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«Maestro, poco fa volevano lapidarti e tu ora decidi di scendere a Gerusalemme per Lazzaro?». Andrea e Filippo sono esterrefatti. Gesù tace, lo sguardo posato in terra, pensieroso. «Rabbì - interviene Pietro - hanno ragione, il clima è troppo teso per scendere in Giudea. Non è proprio opportuno!». Gesù sospira. «Occorre andare» sussurra il Nazareno. Attimo di pesante silenzio, sguardi allibiti. Poi è Tommaso a sciogliere la tensione: «Dai, andiamo a morire con lui!». E tutti scoppiano a ridere. È la prima volta, nel vangelo di Giovanni, in cui Tommaso parla. Sangue La notte precedente Tommaso l'ha passata nascondendosi sotto un vecchio ulivo nella valle del Cedron. Non sente i morsi della fame e neppure il freddo. Negli occhi ha solo l'immagine di Gesù, il suo Gesù, straziato e sanguinante pendere nudo dal patibolo mentre la folla lo insulta. Per qualche istante Tommaso era rimasto impietrito, nascosto tra la folla dei curiosi. Poi, se n'era andato per paura di essere riconosciuto. Ora, sotto l'ulivo, tutto gli torna alla mente. Sente paura e rabbia, una rabbia terribile, soffoca un urlo che gli spacca la testa. «Andiamo a morire con lui!». Idiota, pavido, vigliacco, mezzo uomo, infame, meschino, mille volte maledetto, dannato, traditore. L'alba lo raggiunge intontito e assopito. È l'umidità dell'aurora e il freddo del deserto a svegliarlo. Che fare? Pensa agli altri: a Pietro, a Giovanni, a Giuda. Dove saranno? D'improvviso gli torna alla mente la stanza al piano alto in cui avevano celebrato la Pasqua, solo due giorni prima. Un'eternità, ora. Forse gli altri sono là. Il sabato è concluso, la gente riprende il lavoro. Forse è meglio aspettare il calare della sera. Vaga tutto il giorno tra Betania e il deserto di Giuda, svuotato, esausto, consumato. Verso sera, prudentemente, rasentando i muri, sale a Sion per vedere se gli altri si sono radunati. Arriva alla porta e bussa con circospezione. Nulla. Silenzio. Poi una voce «Chi è?» «Sono io, Natanaele, apri» La porta si apre, per chiudersi subito dopo. Annunci «Tommaso, abbiamo visto il Signore! È vivo!» Tommaso guarda i volti euforici dei suoi compagni. È sbalordito e attonito. «È così, Tommaso! È anche apparso a Cleopa e Zaccaria, nei pressi di Emmaus!» Tommaso indietreggia, non si lascia abbracciare dagli altri. «Tu, Andrea, tu, Simone, tu, Giovanni? Voi mi venite a dire questo? Dove eravate? Dovevamo morire con lui! Siamo tutti fuggiti! No, se non lo vedo, se non vedo le sue ferite io non crederò!». Il sorriso si spegne sul volto degli altri. Ha ragione, Tommaso. Non se va Tommaso. Non si sente offeso se il messaggio della resurrezione è affidato alle nostre fragilissime mani. Non capisce ma resta, senza fondare una chiesa alternativa, senza sentirsi migliore, senza andarsene. E fa bene a restare. Otto giorni dopo il Maestro torna, apposta per lui. Chiodi Eccolo, il Risorto. Leggero, splendido, sereno. Sorride, emana una forza travolgente. Gli altri lo riconoscono e vibrano. Tommaso, ancora ferito, lo guarda senza capacitarsi. Viene verso di lui ora, il Signore, gli mostra le palme delle mani, trafitte. «Tommaso, so che hai molto sofferto. Anch'io ho molto sofferto: guarda qui» E Tommaso cede. La rabbia, il dolore, la paura, lo smarrimento si sciolgono come neve al sole. Si butta in ginocchio ora e bacia quelle ferite e piange e ride. «Mio Signore! Mio Dio!». San Tommaso San Tommaso, patrono di tutti gli entusiasti che buttano il cuore oltre l'ostacolo, che ci credono a questo Cristo, aiuta quelli che hanno sperimentato sulla propria pelle il fallimento della propria vita. Dona loro di non lasciarsi travolgere dalla rabbia e dal dolore, ma di sapere che il Maestro ama la loro generosità, come ha amato la tua. San Tommaso, patrono di tutti gli scandalizzati dall'incoerenza della Chiesa, aiuta chi è stato ferito dalla spada del giudizio clericale a non fermarsi alla fragilità dei credenti, ma di fissare lo sguardo sullo splendore del risorto che essi indegnamente professano. San Tommaso, patrono dei tenaci, aiuta a non sentirci migliori quando, come te, vediamo che i nostri fratelli nella fede sono piccini, ma a restare fedeli al grande sogno del Maestro che è la Chiesa e a convertire la Chiesa a partire da noi stessi. San Tommaso, patrono dei crocefissi senza chiodi, che hai visto nel segno delle palme del Signore riflesso lo squarcio che la sua morte aveva provocato nel tuo cuore, aiuta a vedere che il dolore, ogni dolore, il nostro dolore è conosciuto da Dio. San Tommaso, patrono dei discepoli, primo, tra i Dodici, ad avere professato la divinità di Cristo, aiutaci a professare con franchezza la nostra fede nel volto di Dio che è Gesù. |
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Otto giorni dopo, venne Gesù "Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo" (v. 24). Didimo, cioè "gemello", ma di chi? A pensarci bene di ciascuno di noi! Non c'è nessuno più di lui che ci assomigli e probabilmente è tempo di restituire a questo incredulo, positivista, intrattabile personaggio un'aura più rispettabile. Aveva visto bene chi affermava: "Mi è stata più utile la fede difficile di Tommaso che quella immediata della Maddalena (!)". Per questo Tommaso ci è quasi simpatico perché dà voce alla nostra stessa incertezza nei riguardi della fede, alla nostra "fatica" di credere. Se infatti credere è non pretendere né di vedere, né di toccare, ma appunto dare fiducia, allora la questione è aperta. Noi siamo infatti abituati a ragionare sempre coi sensi e farne a meno è come non avere più la terra sotto i piedi. Eppure questo non ha impedito all'uomo di imparare a navigare sulle acque o a volare nel cielo. 1. "Gesù venne, si fermò in mezzo a loro" (v. 19). Quel che sorprende di questa come di altre apparizioni è che in realtà non sono mai attese né tantomeno ricercate. Inizialmente la scena è sempre dominata dalla paura quando non anche dalla rassegnazione. Poi all'improvviso accade l'imprevisto. Questa imprevedibile materializzazione del Risorto rispetto agli attoniti ed increduli discepoli è una "traccia" da interpretare. Di fatto i discepoli si lasciano travolgere da un fenomeno inaspettato, inizialmente pure incomprensibile. Da questo punto di vista la fede nella resurrezione "è scaturita da questo travolgimento e cioè da un avvenimento che precedeva il loro pensare e volere, che anzi lo rovesciava" (J. Ratzinger). È decisivo ritrovare questa priorità del fatto della resurrezione sulla sua interpretazione non solo per stare a quel che lasciano emergere i testi evangelici, ma più profondamente perché solo così si salvaguarda il realismo dell'evento-chiave del cristianesimo, senza il quale la fede non starebbe più in piedi. C'è prima l'apparizione del Risorto, poi il kerigma e finalmente la fede. In questo senso la parola di coloro che vedono il Risorto è la parola di un evento che supera i testimoni. 2. "Gli altri discepoli gli dissero: Abbiamo veduto il Signore. Ma egli rispose: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato non crederò" (v. 25). Se la fede nasce da un Imprevisto, resta vero però che non diventa tale se non passa dal semplice vedere - ormai impossibile - al puro credere. E Tommaso diventa così l'anello di congiunzione tra la prima generazione e la nostra di oggi. Credente è propriamente chi, superato il dubbio e la pretesa di vedere, accetta la testimonianza autorevole di chi ha veduto. Al tempo di Gesù, visione e fede erano abbinate, anche se non automatiche (quanti pur vedendo i miracoli di fatto, lo rifiutarono poi), ma ora nel tempo nostro, la visione non deve più essere pretesa: basta la testimonianza apostolica. Il segno che conduce alla fede si è trasformato, dunque. Non è più oggetto di visione diretta, ma di testimonianza. Il che non significa affatto che al credente sia preclusa l'esperienza personale del Cristo risorto. Tutt'altro. Gli è offerta l'esperienza del perdono, della pace, della gioia, come controprova vitale della verità pasquale. È tempo d'altra parte che ci si persuada che non esiste un'unica forma di accesso alla realtà che è data dalla conoscenza tecnico-scientifica. Senza dubbio questo metodo è legittimo e garantisce da false presunzioni e da ricorrenti superstizioni. Ma il reale è enormemente più ampio di quello che è rilevabile con gli strumenti della scienza. Da questo punto di vista ciò che è razionale è senz'altro reale. Ma non tutto ciò che è reale è necessariamente razionale. Così come tutto ciò che è storico è vero, ma non tutto ciò che è vero è storicamente dimostrabile in senso stretto. Per di più, nel caso della resurrezione, come dimostrare un evento che per definizione è "meta-storico" (non metà storico!), cioè al di là di questo tempo e di questo spazio? 3. "Beati quelli che pur non avendo visto crederanno". La fede è strutturalmente "ecclesiale", cioè dipende dalla mia libertà in connessione con quella degli altri. Non è affatto scontato pensarla così oggi, quando la fede sembra rinascere come una ricerca solitaria, del tutto sganciata dagli altri, quasi che ognuno ricominci - in questa che è l'avventura decisiva - semplicemente dal proprio io. Degli altri - realisticamente - non si può fare a meno, anche se in qualche caso gli altri possono diventare pure un "ostacolo". Ecco descritta in breve quella compagnia singolare che si chiama "chiesa". E di qui due posizioni insidiose, che si rivelano ben presto inconcludenti scorciatoie. C'è per un verso chi cerca Cristo senza la comunità, e chi dall'altra cerca la comunità senza Cristo. Alla prima posizione fanno riferimento tutti quelli che bypassano la chiesa, puntando direttamente a Dio. Ma con quale coerenza e soprattutto con quali esiti? È possibile in una ricerca così basilare prescindere dagli altri? Non c'è il rischio di una fede che segue più i propri bisogni, istinti, pregiudizi che non un vero cammino, altro da sé? E a pensarci: onestamente da chi abbiamo appreso le prime domande e le prime risposte sulla fede? E come è possibile sperimentare il perdono se non viene fuori di noi? Altrettanto vacua è la pretesa di chi sembra cercare la comunità "senza" Cristo. E qui si ha piuttosto a che fare con tanti che fanno parte della chiesa, ma per i più svariati motivi. Avendo perso irrimediabilmente il senso della ricerca dell'Unico necessario. Sono quelli - per intenderci - che cercano più semplicemente ‘un posto al sole' (leggi gratificazione); sono quelli che vivono frustrazioni e complessi e cercano un'alternativa o via di fuga (leggi compensazione); o ancora sono quelli che vanno a passare il tempo (leggi socializzazione). In tutti questi casi manca la vera radice che è Cristo e così fatalmente prendono il sopravvento altre logiche: critiche, contrapposizioni, delusioni. Tommaso più che mettere il dito nelle piaghe di Cristo (il testo evangelico per sé non autorizza a ritenerlo) mette in realtà il dito nella piaga che è la nostra fede sempre in pericolo. Per sprofondare fortunatamente alla fine nelle parole che ne svelano l'autentica statura: "Mio Signore e mio Dio!". mons. Domenico Pompili - Il pane della domenica |
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Quanti dubbi e incertezze ci sono dentro di me in questi giorni... ma se ci penso non solo oggi, ci sono sempre! Come è faticoso credere! Non sono certo uno che non ha dubbi e non sono uno che ha una fede salda come la roccia. Tuttaltro! Come è possibile credere nella resurrezione in questo mondo che mi circonda che è assetato di potere e di denaro? Come poter credere alla vittoria della vita sulla morte quando milioni di persone lottano ogni giorno per sopravvivere alla fame e alle violenze della guerra? Come posso credere alla pace del Signore risorto se non trovo pace dentro di me quando mi scontro quotidianamente con i miei limiti e con le cattiverie del mio prossimo? Come posso credere che Cristo è vivente nella sua Chiesa, quando quest'ultima mi mostra un volto di potere che non sembra affatto quello di Gesù? Grazie Tommaso per i tuoi dubbi... E grazie anche a voi apostoli del Signore che nei vari racconti della resurrezione di Gesù non avete paura a raccontare le vostre incertezze e a mostrare la vostra fatica a credere... Non è facile credere in Dio per me oggi e mi consola sapere che lo stesso è stato per voi allora, anche se avevate davanti Gesù risorto con tutto quello che ha fatto proprio sotto i vostri occhi! Quando le donne vi hanno detto che era risorto non avete creduto alle loro parole e anche quando è apparso lo avete scambiato per un fantasma! E proprio tu Tommaso hai voluto toccare con mano perché non hai creduto alle parole dei tuoi amici che ti dicevano convinti "abbiamo visto il Signore"... E grazie anche a te Signore Gesù che pur conoscendo le lentezze di fede dei tuoi apostoli, non hai ritirato da loro la tua benedizione e li hai inviati lo stesso ad essere tuoi testimoni. So che conosci anche i miei dubbi di fede e comprendi le mie tante domande che non trovano immediata risposta. Una cosa però ho capito. Posso anche dubitare di te, della tua resurrezione e della tua presenza... ma non posso dubitare che attorno a me ci sono tante persone da amare e non posso dubitare che ho la capacità di amare! A differenza di Tommaso non posso vedere le tue stigmate e non posso toccare le tue piaghe. Ma posso toccare le piaghe di coloro che come te soffrono e di queste piaghe devo occuparmi. Allora, amando concretamente, diventerò io stesso la prova che cerco per comprendere la tua resurrezione e credere che la vita vince la morte. Se cammino nell'amore e cerco di costruire la pace, allora guardandomi allo specchio potrò vedere una prova della resurrezione. E' una piccola e fragile prova, ma è sufficiente per credere almeno un po' e dare il mio piccolo contributo alla testimonianza della tua risurrezione. don Giovanni Berti |
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La risurrezione di Gesù e l'attesa della nostra risurrezione sono tutto l'annuncio dei primi cristiani. Sono la fede, l'annuncio e la testimonianza anche di noi cristiani di oggi. Questa spiega la serenità dei primi cristiani e anche la semplicità e la povertà della Chiesa primitiva: infatti chi attende, non si appesantisce con ricchezze che non contano. Ma non fu facile - neppure per i primi cristiani - credere nella Risurrezione. Lo dimostra il vangelo di oggi: gli apostoli nel giorno di Pasqua stavano ben chiusi nel Cenacolo e avevano tanta paura per quanto era accaduto a Gesù e forse erano rammaricati per il fatto di essersi trovati legati alla Sua vicenda. Eppure Gesù era già risorto, la notizia era già arrivata: ma per gli apostoli ancora non era Pasqua. Questo ci fa pensare: la Pasqua va accolta; alla Pasqua bisogna arrivarci camminando nella fede. Quante volte forse anche noi non siamo ancora nella Pasqua! Osserviamo come Gesù si rivela agli apostoli. Egli si rivela mentre augura la pace, la sua pace. Esistono tante specie di pace: la pace finta, la pace delle proprie soddisfazioni, la pace legata alla stima del prossimo. Tutte queste forme di pace sono deboli e precarie: se la nostra pace dipende dagli altri, gli altri possono riprendersela. Se la nostra pace dipende da Dio, essa rimane e resiste: perché Dio è fedele. Questo spiega la pace dei santi, dei martiri, dei veri credenti: gente provata come noi, gente segnata dalla croce e dalla malattia come noi, gente esposta ai colpi della cattiveria degli altri come noi: eppure i santi sono persone che non perdono la pace. Perché? Perché la loro pace è Dio. Nel giorno di Pasqua Gesù indica anche la via della pace del cuore. Dà agli apostoli un ordine e un potere: "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi...." Mi colpisce sempre il fatto che Gesù ha istituito il sacramento della riconciliazione nel giorno della festa e della gioia più grande. Come deve cambiare allora il nostro concetto di confessione! Noi la sentiamo come una cosa difficile, triste, severa; sentiamo più il peso dei peccati che la tenerezza di Dio. Dobbiamo imparare a viverla e ad accoglierla come la grazia e la gioia vera della Pasqua: e allora porterà frutto, perché ci uniremo sempre più a Gesù e la potenza della sua resurrezione un po' alla volta vincerà il male in noi e attorno a noi. Deve essere sempre dolce e consolante, umile fervoroso il nostro sacramento della confessione. La Chiesa non è la comunità dei perfetti che non peccano mai: non è questa la vera immagine di Chiesa. La Chiesa è cosciente della debolezza dei suoi figli. Ma proprio a questa Chiesa formata da povera gente, sacerdoti e laici, Gesù dice: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi..." Eppure nel Cenacolo c'era il posto vuoto di Giuda; Pietro aveva ancora gli occhi umidi per le lacrime versate dopo il tradimento, tutti gli altri erano dispiaciuti perché lo avevano abbandonato...: ma Dio non ha paura della povertà degli uomini, perché Lui è venuto a redimerla, è venuto proprio per togliere i peccati, è venuto per darci la vera gioia di essere figli di Dio e la dignità di essere collaboratori del suo regno. La Chiesa è la comunità dei peccatori che continuamente si pentono, continuamente si convertono e continuamente si perdonano; comunità di gente che continuamente rinnova il proprio impegno di portare il vangelo e l'amore del Signore a tutti, in ogni occasione e situazione. "Andate a dire che è Risorto...!" Ma per essere disponibili a chiedere perdono e a dare perdono è necessaria tanta umiltà: l'umiltà è la via della pace. Tommaso certamente non brillava per l'umiltà. Egli non credette alle parole degli apostoli: la sua diffidenza aveva certamente una radice di presunzione e forse anche di stizza per aver perso un appuntamento con il Signore. Gesù gli va in contro e gli presenta il segno dei chiodi. Bellissimo gesto, che mette in crisi l'orgoglio dell'apostolo. Gli bastano poche parole ed egli è già in ginocchio per dire la sua fede nella Risurrezione: "Mio Signore e mio Dio". Sono molto belle e molto chiare le parole di Gesù: "Vieni qui, metti il tuo dito nei segni dei chiodi, la tua mano nel costato e non essere più incredulo, ma credente". Oggi tanta gente forse assomiglia a Tommaso, fa fatica a credere, si lascia confondere dai propri istinti o dalla mentalità mondana e noi ne soffriamo: vorremmo che Gesù venisse a toglierci dalle difficoltà, presentando i segni dei Suoi chiodi agli increduli di oggi. Invece no. Gesù ha lasciato noi: Egli vuole che la sua Resurrezione si veda attraverso la nostra vita, la nostra fede, le nostre opere, "i nostri chiodi". Allora possiamo chiederci: cerchiamo di impegnarci in questo senso? Che argomenti offriamo noi per aiutare gli altri a credere? La fede ha bisogno di testimonianza, la fede ha bisogno di esempi. Noi siamo un esempio per aiutare e incoraggiare chi cerca il Signore? Rinnoviamo la grazia della Pasqua: contempliamo il volto di Gesù Risorto, accogliamo la sua pace, il dono della riconciliazione, imploriamo una fede grande ("non essere più incredulo, ma credente"), impegniamoci nelle opere buone della vita cristiana, per aiutare tanti altri nel cammino del dubbio e della fede. don Roberto Rossi |
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Otto giorni dopo... Tommaso stava con i discepoli. Sì, ognuno di noi che ritorna in chiesa otto giorni dopo a celebrare di nuovo la Pasqua, porta dentro di sé i tratti di Tommaso. Lui voleva vedere e toccare quel Gesù che aveva visto da lontano inchiodato alla croce. Noi, forse senza dirlo ad alta voce, pensiamo: se credere nel Signore Risorto non produce effetti concreti nella mia vita e in quella di chi mi sta attorno, a che serve? E può darsi che, come Tommaso, ci impuntiamo aspettando che qualcuno ci dia una risposta soddisfacente. * Le letture di questa seconda domenica di Pasqua ci possono aiutare a cambiare il nostro modo di intendere che cosa è la Risurrezione e che cosa è la fede nel Risorto. Nella sera del giorno dopo il sabato (al mattino presto Maria era andata al sepolcro e lo aveva scoperto vuoto, Pietro e Giovanni l'avevano verificato, Giovanni – con lo sguardo profondo dell'amore - aveva già capito) i discepoli sono ancora nel buio della paura e della delusione. Gesù si fa presente (in modo del tutto inaspettato e improvviso), e li saluta con il dono della pace: li riconosce di nuovo come persone degne di amicizia e di stima, anche se lo hanno abbandonato nella passione. Dopo che si è fatto riconoscere con i segni della morte, li invia a portare ad altri l'annuncio del risorto, e dona loro lo Spirito (il suo soffio divino, come quello del creatore che dà vita nuova) affinché possano perdonare i peccati (portando la vita del Risorto dove c'è morte). In questa pagina la risurrezione è Gesù che si fa presente vivo in mezzo ai suoi, che riallaccia con loro un'alleanza, che incarica i discepoli di continuare la sua stessa missione. La fede nel Risorto produce il passaggio dalla paura iniziale alla gioia che nasce al vedere Gesù e si esprime anche nel testimoniare questo incontro a Tommaso che era assente. * Povero Tommaso! È diventato nella tradizione simbolo dello scettico, di chi crede solo a ciò che vede. Ma cosa fa di diverso dagli altri discepoli? Loro hanno visto... e hanno creduto. Lui vuole fare la stessa cosa! Di fatto Tommaso non è né migliore né peggiore degli altri, ma rappresenta (o meglio, personifica) la difficoltà di credere, che sta in tutti, e convive con la fede sincera, e non è vinta una volta per sempre. Tommaso incarna il nostro bisogno di prove "e-videnti", che ci possano evitare la fatica di vedere in mezzo a ciò che è offuscato, la fatica di affidarci a una promessa che ancora non si compie. Ecco: Tommaso mette in scena il difficile cammino della fede in Gesù Risorto. È così serio ciò che lui vive (non è solo il capriccio di un bambino) che Gesù si mostra ai suoi discepoli una seconda volta, otto giorni dopo, e dopo aver di nuovo donato la sua pace (ne abbiamo sempre bisogno nuovamente) si dedica interamente a Tommaso (quasi dimenticando gli altri dieci, come il pastore che si preoccupa per la pecora sola). Gesù non disprezza il suo bisogno di toccare, e gli offre le mani e il costato. Ma vedere Gesù già basta a Tommaso. Cioè, ciò che lo porta alla fede è vedere che Gesù sta lì per lui, che non lo rimprovera per la mancanza di fede, che lo ama così com'è. E da questa esperienza nasce la bella professione di fede che spesso anche noi ripetiamo: "mio Signore e mio Dio". Ma Gesù non è si è reso presente tra i suoi solo per Tommaso. Egli si prende cura anche di tutti coloro che sarebbero venuti dopo i discepoli, per i quali la fede sarebbe nata solo dall'ascolto della testimonianza dei primi testimoni oculari. È per loro che Gesù dice: "Beati coloro che crederanno senza aver visto". La risurrezione è Gesù vivo in mezzo ai suoi, presente nella comunità di coloro che credono in lui, che si prende cura del cammino di ciascuno. La fede nella Risurrezione non dipende dal "vedere e toccare Gesù", ma è accordare credito alla testimonianza di coloro che – avendolo incontrato – hanno cambiato la loro vita, passando dalla paura alla gioia, dall'incredulità alla fiducia. * I testimoni hanno visto i segni che Gesù ha fatto e, a partire dalla risurrezione, li hanno scoperti come segni della vittoria della vita sulla morte e per questo li hanno scritti nel libro. Anche il libro del vangelo, che portiamo in processione e baciamo dopo la lettura, è per noi oggi un testimone, che ci trasmette autenticamente la vicenda di Gesù e il suo significato. Gesù non appare più visibilmente a noi oggi, ma abbiamo il libro che custodisce la memoria dei suoi segni e delle sue parole; abbiamo l'eucaristia che contiene e comunica il senso della sua morte e della sua vita; abbiamo il comandamento nuovo dell'amore che ci contraddistingue davanti agli altri come coloro che hanno conosciuto Gesù risorto. Anche oggi la risurrezione avviene e la fede dei discepoli e di Tommaso può nascere e vivere in noi. Anche oggi il nostro modo di vivere (in famiglia, al lavoro, a scuola, tra amici) può fare la differenza, come faceva la differenza il passaggio di Pietro (tanto che molti cercavano di essere raggiunti dalla sua ombra, come ci dicono gli atti degli apostoli). La risurrezione è avvenuta storicamente, ma non può essere "vista" (e capita) se non attraverso la trasformazione che accade in noi quando passiamo dalla sfiducia alla forza, dallo sconforto al coraggio, dall'egoismo all'apertura verso gli altri. padre Gianmarco Paris |
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"La sera dello stesso giorno - racconta l'evangelista Giovanni - il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!" Detto questo mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore" Devono essere state lunghe le ore trascorse dal Giovedì notte, quando il Maestro si consegnò, come fosse un nulla, a chi era venuto ad arrestarlo. Un arresto che è la vergogna della ignoranza o l'altare della cattiveria, perché sapevano che Gesù era innocente, ma non si tollerava che parlasse di amore, di paradiso, di resurrezione, di uomini amati da Dio, incredibilmente, nonostante la nostra debolezza. Mise tanta paura quel vederlo trascinato da un tribunale all'altro, per proclamare una innocenza non smentita; consegnato perché fosse distrutto fisicamente e umanamente, fino alla crocifissione e quindi sepolto. Era l'ora dell'odio, che sembrava voler inghiottire anche ogni briciolo, di amore. Era l'ora della morte, che voleva prendere il posto della vita. Era l'ora dell'uomo svenduto a satana, che se avesse potuto avrebbe cancellato ogni traccia del Cuore del Padre. Ma era proprio il modo, invece, dell'amore che si fa dono e vittoria. E la debolezza degli apostoli non era riuscita allora a capire il tragico duello tra morte e vita, tra amore e odio, tra Dio e satana. Lo capiranno più tardi per opera dello Spirito Santo, al punto da ripetere nella loro vita la storia del Maestro, con il martirio. E' una paura che avvolge ancora oggi l'umanità, che sembra stupidamente arrendersi alla volgarità del male. Il male che ha come cuore il freddo calcolo del benessere, che non ha anima, e non solo stritola ogni valore che è in noi, come la traccia della mano del Padre, che ci fa simile agli angeli ma irride chi non piega la testa alla sua tracotanza. Sentii un giorno una persona che confessava la sua resa di fronte alla arroganza del male. Le chiedevo stupito perché non ci si ribellava a tanti mali, che ci vengono imposti dalla moda, dal consumo, dai mass-media e via dicendo. "Bisogna ribellarsi, dicevo: non si può accettare di essere dalla parte dei crocifissori dell'uomo e neanche dalla parte dei paurosi. I martiri non si tirarono indietro davanti alla morte per confessare la loro appartenenza a Gesù". Mi rispose: "Non è possibile: tutto oramai è nelle mani del mercato, del profitto che non ha anima e cuore. Resta solo arrendersi". "Se è così," risposi "se è vero, cioè, che l'umanità subisce il dominio del denaro, calpestando ogni "piega della bellezza umana, impressa dal Padre", la criminalità organizzata, di cui tanto si parla, è ben piccola cosa!" Ma poteva Gesù, Figlio di Dio, lasciare allo sbando quanti aveva scelti, ieri, oggi, sempre? Era forse Gesù un "profeta di poca durata" destinato a vedere le sue parole finire nel nulla? Ed ecco che quel meraviglioso giorno della Pasqua, con la sua resurrezione spazza via ogni dubbio ed apre "il giorno del Signore, capace di ridare speranza e gioia per sempre a tutti, anche a noi. Gesù disse di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". E dopo avere detto questo, alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete non saranno rimessi". Quelle porte chiuse, dove si trovavano i discepoli per paura dei Giudei, all'apparire di Gesù, devono essersi spalancate alla gioia, spazzando via ogni timore che "tutto fosse finito", che cioè Gesù fosse stato come una cometa di breve durata su un mondo che ha bisogno di luce continua, sempre, che accompagni i momenti sereni, pochi, e quelli tristi, tantissimi. Avevano bisogno, ed abbiamo bisogno, di qualcuno che con la sua presenza viva sia la stessa Pace, capace di donarsi e restituire a ciascuno di noi quella gioia e quella serenità che nulla può darci, se non per breve tratto, senza di Lui. Abbiamo bisogno, anche noi oggi, che si spalanchino le porte della paura nelle quali ci siamo rinchiusi per timore di tutto quanto avviene. Non si è più sicuri di nessuno e di nulla. E' tanta la notte dell'anima che circola tra di noi da mettere in discussione la voglia di serenità e di pace. Gesù con la sua Resurrezione ci ridona questa insperata pace. "Della luce pasquale - avvertiva Paolo VI, a Milano, nella Pasqua del 1961 - vogliamo cogliere un raggio per tutti quelli che lo vorranno ricevere, come dono. E' il raggio primo della pace della Pasqua della vita, cioè risorta con Cristo ed è la gioia. Il cristianesimo è gioia. La fede è gioia. La grazia è gioia. Ricordate questo, o uomini, figli e fratelli e amici. Cristo è la gioia, Cristo è la vera gioia, la vera gioia del mondo. La vita cristiana è austera, essa conosce il dolore: essa conosce il dolore e la rinuncia, esige la penitenza, accetta il sacrificio, fa propria la croce e quando occorre affronta la sofferenza e la morte. Essa è umana. Essa è più che umana, pervasa com'è da una presenza viva e ineffabile, lo Spirito consolatore, lo Spirito di Cristo che la conforta, la sorregge e la abilita a fare cose superiori, la dispone a credere, a sperare, a amare. E' felice oggi, in attesa di una piena felicità domani". Ma non è semplice per noi uomini, che vogliamo toccare con mano tutto prima di affidarci, compreso "il Cielo", se fosse possibile. Ed è quello che, per nostra fortuna, capitò a Tommaso, uno dei dodici. Quando gli Apostoli gli comunicarono la gioia del Cristo risorto, la sua risposta fu una ferma posizione di diniego. "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto dito nel posto dei chiodi e non metto la mano nel suo costato, non crederò". E' netta la posizione di Tommaso: "se non vedo con i miei occhi, se non tocco con le mie mani, non credo". E non è solo di Tommaso questa affermazione... è di tanti che escludono la gioia della presenza meravigliosa di Dio, se "non toccano". Mi viene in mente la netta posizione di un filosofo francese, "Fossard, che non voleva assolutamente parlare o sentire parlare di Dio, "perché non vedeva". Ed un giorno, mentre per caso si trovava a Notre Dame di Parigi, tutto gli apparve chiaro improvvisamente, come se Gesù fosse apparso a lui. Al punto che scrisse un libro: "Dio esiste, io l'ho incontrato". Oppure quelle persone che vedendo la santità di Madre Teresa dicevano: "davvero Dio esiste, è in quella santa". E lo è per fortuna ancora oggi in tanti, tantissimi in tutto il mondo, che non conoscono paure, sposano il coraggio della fede che fa varcare le soglie della speranza e ancora di più le frontiere della carità, fino a dare la vita e fanno dire "Dio esiste, io l'ho incontrato". Si ripete all'infinito quanto è avvenuto ai discepoli chiusi nella paura ed a Tommaso chiuso nel dubbio: "Signore mio, e Dio mio". E la gioia fu piena per loro, come per i cristiani di oggi. Per questo Gesù rimproverò dolcemente Tommaso e quindi noi: "Metti qua il tuo dito e tocca le mie mani: stendi la tua mano e mettila nel mio costato e non essere più incredulo, ma credente". La risposta di Tommaso è davvero l'umile riconoscimento della propria ignoranza: "Signore mio e Dio mio!" E Gesù, come rivolgendosi ai tanti Tommaso che ci saranno sempre, ossia a quelli che vorranno "vedere" con questi occhi, che non possono vedere chi si fa vedere solo agli occhi della fede e della carità, e vale anche per tutti noi; "Tommaso, perché mi hai visto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno. E tra questi, preghiamolo con tutto il cuore, vorremmo essere noi, voi che mi leggete. Perché vederLo è quella gioia che cerchiamo e che è solo Lui. mons. Antonio Riboldi |
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E' bello che sia così. Che vi sia stato Tommaso, e che egli continui ad abitare in noi. Già una volta Tommaso ci è servito. Ha chiesto a Gesù come mai potessero "conoscere la strada". E Gesù ha risposto a lui e a noi: "Io sono la via..." (Gv 14,6). Ora ci serve nel suo dubbio che conclude con l'esclamazione: "Mio Signore e mio Dio". Tommaso abita in noi. Come lui non siamo soli, siamo con gli altri discepoli, con la Chiesa. E ci siamo con i nostri dubbi, le nostre perplessità. Davvero "nostri", perché miei e degli altri discepoli. Se mi facessi passare o gli altri, nei miei confronti, si facessero passare come gente senza dubbi, senza nessuna incrinatura, potremmo forse farci anche passare come dei diamanti perfetti. Basterebbe un esame accurato e l'esperto di pietre preziose capirebbe subito che non si tratta di diamante, ma di fondo di bottiglia. Ben lavorato, forse, sfaccettato magari, sempre fondo di bottiglia però. Tommaso abita in noi, e noi non siamo soli, siamo nella Chiesa e dunque consapevoli che mentre io oggi covo un dubbio, mi macero in una perplessità, nel contempo ci sono tanti nella Chiesa (discepoli sconosciuti a me, non al Risorto) che stanno gridando anche per me: "Mio Signore e mio Dio". Il caso di Tommaso è una specie di drammatizzazione della difficoltà di credere nella risurrezione. Chiese troppo Tommaso, dal momento che anche gli altri discepoli avevano avuto bisogno di "vedere" per credere? Certo, egli poteva dare cerdito alla testimonianza degli amici che "avevano visto il Signore" e attendere semmai una personale conferma! In ogni caso, un merito Tommaso l'ha avuto: pur incredulo non ha abbandonato i discepoli, ha accettato di rientrare nel gruppo, di rimanere con loro, di aspettare con loro: "C'era con loro anche Tommaso". Il Risorto concede a Tommaso l'esperienza di un segno così marcato, non isolatamente ma in seno alla comunità dei discepoli, ancora una volta riuniti di "domenica". L'assemblea eucaristica domenicale appare, dunque, il luogo e il tempo privilegiati della presenza e del riconoscimento del Signore. "Il gruppo dei discepoli viene costituito in Chiesa dall'apparizione del Risorto, dal suo mandato missionario e dalla comunicazione dello Spirito. La vita pasquale si può vivere solo ecclesialmente" (H. Schurmann). C'è un discernimento concreto per sapere se siamo "uomini pasquali" nella nostra vita cristiana, ecclesiale e missionaria. la parola di Dio in questa domenica ci dà delle riprove che ci misurano: si tratta della liberazione dalla paura e del possesso della pace e della gioia cristiana. Si parla molto di pace; è un bene; si intende però per lo più quella pace detta in opposizione alla guerra, alla violenza. Non è la pace dei paciocconi e dei leggeri di mente e di cuore, ma dono originale di Cristo all'"uomo nuovo". Una pace che non è senza dolore, senza prove, senza momenti di angoscia, ma che regna sovrana sopra quanto sperimentiamo ogni giorno. Essa si ottiene proseguendo a far "regnare" Cristo nella nostra vita, a tenere "lo sguardo" fisico, spirituale e contemplativo su di lui. La "teologia dello sguardo" è importante e bisogna farci abituale l'aver l'occhio a Cristo. Si parla molto di gioia; è un bene; si intende però per lo più quella gioia che consegue ad una "qualità della vita" accettabile. La pace interiore fiorisce nella gioia. La "sobria gioia" del cristiano non si trova cercandola direttamente perché la gioia non è una virtù, ma "un effetto di virtù". Viene, cioè, da un'altra cosa. E questa cosa è la carità. "La gioia è un effetto della carità". Solo chi ama e ama cristianamente ha gioia. Se dunque vedete gente che non esprime gioia dite che non sa amare e non è amata. Quanto è importante questo! Sentendovi amati da Dio, sentendo intorno a voi la carità avete l'avvio a vivere nella gioia, e "amando come Dio ama" la gusterete intensamente. Hanno poco a che vedere con la pace e la gioia che dà il Risorto. "Pace" in lui vuol dire "pienezza di vita", con tutte le conseguenze. Prima questa: chi può dire, senza di lui, "io sono operatore di pace"?, dove e come gli riesce vivere pienezza di vita? "Gioia" in Gesù vuol dire vittoria sul peccato, sulla morte, sul legalismo. Chi può dire, senza di lui, "io ho vinto il peccato, la morte, il legalismo"?, quando riuscirà a dimostrarlo, impastato com'è di peccato, di morte e di legge? Una pace vera non può limitarsi ai sit-in contro gli armamenti. Una gioia autentica non può concludersi in qualche celebrazione festosa. La pace e la gioia vere rendono i discepoli di Gesù dei "mandati", mai da soli, ma nello "Spirito". Quello Spirito che è importante che il cristiano sappia riconoscere presente anche là dove gli sembra che non ci sia Chiesa. don Mario Campisi |
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Il salmo 117 (118) invita ad elevare un canto di gratitudine a Dio perché eterno è il suo amore, perché eterna è la sua misericordia. La seconda lettura, tratta dal libro dell´Apocalisse, spiega perché l´uomo non deve temere: Cristo, l´Alfa e l´Omega, ha trionfato sulla morte e vive per sempre (seconda lettura). Nel vangelo, Cristo risorto appare al collegio apostolico e invita alla pace, alla fiducia, alla sicurezza, perché la misericordia divina si è riversata in Cristo Nostro Signore. Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre. MESSAGGIO DOTTRINALE 1. Invito alla fiducia. ´"Non temere! Io sono il Primo e l´Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre" (Ap 1,17-18). Abbiamo ascoltato nella seconda lettura, tratta dal libro dell´Apocalisse, queste consolanti parole. Esse ci invitano a volgere lo sguardo verso Cristo, per sperimentarne la rassicurante presenza. A ciascuno, in qualsiasi condizione si trovi, fosse pure la più complessa e drammatica, il Risorto ripete: "Non temere!"; sono morto sulla croce, ma ora "vivo per sempre"; "Io sono il Primo e l´Ultimo e il Vivente". ´Il Primoª, la sorgente, cioè, di ogni essere e la primizia della nuova creazione; ´l´Ultimoª, il termine definitivo della storia; ´il Viventeª, la fonte inesauribile della Vita che ha sconfitto la morte per sempre. Nel Messia crocifisso e risuscitato riconosciamo i lineamenti dell´Agnello immolato sul Golgota, che implora il perdono per i suoi carnefici e dischiude per i peccatori pentiti le porte del cielo; intravediamo il volto del Re immortale che ha ormai "potere sopra la morte e sopra gli inferi" (Ap 1,18) (Cf Giovanni Paolo II, Omelia della Domenica della Divina Misericordia, 22 aprile 2001). 2. La misericordia divina. ´"Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia" (Sal 117,1). Facciamo nostra l´esclamazione del Salmista, che abbiamo cantato nel Salmo responsoriale: eterna è la misericordia del Signore! Per comprendere sino in fondo la verità di queste parole, lasciamoci condurre dalla liturgia nel cuore dell´evento di salvezza, che unisce la morte e la risurrezione di Cristo alla nostra esistenza e alla storia del mondo. Questo prodigio di misericordia ha radicalmente mutato le sorti dell´umanità. È un prodigio in cui si dispiega in pienezza l´amore del Padre che, per la nostra redenzione, non indietreggia neppure davanti al sacrificio del suo Figlio unigenitoª (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, n.7). Parlando della misericordia divina, san Bernardo commenta con grande ispirazione (cfr. Sermone 1, sull´Epifanìa del Signore, 1-2 PL 133, 141-143): "Ora, pertanto, la nostra pace non è promessa, ma inviata; non è differita, ma concessa; non è profetizzata, bensì realizzata: il Padre ha inviato sulla terra una sorta di sacco pieno di misericordia; un sacco, direi, che si romperà nella passione, affinché si versi quel prezzo del nostro riscatto che esso contiene... sotto i veli dell´umanità [di Cristo], fu conosciuta la misericordia divina, perché quando fu conosciuta l´umanità di Dio, non poté più rimanere celata la sua misericordia. In che cosa poteva manifestare meglio il Signore il suo amore se non assumendo la nostra stessa carne?... Comprenda, dunque, l´uomo fino a che punto Dio ha cura di lui; rifletta su quel che Dio pensa e sente per lui... Quanto grande e manifesta è questa misericordia e questo amore di Dio per gli uomini! Ci ha fatto una grande prova d´amore, nel voler che al nome di Dio fosse aggiunto il titolo di uomo". ´Nel Cristo umiliato e sofferente credenti e non credenti possono ammirare una solidarietà sorprendente, che lo unisce alla nostra umana condizione oltre ogni immaginabile misura. La Croce, anche dopo la risurrezione del Figlio di Dio, "parla e non cessa mai di parlare di Dio-Padre, che è assolutamente fedele al suo eterno amore verso l´uomo... Credere in tale amore significa credere nella misericordia"ª (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, n.7). Il vangelo di oggi ´ci aiuta a cogliere appieno il senso e il valore di questo dono. L´evangelista Giovanni ci fa come condividere l´emozione provata dagli Apostoli nell´incontro con Cristo dopo la sua risurrezione. La nostra attenzione si sofferma sul gesto del Maestro, che trasmette ai discepoli timorosi e stupefatti la missione di essere ministri della divina Misericordia. Egli mostra le mani e il costato con impressi i segni della passione e comunica loro: "Come il Padre ha mandato me anch´io mando voi" (Gv 20,21). Subito dopo "alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20,22-23). Gesù affida ad essi il dono di "rimettere i peccati", dono che scaturisce dalle ferite delle sue mani, dei suoi piedi e soprattutto del suo costato trafitto. Di là un´onda di misericordia si riversa sull´intera umanitઠ(Giovanni Paolo II, Omelia della Domenica della Misericordia, 22 aprile 2001). 3. Il cuore di Cristo. ´Il Cuore di Cristo! Il suo "Sacro Cuore" agli uomini ha dato tutto: la redenzione, la salvezza, la santificazione. Da questo Cuore sovrabbondante di tenerezza santa Faustina Kowalska vide sprigionarsi due fasci di luce che illuminavano il mondo. "I due raggi — secondo quanto lo stesso Gesù ebbe a confidarle - rappresentano il sangue e l´acqua" (Diario, p. 132). Il sangue richiama il sacrificio del Golgota e il mistero dell´Eucaristia; l´acqua, secondo la ricca simbologia dell´evangelista Giovanni, fa pensare al battesimo e al dono dello Spirito Santo (cfr Gv 3,5; 4,14). Attraverso il mistero di questo cuore ferito, non cessa di spandersi anche sugli uomini e sulle donne della nostra epoca il flusso ristoratore dell´amore misericordioso di Dio. Chi anela alla felicità autentica e duratura, solo qui ne può trovare il segretoª (Giovanni Paolo II, Omelia della Domenica della Divina Misericordia, 2001). La devozione al sacro cuore di Gesù è in sostanza il culto dell´amore che Dio ha per noi in Cristo, e al contempo la pratica del nostro amore verso Dio e verso tutti gli uomini. SUGGERIMENTI PASTORALI 1. La fiducia in Gesù. Giovanni Paolo II esprimeva con grande emozione: ´"Gesù, confido in Te". Questa preghiera, cara a tanti devoti, ben esprime l´atteggiamento con cui vogliamo abbandonarci fiduciosi pure noi nelle tue mani, o Signore, nostro unico Salvatore. Tu bruci dal desiderio di essere amato, e chi si sintonizza con i sentimenti del tuo cuore apprende ad essere costruttore della nuova civiltà dell´amore. Un semplice atto d´abbandono basta ad infrangere le barriere del buio e della tristezza, del dubbio e della disperazione. I raggi della tua divina misericordia ridanno speranza, in modo speciale, a chi si sente schiacciato dal peso del peccato. Maria, Madre di Misericordia, fa´ che manteniamo sempre viva questa fiducia nel tuo Figlio, nostro Redentore. Aiutaci anche tu, santa Faustina, che oggi ricordiamo con particolare affetto. Insieme a te vogliamo ripetere, fissando il nostro debole sguardo sul volto del divin Salvatore: "Gesù, confido in Te" (cf. Giovanni Paolo II, Omelia della domenica della Divina Misericordia, 2001). 2. La misericordia di Dio è infinita: la conversione del cuore. ´La misericordia in se stessa, come perfezione di Dio infinito, è anche infinita. Infinita quindi ed inesauribile è la prontezza del Padre nell´accogliere i figli prodighi che tornano alla sua casa. Sono infinite la prontezza e la forza di perdono che scaturiscono continuamente dal mirabile valore del sacrificio del Figlio. Nessun peccato umano prevale su questa forza e nemmeno la limita. Da parte dell´uomo può limitarla soltanto la mancanza di buona volontà, la mancanza di prontezza nella conversione e nella penitenza, cioè il perdurare nell´ostinazione, contrastando la grazia e la verità, specie di fronte alla testimonianza della croce e della risurrezione di Cristo. Pertanto, la Chiesa professa e proclama la conversione. La conversione a Dio consiste sempre nello scoprire la sua misericordia, cioè quell´amore che è paziente e benigno a misura del Creatore e Padre: l´amore, a cui ´Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristoª, è fedele fino alle estreme conseguenze nella storia dell´alleanza con l´uomo: fino alla croce, alla morte e risurrezione del Figlio. La conversione a Dio è sempre frutto del "ritrovamento" di questo Padre che è ricco di misericordiaª (Giovanni Paolo II, Dives in misericordiae, n.13). Totustuus |
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"Storico" è un avvenimento del quale vi sono attestazioni atte ad appurare che sia effettivamente avvenuto; cioè un evento che oggi si può descrivere retrospettivamente in tutte le tappe in cui si è svolto in virtù di testimonianze e di prove certe. Così sono ad esempio l'evento di Leonida alle Termopili o la seconda guerra mondiale. Non si può affermare tuttavia che la Resurrezione di Gesù sia un fatto storico, appunto perché nessuno potrà mai spiegare nei dettagli e nei vari procedimenti COME essa sia avvenuta, come cioè Gesù si sia alzato dal sepolcro, come si sia liberato dalle bende e dal sudario e finalmente come Gesù abbia rovesciato il masso d'apertura. Certamente, noi abbiamo la certezza della resurrezione a partire dalla prova del sudario ben ordinato che hanno visto gli apostoli Pietro e Giovanni subito accorsi, dalla costanza dei martiri che non avrebbero avuto motivo di farsi uccidere per un falso evento, dalle varie apparizioni e ben altro ancora, tuttavia ciò non esaudisce le domande dei COME di cui sopra. La resurrezione si accetta allora non come dato storico, ma come un fatto di FEDE. Occorre soltanto crederci e sottometterci a un tale mistero, anche se molte volte questo è difficile.... Si tratta di un mistero che effettivamente trascende la ragione, il quale da parte non cristiana è stato ritenuto perfino assurdo e pazzesco. Ma come il giorno di Venerdi Santo avevamo riflettuto, appunto in ciò che umanamente è ritenuto inconcepibile Dio ha manifestato la sua gloria, scegliendo "ciò che è stolto per confondere i sapienti", manifestando fra l'altro di prediligere la sapienza divina alla fallace "scienza" umana ed è in tal senso si mostra DAVVERO un Dio capace di raggiungere l'uomo. Quindi non rimane che credere nella resurrezione e quando ci si affida senza discussioni al Mistero si trova in esso la consolazione, l'esaltazione dello spirito e il coraggio dell'annuncio. Nella fede si ha infatti la certezza che questo Signore risorto è sempre con noi e lo è in quanto vittorioso sulla morte e sul sepolcro; con la sua presenza, nello Spirito Santo guida la nostra vita e determina tutta la nostra storia, così come ci viene insegnato nella prima Lettura tratta dagli Attti degli Apostoli: Pietro e i suoi compagni solo in forza del loro Signore hanno la capacità di operare guarigioni e di lanciarsi nell'opera missionaria di evangelizzazione. Del resto, come si evince nel Vangelo (che è stato scritto dopo il libro degli Atti e le altre Lettere), era stato lo stesso Gesù a conferire loro il potere di rimettere i peccati e rendere discepole tutte le genti, pertanto è dal Suo potere che proviene adesso ogni opera. Se Gesù è risorto e noi lo abbiamo accolto con fede, Questi non mancherà di soddisfare le nostre attese e soprattutto di manifestare la sua presenza nell'ora della prova e tutte le volte che si tratti di eseguire un'opera di eroismo nel suo nome. Perché è proprio Lui che ci incute coraggio e costanza e anche quando ci si dovesse sentire soli e derelitti, la sua ineffabile presenza la si può rivedere nella preghiera e nei sacramenti: se io credo che Lui è risorto e che mi accompagna sono sicuro che, pregandolo, mi ascolterà e ricevendoLo nell'Eucarestia mi darà sollievo e vigore e pertanto l'orazione e l'attività meditativa non sono mai tempo perso. Che dire invece di Tommaso? E' vittima di quella mentalità empiristica per la quale è vero solo ciò che si sperimenta al tatto e rappresenta la debolezza che caratterizza anche noi quando ci si ostina a non voler credere senza convinzioni e si vuole costringere Dio alle nostre esigenze, chiedendoGli che si autoaffermi con l'evidenza dei suoi prodigi. Fortunatamente però Gesù mostra molta pazienza. Lungi dal riprovarlo per il suo dubbio, ingiustificato dal momento che Lui aveva sempre parlato di sé in precedenza e quindi aveva ben preannunciato la sua resurrezione, lo asseconda nella sua assurda pretestuosità: "Toccami le mai e il costato e non essere più incredulo, ma credente" E senza ce il brano affermi che lui abbia davvero toccato nulla, l'apostolo esclama: "Signor mio, Dio mio"! Dicevamo prima: fortunatamente Gesù ha molta pazienza. Si, perché nel suo amore e nella sua disposizione di grazia egli è disposto perfino a colmare le lacune della nostra fede, anche con in necessari atti prodigiosi.... Fortunatamente. Ed è anche un beneficio essere rivestiti della potenza scaturente della sua Resurrezione che ci colloca sulla scia della Chiesa nascente di cui alla Prima Lettura; vale a dire che alla luce della nostra adesione al Risorto, parimenti ai primi cristiani anche noi ci avvaliamo del ciritto-dovere di evangelizzare, non prima però di aver reso evangelizzata la nostra comunità, nella reciprocità dell'amore e nella sintonia della comunione fraterna. padre Gian Franco Scarpitta |