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Dopo aver contemplato domenica scorsa Gesù nel deserto tentato dal diavolo, oggi, per incoraggiare il nostro cammino verso la Pasqua ci è posto dinanzi Gesù in tutta la sua luce radiosa. E'un anticipo della sua e nostra resurrezione, meta finale di ogni cristiano. Per capire bene la Ia Lettura di oggi, dobbiamo prendere in considerazione i primi cinque versetti del capitolo 15 della Genesi che qui non vengono riportati. Alla chiamata di Dio Abramo aveva lasciato tutto ed era partito verso una terra straniera. Dio gli si presenta nuovamente in visione, lo incoraggia, gli dice: "Non temere, io sono il tuo scudo...". Abramo si mostra preoccupato e potremmo dire anche avvilito di fronte a Dio perché non ha figli. Dopo un breve dialogo Dio lo invita a guardare il cielo stellato e gli annuncia una duplice promessa: una discendenza numerosa come le stelle del cielo e una terra. Ancora una volta vediamo la grandezza di Abramo nell'affidarsi ciecamente alla Parola di Dio: "Egli credette al Signore" dice il testo. Il Signore si presenta ad Abramo come Colui che l'ha fatto uscire da Ur dei Caldei e gli ordina di compiere un rito di alleanza. Gli animali squartati tra i quali passa un fumo denso e una fiaccola ardente, stanno ad indicare che tale sarà la sorte di chi non è fedele al patto e il fumo e il fuoco sono segni che solitamente avvolgono le teofanie. In questo caso la promessa della terra "si accompagna ad un rito imprecatorio di giuramento da parte del Signore", come dice Michel Lestienne, che consiglierebbe di tradurre il v. 18 così: "In quei giorni il Signore prestò giuramento ad Abramo in questi termini.....". Il Dio fedele che guida la storia chiede una cosa sola: la fede. Abramo ripetutamente messo alla prova deve affrontare situazioni imprevedibili e umanamente impossibili da superare, ma sa in chi ha posto la sua fiducia. Non per nulla è chiamato "Padre della fede". E' l'uomo capace di donarsi a Dio senza compromessi, senza mezzi termini, senza riserve. Egli non esita a sacrificare quello che ha di più caro: il figlio unico, è preoccupato di fare unicamente quello che Dio vuole, sempre disponibile ad ogni sua richiesta. E' figura del Figlio di Dio che è venuto sulla terra per compiere soltanto la volontà del Padre che l'ha mandato. Ogni anno la seconda domenica di Quaresima ci presenta la Trasfigurazione del Signore. Nel contesto dell'Evangelo di Luca questa scena paradisiaca è preceduta dal primo annuncio della passione, dalle condizioni per seguire Gesù e dall'affermazione che: "vi sono alcuni dei presenti che non morranno prima di aver visto il Regno di Dio". Tutti e tre i Sinottici narrano l'episodio della Trasfigurazione. Luca ha di particolare che lo racchiude nel clima della preghiera. Quante volte Gesù sarà salito sul monte per intrattenersi in intimo colloquio con il Padre! Durante la preghiera il suo volto diventa luminoso e la sua veste candida e sfolgorante. Ma possiamo anche chiederci: E' il volto del Signore che diviene "altro" - come dice il termine greco - o sono gli occhi dei discepoli che purificati da tutto quello che è terreno vedono il volto di Cristo com'è nella sua realtà, "immagine del Dio invisibile"? Inoltre, due uomini parlano con Lui del suo "esodo", della sua dipartita, del suo passaggio da questo mondo al Padre. I discepoli erano oppressi dal sonno, tuttavia... videro la sua gloria. Sono proprio coloro di cui otto giorni prima si diceva che alcuni dei presenti non sarebbero morti prima di aver visto il Regno di Dio. Il discorso era stato fatto a tutti i presenti. Sappiamo che tutti sono chiamati a vedere il Regno di Dio dopo la morte, ma tra i ‘presenti' sono scelti solo tre: Pietro, Giovanni e Giacomo. Questi hanno il privilegio di vedere, prima della morte la gloria del Regno di Dio. Possono penetrare con Gesù nell'intima comunione del Padre. Sono i tre testimoni della resurrezione della figlia di Giairo, sono invitati a pregare con Gesù. E' la preghiera il luogo della Trasfigurazione. Se sono gravati dal sonno è pensabile che si tratti di una preghiera notturna. Molte volte infatti nei Vangeli troviamo che Gesù passò la notte a pregare. La notte, avvolta nel silenzio, fasciata dal buio, è il momento ideale del colloquio col Padre. Il sonno e il buio possono essere vinti e illuminati dall'intimità della comunione con il Padre. Quell'intimità diventa luce che fuga le tenebre e il Padre, come al battesimo nel Giordano rivela il Figlio. Il volto di Gesù diventa "altro", cambia d'aspetto. In Lui il Padre mostra la sua gloria, che è irradiazione luminosa della presenza di Dio. Il volto! Vedere il volto di Dio penso che sia l'anelito profondo, forse inconscio ma reale, di ogni essere umano, creato a sua immagine, creato per Lui. Già nell'Antico Testamento si ode questo grido: "Il tuo volto Signore io cerco...non nascondermi il tuo volto" (Salmo responsoriale, 26,8-9). E ancora, Dio rispose alla richiesta di Mosè: "Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo" (Es. 33,20). Ma Dio si rivela, si mostra nel Figlio che è immagine del Padre. Mosè ed Elia apparsi nella gloria rappresentano la Legge e i Profeti; parlano con Gesù, perché in Lui è il compimento della Legge e dei Profeti, compimento che avviene mediante la sua morte e resurrezione. Proprio di questo parlano: del suo "esodo", del suo ritorno al Padre, potremo dire che parlano del compimento del mistero pasquale a Gerusalemme. Gerusalemme è la città santa, verso la quale Gesù è incamminato per realizzare in pienezza il disegno del Padre. Gesù nel suo intimo colloquio con il Padre deve essersi immedesimato talmente alla volontà del Padre da penetrare nel suo splendore, così da poterlo irradiare da tutta la sua persona. Il suo "sì" è stato totale. Nulla avrebbe riservato per sé, ma avrebbe consegnato la sua vita per noi: di questo parlano con Lui Mosè ed Elia. La visione è breve. Pietro non fa in tempo ad esprimere il suo desiderio, che i due si separano da Gesù. E' bello rimanere nella gloria! E' bello rimanere in quella che sarà l'ultima vera, definitiva dimora, rimanere nella gloria di Dio, dove "non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento" (Ap 21, 4 ), ma questo non è possibile senza essere prima passati attraverso la croce. E' bello piantare la tenda in vetta al monte, tanto più se quello è il monte di Dio! La tenda! E' segno della presenza del Signore. Ci richiama la tenda del convegno dell' "esodo" dove Mosè parlava "bocca a bocca " con Dio. La vera tenda è il Signore Gesù. Egli ha posto la sua tenda in mezzo a noi. In Lui la presenza di Dio si è fatta visibile. Pietro non sapeva quello che diceva e i discepoli dalla luce passeranno rapidamente nell'ombra, perché "una nube li avvolse"....ed "ebbero paura". Anche la nube è simbolo della presenza del Dio. La nube guidava il popolo di Dio nel deserto. "Adombrare" è il verbo usato da Lc nell'Annunciazione; dalla nube uscì la voce del Padre come al battesimo di Gesù. "Questi è il Figlio mio, l'eletto. Ascoltatelo!" Mentre al battesimo il Padre si rivolgeva al Figlio, dicendo: "Tu sei mio Figlio...", ora si rivolge ai discepoli con l'ordine di ascoltarlo. Qui culmina la scena paradisiaca con il verbo ascoltare che tantissime volte risuona nella Bibbia: Shemà Israel! Ascolta Israele! E' la preghiera che il pio ebreo ancora oggi rivolge tre volte al giorno al Signore. Ascoltare significa anche mettere in pratica, obbedire, fare la volontà del Padre come la compie il Figlio diletto fattosi servo (e qui ci sarebbe da approfondire anche queste due parole che tralasciamo per non allungare troppo). Appena la voce cessò, Gesù restò solo. In Lui la Legge e i Profeti hanno trovato il loro vertice. Quella voce, non solo si è fatta Parola vivente, ma si è incarnata proprio per compiere la volontà del Padre, per realizzare il suo disegno di amore sull'umanità, per salvarci e farci passare con Lui attraverso la passione, la croce e la morte per entrare definitivamente con la resurrezione nella gloria del Padre, in quella gloria che i tre discepoli privilegiati hanno potuto gustare anticipatamente nella Trasfigurazione. Questa è la meta, questa è la scelta: o lasciarsi trasfigurare dalla gloria di Cristo morto e risorto, o sprofondare nelle tenebre della perdizione. La IIa Lettura è in sintonia con il Vangelo. Ci indica la stessa meta: "La nostra cittadinanza è nei cieli... Il nostro Salvatore Gesù trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso". E' senza dubbio audace la frase di Paolo, che all'inizio di questo brano esorta i cristiani ad imitarlo. Questa imitazione tuttavia non vuole essere fine a sé stessa, ma è come un'indicazione, una strada che conduce a Cristo al quale egli si sentiva talmente identificato, da poter dire in altro luogo: "Non vivo più io, ma Cristo vive in me" ( Gal 2, 20). E ancora: "Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (I Cor 11, 1). Paolo mette i cristiani di fronte ad una scelta, come di fronte a un bivio il cui sbocco, porta in direzioni diametralmente opposte. Già Dio aveva detto al suo popolo nel Deuteronomio: "Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... Scegli dunque..."(Dt 30, 15. 19). Paolo contrappone i nemici della croce di Cristo agli amici di quella croce. I primi sono coloro che rivolti unicamente alle cose della terra, hanno per loro Dio il loro ventre e la loro fine sarà la perdizione. Paolo non rimane inerte di fronte a questa constatazione, ma ne soffre fino alle lacrime, consapevole che Cristo è morto per tutti. Siamo tutti chiamati alla gloria nella Gerusalemme celeste verso la quale siamo incamminati. Per questo esorta i suoi fratelli a rimanere saldi nel Signore, fedeli a Lui e condotti dalla stessa fede di Abramo e dei suoi discendenti. "Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù", dice ancora S. Paolo, "per apparire anche voi nella gloria" (Col 3, 1. 4). Salmo Responsoriale 26 (27) Il Salmo 26 è un Salmo di supplica, di richiesta al Signore di abitare nella sua casa, di ascoltare la preghiera, di aver pietà, di poter vedere il volto del Signore, di esser guidati sulla sua via, di non cadere in mano ai nemici. E' anche un inno alla speranza. Esprime infatti, in seguito ad esperienze già fatte, la certezza della salvezza, la fede in Dio che non abbandona mai, ma che è luce che illumina il cammino e indica la via da seguire. "Il Signore è mia luce e mia salvezza....di chi avrò paura?....sono i miei nemici a inciampare e cadere". I versetti scelti sono una sintesi quasi perfetta delle Letture di oggi. Ci presentano il tema della luce, del volto del Signore, della speranza di contemplare la sua bontà e l'esortazione ad essere saldi nella speranza del Signore. Monache Benedettine di Citerna |
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Gesù entra nel deserto della vita, solidale con noi, con l'umanità, e viene tentato dal diavolo. La tentazione, la cui parola significa "passare attraverso", è la dimensione abituale in cui viviamo e ci colpisce proprio perché credenti e pieni di Spirito Santo. Paradossalmente, è buon segno essere tentati, significa che siamo nella logica della conversione. In un giorno di nebbia, non si vedono le ombre, solo alla luce della Parola si stagli anche la nostra tenebra. Gesù supera la tentazione di un messianismo spettacolare, intrallazzone, magico: Gesù sarà un Messia discreto perché vuole che Dio sia amato per ciò che è, non per ciò che da. Noi, ogni anno, ci diamo un tempo per mettere a fuoco le tentazioni che, continuamente, siamo chiamati a superare. La tentazione del pane, che riduce la vita a cose o obiettivi, credendo che la felicità consista nel conseguire dei risultati. La tentazione di possedere gli altri, dell'esercitare su di loro un potere. La tentazione di manipolare Dio che, bontà nostra, deve fare ciò che noi pensiamo essere essenziale. Solo con la Parola possiamo superare la tentazione e inoltrarci nel deserto. L'obiettivo della quaresima non è quello du lucidare la nostra bella immagine spirituale, ma di salire sul Tabor. Sul Tabor Siamo entrati nel deserto della quaresima per arrivare fino a lì, su quella piccola collina di Galilea, arsa dal sole, disseminata di alberi frondosi e battuta dal vento del mare. Vogliamo riscoprire e scegliere che uomini essere, come Gesù ha scelto che Messia diventare, per potere salire, come gli apostoli, quel piccolo monte che ad ogni credente dice la bellezza di Dio. Sì, perché di bellezza, si tratta. Tabor evoca il momento in cui Gesù, grande Rabbì, carismatico profeta, svela la sua vera identità, supera il limite e si dona alla vista sconcertata e stupita degli apostoli. Tabor dice l'assoluta diversità di Dio, la sua immensa gloria, la sua indescrivibile bellezza. Tabor è la meta della quaresima. E questo occorre dirlo e ridirlo a noi cattolici inclini all'autolesionismo, che associamo la fede al dolore, che raffiguriamo sempre Gesù come il crocifisso, scordandoci del Risorto, e che già pensiamo alla quaresima come al tempo della rinuncia e non al tempo dell'opportunità e della conversione, del combattimento e della lotta interiore per vincere la gara. Verrà il tempo del dolore, e su un altro monte, una piccola cava di pietra in disuso chiamata Golgota, vedremo l'appeso, volgeremo lo sguardo a colui che hanno trafitto. Il bellissimo Ma prima - assolutamente - occorre ricordarci della bellezza di Dio, della sua inebriante presenza. La liturgia, provocatoriamente, pone la trasfigurazione all'inizio del cammino penitenziale, per indicarci il luogo da raggiungere. Se pongo dei gesti di conversione e di solidarietà, di rinuncia e di digiuno, di preghiera e di essenzialità è solo per poter essere libero e vedere la gloria del Maestro. Siete già saliti sul Tabor nella vostra esperienza di fede? Dio ci dona - a volte - di assistere alla sua gloria. "Raptim", diceva il grande Agostino. Fugacemente. Un momento di preghiera che ci ha coinvolto, una messa in cui siamo stati toccati dentro, una giornata in quota in mezzo alla neve con la bellezza della natura che diventa sinfonia e ci mozza il fiato. Attimo, barlumi, in cui sentiamo l'immenso che ci abita. E il sentimento diventa ambiguo: talmente grande da averne paura, talmente infinito da sentircene schiacciati, talmente immenso da restarne travolti. È la paura che prende Pietro e compagni, è il terrore che abita Abramo prima di incontrare il suo Dio. Il sentimento della bellezza di Dio, la percezione della sua maestà ci motiva e ci spinge. Pietro lo sa: "È bello per noi restare qui". Finché non giungeremo a credere grazie alla bellezza che ci avvolge, ci mancherà sempre un tassello della fede cristiana. Sapete perché sono cristiano, amici? Perché non ho trovato nulla di più bello di Cristo. Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana, ripartire dalla bellezza. Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, orribili le finte-vacanze che ci vengono proposte in mezzo a finti paesaggi immacolati. Orribile il linguaggio e le persone che ci raggiungono dal mondo della politica e dello spettacolo. Orribile la vita caotica e tesa che siamo costretti a vivere, sempre spronati alla concorrenza, alla lotta, alla sfida. Orribile il dolore che nasce quando l'amore esplode, quando il dolore che ci creiamo e alimentiamo, ci travolge. Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e bontà. Mission possible Non è forse questa la fragilità della nostra fede contemporanea? Non è forse questa la ragione di tanta tiepidezza della nostra comunità? Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede? Nel celebrare il Risorto? È noioso credere. Giusto - certo - ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido. Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l'ascolto dell'interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo. Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità. Facciamo delle nostre vite delle profezie di bene e di armonia, pronti a donare, a sorridere, a perdonare con matura e sofferta consapevolezza. Tiriamo fuori tutto il bello che c'è in noi. Sogno e lotto per la rivoluzione della bellezza, la conversione all'amore, come discepoli di questo bellissimo Dio che stiamo cercando. Dio, lo splendido, ci rende splendidi, se lo lasciamo fare. |
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L'ordine di ascoltarlo riguarda particolarmente quanto Gesù ha detto nel brano precedente, dove rivela la necessità della croce per lui e per noi. I tre discepoli hanno una visione anticipata della gloria per affrontare il passaggio obbligato della croce appena annunciata da Gesù (v. 22). Pietro, Giovanni e Giacomo sono gli stessi testimoni della risurrezione della figlia di Giairo. Per Matteo e Marco sono anche i testimoni dell'agonia di Gesù nel Getsemani. La definitività e l'importanza di questa rivelazione è richiamata dalla Seconda Lettera di Pietro: «Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto". Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti…» (1,16-19). Il monte nella tradizione biblica è il luogo privilegiato dell'incontro dell'uomo con Dio. Luca precisa che Gesù salì sul monte a pregare. La trasfigurazione di Gesù è comprovata dall'apparizione dei due personaggi più noti della storia biblica, Mosè ed Elia. La presenza dei due esponenti dell'Antico Testamento non è fortuita. Essi sono venuti per rendere testimonianza a Cristo. Egli è la conclusione e il punto di arrivo della Legge e dei Profeti. Mosè ed Elia parlavano con Gesù del suo prossimo esodo che doveva compiersi in Gerusalemme. La morte di Gesù non è la fine, ma l'esodo verso la gloria. La passione e morte è un episodio, la gloria della risurrezione sarà lo stato reale e definitivo di Cristo. La proposta di Pietro (v. 33) parte da una interpretazione superficiale dell'avvenimento. Ha visto il fascino di un mondo raggiunto senza troppa fatica e vorrebbe entrarvi a farne parte subito e, ciò che è peggio, vorrebbe circoscriverlo a una cerchia limitata di persone. Egli vorrebbe conseguire la salvezza senza la morte di croce. La visione non finisce con la scomparsa di Mosè e di Elia, ma entra in una seconda fase. L'interrogativo "chi è Gesù?" trova risposta da Dio stesso: "Questi è il Figlio mio, l'eletto" (v. 35). Alla fine sulla scena rimane solo Gesù davanti ai discepoli. La sottolineatura "Gesù solo" è intenzionale. Non c'è nessun altro maestro o profeta all'infuori di lui: egli è assoluto e unico. La trasfigurazione è un'anticipazione e un'esplicazione dell'annuncio della risurrezione di cui l'evangelista aveva parlato al termine della profezia della passione (v. 22). |
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Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d'aspetto Gesù si trasfigura sul monte. Forse perché sul monte si posa il primo raggio di sole e vi indugia l'ultimo, perché il giorno vi è più lungo e la notte più corta (E. Ronchi). Il monte è il luogo della luce. E la luce - sia pure breve e poi avvolta quasi subito da una nube (cfr. v. 34) - è il simbolo affascinante di questa esperienza singolare riservata a Pietro, Giacomo e Giovanni. I tre discepoli per un attimo vedono "il suo volto (che) cambiò d'aspetto" (v. 29), cioè colgono in lui, nel maestro di sempre, una luce speciale. Non riflessa come capita a ciascuno di noi, ma propria. Anche Mosè ed Elia che appaiono accanto a Gesù sono uomini del monte: anch'essi hanno avuto una particolare esperienza di Dio. Tutti e due lo hanno sperimentato da vicino: Mosè sul Sinai ed Elia nel vento di una brezza leggera, ma poi tutti e due hanno avuto momenti di buio inesorabili. Mosè non è entrato nella Terra promessa ed Elia è stato perseguitato, abbandonato. Così toccherà a Gesù. E così d'ora in poi dovranno intendere i discepoli perché quando sarà l'ora non si scandalizzino. Luca è l'unico che puntualizza l'argomento del dialogo tra Mosè, Elia e il Maestro: "parlano della sua dipartita" (v. 31), cioè del passaggio ormai ravvicinato dalla morte alla risurrezione. È questo esodo l'ennesima uscita che Dio chiede (cfr. 1ª lettura, dove Abramo ‘esce' e a veder le stelle). ‘Esodo' dunque è propriamente l'altro nome della fede, cioè uscita da sé, abbandono del già noto ed incursione nell'ignoto (cfr. 2ª lettura: "la nostra patria è nei cieli"). È il contrario dell'odissea che è ritorno al punto di partenza e perciò l'esodo suppone un eccesso rispetto a quella tendenza così naturale che invoca l'eterno ritorno. Come anche oggi si percepisce nella mentalità corrente dove appaiono più rassicuranti miti come quelli della reincarnazione. La fede cristiana richiede - al contrario - un esodo. Ritrovare questa percezione è decisivo. La fede infatti è esposta ieri come oggi o a sprofondare nelle tenebre ("il sonno" dei discepoli che li sorprenderà anche nell'orto della passione, cfr. v. 32) o a fissarsi nella luce (l'ingenuo invito di Pietro, cfr. v. 33). Mentre la realtà storica e dunque la dinamica della fede è una sorta di chiaroscuro, come "una lampada che brilla in un luogo oscuro", dirà in maniera insuperabile Paolo. La fragilità e la luminosità di una fiammella, dice la fatica e la sublimità del credere. E ricorda che la trasfigurazione senza la croce è vuota, così come la croce senza la trasfigurazione è cieca. Tra il Tabor e il Calvario c'è in sostanza un filo sottilissimo che li tiene legati insieme: non vanno mai visti separatamente l'uno dall'altro, ma l'uno nell'altro. Di qui l'importanza per il credente di assumere una percezione realistica del vivere: senza esaltarsi quando si è nella luce dimenticando le ombre possibili, senza deprimersi nel buio cancellando i momenti di sole già vissuti. In concreto questo significa che ciò che conta è non dimenticare mai la luce e non farsi condizionare dal buio. Perché quanto più buia e fredda è la notte, tanto più vicina e certa è l'alba. 2. Luca annota pure il momento in cui la metamorfosi di Gesù accade e con semplicità afferma: "Mentre pregava" (v. 29). È durante questa esperienza di immedesimazione in Dio che si consuma l'impressionante mutazione del suo volto. Pregare è dunque ciò che decide anche della nostra eventuale trasfigurazione. Ma cosa è preghiera? Tecnica di rilassamento? Benessere psico-fisico? Concentrazione ed autocoscienza? In Gesù cogliamo almeno tre aspetti che meritano una sottolineatura. La preghiera è nel Maestro anzitutto ricerca della solitudine. È beninteso uno star da solo per incontrare Qualcuno, non per staccarsi semplicemente dagli altri. La solitudine è lo spazio fecondo dell'incontro con sé e con Dio. Non è uno spazio vuoto, ma la condizione di una inedita creatività. Ecco perché viene prima la preghiera personale e poi quella comunitaria (M. Rosin). Se manca la preghiera segreta, quella - per intenderci - nella propria camera e nota solo a Dio, anche l'altra esperienza è impossibile oltre che inutile. La preghiera poi in Gesù è soprattutto desiderio dell'ascolto: l'iniziativa è sempre del Padre, non la nostra. Non siamo noi che facciamo la preghiera, ma è Dio che ci precede. A noi tocca di far semplicemente spazio perché risuoni la sua Parola (cfr. v. 35). Pregare infatti non è vedere, né toccare, ma ascoltare. E a pensarci è questa la forma di contatto più radicale. Infatti "con gli occhi portiamo noi dentro il mondo. Con le orecchie portiamo il mondo dentro di noi". Finalmente la preghiera è nel Cristo forza di trasfigurazione. Se ne accorgono attoniti i tre discepoli. Ma accade anche noi di scoprire che pregare rende effettivamente più lucidi, fa più forti, costituisce più indipendenti. Più lucidi, capaci di distinguere più facilmente il necessario dall'effimero, di andare al nodo dei problemi, di far emergere la sostanza delle cose. Più forti, cioè più determinati nelle proprie scelte, capaci pure di andare controvento e di affrontare pericoli con scioltezza. Più indipendenti cioè più consapevoli e meno appiattiti sul "si dice, si crede, si pensa", in grado di esprimere posizioni non allineate. 3. Non è un caso che gli uomini e le donne che più hanno inciso nella storia della chiesa siano abitualmente dei contemplativi nell'azione. Un nome fra i tanti: Madre Teresa di Calcutta, il cui volto rugoso e scavato non ha mai cessato di affascinare per la sua insolita luminosità. Ha lasciato scritto il premio Nobel per la pace: "Frutto del silenzio è la preghiera. Frutto della preghiera la fede. Frutto della fede l'amore. Frutto dell'amore il servizio. Frutto del servizio la pace". Domenico Pompili - Il pane della Domenica |