono a contatto con una massa enorme di problemi, che appare senza soluzione, per le nostre risorse limitate. E invochiamo quello che dovrebbe fare qualcun altro: se il Papa vendesse i tesori del Vaticano, e li desse ai poveri, se Bush si mettesse d'accordo con Osama, se i politici fossero più onesti...

Segni di conversione

La prospettiva evangelica è totalmente diversa: siamo nell'ottica della venuta del Signore, della vicinanza del suo Regno, che impone di "preparare la via", di "colmare le valli", di "raddrizzare i sentieri". L'impresa è improba, indubbiamente, ma il re che viene non pretende che uno spiani una montagna da solo: basta che ti trovi al lavoro. E' lui che può spostare le montagne...

Ciò che ci viene richiesto sono "segni di conversione". Che significa appunto uscire dalla nostra visione del mondo utilitaristica, basata sul successo, sul risultato, sull'apparenza, per accogliere la realtà misteriosa e destabilizzante del Regno di Dio. In tal modo l'elemosina, il gesto di solidarietà, il donare qualcosa di sé non solo suppongono una nuova visione del mondo, ma possono diventare annuncio del Vangelo: il Regno di Dio è vicino, quindi vale la pena lottare contro l'ingiustizia, compiere piccoli gesti di carità, accettare la sproporzione tra i la piccolezza dei miei gesti e la vastità dei problemi. Partendo dal poco, fidandosi di Dio, uomini e donne umili hanno fatto grandi cose, tenendo aperta la speranza del Regno.

Che cosa dare oggi?

Un secondo versante di riflessione si apre sul discernimento di quali siano oggi i segni concreti di conversione attraverso la carità. Giovanni presenta qualche esempio: condividere i vestiti, il cibo, dare ciò che si ha in eccesso, o meglio, fare giustizia. Ci sono montagne di vestiti in eccesso, che riempiono i contenitori della Caritas. E' questa la solidarietà di cui passa il Vangelo? Dare ai poveri quello che eventualmente butteremmo nella spazzatura? Il Vangelo di oggi ci insegna a non disprezzare neanche il più piccolo gesto di disponibilità. Ma ci indica anche una via impegnativa: ciò che dobbiamo arrivare a condividere è qualcosa di vitale, a cui teniamo, non solo le briciole del nostro benessere. I poveri del nostro tempo hanno bisogno di competenze, opportunità, possibilità di emergere dalla loro miseria. Le persone sole hanno bisogno di tempo, comprensione, compagnia... mentre il tempo è la cosa che abbiamo meno a disposizione. E le competenze e le opportunità, in un'economia di mercato competitiva e spietata, non sono cose facili da offrire. Eppure a questo ci conduce il Vangelo.

Mestieri estremi

Almeno otto ore al giorno (più spostamenti, straordinari, imprevisti...) sono dedicate al lavoro. Anche se qualitativamente ci sentiamo più noi stessi al di fuori, nelle poche ore trascorse in famiglia, o dedicate al tempo libero, quelle otto ore pesano sulla nostra vita. Spesso (per fortuna non sempre e non per tutti) diventano stress, insoddisfazione, accumulo di rabbia e rancori. Può la Parola di Dio lasciare intatto il nostro lavoro? Il tempo migliore che abbiamo, e a cui dedichiamo la maggior parte della nostra vita?

Di fronte a Giovanni si presentano esattori delle tasse e soldati. Odiati collaboratori dei romani. I mestieri più disprezzati dal popolo. Ma non è richiesto di cambiare mestiere. Semplicemente, di viverlo in maniera onesta e giusta. Sembra poco, e invece è molto. Gli esattori delle tasse devono la loro ricchezza proprio alle percentuali in più intascate. Una tacita convenzione consentiva ai soldati di arrotondare il magro stipendio con il bottino di guerra e con la razzia. L'esattore onesto e il soldato gentile non diventeranno dei poco furbi, agli occhi dei compagni di lavoro? E che cosa diventeremmo noi, se vivessimo il nostro lavoro in maniera più giusta e onesta?

Flash sulla 1º lettura

"Gioisci, Figlia di Sion / Esulta Israele...": l'invito alla gioia da parte del profeta trasborda oltre i limiti storici dell'oracolo, e diventa un invito in ogni epoca ad affidarsi alla salvezza di Dio.

"figlia di Gerusalemme": appellativo per la Città Santa, spesso usato nei testi poetici, soprattutto quando si insiste sulla personificazione femminile della città.

"Il Signore ha revocato la tua condanna / ha disperso il nemico": la salvezza è spesso intesa come perdono del peccato (il male interno al popolo) e dal nemico (il male esterno).

"Re d' Isralele è il Signore in mezo a te, tu non vedrai più la svoentura": la constatazione del fallimento della monarchia fa emergere in Israele il tema della regalità di Dio: Dio stesso si prenderà cura del suo popolo, come un re. E il primo annuncio di Gesù è esattamente su questa linea profetica: "Il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo". Dio stesso sta per intervenire nella Storia. Solo strada facendo si chiarirà che è Gesù stesso colui che rende presente il Regno.

"Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia": costantemente ritorna nel brano l'invito alla gioia e alla speranza. Probabilmente, gli atteggiamenti di cui avevano bisogno gli interlocutori: vista l'insistenza con cui il profeta cerca di scuotere e invitare alla gioia, ce li immaginiamo tristi, rassegnati, ormai senza speranza. Ma tristezza e disperazione sono proprio i mali delle nostre comunità, dei nostri giovani, dei nostri adulti, sempre più a corto di prospettive, sogni orizzonti.

Flash sulla 2º lettura

"Rallegratevi nel Signore, sempre...": dal tono della lettera, non sembra che la comunità di Filippi avesse particolari problemi; anzi, è una delle comunità che maggiormente ha collaborato con l'apostolo. L'invito alla gioia non nasce quindi, probabilmente, dalla contrapposizione ad uno stato d'animo negativo, ma dal desiderio di presentare alcuni tratti fondamentali della maturità cristiana.

"la vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini...": la gioia ha un valore missionario, una dimensione pubblica: tutti devono poterla conoscere.

"Il Signore è vicino...": la motivazione profonda della gioia è la vicinanza di Cristo. Si tratta dunque di una gioia teologica, non psicologica.

"Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti...": l'apostolo indica anche la via concreta per vivere la gioia cristiana nel quotidiano: tutto deve essere presentato a Dio nella preghiera.

"E la pace di Cristo... custodirà i vostri cuori...": pace è l'altro nome della gioia cristiana. Da non confondersi con la comodità, la spensieratezza, il rilassamento, e neanche con l'ottimismo e il buonsenso umano. La pace cristiana consente di affrontare anche le disgrazie più incomprensibili, ritrovando le ragioni della speranza.

don Fulvio Bertellini

 

Domenica della letizia. Sofonia spinge quanto resta di Israele fedele a dare sfogo ad una felicità intensa e trascinante, perché Dio ha liberato il suo popolo e in mezzo ad esso ha fissato la sua presenza. È un contatto che rende forti contro ogni paura, perché Dio risparmia e cambia il popolo col suo amore. Anche Maria, vera "figlia di Sion", che rappresenta Israele e l'umanità, deve "rallegrarsi" grazie al figlio che porta in grembo. Perfino Paolo, mentre si trova in prigione, chiama alla festa perché Gesù ci mette a parte di una felicità che nessuna prova e dolore può mai soffocare. Antagonista della gioia non è la sofferenza, ma la solitudine egoistica: non si può essere felici da soli e la gioia è contagiosa, produce unità perché se la condividi si moltiplica, come la solitudine si dimezza. Abbiamo motivo per essere felici. La gioia è il vestito che i cristiani devono indossare in permanenza, una luce in volto. Gioia che viene dall'amore. Come Dio è Amore e Gioia, così è il cristianesimo.

Che dobbiamo fare? Domanda nient'affatto scontata. Ieri come oggi, sulla bocca di tutti, soldati compresi. Il disorientamento è come un'epidemia d'influenza: colpisce tutti. Soprattutto in tempi d'incertezza, sbandamento, crisi (non solo economica, ma anche della politica, della televisione, della cultura). Tempo di crollo era quello di Giovanni il battista, presagio del Salvatore; tempo di crisi anche il nostro, nonostante due millenni di cristianesimo. Intanto perché, ad oggi, il Vangelo deve ancora raggiungere i due terzi dell'umanità - che resta in attesa, in Avvento - ma anche perché i bisognosi di tunica, di pane, di giustizia, sono moltitudine. Ad ogni incrocio.

Cosa fare?

Giovanni, precursore e testimone di colui che sta per venire e che battezzerà col fuoco dello Spirito, dice innanzitutto che questo è un momento decisivo. L'avvento ci fa consapevoli dell'oggi. Dio ci incontra qui e ora, perché cambiamo vita, ricominciamo a praticare solidarietà e onestà. La giustizia del Vangelo è più che distributiva, perché è scritta nella paternità di Dio e nella fraternità universale.

L'unico tempo che abbiamo è il presente. Il passato può solo tormentare o essere rimpianto e fuga. Il futuro non c'è, può solo essere sperato, atteso e preparato. Il presente è la realtà, l'unica occasione per dare risposta (responsum) alla chiamata di Dio. L'antropologia cristiana è concreta e semplice, colloca l'uomo al punto giusto (qui) e al momento favorevole (ora). In attesa del Natale la cosa giusta è porsi la domanda: che cosa fare?

Prima di entrare nei centri commerciali o nel chiasso dei negozi, se abbiamo capito che la conversione è tornare al Signore in modo molto concreto, ci aiuta la domanda: perché dare all'altro quello che è mio? Perché mi è fratello e sorella. "Non posso ferirti senza farmi del male", diceva Gandhi. E Chiara Lubich: "A qualcuno manca il lavoro? Manca a me. C'è chi ha la mamma ammalata? L'aiuto come fosse la mia. È l'esperienza dei primi cristiani di Gerusalemme. Come ogni pianta assorbe dal terreno solo l'acqua che le è necessaria, così anche noi cerchiamo di avere solo quello che occorre. E, meglio se ogni tanto ci accorgiamo che manca qualcosa; meglio essere un po' poveri che un po' ricchi".

don Angelo Sceppacerca - Agenzia SIR