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L'episodio di cui ci parla la prima lettura di oggi, che vede Abramo accogliere i tre visitatori alle querce di Mamre, è diventato emblematico del tema dell'ospitalità e della gratuità con cui siamo tenuti anche noi ad accogliere i forestieri e gli stranieri senza pregiudizi e senza riserve. Poco però si considera ciò che per Abramo è di sprone all'esercizio dell'accoglienza e dell'ospitalità, cioè quella grande fede che lo aveva animato sin da quando era uscito dalla sua terra, e adesso, di conseguenza, quella predisposizione innata a vedere il Signore in ogni fratello che chiede ristoro e assistenza provenendo da un lungo viaggio. In effetti è proprio così: nell'ospite che viene a trovarci e nel povero che bussa alla nostra porta, come del resto Gesù stesso ha insegnato nel Vangelo ("Avevo fame e mi avete dato da mangiare") è Dio stesso che viene ad interpellare la nostra disponibilità di cuore e a saggiare il grado di carità effettiva che mette in rilievo lo spessore della nostra fede; nel povero e nel bisognoso che chiede aiuto e assistenza non possiamo non riscontrare la presenza di Gesù e di conseguenza essere solleciti alla carità e alle opere effettive di accoglienza. Effettivamente, occorre riconoscere che al giorno d'oggi l'ospitalità concessa a chiunque, il beneficio prestato ai poveri e agli indigenti e il prodigarsi spontaneo verso chi versa in situazioni di necessità sono un esercizio tutt'altro che facile, che richiede sovente non poca prudenza e circospezione. Soprattutto da parte anticlericale e non cattolica, si condannano i conventi e le parrocchie per la loro presunta ostentazione di ipocrisia, non mettendo esse uno dei loro locali a disposizione di qualche indigente, bisognoso o senzatetto; poche volte però si considerano i casi in cui, proprio per esercitare la carità e l'accoglienza, parecchi parroci sono stati citati in giudizio ora per aver accolto inconsapevolmente dei latitanti ricercati dalla polizia, ora per aver favorito senza volerlo qualche cattivo affare, ora per aver agevolato l'immigrazione clandestina. Come pure è capitato che nei conventi o nelle case canoniche siano stati ospitati forestieri che hanno poi dato fastidio alla comunità abusando della benevolenza dei Religiosi, avanzando pretese assurde e compromettendo anche l'andamento della vita religiosa o pastorale o che sia stato poi difficile dimettere una volta che essi si mostravano profittatori più che bisognosi. Esercitare la carità e l'amore a volte corrisponde anche ad essere complici di atti turpi e repellenti, come nel caso (quando da seminarista lavoravo alla caritas) di quel falso bisognoso che frequentava la mensa dei poveri per spacciare ivi la droga o di quell'altro che fece sparire una macchina da scrivere. Se da una parte va indiscutibilmente esercitato l'amore e l'accoglienza attiva nei confronti dei forestieri e degli immigrati, dall'altra non va omessa attenzione e circospezione perché non è possibile accogliere chiunque, in ogni caso e incondizionatamente. Anche nel concedere donazioni in denaro o in beni alimentari e di vestiario occorre non di rado usare molta prudenza e discrezione: proprio qualche settimana fa una signora della mia parrocchia mi si lamentava di aver donato biancheria e scarpe ad alcuni "poveri" che siedono all'entrata della nostra chiesa per poi vedere, il giorno seguente, i suoi regali abbandonati nei cassonetti della spazzatura o dispersi per le strade sotto casa sua. Le ho detto che la roba da dare in beneficenza non si da MAI direttamente ai poveri o presunti tali, ma ai sacerdoti o alle associazioni di volontariato. Per non parlare poi di tutti quegli accattoni che ai crocicchi delle strade o nelle chiese chiedono denaro ai passanti per poi spenderlo in alcool o in droghe. L'accoglienza e l'amore al prossimo non sono quindi facili ad essere esercitati, considerando che "i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce" e che pertanto occorre essere "semplici come le colombe, ma astuti come i serpenti": anche se spesso è più facile a dirsi che a farsi, va sempre operata una distinzione fra i veri bisognosi e i profittatori. Tutto questo però non pregiudica il fatto che la carità operosa ed effettiva debba essere il nostro distintivo e che la prudenza non deve diventare un alibi per mostrare chiusura e refrattarietà verso chi ci chiede accoglienza e ospitalità e che si debba usare a volte diffidenza e discrezione non giustifica che si nutrire pregiudizi, illazioni e secchi dinieghi nei confronti di chi viene a trovarci. Come afferma la Lettera agli Ebrei, "Esercitate l'ospitalità perché molti nel praticarla, senza saperlo hanno accolto degli angeli"(Eb 13,2) Come riflettevamo la scorsa domenica, il farci prossimo degli altri ci aiuta a riconoscere nell'altro universalmente inteso il nostro prossimo: avvicinarci senza riserve a quanti sappiamo trovarsi in estrema difficoltà; aiutare chi incontriamo sulla nostra strada con i mezzi che abbiamo a disposizione e soprattutto con la nostra disponibilità di cuore; mettere da parte le riserve discriminatorie ed essere imparziali quanto alla razza, alla cultura e alla religione ci aiuta a riscoprire il nostro prossimo come colui che abbiamo immediatamente vicino e che è oggetto dell'amore che Dio riversa a lui nostro tramite. Esercitare l'accoglienza è quindi sempre un dovere morale che, pur legittimando circospezione e prudenza, materializza immediatamente quella carità con cui ci facciamo "prossimi" agli altri individuando in ciascuno il nostro prossimo. L'accoglienza e l'ospitalità immotivata e disinteressata sono una componente della carità e dell'amore di cui Dio ci rende latori agli altri e non possono non essere esercitati con spirito di attenzione perché scaturenti dalla nostra fede e dalla fiducia disinvolta in Dio poiché nel prossimo ci fanno rilevare la concretezza e la spontaneità del nostro servizio verso il Signore. Servire il prossimo equivale a servire Dio e l'amore verso gli altri è costitutivo immediato dell'amore verso Dio, per cui la carità attiva ed effettiva è un costitutivo irrinunciabile della nostra vita di fede. E questo è anche il motivo per cui non va omessa da parte di nessuno la carità, la comprensione, l'amore e l'accoglienza nei confronti degli immigrati che popolano le nostre strade, verso i quali occorre certo adottare non di rado delle misure su diversi fronti ma non per questo ci si deve chiudere all'accoglienza e alla solidarietà. E' infatti certamente aberrante che non poche persone di nazionalità straniera si siano macchiati di gravissimi reati e mettano in seria discussione la tutela della nostra convivenza come nel caso di rapine, furti o atti di violenza sessuale messi a segno da parte di immigrati; altrettanto riprovevole altresì è che parecchi degli stranieri che ospitiamo avanzino delle pretese assurde che non sono concesse neppure agli italiani e che parecchi di essi omettano di mostrare gratitudine e riconoscenza verso chi usa amore e disponibilità nei loro confronti; altrettanto reale è il dato di fatto che l'aumento sempre continuo di immigrazioni nel nostro paese destabilizza la nostra economia. Tutto questo però non deve indurci a generalizzare sulle suddette aberrazioni al punto da etichettare tutto l'insieme degli immigrati come persone fastidiose e irriconoscenti; né deve giustificare l'omissione all'accoglienza e alla solidarietà nei confronti di chi viene nel nostro paese in cerca di uno spiraglio di sopravvivenza o della possibilità di crearsi un avvenire, idea che perseguivano anche gli italiani delle vecchie generazioni che emigravano per altri liti. La vicinanza e l'accoglienza degli immigrati e il nostro sostegno morale e materiale nei nostri rigaurdi sono prerogativa singolare e irrinunciabile, considerando soprattutto il beneficio che i nostri immigrati apportano al nostro paese nel sostenere non di rado quelle attività onerose di manovalanza e e di umiliazione che solitamente vengono rifiutate dagli Italiani. Come trascurare del resto la bontà e l'umiltà di fondo di tanti immigrati seri e onesti che non di rado sono costretti a vivere penose situazioni di sfruttamento e di di lavoro sottopagato? In tutti i casi, pregiudizio razziale e ingiustificata xenofobia vanno scongiurate e sostituite dalla carità e dall'accoglienza operosa e attiva verso coloro che nel chiedere assistenza, aiuto e ospitalità apportano la presenza del Cristo in mezzo a noi, come nel caso dell'episodio evangelico odierno, nel quale egli, pur riconoscente nei confronti di Marta e della sua solerzia organizzativa, non omette di sottolineare il valore di ogni attività di ospitalità, la motivazione di fondo per cui essa va esercitata, e cioè la supremazia dello spirito e il riconoscimento, nella presenza dell'ospite, dello stesso Signore. Che ci chiederà conto un giorno della misura con ci avremo amato. padre Gian Franco Scarpitta |
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Continuiamo la lettura del capitolo 10 del vangelo di Luca. Parrebbe, quello che avviene in casa di Marta e Maria, molto distante da quanto abbiamo ascoltato domenica scorsa... a ben vedere invece si tratta di qualcosa di molto legato, intanto al precetto dell'amore che chiede di amare Dio e i fratelli; l'atteggiamento di Marta, senz'altro più orientato sul fare e quello di Maria, tutta tesa ascolto di Gesù sono entrambi essenziali alla piena ed autentica ospitalità e alla vocazione cristiana ad amare Dio e il prossimo (E. Bianchi). Due pagine oggi ci parlano di accoglienza: Abramo alle querce di Mamre e Marta e Maria a Betania. Guardo ad Abramo e rivaluto un poco l'ansia di Marta; anche il Padre Abramo è preso dai molti servizi, ordina (perentoriamente) alla moglie Sara di preparare da mangiare, corre lui stesso a prendere il vitello, prende il latte acido, prende il latte fresco, porge tutto agli ospiti. Anche Marta è un po' così: corre da una parte all'altra senza fermarsi ed è questo che Gesù le rimprovera, il suo non fermarsi, quasi a sottolineare un pericolo che si è come ingigantito nella nostra società: corri, corri... ma poi tu ascolti? Ascolti il tuo Dio? Ascolti quelli di casa? Ascolti l'altro che incontri? Rischi di perdere, dice Gesù, la cosa più importante... (A. Casati). Aggiungo qui una specificazione ulteriore sul testo greco che viene da un ascolto di E. Bianchi: Gesù dice che Maria si è scelta la porzione buona... non dice quella migliore... allora Gesù non sta contrapponendo vita attiva e vita contemplativa, come se pregare fosse meglio di servire i fratelli. Spesso si è data questa interpretazione che però è riduttiva. Ospitare non è solo "fare delle cose" per chi ci visita, ma anche dargli del proprio tempo per ascoltarlo. Io invece alle volte mi illudo e dico: Dimmi pure, guarda che sto finendo questa cosa, ma ti ascolto lo stesso sai? Davvero è una illusione... magari non perdo una parola, però perdo quel tono, quell'inflessione, perdo quello sguardo preoccupato, perdo quel volto. Ciò che conta, ancora una volta è la relazione... perfino Abramo perde di vista Sara, sua moglie, tanto che sono i tre misteriosi ospiti che la riportano al centro: Dov'è Sara, tua moglie? E poi parla il Signore: Tornerò da te tra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio. E' bellissimo anche questo accostamento: la donna negata, la donna confinata nel lavoro, la donna confinata nella periferia è riportata al centro dal Signore ospitato a Mamre. Mi ha lasciata sola a servire... il nostro servire nella chiesa... C'è la possibilità di un servire che diventa cieco perché non vede altro che se stesso e pretende che tutto ruoti intorno a sé; c'è la possibilità che persone lavorino volonterosamente e generosamente per gli altri... poi scatta qualcosa e questa attività diviene cattiva e pronta all'accusa: Dille che mi aiuti!... occorre essere servi, ma come? - Mi viene in mente allora una bellissima scena tratta da un film di Benigni: La vita è bella. Guido sta imparando a servire nel ristorante dello zio che gli chiede come si fa un inchino. Guido si piega troppo e lo zio gli dice: Guarda i girasoli... s'inchinano al sole. Ma se ne vedi qualcuno che è inchinato un po' troppo, significa che è morto! Tu stai servendo, però non sei un servo...servire è l'arte suprema. Dio è il primo servitore. Dio serve gli uomini, ma non è servo degli uomini. - Mi viene in mente Colei che in tutte le nostre parrocchie è venerata in modo del tutto speciale: Maria serva del Signore nel totale ascolto della sua Parola. E' stato molto bello quello che don Matteo, nel tempo di preparazione alla festa del Carmine ad Arzeno ha detto proprio il primo giorno della novena: il cammino di servizio di Maria si conclude sotto la Croce, nell'ascoltare una parola che le chiede ancora una volta di accogliere, di aprire la sua casa e la sua vita, una Parola che le chiede di non smettere di essere Madre: Ecco il tuo figlio! Per servire occorre non perdere di vista quella porzione buona, occorre fare come Maria, sedersi ai piedi... il sedersi ai piedi indica la sottomissione, vuol dire scegliere l'umiltà, vuol dire dichiarare quale è il posto che si intende occupare, il posto per il quale si rinuncia alla presunzione di contare sempre qualcosa di più degli altri. Gesù non dice a Marta: smettila di servire. Gesù piuttosto dice: 'vivi il servizio come vivi lo stare ai miei piedi. C'è un servizio che non è il mettersi ai piedi; c'è un servizio che domina, (lo dicevo prima), un servizio per il quale si avanzano delle pretese. Questo non è il servizio che ci è chiesto. Il servizio che ci è chiesto è il servizio vissuto come ascolto. Tu fai tante cose: bene. Allora vivile ai piedi, vivile ascoltando. Sappi cogliere che di tutto ciò che fai, che va fatto, ciò che va tenuto è la possibilità che questo servizio ti dà di ascoltare. Si può essere uomini e donne di potere nella misura in cui si è una chiesa che pretende per il servizio che svolge. Questo non è l'atteggiamento. Il servizio induce all'ascolto e nasce dall'ascolto. Si tratta di fare tante cose come chi sta ai piedi del Signore. don Maurizio Prandi |
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Cristo è il samaritano che versa sulle nostre piaghe l'olio della consolazione e il vino della speranza, colui che non tira diritto facendo finta di non vederci, che non si chiede se le nostre ferite non siano la conseguenza delle nostre scelte sbagliate, che non ha paura di sporcarsi le mani di sangue. E noi, guariti dentro, siamo resi capaci di misericordia e di tenerezza. Cristo è colui che possiamo accogliere, come fece Abramo con i tre misteriosi personaggi, alle querce di Mamrè, come fecero le sorelle Marta e Maria a Betania. Accogliere Dio significa diventare fecondi, iniziare una nuova vita, come per Abramo e Sara. Betania
È facile immaginare la scena: Gesù, verso la fine del
pomeriggio, quando il caldo di Gerusalemme cede il passo
al vento, scendeva la valle del Cedron e risaliva il
monte degli Ulivi, per superarlo e raggiungere il
piccolo villaggio di Betania. Per Gesù Betania rappresentava una pausa di normalità, una sosta, un refrigerio. Lasciati indietro anche gli apostoli, forse Gesù ritrovava in quella casa di campagna gli odori e le luci della sua piccola Nazareth. Forse a Betania, davanti ad una focaccia cotta, Gesù dimenticava la tensione che provava nella Gerusalemme che uccide i profeti, abbandonava il dolore sordo che gli stava crescendo nel cuore vedendo la sua missione duramente contrastata. A Betania Gesù poteva parlare liberamente, sentirsi accolto, svestiva il ruolo del Rabbì, abbandonava i panni dell'accusato per ritrovare, per qualche momento, il piacere dell'amicizia e della complicità. Mi commuove alle lacrime vedere Dio intessere una relazione, che chiede ascolto, che ama sedersi con semplicità intorno ad un tavolo e ridere e scherzare. Se potessimo, di quando in quando, invitare Dio e ascoltarlo, preparare per lui, come Abramo, un buon pasto e dello yogurt fresco! Diventassimo capaci, d'ogni tanto, di ascoltare Dio e il suo desiderio di salvezza, ascoltare le sue fatiche e il suo dolore nel vedere l'umanità travolta dalla violenza e dal limite, dirgli che può contare su di noi per realizzare il mondo altro che ha nel cuore… Facessimo diventare Betania la nostra vita! Ascolto e azione Maria e Marta rappresentano le due dimensioni della vita interiore: la preghiera e l'azione. Maria ascolta con attenzione le parole del Maestro, le manda a memoria, se ne abbevera. Come molti, ancora oggi, pende dalle labbra del Signore, aspetta che egli parli al suo cuore. All'origine di ogni fede, il cuore di ogni esperienza religiosa è e resta l'incontro intimo e misterioso con la bellezza di Dio. Dio che solo intravediamo attraverso le fitte nebbie del nostro limite ma di cui, pure, possiamo temporaneamente fare cristallina esperienza. Rimettiamo la preghiera e il silenzio nel cuore della nostra giornata, come sorgente di serenità e di gioia. Marta realizza la beatitudine dell'accoglienza, la concretezza dell'amore e dell'ospitalità. Anche lei sa che l'ascolto del Maestro è l'origine di ogni incontro, ma sa anche che se questo incontro non cambia la vita, resta sterile e inconcludente. Marta nutre il Cristo che Maria adora. Non esiste una preghiera autentica che non sfoci nel servizio. È sterile una carità che non inizi e non termini nella contemplazione del mistero di Dio. I patimenti Restare ancorati a Cristo, ascoltare la sua parola, farlo diventare ospite fisso della nostra vita suscita e produce in noi una profondità che nulla può travolgere.
Marta e Maria, pur restando gravemente turbate dalle
morte di Lazzaro loro fratello, sapranno, comunque,
ancora disperatamente rivolgersi al Rabbì che scioglierà
le loro angosce. Siamo ormai nel cuore dell'estate: in ferie - per i più fortunati - o nelle città arroventate, lasciamo entrare la freschezza dello Spirito accogliendo Cristo. Paolo Curtaz |
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Gesù in viaggio verso Gerusalemme si ferma dalle sue amiche Marta e Maria (sorelle di Lazzaro). A noi sembra un gesto normale, ma Gesù in realtà rompe con gli schemi convenzionali. 1. Innanzitutto perché va a casa di due donne e non vi sono uomini presenti! Il gesto a quel tempo non poteva che venire letto come dubbio se non scandaloso, o provocatorio. Non si poteva incontrare una donna senza la presenza di un uomo. In Gv 4,27 i discepoli sono sorpresi che Gesù parli con una donna (la samaritana) e pensano: "Perché parla con lei?". 2. Poi perché la legge proibiva alle donne, come ai pagani, di conoscere il mistero di Dio. La donna (diceva la Legge) non poteva testimoniare in tribunale, non era abile ad educare i figli, non poteva neppure recitare la preghiera alla tavola. C'era il detto in giro: "Si brucino le parole della torà, ma non siano comunicate alle donne". Le donne non potevano leggere la Bibbia del tempo (la Torah), non potevano partecipare alla s.messa (le liturgie alla sinagoga o al tempio), non potevano neppure andare in chiesa (alla sinagoga potevano accedere solo se nessuno le vedeva o dietro una grata) e tanto meno frequentare le scuole. Gesù se ne infischia di tutte queste regole assurde e stupide ma tenute in considerazione da tutti, uomini e donne, e va nella casa di queste due donne e parla loro proprio di Dio. Perché ogni volta che una legge è contro l'uomo è contro Dio. E' un atto sovversivo: facendo così Gesù vuole rovesciare un modo di pensare e di agire. Pensate che cosa dovevano provare i maschi del tempo e gli uomini della legge quando lo vedevano agire così! Come non potevano considerarlo eretico? E per la legge lo era! Ma non per il cuore…! Gesù fu condannato e ucciso come eretico, bestemmiatore e amico del diavolo! Fu condannato perché la sua esistenza era equivoca, dubbia, amorale, provocatoria, areligiosa. Ciò che è drammatico della sua esistenza è che Dio (il Figlio) è stato condannato come non-Dio, come anti-Dio. E pensate che cosa dovevano provare le donne che finalmente si sentivano amate, rispettate, degne di esserci. Ogni uomo libero è così: tanto è amato da chi cerca la libertà (proprio per la sua libertà), tanto è odiato da chi non cerca la libertà (proprio per la sua libertà). Gesù non fu l'uomo di pace che intendiamo noi. Noi siamo cresciuti con l'immagine del Gesù "buono e dolce", di quello che non litiga mai, che appiana ogni contrasto, che non entra in conflitto. Le immaginette che una volta si vendevano lo presentavano con gli occhi azzurri e con una faccettina angelica. Ma nel vangelo Gesù non è assolutamente così. Gesù è stato un punto di rottura, un rivoluzionario, un uomo che rompeva con schemi, idee e falsità. Non dobbiamo mai dimenticare che Gesù fu ucciso non perché il suo messaggio era "buono", ma perché era "Nuovo". Storicamente dev'essere successo questo: Gesù arriva dal viaggio, è stanco fuori e soprattutto dentro. Marta si agita a preparargli da mangiare, a far sì che tutto sia in ordine, ad accoglierlo esternamente. Maria, invece, lo accoglie dentro: lo ascolta, ascolta il suo cuore, le sue difficoltà e le sue paure. Nel tempo poi l'episodio è diventato un modello dell'ascolto della Parola e della priorità dell'essere rispetto al fare. Le parole di Gesù che Maria ascolta e Marta no, sono diventate poi la Parola da ascoltare.
La relazione fra Marta e Gesù. Marta non è cattiva, anzi. E' lei infatti che accoglie Gesù. Il vangelo dice che lo "accoglie nella sua casa". E' un'espressione molto simbolica: gli vuole veramente bene e lo vuole per davvero accogliere nel suo cuore. Quell'uomo Gesù gli è entrato dentro e lo porta, lo conserva, nella sua parte più intima (casa). Non è questo il punto e il problema. Il guaio è che Marta ha stabilito lei di cosa deve aver bisogno Gesù. Qual è il primo bisogno di ogni uomo? Essere accolti. Tuo figlio viene a casa da scuola. E' stato quattro, cinque ore sotto pressione per la possibile interrogazione; ha ricevuto decine di domande e ha dovuto dare decine di risposte; ha dovuto rendere conto all'insegnante e confrontarsi con i suoi compagni. E' un luogo di forte tensione emotiva. Arriva a casa e la prima cosa che tu gli domandi è: "Come è andata a scuola?". Lui dentro di sé pensa: "Ancora! Ancora domande? Ancora rendere conto? Basta, pace, pausa!". Siccome è gentile ti dice: "Bene, mamma!", che tradotto vuol dire: "Lasciami in pace!". Allora tu insisti: "Ma cos'avete fatto? Chi mancava? Ti ha interrogato? Cos'hai preso? Come è andato il compito di ieri?": una valanga di domande. Giustamente lui si sente assediato: "Ma basta!". Allora tu ti arrabbi: "Ma è possibile che con te non si possa mai parlare!". Secondo te di cosa ha bisogno tuo figlio se non di un po' di pace, un po' di staccare, un po' di essere abbracciato. Il resto verrà, ma non adesso. Accoglilo e vedrai che poi lui si aprirà. Arriva tuo marito dal lavoro. Tu sei a casa in maternità (tuo figlio ha tre mesi). Non vedi l'ora che arrivi perché non hai parlato tutto il giorno con nessuno e sei un fiume in piena. E poi hai voglia di farti una doccia: con questo caldo! E poi vuoi uscire un attimo, anche solo a portare giù la spazzatura o ad andare fino all'alimentari tanto per fare due passi. E poi vorresti telefonare anche a tua madre che è una settimana che non la senti. Lui non arriva e allora lo chiami al telefonino: "Sei in ritardo! Ma dove sei finito! Ma sono ore di arrivare!". Come arriva: "Dai che non faccio in tempo a fare la spesa; ah, ricordati di chiamare l'idraulico; guarda se in frigo c'è questo; è arrivata quella bolletta, dacci un'occhiata, ecc". Lui allora sbuffa e tu gli salti addosso: "Ma non pensi a me che tutto il giorno sono chiusa in casa? Tu te ne sei stato fuori e in giro; io invece sono rinchiusa in queste quattro mura domestiche! Se non volevi un figlio ci dovevi pensare prima, perché adesso ce l'abbiamo!". Di che cosa ha bisogno tuo marito? Di staccare un attimo, di un pizzico di pausa, di un bacio, di un abbraccio, di sentirsi aspettato e poi ti aiuterà, terrà il bambino, ti ascolterà e ti darà una mano. Arrivando a casa tutti, adulti e bambini, abbiamo bisogno di essere festeggiati, accolti, coccolati; solo dopo, ci faremo le domande su come è andata, faremo i lavori di casa e ciò che c'è da fare. Quando Gesù arriva in casa di Marta e Maria, di che cosa ha bisogno? Non ha bisogno di mangiare, di bere, di una casa pulita. Ha bisogno di essere accolto, abbracciato, rassicurato, ascoltato. Marta è il modello di quelle persone che si distruggono dal lavorare. Ad uno sguardo superficiale di fronte ad una che si è distrutta dal lavoro per te, che ti ha fatto da mangiare, che ti ha sistemato la casa, che ti lava, che ti stira, come fai a chiedere qualcos'altro? Si può dirle qualcosa? "Con tutto quello che faccio per te? Chi è che stira qui in casa? Chi lava? Cosa vuoi ancora?". Molti genitori si schermano dietro a frasi del tipo: "Ho dato la mia vita per te! Ci ho rimesso la salute! Ho vissuto per te! Lavoravo anche sedici ore per portarti a casa il pane!". Allora uno si sente in colpa; di fronte ad uno che ti dice così, cosa puoi addurre? Cosa puoi dire? Eppure questo è un modo per non lasciarsi mettere in gioco. "Siccome ho fatto questo per te, non puoi chiedermi altro". "Siccome stiro, lavo, pulisco e lavoro tutto il giorno non chiedermi anche di accoglierti, di ascoltarti, di esaudire i tuoi bisogni". Dire: "Mi sono distrutto per la mia famiglia; ho dato la mia vita per la parrocchia; do la mia vita per questo lavoro; sono tutto per i figli" può essere solamente un modo per giustificarsi e per non cambiare, per non mettersi in gioco, per mettersi la coscienza a posto. Non basta! Anche Marta si sentiva al sicuro: "Me desfo par tì (mi distruggo per te)". Faceva tanto, è vero, ma non quello che serviva a Gesù.
Ha bisogno di fare bella figura con Gesù, così che lui possa dire: "Ma che brava che sei! Ma che buon cibo! Che bella casa! Ma come ti sei data da fare per me: grazie!". Una donna mi invita in casa sua perché vuole festeggiarmi (dice lei). Mi mostra la casa e in effetti è una bella casa anche se non secondo i miei gusti. Dopo un po' mi dice: "Ma non mi dici neanche che ho una bella casa!". "Bellissima!", dico io (e fu contenta per tutta la serata: avrei potuto chiederle tutto!). Era il suo bisogno di sentirsi dire: "Ma che bella casa!", che voleva dire: "Ma che brava che sei!". "Non mi telefoni mai!". Sii più chiaro e dimmi: "Avrei piacere di sentirti; avrei piacere che tu mi cercassi!". "Non sei mai a casa!". Sii più chiaro e dimmi: "Vorrei che stessimo più insieme!". "Ti fai sempre gli affari tuoi!". Sii più chiaro e dimmi: "Ho bisogno (avrei bisogno) del tuo aiuto". "Non mi ascolti mai!". Sii più chiaro: "Ho bisogno che tu ti sieda, che mi ascolti, che tu mi dia tempo". Quante volte ci diciamo: "Sei sempre in giro… ci sei per tutti gli altri ma non per me… sei fuori anche stasera?…, ecc". Perché non manifestiamo direttamente, apertamente il nostro bisogno: "Ho bisogno di te; ho bisogno che tu stia con me; ho bisogno di sentire il tuo amore; ho bisogno di sentire che valgo, che sono importate per te". E' chiaro perché non lo facciamo: il farlo ci farebbe sentire vulnerabili. Allora facciamo come Marta: accusiamo. Perché è più facile accusare che manifestare i propri bisogni; è più facile colpire che mostrarsi vulnerabili e bisognosi (e quindi poter essere colpiti).
Marta ha già deciso lei di che cosa Gesù deve aver bisogno. Ha le sue categorie in testa e i suoi schemi e non si è minimamente posta il problema: "Chissà di che cosa avrà bisogno?". Lei aveva già deciso Perché non ha chiesto a Gesù: "Di che cosa hai bisogno?". Era così semplice! Invece no, si è indaffarata come una matta per poi risentirsi e sentirsi vittima, delusa, perché lui non l'ha riconosciuta. E quando Gesù se ne sta con Maria lei si sente offesa: "Ma come con tutto quello che faccio per lui?". Ma è il tuo bisogno, non il suo. Sei tu che vorresti che tutto fosse a posto, secondo le regole. Sei tu che vorresti essere riconosciuta da lui e fare bella figura con lui. Questo è il tuo bisogno. Spesso noi proiettiamo sugli altri i nostri bisogni e siccome poi gli altri non li esaudiscono, ci arrabbiamo con loro. Ci sembrano cattivi, ci sentiamo offesi perché non hanno fatto secondo le nostre aspettative. Appunto hanno fatto secondo le loro esigenze! Devo imparare a riconoscere i miei bisogni ed esprimerli. Devo imparare a riconoscere le mie aspettative e a non proiettarle sugli altri arrabbiandomi perché poi non vengono esaudite. "Tutte le volte chi io l'ho invitato a cena da me… lui, mai una volta!". "Io le ho chiesto di farmi da testimone di nozze ma lei non si è neanche degnata di chiedermelo!". "Chiede a tutti di fare il catechista e a me no!". "Parla con tutti (abbraccia tutti) e me no!". Hai bisogno di qualcosa: lo dici chiaramente perché non hai una televisione in testa in cui gli altri possano leggere i tuoi bisogni. Sono i tuoi bisogni e tocca a te esprimerli. E poi impari ad accettare la risposta "sì" e anche la risposta "no". Gesù usa due parole per definire ciò che sta vivendo e facendo Marta: "merimnas" e "thoribaze". "Merimnas" vuol dire preoccuparsi nel senso di affannarsi, di angustiarsi, di essere in pensiero: è l'ansia del fare. "Thoribaze" vuol dire agitarsi; "thoribos" è il tumulto, la confusione, il mormorio di voci dentro di noi. I due verbi indicano il frullare dei pensieri in testa di Marta che diventano azioni. E' chiaro: arriva Gesù, è un personaggio importante, è una persona a cui Marta vuole bene. Vuole fare una gran bella figura e vuole sentirsi stimata da lui. Ma è preoccupata di deluderlo, di non essere come lui si aspetta. Allora fa', fa', fa', fa', fa', si agita e si dimena come un'ossessa. Allora emergono tutti i pensieri della mente: "E sarà contento? E sarà soddisfatto di essere stato qui con noi? E gli andrà bene quello che gli preparo da mangiare? E lo deluderò? E se brucio il cibo? E non è in ordine tutto?". Quando si innesca questo meccanismo è la fine. Perché i pensieri diventano un ossessione che si ripete all'infinito. E finché non dici basta, tutto diventa possibile e pericoloso. Incontri un ragazzo che ti piace. Sarebbe una bella cosa se finisse tutto qui. Ma poi "merimnas" e "thoribaze" iniziano a dire: "Chissà se gli sono piaciuta? Che si sia accorto che non mi ero depilata? L'abbinamento del vestito era quello giusto? Che mi abbia detto la verità? Chissà se mi chiama? Non è che faccia così con tutte? E se ne ha un'altra? E se non è affidabile? Piacerà ai miei amici? E a mia madre?". Quando inizi a pensare così è la fine. Fai un incontro di lavoro: "Avrò risposto bene? Sarò piaciuto? Quella cosa potevo non dirla; quell'altra avrei dovuto accentuarla di più; se sorridevo di più sarebbe stato meglio. Che sia stato sufficientemente credibile? Mi prenderanno? Perché mi ha salutato freddamente? E' la fine!" Pensate nel corso della giornata di oggi quante volte "merimnas" e "thoribaze" vi hanno rovinato l'esistenza: "Oddio farà caldo anche domani! Domani ritorna il rompiballe del collega! Fino a fine mese non ci sono ferie! Mia madre sta male: e se ha un "brutto male"? Riuscirò a spiegarmi con mia moglie? E se finisce il nostro amore? E se non ce la faccio? Mi capiranno? Sarò accettato? Andrò bene? Mi vorranno? E se perderò il lavoro? E se ci sarà una crisi? E se avrò una malattia? E se non riesco ad uscirne?". E' la fine. Perché tutto è possibile, a ben pensarci, ma non c'è ancora e quindi è inutile preoccuparsi per ciò che non esiste. La realtà è che tutto è possibile, ma il possibile non c'è ancora. Quindi angosciarsi per ciò che potrebbe accadere, capitare, succedere o avvenire (ma che non c'è ancora) non ci fa altro che soffrire senza motivo. Quando si innesca "merimnas" e "thoribaze" (il frullatore della testa) bisogna dirgli: "Basta, smettila! Realtà! Piedi per terra! Questa cosa c'è? No. E allora non prendiamo paura di ciò che non esiste. Se verrà l'affronterò, ma per ora non c'è, non c'è motivo di aver paura". Anni fa venne un uomo a parlare e mi disse: "Sa, padre, sono terrorizzato". "Ah si, e da che cosa?". "E se vengono gli alieni e ci sequestrano?". Non sapendo che rispondere dissi: "Beh, in effetti è un bel problema!". "Lo sapevo che lei avrebbe concordato con me. Ha visto che faccio bene ad angosciarmi!". Marta e Maria non si parlano mai, non si dicono niente. Perché Marta non è diretta con sua sorella? Perché non glielo dice in faccia? Perché mugugna sotto? Perché cerca di portare dalla sua parte Gesù contro Maria? Marito, moglie e figlia di dodici anni. La madre: "Non è vero Chiara che il papà dovrebbe essere un po' più in casa?". Ma diglielo a lui, perché cerchi di coalizzarti con tua figlia? Perché cerchi di avere la superiorità di due (tu e lei) a uno (lui)? A volte le persone chiamano: "Senta io ho dei problemi con mio marito, non è che ci potrebbe parlare lei?". Ma è tuo marito, perché ci dovrei parlare io? Parlaci tu! La madre al figlio: "Quando viene a casa tuo padre ti sistemerà lui per le feste!". Perché non gli parli tu? Perché non agisci tu? Perché devi chiamare in causa l'autorità di un altro? Tu non ce l'hai? Sembrano i fratelli che quando succede qualcosa si dicono: "Lo dico alla mamma!". Quanta gente è incapace di affrontare le persone con le quali ha una questione? No, va dal vicino, dal collega, dal fratello e parla di quel problema. Ma che c'entra lui? Hai una questione con Caio va da Caio. Hai un conto in sospeso con Tizio, vai da Tizio. Andare da un altro non serve se non che a farti compatire e perché lui (che non conosce la situazione) ti dica: "Poverino, hai ragione!". Così la moglie si sfoga con le amiche di quanto il marito sia insensibile, chiuso e pensi solo a quello. E il marito si sfoga con gli amici che lei è paranoica, pensa sempre all'ordine e che non le si può dire niente. Parlatevi! Ditevi ciò che non va! Trovare consensi dagli amici rinforza solo l'idea di essere dalla parte del giusto, della ragione, per cui l'altro è dalla parte del torto. Ma non risolve la questione. Maria, invece, coglie il bisogno di Gesù e lo ascolta. Maria non ha deciso prima di che cosa deve aver bisogno Gesù. Lo ascolta quando arriva. Maria non dice una sola parola, si fa vuoto, spazio, perché Gesù possa entrare. Quando all'inizio ascoltavo le persone "merimnas" e "thoribaze" mi perseguitavano: "Di che cosa parleremo oggi? Riuscirò a gestire il discorso? Dove andremo a finire, a parare? E se non ne viene fuori niente? E se mi pongono domande a cui non so rispondere? E riuscirò a capirli? Sarò efficace? Riuscirò?". Ma adesso quando viene qualcuno a parlare l'unica cosa che faccio è ascoltarlo. Il resto viene da sé. All'inizio pensavo di dover cambiare le persone (e inconsciamente tentavo di gestire io il cambiamento). Ma adesso ho capito che non devo cambiarle, se vorranno lo faranno loro e a modo loro. Io le ascolto solo e do loro uno spazio dove possono vedersi, guardare le loro paure, i loro mostri e le loro energie per quello che sono; io garantisco uno spazio dove possano sperimentare che sono i Figli prediletti di Dio, gli amati da Lui. Quando questo succede, avvengono anche le trasformazioni, ma sono loro a decidere come e quali. Il mio compito è solo quello di fornirgli un campo d'amore, di protezione, dove poter ritrovare dignità in sé. Maria fa questo: crea uno spazio vuoto dove Gesù può entrare e mostrarsi per quello che è. Questa è l'ospitalità che tutti noi cerchiamo: qualcuno dove poter essere noi stessi senza essere giudicati. Il vangelo dice che Maria stava ai piedi di Gesù. Stare a contatto con la terra (humus) o con i piedi indica l'atteggiamento di umiltà (humilitas) che contraddistingue quell'uomo (homo). Maria è lì tutta per lui. E Gesù lo sente. "Puoi stare qui; puoi raccontarmi tutto ciò che vuoi e io non ti giudicherò; sono qui tutto per te; sono felice che tu sia qui; qui sei a casa; qui sei amato; qui puoi spogliarti e farti vedere per quello che sei; puoi essere te stesso qui; sei degno di vivere e di essere quello che sei; qui non c'è nulla che devi nascondere". Questo è l'amore! Trovare Maria è trovare uno spazio d'amore dove poter esprimere le proprie paure, le proprie angosce, le proprie aspettative, i propri bisogni, i propri amori, le proprie contraddizioni, le proprie ambiguità, i propri lati d'ombra, le proprie cazzate, i propri sogni realistici e quelli impossibili; uno spazio dove piangere e dove ridere; uno spazio dove disperarsi ed essere abbracciati e accarezzati; uno spazio dove si è al sicuro, protetti, dove rifugiarsi e dove essere avvolti. Questo è l'amore. Invece di costruire case e palazzi costruiamo "campi d'amore", "case d'accoglienza" e tutto il mondo sarà migliore. Di questo noi abbiamo bisogno. Poi verrà Marta con il lavoro, il cibo, le cose da fare, i problemi, le pulizie, il riordinare e quant'altro. Ma prima di tutto Maria: questa è l'unica cosa di cui c'è veramente bisogno. Questo è l'essenziale che non ci può essere tolto altrimenti soffriamo e muoriamo dentro. don Marco Pedron |
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Marta lo accolse nella sua casa. Maria ha scelto la parte migliore È diventata l'assillo delle terre dell'occaso, là dove il sole tramonta e dunque il sapore nostalgico dell'assenza di luce evoca il pensiero della fine della giornata, della vita, l'immagine della morte. Sto parlando della cosiddetta qualità della vita che, in realtà, bisognerebbe tradurre come il desiderio di ciò che è meglio, in cui il meglio, diciamolo pure con tranquillità, qui in occidente è nient'altro che benessere materiale, a prescindere, come si dice, e che da solo pretenderebbe di riempire la vita, fagocitando cose, esperienze, persone. Assillo dell'occidente, dicevo iniziando, laddove il senso della crisi è più forte, e dove induce, questo è sintomatico, ad esprimere il vivere in una sorta di vitalismo frenetico ed ansioso, incapace di acquietarsi perché non c'è nulla che possa riempire un languore preponderante che va a definire un vuoto sempre più lancinante, foriero di nulla. Qual è dunque la parte migliore cui non bisogna rinunciare e da cui bisogna cominciare perché la vita si dispieghi via via sempre più in pienezza, senza deviazioni e senza dispersioni, perché l'uomo possa raggiungere il proprio compimento? Cosa pensa il Maestro? Lo ascoltiamo da Luca, cui dobbiamo questo brano di bellezza semplice e contenuta, ma proprio perciò, suggestiva e fragrante. 1. Il Signore è in cammino, un cammino il cui scopo è principalmente lo spargimento del seme della sua parola, per annunciare la quale non ha esitato a lasciare Cafarnao (cfr. Lc. 4,43), consapevole che in questa parola c'è più salvezza che nei suoi interventi miracolosi. Un villaggio anonimo per dare una dimensione più universale al suo insegnamento. Entriamo con Lui nella casa delle due donne che conosciamo sorelle di Lazzaro. Luca, come è il suo solito, non si perde in particolari descrittivi, anche della casa di Nazaret non sappiamo nulla, i suoi interni appaiono come grigi fondali di una scena in cui debbono risaltare le persone, le loro parole e i silenzi, i loro gesti e i loro sentimenti. C'è un'accoglienza da operare per l'illustre ospite che, dal vangelo di Giovanni, sappiamo essere molto caro alle due donne e al loro fratello. Questi, forse ad arte, risulta assente dalla scena, cosicché la vicenda risulti ancora più un'icona nella correlazione drammatica di ciò che accade tra il Signore e le due donne. C'è da rendere il riposo del divino viandante degno, la sua vita di questo giorno più vivibile, lieta, affinché la ripresa della via riesca più facile ed alacre, affinché il suo ministero non risenta troppo della fatica, ma anche perché mantenga un buon ricordo della casa che lo ha accolto, delle persone che ha incontrato. - Marta, Marta! È il rimprovero di Gesù alla più intraprendente delle sorelle, un rimprovero soavissimo in cui combattono dolcezza e verità, la dolcezza di ascoltare per ben due volte il proprio nome sulla bocca del Maestro e la verità di sentirsi scrutata, nel profondo del cuore, dal suo sguardo interiore. Un rimprovero per un confronto quasi inevitabile nel consesso umano, tra chi si adopera e chi invece gode nel riposo, tra chi si sforza di servire e chi invece si "perde" nel contemplare, tra chi produce ricchezza e chi invece la consuma così, semplicemente. Un rimprovero a chi vorrebbe tacciare il maestro di dimenticanza nei confronti di chi si sta adoperando ed affaticando a fronte di chi, al contrario, sta fruendo della presenza; di chi accoglie preparando, a fronte di chi accoglie raccolta ai piedi. 2. Tu ti preoccupi! "Il tempo ormai si è fatto breve: d'ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero; e quelli che godono, come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero, perché passa la scena di questo mondo". Ecco il punto! Non sono io che non mi curo di te, ma sei tu che hai una cura esagerata, fino al turbamento, per molte cose, fino a farti condizionare nel giudizio nei confronti di Maria, fino a pensare male di lei e di me. È la preoccupazione che sta avendo la meglio su di te e che ti divide il cuore impedendoti di riconoscere che Maria, qui ai miei piedi, tranquilla, compresa della sua piccolezza e della sua povertà in ciò che è veramente raro e introvabile, la parola di Dio, "per la quale sono venuto", non è nell'inattività, come ti viene da pensare, ma come te, anzi meglio di te, mi sta accogliendo in quello che è il motivo del mio venire, l'unica cosa veramente necessaria: la salvezza e per quello che io sono: la Parola di Dio fatta Carne. - Maria ha scelto la parte migliore Sì, certamente, quello che Maria preferisce non è tutta la vita nuova, ma solo parte di essa: è l'ascolto attento e contemplante che è introduzione e anticipazione della condizione futura, mentre si contempla amorosamente Me che sono la Vita che si dona all'uomo, per diventare la sua vita, vita raccolta, e non dispersa, magari dissipata tra le molte cose che sono solamente una traccia ambigua di Me e in grado, nel loro fascino immediato e luccicante, di strapparvi a Me che, solo, sono Tutto e la ragione di tutto, che desidera donarsi totalmente a voi e che per questo è venuto e per questo morirà: per persuadervi del suo amore; ma risorgerà per convincervi della sua potenza e salirà in Cielo per riempirvi del suo Spirito e servire quindi la vostra felicità per tutta l'eternità. Ecco la parte migliore della vita, quello che la rende di qualità, sottraendola all'esperienza inconcludente e deludente della molteplicità che non porta da nessuna parte, e che, come dice Qoèlet, si avvolge come il vento nelle sue spire ritornando da dove è partito. 3. Questa parte non le sarà mai tolta! Infatti questa è la condizione del Cielo, quella in cui, finalmente Il Padre sarà Tutto in tutti come ora io sono tutto per Maria, mentre invece le preoccupazioni che ti angustiano, rivelano che io non sono tutto per te, pur essendo il destinatario del tuo servizio; infatti, sebbene tu lo stia facendo per me, non lo fai solamente per me; l'amore di te ti sottrae a me e ti impedisce di ritrovarti pienamente unificata in me insieme a tua sorella. Esse, come vedi, non solo ti dividono da tua sorella e da me, ma pure da te e, questa parte, scelta da te sulla terra e che purtroppo ora divide il tuo cuore, non farà parte di te in Cielo. In realtà in Me il tempo si è fatto breve: "d'ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero; e quelli che godono, come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero, perché passa la scena di questo mondo", per lasciare il posto al mio Regno. E questo è certo, certissimo, ne è pegno il mio Corpo e il mio sangue che tra poco saranno imbanditi sulla mensa per te, per voi, affinché Io sia in te e tu in me e in tutti, fin da ora. |
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"In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi". Il villaggio è Betania e la casa è quella di Lazzaro e delle sue due sorelle. In essa Gesù amava sostare e riposarsi quando svolgeva il suo ministero nei pressi di Gerusalemme. A Maria non sembrava vero di avere il Maestro, una volta tanto, tutto per sé, di poter ascoltare in silenzio le parole di vita eterna che egli diceva anche nei momenti di riposo. Così ella se ne stava ad ascoltarlo accovacciata ai suoi piedi, come si usa fare ancora oggi in oriente. Non è difficile immaginare il tono, tra il risentito e lo scherzoso, con cui Marta, passando davanti ai due, dice a Gesù (ma perché senta sua sorella!): " Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". Fu a questo punto che Gesù pronunciò una parola che da sola costituisce un piccolo vangelo: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta". La tradizione ha visto nelle due sorelle il simbolo, rispettivamente, della vita attiva e della vita contemplativa; la liturgia, con la scelta della prima lettura (Abramo che accoglie i tre angeli alle querce di Mamre), mostra di vedere nell'episodio un esempio di ospitalità. Io credo, però, che il tema più evidente sia quello dell'amicizia. "Gesù amava Marta, insieme a sua sorella e a Lazzaro", si legge nel vangelo (Gv 11,5); quando gli recano la notizia della morte di Lazzaro dice ai discepoli: "Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a risvegliarlo" (Gv 11, 11). Davanti al dolore delle due sorelle, scoppia a piangere anche lui, tanto che i presenti esclamano: "Guardate come l'amava!" (Gv 11, 36). È tanto bello e consolante sapere che Gesù ha conosciuto e coltivato quel sentimento tanto bello e prezioso per noi uomini che è l'amicizia. Dell'amicizia si deve dire quello che S. Agostino diceva del tempo: "Io so cos'è il tempo, ma se qualcuno mi chiede di spiegarglielo, non lo so più". In altre parole, è più facile intuire cos'è l'amicizia che spiegarlo a parole. È un'attrazione reciproca e un'intesa profonda tra due persone, ma non basata sul sesso, come è l'amore coniugale. È l'unione di due anime, non di due corpi. In questo senso gli antichi dicevano che l'amicizia è avere "un'anima sola in due corpi". Può costituire un vincolo più forte della stessa parentela. Questa consiste nell'avere lo stesso sangue nelle vene; l'amicizia nell'avere gli stessi gusti, ideali, interessi. È essenziale per l'amicizia che essa sia fondata su una comune ricerca del bene e dell'onesto. Quella tra persone che si uniscono per fare il male, non è amicizia ma complicità, è "associazione a delinquere", come si dice in gergo giudiziario. L'amicizia è diversa anche dall'amore prossimo. Questo deve abbracciare tutti, anche chi non ti riama, anche il nemico, mentre l'amicizia esige la reciprocità, cioè che l'altro corrisponda al tuo amore. L'amicizia si nutre di confidenza, cioè del fatto che io confido a un altro quello che c'è di più intimo e personale nei miei pensieri ed esperienze. A volte io dico ai giovani: Volete scoprire quali sono i vostri veri amici e fare una graduatoria tra di essi? Cercate di ricordare quali sono le esperienze più segrete della vostra vita, positive o negative, osservate a chi le avete confidate: quelli sono i vostri veri amici. E se c'è una cosa della vostra vita, così intima che l'avete rivelata a una persona sola, quella è il vostro più grande amico o amica. La Bibbia è piena di elogi dell'amicizia. "Un amico fedele è un sostegno potente; chi lo trova ha trovato un tesoro" (Sir 6, 14 ss). Il banco di prova della vera amicizia è la fedeltà. "Finiti i soldi, finiti gli amici", dice un detto popolare. Non è vera amicizia quella che viene meno alla prima difficoltà dell'amico. Il vero amico si vede nella prova. La storia è piena di storie di grandi amicizie immortalate dalla letteratura; ma anche la storia della santità cristiana conosce esempi di amicizie famose. Un problema delicato circa l'amicizia è se essa è possibile anche una volta sposati. Non è detto che si debba fare un taglio netto con tutte le amicizie coltivate prima del matrimonio, ma certo si richiede un riassetto, pena difficoltà e crisi tra la coppia. Le amicizie più sicure sono quelle coltivate insieme, come coppia. Tra le amicizie coltivate separatamente, quelle con persone del proprio sesso creeranno meno problemi di quelle di sesso diverso. Spesso in questi casi viene punita la presunzione, il fatto di credersi al di sopra di ogni sospetto e di ogni pericolo. Film con titoli del tipo: "La moglie del mio migliore amico" la dicono lunga sul problema...Ma a parte questo fatto estremo, si creano problemi pratici seri. L'amico non può avere più importanza del coniuge. Non si può uscire ogni sera con gli amici lasciando l'altro (più spesso l'altra, la moglie!) solo in casa. Anche per le persone consacrate le amicizie più sicure sono quelle condivise con il resto della comunità. Parlando di Lazzaro, Gesù non dice "il mio amico Lazzaro", ma "il nostro amico Lazzaro". Lazzaro e le sorelle erano divenute amici anche degli apostoli, secondo il noto principio "gli amici dei miei amici sono miei amici". Così erano le grandi amicizie tra alcuni santi, per esempio quella tra Francesco d'Assisi e Chiara. Francesco è fratello e padre di tutte le suore; Chiara è la sorella e la madre di tutti i frati. |
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Il Concilio ci ha ricordato, soprattutto in quel bellissimo Documento "Gaudium et Spes", che il 'cristianesimo è l'umanesimo perfetto'. Detto in poche parole, dovremmo dire che 'chi incontra Gesù Cristo diventa più uomo'. In queste ultime domeniche la liturgia della Parola ci ha aiutato a comprendere e a meditare sul senso della vita cristiana, sull'identità dei discepoli di Gesù e, in particolare, sul tipo di umanità che deriva dall'aver scelto il Vangelo come criterio fondante la propria vita. La colletta, oggi, ci invita ad 'accogliere e servire Gesù nella persona dei nostri fratellì: una difficile rivoluzione spirituale e culturale per noi che amiamo 'spezzettare' l'esperienza cristiana senza accorgerci che non occorre essere né sdoppiati né schizofrenici. Imparare ad accogliere. Gli Ebrei hanno in considerazione elevatissima il valore dell'ospitalità. Abramo ce ne dà un esempio bellissimo: nell'ora più calda della giornata (quando, forse, si avrebbe voglia di chiudersi dentro per riposarsi un po'), accoglie tre uomini, viandanti di Dio accostatisi presso la sua tenda. Il fare di Abramo è tutto un cerimoniale, segno di una sensibilità e, soprattutto, di una consapevolezza: la vita è accogliere, amici o nemici, conoscenti o stranieri... Abramo accoglie non solo per consuetudine culturale di galateo, ma anche perché 'dapprima è stato accolto lui', seminomade in cerca di una 'tenda migliore'... E Dio gli promise le stelle del cielo! I Padri hanno intravisto in quegli uomini la Trinità. A noi piace sottolineare, invece, il profondo senso di Dio nascosto nella scelta e nello stile di Abramo. E quando Dio, intravistolo, lo accogli e lo servi, ti accorgi che 'partorirai' vita... Che bella lezione di umanità!
Lieto delle sofferenze. Paolo è il solito passionale, un
'massimalistà della vita cristiana, un credente che fa
sempre precedere o seguire, alle sue affermazione, i
migliori esempi di credibilità. Anche lui è un esempio di 'umanesimo cristiano': una vita per Gesù Cristo e, proprio per questo, una vita per la Chiesa, per le sue comunità, per le sue negligenze e i suoi ritardi, per le sue lentezze e le sue deviazioni, per le sue mediocrità e i suoi tradimenti. In ricerca della parte migliore. Mi viene in mente il primo tema che S. Ignazio di Loyola sviluppa nella prima settimana dei suoi Esercizi spirituali: 'Principio e fondamento è il Signore'. Mi piace ritornare a lui, grande maestro di discernimento, per sottolineare che in questa sua espressione può essere sintetizzato il vangelo di oggi. Gesù non apprezza soltanto l'ascolto di Maria, tanto meno rifiuta l'attivismo di Marta. Il nostro Maestro vuole, invece, ricordarci che sia la contemplazione che la vita attiva hanno bisogno 'dell'unico e sovrano fondamento': il Signore. Se c'è Lui, non solo c'è tutto, ma ogni cosa si fa al meglio! Viviamo, oggi, in una società frammentata, dove tutti scappano (ma non so se ciò sia attivismo) e nessuno si ferma e dove tutti sono concentrati nelle loro cose (ma non so se è contemplazione) e nessuno sembra vi sia intimamente coinvolto. Il Vangelo di oggi lancia due sfide: la prima è il senso di Dio - così smarrito nella nostra cultura -, fondamento di ogni cosa (e, proprio per questo, bisognoso di spazi di silenzio, di riflessione, di meditazione, di preghiera, di raccoglimento. Quanta crisi di spiritualità oggi!) e la seconda è la lotta contro ogni superficialità (che qualcuno ha chiamato 'pensiero debole') dentro gli strani e frenetici attivismi dentro cui ci siamo collocati. Mi vengono in mente alcuni giovani - quelli che spesso noi etichettiamo come troppo strani o moderni - che, al contrario, sono capaci di riflessioni così profonde e di contestazioni così intense che sembra scorgersi, all'orizzonte, una 'nuova umanità'. Nuove 'Maria' e nuove 'Martà sono dietro l'angolo di casa nostra. Il nostro vero problema è che noi ci sentiamo grettamente arrivati. C'è da costruire non solo una vera spiritualità, ma anche un nuovo umanesimo. Quello di Gesù va ricompreso e rievangelizzato! Questo tempo di estate ci aiuti ad approfondirlo. |
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Abramo (Gn. 18,1-10: I lettura) offre una generosa ospitalità a Dio che lo visita sotto l'apparenza di tre uomini. Il messaggio è chiaro: praticando l'ospitalità si accoglie il Signore, di cui ogni uomo è segno e volto visibile (cfr. Eb. 13,2). Gesù preciserà che si accoglie Lui: "Ero forestiero e mi avete ospitato" (Mt. 25,35.38). Ospitalità da intendersi non in senso puramente materiale, ma nella sua grande varietà di forme e prima ancora come "fare spazio...essere spazio d'amore" per gli altri. E' in Gesù che Dio riceve accoglienza e ospitalità, come ci mostra il Vangelo di oggi. Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù forma i discepoli. Di domenica in domenica lo fa anche con noi, impegnati nel cammino verso la patria definitiva. Così, ci ha istruiti sulle condizioni per essere suoi discepoli: tagliare con tutto ciò che ci impedisce di avere Lui al centro del nostro cuore e della nostra vita (domenica XIII). Ci ha mandati e ci manda ad annunziare a tutti il Vangelo (domenica XIV). Ci ha indicato la via che porta alla vita eterna, la via cioè dell'amore a Dio e al prossimo (domenica XV). In questa domenica Gesù ci rivela un connotato specifico del cristiano. Quale? Gesù era legato da amicizia profonda con la famiglia di Betania (due sorelle e - come riferisce il IV Vangelo - un fratello, Lazzaro). Nella loro casa si trovava perfettamente a suo agio. Qui respirava aria di famiglia, si riposava e ricuperava le forze nei lunghi ed estenuanti viaggi. Marta, nell'intento di "accogliere" bene l'Ospite, è indaffarata nel preparare un buon pranzo, "tutta presa dai molti servizi". Si lamenta familiarmente con Gesù perché la sorella non collabora. Maria, infatti, "sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola". E' l'atteggiamento tipico del discepolo. Nella concezione corrente solo gli uomini potevano ricevere un insegnamento, mentre le donne no. Gesù invece riconosce la parità di diritto all'istruzione pure a loro. Anch'esse sono chiamate a diventare sue discepole. Forse Marta, oltre che sollecitare l'aiuto della sorella nella preparazione del pranzo, intende richiamarla a non invadere un campo che non le compete, in quanto donna. Marta, pur amando sinceramente Gesù e desiderando offrirgli una buona accoglienza, non ha cercato di capire che cosa poteva stare più a cuore all'Ospite. Gesù prende le difese di Maria, rivolgendo a Marta un amorevole rimprovero. Pronuncia per due volte il suo nome "Marta, Marta" e le fa notare che "si preoccupa e si agita", si lascia prendere dall'affanno "per troppe cose". Invece, "una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta". E' evidente che Gesù non squalifica, non disprezza l'attività di Marta. Anzi gradisce le sue premurose attenzioni. Tuttavia le fa capire che una sola è la cosa necessaria: ascoltare Lui. E' questo che desidera molto prima e assai più di una festa conviviale ricca di tante portate. E' reale il pericolo di cadere, come Marta, nella stessa trappola. Rischiamo cioè di offrire agli altri quei servizi, magari soltanto materiali, che riteniamo importanti noi, senza chiederci se sono importanti per loro. I bambini, per es., non hanno bisogno soltanto che i genitori soddisfino le loro necessità materiali (e ciò non di rado avviene in misura eccessiva), ma soprattutto che abbiano tempo per loro, giochino con loro...Così, i giovani hanno bisogno che i genitori siano più presenti e spendano tempo per dialogare con loro. Anche gli anziani coltivano il desiderio e l'attesa che noi dedichiamo loro spazio e tempo, ascoltando i loro racconti, forse anche ripetitivi. Qualunque struttura di accoglienza, qualunque rete di servizi socio – sanitari non basta a soddisfare il bisogno primario di rapporti veri tra le persone, la necessità quindi di regalarci del tempo per ascoltarci gli uni gli altri con pazienza e amore. Non si tratta soltanto – quando prestiamo un servizio – di essere attenti a ciò di cui gli altri hanno maggior bisogno. Ma occorre riflettere seriamente su ciò che è essenziale e prioritario per noi stessi. Sta qui l'appello che Gesù rivolge a Marta e a ciascuno di noi: l'unica cosa realmente necessaria è l'ascolto della sua parola: E' questa l'accoglienza più gradita che gli si può offrire, come ha fatto Maria. Infatti la sua Parola ha la precedenza su tutte le preoccupazioni temporali. È un avvenimento così grande (attraverso Gesù Dio stesso si fa vicino a noi e ci parla come ad amici), è una tale novità da fare spostare tutto il resto, per quanto importante e urgente ci possa sembrare. Ascoltare la Parola di Dio era l'impegno per eccellenza di Israele (cfr. Es 24,7; Dt 4, 1ss; 5, 1ss; 6, 4ss). Ora però Dio non parla più attraverso un intermediario come Mosè. Ma Lui stesso in Gesù parla un linguaggio umano. Nella parola di Gesù noi ascoltiamo tutto quello che Dio desidera dirci. Questa parola non possiamo sentirla uscire dalle labbra di Gesù, né percepire il timbro e le inflessioni della sua voce, come le due sorelle Marta e Maria. È una parola però che giunge a noi, proprio quella, fresca e attuale, attraverso il Vangelo. A noi non è dato meno che a loro. Maria (una donna!) realizza la figura del discepolo, che mette al primo posto la parola di Gesù, l'ascolta e cerca di viverla. Dovremmo verificare se nella nostra vita il primo attore, il protagonista è la Parola di Gesù: la Parola che viviamo, la Parola da cui lasciarci vivere. Così, a poco a poco ci si impregna di Vangelo e la vera rivoluzione scoppia a poco a poco nella nostra esistenza personale e attorno a noi. L'atteggiamento di Maria, approvato incondizionatamente da Gesù, in confronto al servizio ("diaconia") di Marta, contiene un messaggio preciso. Nell'opera di Luca (Vangelo e Atti) il termine "diaconia" indica sempre un servizio all'interno della Chiesa: l'annuncio della Parola e l'assistenza ai poveri (cfr. At 1, 17.25; 6, 4; 11, 29 etc). Luca ammonisce la Chiesa che senza l'atteggiamento di Maria (ascolto attento, amoroso e assiduo della Parola di Gesù) viene meno "la parte migliore", o semplicemente "la parte buona" del discepolo, che è l'appartenenza al Signore, la comunione con Lui: così l'identità del cristiano svanisce. E perfino la "diaconia" della Chiesa (cioè la sua attività evangelizzatrice e il suo servizio di carità ai poveri) perde valore...e diventa uno sterile girare a vuoto. Alla comunità cristiana di allora, ma anche di oggi, che avverte la fatica e un senso di frustrazione nel suo sforzo di evangelizzare, Luca propone, come operazione prioritaria e più urgente, quella di lasciarsi convertire dal Vangelo: "Nutrirci della Parola per essere servi della Parola" (NMI 40). Sia l'attività evangelizzatrice sia quella caritativa, che i discepoli di Gesù organizzano, devono fare spazio al rapporto personale col Maestro, al dialogo con Lui, all'ascolto della sua Parola e da tale rapporto ricevono motivazioni e carica sempre nuove. In altri termini, il primo impegno del discepolo è l'ospitalità della Parola, che genera, sostiene e alimenta ogni altra forma di ospitalità. Quando uno infatti ascolta veramente Gesù, diventa molto attivo, perché si sente dire: "Fa' questo e vivrai!...Va' e anche tu fa' lo stesso" (Lc 10, 28-37: Vangelo della scorsa domenica). Ecco allora l'identità del cristiano: stare in ascolto ai piedi di Gesù come Maria e nello stesso tempo curvarsi sull'uomo ferito come il Samaritano. In altri termini, essere Marta col cuore di Maria o Maria con le mani di Marta. Marta deve diventare più "contemplativa" per servire più degnamente il Signore. Altrimenti si "sprecherà" con affanno attorno a cose inutili e superflue. D'altro canto, Maria deve ricordarsi che non basta saziarsi di Cristo, lasciandosi servire da Lui col dono della sua Parola, ma occorre anche saziarlo, servirlo nei fratelli. |
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Mentre
Marta invita Gesù a entrare e si mette a servirlo, in un atteggiamento che pare esemplare: apparecchia la tavola, prepara il cibo, dispone tutto per fare festa a quell’ospite che lei riconosce come Maestro e Signore… Maria invece, quasi rapita dalla presenza di Gesù, fa un’altra cosa: si siede ai suoi piedi e ascolta con tutta se stessa la sua parola. Questo è fare attenzione all’ospite che si riceve e ascoltare ciò che è venuto a dirci. Sono due diverse modalità di accoglienza del Signore, ugualmente premurose. Ma ecco che il generoso attivismo di Marta e il suo essere «trascinata qua e là» dai molti servizi la porta ad accusare sua sorella: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti!”». Di fronte a tale richiesta Gesù compie un lucido discernimento ed emette un giudizio netto, fornendo un insegnamento fondamentale ai suoi discepoli di ogni tempo: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la porzione buona (non “migliore”!), che non le sarà tolta». Qual è il significato di queste parole? Occorre innanzitutto chiarire che Gesù non sta contrapponendo «vita attiva» e «vita contemplativa», come se pregare fosse «meglio» che servire concretamente i fratelli, anche se purtroppo fin dall’antichità si è data spesso alle sue parole questa interpretazione riduttiva. D’altronde Gesù amava la comunione della tavola e gradiva la sollecitudine di chi si adoperava per rendere la tavola stessa un luogo in cui mangiare insieme nella gioia e nel dialogo fraterno… Ospitare non è solo “fare cose” per chi ci visita, ma anche dargli del proprio tempo, fare di sé uno spazio per l’altro attraverso l’ascolto. Ecco perché Gesù distingue tra «le molte cose» per le quali Marta si preoccupa e «l’unica cosa necessaria», la «buona porzione» scelta da Maria. Marta è affannata, è in balia della preoccupazione; più volte Gesù ha messo in guardia i suoi discepoli dal cadere preda di questa «malattia» tanto sottile quanto pericolosa: «Non preoccupatevi del domani, ma cercate prima il Regno di Dio» (cf. Lc 12,22-31); «State bene attenti che i vostri cuori non siano appesantiti dalle preoccupazioni» (Lc 21,34)… Per noi cristiani uno dovrebbe essere il desiderio essenziale, non quei tanti desideri per i quali siamo tentati di affannarci: l’ascolto assiduo del Signore, cioè il lasciare che Cristo sia il Signore della nostra vita, che sia lui, con la sua parola e le sue azioni, a orientare la nostra esistenza; lui del quale il Padre ha proclamato: «Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo!» (Mc 9,7 e par.). Non basta servire, occorre diventare servi e Maria, stando ai piedi di Gesù per ascoltare la sua parola, è come la serva del Signore attenta alla sua voce. Non dimentichiamo che anche oggi nella chiesa il “fare servizi” può diventare una militanza che fa rumore, che si agita, che giudica gli altri che si comportano diversamente, che si chiude all’ascolto fino a distaccarsene per percorrere i propri cammini, fino a perdere lo stile evangelico. Sì, Marta e Maria abitano in noi in modo quasi inseparabile. Spesso è Marta che prevale, che si affaccia per prima, spingendoci a correre incontro a Gesù – e agli altri, in cui egli è presente (cf. Mt 25,31-46) –, ad accoglierlo anche festosamente, ma ponendo in primo piano il nostro attivismo, senza metterci realmente al suo servizio… Maria invece sonnecchia nelle nostre profondità: per lasciarla emergere occorre morire al proprio egoismo e risorgere nell’atteggiamento di chi si pone ai piedi di Gesù per ascoltare con un cuore unificato la sua parola. Solo così potremo fare ogni cosa bene e saremo beati, secondo la promessa di Gesù: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 11,28). Non dimentichiamo dunque l’invito del Signore: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Enzo Bianchi - www.monasterodibose.it |
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Quindi come se ci fosse una élite di persone che possono scegliere una vita contemplativa, mentre la gran parte delle persone rimane in una vita di lavori quotidiani. Nulla di tutto questo. Vediamo il brano, capitolo 10 di Luca, dal vers. 38. “Mentre erano in cammino”, il cammino è verso Gerusalemme dove Gesù si va a scontrare, “egli entrò in un certo villaggio”. Qui l’evangelista nota il contrasto: mentre essi erano in cammino, Gesù e i suoi discepoli, solo lui entra in un villaggio. Perché i discepoli vengono lasciati fuori? Perché i discepoli hanno ancora una mentalità per cui non riescono a comprendere la novità portata da Gesù , la novità che Gesù vuole portare proprio nel villaggio. Quando nei Vangeli abbiamo il termine ‘villaggio’ è sempre in senso negativo; il villaggio è il luogo della tradizione, è il luogo del passato, è il luogo dove le novità vengono viste con sospetto. Quindi ogni volta che troviamo il villaggio è sempre un ambiente negativo di ostilità o incomprensione verso il messaggio di Gesù. “Ed una donna di nome Marta”, il nome Marta in aramaico ha un significato che è tutto un programma, “signora/padrona della casa”, “lo ospitò”, quindi la casa è la sua. “Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore”, ecco, questo fatto di stare seduta ai piedi del Signore non va interpretato in una concezione occidentale come segno di contemplazione, di adorazione. Nulla di tutto questo; nella casa Mediorientale, nella casa palestinese non esistono le sedie, si sta seduti per terra, allora essere seduti ai piedi di qualcuno significa ‘ascoltarlo, accoglierlo’. Ad esempio c’è s. Paolo che dice che è stato istruito “ai piedi di Gamaliele”, oppure nel Talmud si dice “sia la tua casa un luogo di convegno per i dotti; impolverati della polvere dei loro piedi e bevi con sete le loro parole”. Qui l’atteggiamento di Maria non è né di adorazione, né di contemplazione. Accoglie Gesù e ascolta il suo insegnamento. E’ l’atteggiamento della discepola nei confronti del maestro. “E ascoltava la sua parola”, il termine ‘parola’ è Logos in greco e significa non soltanto un insegnamento occasionale, ma tutto il messaggio di Gesù. “Marta invece era distolta per i molti servizi”. E’ normale nella tradizione ebraica che la donna sia confinata in cucina, è l’uomo che fa gli onori di casa. La donna no, è invisibile e fa i molti servizi. Maria è stata capace di trasgredire il tabù della religione e della morale e fa il ruolo proprio del maschio e questo Marta non lo sopporta. “Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla …»”, quindi Marta rimprovera Gesù per la libertà che si è presa la sorella. E notiamo come qui tutto per Marta è centrato su sé stessa. “«… MIA sorella, MI abbia lasciato da sola a servire? Dille dunque che MI aiuti»”, è imperativo, non è una richiesta. Mia sorella, mi abbia, mi aiuti … tutta centrata su se stessa. E’ la perfetta osservante, la perfetta obbediente delle regole, che però si permette di giudicare la condotta degli altri. Quindi incolpa Gesù dell’assenza della sorella. Ma Gesù a sua volta rimprovera Marta. “Ma il Signore rispose: «Marta, Marta …»”, quando c’è il raddoppio di un nome o di un termine, ha sempre un significato di rimprovero, come quando Gesù dice “Gerusalemme, Gerusalemme” e pianse su Gerusalemme. “«… tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno»”. Qual è questa unica cosa di cui c’è bisogno? Ce lo dice Gesù. “«Maria ha scelto la parte buona»” – letteralmente – “«che non le sarà tolta»”. Che cos’è che non può essere tolto ad una persona e perché Maria l’ha scelto? Maria ha scelto di ascoltare il messaggio di Gesù; ebbene il frutto del messaggio di Gesù in chi lo accoglie è un crescendo traboccante di libertà, ma non un libertà che viene data, perché la libertà che viene data poi può essere anche tolta, ma una libertà che è frutto di una conquista interiore. Anche a scapito – come abbiamo visto qui – del rimprovero e dell’incomprensione degli altri. Quando la libertà è frutto di una conquista interiore nessuno la potrà più togliere. Questa è la parte buona che Gesù elogia in Maria e che invita tutti quanti ad accogliere. fra Alberto Maggi |