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Maria e Giovanni Battista sono le due figure che ci accompagnano al Natale. L'8 dicembre Maria e la IV domenica d'Avvento Maria; oggi e domenica prossima il Battista. Giovanni Battista fu una figura fondamentale per Gesù. Fu il suo iniziatore e probabilmente anche un suo discepolo. Nei primi cristiani il ricordo del Battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista provocava sconcerto: (e proprio per questo fatto possiamo ritenerlo come dato storico): da una parte, infatti, metteva in risalto la superiorità del Battista all'inizio rispetto a Gesù; dall'altra, poiché Giovanni Battista battezzava solo dopo la conversione dai propri peccati, tale gesto induceva ad immaginare una consapevolezza di peccato da parte di Gesù. Storicamente Gesù considerò il Battista come suo maestro, a lui superiore, e si fece battezzare da lui per il perdono dei propri peccati. Egli si considerava uno dei molti che in Israele volevano convertirsi per sottrarsi all'imminente giudizio di Dio. Successivamente, poi, Gesù prese la sua strada e si distaccò dal Battista (Mt 11,2 - 15; Lc 7,18 - 30). Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare… Lc, come i grandi scrittori del suo tempo, inquadra la vicenda che sta avvenendo dentro la grande storia. Ci sono i nomi dei sovrani del suo tempo: quelli politici e quelli religiosi. C'è Tiberio, morto nel 14 d.C. (19 agosto). Siamo tra il 19 agosto del 28 e l'agosto del 29 (cfr. Gv 2,20). C'è Pilato, governatore della Giudea e Samaria tra il 26 e il 36. Gli storici parlano di lui come di un uomo corrotto e crudele. C'è Erode Antipa, figlio di Erode il Grande che regnò sulla Galilea e Perea (Transgiordania) tra il 4 a.C. e il 39 d.C. C'è Filippo che governò le regioni a Nord e ad Est del lago di Genezareth dal 4 a.C. al 34 d.C. C'è anche un tal Litania, personaggio poco conosciuto. L'Abilene, su cui regna, è la regione di Damasco; faceva parte della Palestina. Ci sono anche i sovrani religiosi: c'è Anna sommo sacerdote dal 6 al 15. Anche dopo la sua deposizione la sua influenza continuò. Oltre ad Anna, altri cinque suoi figli furono eletti sommi sacerdoti. C'è Caifa', genero di Anna, sommo sacerdote dal 18 al 36. Insomma, ci sono tutti quelli "importanti" per il mondo. Ma Dio non scende lì. Oggi diremmo: c'è Bush, c'è Blair, c'è Putin, c'è Prodi e Berlusconi, c'è papa Benedetto e il patriarca della chiesa orientale, ma Dio scende sul cappellano delle carceri che "vede" davanti a sé ancora delle persone e non dei condannati ad una vita meschina; Dio scende sul palestinese e sull'ebreo che fra le ostilità dei propri compatrioti cercano vie di pace con l'altra sponda; Dio scende sul vescovo libero nel cuore che denuncia l'artificiosità e l'alienazione di una certa chiesa; Dio scende sulla suocera che decide di perdonare lo sgarbo alla nuora. Quando c'è un cambio di governo al vertice la gente si fa molte aspettative. Questo avviene da sempre e da sempre si rimane delusi. Chissà che s'impari! Dio non è tra i famosi della storia. Dio è, scende, nasce tra quelli che sono disponibili ad accoglierlo. Una donna trovò un uovo. Pensava tra sé: "Che fortuna che ho avuto. Non lo mangerò, ma lo metterò a covare. Nasceranno altri pulcini e altre galline, che non mangerò e che mi daranno altre uova e altre galline. Mi aprirò un piccolo allevamento di galline e poi uno più grande. E ne aprirò un secondo, un terzo e un quarto. Oggi è proprio la giornata decisiva della mia vita". E finché, felicissima, pensava tutto questo, le scivolò l'uovo dalle mani che si ruppe irrimediabilmente al contatto con il suolo. Così siamo noi quando confidiamo troppo nei potenti o nella "manna dal cielo", nell'evento fortunato che ti cambia la vita o "che le cose prima o poi cambieranno": finiamo così, come quell'uovo! C'è un uomo che si è sposato con sua moglie perché le faceva compassione. Lei aveva una situazione familiare disastrosa e umanamente povera. Lui, principe salvatore, ha deciso di redimere la sua amata dalla sua condizione. Per redimerla dalla sua condizione l'ha sposata. Adesso, ovviamente, si ritrova a dover vivere con una donna che gioca sul suo disagio psichico e che lo gestisce in tutto. Quando lui "sgarra" lei gli dice: "Stai attento perché io mi uccido", e così ha trovato il modo per gestirlo. Il giorno del matrimonio lui, confida agli amici stretti, sentiva di essere al suo funerale. Lui spera sempre che lei si innamori di qualcun altro o che succeda qualcosa d'improvviso, dall'alto, che lo liberi dalla sua condizione. Ma sono già passati vent'anni! La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Il verbo "scendere" (gignomai) vuol dire anche "nascere, generare". E' un incontro vivo, che trasforma, che fa fiorire e genera il suo frutto. Dopo questa discesa il Battista se ne va per tutta la regione a predicare. Quando la parola di Dio all'inizio della storia scende sulla creazione nasce il mondo e ogni essere vivente. Quando la parola di Dio attraverso l'angelo scende su Maria, nasce Gesù. La parola che scende su Giovanni lo invia, lo spinge e lo fa profetizzare. Dio quando scende, quando viene, produce una creazione, una nascita, un rin-novamento. Allora: l'incontro con Dio è un incontro che ti crea cioè ti cambia e ti invia cioè produce un movimento. Ti crea: tu eri qualcosa ma dopo aver ascoltato, nel senso di "mangiato, assimilato, gustato, fatta penetrare" una parola, tu non sei più lo stesso. Quella produce un movimento, un cambiamento, un'apertura dentro di te. Francesco lasciò risuonare la parola: "Francesco, va' e ripara la mia casa". Non fu più lo stesso. All'inizio non seppe bene cosa volesse dire, ma sapeva che quella parola era la "sua parola". Un uomo ad un incontro sul vangelo è risuonata dentro la parola: "Esci fuori". Dopo l'incontro non riusciva a spiegarsi il perché di quel timore ma qualche giorno dopo tutto fu chiaro. "Esci fuori", per lui, voleva dire: "Smetti di vivere nella paura e nella difensiva. Non vedi che hai paura di tutto? Non vedi che hai paura di esprimerti, di dire quello che pensi, quello che provi? Non vedi che hai paura degli altri e di scegliere? Non vedi che la paura ti fa vivere barricato e nascosto dentro di te? Esci fuori!". La vibrazione fu così forte che da quella parola quell'uomo non fu più lo stesso. Un uomo una notte fa un sogno: un uomo vecchio, con la lunga barba bianca gli dice: "Ho scelto te!". Quella parola lo commosse così tanto e così a lungo che non poté più smettere di ascoltarla. Lui era stato scelto; lui era importante; lui aveva qualcosa da dire, da realizzare e da vivere. Quella parola lo fece nascere e quell'uomo non fu mai più lo stesso. Una donna conduce una vita mediocre e di superficie. Un giorno finché fa meditazione e scende dentro di sé, si ritrova inseguita da una serie terribile di mostri preistorici. Arriva ad un precipizio: oltre non può proseguire e gli animali la stanno raggiungendo. Da sotto Gesù le dice: "Buttati!". Che fare? O fidarsi e buttarsi o finire in pasto agli animali. Così si butta e dopo un volo lunghissimo, prima di schiantarsi, Gesù la prende. Quella parola "buttati" cambiò la sua vita: non poteva più vivacchiare. Doveva entrare dentro la vita. E così fece. Quante parole ascoltiamo durante una giornata! Ma la parola di Dio non è così. Quante parole religiose abbiamo detto nella nostra vita! Ma la parola di Dio non è così. Quante volte abbiamo ascoltato il vangelo! Ma la parola di Dio non è così. La parola di Dio è quella parola che ti penetra nelle profondità, ti scuote (quindi è sempre destabilizzante) e ti tocca, ti centra nel tuo intimo. E' quella parola che ti viene sempre in mente, anche se puoi non sapere il perché, che ti risuona, che ti vibra, che senti ti richiama e che ti riguarda. E' quella parola che non ti lascia indifferente. E' quella parola che fa succedere qualcosa. Alcune parole hanno bloccato la nostra vita, l'hanno distrutta, l'hanno uccisa, chiusa: "Sei un bastardo", ha detto un padre al figlio di sua moglie avuto da un rapporto precedente. "Sei una puttana", ha detto una madre nel vedere come sua figlia si vestiva e si comportava. "Mi fai schifo", ha detto una donna a suo figlio di cinque anni. "Sei stato la rovina della mia vita", ha detto una madre a suo figlio incolpandolo del suo matrimonio. "Ti volevo maschio" (il padre a sua figlia); "Maledetto il giorno che sei nato" (la madre a suo figlio). "Se muoio è colpa tua" (la moglie al marito); "Sei il solito incapace; lo sapevo!; fossi come tua sorella!…". Ma alcune parole (le parole di Dio) se le lasciamo penetrare fino nel nostro profondo ci possono salvare: "Esci fuori; alzati; ti amo; va bene così; adesso basta; perdonati; lascia andare; non avere paura; slegati…". Il Battista predica nel deserto. Deserto (in ebraico midebar) vuol dire "ciò che viene dal Verbo". Geograficamente il deserto palestinese è una regione montuosa, con scarsa vegetazione, poco abitata, sede di pastori, predoni ed eremiti (eremos in greco vuol dire proprio deserto). Ma nella Bibbia il deserto è un luogo per cui si deve passare. Non si può giungere da nessuna parte, in nessuna terra promessa se non si ha il coraggio e la forza di affrontare il proprio deserto. E' stato un passaggio necessario dopo la liberazione dall'Egitto (Es 5,1; 13, 17-21), per quella babilonese (Is 40,3); è stato un luogo necessario per Mosé (Es 3), per Elia (1 Re 19), per Paolo (Gal 1,17), per Gesù (Lc 4,1 - 13). Il deserto più che un luogo fisico è una dimensione della vita. Viene, cioè, un momento in cui bisogna smettere di sfuggire a se stessi, smettere di cercare risposte fuori di noi, smettere di riempirci e di imbottirci di idee, filosofie e pensieri vari, e guardarci per davvero in faccia senza mentirci. Nel deserto non c'è nessuno: ci sei solo tu. Molte persone hanno il terrore di stare con sé. C'è chi non può stare senza fare qualcosa: non è che faccia tante cose, è che non riesce a stare con sé. C'è chi deve parlare sempre e riempire tutti gli spazi vuoti; non può fermarsi e ascoltarsi. C'è chi non riesce a stare da solo e deve sempre stare in compagnia di qualcuno perché ha paura di sé. C'è chi non riesce neppure ad ascoltare quello che prova, che neppure può sentirlo perché lo teme troppo. Molte persone cercano il "tempo per sé": si riposano, leggono un libro, fanno qualche sport, escono con gli amici; fanno, insomma, quello che di solito non fanno mai. Bene! Ma "stare con sé" è un'altra cosa. Un grande esercizio è quello di stare un giorno intero senza nessuno e niente. Niente libri, niente telefono, niente cose da fare, niente da scrivere, poco da mangiare. All'inizio incontrerete il vuoto, il disorientamento e cercherete il modo per scappare. Ma se avrete forza di rimanere farete una grande sorpresa: … (provate e capirete!). Nel deserto il Battista predica un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Predicare: kerysso, vuol dire urlare, dire ad alta voce. La radice ker indica il cuore. Giovanni non fa catechesi, lunghi discorsi o omelie; messaggi semplici che portano al cuore e che arrivano al cuore, messaggi brevi, appassionati, diretti e incisivi. Anche Gesù parlava così. Il messaggio non ci deve con-vincere (vincere è umiliare l'altro); dobbiamo aderirci perché ci tocca l'anima. Il battesimo è di conversione per il perdono dei peccati. Conversione è meta-noeo (shub in ebraico vuol dire "tornare indietro") e indica il cambiamento di pensiero. Perdono (afiemi) indica il lasciar andare, il liberare, il mandare via, il rimettere. Peccato in ebraico indica una freccia che non giunge al bersaglio. Un giorno dovevo andare a Ferrara. Prendo l'autostrada a Monselice e invece di prendere per Bologna, sopra pensiero, prendo per Padova. Dopo due-tre chilometri mi rendo conto della cosa. Che si fa? Beh, è semplice, si esce al primo casello e si torna indietro. Quando ti accorgi che la strada sulla quale viaggi non è quella giusta, è logico cambiare, non ti pare? Quando ti accorgi che il pensiero o l'azione che fai, ti fa solo male, è logico cambiare, non ti pare? Sei arrabbiato con tuo marito e gli fai il muso. Ma questo non cambia la situazione perché lui, anche se ti vede arrabbiato (glielo fai vedere con il muso!), non ti viene incontro (d'altronde sei tu che sei arrabbiato!). Allora cambia comportamento, questo non porta da nessuna parte. Lascia stare, lascia andare chi ha ragione o chi ha torto (perdonare, lasciar andare), vai tu incontro a lui e spiegatevi. Sei arrabbiato con tua moglie e ti chiudi nel tuo silenzio. A che ti serve? Poi ti viene il mal di testa e male allo stomaco, non mangi più e diventi nervoso: ne vale la pena? Cambia la malefica idea (perché ti fa-male, male-fica) che hai in testa (metanoeo): dille cosa ti ha ferito, cosa ti ha provocato così tanto dolore e parlale. "Di certe cose a casa mia non se ne parla!", dici tu. Così tuo figlio adolescente di sessualità e di alcuni problemi non te ne parla mai. Convertiti! Quando ti accorgi di "aver fatto una cappella", di aver detto qualcosa che non volevi dire, di aver esagerato o di aver ferito, torna indietro (shub). Vai dalla persona e gli dici: "Guarda, ho esagerato; guarda, ti chiedo scusa perché mi sono lasciato prendere la mano; guarda, mi rendo conto di non averti ascoltato o di aver tentato di manipolarti; volevo aver ragione a tutti i costi". A che ti serve il tuo orgoglio se non a nasconderti che hai sbagliato? Non è amore poter agire così! Non è da forti poter ammettere questo! "Quello che ho detto, ho detto e non torno indietro": convertiti, torna sulle tue posizioni. Se ti tieni quest'idea e fisso nel tuo orgoglio non cedi, non ti dai il permesso di sbagliare mai. A che ti serve fare così? Cambia idea (meta-noeo): nella vita si può anche sbagliare o cambiare idea. Tuo figlio, seconda media, ci mette ore e ore a fare i compiti. E se non ci sei tu non li fa. Allora urli, sbraiti e vai sempre su tutte le furie perché senza la mamma che gli sta con il fiato sul collo lui non fa niente. Ma non funziona. Cambia strada, convertiti (shub, meta-noeo): forse fa i compiti solo con te perché, adesso che cresce e che non vuole più coccole da te, è l'unico modo con cui si può permettere di ricevere affetto e attenzioni da te. Hai quarant'anni e dentro una confusione terribile. Il rapporto con il marito s'è rotto; ti senti vuota, dispersa e ti senti prosciugata dai figli. Ce l'hai messa tutta, ti pare di aver fatto tutto ciò che potevi fare, ma non è servito a niente. Convertiti, cambia mentalità. Se finora hai fatto tutto tu e ti sei arrangiata da sola, adesso fatti aiutare. Perché vuoi affondare per non tendere la mano? C'è un uomo che non riesce ad avere rapporti profondi con le donne. E' un bel ragazzo, simpatico e si sta bene con lui. Ma quando il rapporto con una donna si approfondisce o diventa intimo, lui deve scappare o staccare la spina. Dice: "Non avrò mai nessuno!". Ma no! Perdona, lascia andare (afiemi) tua madre, chiudi i conti con lei, accetta di deluderla perché ti "prendi un'altra donna" e vai per la tua strada, perché vivere l'amore merita. Se quella porta è chiusa perché spaccarsi la testa; cambia porta, cambia passaggio, convertiti. Quando una persona si era accorta del proprio errore, della propria strada sbagliata, si faceva battezzare. Quando il cambio era radicale, perché era tutta la propria vita un peccato, cioè una strada non buona, una strada che non ci portava da nessuna parte, allora andava da Giovanni Battista e si faceva battezzare. Battesimo (baptizein, immergersi in greco) in ebraico tabel indica l'immersione nelle acque. La creazione dice la Bibbia è immersa nelle acque del mondo, dove c'è tov e rà. All'inizio della storia (Genesi) tutto il creato era ricoperto dalle acque (samaym: che vuol dire "le acque che contengono il Nome", ciò che tu sei veramente) e quando Dio disse: "Sia la luce" (Gn 1,3) creò la luce e le tenebre (tov e rà). Ma tov e rà indicano non tanto la luce, il bene e il buio, il male; ma la luce e la non-ancora-luce. E' la legge della vita: per conoscere Dio, la Vita, bisogna immergersi nelle acque che contengono la luce e la non luce. Bisogna confrontarsi con tutti i mostri interiori, che noi chiamiamo male, che tendiamo ad isolare, ad eliminare, a mettere in disparte e a non confrontarci. Tutta la storia della salvezza è il tentativo di entrare dentro queste acque buie, di non-luce, tenebrose, di peccato, per confrontarsi con esse e uscirne, con l'aiuto di Dio, vittoriosi. Il mondo non è un Eden meraviglioso ma è un territorio dove tu devi accettare la tua luce e la tua non-luce, i tuoi lati di splendore e i tuoi lati oscuri, quelli di gloria e quelli di tenebra. Anche gli Ebrei dovettero immergersi nelle acque del Mar Rosso (yam sof vuol dire "mare dei giunchi o del limite") e fare un lungo cammino di quarant'anni dove si confrontarono con tutta una serie di nemici (più che esterni sono i nostri demoni interiori) per uscirne, con la presenza di Dio, vittoriosi. Il cammino degli ebrei fu un cammino con grandi fedeltà, grandi luci, ma anche con grandi infedeltà e idolatrie, un cammino d'ombra. E dovettero percorrerlo fino in fondo, tutto, per arrivare alla Terra Promessa. Anche Gesù si immerge nel Giordano (Yared, Giordano, vuol dire discendere). Anche Gesù è dovuto discendere in questo mondo di luce e di buio, di già e di non-ancora. Anche lui ha dovuto confrontarsi con il buio personale (4,1 le tentazioni), le tenebre del mondo e del male che lo ostacolavano, e che alla fine lo uccisero. Anche noi il giorno della nostra nascita usciamo dalle acque uterine: come gli ebrei, come la creazione, come Gesù quando fu battezzato dal Battista (3,21). Con l'uscita dalle acque (materne) inizia il nostro cammino di confronto con la luce e il buio che vive dentro ciascuno di noi (battesimo d'acqua). Solo con la nostra opera (battesimo di sangue) si potrà manifestare nella nostra vita la salvezza di Dio. Solo con quest'opera potremmo far emergere il Figlio dell'uomo che emerge in ciascuno di noi. Siamo già figli di Dio, ma solo immergendoci, incontrando il non-ancora che ci fa paura, che respingiamo, che a volte demonizziamo, ma che ci appartiene potremmo diventarlo. Siamo un seme (di figlio dell'uomo) che può diventare pianta (il Figlio dell'Uomo). L'opera è semplice e complessa. Raddrizzare i sentieri. Non è vero che facciamo pensieri osceni, aggressivi o crudeli? Non è vero che guardiamo la donna (o l'uomo) con l'occhio assatanato di chi la vorrebbe possedere? Non è vero che cova in noi tanta di quella rabbia che faremo a pezzi qualcuno, che elimineremo fisicamente qualcuno di quelli vicini, che faremo soffrire con divertimento qualche persona? Non è vero che facciamo in certi notti sogni dove con un coltello facciamo morire dissanguati qualcuno? Non è vero che abbiamo dei comportamenti perversi (per-versi: nella direzione sbagliata) e indecenti? Non è vero che dietro al nostro bel volto sorridente dietro a tanto "Dio", a volte c'è tutto questo? E tutto questo "storto", questo irrisolto, dove andrà a finire? Come agirà libero dentro di noi? Burroni riempiti. Non è vero che dentro di noi ci sono buchi affettivi enormi? Non è vero che ci sono mani che chiedono disperatamente amore e corpi che bramano tenerezza? Non è vero che a volte siamo stati abbandonati e che non c'era nessuno che ci ascoltava, che ci difendeva, che si prendeva cura di noi? Non è vero che ci sentiamo cadere nel nulla, nel vuoto più assoluto e che ci sentiamo inghiottire dal buio? Non è vero che siamo stati derisi, umiliati, che si divertivano a prenderci in giro e tutti ci davano addosso? Non è vero che siamo come un iceberg perché non c'era calore attorno? E che adesso temiamo come il peggior demonio il sole dell'amore? E come si può vivere con tutto questo vuoto dentro, questa mancanza che tentiamo in tutte le maniere di riempire (soldi, sesso, droga, ammirazione, ecc) ma che non si riempie mai, come un pozzo senza fondo? Monti abbassati. Non è vero che siamo orgogliosi? Non è vero che siamo competitivi, che ci dà fastidio che il nostro amico abbia trovato un lavoro migliore del nostro o la fidanzata più bella della nostra? Non è vero che ci crediamo o che vorremmo essere migliori (più bravi, più onesti, più perspicaci, più intelligenti, più simpatici) del nostro collega o di chi c'è vicino? Non è vero che ci sentiamo superiori agli altri? Non è vero che giudichiamo gli altri perché ci sentiamo inferiori? Non è vero che quello che fanno gli altri è sempre "fatto male" perché solo noi facciamo bene le cose? Non è vero che c'è del marcio dentro di noi e che abbiamo anche noi la nostra parte di "schifo"? Non è vero che tutto questo non ci riguarda? Non è vero che crediamo che tutto questo riguarda solo gli altri ma non di certo noi? E come si può incontrare la propria fragilità, la propria vulnerabilità con tutta questa supponenza? Come si può incontrare gli altri, o semplicemente amare qualcuno, con tutta questa altezzosità, nelle vene? Passi tortuosi. Non è vero che ci sarebbero delle scelte difficili, tortuose, tormentate da operare? Non è vero che sappiamo che dovremmo fare quella cosa ma che non ci va di farla? Non è vero che lasciamo lì quello che dovremmo fare noi e solo noi per non crearci troppi "casini"? Non è vero che cambiare è impegnativo e coinvolgente, e perché farlo? Non è vero che ce la raccontiamo pur di non iniziare certe strade ardue e tortuose? Come si può essere protagonisti della propria vita con tutte queste scelte non operate? Luoghi impervi. Non è vero che ci sono dei fatti duri da digerire e dei ricordi nascosti? Non è vero che abbiamo degli scheletri nei nostri armadi? Che dei mostri che c'inseguono di notte e di giorno? Non è vero che delle porte del nostro cuore sono chiuse a doppia mandata e guai a chi prova entrarci? Non è vero che ci sono dei traumi, che sappiamo che ci sono ma che tentiamo con tutto noi stessi di dimenticare? Non è vero che ci sono delle ferite che non vogliamo che riemergano perché ci farebbero così tanto soffrire? E tutte queste zone, questi luoghi inaccessibili, dove nessuno vi può entrare, non è spazio, vitalità non utilizzata? Come si può essere figli della luce con tutto questo nascosto e questo buio dentro? Il miracolo è che se tu fai questo vedrai la salvezza. Se tu fai questo emergerà il Figlio dell'uomo, cioè chi sei tu, nella tua bellezza originaria, pura, naturale. Quello che sei non ci assomiglia neanche lontanamente. Compi la tua opera e vedrai chi sei! Se tu fai questo emergerà il Figlio di Dio, e lo vedrai faccia a faccia. Tutto ti sarà chiaro: non ci saranno più dubbi o domande. Quando si vede si sa che è così! Se tu fai questo scoprirai che non c'è nulla da temere, nulla di cui aver paura perché potrai vedere distintamente tutto com'è: siamo tutti (uomini, mondo, universo, bene e male) sopra la Sua Mano, avvolti dal suo dolce sguardo; e mentre noi siamo affaccendati a conquistare chissà chi e chissà cosa, Lui sorride e ci protegge. |
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Possiamo celebrare cento natali, senza che mai Dio nasca nei nostri cuori. Perciò abbiamo bisogno di un tempo di interiorità, perché possiamo, infine accogliere la luce del Signore. Affinché il giorno della venuta del Signore non ci piombi addosso all'improvviso e ci trovi impreparati. Sarebbe tragicomico passare la vita ad invocare la venuta del Signore, e non esserci nel momento della su venuta interiore! Certo, non è facile e tutto ci rema contro: il clima dolciastro, lo scippo natalizio perpetrato dal mercato che fa leva sui buoni sentimenti, le difficoltà della vita di tutti i giorni. Non è facile, ma è possibile: Cristo ci chiede di alzare lo sguardo, invece di lamentarci, di guardare oltre, altrove, al di là. L'importante è arrivare al Natale, a quello vero, con il cuore, leggero, senza lasciarlo appesantire dalla dissipazione, dallo stordimento, dalle preoccupazioni della vita. Dio viene, lui prende l'iniziativa, è suo il primo passo. La Scrittura ci rivela il volto di un Dio che intesse relazioni, che cerca l'uomo, che lo corteggia. La storia, splendida e drammatica, fra Israele e il suo Dio non è sempre stata fortunata e feconda. Ora Dio viene per spiegarsi, per raccontarsi, per dirsi. Dio viene a rivelarsi. Incipit L'aulico e solenne incipit della predicazione del Battista conferma l'intento di Luca di raccontare eventi storici, non edificanti racconti da pie devote. Luca, discepolo di Paolo, non ha mai visto Gesù in vita sua. Come noi è stato affascinato e sedotto dalla predicazione di Paolo e dal fuoco della sua parola. Luca, antiocheno, greco, colto e raffinato, ha scritto il suo vangelo dopo Marco, in contemporanea con Matteo. Ci tiene, Luca, a dimostrare (già allora!) che non è corso dietro a delle favole ma che l'annuncio si fonda su solide basi. La descrizione della situazione geo-politica del tempo della predicazione del Battista ci lascia stupiti, noi figli di Dan Brown, e ci dice ancora e ancora che non corriamo dietro a delle favole (anche se certi cristiani si comportano come personaggi da operetta!) ma che la nostra fede appoggia su solide basi. Volesse Dio che Luca ci facesse almeno un poco vergognare della nostra impressionante ignoranza evangelica! Storie altre
Luca, però, vuole dire anche altre cose. Tutti i
personaggi elencati, chi più, chi meno, detengono in
mano il potere assoluto, sanno di potere decidere i
destini dei popoli, si sentono e sono grandi. La Parola
di Dio dribbla elegantemente tutti i signori dell'epoca
e si posa su un macerato trentenne consumato dal vento
del deserto e dal digiuno, un folle di Dio scontroso e
rabbioso che si consuma sulle rive del Giordano,
Giovanni il battezzatore. Così è, amici, la Storia di Dio si sovrappone alla piccola e violenta storia degli uomini e la trasfigura. Nessuno di noi conoscerebbe Erode se non avesse ucciso il Battista. Il procuratore Pilato viene nominato ogni domenica nella professione di fede non per la sua audacia politica e militare, ma per aver ucciso un falegname esaltato che si prese per Dio. E che lo era. E noi, a che storia vogliamo appartenere? Le energie, i sogni, l'audacia che mettiamo per chi o cosa la mettiamo? Per la fragile storia degli uomini? O per quella di Dio? Lavori in corso Entrare nella storia altra significa, anzitutto, aprirsi allo stupore di Dio, attenderlo ed accoglierlo per ciò che egli è, non per ciò che vorremmo che fosse. L'avvento non aggiunge degli impegni alla nostra scarsa fede e alla nostra poca disponibilità alla preghiera, ma un tempo in cui ci è chiesto di accorgerci, di preparare la strada, di spalancare il cuore. Citando Isaia, Giovanni è molto preciso sulle cose da fare: raddrizzare i sentieri, riempire i burroni, spianare le montagne. Raddrizzare i sentieri, cioè avere un pensiero semplice, lineare, senza troppi giri di testa. La fede è esperienza personale che nasce nella fiducia, che diventa abbandono. La fede va interrogata, nutrita, è intelleggibile, ragionevole. Ma ad un certo punto diventa salto, ragionevole salto tra le braccia di questo Dio. Abbiamo bisogno di pensieri veri nella nostra vita, di pensieri positivi e buoni per poter accogliere la luce. Riempire i burroni delle nostre fragilità. Tutti noi portiamo nel cuore dei crateri più o meno grandi, più o meno insidiosi, delle fatiche più o meno superate. Ebbene: occorre stare attenti a non lasciarci travolgere dalle nostre fragilità o, peggio, mascherarle. Ognuno di noi porta delle tenebre nel cuore: l'importante è che non ci parlino, l'importante è non dar loro retta. Spianare le montagne. In un mondo basato sull'immagine conta più l'apparenza della sostanza. Bene il fitness , ottimo il body-building per stare in forma. È bene curare il proprio modo di vestire. Ma occorre aprire qualche palestra di spirit-building , qualche estetista del cuore e dell'anima! Attendere con gioia Essenzialità, verità, desiderio: questi gli strumenti per trovare un sentiero verso Dio. E questo già ci procura gioia, l'attesa già ci scuote dentro, ci apre lo stupore… gioia come quella che san Paolo prova per la sua comunità greca di Filippi, come quella che il salmista descrive per il ritorno dei prigionieri da Babilonia a Gerusalemme. Allora, amici resistenti, carbonari dello spirito, discepoli del Rabbì, su di voi piccoli e fragili e dispersi Dio fa scendere la sua Parola. Alzate lo sguardo, ve ne prego. Animo, mano ai badili spirituali e ai picconi interiori: c'è da fare in settimana… |
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Continua l'allegoria delle immagini che hanno già introdotto il tempo dell'attesa e dell'aspettativa di Dio con noi: saremo accompagnati in queste settimane dalla prospettiva della gioia nella certezza che tale incontro con Dio sarà apportatore di pace, di giustizia e di bene, proprio come quelli annunciati per la città di Gerusalemme dal profeta Baruc: gioia ed esultanza grande in vista della liberazione dall'esilio babilonese. Dio si riconcilia con il popolo dopo la parentesi della lontananza e dell'esilio, incoraggia i deportati e li risolleva con la lieta notizia che la liberazione è vicina e che è prossima la gioia. Il popolo di Israele si era allontanato dal Signore e aveva abbandonato la sapienza per darsi alle opere malvagie (capp. 2 - 4 dello stesso libro); dopo un lungo periodo di preghiere e di digiuni e un sincero pentimento, adesso vi è la prospettiva della liberazione dalla schiavitù e del rientro a Gerusalemme dei deportati ebrei. E' Dio che per primo perdona i peccati dell'umanità garantendo pace, benessere e sicurezza e prodigandosi zelantemente nei confronti del popolo; Israele non può far altro che immedesimarsi in tale atto conciliativo divino, recepire e accogliere il dono della salvezza con gratitudine, riconoscenza e rettitudine di vita. La lontananza da Dio, il peccato, la miseria morale, la ricerca degli idoli come alternativa alla Provvidenza sono sempre stati alla radice di ogni peccato e per ciò stesso hanno reso l'uomo sempre brancolante nel buio delle proprie disillusioni e vacuità di spirito; nella misura in cui ci si allontana da Dio non si fa' che procacciare il proprio autolesionismo e si precipita nel baratro dell'infelicità che il peccato, scelto deliberatamente e avvertitamente, comporta. Restare lontani da Dio è rovina per l'uomo, per questo Dio non abbandona l'uomo ma lo chiama, lui per primo, alla comunione con sé, agendo come principale artefice di conversione e di riconciliazione. Così avviene per l'Israele esiliato da Baruc, così anche per l'evangelista Luca che ci descrive l'avvento della salvezza definitiva: ""ogni uomo vedrà la salvezza di Dio"; Dio interverrà cioè in modo definitivo nella storia per presenziarvi e apportare in sé un punto di riferimento risolutivo con l'Incarnazione di se stesso nella persona di Gesù Cristo, Salvatore e liberatore dell'umanità. In Cristo Dio chiama l'uomo alla comunione con sé e lo riconcilia solo ed esclusivamente in forza del suo amore; ma se Dio mostra sollecitudine nei confronti dell'umanità, da parte di questa non deve mancare la corrispondenza ai disegni salvifici divini, cioè l'atteggiamento con il quale si accetta la gratuità del dono e ad esso ci si sottomette. Convertirsi vuol dire infatti prendere atto che Dio -Lui per primo- ti chiama alla comunione con sé; convincersi dei benefici e delle prospettive di gioia e realizzazione che questa comunione comporta, disporsi ad accogliere il dono di Dio con semplicità, sensibilità e spirito di sottomissione; quindi aderirvi attraverso una pratica di vita coerente e conforme ai divini voleri medesimi. La conversione è pertanto innanzitutto un radicale sconvolgimento della mentalità, quindi dei costumi, delle abitudini terrene per l'accoglienza degli schemi di pensiero che provengono dal Cielo, e di conseguenza un cambiamento della propria vita secondo la logica del bene. Il nome Giovanni significa "misericordia di Dio". C'è chi lo traduce "Dio non dimentica." In tutti i casi in questo personaggio dal vestiario strano e trasandato (un mantello stile essenico) e dall'aspetto trascurato, che si ciba di animali ed erbe selvatiche vivendo in solitudine e desolazione, Dio mostra (appunto) la sua misericordia nei riguardi dell'uomo e manifesta di non essersi dimenticato di lui: in Giovanni vi è la sollecitudine divina a voler riconquistare l'uomo e a ricondurlo a sé, non prima di avergli mostrato la miseria spirituale e personale che comporta il peccato e la lontananza da Dio; l'uomo percorre sempre il "deserto", ossia lo stato di smarrimento e di perdizione e l'abbandono alla futilità che si procaccia da se stesso e Dio nel deserto fa sentire innanzitutto la sua Voce. Questa è indispensabile per l'ascolto della sua Parola che invita al ravvedimento e alla conversione: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri." Anche in questo caso il messaggio è abbastanza chiaro: la felicità consiste nella fuga da tutto quanto possa comportare la disfatta dell'uomo e che è sempre alla radice di tutti i mali del mondo, vale a dire il peccato. Ad esso si rimedia accogliendo l'appello alla conversione emesso da Dio, disponendoci a cambiare le nostre vedute, le convinzioni e le mentalità per assumere quelle di Dio per poi e incamminandosi nei suoi sentieri cambiando radicalmente la nostra vita. La conversione è allora la più grossa opportunità per realizzare la nostra liberazione dal male e per ciò stesso è ragione di gioia e di esultanza. Ci si rallegra tutti nell'attesa prossima del Dio Bambino che viene per noi e nella consapevolezza che egli apporterà la liberazione definitiva nella liberazione dal peccato e il rinnovamento della società se noi ci predisporremo alla novità che il suo arrivo comporta. Irrinunciabile aspetto dell'Avvento è allora la conversione che vuol dire prendere coscienza che Dio ci ama e nel suo Figlio Bambino viene a riscattarci dal male fondamentale che è il peccato, aderire a questo mistero sconvolgente e dirompente nella trasformazione del nostro pensiero e della nostra vita per recare copiosi frutti in ogni ambito del nostro vissuto. La prospettiva della conversione richiama però non soltanto l'azione di Dio salvatore ma interpella soprattutto lo spirito umano che è chiamato ad aderirvi perché vuole l'accettazione indiscussa e libera da parte dell'uomo, poiché non è sufficiente che Dio venga a salvarti se tu non vuoi essere salvato.. In pratica nella prospettiva singolare della conversione l'uomo si pone nelle stesse condizioni di un naufrago che annaspa fra le onde e vede a poca distanza da sé un salvagente che galleggia: è chiaro che cercherà di raggiungerlo e di indossarlo per essere tratto in salvo. Ebbene, anche in questo caso "ogni uomo vedrà la salvezza di Dio". La vedrà, ma vi accorrerà accettando di essere salvato? |
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Poi c'è il Vangelo di oggi, con i suoi imperatori, governatori, tetrarchi, sommi sacerdoti. Su chi di essi scende la Parola di Dio? Su Giovanni, una voce nel deserto. Dio ha scelto Giovanni perché stia di fronte al suo volto, che è Gesù, perché è pronto ad accogliere il Signore che viene. Giovanni è l'uomo dell'attesa, della fede assoluta nella promessa di Dio. Per incarnarsi Dio ha bisogno di qualcuno che l'attenda. E basta uno in attesa perché la salvezza sia cattolica, universale, per tutti. L'evangelista Luca non racconta una favola, ma una storia reale. Giovanni e Gesù non sono figure mitiche, ma persone concrete. Da secoli in Israele non si udiva la voce di un profeta. Il centro della storia non è il potere politico mondiale (Tiberio Cesare), né il potere politico e religioso locale (Pilato, Erode, Anna, Caifa), ma la Parola di Dio che comincia a cambiare la storia. Dall'imperatore di Roma ad una voce che grida nel deserto: dalla storia universale all'uomo di Dio, per tornare a tutte le genti. Un processo di concentrazione e dilatazione: incarnata in un punto, la salvezza è rivolta a tutti. La Parola di Dio non si fa udire nei palazzi del potere, ma nel silenzio del deserto, il luogo vuoto e inabitabile dove l'uomo trova la verità sua e di Dio. Il silenzio è terreno adatto ad accogliere la Parola di Dio: lì si è formato il suo popolo, dopo l'esodo dall'Egitto. Nel deserto si è uguali, non si ha nulla d'ingombrante, si cammina insieme, si condivide, si è fratelli e poveri nella stessa misura, ricchi solo della solidarietà e dell'aiuto reciproco. L'unica sicurezza - speranza! - nel deserto è il futuro, la promessa. Per ottenerla occorre il battesimo. E Giovanni è il battezzatore, colui che invita ad immergersi, ad andare a fondo, per ricevere in dono una rinascita. Battesimo è sinonimo di conversione, di cambiamento di mentalità e di vita. Nell'avvento, Giovanni è un gigante dell'attesa. Di più c'è solo Maria. E a breve la contempleremo immacolata, senza alcuna ombra di male. Non c'è nulla che possa liberarci dal male; solo il perdono E Giovanni grida nel deserto la consolazione, il perdono di Dio. È il perdono che ci fa capaci di accettare l'invito a raddrizzare le vie e a colmare i burroni delle ineguaglianze e delle ingiustizie. Ma gli abissi sono anche quelli della disperazione di chi non spera più. Se la giustizia è opera dell'uomo, la speranza è frutto della misericordia di Dio. Colmati i burroni, bisogna anche abbassare le "cime" dei monti e dei colli, ossia renderci umili come Maria. Umili perché siamo terra: homo, humilis, humus hanno la stessa radice. La poesia ci aiuta a dire. "Dovrei disfare il tetto e poi le mura / discendere a trovare le fondamenta / e poi ricostruire - un'alta torre; / dovrei ascoltare il tempo che trapassa, / non disperare se il presentimento / della Tua volontà si serba ignoto. / Per una sola cosa che io conosco: / Tu sei l'attesa - attendere, dovrei / per arrivare a Te sino a toccarti" (L.Ghiselli). Per "toccare" Dio, bisogna attendere. L'Avvento - questo tempo - è tempo d'attesa gravida di speranza. don Angelo Sceppacerca - Agenzia SIR |
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Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! "Il cristianesimo non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell'anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell'uomo": così scriveva il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. L'intuizione è felicissima e coglie il cuore (l'essenza) del cristianesimo. Il cristianesimo, certo, ha una sua visione del mondo; offre una dottrina su Dio, sull'uomo, sulla vita e la storia; propone anche una morale, un culto e dei riti; ma è questo e tutto questo a partire da un evento, anzi da una persona, il Cristo storicamente esistito, nato, crocifisso e risorto. Scriveva Romano Guardini: "Con Gesù Cristo l'esistenza umana entra in una nuova situazione, il mondo intero viene afferrato dal fervore divampato in Palestina". Da domenica scorsa abbiamo ripreso la lettura del vangelo di Luca, l'evangelista più attento, tra i quattro, alla imprescindibile e fondante dimensione storica del cristianesimo. È l'unico infatti ad affrescare, all'inizio dell'attività pubblica di Gesù, un grande fondale in cui è ambientata la vicenda di Cristo. Siamo verso l'anno 28-29 d.C.: a Roma, da 15 anni, è imperatore Tiberio Cesare; Pilato, in suo nome, è prefetto-governatore della Giudea. L'evangelista, in rapida carrellata, parte da Roma, per arrivare alla Palestina e finire a Gerusalemme, dove sono sommi sacerdoti Caifa e il suocero Anna. Come si può notare anche in altri passi della sua opera, s. Luca prende come estremi del vasto scenario Roma e Gerusalemme: il primo volume inizia con una sorta di "grand'angolo" su Gerusalemme (con l'annuncio a Zaccaria: 1,1-25) e termina con Gesù che a Gerusalemme, sul monte degli Ulivi, benedice i suoi prima di salire al cielo (24,50s). Il volume n. 2 dell'opera lucana - gli Atti degli apostoli - ricomincia da Gerusalemme con un secondo racconto dell'ascensione di Gesù al cielo (cfr. At 1,6-11) e termina a Roma con l'arrivo dell'apostolo Paolo. La Palestina - come Luca la rappresenta con fedele adesione alla storia - appare come un oscuro brano di mondo, divisa in piccole regioni e governata da piccoli potenti: sembrano loro i signori della storia, e invece - ci vuol dire l'evangelista - la storia è dominata dalla parola di Dio, che scende (lett. avvenne: v. 2) su Giovanni: questo è l'avvenimento che fa la differenza e determina un salto di qualità con il passato. Anche Luca, come Matteo e Marco, riporta la citazione del profeta Isaia: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! (40,3-5), ma solo Luca la prolunga fino alle parole: e ogni uomo vedrà la salvezza di Dio (v. 6). Per dire "salvezza", l'evangelista non usa il termine greco abituale - soterìa - ma un suo sinonimo più raro, sotèrion, che egli poi riprenderà intenzionalmente al termine del suo secondo volume, gli Atti, quando descrive Paolo prigioniero a Roma e riporta le sue ultime parole, quasi come un testamento: "Sia noto a voi - Paolo si rivolge per l'ultima volta ai suoi fratelli ebrei che si ostinano a non accogliere il vangelo di Gesù Cristo - che questa salvezza (sotèrion) viene rivolta ai pagani ed essi l'ascolteranno" (At 28,28). L'evangelista vuol dimostrare che la salvezza preparata da Giovanni e realizzata da Gesù, è destinata a tutti i popoli. Una volta che questo messaggio sarà arrivato a Roma, Luca può chiudere il suo secondo grande racconto, quello degli Atti degli apostoli: la sua "tesi" risulta ampiamente dimostrata. 2. In questa seconda tappa dell'Avvento, la Chiesa ci mette alla scuola di Giovanni il Battista e ci fa riascoltare il suo grido ruvido e sferzante: "Convertitevi!". Noi ci diciamo credenti e praticanti: e perché mai dovremmo convertirci? La conversione riguarda chi da cattivo diventa buono, da peccatore si fa giusto, ma noi ci sentiamo così puliti, così devoti: del resto non siamo già cristiani? Non ci rendiamo conto che è proprio da questa presunzione che dobbiamo convertirci: dalla supposizione illusoria e infondata che, tutto sommato, siamo già a posto, che va bene così, e quindi non abbiamo bisogno di alcuna conversione. Ma proviamo a domandarci: è proprio vero che nelle varie situazioni e circostanze della vita condividiamo sempre gli stessi sentimenti di Gesù Cristo? per esempio, quando subiamo qualche torto o qualche affronto, riusciamo a perdonare di cuore chi ci ha fatto soffrire? Quando ci troviamo in una prova o sotto l'assillo di una grave preoccupazione, è proprio vero che rimettiamo la nostra causa a Dio, nella fiducia che non dobbiamo angustiarci per nulla? Quando siamo chiamati a condividere gioie o dolori, sappiamo sinceramente piangere con chi piange e gioire con chi gioisce? Quando dobbiamo mostrare coraggiosamente la nostra fede, ci capita forse di vergognarci del vangelo? E stiamo imparando a vivere il nostro quotidiano sempre e in ogni situazione, felice o avversa, nella lode al Signore e nel ringraziamento sincero e convinto che tutto è segno, grazia e dono? È soprattutto nel campo della costruzione della civiltà dell'amore che dobbiamo vigilare. Questo nostro tempo, che si svolge tra il primo e l'ultimo avvento di Cristo, è già carico di eternità. Cammina verso un avvenire: ma quello stesso avvenire lo porta già in seno, come una madre incinta porta in grembo il bambino che dovrà nascere. La storia è il campo di azione in cui l'uomo è chiamato a collaborare con Dio. Il Battista con la sua predicazione e il ministero di battezzatore, ha aperto le porte dell'avvenire. Così ogni uomo è autore di un frammento di storia il cui significato positivo o negativo si ripercuote su tutta la famiglia umana. "Ogni istante del tempo - scriveva s. Francesco di Sales - viene a te con un dovere da compiere e una grazia per compierlo bene; e ritorna all'eternità, per essere per sempre ciò che tu ne avrai fatto". Questo pone la nostra fragile libertà in una situazione drammatica, perché ogni frammento di tempo ha un peso decisivo. Ne siamo consapevoli? E non abbiamo davvero niente da autocontestarci? 3. "Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio": e chi appartiene ad un'altra religione e senza sua colpa passa tutta la vita senza mai incontrare esplicitamente Gesù Cristo? La parola di Dio ci rassicura: Dio "vuole che tutti gli uomini siano salvati" per mezzo di Gesù Cristo, unico mediatore (1Tm 2,4-6) e per vie solo a lui conosciute porta gli uomini che senza loro colpa ignorano il vangelo alla salvezza. Ma ciò non toglie che noi cristiani abbiamo il dovere di far conoscere Gesù Cristo a quanti ancora non lo conoscono. "Guai a me se non annunciassi il vangelo", gridava s. Paolo. Se a noi il Signore Gesù ha cambiato la vita, come non sentire la passione di farlo conoscere a quanti incontriamo al lavoro, a scuola, nel condominio, in ospedale? Se ci guardiamo intorno, certamente troviamo persone interessate e disponibili a cominciare o a ricominciare un cammino di fede, se incontrassero dei cristiani innamorati di Gesù Cristo: non dovremmo e non potremmo essere noi quei cristiani? Ma dobbiamo deciderci una buona volta: dobbiamo spalare le montagne dell'orgoglio e dell'invidia, riempire le voragini scavate dall'indifferenza e dall'indolenza, raddrizzare i sentieri di tanti nostri compromessi e peripezie a zig-zag. Il cantiere è aperto, i lavori sono in corso... mons. Francesco Lambiasi - Il pane della domenica |
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Continua il nostro cammino dell'Avvento: attesa e preparazione del cuore, al Natale del Signore. Nel vangelo di oggi l'evangelista Luca offre una lunga serie di precise informazioni per dirci quando Gesù, il Figlio di Dio, ha iniziato la sua vita pubblica e l'opera esplicita della sua missione. Gesù non è un'idea, un'invenzione di qualcuno... Gesù è un personaggio storico, sicuro, documentato. Gesù è una persona semplice in mezzo ai potenti della storia, ma ha cambiato la storia e il suo regno – regno di amore e di pace, regno dei cuori – dura in eterno. Il Figlio di Dio è veramente venuto in questo mondo e ha dato tutto se stesso dentro lo svolgersi dei fatti umani del suo tempo. Tiberio, Pilato, Erode Antipa, Filippo... tutte queste persone rappresentano la miseria umana, le lotte, il potere, gli sfruttamenti e i mali della storia. Eppure – dice il vangelo – Dio arriva ugualmente, anzi viene proprio per questo, per salvarci dai mali. E' l'annuncio della speranza e della salvezza per tutta l'umanità. Dio viene a salvarci proprio nelle situazioni difficili; Dio è sempre con noi. Dio cammina nelle strade e nelle vicende umane. La vera storia la fa il Signore; i potenti di questo mondo finiscono presto (potremmo fare tanti esempi). Questo ci apre alla speranza, alla consolazione, alla testimonianza. I tanti martiri della storia e anche della nostra epoca recente hanno saputo credere che Dio, prima o poi, secondo i suoi tempi, cambia la storia, salva i suoi figli, salva l'umanità. All'interno degli avvenimenti ricordati viene sottolineata l'opera di Giovanni Battista, il precursore, colui che prepara l'attesa e l'accoglienza del Signore. Senza questa preparazione, Dio non viene nel mondo, Dio non lo incontriamo, non facciamo esperienza di Lui, non riusciamo ad accogliere tutta la sua grazia e la sua salvezza. Giovanni Battista grida: "Preparate le vie del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, ogni burrone sia riempito, ogni monte sia abbassato... Ogni uomo vedrà la salvezza del Signore". "Preparate le vie del Signore": è l'invito forte e profondo di questa domenica di avvento. Ci facciamo alcune domande. Cosa vuol dire "preparare le vie del Signore"? In quale maniera posso preparare questa via nel mio cuore, nella mia vita e andare incontro al Signore e accoglierlo? "Raddrizzate i suoi sentieri": quali sono le cose storte, i pensieri mondani, gli atteggiamenti incoerenti che devo riportare nella luce e nella direzione del Signore? "Ogni burrone sia riempito": come devo colmare i vuoti della mia vita, il vuoto di tante azioni senza significato, come devo aprirmi a Dio per non rimanere negli abissi della mia miseria? "Ogni monte e ogni colle sia abbassato": come abbassare la cresta della superbia, dell'egoismo, del prestigio, dell'apparenza umana, per accogliere lo spirito di Gesù, mite e umile di cuore? A Gesù interessa il nostro cuore; è lì che dobbiamo preparare le vie, colmare i vuoti, cambiare, convertirci. Nella fede, nella preghiera, nell'impegno di cambiare tante cose che vanno cambiate nella nostra vita, possiamo vivere l'attesa del Signore e sperimentare la sua grazia, la sua gioia, la sua salvezza. "Preparate le vie del Signore": anche noi siamo chiamati, come Giovanni Battista, ad aiutare tante altre persone a cercare il Signore, a incontrarlo, ad accoglierlo. La gente ha tanto bisogno di Dio. Tutti i problemi e i mali che ci affliggono il mondo sono il segno che siamo lontani da Lui. Vogliamo impegnarci, noi sacerdoti e tutti voi cristiani, a fare il più possibile perché tante altre persone abbiano la fede, vivano la preghiera, trovino nel Signore la luce, la forza, il significato per la loro vita, possano vivere nell'amore a Dio e al prossimo, perché queste sono le cose più belle per tutti. La grandezza dell'amore di Dio si rivela nel ricondurre sulle sue vie l'uomo smarrito e disorientato che si è allontanato da Lui. La conversione è innanzitutto dono di Dio: è Lui che opera e che salva. Mentre le strade che separano l'uomo da Dio si arrampicano sulle alture della superbia, dell'egoismo, dell'onnipotenza, dell'autosufficienza e lo fanno sentire sempre più solo ed infelice, lontano dal Padre e dai fratelli, quelle del ritorno, della conversione, sono le vie diritte e sicure dell'amore, della pace e della giustizia, della fedeltà e della gioia, sulle quali non solo egli cammina verso Dio, ma Dio stesso va incontro a lui. È necessaria però disponibilità e collaborazione all'opera della salvezza: sgomberare la strada da cumuli di cose inutili perché si possa verificare l'incontro con il Salvatore. Dio, per richiamare l'uomo, si serve anche di tutti quei "Giovanni Battista" che sanno "vedere", e incoraggiano gli altri a vedere, ciò che ancora non c'è. Nell'intricata trama di una realtà segnata da delusione, stanchezza, orgoglio e arroganza, freddezza e indifferenza, il profeta invita a non scoraggiarsi, ma a puntare gli occhi su Dio, quel Dio capace di compiere grandi cose; a scorgere anche oggi, in questa nostra storia, i segni dell'Incarnazione, la presenza sconvolgente di un Dio che, pur essendo eterno, è entrato nel tempo e nella storia dell'umanità per farsi compagno di viaggio e salvatore, e portare tutti a compiere il nuovo e definitivo "esodo" dalla schiavitù del peccato alla libertà della Terra Promessa del suo Regno: la salvezza è universale. È necessario liberarsi dalla presunzione di essere a posto e riconoscere umilmente di dover cambiare occhi, mente e cuore per accogliere il Signore e vivere per Lui. D'altra parte, sono proprio gli umili ad essere chiamati alla gloria da Dio che "rovescia i potenti dai troni e confonde i superbi nei pensieri del loro cuore", come dice Maria Ss. nel Magnificat. |
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Nel cuore di queste due settimane dove il pensiero è rivolto alla fine del mondo e al giudizio definitivo sulla storia, la Chiesa ci invita a guardare al fatto storico che ha determinato la svolta, all'evento veramente significativo che ha chiuso un'epoca e ne ha aperto un'altra, l'ultima, quella che avrà il suo compimento nella "parusia": si tratta della venuta in carne del Dio salvatore, del Messia preannunciato e promesso, il vero e pieno re e Signore che porta la riconciliazione con Dio e la pace tra gli uomini. Il Messia che entra nella città regale di Gerusalemme mostra la fedeltà di Dio alle antiche promesse ed anticipa il giudizio di condanna che chiude un'epoca ormai superata. Naturalmente è questo un altro modo di capire il senso del Natale, vederne uno spessore più intenso, per viverlo nella piena sua ricchezza di fede e di grazia. 1) UN MESSIA DI PACE "Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore". Il Messia era atteso come liberatore, come l'iniziatore di un'epoca di pace. "Egli è giusto e vittorioso. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, e il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra". Pace e benessere universale, è Dio stesso che farà il re del suo popolo: "Ecco, a te viene il tuo re", dopo che tutti gli altri re hanno fatto più disastri che opere di bene. Sappiamo bene come un giorno Gesù, presentandosi come il vero pastore, dirà con frase forte e tremenda: "Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti" (Gv 10,8). O per lo meno: mercenari. Lui solo "è il buon pastore che dà la vita per le sue pecore" (Gv 10,15). "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Non si tratta tanto di pace esteriore, sociale o civile, ma di una nuova vita, di una pace che fa riferimento a Dio. Canta la gente di Gerusalemme: "Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!". E' un nuovo rapporto che viene instaurato tra Dio e gli uomini. Oggi san Paolo ce lo spiega bene nella seconda lettura. Finora, fino a Gesù, gli uomini erano come "rinchiusi sotto la custodia della legge", incapace di salvarli; "essa è stata per noi come un pedagogo che ci ha condotti a Cristo, perché fossimo resi giusti mediante la fede". E' con Cristo ora che diventiamo "figli di Dio", "battezzati e rivestiti di Cristo", per divenire con tutti "uno in Cristo Gesù": "non c'è più infatti giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna". Ecco il senso e la novità del Messia, cioè del Natale. Il prefazio oggi ne fa una ulteriore formulazione: "Nell'umanità del tuo Figlio hai ricreato l'uomo perché la morte non deformasse in lui la tua immagine viva". E' operazione di restauro, di ripresa di un progetto irrinunciabile da parte di Dio, frutto della tenacia d'amore di un Padre. "E' grazia della tua pietà che ci salva: dalla carne di Adamo il peccato ci aveva dato la morte, dalla carne di Cristo il tuo amore infinito ci ha riplasmato alla vita". La carne del Natale di Cristo - quella carne immolata sulla croce per noi - è la concreta traduzione della promessa salvifica di cui il Messia era portatore; entrando ora in Gerusalemme in un modo ufficiale si presenta al suo popolo per essere riconosciuto. 2) BENEDETTO COLUI CHE VIENE Ciò che conta ora è riconoscerlo e accoglierlo. Non fa gran mostra di sé questo re e Messia: "umile cavalca un asino sopra un puledro figlio d'asina". Non è una marcia trionfale, ma l'ingresso in città di quel tipo di Messia di cui le profezie di Isaia avevano parlato: "come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori" (Is 53,7). Certamente l'immagine richiama la croce, perché il Messia alla fine sarà "l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo" (Gv 1,36). Un'opera di salvezza tutta interiore, e attuata con gli strumenti che esprimono non la conquista, ma il dono della vita. "Benedetto colui che viene nel nome del Signore": ecco l'atteggiamento che ci è suggerito. Saper riconoscere anche noi negli umili panni del bambino di Betlemme, come poi nei poveri gesti del suo ministero, e infine nel fallimentare sacrifico di sé sulla croce, il modo sconcertante con cui Dio viene a noi e ci salva. Diremo nel giorno di Natale: "E' apparsa la bontà di Dio nostro salvatore, e il suo amore per noi (apparuit humanitas et benignitas)", non la sua potenza e grandezza. Nel Natale, e più nella croce, Dio ha mostrato di sé il volto della condivisione e dell'amore; proprio perché vuol conquistarci il cuore con l'amore, perché vi rispondiamo con amore libero e consapevole. In questo imporsi con l'amore sta il luogo del giudizio sul mondo. "Signore Gesù - scrive S. Kierkegaard - benché tu non sia venuto al mondo per giudicare il mondo, tuttavia, poiché l'amore non è stato amato, tu sei stato il giudice del mondo". Di fronte ai gesti di Dio e di Cristo c'è chi crede e chi non crede, chi agita le palme e l'ulivo gioioso, e chi si ritira a fare complotto contro di Lui. E in questo, già da ora, sta il giudizio di Dio sulla storia e sugli uomini. Per tutto l'avvento la Chiesa ci invita a saper accogliere oggi la venuta di Gesù come salvatore perché lo possiamo incontrare come giudice benigno nel giorno del suo ritorno finale. L'entrata ufficiale di Gesù in Gerusalemme chiude e attua le promesse di tutto il profetismo messianico; Dio sa mantenere la sua parola! Quelle promesse e premesse che ora Gesù fa a noi hanno alle spalle quella garanzia di fedeltà propria di Dio. Il "già" del nostro battesimo è solo un anticipo - ma sicuro - di quel "non ancora" che ci manca e che ci verrà dato nel giorno del compimento definitivo. In questo senso l'Avvento educa alla speranza, perché ciò che il Signore ha iniziato a compiere in noi nella storia, lo saprà certamente portare a compimento nella gloria. don Romeo Maggioni |
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La promessa Punto di riferimento di Giovanni è il compimento delle antiche promesse. Non è l'uomo che si impegna nei confronti di Dio, ma Dio che si impegna nei confronti dell'uomo. Un impegno che ha radici profonde nella storia, ma che è anche continuamente sottoposto ai dubbi della storia. Il dubbio di Israele: Dio è con noi sì o no? Si interessa a noi o ci ha abbandonato? I salmi sono pieni di invocazioni e anche contestazioni a Dio che sembra nascondersi o - peggio - dimenticare il suo popolo: "Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando nasconderai il tuo volto?". La promessa buona di Dio sembra essere in contrasto con una realtà di sofferenza, comunitaria e personale. Di fronte a certe disgrazie ci vien da chiedere come Dio abbia potuto permetterle, perché non sia intervenuto... che ne è stato della sua promessa. L'attesa L'atteggiamento fondamentale di chi crede nel Dio della promessa è quindi l'attesa. O meglio, l'attesa è una delle manifestazioni più decisive dell'atteggiamento di base, che è la fede. Non un'attesa rassegnata, non un'attesa fideistica, ma fiduciosa e attiva. Aspettare Dio è ciò che ci trasforma. Giovanni vive nel deserto: lui per primo ha cambiato vita, si è posto in atteggiamento di conversione; finché la parola di Dio scende su di lui: non si tratta di una decisione sua, ma di una decisione di Dio, secondo i tempi di Dio. E la proposta di Giovanni consiste precisamente nell'assumere l'atteggiamento vigilante e fiducioso di chi aspetta Dio. Conversione e perdono dei peccati Aspettare Dio significa desiderarlo, scoprire la sua assenza, scoprire quanto vitale per noi sia la sua presenza. Ma accanto al desiderio di Dio, sperimentiamo in noi anche la resistenza nei suoi confronti. La voglia di fare a meno di lui. Di programmare la nostra esistenza indipendentemente dalla sua volontà. Volontà di Dio è per noi - purtroppo - un'espressione un po' logora, buona per interpretare le disgrazie: "Sia fatta la volontà di Dio". E' comprensibile che ci si possa ribellare di fronte a questo cortocircuito tra le catastrofi della vita e la volontà di Dio. La volontà di Dio è il bene dell'uomo. Volontà di Dio non sono le disgrazie, ma che noi abbiamo la forza di superarle. E se è peccato la disperazione totale, la totale sfiducia nei confronti di Dio, certamente non è meno pericoloso il fatalismo fondamentalista di chi attribuisce tutto subito alla sua "volontà": anche costui non sa aspettare, né lasciarsi convertire dall'attesa di Dio. Chi semina nel pianto... Il Salmo di questa domenica ci inserisce nel clima spirituale di questo Avvento meglio di quanto possa fare ogni altra parola umana. L'esperienza dell'esilio è per Israele la massima catastrofe, che non appare mai risolta. Ma da tanto dolore nasce la gioia del ritorno. Anche nella disgrazia, si compie un misterioso progetto di Dio, e chi sa attendere lo riconosce - ma non può esprimerlo se non in termini simbolici: "Chi semina nelle lacrime / mieterà con giubilo". Le promesse di Dio non sono andate perse, si sono compiute. Certo, non come volevano gli uomini. Non con i tempi degli uomini. Solo chi sa aspettare può riconoscerlo. Quale promessa di Dio si sta compiendo per noi oggi? E noi la sappiamo aspettare? Flash sulla I lettura "Deponi o Gerusalemme la veste del lutto e dell'afflizione...": il vestito a lutto rappresenta la devastazione e l'esilio. Dopo la riduzione in schiavitù, comincia una nuova epoca di prosperità, preannunciata con una serie di simboli regali: la veste, lo splendore, il manto il diadema. "Sarai chiamata da Dio per sempre": la città riceve un nome nuovo da Dio, che ne definisce l'identità. Il nome per la mentalità semitica antica indica la realtà stessa delle cose; il nome di Gerusalemme significava, secondo l'interpretazione comune "città della pace". "Pace della giustizia": la pace di cui Gerusalemme porta il nome sarà fondata sulla giustizia, sulla solidarietà, su legami di fratellanza che si stabiliranno tra i suoi membri. Solo questa è vera pace, non quella fondata sulla sopraffazione e sulla forza. "e gloria della pietà": mentre la giustizia riguarda il rapporto con i fratelli, la pietù esprime l'atteggiamento dell'uomo di fronte a Dio, in cui entrano rispetto, venerazione, umiltà, accoglienza dei suoi voleri, osservanza del culto, osservanza della legge nel rapporto con gli altri. Nell'intenzione dell'autore non esiste una giustizia umana indipendente da un buon rapporto con Dio. "Vedi i tuoi figli riuniti da occidente a oriente": dopo la dispersione, il ritrovarsi. E' un tema tipico del periodo postesilico, l'aspirazione profonda di ogni israelita che si ritrova lontano dalla sua patria. Ma è una nostalgia che riguarda anche noi: trovarsi insieme, riunirsi, sentirsi una cosa sola, un solo cuore, una sola famiglia... tutte le occasioni in cui qualcosa del genere avviene ci appaiono splendide e desiderabili, ma inevitabilmente parziali e incomplete. Ciò a cui aspiriamo è un ritrovarsi pieno e definitivo. Flash sulla II lettura "Prego sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera": i Filippesi sono una delle comunità più amate da Paolo, ma inevitabilmente l'apostolo è spesso lontano, e non può vederli di persona. Il vuoto dell'assenza è però colmato dalla preghiera - da parte dell'apostolo - e dalla cooperazione alla diffusione del Vangelo - da parte della comunità. Se leggiamo il brano identificando l'apostolo con il prete, e i Filippesi con la parrocchia, ne derivano indicazioni interessanti: nella nostra attuale situazione non è più possibile in molti casi una vicinanza fisica e una presenza costante del parroco o del sacerdote nelle famiglie, nell'oratorio, nelle attività parrocchiali. Per Paolo non si trattava solo di una costrizione, ma di una scelta consapevole: l'apostolo fondava la comunità, e poi proseguiva la corsa del Vangelo altrove. Il suo stesso stile di evangelizzazione e la sua ansia missionaria comportavano il distacco e la lontananza. I risvolti non erano necessariamente negativi: la comunità si dava una sua strutturazione, e nel caso dei Filippesi collaborava attivamente al sostegno - anche finanziario - dei viaggi di Paolo; e nel distacco fisico dalla comunità l'apostolo manteneva il legame nella fede, e la lucidità spirituale per dare alla comunità - anche a distanza - le indicazioni vitali per mantenersi fedeli al Vangelo. E' questa ludidità spirituale uno dei più grandi bisogni delle nostre comunità, non solo sempre più sole, ma soprattutto sempre più disorientate, prive di autonomia. "E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio": conoscenza e discernimento sono i termini che l'apostolo usa per esprimere l'autonomia spirituale, la capacità di reggersi da sé, che non è isolamento, ma presupposto per una più autentica e profonda comunione. |
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PRESENTAZIONE Giovanni Battista, come da tradizione, è il protagonista di questa seconda Domenica del tempo di Avvento. E' una figura, la sua, molto poliedrica. E' un personaggio a dir poco straordinario per tutta la ricchezza che racchiude nella sua persona. Eccelle tra tutti proprio perché non può essere racchiuso in schemi pre-confezionati. Anche lo stesso Gesù, parlando del "cugino", ha avuto sempre parole di ammirazione e di stupore. Allora a noi non resta altro che farci introdurre nel suo mistero dalla... LA PAROLA - L'uomo dalla Parola Incarnata All'inizio della odierna pericope troviamo un quadro storico ben delineato. Sono presenti tutti i personaggi della politica imperiale. Si parte dall'imperatore fino ad arrivare ai governatori locali. Giovanni non rientra in questa categoria, di lui si dice il nome, la paternità e la sua dimora. Eppure la Parola di Dio si Incarna (gr. egeneto) in Lui, nella sua vita, prende dimora nell'esistenza di questo profeta. Giovanni diventa così "la pietra scartata" che il Signore ha scelto per realizzare il suo piano di salvezza sull'umanità. In questo periodo di avvento, Giovanni diventa il segno dell'apertura massima a Dio. E' l'uomo della collaborazione piena. E' il modello della vita votata totalmente alla causa di Dio e della Sua Parola. E' La figura emblematica di colui che crea un luogo idoneo all'azione di Dio. La vita come dono di Dio diventa strumento per concretizzare la volontà del Creatore. Alla luce di tutta questa vicenda umana, dobbiamo chiederci se noi cristiani siamo uomini della Parola Incarnata, se cioè siamo in grado di aprire la nostra vita a Dio tanto da invitarlo a venire a prendere dimora, a stabilirsi dentro di noi e a creare "una cosa sola" con la nostra realtà. Tutto questo sarebbe il punto più alto della nostra collaborazione. Non bisogna essere grandi per realizzare progetti, ma è necessario essere formati alla scuola della Parola. Dio ha bisogno di spazio per stabilire la sua dimora tra gli uomini, e se ciò non lo abbiamo ancora capito l'avvento può essere il "tempo favorevole". - Predicatore Instancabile. "Percorse tutta..., predicando...". Giovanni viene presentato come un predicatore instancabile, non si risparmia, per sé non tiene nulla, tutto per la causa di Dio e del suo progetto, la sua vita è tutta per il Signore. E' un missionario di tutto rispetto!!! Oggi pochi se ne vedono in giro!!! Il girovagare di Giovanni è segno di zelo e di amore per il Signore. Tutto questo forse si è un po' affievolito nella nostra vita di cristiani, che non perdiamo mai l'occasione per istituzionalizzarci, per fare della burocrazia un palliativo di annuncio del vangelo. Giovanni interpella la coscienza di ciascuno di noi con il suo comportamento, e dice che se vogliamo crescere come gregge di Dio, dobbiamo cercare e andare verso gli altri. Non facciamoci un annuncio a misura d'uomo, altrimenti rischiamo di essere tagliati fuori... - Uomo della Conversione Il compito di Giovanni è quello di essere il Precursore di Gesù. Giovanni realizza questa missione con un appello urgente alla conversione e con una serie di istruzioni pratiche. Perché Convertirsi? Perché Dio, attraverso la profezia di Giovanni, ci invita ad un incontro. La conversione, allora, è un processo graduale di confronto serio con la Parola di Dio. E' una rivisitazione totale della propria vita. E' una rilettura delle proprie scelte e decisioni alla luce di ciò che Dio ci rivela e ci comunica. L'invito rivolto da Giovanni non può cadere nel vuoto se siamo cristiani seri. E' il momento di riscoprire la Parola di Dio come base della nostra fede. E'l'ora di vivere qualche attimo di meditazione, per constatare se tutto quello che diciamo e facciamo è in piena sincronia con la volontà di Dio. E' il tempo utile per dedicarsi alla preghiera, spazio necessario per la formazione cristiana della nostra coscienza. E' la circostanza per potersi abituare alla contemplazione delle meraviglie di Dio che circondano la nostra vita quotidiana. E' questa allora l'occasione da non perdere per iniziare un metodo preciso al fine di sradicare dalla nostra vita tutte quelle punte di orgoglio e di abbassare l'alterigia umana che impediscono al Signore di arrivare con la sua Parola a toccare il centro del nostro cuore. In questo cammino affidiamoci a Maria, Ella che conosce il nostro cuore e le nostre esigenze ci conforti con la sua presenza materna. LaParrocchia.it |