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In un romanzo intitolato Il tunnel, lo scrittore tedesco Friedrich Duerrematt (1921-1990) descriveva con fredda lucidità la morte della speranza, raccontando di un treno sovraffollato che, poco dopo la partenza, imbocca un tunnel; la percorrenza richiederebbe pochi minuti, invece diventa interminabile. Non solo, il treno acquista velocità folle e si inabissa tra sporgenze rocciose e discese che sembrano un precipitare verso il centro della terra. Il freno di emergenza è rotto; la cabina di guida è vuota. "Che cosa possiamo fare?", gridò il capotreno nel fragore delle pareti del tunnel. Un giovane "con spettrale serenità" rispose: "Niente". La vita? Per questo scrittore è un precipitare verso il baratro. Dio, se esiste, avrebbe abbandonato la cabina di guida del mondo, e l'uomo si ritrova a trascinare una esistenza senza senso, senza speranza. Ma è davvero questo la storia: una folle, assurda corsa verso lo sfacelo totale? E il nulla sarebbe il solo approdo che ci sia concesso? 1. All'inizio dell'anno liturgico la Chiesa ci invita a misurarci con la prospettiva di Gesù sull'avvenire, quale emerge dal suo ultimo discorso pubblico, a pochi giorni dal processo e dalla morte. La visione del Signore si muove come su due piani sovrapposti e trasparenti, oscillando dalla distruzione del tempio e della città santa agli "ultimi giorni" della storia. Il Maestro ha appena parlato della devastazione di Gerusalemme, vista come la fine di un mondo, e quindi come avvenimento esemplare, segno emblematico e prologo-prefigurazione ("profezia") della fine del mondo. Quando Luca riportava queste parole del Signore, la città santa era già stata distrutta e i suoi abitanti erano stati dispersi. L'evangelista può perciò mostrare alla sua comunità come, proprio perché si erano già compiute, le parole di Cristo meritavano di essere ricordate come chiave di lettura per decifrare il "senso" - il significato e l'orientamento - del corso della storia, letta come storia della salvezza. Per andare "oltre" l'evento della caduta di Gerusalemme, l'evangelista - alla scuola di Gesù - deve prima andarci "dietro", ricorrendo agli antichi oracoli profetici. Già Mosè aveva predetto il castigo contro l'infedeltà di Israele: "Il nemico ti assedierà in tutte le città... il Signore ti disperderà tra tutti i popoli" (Dt 28,52.64). Geremia aveva annunciato: "Mettetevi in salvo fuori Gerusalemme". E nel rotolo di Zaccaria era scritto: "Contro Gerusalemme si raduneranno tutti i popoli della terra". Così la profezia dell'Antico Testamento diventa storia - nel Nuovo Testamento e a sua volta la storia - la fine di Gerusalemme - diventa profezia del giudizio finale. A questo punto il discorso di Gesù ritorna sui segni cosmici che accompagneranno la venuta finale del Figlio dell'uomo. Il linguaggio è "apocalittico", quello di cui ci si serve nella Bibbia per descrivere il "giorno del Signore": quando Dio viene, l'universo non può non sussultare; il cielo e la terra devono partecipare necessariamente e sensibilmente al suo trionfo. Ma ciò che conta non è questa cornice descrittiva, quanto piuttosto l'evento centrale: il Signore verrà. C'è chi sarà colto dall'angoscia e da una paura mortale; ma per i discepoli non può essere così. Le parole di Gesù, rivolte ai suoi discepoli, non inducono alla paura, anzi sono piene di speranza: "Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina". Il Figlio dell'uomo che viene su una nube con potenza e gloria grande è colui che è stato crocifisso per i nostri peccati e quindi non abbandonerà mai la strada dell'amore: egli non viene per condannare il mondo, ma per salvarlo. Dio ha per noi progetti di pace, non di sventura. 2. Dopo queste parole, l'evangelista riporta l'ultima parabola raccontata da Gesù; in realtà si tratta di un paragone brevissimo, ma quanto mai evocativo: il fico che germoglia non annuncia l'inverno, ma l'estate. Il Maestro vuole aiutare in tutti i modi i suoi discepoli a dissociare la catena di eventi tristi e terribili dalla fine del mondo e a non collegarli - come abitualmente si fa - con la venuta di Dio. Perciò ricorre al tradizionale repertorio dell'immaginario apocalittico con quelle scene sconvolgenti che a tutti gli umani vengono in mente quando si pensa alla "fine del mondo": terremoti, eclissi, alluvioni, eruzioni; e poi guerre, stragi, saccheggi, violenze. Quindi, cataclismi naturali e catastrofi sociali: in parte provocate da calamità ineluttabili, in parte dall'uomo stesso. Quando succedono cose di questo genere, si dice: è finita. Gesù invece dice: no, queste cose succederanno sino alla fine, ma non è la fine. Non stiamo andando verso l'inverno; è la primavera: l'estate sopraggiungerà. "Quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il Regno di Dio è vicino" (Lc 21,31). Così il "lieto messaggio" di Gesù ritorna al primo annuncio, da lui proposto all'inizio della missione e che anche i discepoli dovranno riproporre a tutti: "il Regno di Dio è vicino" (cfr. 4,43; 10,9). Il segno sicuro e inconfondibile della venuta del Figlio dell'uomo non sono le guerre, le tribolazioni, le distruzioni e la morte: il segno è l'annuncio del Regno. 3. È chiaro: Dio mantiene le sue promesse anche senza di noi. Ma se noi non avremo vegliato, se non ci saremo preparati alla venuta del Figlio di Dio, noi non potremo partecipare alla sua salvezza. Il pericolo vero è il torpore della coscienza, la sclerosi del cuore, annebbiato dalle droghe di agi e piaceri, indurito da affanni, tensioni e dispiaceri, angosciato dalla preoccupazione di non riuscire ad avere sempre di più e a godere più che si può. C'è un solo modo per rimanere desti, attenti e vigilanti: pregare. L'evangelista Luca è l'unico ad aggiungere all'esortazione di Gesù alla vigilanza anche la raccomandazione alla preghiera: "vegliate e pregate" (lett.: vegliate pregando). La preghiera purificherà i nostri occhi per riconoscere i segni dei tempi e ci farà leggere con la luce di Dio tutte le parole dritte che egli scrive anche sulle nostre tante righe storte. Anche in questo tornante della storia, in cui registriamo il crollo di tanti miti e la caduta di facili illusioni, Dio rimane nostro rifugio e nostra salvezza. Anche se dentro la Chiesa non pochi fratelli si trascinano nel lamento e nel rimpianto, l'energia di Cristo risorto continua ad irradiare coraggio, gioia e speranza. Nulla ci può gettare nello spavento o nello sconforto: se crediamo veramente, in ogni evento, lieto, triste e anche drammatico, riusciremo a decifrare il messaggio di salvezza che esso contiene. Solo la preghiera ci farà superare la paura e ci permetterà di "comparire" (lett.: stare in piedi) davanti al Figlio dell'uomo. "Stare in piedi" è l'atteggiamento del credente, che attende senza timore l'incontro con il Salvatore; è il tipico atteggiamento dell'avvento: stiamo in piedi non per fuggire, ma per andare incontro al Signore che è già venuto, viene sempre e verrà ancora. I cieli e la terra passeranno, ma le sue parole non passeranno affatto (cfr. Lc 21,33). E le sue ultime parole sono state: "Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Tutti i giorni, anche oggi, la parola si compie. Se ogni giorno fonderemo la nostra vita sulla sua parola, non affonderemo mai nelle sabbie mobili di "dottrine diverse e strane" (Eb 13,8s). E così anche oggi l'e-vento decisivo del primo Natale si fa av-vento, venuta del Signore. E il 25 dicembre non si ridurrà a pura, nostalgica commemorazione di un avvenimento passato. Ma sarà un altro anticipo della sua venuta definitiva. mons. Francesco Lambiasi |
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Un cuore che si slancia verso l'alto è un cuore agile rivolto al Signore; un cuore pesante che si trascina stancamente è un cuore lontano dal Signore e rivolto alle cose della terra. Il cuore è il centro del corpo umano e quello che manda il circolo il cuore arriva in ogni parte dell'organismo e a lui poi ritorna. Il cuore dunque è colui che distribuisce e raccoglie, invia i viveri e riprende la spazzatura, fa da centro di smistamento e di depurazione. Il cuore però può anche cedere, di schianto, o anche rallentare fino a fermarsi. Occorre dunque prendersi cura del proprio cuore. Parlando del cuore Gesù non intendeva dare una lezione di medicina, eppure se Egli ha scelto questo esempio per illustrare i pericoli di una vita passata lontano dalle proprie responsabilità e dalla ricerca del vero bene un motivo sicuramente c'è. Fermiamoci un attimo a considerare il rapporto con il nostro corpo. Uno che si abbandona a dissipazioni, ubriachezze o che solo si lascia prendere dagli affanni della vita non è nella condizione migliore per attendere alla propria salvezza. Dal proprio corpo pretende troppo, lo sfibra e lo snerva, oppure come si dice adesso lo stressa. In queste condizioni anche lo spirito non può non risentirne e in maniera negativa. Tutti ogni giorno abbiamo a che fare con strumenti di vario genere. Adoperandoli sappiamo bene che ne possiamo fare un uso improprio, inefficace o rischioso, e sappiamo pure che ogni utensile ha i suoi limiti operativi per cui non possiamo insistere più del giusto per esempio nel picchiare con il martello o nel tendere una corda per quanto robusta. Superato il punto critico i casi sono due: o si rompe quello su cui stiamo lavorando o si guasta lo strumento con il quale stiamo intervenendo. Una molla si fa apprezzare per la sua elasticità, ma esiste una forza di trazione oltre la quale viene snervata fino a perdere le sue caratteristiche peculiari, come anche esiste una forza di pressione oltre la quale quella molla diventa un filo di ferro schiacciato. Per adoperare bene un utensile, occorre dunque conoscere le proprietà e fare tesoro dell'esperienza che viene dagli sbagli precedenti propri o altrui. Lo stesso vale per il corpo. San Francesco lo chiamava Frate Asino e voleva indicare con questo che il corpo è il nostro servitore, colui che ci permette di raggiungere i nostri obiettivi, ma è anche il nostro compagno di viaggio, senza il quale è impossibile andare avanti. Non ci si può identificare con il proprio corpo, altrimenti andando in deperimento il corpo, svanirebbe ogni componente umana e invece noi sappiamo che l'anima sopravvive al corpo ed è quella che gli dà forma e vitalità. Non si può neanche disprezzare il proprio corpo fino al punto da trascurarlo e offenderlo; sa bene lui stesso, il corpo, come vendicarsi e pretendere il rispetto dei suoi diritti. Se fa sciopero il corpo, anche l'anima va in panne. Noi abbiamo un corpo, ma anche siamo un corpo: nel tenere assieme queste due realtà consiste la nostra saggezza a riguardo della nostra persona. Chi pensa di essere solo corpo, non conosce la parte più nascosta e più preziosa di sé che è la propria anima, chi invece presume di essere solo spirito prima o poi dovrà fare i conti con i limiti della sua costituzione fisica. Diceva papa Benedetto nella sua enciclica: "Deus caritas est": "L'uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità... Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d'altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza." E riporta poi un episodio: l'epicureo Gassendi, scherzando, si rivolgeva a Cartesio col saluto: "O Anima!". E Cartesio replicava dicendo: "O Carne!". Gli Epicurei erano coloro che riconoscevano solo il mondo materiale e il loro stile di vita poteva essere sintetizzato così: "Mangiamo e beviamo, che presto moriamo!" Cartesio al contrario stimava il corpo una cosa: solo il pensiero per lui aveva dignità. La sua frase famosa è: "Penso, dunque sono!". Noi esistiamo però anche prima di potuto fare un pensiero logico e continuiamo ad esistere anche quando sospendiamo la nostra coscienza come nel sonno o nella malattia grave. Giustamente è stato obiettato che la frase risolutiva di ogni dubbio non è: "penso dunque sono", ma nella prospettiva cristiana "sono stato pensato e dunque sono!", non sono qui per caso ma perché qualcuno mi ha pensato e voluto dall'eternità. "Nessuno mai ha preso in odio il proprio corpo" dice san Paolo ai Cristiani di Efeso, "al contrario la nutre e la cura" e Gesù prima ancora aveva detto: "Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo". Egli intendeva così dichiarare permessi tutti gli alimenti, perché sono le intenzioni a rendere cattive le azioni, e non ci sono alimenti di per se stessi capaci di rendere cattivo un uomo, ma è l'uomo che rende buoni o cattivi tutte le cose a seconda dell'uso che ne fa. Così il piacere legato al cibo o alla generazione non è da condannare in sé, ma quando è staccato dal suo fine e diventa uno strumento di ottundimento mentale e morale. L'intemperanza del mangiare cacciò Adamo dal paradiso terrestre; e fu essa che al tempo di Noè provocò il diluvio (secondo il Crisostomo). Noè stesso dovette farne le spese, quando sempre secondo il libro della Genesi, scoprì la vite e si ubriacò, perdendo il suo contegno davanti ai figli, uno dei quali lo disprezzò per questo. Non bisogna confondere il mezzo con il fine. Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere. Per gustare la vita in pienezza occorre avere motivi forti, grandi ideali; altrimenti ci si ripiega su soddisfazioni marginali e una di queste appunto è il vizio della gola. Un grande ideale per san Paolo era quello di annunciare e testimoniare il Vangelo. Nella lettera ai Corinti dice: "Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato." San Paolo faceva questo perché aveva una fiducia incrollabile nella resurrezione e nel premio che Dio darà ai suoi amici fedeli. Sorge a questo punto un'obiezione: e se non fosse vero. San Paolo risponde, riportando un proverbio del suo tempo, quello degli epicurei: "Se è vero che i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo.", ma aggiunge: "Non lasciatevi ingannare". Ne uccide più la gola che la spada, dice un proverbio nostrano, ma qui non si tratta di fare delle colpe, quanto piuttosto di capire che "il cibo superfluo che mangiamo nuoce più all'anima che al corpo.", infatti esagerare nella ricerca dei piaceri del gusto, ci distoglie l'attenzione dal nostro destino e dal suo mistero. Il cibo ci dà la forza per sostenere le fatiche fisiche, la preghiera e la rinuncia ai piaceri materiali ci rendono più forti spiritualmente, dimostrano che la nostra speranza è nel Signore e che siamo pronti anche a dei sacrifici pur di non perdere quello che è essenziale. Il tempo di Avvento che inizia oggi, ha proprio questo valore, di farci rientrare in noi stessi, di farci valutare dove sta la nostra speranza, se qualcosa o qualcuno ha preso il posto di Dio nella nostra vita e di farci compiere le scelte corrispondenti necessarie per dimostrare con la vita la coerenza della nostra fede. |
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L'autunno è il tempo ideale per meditare sulle cose umane. Abbiamo davanti a noi lo spettacolo annuale delle foglie che cadono dagli alberi. Da sempre si è visto in ciò una immagine del destino umano. "Si sta – come d'autunno – sugli alberi – le foglie", dice il poeta Giuseppe Ungaretti. Una generazione viene, una generazione va... Ma è veramente questo il nostro destino finale? Più misero di quello di questi alberi? L'albero, dopo essersi spogliato, a primavera torna a fiorire, l'uomo invece una volta caduto in terra non vede più la luce. Almeno, non la luce di questo mondo...Le letture di domani ci aiutano a dare una risposta a questa che è la più angosciosa e la più umana delle domande. Ricordo di aver visto da ragazzo in un film o un giornalino di avventure una scena che mi è rimasta sempre impressa. Nella notte è crollato un ponte della ferrovia; un treno ignaro arriva a tutta velocità; il custode del passaggio a livello si mette in mezzo ai binari gridando: Ferma! Ferma!" e agitando una lanterna per segnalare il pericolo; ma il macchinista è distratto o non lo vede e avanza trascinandosi dietro il treno nel fiume...Non vorrei calcare le tinte, ma a me pare un'immagine della nostra società che avanza frenetica al ritmo di rock 'n roll, trascurando tutti i segnali di allarme che provengono non solo dalla Chiesa, ma da tanti persone che sentono la responsabilità del futuro... Con la prima domenica di Avvento comincia un nuovo anno liturgico. Il Vangelo che ci accompagnerà nel corso di questo anno, ciclo C, è quello di Luca. La Chiesa coglie l'occasione di questi momenti forti, di passaggio, da un anno all'altro, da una stagione all'altra, per invitarci a fermarci un istante, a fare il punto sulla nostra rotta, a porci le domande che contano: "Chi siamo? da dove veniamo? e soprattutto dove andiamo?" Nelle letture della Messa di domani, tutti i verbi sono al futuro. Nella prima lettura ascoltiamo queste parole di Geremia: "Ecco verranno giorni -oracolo del Signore- nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d'Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per David un germoglio di giustizia...." . A questa attesa, realizzata con la venuta del Messia, il brano evangelico dà un orizzonte o contenuto nuovo che è il ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi. "Le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande". Sono toni e immagini apocalittiche, da catastrofe. Invece si tratta di un messaggio di consolazione e di speranza. Ci dicono che non stiamo andando verso un vuoto e un silenzio eterni, ma verso un incontro, l'incontro con colui che ci ha creato e ci ama più del padre e della madre. Altrove la stessa Apocalisse descrive questo evento finale della storia come un entrare al banchetto nuziale. Basta ricordare la parabola delle dieci vergini che entrano con lo sposo nella sala nuziale, o l'immagine di Dio che sulla soglia dell'altra vita, ci aspetta per asciugare l'ultima lacrima rimasta appesa ai nostri occhi? Dal punto di vista cristiano, tutta la storia umana è una lunga attesa. Prima di Cristo si attendeva la sua venuta, dopo di lui si attende il suo ritorno glorioso alla fine dei tempi. Proprio per questo il tempo di Avvento ha qualcosa di molto importante da dirci per la nostra vita. Un grande autore spagnolo, Calderon de la Barca, ha scritto un dramma celebre intitolato "La vita è sogno". Con altrettanta verità si deve dire: la vita è attesa! È interessante che questo sia proprio il tema di una delle opere teatrali più famose dei nostri tempi: Aspettando Godot di Samuel Beckett... Di una donna che aspetta un bambino si dice che è "in attesa"; gli uffici delle persone importanti hanno tutti la "sala d'attesa". Ma a pensarci bene la vita stessa è una sala di attesa. Noi ci spazientiamo quando siamo costretti ad attendere, per una visita, per una pratica. Ma guai se cessassimo di attendere qualcosa. Una persona che non si attende più nulla dalla vita è morta. La vita è attesa, ma è vero anche il contrario: l'attesa è vita! Cosa distingue l'attesa del credente da ogni altra attesa, per esempio dall'attesa dei due personaggi che aspettano Godot? Lì si attende un misterioso personaggio (che poi secondo alcuni sarebbe proprio Dio, God, in inglese), senza però alcuna certezza che egli venga davvero. Doveva venire al mattino, manda a dire che verrà al pomeriggio, al pomeriggio che ora non può venire, ma che verrà sicuramente la sera, la sera che forse verrà il mattino dopo... E due poveracci sono condannati ad attenderlo, non hanno alternativa. Non così il cristiano. Egli aspetta uno che è già venuto e che cammina al suo fianco. Per questo dopo la prima domenica di Avvento in cui si prospetta il ritorno finale di Cristo, nelle successive domeniche ascolteremo Giovanni Battista che ci parla della sua presenza in mezzo a noi: "In mezzo a voi, dice, c'è uno che voi non conoscete!". Gesù è presente in mezzo a noi non solo nell'Eucaristia, nella parola, nei poveri, nella Chiesa...ma, per grazia, abita nei nostri cuori e il credente ne fa l'esperienza. Quella del cristiano non è una attesa vuota, un lasciar passare il tempo. Nel vangelo di domani Gesù dice anche come deve essere l'attesa dei discepoli, come devono comportarsi nel frattempo, per non essere colti di sorpresa: "State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita.... Vegliate e pregate in ogni momento...". Ma di questi doveri morali avremo occasione di parlare in altre occasioni. Termino con un ricordo cinematografico. Ci sono due grandi storie di iceberg portati sullo schermo. Una è quella del Titanic che conosciamo bene..., l'altra è narrata nel film di Kevin Kostner Rapa Nui, di qualche anno fa. Una leggenda dell'isola di Pasqua, situata nell'oceano Pacifico, dice che l'iceberg è in realtà una nave che ogni tanti anni o secoli passa accanto all'isola per permettere al re o all'eroe dell'isola di salirvi sopra e andare verso il regno dell'immortalità. C'è un iceberg sulla rotta di ognuno di noi, sorella morte. Possiamo far finta di non vederlo o non pensarci come la gente spensierata che quella notte faceva festa sul Titanic, o possiamo tenerci pronti per salirvi sopra e lasciarci condurre verso il regno dei beati. Il tempo di Avvento dovrebbe servire anche a questo... |
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La solenne prospettiva di Cristo Re ha chiuso l'anno liturgico, cioè l'anno vissuto nella fede, in sintonia con tutti quanti sono, nella fede, fratelli. A differenza dell'anno civile, che si limita a registrare una successione di giorni ripartiti per mesi e settimane, l'anno liturgico, per così dire, "ha un'anima", è percorso al suo interno da dinamiche complesse, si ripartisce per periodi tra loro intimamente collegati e nel contempo caratterizzati ciascuno dall'attenzione a un aspetto particolare della fede. Con questa domenica comincia un nuovo anno liturgico: è, del ciclo triennale delle letture, l'anno C, caratterizzato nei vangeli dal prevalere di quello secondo Luca. Come sempre tuttavia, a prescindere dal vangelo che si segue, l'anno "con l'anima" comincia con il tempo di Avvento. Avvento, cioè venuta: alludendo alla triplice venuta di Cristo. A quella preceduta da una lunga attesa e poi realizzatasi duemila anni fa, accenna la prima lettura: il profeta Geremia (33,14 - 16) preannuncia l'invio del Salvatore, parlando di un germoglio che Dio farà spuntare nella discendenza di Davide (e in effetti per la legge umana Gesù era un discendente del grande re). La terza venuta è quella futura, alla fine di questo mondo (e per ciascun uomo alla fine della sua presenza in questo mondo): con un evidente collegamento con quanto abbiamo sentito nelle ultime domeniche, la prima parte del vangelo di oggi parla degli sconvolgimenti di quel giorno decisivo, dopo i quali si vedrà "il Figlio dell'uomo", cioè Gesù Cristo, in tutta la magnificenza della sua regalità. Tra quella già realizzatasi e quella che verrà, ecco la seconda venuta, diversa dalle altre perché continua, addirittura quotidiana. Gesù viene ogni giorno, nelle forme da lui previste e rivelate: viene con i dettami della coscienza, con la Parola che la illumina e i sacramenti che la rafforzano; viene nella persona di quanti possiamo aiutare ("Ogni volta che avrete fatto del bene a uno dei miei fratelli, l'avrete fatto a me"), viene tra quanti si riconoscono cristiani ("Là dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro"). Viene, di continuo, con una sollecitudine infinita, proprio perché ci prepariamo all'incontro definitivo con lui. Questo scopo hanno anche le parole finali del brano odierno: "State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita, e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso… Vegliate in ogni momento pregando, per poter comparire davanti al Figlio dell'uomo". Vegliare significa non dormire, cioè stare attenti e lucidi, per non essere colti alla sprovvista. Vegliare per non appesantire il cuore: che bella espressione, e quanto risponde al vero, nelle situazioni elencate. Una vita dissipata è quella trascorsa all'inseguimento di cose banali, superficiali, effimere; in definitiva inutili, che appesantiscono il cuore proprio perché, paradossalmente, lo lasciano vuoto. Il cuore è reso pesante anche dalle ubriachezze, che non sono solo quelle da vino; lo sono anche le droghe, i vizi, l'odio e tutti gli stordimenti che distolgono da quanto è bello, buono, vero. E pesante, quanto pesante, il cuore si fa quando si concentra sugli affanni della vita, sulle più varie preoccupazioni, dimenticando che per quanto impegnative esse, tutte, sono destinate a passare, perché non sono le realtà ultime. Il cuore si fa pesante quando non sa vedere al di là, non si protende al futuro: e in proposito l'Avvento torna anche quest'anno, col valore di un salutare richiamo. |
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Inizia il tempo di Avvento, tempo che ci porta e che ci prepara al Natale. L'adventus nella Roma precristiana era l'ingresso, una volta all'anno, della divinità nel tempio ad essa dedicato. Adventus, da advenio, vuol dire venuta. Liturgicamente l'avvento è il periodo che prepara alla nascita di Gesù il 25 dicembre. Sul piano personale, l'avvento è quello spazio aperto perché un "figlio" e una "nascita" possa accadere in noi. Dio nasce ogni anno il 25 di dicembre. Non è un dato rituale, cronologico, tradizionale. E' un fatto: Dio continua a nascere; Dio, dove c'è spazio e disponibilità, di certo verrà. Dio viene, questo è certo. Non è certo però se noi lo vedremo. L'avvento (l'avvento non è tanto un periodo dell'anno ma una dimensione della vita) è la certezza che l'Oltre, l'Altissimo, il Nuovo, una nascita, sta per avvenire in noi. L'av-vento crea av-venire proprio perché si apre nel presente a ciò che incontra e crea così un futuro diverso inseminato dalla novità che viene accolta. L'av-vento diviene av-ventura perché qualcosa di nuovo entra nella nostra vita e genera una novità verso cui andare e da cui siamo attratti e richiamati.
L'av-vento è sempre un inter-vento di Dio
che vuole far nascere qualcosa di nuovo in noi,
sorprendendoci, meravigliandoci, portandoci lontano,
molto lontano dalle nostre rive di sicurezza. E' famosa la storia di quel barbone che mendicava lungo la strada raccogliendo a mala pena quel poco per sfamarsi giorno per giorno. E pensava: "Ma Dio, perché non mi dà mai una mano? Perché non passa mai?". Passa un altro barbone che gli chiede un'offerta: "Tu che chiedi a me un'offerta. E cosa ti posso dare io?". Così cerca nelle sue tasche dove c'è un po' di grano. Prende un chicco di grano e lo dà all'altro barbone. A sera ti fuori quello che ha raccolto durante la giornata per sfamarsi: un po' di pane, una mela e i chicchi di grano. Ma che sorpresa: c'era un chicco di grano d'oro! Sì, Dio era passato ma non come credeva o pensava Lui. Non l'aveva riconosciuto. Dio non era come lui se l'aspettava. Se non ti aspetti nulla avrai tutto ciò di cui hai bisogno. Non stabilire come Lui verrà o dovrebbe venire: lascia aperta la porta e fatti sorprendere! L'avvento è un tempo di attesa. Ma noi confondiamo spesso attesa e aspettativa. L'attesa non ha oggetto: è apertura e accoglienza. L'attesa accetta tutto ciò che le viene incontro (ad-ventus). L'aspettativa no: "Voglio questo" e ha ben chiaro cosa vuole e cosa non vuole. L'aspettativa accetta solo ciò che ha già stabilito; il resto lo rifiuta. Solo l'attesa può portare a progredire, a novità, ad evolvere, perché l'aspettativa è far entrare ciò già si conosce, che già sappiamo, che già ci aspettiamo. L'aspettativa fa conto su di sé: sei tu che decidi cosa è buono o no per te; cosa Dio ti deve mandare; come devono essere gli altri; cosa tu devi o non devi essere. L'attesa, invece, è pregna di fiducia: se arriva vuol dire che è buono per me o che comunque è importante per me anche se io non lo capisco o di primo acchito o non lo accetto. L'aspettativa non ha tempo: vuole tutto e subito, tutto e presto. Tutti i mezzi di comunicazione riducono i tempi di attesa: per parlare il telefono; per comunicare internet, per muoversi l'auto; per lavare la lavatrice; per cucinare il microonde. L'attesa, invece, conosce il tempo: ogni gravidanza ha il suo tempo. Ma è il tempo necessario per il nascere di ogni cosa. L'aspettativa ti porta a vivere nel futuro: "Quando verrà quella cosa, allora sì che sarò felice… allora sì che sarò realizzato.. allora sì che sarò qualcuno… allora sì che…". E così uno corre, corre e corre perché solo quando avrà quella cosa sarà felice. E se poi non arriva allora ci si deprime. Attesa, invece, è vivere il presente: "Sento che non sono completo, sento che mi manca qualcosa, sono aperto e disponibile a quello che verrà. Ma intanto vivo oggi e sono felice; se verrà qualcos'altro, tanto meglio". L'aspettativa chiude perché tu hai già deciso cosa deve arrivare e cosa devi trovare. E se non lo trovi invece di chiederti se stai sbagliando a cercare (non lo trovi!) ti arrabbi e ti ritieni il più "sfigato" del mondo. L'attesa apre: non decide cosa deve arrivare ma è aperta a raccogliere quello che verrà. Non sa cosa verrà ma è disponibile ad accoglierlo, a farlo entrare, a valutare se può far parte della sua vita. Non ti sei ancora sposato (oppure sei single di ritorno, cioè dopo il fallimento di un primo rapporto d'amore) e inizi a pensare: "Caspita non mi sono ancora sposato; accipicchia non ho famiglia e il tempo passa!". Allora l'aspettativa si fa forte. Qualunque donna vedi ti chiedi: "Potrebbe essere quella giusta?". E se il tempo passa si infiltra il pensiero: "Non troverò mai nessuno, non ce la farò mai; nessuno mi vuole". Se poi incontri una donna la investi di tutte le tue aspettative per cui non sarà più importante chi hai davanti ma sposartela, avere un rapporto con lei, perché altrimenti, dice la tua aspettativa, non sarai realizzato. E te la devi anche far andare bene e non "brontolare tanto", né con te né con lei: perché se poi ti lascia, riuscirai a sopportare il senso di sconfitta? L'aspettativa genera ansia: c'è una meta da raggiungere e guai se non la raggiungiamo. E' simile a quando tu vai a fare un esame all'università: ti aspetti di superarlo (ovviamente!) ma questo ti crea ansia perché è una valutazione su di te. Se uno vive così tutte le cose (se non le raggiungo vuol dire che non valgo) allora è destinato a vivere perennemente nell'ansia. Quando tu devi fare un lavoro entro un fissato tempo e non sai se ce la farai hai un'ansia terribile. L'aspettativa dice: "Devi farcela a tutti i costi" e ti sottoponi ad uno stress eccessivo. Sovente siamo ansiosi perché siamo sempre sotto la pressione delle nostre aspettative; non ci permettiamo di deludere, di fare le cose a metà, di sbagliare, di non essere all'altezza, di rinunciare. Tutto dovrebbe andare come la nostra mente decide. Ma la nostra mente a volte è un tiranno senza umanità. L'attesa genera pace: non c'è un traguardo da raggiungere per cui non sono sotto pressione. Io faccio le mie cose e vivo la mia vita e lascio la porta aperta. Se qualcosa deve arrivare, verrà, senza preoccupazioni. L'aspettativa genera delusione. Alcuni anni fa andai a trovare mia madre e la trovai con "il muso". Capii che c'era qualcosa, ma mia madre non diceva una parola. "Dove hai preso qual maglione? E quei pantaloni?", mi chiede. E giù una sfilza di domande sul mio modo di vestire. "Dovresti vestire come tutti gli altri preti." - ecco il punto! - "così come ti vesti non mi piace affatto!". Al che io risposi: "Pazienza è un problema tuo!". "Ah, così rispondi a tua madre (molto offesa); non ti ricordi più tutto quello che io ho fatto per te (tentativo di colpevolizzazione)! Pensi di potermi trattare così adesso solo perché sei diventato grande! (vittimismo)". La grandezza delle tue aspettative rivela il grado di delusione e di amarezza che dovrai vivere. C'è una ragazzina di terza elementare che sa di essere bella, simpatica e intelligente. Sfortuna vuole che sia anche ricca. Ora, riconosciuta da tutti come la "bella" e la figlia che tutti vorrebbero, la bambina ha un opinione di sé veramente alta, eccessivamente alta. Ai suoi compagni fa fare quello che lei vuole; decide cosa deve fare Tizio e cosa deve fare Caio; ma anche come deve farlo Tizio e come deve farlo Caio. Decide come ti devi vestire e perfino cosa devi dire e quando. Questa ragazzina che si ipervaluta non potrà che formarsi secondo lo schema: "Tutto e subito; tutto gira attorno a me". Da grande potrebbe essere una donna con delle aspettative enormi rispetto agli altri. D'altronde questo lo sta imparando adesso da piccola: ha tutto quello che vuole. Tutto quello che si aspetta lo riceve. Stiamo formando una donna che sarà delusa dalla vita perché non le darà tutto quello che lei vorrà. L'attesa, invece, genera sorpresa. Non ti fai delle aspettative, non hai già in mente cosa dovrà capitarti o venirti incontro per cui sei disponibile a prendere ciò che viene. C'erano due fidanzati e girava per l'aria l'idea di sposarsi. Ora, nessuno dei due aveva ancora pronunciato la fatica frase: "Mi vuoi sposare?", ma entrambi sapevano che era questione di poco tempo. Viene il giorno dell'anniversario di fidanzamento; lui le dice: "Domani sera, giorno del nostro anniversario, ho una cosa da dirti e una da darti". Lui le chiese di sposarlo - e lei se lo aspettava-; ciò che non si aspettava era il regalo. Lui non le regalò l'anello (che neanche nel fidanzamento le aveva regalato) ma un bellissimo viaggio per loro due in Kenya. Lei fu molto delusa. Peccato! Non era meraviglioso il regalo!? Ma non fu una sorpresa perché contraddiceva ciò che lei voleva. Se tu hai deciso cosa ti deve arrivare non potrai godere della novità della sorpresa; non riuscirai a meravigliarti, a stupirti, a felicitarti per ciò che t'è arrivato e che tu non ti aspettavi. L'aspettativa vuole modificare. Vuole che gli altri si comportino come piace o vogliamo noi. "Se mi amassi faresti così!; se mi amassi lo faresti per me!; se vuoi bene al papà e alla mamma non fai queste cose": no! Non ti pare egoistico (tu lo chiami amore!) che gli altri facciano come vuoi tu? L'attesa accetta, casomai espone i suoi desideri: "Mi piacerebbe; avrei bisogno che tu; se tu facessi così… io mi sentirei più…; mi aiuterebbe se tu…". Ad una coppia di fidanzati che è venuta per "preparare le carte" ho chiesto: "Dite qualcosa al partner". E lei: "Mi aspetto che tu mi renda felice!" (povero lui!). Se tu ti aspetti che lui ti renda felice, tu fai sì che la tua vita dipenda da lui. E quando non sarai felice lo incolperai che non è in stato in grado di renderti felice, e crederai di avere davanti un incapace perché non è in grado di fati felice. Se tu ti aspetti che lui ti renda felice allora ti stai preparando ad una serie infinita di delusioni, perché gli stai chiedendo quello che lui non può fare. Stai delegando al partner quello che è un tuo compito; non ritenerti sfortunata quando scoprirai che lui non può esaudire la tua richiesta. Una donna di settant'anni è venuta a messa con suo figlio quarantenne. "Ti è piaciuta la messa, mamma?". "Sì, sì, andrebbe anche bene se il prete avesse i capelli più corti, se non suonasse la chitarra e se non si facessero quei canti da discoteca, se predicasse di meno e se ci fosse meno gente". "Ah!… e anche se finita la messa non ci fosse tutta questa festa, questo salutarsi e sorridere". Tradotto: se io fossi un altro le andrei bene. Cosa si aspetta da me quella donna? Lei ha già in mente come io dovrei essere per cui non può vedermi perché io non corrispondo a ciò che lei ha già deciso che io e i preti dovremmo essere. Donna sposata: lei lavora part-time suo marito fino alle otto di sera. Lei dice: "Ma sa, padre, io voglio bene a mio marito; è che non lo sopporto quando è in casa!". Per fortuna che torna alle otto di sera! Cosa si aspetta questa donna da suo marito? Questo vangelo lo abbiamo sentito anche quindici giorni fa nella versione di Mc. Lc usa il linguaggio apocalittico, un genere letterario tipico del tempo, un po' come la fantascienza oggi. Di fronte ad avvenimenti storici rilevanti, importanti come la caduta di un re, una disfatta militare o un colpo di stato, gli scrittori usavano queste immagini per descrivere il forte impatto emotivo di ciò che era accaduto nel cuore e nell'immaginario della gente. Qui si parla chiaramente di Gerusalemme e della distruzione del tempio. Finiva un mondo (il giudaismo) e ne nasceva un altro (il cristianesimo). Il termine che Lc usa "Figlio dell'uomo" proviene dall'A.t., da Dn 7,13-14. Figlio dell'uomo (che significa uomo comune) indica una figura che partendo da condizioni umili è chiamato a vivere qualcosa di grande, ha una missione importantissima, è in intimo contatto con l'Altissimo. Non è meraviglioso? Anch'io, in fin dei conti, non sono molto importante. Anch'io tutto sommato sono "nessuno". Eppure posso essere Figlio dell'uomo. Anche per me c'è qualcosa di grande! Anch'io sono grande! Anche la mia vita ha senso profondo per me e per il mondo. Certo il Figlio dell'uomo non nasce senza sconvolgimenti, senza "angoscia, ansia" (21,25) e sconvolgimenti. Tutto ciò che è grande, vero e potente ha un costo. E il diventare noi stessi ha il costo più grande. Se guardo all'investimento in termini di coinvolgimento, pericolo, esposizione, difficoltà, lascio perdere. Ma se guardo a ciò che posso essere, allora ne vale proprio la pena; ma veramente la pena! Questa è la nostra vera libertà (21,28): diventare ciò che possiamo essere. Poi il vangelo parla di vegliare, di non dormire (21,36). Lett. agrypneo, vegliare, vuol dire "non farsi prendere o catturare dal sonno" (agrypneo: catturare; ypnos, sonno). Gesù lo diceva sempre: "Tenete gli occhi aperti, non dormite; non addormentatevi; non anestetizzatevi". Perché poi ciò che accade sembra un laccio improvviso, un imprevisto, ma non è così. Un padre scopre che suo figlio "si fa" da sei mesi. "Ma dov'eri prima? Hai dormito finora?". Un giorno due sposi si svegliano e guardandosi negli occhi si dicono: "Non ci amiamo più!". Ma avete dormito finora? Dov'eravate? Un giorno uno si sveglia depresso, non ha più voglia di vivere: "E prima dov'eri? E' stato il cibo di ieri sera che ha provocato tutto questo?". "Sono vuoto, non provo più niente!". Per forza: non ti emozioni, non ti sorprendi, tutto è scontato; tu sai già tutto per cui non hai più niente da imparare. Lo credo bene! Quanta gente dice di star male, di soffrire, di essere insoddisfatta o di accontentarsi. Ma cosa fa per uscire dalla sua situazione? Alcuni dicono che "non hanno tempo; è impegnativo; è difficile". E allora, continua a dormire! Altra gente, invece, dice di voler cambiare. Ad un incontro la trovi; ad un altro la trovi ancora; se vai da un'altra parte ancora quelle stesse persone. Ci sono dappertutto ma sono sempre quelli. A qualcuno bisognerebbe dire: "Basta! Sono stanco di vederti qui: non impari mai niente!". Un proverbio arabo dice: "La natura della pioggia è sempre la stessa ma fa crescere le spine nelle paludi e i fiori nei giardini". Anche i percorsi spirituali possono essere una droga: ne fai tanti e pensi che questo basti. Ma se tu non vegli, non ti metti in gioco, non scavi dentro di te, non succede niente. Io opto perché i corsi e i percorsi individuali abbiano una fine: altrimenti diventano una fuga dalle proprie responsabilità. Fare un cammino ti deve servire, deve farti cambiare, ti deve mettere in gioco; se diventa il biberon allora non serve più. Alcune persone vanno in chiesa da decenni e non sono mai cambiate. Ma vi pare possibile? Anche i farisei dicevano: "Noi abbiamo Dio per Padre", e si giustificavano così. Era un paravento, una droga, un'ubriacatura. Perché preghi Dio non vuol dire che tu non dorma. C'è chi dorme e non vuole svegliarsi perché svegliarsi vorrebbe dire vedere qualcosa che non si vuole vedere. Magari si scopre di avere tanto dolore dentro; magari si scopre di aver sbagliato vita; magari si scopre di non essere stati amati o desiderati; magari si scopre di essere sempre stati soli; magari si scopre di avere delle difficoltà e dei blocchi dentro. Allora meglio dormire. Un uomo cade dal quinto piano e si spacca le ossa. All'ospedale un amico gli dice: "Ti ha fatto proprio male la caduta". "No, non è stata la caduta a farmi male, è stata la fermata". Fermarsi, svegliarsi, fa male! Molta gente è tossicodipendente: c'è chi dipende dalla mamma. Un uomo, quarant'anni, sposato, due figli, porta ancora lo stipendio alla mamma. E quando la moglie gliel'ha fatto notare, lui ha detto: "La mamma è sempre la mamma!". C'è chi dipende dalla cultura, dall'istruzione. C'è un ragazzo che si sente "un incapace e un deficiente" solo perché ha la terza media. Ma invece è simpatico, ama, è disponibile e generoso; è una persona con la quale si sta benissimo e che ti mette sempre a tuo agio. C'è chi dipende dal lavoro o dal pensare sempre. Lavorare, fare, pensare, permette ad alcune persone di essere sempre fuori di sé, di non centrarsi mai. Finché fanno non sono mai in contatto, stanno lontani da sé. C'è chi è drogato dall'autorità. Quello che dice il superiore (chiunque esso sia) è verità, non si discute. C'è un mio amico che dice: "L'ha detto il vescovo!". "E, allora?". C'è chi è ubriaco di ambizione: "Quando mio figlio sarà laureato; quando avrò raggiunto quel posto; quando potrò permettermi quella cosa; quando sarò arrivato lì…". E così si vive in funzione di quello. C'è chi è ubriacato dalla paura di rimanere da solo. Una donna, stanca del marito, si è trovata un altro uomo. Gliel'ha detto; gli ha detto che non lo ama più e che non vuole più saperne di lui. Ma lui le ha risposto: "Puoi fare tutto quello che vuoi e avere chi vuoi, purché alla sera torni a casa!". C'è chi è ubriacato dal "mal d'aver troppo" o "male del progresso". Il "mal d'aver troppo" è quella malattia che tu hai quando più hai e meno sei felice. Hai di tutto ma non sai gustare, assaporare niente, per cui è come non avere niente. C'è un'unica cura: per un po' di tempo non avere più nulla. Un uomo si lamentava col suo padre spirituale: "Ti prego, aiutami. La mia casa è un inferno! Viviamo in sole due stanze io, mia moglie, i miei quattro figli e la famiglia di mia moglie. Non c'è spazio per tutti e c'è sempre una grande confusione". "Va bene", disse il padre. "Ti aiuterò, ma devi fare tutto ciò che ti dirò". L'uomo promise e il padre riprese: "Quanti animali hai?". "Una mucca, tre capre e otto galline". "Prendi gli animali nella stanza con voi e torna fra una settimana". Il pover'uomo, abbattuto, ubbidì. Dopo una settimana tornò distrutto: "Sto impazzendo: il puzzo, il rumore, la confusione: ti prego fa qualcosa!". Il padre gli disse: "Riporta gli animali in cortile e torna fra una settimana". Quando l'uomo tornò era felice: "Padre, la casa è meravigliosa, pulita e spaziosa. Un vero paradiso!". Avere gli occhi aperti vale per tutte le realtà: personali e sociali. La gente si lamenta per chi ci governa: li abbiamo votati noi, li abbiamo eletti noi, li sosteniamo noi, sono i nostri miti. "Il sonno delle coscienze genera mostri": quando l'uomo dorme tutto è possibile. Non dobbiamo mai dimenticare che il nazismo è sorto in un paese cristiano come la Germania e il fascismo in uno stato devoto per definizione come l'Italia; nella cattolica Spagna c'era un'altra dittatura. Da un popolo addormentato può nascere qualunque personaggio. Il vangelo si conclude con le parole: "Vegliate e pregate" (21,36). Una grande forma di preghiera, allora, è non prendere sonno, non dormire. Quel verbo "pregate", infatti, deomai, vuol dire "aver bisogno, necessitare, desiderare, pregare". Si ha bisogno (preghiera) di non prendere sonno, di non alienarci, di non vivere in un mondo che non c'è. Pregare vuol dire vegliare, non permettere cioè che il nostro cuore prenda sonno e non provi più la gioia per la vita, l'entusiasmo per le cose nuove, la passione per ciò che ama, lo stupore di fronte alla bellezza. Pregare vuol dire vegliare, non permettere cioè che la nostra anima non si assopisca e non senta più il richiamo di Dio, il richiamo della vita che ci chiama a definirci e a diventare Figli dell'uomo. Pregare vuol dire vegliare, non permettere cioè che la nostra mente si lasci plagiare da filosofie e da idee o gestire dai sensi di colpa o manipolare dalle nostre paure. Pregare vuol dire vegliare perché ciò che chiamiamo "Dio" sia Dio e ciò che chiamiamo "amore" sia amore e ciò che chiamiamo "male" sia male. Perché se si dorme, si scambiano le cose. Pregare vuol dire vegliare, in modo da esserci a questo mondo, da voler lasciare un segno, una traccia, un'impronta, in modo da far sentire a me e al mondo che io ci sono. Il Figlio dell'uomo (la tua realizzazione, l'essere te stesso, realizzare il nome che Dio ha messo nel tuo profondo) non può comparire, non può uscire, non può succedere, se tu dormi (21,36). Tutti ci spegneremo un giorno (moriremo!): alcuni, però non si sono mai accesi. Tutti ci addormenteremo nel sonno della pace: ma alcuni non si sono mai svegliati. Per tutti la vita ha fine: ma per alcuni non ha avuto neppure inizio. |
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La liturgia sembra già arrivare in ritardo rispetto al mondo che attende il Natale… In realtà non è così, intanto perché già le ultime settimane del tempo liturgico, culminate con la festa di Cristo Re, sono nel segno dell'attesa della venuta di Cristo; e poi perché l'Avvento, che inizia oggi, ci fa ben capire che il mondo non sta attendendo un bel niente, se non pance piene e cuori vuoti, luci intermittenti che passeranno ancora una volta allo staccare delle spine la sera della Befana. Non riduciamo il Natale alla bella festa, ricca di solite emozioni, che poi passa, come al solito... (e ci saremo tolti anche questo pensiero!) Cogliamo invece l'occasione dell'Avvento, tempo favorevole per la nostra conversione, per rinnovare lo sguardo della speranza; per riconoscere che Gesù Cristo entra veramente nel nostro tempo, gli dà un senso profondo; inonda lo spazio d'amore, regalando pure le stelle alle stalle… Ecco, verranno giorni, oracolo del Signore, nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda (Ger 33,14). Le prime parole che aprono questo tempo ci sono date da Geremia. Il profeta ci fa volgere lo sguardo in lontananza, ai giorni del compimento delle promesse di Dio. Sì, oggi siamo chiamati a rinnovare lo sguardo della speranza. Si tratta di aprire gli occhi, stupiti del fatto che il Signore "si confida con chi lo teme, facendogli conoscere la sua alleanza" (cfr. Salmo responsoriale). Sì, nonostante noi, Lui rinnova la sua alleanza con noi, cielo e terra si toccano nella stalla di Betlemme. Siamo chiamati dunque a chiederci: quanto siamo lontani da Betlemme? Ovvero: cosa attendiamo in questo momento? C'è infatti la possibilità di non attendere niente e nessuno, di sopravvivere invece che di vivere. E di sopravvivere al Natale invece che di viverlo.
La Parola di oggi ci ricorda che troviamo la vera pace
se noi attendiamo Lui, vogliamo Lui, amiamo Lui. Tutta
la nostra vita trova il suo scopo nell'incontro con Gesù,
principio e fine di tutto. Il Vangelo ci parla di questo
incontro, anche se il linguaggio usato può essere fonte
di incomprensione. Si parla di segni apocalittici che
sconvolgono l'ordine e l'armonia della natura e che
portano la morte all'uomo dominato dalla paura. Luca non
vuole parlare della fine del mondo, ma vuol dire che
quando Dio cessa di sostenere l'ordine della creazione,
esso è destinato alla disgregazione. Con Lui o senza di
Lui non è la stessa cosa. Cambia tutto. Sì, "Dio viene". Questa espressione così sintetica contiene una forza di suggestione sempre nuova. In qualunque momento, "Dio viene". Annunciare che "Dio viene" equivale, pertanto, ad annunciare semplicemente Dio stesso, attraverso un suo tratto essenziale e qualificante: il suo essere il Dio-che-viene. Se siamo affaccendati alle cose della terra - agli affanni della vita - non ci accorgeremo mai che egli viene e moriremo di paura ogni volta che ci vediamo tremare la terra sotto i piedi. Se invece alziamo e a leviamo il capo perché è vicina la liberazione, allora ciò che sembrava solo angoscia e dolore, si apre allo stupore e alla gioia. Risollevatevi: il verbo che indica l'"alzarsi" può essere anche tradotto metaforicamente con "fatevi animo". Lo stesso verbo è usato al capitolo 11 quando si descrive la donna che da diciotto anni era curva e non poteva alzarsi in nessun modo. L'incontro con Gesù, il liberatore, le farà sperimentare non tanto la guarigione fisica ma soprattutto la liberazione interiore (cfr. Lc 11,10-13). Chi vigila, animato dalla preghiera, ha già il capo alto ed è pronto ad incontrare il Signore Gesù, non come un giudice ma come un fratello. Chi vigila non è mai nella tristezza perché sa che Cristo ci libera: da che cosa? Da un'esistenza votata alla morte, dal peccato che ci incatena, dall'egoismo che ci rinchiude. Ci libera: per che cosa? Per vivere d'amore. L'Avvento che inizia ci dice che Egli viene ora, in ogni uomo e in ogni tempo. E la risposta a questo dono d'amore col quale Dio ci viene incontro è a sua volta l'amore vicendevole e verso tutti, che rende saldo il cuore nella fede, apre alla santità. Vivere d'amore sia il più bel frutto di questo avvento. Invece di essere preoccupati (fino all'ultimo minuto del 24 dicembre) dei regali che dovremmo fare (e che riceveremo) occupiamoci dell'unico regalo necessario: l'amore. Mettiamo Dio al posto dell'io: solo un cuore espropriato di sé e abitato da Cristo può vivere l'amore e andare incontro a Lui con le buone opere. La preghiera di Paolo ai Tessalonicesi è un ringraziamento pieno di desiderio e di gioia indirizzata oggi anche a noi. L'immagine di una Chiesa consumata nella carità, che Paolo quasi presenta al Signore con umile fierezza, ci renda partecipi anche noi della passione apostolica, ci coinvolga nella grazia dell'annuncio d'amore ricevuto, da ridonare con la vita, fino al giorno del Signore. Siamo davanti a due vie: vivere il Natale senza Dio (come fa la maggior parte degli uomini) o vivere il Natale con Dio. Non sarà la stessa cosa. Cambierà tutto. Ti prego, Signore, aiutami ad essere vigilante, fa' che il mio capo si sollevi e guardi verso il Cielo. Tu vieni a salvarmi, tu mi ridoni pace, tu sei la mia speranza. don Paolo Ricciardi |
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Inizia oggi, con la prima domenica di Avvento (anno C), il nuovo anno liturgico. E come tutti gli anni questo tempo di Avvento ci prepara alla grande solennità annuale del Santo Natale. Tempo quindi particolarmente significativo per il cammino spirituale che ogni cristiano intende compiere non solo in vista del Natale, ma per tutto il nuovo anno che il Signore ci dona di iniziare nella fede e nella preghiera. I testi biblici di questa prima domenica ci immettono nel clima più vero del Santo Natale. Un clima di attesa, ma anche di impegno, un clima di penitenza, ma anche di gioia vera; un clima di vigilanza, ma anche di speranza. E' il Vangelo di Luca che, riprendendo i temi delle ultime domeniche dell'anno liturgico appena concluso, ci parla dell'attesa del Messia giudice: "In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo". C'è un forte appello a vivere nel mondo con lo sguardo fisso a ciò che sarà di noi dopo il tempo presente. La riscoperta di una morale ed etica personale viene attentamente messa alla nostra attenzione perché il Natale al quale ci prepareremo in questi pochi giorni di Avvento, sia soprattutto ricupero di un modo di vivere da cristiano, evitando eccessi di ogni genere; ma impegnando il nostro ingegno sul campo della preghiera e della vigilanza in modo da essere sempre pronti a rispondere alla chiamata del Signore quando egli verrà. Su questi aspetti morali insiste la seconda lettura tratta dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi: "Fratelli, il Signore vi faccia crescere e abbondare nell'amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù". Echeggia in questo testo tutta la dottrina morale di San Paolo, che è quella di piacere a Dio e non tanto agli uomini. Piacere a Dio significa fare la sua volontà ogni giorno e prepararsi quotidianamente all'appuntamento finale della nostra vita, vivendo nella carità e con l'essere irreprensibili nella nostra condotta. Chiaramente allusivo alla venuta del Messia, il testo della prima lettura tratto dal Libro del Profeta Geremia: "Ecco verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamata: "Signore-nostra-giustizia". Il germoglio di giustizia è Gesù Cristo, venuto sulla terra per portare pace e riconciliazione per l'umanità. Il Natale ci riporta al cuore dell'attesa di tutta l'umanità che è l'incontro con Cristo unico salvatore del mondo. Da questo incontro annuale nella liturgia a quello sicuramente molto più importante a conclusione della nostra vita quando Gesù, Giudice misericordioso, in base a come ci siamo comportarci, ci giudicherà degni o meno di vivere subito con Lui nella santa Gerusalemme del cielo, come ci ricorda il Prefazio di questa prima domenica d'Avvento: "Al suo primo avvento nell'umiltà della nostra natura umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell'eterna salvezza. Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell'attesa". Se il Natale al quale da oggi iniziamo a prepararci con la necessaria fede e con un atteggiamento penitente ed orante insieme ci deve insegnare qualcosa, prendendo a prestito proprio gli insegnamenti del Bambino Gesù, questo qualcosa è l'umiltà, quella virtù che Gesù incarna in modo totale proprio assumendo su di se la natura umana, considerato il fatto che Egli è il Tutto e noi siamo il Nulla. Egli si abbassa fino a noi per rendere noi degni di Lui. Il Natale sia questo andare incontro al Verbo Incarnato ed Umanizzato con la fede semplice e l'umiltà profonda. Buona preparazione spirituale al Natale, immergendoci totalmente nel mistero del Verbo Incarnato. |