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Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo "Voi, che del mondo non conosceste che colori e suoni senza sostanza, cuori sensibili, bocche liriche in cui l'aspra verità si scioglierebbe come un cioccolatino - piccoli cuori, piccole bocche - tutto questo non è per voi. Le vostre azioni diaboliche sono sulla misura dei vostri nervi fragili, dei vostri cervellini preziosi, e il Satana del vostro strano rituale non è che la vostra stessa immagine deformata perché il devoto della carne è il Satana di se stesso". Fin qui Bernanos, nel suo Sotto il sole di Satana, dove suggerisce che il diavolo - chiamato in causa esplicitamente da Luca - è molto diverso da come lo si dipinge (!). Non si volge infatti verso chi è banalmente assalito e sopraffatto dal suo peccato, ma verso chi, come ad esempio Gesù, è puro. Sì, la tentazione più radicale, la prima e l'ultima - annota Luca al termine: "si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato" (v. 13) - ha a che fare con il credente irriducibile, più che col banale peccatore. 1. Le tentazioni sono state interpretate come una sorta di vangelo in miniatura. Naturalmente "capovolto". Non a caso al centro non ci sono - come si potrebbe immaginare - chissà quali seduzioni o provocazioni, ma paradossalmente in tutte e tre c'è di mezzo la Parola all'interno di una concreta situazione vitale. Il tentatore usa la Parola come pre-testo, mentre Gesù puntualmente la ripropone nel suo significato autentico. E tutto questo non per una maggiore abilità esegetica, ma per la sua dedizione assoluta alla causa del Regno. A guardare con attenzione, le tre tentazioni sono in realtà la medesima, perché mettono in gioco sempre il rapporto dell'uomo con Dio, costringendo ad una presa di posizione da cui non si può sfuggire. Radicalizzando la scelta, le tentazioni costringono a venir fuori. In un certo senso funzionano dunque come una sorta di "prova del 9" per verificare la consistenza della nostra fede, così come per il Maestro furono l'occasione per decifrare il senso del suo messianismo. Senza verifica, d'altra parte, non c'è autenticità e soprattutto non si può dare per acquisito quello che non è stato provato. "Credere di credere" non è ancora credere! 2. "Di' a questa pietra che diventi pane" (v. 3). La prima perversione della fede (e della vita) è la delusione. Si tratta di quel sottile senso di insoddisfazione perché i conti non tornano rispetto a quello che si sarebbe pensato. E si cerca una via di fuga eccezionale. In concreto, il diavolo parte da un bisogno naturale (la fame) per soddisfare il quale si dovrebbe far ricorso al miracolo. Gesù certo moltiplicherà anche il pane, cioè non si disinteresserà dei bisogni naturali primari, ma senza ridurre l'umano alla sola sfera biologica. L'uomo non è semplicemente "ciò che mangia". Egli sa che "non di solo pane vive l'uomo" (v. 4) e proprio la nostra generazione "gaudente e disperata" (Benedetto XVI) ne è una prova patetica. Solo con il pane non si sogna più e si resta inebetiti e privi di slancio. È la tentazione ricorrente di un mondo che approccia i problemi esclusivamente sotto un profilo materialistico e puntualmente resta disilluso perché non riesce a risolvere le grandi questioni macro-economiche (ancora si muore di fame) e anche quando vive in un sistema di Welfare scopre che sotto cova un profondo malessere. Dare il pane è necessario, ma non è tutto. Lo aveva ben compreso don Milani che parlando al suo amico Pipetta, gli confessa che starà al suo fianco finché si tratterà di restituire ai più poveri i diritti basilari, ma poi diventerà il suo "peggior nemico" perché quando l'uomo ha il pane, rischia di svendere la sua libertà più importante: cioè Dio. 3. "Ti darò tutta questa potenza... se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo" (v. 6 - 7). La seconda perversione della fede (e della vita) è la presunzione. Gesù rifiuta un messianismo che cavalchi il potere politico e seduca con lo sfavillio - a volte elegante a volte pacchiano - della forza. Presumere di conquistare gli altri è tentazione ricorrente specie oggi nella società dell'apparenza, ma resta vero che si tratta di una ingenuità. Nessuno dura a lungo in questa menzogna e comunque l'unica forza che convince è quella dell'amore, a mani nude. Per il Maestro questo vorrà dire non servirsi di Dio, ma servire unicamente a Lui: "Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai" (v. 8). Anche la chiesa di oggi, nel bel mezzo di una crisi che non si fatica a definire epocale, potrebbe correre il rischio di inseguire la gente che sembra andare altrove con mezzi che non siano esclusivamente quelli spirituali. Sarebbe una fatale presunzione che allontanerebbe essa stessa dalla strada della vita. Si tratta di ritrovare dinanzi alla paura dell'insignificanza, la sola certezza che ci guida e cioè l'insolenza della fede, cioè una fede che - come dice la parola (in-solens) - sia non solita, cioè essenziale, liberata dall'abitudine, radicale. Insomma centrata soltanto su Dio. "Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù" (v. 9). L'ultima tentazione è quella dell'esenzione ed è collocata a Gerusalemme. Sarà lì che Gesù vivrà la prova delle prove: la morte in croce. E anche in questo caso il Maestro resiste con un drastico: "Non tenterai il Signore Dio tuo" (v. 12). Non scenderà dalla croce nell'ora tragica, né eviterà lo scontro finale inventandosi un'altra vita impossibile, ma semplicemente si abbandonerà fiducioso in Dio. La fede non è infatti mettere Dio alla prova; non è fare domande a Lui, ma lasciarsi inquietare da Lui; non è chiedere conto, ma rendere conto; non è cercare i doni di Dio, ma Dio soltanto. Domenico Pompili - Il pane della Domenica |
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Inizia il tempo della quaresima, che è il tempo che ci conduce alla Pasqua: fra 40 giorni celebreremo la domenica delle Palme e l'inizio della Settimana Santa. Quando sentiamo la parola "quaresima" (che vuol dire appunto quaranta giorni) pensiamo ai 40 giorni prima della Pasqua. Ma la quaresima più che un tempo fissato è una dimensione della vita. Per gli antichi un uomo era veramente morto quaranta giorni dopo il decesso. Per la Bibbia quaranta indica un tempo di passaggio. Saul, Davide (2 Sam 5,4) e Salomone (1 Re 42) regnarono 40 anni. Il diluvio durò 40 giorni; Giona predica un tempo di 40 giorni prima della distruzione di Ninive. Mosé è chiamato a 40 anni d'età (pure Buddha e Maometto sono chiamati a 40 anni) e rimane 40 giorni nel Sinai. Gesù predica 40 mesi e appare ai suoi discepoli nei 40 giorni che precedono l'ascensione. È tentato per 40 giorni e rimane 40 ore nella morte. Gli ebrei stettero 40 anni nel deserto. 40 è il tempo necessario perché avvenga una trasformazione, un passaggio, perché si compia qualcosa. La quaresima, allora, non sono tanto i 40 giorni prima della Pasqua, ma quaresima è ogni tempo dove tu cammini, cresci, fatichi, lavori, piangi, sudi, t'arrabbi, imprechi (a volte), fino ad arrivare ad nuova meta. Se tu compi la tua quaresima, il tuo passaggio, arriva la Pasqua. Ogni Pasqua, ogni conquista, ogni traguardo, ogni realtà bella, felice, armoniosa e profonda, è preceduta dalla sua quaresima. Una donna "fa la forte"; lei non ha bisogno di nessuno, lei pensa a se stessa, lei ha la sua autonomia. Se gli altri vengono bene, altrimenti lei se ne sta bene anche da sola. Sembrerebbe una cosa buona (e lo è!), ma l'altro aspetto è che si nasconde, che non riesce a legittimarsi la sua vulnerabilità, la sua parte "tenera". Quaresima per lei è accettare di essere anche debole; che non è vero che lei basta a se stessa; che non è vero che lei non ha bisogno di nessuno; che non è vero che lei è sempre forte per cui non si abbatte mai o non ci sta mai male. Non sappiamo quanto le vorrà ma per lei questa è quaresima. Se andrà fino in fondo arriverà la Pasqua. Una coppia "non funziona più", è s-coppiata! Lui era sempre stato l'uomo di casa, forte, che lavorava, che dirigeva la famiglia e che faceva le scelte. Lei era sempre a traino: "Chiedi a papà se puoi fare questa cosa", diceva sempre ai figli. Magari non era buono questo modo, ma avevano trovato un loro equilibrio e ognuno aveva i suoi vantaggi in questo. Tuttavia ora la situazione è mutata perché, giustamente, lei vuol sentirsi più autonoma, vuole prendere parte alle decisioni e non le va più bene assecondare sempre e in tutto lui. Lei dice: "Ma lui è veramente un despota; si fa sempre quello che vuole lui!": e tu finora dov'eri? Lui: "Non è più quella di una volta! Io sono sempre quello!": capisco che ti andava bene, facevi sempre quello che volevi! Quaresima per loro è compiere questo passaggio per ritrovare un equilibrio nuovo e diverso. Pasqua sarà per lui sentire che può contare su di lei e non sempre "tirare il carro lui"; per lei sarà sentirsi indipendente, percepire il proprio valore e constatare che anche lei può dare. Non sappiamo quanto ci vorrà (quaranta giorni non basteranno di certo!): ci vorrà il tempo che ci vorrà. Nel frattempo ci saranno litigi, difficoltà, passaggi, prove, conflitti: ma se andranno fino in fondo poi sarà Pasqua. Una donna soffre di attacchi di panico. Non può andare in ascensore; non può stare dove c'è troppa gente; non può rimanere in ambienti chiusi. Aveva sempre avuto un sentore di questo, ma adesso è esploso tutto. Quaresima, per lei, è accettare questa difficoltà e coglierla come un segnale che la vita le dà per crescere. Nel tempo, infatti, ha scoperto che si è sposata per non rimanere da sola e che ha avuto un figlio per sentirsi qualcuno. Deve lavorare sulla propria personalità e sul ritrovare il proprio reale valore. Quanto ci vorrà non lo sappiamo (ci vorrà un po'!) ma questo tempo per lei è quaresima. Quando arriverà Pasqua potrà percepire che lei, come persona, vale; potrà stimarsi per quello che lei è e non le sarà più necessario essere madre solo per sentirsi qualcuno. Potrà finalmente stare bene con se stessa. Un uomo è andato in crisi religiosa. Non si ritrova più nel Dio che ha conosciuto così come gli hanno insegnato. Si sente tradito e smarrito. Quaresima, per lui, è accettare questa perdita e camminare per ritrovare "il nuovo Dio", per trovare il Dio di Gesù, per trovare il Dio che parla al suo cuore. Pasqua sarà quando lo potrà sentire vivo e forte dentro di sé. Fino ad allora sarà un cammino di quaresima. Una ragazza soffre di anoressia. Quaresima è avere il coraggio di parlarne, di non raccontarsi più bugie sulla questione, di chiamare le cose con il loro nome e di farsi aiutare. Quaresima è accettare che può vivere e che può guarire, ma che può anche morire. Quaresima è accettare che dentro ha una rabbia enorme e un odio feroce, ma che lo nasconde a sé e agli occhi degli altri. Quaresima è accettare che ha un problema, anche se tutti la considerano "perfetta" (ma cosa vedono chi le è attorno?). Non ci vorranno quaranta giorni e neanche due mesi. Questo per lei è il tempo della Quaresima. Pasqua sarà tornare a mangiare, a vivere, ad avere le mestruazioni, ad essere donna. È importante per me capire che la quaresima è un tempo della vita (e ce ne sono molti di questi tempi!). La gente dice: "Speriamo che i problemi non arrivino". Sì giusto, non cerchiamoceli e non creiamoceli dove proprio non è il caso. Ma verranno comunque ed è un bene che venga il tempo della difficoltà, della prova, della quaresima. Non devo rifiutarlo solo perché è faticoso; lo accolgo come tempo propizio per maturare, per passare. Pasqua, in ebraico, non vuol dire altro che questo: "Passaggio". Quando il passaggio è avvenuto, allora è Pasqua. Chi non vive la quaresima non vivrà la Pasqua. Chi non compie il proprio esodo non può arrivare alla Terra Promessa. Chi non passa il pericolo del Mar Rosso non può incamminarsi verso la libertà. Il vangelo di oggi, parlando delle tentazioni di Gesù, è il modello di ogni tentazione. Gesù ha appena ricevuto il battesimo (3,21 - 22), e sente tutta la forza di Dio ("Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto"). Proprio quando si sente così forte, proprio quando è "pieno di Spirito Santo" (4,1) arriva la tentazione. Anzi è lo stesso Spirito (4,1) che lo conduce nel deserto. Se Dio ti ama ti conduce nel luogo della tentazione. Il serpente che ha sedotto Adamo è שחנ nahas; ma da questa parola viene anche la parola "condurre", nahoh. Per noi il serpente è sempre stato simbolo del peccato e del male, ma in realtà il serpente ha il compito di "condurti" verso un passaggio più profondo, verso di te, verso di Lui. La stessa parola שחנ nahas indica una barriera ח che tu devi superare per andare, per essere lanciato (ש è una freccia che parte). La Bibbia dice (Dt. 8,2): "Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore". In greco "tentare" si dice "peirasmos", che vuol dire verificare. La tentazione fa verità su chi sei tu e su cos'hai veramente dentro; ti dice, insomma, chi sei per davvero. Tutti i grandi profeti e i grandi personaggi sono stati tentati: non è un'istigazione a fare del male, ma una luce sulla propria identità e su quanto profonde sono le tue radici. In passato si diceva: "Bisogna evitare le tentazioni". E così la gente si sentiva in colpa se pensava ad un'altra donna, se faceva qualche pensiero perverso o di odio o di rabbia. "Non si devono fare", si diceva, "e guai a chi li fa!". Ma in realtà la tentazione non si può evitare. La tentazione dice: "Guarda quanto sono profonde le tue radici. Guarda su cosa puoi contare. Guarda bene e osserva se quello che credi di te è vero". Un uomo molto religioso e onesto viene chiamato a scuola dagli insegnanti perché suo figlio ruba. "Noi crediamo che suo figlio, con questo gesto, vi stia dicendo che c'è qualcosa tra voi genitori e lui che non va!". "Non è possibile, io mio figlio lo educo benissimo". Ecco la prova (tentazione): non accetti che la tua immagine di genitore perfetto sia messa in discussione. Ci sei caduto. La prova (tentazione) ti ha fatto vedere che non sei come dici o come pensi. Un uomo è deluso dal suo parroco, che considera (magari a ragione) un arrivista e un ipocrita. Così ha detto: "Tanto vale la pena di non credere! A che serve credere se poi chi dovrebbe insegnarti si comporta così?". Tutta qui la tua fede che prima sbandieravi? È bastata questa semplice cosa per farti recedere? Ecco la prova (tentazione): dicevi di avere fede ma era solo un'infarinatura religiosa. Adesso sai cos'hai veramente dentro. Un altro uomo ha detto: "Questo prete non mi piace; io in chiesa non ci vado più!". Tutta qui la tua fede in Dio? Tutta qui la tua passione per Lui? È bastato che uno non ti piaccia, che uno non faccia come vuoi tu, per abbandonare tutto? Adesso sai cos'hai dentro! Questa ne è stata la prova, la conferma. La tentazione è il momento della libertà. Gesù non era costretto a compiere la sua missione: l'ha voluta. Avrebbe potuto agire diversamente; avrebbe potuto dire di no; era libero di rifiutare. Nel deserto Gesù esercita la sua libertà e dice "no" ad un modo di vivere e "sì" ad un altro. Questo vangelo ci vuol dire che non fu semplice neanche per lui, che anche lui subì il fascino del potere e l'attrazione di usare per sé e per la propria immagine tutto il suo carisma. Il vangelo dice che Gesù fu spinto nel deserto e non mangiò in quei 40 giorni. Gesù è spinto nel deserto. Perché? Perché nel deserto sei solo e non c'è nessun altro. Nel deserto sei solo con te e con quello che sei veramente. Allora è proprio lì che emerge realmente quello che hai dentro. Nel deserto Gesù digiuna. Noi non capiamo più il senso profondo del digiuno e per questo non lo pratichiamo. Il digiuno non è questione di non mangiare carne (astinenza) o di sacrificarsi per chissà cosa. Il digiuno è questione di verità su di sé. Noi siamo pieni, zeppi di anestetici che sedano le nostre voci interne. Se non dormiamo prendiamo i tranquillanti. Se andiamo facilmente in ansia, ci "facciamo alcune gocce" per calmarci. Se siamo "troppo eccitati" con alcune gocce torniamo a poterci gestire. Fumiamo così tanto perché "calmiamo" le nostre tensioni interne: le droghiamo per non sentirle. La cocaina è così diffusa e in continuo aumento, per dare una parvenza di felicità ad un'esistenza infelice. Ci buttiamo nel bere e nell'alcool per annegare tutto il disagio che c'è dentro. Ci rimpinziamo di cibo per non per percepire la fame d'amore che bussa dentro di noi. Ci buttiamo nel lavoro per dare importanza e senso ad un'esistenza che altrimenti non avrebbe senso. Non facciamo altro che sistemare sempre e di continuo la casa con continui lavori e faccende solo perché non sappiamo fare nient'altro (e ce la raccontiamo di quanto ci impegni la casa!). Abbiamo bisogno ogni giorno di sesso e di provocazione per eccitare una vita evidentemente morta. Abbiamo bisogno di parlare sempre e siamo un fiume in piena e dilagante, per zittire le urla che abbiamo dentro. Cosa succede se non c'è più radio, né tv? Cosa succede quando devi fare silenzio e stare con te? Cosa succede se digiuniamo da tutto questo? Cosa succede se non possiamo fare più niente di tutto questo? Cosa succede se tutto quello che facevi prima adesso non lo puoi più fare? Sai che succede? Succede che tutto quello che tenti (tentazione!) di coprire adesso esce. Quando digiuni, quando cioè non puoi più nasconderti, quando cioè non c'è più una via di fuga, allora sei di fronte a te stesso nella tua verità. E potrebbe non piacerti. Potresti rifiutare di vederti così. Quando digiuni da tutto questo ti metti di fronte a te stesso nella tua nudità. Allora tutti i mostri che hai dentro vengono fuori e sembrano sbranarti. Per questo faremo di tutto pur di non far silenzio, pur di non fermarci, pur di non guardarci allo specchio, pur di evitare che qualcuno ci metta di fronte alla verità. La gente preferisce magari fare "cose buone", magari aiutare qualcuno, ma stare di fronte a se stessi per quello che si è, questo all'inizio è veramente terribile. Quando Adamo ed Eva cadono nella tentazione del serpente si scoprono nudi. Non è una punizione, è una realtà. Quando ti vedi per quello che sei, quando accetti di stare con te, quando fai silenzio allora emerge tutta la tua nudità, la tua vulnerabilità, la vera realtà che hai dentro. Allora tutti i mostri, anche quelli più dimenticati, anche quelli più lontani, anche quelli più terribili, si materializzano di fronte a te. E chi mai vorrebbe andare nel deserto? E chi mai vorrebbe "smettere di riempirsi" in modo da anestetizzare tutto questo? Ma, dice il vangelo, è lo Spirito che conduce Gesù, anzi lo caccia nel deserto. Devi andare là; devi andare nel deserto per confrontarti tutte le tue voci interiori. È Dio che lo vuole. Perché se non affronti i tuoi demoni interni ne sarai sempre in balia. Questione di libertà. Nel deserto tutte le voci più nascoste escono. Molte persone dicono: "Io sono tranquillo; io non ho grossi problemi; io non ho rabbia; io ho avuto un'infanzia felice; io sono soddisfatto delle mia vita; io sono in pace con me". No, amico, tu neppure ti conosci! Satana gioca sull'illusione della realtà. Satana, il male, cerca sempre di distaccarci dalla nostra realtà e di evadere. Cerca di insinuare il dubbio che "se" fossi diverso, se fossi un altro, allora sì che andrebbe bene. Satana ti mostra dei miraggi. Il miraggio è vedere quello che non esiste, che non c'è. Tu vedi una cosa che non esiste, ma la credi vera e poi la miri, la insegui, orienti la tua vita lì. Chiaramente quando ti accorgi che non c'è niente là dove sei arrivato, che non esiste quello che tu hai inseguito, allora ti senti fallito. Il diavolo tenta, prova, ad illudere Gesù con tre "se": "Se tu sei figlio di Dio (4,3); se ti prostri dinanzi a me (4,7); se tu sei figlio di Dio (4,9)". Le illusione sulla nostra vita: "Se fossi stato; se avessi agito così; se fossi nato da un'altra parte; se le cose fossero andate diversamente; se non fosse successo che; se avessi conosciuto altre persone; se avessi avuto un'altra famiglia; se fossi nato in un altro paese". Le illusioni sugli altri: "Se cambierà; se troverò l'uomo giusto; se capiterà che lui; quando lui sarà diverso". Le illusioni di felicità: "Se avrò i soldi; se avrò quella donna; se sarò più magro, più bello, "rifatto"; se avrò quell'auto; se farò carriera e arriverò là, ecc". Le illusioni sul futuro: "Se mi capiterà quella cosa; se sarò fortunato; e se mi capitasse quella sventura?; e se le cose cambieranno?; e se le cose non cambieranno?; e se accadrà che?; e che ne sarà di me?; ce la farò?; e se non mi accetteranno?". Satana insinua il dubbio riportandoci a ciò che è stato, all'irrealtà di come sarebbe stato se o sarebbe se... Ma ciò che è stato, è stato. E ciò che è, è. La realtà non si cambia, si vive. Oppure ci porta nel futuro mettendoci paura su come potrebbe essere. Ma il futuro non c'è, c'è solo il presente, c'è solo l'oggi. Il diavolo fa così: ti fa vedere una cosa (miraggio) e tu la rincorri. Ma siccome è un miraggio non la raggiungi mai. Se non sei felice oggi, nulla domani ti farà felice. Perché la vita non è questione di cosa si ha, ma di quanto la si può gustare e sentire. Un uomo aveva sempre detto: "A sessant'anni i figli saranno grandi, non avrò più grandi problemi, avrò un certo gruzzolo in banca, smetterò di lavorare e mi godrò la vita". Lo diceva e aspettava questo momento da quando aveva vent'anni. E così fece. Come compì sessant'anni si disse: "Adesso vado in pensione e mi godrò, finalmente, la vita". Andò in pensione; dopo due mesi si ammalò di cancro e morì. "Se" aspetti quella cosa per essere felice, per vivere, per fare, per scegliere, non lo farai mai. Le tre tentazioni riportate da Luca sono la sintesi di tutte le tentazioni. La prima tentazione è: "Tutto in funzione mia". "Trasforma questa pietra in pane" (4,3). La prima tentazione riguarda il godere: utilizzo gli altri per me, li asservo per i miei scopi. "Utilizza, cioè, tutto ciò che c'è attorno a te per te, per i tuoi scopi, le tue necessità e per la tua realizzazione". "Se puoi arrivare prima, anche a scapito degli altri, non vedo perché non devi farlo". "Per raggiungere il successo, per essere qualcuno, va bene tutto e ogni mezzo". "Aiuta gli altri perché così sarai importante per loro e dovranno riconoscerti". "Utilizza la tua posizione per farti strada, per avere privilegi, per sentirti più degli altri". "Utilizza tuo figlio (e lo chiami amore) per te perché tu sei sola e la tua vita non ha senso". "Siccome non sei nessuno e senti di non valere come persona, utilizza allora il tuo lavoro per sentirti qualcuno, per poter comandare e dirigere, per sentire che gli altri ti obbediscono". La seconda tentazione: "Tutto (o tutti) in pugno". "Se ti inginocchi, tutto sarà tuo" (4,6). La seconda tentazione riguarda il possesso: "Possiedo, cioè controllo, gli altri e le mie emozioni". Siccome tutti noi sperimentiamo e conosciamo la nostra debolezza e la nostra fragilità, allora tentiamo di evitare la nostra vulnerabilità, il nostro essere feriti, la nostra debolezza. Quanta gente è controllata, controlla ogni emozione (non prova niente), è insensibile. Quanta gente "fa la forte", l'invulnerabile, quella che non ha nessun problema: "Tutto bene!; tutto perfetto!". Nel Faust, Thomas Mann, racconta la storia di Adrian Leverkuhn, che stipula un patto con il diavolo. In cambio dell'amore ottiene la capacità di comporre musica sempre più geniale. Ma per avere questo deve rinunciare a provare amore per tutta la vita. Così diventa freddo e la sua vita vuota. È così: se tu vuoi essere invulnerabile diventi freddo. Quanta gente ha bisogno di controllare chi è vicino, di dirigerlo, di tenerlo in pugno. Quanta gente ha bisogno di tenere in pugno il marito, il figlio, il fratello. Tenendo in pugno l'altro allora ci si sente forti, invulnerabili o superiori, e non si lascia spazio alla propria umanità. Se tu vivi così, e smetti di aprirti agli altri, diventi insensibile alla vita. La terza tentazione: "Posso tutto". "Buttati giù dal pinnacolo perché gli angeli ti sosteranno" (4,9 - 11). La terza tentazione riguarda la potenza, il credere di poter far tutto. La terza tentazione è religiosa: Dio viene usato per i miei scopi oppure mi sento onnipotente (mi sento Dio). Nel primo caso: quanta gente giustifica con il "volere di Dio" precetti che sono solo degli uomini. Con la volontà di Dio si sono fatte le guerre, riempiti di sensi di colpa le persone, condannato a umiliazioni infinite le persone. L'uomo che dice alla donna che ha un figlio down: "E' la volontà di Dio!", sta usando Dio. Il padre che dice a suo figlio: "Dio vuole che tu ti comporti bene con il papà; Dio si arrabbia quando tu alzi la voce contro di me", sta usando Dio per i scuoi scopi. Il sacerdote che non assolve la donna che ha avuto rapporti prematrimoniali, sta usando il potere di Dio. La persona che si permette di decretare che "tu non puoi essere in unione con Dio" sta usando un potere non suo. Non usare mai Dio per il tuo potere, per i tuoi scopi, per le tue finalità, neanche per quelle positive. Dio non si usa; Dio si ama e si segue. Non far dire a Dio quello che vuoi tu. Nel secondo caso, invece, alcune persone si sentono onnipotenti. Quando tu puoi gestire milioni di euro, influenzare le banche, il flusso di soldi, ti senti un po' come Dio perché ti sembra di potere tutto, che tutto dipenda da te. Quanto tu sei riconosciuto, famoso, importante, stimato, apprezzato, riconosciuto da tutti come "il bello", allora tutto questo potere rischia "di darti alla testa", rischia di non metterti più in discussione, di farti passare sopra gli altri e di usarli come "i condomini e le case del Monopoli" che si spostano di qua e di là a tuo piacimento. Farsi come Dio, dice la tradizione, è stato il grande peccato di Satana e di Adamo ed Eva: volevano diventare ciò che non potevano diventare e che non avrebbero mai potuto essere. Perché chi vuol farsi Dio finisce, inevitabilmente, all'inferno (di questa vita). Il vangelo si conclude con l'annotazione che "esaurita ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù per tornare al tempo fissato" (4,13). Nella vita la prova c'è e ritornerà più volte. Sarebbe bello dire: "Questa cosa l'ho affrontata, sono a posto". E, invece, a livelli sempre diversi, saremo sempre messi alla prova. Ed è bene che sia così perché ogni prova, se superata, ci radica sempre di più in Dio. La più grande tentazione è quella di fuggire la tentazione, di evitarci ciò che è difficile. Sembra una soluzione ma non lo è. E, invece, il deserto non lo si può evitare: bisogna rimanerci dentro tutto il tempo che serve. Ma come il vento scuote l'albero non per farlo cadere ma per radicarlo ancor di più nel terreno così la prova non "ci fa male" per farci soffrire ma per radicarci ancor di più dentro di noi, nel mistero della vita e di Dio. don Marco Pedron |
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Le tentazioni non sono da relegare solo all'inizio del ministero di Gesù. La sua vita fu tentazione e lotta fino alla fine. Gesù esce dal Giordano pieno di Spirito. Lo stesso Spirito riempie anche noi e ci conduce nel deserto di questa vita perché usciamo vittoriosi dalla prova. Il deserto è il simbolo della vita umana; è il cammino verso la terra promessa, verso Dio. E' figura della vita stessa del battezzato, con tutti i suoi pericoli e le sue paure attraverso i quali lo Spirito lo conduce. I quaranta giorni sono un'allusione ai quarant'anni trascorsi dal popolo d'Israele nel deserto. Il diavolo è colui per la cui invidia entrò la morte nel mondo (cfr. Sap. 2,24), colui che insinuò nel cuore di Adamo il sospetto e la sfiducia in Dio e lo portò a disubbidire e ad allontanarsi da lui (cfr. Gen. 3). E' il vero protagonista del male contro il quale Cristo lotta e vince. La radice con cui questo male si radica nell'uomo è l'egoismo. Il rimedio al male è la fede. Gesù è venuto nel mondo per mostrare il vero volto del Padre vivendo da Figlio. La tentazione continua dell'uomo è quella di non credersi creatura di Dio. La forza per vincere la tentazione è il ricorso alle Scritture, l'obbedienza alla parola di Dio. Il primo pane, la prima sorgente della vita è Dio stesso. Egli non si pone in antagonismo con l'uomo, ma in rapporto di priorità rispetto a tutto il resto: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt. 6,33). Gesù non ottiene il Regno perché si abbassa a adorare il diavolo, ma proprio perché lo rifiuta radicalmente. E questa scelta lo porterà sulla croce. Proprio sulla croce Gesù inaugura il suo regno. Uno dei malfattori aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso" (Lc. 23,42 - 43). Il regno di Dio sulla terra è l'adorazione del vero Dio perché è la libertà dell'uomo da ogni idolo. L'uomo, immagine di Dio, realizza se stesso solo se si pone in adorazione davanti a Dio. Bisogna obbedire a Dio, non tentarlo. La nostra vita è salva se ci mettiamo nelle sue mani senza porre condizioni, vivendo radicalmente la preghiera insegnataci da Gesù: "Padre, … sia fatta la tua volontà". Gesù supera ogni specie di tentazione. Così egli vince tutto il male dell'uomo e crea lo spazio di libertà dal maligno. Il "tempo fissato" per il ritorno del diavolo è evidentemente il momento della Passione, dove l'istigazione di satana si manifesterà attraverso i capi del giudaismo e perfino attraverso qualche discepolo. L'opposizione contro Gesù non è stata mossa da zelo religioso o da interesse per l'onore di Dio e dell'uomo, ma dall'attaccamento al proprio potere e al proprio prestigio. Luca vuole indicare in Gesù, vincitore delle tentazioni del demonio, un modello a cui i cristiani devono ispirarsi nelle lotte che sostengono per non tradire i propri impegni battesimali. padre Lino Pedron |
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Marco dice che fu tentato; Matteo specifica come, elencando le tentazioni cui fu sottoposto, e Luca riporta, in un ordine lievemente diverso, lo stesso elenco. In comune i tre vangeli hanno il fatto inquietante che anche alla mente di Gesù si è prospettata l'ipotesi di andare contro Dio, e addirittura di cercare di piegarlo a proprio vantaggio. Il fatto è inquietante, perché ci pone davanti al mistero di come in lui, l'Uomo-Dio, la perfezione divina potesse coesistere con la fragilità umana; il mistero, che si ripresenta in tante pagine del vangelo, di come chi manifestava una potenza divina nel moltiplicare i pani e i pesci, nel risanare i malati, addirittura nel risuscitare i morti, potesse poi anche provare fame e sete, stanchezza e angoscia e tutti i limiti dell'umana natura. Tra essi non mancò la tentazione al male: di tutti i limiti, forse quello che ce lo fa sentire più vicino. E allora è di sommo interesse vedere come nel caso egli si è comportato; se non potremo mai capire fino in fondo la coesistenza in un'unica persona della divinità e dell'umanità, possiamo vedere come, in un episodio in cui tutta e solo la sua umanità si manifesta, egli sia stato un modello per quanti tutta e solo l'umanità vivono ogni giorno. Le possibili tentazioni cui anche noi possiamo trovarci a dover far fronte sono riassunte in tre. Nel deserto dove si era ritirato prima di dare inizio alla sua vita pubblica, dopo quaranta giorni di digiuno Gesù "ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane". E' la tentazione di pensare solo ai bisogni e alle attrattive immediate; vi si scorge facilmente la tentazione della sensualità, del cercare ciò che piace senza curarsi se è giusto o sbagliato, utile o dannoso. Pur sollecitato in tal senso, Gesù non ricorre ai suoi poteri divini ma supera la tentazione come possiamo fare noi, con la fede. Risponde infatti citando la Bibbia ("Non di solo pane vivrà l'uomo" - Deuteronomio 8,3), cioè la Parola di Dio che egli assume a guida dei propri comportamenti. La seconda tentazione è quella del potere, del sottomettere gli altri a sé, di imporsi, di voler comandare: in politica, ma anche in famiglia, nei rapporti di lavoro o d'affari e in ogni altro ambito della vita; imporsi non importa come: anche "vendendo l'anima al diavolo", come è invalso l'uso di dire, proprio in base a questo passo del vangelo. "Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: Se ti prostrerai in adorazione davanti a me, tutto sarà tuo". Anche questa tentazione, secondo l'esempio di Gesù, è superabile alla luce della Parola di Dio: sta scritto, egli risponde riassumendo un'infinità di possibili rimandi ai testi sacri, "il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto". Allora anche il diavolo cita la Scrittura, per presentargli la terza tentazione: "gettati dall'alto; sta scritto infatti che Dio manderà i suoi angeli a impedire che ti faccia male" (Salmo 91). La mossa è subdola, ovviamente, perché sottintende una lettura di comodo della Parola di Dio; essa però riflette l'atteggiamento di chi pretende di trovare nella Bibbia la giustificazione dei propri comportamenti errati, o di chi mette a rischio se stesso e gli altri (basti pensare a chi guida sotto l'effetto di droghe o alcool) magari poi lamentando che Dio non sia intervenuto a impedirne le disastrose conseguenze. La frase della Bibbia che Gesù gli oppone (Deuteronomio 6,16) è questa: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo". Tutte risposte sulle quali riflettere, nella quaresima appena iniziata. mons. Roberto Brunelli |
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Il vangelo di Luca che leggiamo durante questo anno fu scritto, come dice egli stesso nell'introduzione, perché il lettore credente si potesse "rendere conto della solidità degli insegnamenti che aveva ricevuto". Questo intento è di straordinaria attualità. Di fronte agli attacchi da ogni parte alla storicità dei vangeli e alle manipolazioni senza limiti della figura di Cristo, è più che mai importante che il cristiano e ogni lettore onesto del vangelo si renda oggi conto della solidità degli insegnamenti e delle notizie in esso riferiti. A questo scopo ho pensato di far servire i commenti ai vangeli dalla prima domenica di Quaresima alla domenica in Albis. Partendo ogni volta dal vangelo della domenica, allargheremo lo sguardo a tutto un settore o un aspetto della persona e dell'insegnamento di Cristo ad esso collegato, per scoprire chi era veramente Gesù, se un semplice profeta e grande uomo, o qualcosa di più e di diverso. Vorremmo, in altre parole, fare anche un po' di cultura religiosa. Fenomeni come quello del Codice da Vinci di Dan Brown, con le imitazioni e le discussioni che ha suscitato, hanno mostrato l'allarmante ignoranza religiosa che regna tra la gente e che diventa il terreno ideale per ogni spregiudicata operazione commerciale. Il vangelo di domani, I domenica di Quaresima, è quello delle tentazioni di Gesù nel deserto. Secondo il piano annunziato, io vorrei partire da esso per allargare il discorso al problema più generale dell'atteggiamento di Gesù verso le potenze demoniache e i posseduti dal demonio. È un fatto innegabile e tra i più sicuri storicamente che Gesù abbia liberato molte persone dal potere distruttore di Satana. Non abbiamo tempo di ricordare tutti gli episodi. Ci limitiamo a mettere in luce due cose: primo la spiegazione che Gesù dava del suo potere sul demonio; secondo, cosa questo potere ci dice di lui e della sua persona. Di fronte alla liberazione clamorosa che Gesù aveva operato di un indemoniato, i suoi nemici, non potendo negare il fatto, dicono: "Egli scaccia i demoni in nome di Beelzebul, il principe dei demoni" (Lc. 11,15). Gesù dimostra come questa spiegazione sia assurda (se Satana è diviso in se stesso, sarebbe finito da tempo il suo dominio, invece esso prospera). La spiegazione è un'altra: egli scaccia i demoni con il dito di Dio, cioè con lo Spirito Santo, e questo dimostra che è giunto in terra il regno di Dio. Satana era "l'uomo forte" che teneva sotto il suo potere l'umanità, ma adesso è venuto uno "più forte di lui" e lo sta spogliando del suo potere. Questo ci dice una cosa formidabile sulla persona di Cristo. Con la sua venuta è cominciata per l'umanità una nuova era, un cambiamento di regime. Una cosa del genere non può essere opera di un semplice uomo, e neppure di un grande profeta. È importante notare il nome o il potere in base al quale Gesù scaccia i demoni. La formula abituale con cui l'esorcista si rivolge al demonio è: "Ti scongiuro per...", o "in nome di...ti ordino di uscire da questa persona". Ci si appella cioè a un'autorità superiore che è in genere quella di Dio, e per i cristiani quella di Gesù. Non così Gesù: egli rivolge al demonio un secco "Ti ordino". Io ti ordino! Gesù non ha bisogno di appellarsi a un'autorità superiore; è lui l'autorità superiore. La sconfitta del potere del male e del demonio era parte integrante della salvezza definitiva (escatologica) annunciata dai profeti. Gesù invita i suoi avversari a tirare la conseguenza di quello che vedono con i loro occhi: dunque non c'è più da attendere, da guardare avanti; il regno e la salvezza è in mezzo a loro. Il detto tanto discusso sulla bestemmia contro lo Spirito Santo si spiega a partire da questo. Attribuire allo spirito del male, a Beelzebul, o a magia quello che era tanto manifestamente opera dello Spirito di Dio significava chiudere ostinatamente gli occhi davanti alla verità, mettersi contro Dio stesso, e quindi privarsi da soli della possibilità di perdono. Il taglio storico e formativo che intendo dare a questi commenti di Quaresima non ci deve impedire di raccogliere ogni volta anche uno spunto pratico dal vangelo del giorno. Il male è forte anche oggi intorno a noi. Assistiamo a forme di malvagità che vanno spesso al di là della nostra capacità di comprendere; rimaniamo sgomenti e senza parole di fronte a certi episodi di cronaca. Il messaggio consolante che scaturisce dalle riflessioni fin qui fatte è che c'è in mezzo a noi uno che è "più forte" del male. La fede non ci mette al riparo dal male e dalla sofferenza, ma ci assicura che con Cristo possiamo volgere al bene anche il male, farlo servire alla redenzione nostra e del mondo. Alcune persone sperimentano nella propria vita o nella propria casa una presenza di male che sembra loro di origine direttamente diabolica. A volte lo è certamente (sappiamo la diffusione che hanno sette e riti satanici nella nostra società, specie tra i giovani), ma è difficile capire nei singoli casi se si tratta veramente di Satana o di disturbi di origine patologica. Per fortuna non è necessario arrivare alla certezza sulle cause. La cosa da fare è attaccarsi a Cristo con la fede, l'invocazione del suo nome, la pratica dei sacramenti. Il vangelo di domani ci suggerisce un mezzo in vista di questa lotta, importante da coltivare soprattutto nel tempo di Quaresima. Gesù non andò nel deserto per essere tentato; la sua intenzione era di ritirarsi nel deserto a pregare e ascoltare la voce del Padre. Nella storia vi sono state schiere di uomini e donne che hanno scelto di imitare questo Gesù che si ritira nel deserto. Ma l'invito a seguire Gesù nel deserto non è rivolto solo ai monaci e agli eremiti. In forma diversa, esso è rivolto a tutti. I monaci e gli eremiti hanno scelto uno spazio di deserto, noi dobbiamo scegliere almeno un tempo di deserto. Trascorrere un tempo di deserto significa fare un po' di vuoto e di silenzio intorno a noi, ritrovare la via del nostro cuore, sottrarci al chiasso e alle sollecitazioni esterne, per entrare in contatto con le sorgenti più profonde del nostro essere e del nostro credere. padre Raniero Cantalamessa |
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Il segno delle ceneri sul nostro capo ha voluto significare il nostro impegno in questa direzione, che è la direzione di Dio, dell'Amore che salva e redime il mondo. Non abbiamo assistito ad rito, ma siamo stati interpellati dalla Parola di Dio ad intraprendere la strada di una nuova primavera dello Spirito, dove a Dio viene restituito il primo posto nella storia e nella nostra vita, quel posto centrale che facilmente noi vogliamo prendere, elevando l'uomo ad uno stato che non lo migliora, ma che lo peggiora, lo abbrutisce. Dunque, grande e insistente è stato, in quel primo giorno della Quaresima, l'invito alla conversione, l'invito a ritornare al Signore. In questa prima domenica di Quaresima, a noi che abbiamo assunto l'impegno di cambiar vita, volendo seguire il Signore lungo la strada che porta alla croce e, quindi, alla gloria della risurrezione, la liturgia ci invita ad andare con Gesù nel deserto. «Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo» (Lc. 4,1 - 2). Il deserto, forse, per noi indica un luogo negativo, perché ci dice solitudine, presenza del nulla... ma per la Parola di Dio il deserto è un luogo positivo, è il luogo dove, lontano da tutto e da tutti, è possibile fare opera di discernimento, per verificare il bene ed il male che albergano nella nostra vita e, quindi, per allontanare tutto ciò che deturpa la nostra bellezza e la nostra gioia, ritenendo quanto di positivo vi è in noi, tirando fuori il meglio che ci portiamo dentro senza portarlo mai alla luce. In questo luogo, dunque, Gesù è condotto dallo Spirito per essere tentato. Anche la tentazione per noi è immediatamente indice di peccato, di male. Ma qui la tentazione è da intendere non come una condanna, bensì come una prova, una verifica... Gesù è qui messo alla prova dal diavolo e, vincendo questa prova, Egli ci mostra ancora una volta il suo immenso Amore per l'uomo, per quell'uomo prigioniero del male, del peccato. Infatti, vogliamo chiederci perché Gesù, il Figlio di Dio e Dio stesso, ha voluto sottoporsi a questa verifica da parte del diavolo. Aveva bisogno di dare prova della verità del suo essere e del suo dire? Cosa lo ha spinto ad andare nel deserto per essere messo alla prova? Perché? La risposta ce la fornisce sant'Agostino, in un brano che abbiamo letto e meditato oggi nell'Ufficio delle letture: «Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l'umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria. Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo». Dunque, è "per noi" che Gesù si sottopone alle tentazioni, perché noi, senza di lui, non possiamo vincere il male; non ne usciamo vincitori in questa battaglia dove si "gioca" la sorte della nostra vita. Le tentazioni ci insegnano che senza Gesù, senza il suo Mistero pasquale, noi saremmo perduti, saremmo votati alla morte eterna, al male, alla prigionia del peccato. Mentre è "con Lui" ed "in Lui" che noi vinciamo il male, le tenebre, il peccato, la morte eterna e siamo resi partecipi del suo mistero di luce infinita. Naturalmente il brano evangelico che la liturgia pone oggi alla nostra attenzione considera tre tentazioni che Gesù ha subito "per noi" nel deserto, in quei quaranta giorni che prepararono il suo ministero pubblico. Ma dobbiamo tenere presente che quelle non furono le uniche: Gesù più e più volte, anzi, molto spesso, durante la sua vita terrena si è trovato dinanzi alla tentazione: pensiamo alle insidie tramate tante volte da scribi e farisei, pensiamo alle tentazioni subite durante la sua passione quando avrebbe potuto dar prova, con un miracolo, del suo essere Messia, rinunciando alla sorte preparata per lui, ecc. e nello stesso deserto, tanto che l'evangelista Luca annota che il diavolo ha esaurito ogni specie di tentazione (cfr. Lc. 4,13). Gesù, ancora una volta innamorato dell'uomo, porta a compimento la sua missione fino al dono di sé, eludendo le facili risoluzioni dell'uomo, seguendo la via dell'umiliazione e della morte in croce, per vincere "una volta per tutte" la morte ed il peccato. «Il diavolo gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane". Gesù gli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo"» (Lc. 4,3 - 4). E' la prima tentazione che Luca ci racconta; è la tentazione del pane, che tocca Gesù e, quindi, ciascuno di noi, nella ricerca di qualcosa che seduce gli occhi e riempie la bocca. Questa prima tentazione ci riporta a quella prima tentazione subita dall'uomo, quando ne uscì peccatore; il contesto è quello del terzo capitolo del libro della Genesi, dove i nostri progenitori peccarono non perché mangiarono di quel frutto proibito, bensì perché certi che, secondo la parola del tentatore, quel frutto li avrebbe fatti diventare "come Dio". E questa è la tentazione in cui cadiamo in ogni istante anche noi, quando pensiamo di poter fare a meno di Dio, anzi, di poter essere come "Lui"! Quante volte ci capita di affannarci invano in imprese che hanno del miracolistico e che ci vogliono realizzare come "mini-salvatori del mondo"? L'uomo di oggi si trova sempre più nell'atto di attentare a Dio, cioè nel tentativo di potercela fare da solo in tutto. Quante volte noi allontaniamo Dio dalla nostra vita quando rifiutiamo i fratelli che ci stanno accanto, quando infrangiamo la comunione con Lui prendendo le distanze dai Sacramenti, dalla partecipazione all'Eucaristia domenicale, a tanti momenti di fraternità, ecc.?! Non abbiamo ancora capito, nonostante la Parola di Gesù abbia attraversato oltre venti secoli di storia, che la realizzazione della nostra vita, quindi, la gioia, la pace, la giustizia ed ogni bene, sono il frutto della comunione con il Signore! Ci preoccupiamo di coloro che non hanno ogni giorno il pane sulla tavola e vorremmo certamente che Dio trasformasse le pietre in pane per sfamare tutti gli uomini della terra... ma quanto cibo finisce nella spazzatura nelle nostre case "per bene"? Quanta non-cura abbiamo noi di ciò di cui ci sfamiamo... mentre se alla nostra porta bussa il Signore Gesù, nella persona di un povero, non abbiamo nulla da dargli?! Sono questi piccoli gesti a farci uscire vincitori nella tentazione! Ma non solo... per uscire vincitori dalla tentazione dobbiamo superare la banalità di accontentarci del "pane quotidiano", per anelare a qualcosa di più... quel qualcosa di più che solo Dio può darci con la sua Parola, che alimenta la nostra vita spirituale e ci eleva verso gli orizzonti della grazia e della comunione con Dio e con i fratelli. «Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: "Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo". Gesù gli rispose: "Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai"» (Lc. 4,5 - 8). Nella seconda tentazione che Luca ci consegna, Gesù è tentato sul possesso dei beni. Per noi, forse, questa è la tentazione più esplicita, quella che ci tocca di più, visto che del potere ne abbiamo uno dei nostri idoli preferiti. Per la smania del potere, del successo e del denaro quanti uomini contro uomini? Fratelli contro fratelli? Spesso vediamo le nostre famiglie in frantumi quando vi è in gioco la divisione di un'eredità o un posto di lavoro particolarmente prestigioso o la vincita di una ingente somma di denaro. Allo stesso modo i capi delle nazioni lottano per ingigantire i propri regni, le proprie potenzialità... e da qui le guerre, dove sangue innocente è versato per il desiderio sfrenato di chi possiede molto, ma vorrebbe possedere molto di più. Molti sono convinti che l'uomo vale oggi quanto possiede; per cui, più possiede, più vale! Ma è proprio così? Quando bussa alla porta un male incurabile, la perdita improvvisa di una persona cara, ecc. a cosa può servire il potere ed il prestigio, l'accumulo esasperato di beni, magari tolti a chi fa fatica a mettere a tavola ogni giorno ai propri figli un pezzo di pane? Questa tentazione ci tocca nel nostro intimo: molto spesso, più di quanto possiamo immaginare, noi pieghiamo le ginocchia dinanzi al potere! L'uomo è convinto di colmare la sua insoddisfazione proprio nell'accumulare beni, nell'avere sempre di più... ma cosa se farà quando si ritroverà con il portafogli pieno e il cuore vuoto? Cosa se ne farà quando sarà a capo di una nazione ed avrà perduto il controllo di se stesso, perché incapace di gestire la propria vita personale? La Quaresima è il tempo per riscoprire che Dio è il "tutto" della nostra vita! E la nostra unica preoccupazione dovrebbe essere quella di restare sempre "con" Lui, di averlo sempre accanto come il "tesoro nascosto" e la "perla preziosa" della nostra vita (cfr. Mt. 13,44 - 46) Il potere, il successo, il denaro e ogni bene materiale ci fanno gustare l'ebbrezza di una gioia vuota che si esaurisce in fumo ben presto. Per questo Gesù rifiuta il possesso dei beni proposti dal diavolo, per insegnarci che dobbiamo piegare le nostre ginocchia solo di fronte all'Amore (che per Lui significa "sacrificio" fino al dono di sé!), nella certezza che solo amando ed essendo amati troviamo la vera felicità della nostra vita. «Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; e anche: Essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra". Gesù gli rispose: "E' stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo"» (Lc. 4,9 - 12). L'ultima tentazione che Luca ci racconta si svolge a Gerusalemme, lì dove si consumerà il Sacrificio pasquale di Gesù, tanto che questa tentazione, per certi versi, lo anticipa. Essa, infatti, proporrebbe a Gesù un messianismo di tipo spettacolare: in pratica, il diavolo propone a Gesù di anticipare la sua "ora" manifestandosi in maniera eclatante quale egli è, cioè Dio, rinunciando così alla passione e alla croce. Certamente Gesù rifiuta, perché sa che la via della croce è "essenziale", "necessaria" per la salvezza dell'uomo. Egli, rifiutando la "facile" via della gloria, si affida alla sorte dei malfattori e dei disonesti, umiliandosi e abbassandosi fino a consegnarsi ai nemici che lo metteranno in croce. Ma in questa tentazione Gesù insegna anche a noi a non scegliere le vie più "facili" e più immediate, in favore di quelle che richiedono maggiore sacrificio. Gesù insegna ai giovani a non consegnarsi ai paradisi artificiali del sesso e della droga, della violenza e dell'odio, ma a seguire la via dell'Amore, così come l'ha tracciata lui, offrendosi al Padre per la nostra salvezza. E poi, c'è un altro particolare da cogliere in questa terza tentazione; il diavolo tenta Gesù proprio con la Parola di Dio, citando alcuni versetti del Salmo 90, che abbiamo poc'anzi cantato nel salmo responsoriale. E' il caso, da parte nostra, di rivedere l'uso che facciamo della Parola di Dio: sovente la conosciamo, così come la conosce il diavolo, per usarla a nostro piacimento nell'emettere sentenze di condanna nei confronti dei fratelli o per i nostri sporchi affari, per dare delle giustificazioni alla nostra sporca coscienza. Se ricordiamo, un noto mafioso, arrestato alcuni mesi fa', latitante da anni, è stato ritrovato in possesso di ben cinque Bibbie; ma che uso ne avrà mai fatto? Che cosa avrà capito di quella Parola d'Amore "scritta" da Dio per noi? Allo stesso modo tanti nostri politici che si dicono "cristiani", che fanno sfoggio della loro fede, del loro attaccamento alla Parola di Dio, alla Chiesa... e che ottengono i nostri irresponsabili consensi, cos'hanno capito della Parola di Dio quando continuano a curare i propri interessi, tornaconti, prestigio, potere... mentre i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi? Questa terza tentazione ci aiuta davvero tanto a fare discernimento nella nostra vita di ciò che è bene e di ciò che è male! |