15º DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

anno C

 

        

 

Essere liberi dai ruoli per sentire la vita

Il vangelo di oggi ci presenta il dialogo tra Gesù e un dottore della legge. Il dottore della legge è un ruolo classico della società ebraica: è l'uomo delle regole, colui che sa con esattezza cosa fare, cosa è buono e cosa no, colui che ti dice: "Così stai sbagliando; così fai bene".
1. Le sue intenzioni sono malevoli: parla in piedi (solo i maestri parlavano in piedi). Ciò vuol dire che lui che si ritiene maestro si rivolge ad un altro maestro Gesù: è una sfida tra maestri.
2. Il testo dice: "Per metterlo alla prova". Il verbo "ek-peirazo" è il verbo delle tentazioni. La domanda che gli fa non è per amore della verità ma per tendergli un tranello, per screditarlo.
"Perché tuo figlio non ha fatto i vaccini? Perché voi fate così? Perché voi vi comportate così? Perché fai così? Perché non ti vesti come tutti gli altri preti? Perché non sei venuto? Vuoi più bene alla mamma o al papà?": sono quelle domande dove la gente non vuole sapere, capire, approfondire, imparare. Vuole giudicare, vuole solo dirti: "Ma non vedi che stai sbagliando!". Ha già deciso!
Ma chiedi, prima di definire, di giudicare, di sentenziare! Ascolta i motivi, ascolta le scelte, ascolta il perché. Che ne sai tu? C'è solo il tuo modo di vivere?

3. Lo chiama maestro: è molto probabile che lo stia prendendo in giro. Gli chiede qualcosa che lui sapeva bene e su cui aveva idee ben chiare. Se lo chiama "maestro" è come dirgli: "Vediamo un po' tu che ti definisci maestro come te la cavi con questa questione".

È una domanda classica, ovvia per quel tempo. E' la domanda che tutti si ponevano: che cosa devo fare per andare in Paradiso? Come devo comportarmi per essere un buon cristiano? Cosa dicono le regole? Insomma: dimmi come devo fare.

Il termine usato (kleronomeso) vuol dire proprio "avere in sorte secondo la legge; ciò che è giusto che mi tocchi". E' la domanda del bambino: cosa devo fare perché la mamma mi ami? Così lui farà il bravo o cercherà di fare quello che farà piacere alla mamma per essere "bravo per lei".

Arturo Paoli dice: "Fare dei bravi cristiani non vuol dire fare dei veri cristiani".

Molte persone hanno trasferito il genitore su Dio: potevano andare bene solo se il Grande Genitore (Dio) era contento di loro. Per questo hanno obbedito all'inverosimile, si sono piegati a leggi assurde, hanno svenduto la loro vita per "essere in regola" con Dio.

Ce la siamo presa con il Grande Fratello ma ci siamo dimenticati di ciò che abbiamo vissuto fino a ieri. Il Grande Genitore è la variabile del Grande Fratello televisivo: quel Dio lì (che non è il Dio del vangelo) ti spiava sempre e vedeva ogni cosa. Per cui sapeva benissimo quando sbagliavi e tutto quello che facevi; vedeva tutto e sentiva tutto. Eri sempre sul video di Dio.

La gente era terrorizzata dalla paura di sbagliare, di non essere in regola, di far peccato, di essere esclusa, di non essere ammessa in paradiso, insomma di non andare bene, di essere sbagliata.

Per cui lo scopo primo della vita non era vivere, non era amare, non era entrare nella vita e nelle relazioni con tutta la forza del sentimento, con tutta l'intensità possibile, con tutta la vibrazione possibile. No, lo scopo della vita era essere in regola. Per questo nessuno cercava Dio, nessuno cercava se stesso, nessuno cercava di vivere. Ciò che contava era "essere in regola; bravi" e la regola la stabilivano i funzionari.

Erano esistenze eteronome, guidate da altri. E il modello era l'ubbidiente, il servizievole, il generoso, il disponibile e non l'autonomo, il ricercatore, l'amante della verità e della vita.

La gente si sentiva in colpa per tutto e temeva di osare ogni cosa, perché la domanda di fondo era: "E se è sbagliato? E se Dio non vuole? E se faccio peccato? E che tipo di peccato è: veniale o mortale?".

Mia nonna diceva sempre: "E se prima di morire faccio un peccato, proprio il minuto prima? Cosa succede?". Per questo bisognava confessarsi sempre, almeno una volta la settimana.

Così, per assurdo, per trovare gli amanti della Vita bisognava andare fuori dalla chiesa e dal mondo religioso, perché lì tutto era pericoloso e sospettabile. Se volevi vivere in profondità, cercare la verità, fare un cammino dell'animo personale e non una strada prestabilita e già confezionata, dovevi andare fuori.

Se pensavi diversamente eri cattivo; se facevi diversamente eri cattivo; se non facevi come i funzionari stabilivano, Dio non ti voleva (dicevano loro). Per cui se volevi vivere veramente dovevi uscire!

Mio nonno diceva sempre: "Io in chiesa non ci vado perché lì non si può fare niente!". E quando la gente gli diceva: "Ma cosa dirà il parroco?". Lui rispondeva: "Dirà che sono un cattivo cristiano, ma intanto io vivo felice, vado a ballare e mi diverto".

Nessuno che crede in Dio senza averlo sperimentato è degno di Dio. Lo hai incontrato Dio? Lo hai toccato? Ti ha cambiato l'esistenza? Ti fa vivere? E' la forza delle tue scelte, la passione del tuo cuore?

Gesù in maniera furba gli fa un'altra domanda (è una sfida tra i due!). "Ma come? Proprio tu che sei un esperto della legge chiedi a me questa cosa? Dovrei essere io a chiederlo a te!". Facendo così Gesù lo smaschera: "Ma come? Mi fai una domanda e mi dai anche la risposta?". "Perché allora me l'hai chiesto?". Visto che sai la risposta, fallo!

Il dottore della legge è andato k.o. e cerca di "rimettersi in piedi". Così gli fa un'altra domanda: "Chi è il mio prossimo?". Ma è chiaro che il dottore non potrà mai capire. Viaggiano su due livelli diversi.

Quando lui gli chiede "chi è il mi prossimo" gli chiede: "Cosa dice la legge a riguardo del mio prossimo? Cosa ne pensi tu? Fino a quando? Fino a dove?". E' sempre quella logica lì: cosa è giusto. Perché per un ebreo era giusto considerare prossimi il connazionale e al massimo quelli convertiti. Gli altri no. Per cui un bravo ebreo era tenuto ad amare e rispettare gli altri ebrei.

Ma Gesù viaggia su un altro livello: non c'è più fino a dove o fino a quando. Se tu hai un cuore, seguilo. Chi ama non fa differenze tra chi ha davanti: chi ama segue il proprio cuore.

Nel "tu sì e tu no" sei determinato ancora dall'esterno. Chi ama solo i connazionali, solo quelli della propria religione o del proprio partito è un povero uomo che lascia ancora che siano delle regole (partito, religione, ecc.) a determinare cosa è giusto e cosa no.

Ma chi ama lascia che sia il proprio cuore a vivere. Se tu hai un cuore non fai più differenze, non dividi più tra questi e quelli, tra quelli degni e quelli indegni. Ami, punto e basta.

Il dottore della legge non può capire. Per questo Gesù gli racconta questa parabola. C'è un uomo che scende da Gerusalemme a Gerico. Gerusalemme distava ventisette chilometri da Gerico e c'era un dislivello di mille metri. Era una strada purtroppo molto conosciuta per la sua pericolosità, piena di agguati, rapine e imboscate.

A tutti noi nella vita capiterà qualche imboscata. Tutti noi ci imbatteremo nei predoni e nei briganti. La grande domanda non è: "Come evitare sempre i briganti?", perché l'unico modo (che poi non è affatto vero) per evitarli è quello di starsene sempre in casa. Ma starsene in casa vuol dire morire, non vivere.

La grande domanda e la prima scelta della vita è: "Vivere o non vivere? Rimanere a Gerusalemme o provare ad uscire?". Nella vita prima o poi qualcuno ci bastonerà, qualcuno ci spoglierà, qualcuno ci lascerà mezzi morti.

Spogliati. Un imprenditore molto ricco ha fallito con la sua azienda: un grande investimento che sembrava promettere bene è invece andato male perché è stato "fregato". Ha dovuto vendere tutto, perfino la casa. Vive in affitto in un mini appartamento, quasi sul lastrico.

A scuola: i compagni di classe, dopo che le loro madri hanno scoperto di chi era figlio, chiamano il loro ex amichetto: "Mafioso!". Lui sempre escluso e messo in disparte si sente il dito puntato sempre contro.

Non vi siete mai sentiti derisi, svergognati, messi alla berlina, nudi di fronte agli occhi della gente?

Percosso. Dopo tanti tentativi e relazioni fallimentari hai trovato il fidanzato, tutto sembrava procedere bene, iniziavi a cullare l'idea di farti una famiglia. Ma lui ti lascia per un'altra. Come ti senti? Non ti senti distrutta?

Pensavi di cambiare tua moglie: una bella persona, ma così visceralmente legata a sua madre. Ti dicevi: "Il mio amore sarà più forte". E invece no. Ti accorgi che lei continua a preferire sua madre a te. Non ti senti distrutto, abbattuto, percosso?

Ti sei separata da tuo marito, speravi per il bene dei figli che non vi sareste fatti la guerra. E invece lui non ti dà tregua, ti attacca in tutto, non lascia passare niente, ti mette sempre in cattiva luce con i figli e non vede l'ora di fartela pagare e della ripicca. Non ti senti a pezzi?

Quante volte nella vita ci capiterà di "prenderle", di essere bastonati, di aver le ossa rotte!

Se ne andarono… e tu ti ritrovi solo. Un uomo ha lasciato il suo lavoro e si è preso un anno per poter ripensare la propria vita. I genitori non lo vogliono neppure più vedere in casa: "Ma come? Hai lasciato un lavoro così?". La moglie non lo capisce: "Avevamo tutto (se aveva tutto non lo avrebbe fatto!)!". Gli amici: "Cosa cerchi?". Così ti ritrovi solo con te e con la tua sofferenza interna.

Ci capiterà di ritrovarci soli con noi, con nessuno vicino, con nessuno capace di capirci e di accoglierci.

Mezzo morto: un giorno ti rendi veramente conto della realtà e ti accorgi che tua moglie non ti ama più e che fa bene a non amarti perché sei un'ameba, un'amorfo. Pensi solo al lavoro e hai paura di tutto mentre lei è piena di vita; lei ha voglia d'amare e di vivere mentre tu dentro sei morto e non le dai altro che ansie e che assilli.

Ad un uomo di quarant'anni hanno diagnosticato un tumore molto aggressivo: possibilità di vivere 40%.
Non vi è mai venuta voglia di morire? Di farla finita? Non vi site mai sentiti degli stracci? Non vi è mai capitato di percepire che vivere o morire è un po' la stessa cosa? Non vi siete mai sentiti sull'orlo del baratro?

In queste situazioni, chi ci può aiutare? Chi può farsi vicino a noi? Uno pensa: "Mia madre, mio padre, gli amici, i colleghi, il prete, ecc". Ma Gesù risponderà: "Non farti ingannare. Non il ruolo ma solo chi ha un cuore pieno d'amore può farsi vicino (prossimo) a te". "Non aspettarti l'aiuto dove non può venire: non guardare alla funzione ma al cuore delle persone".

Se qualcuno non interviene quell'uomo della parabola muore. Chi l'ha ucciso? I briganti? Solo loro? O non l'ha ucciso anche chi potendo fare qualcosa non l'ha fatto?

Quante persone si giustificano con la famosa frase: "Io non ho fatto nulla di male!". Già, ma in certe situazioni non intervenire vuol dire condannare.

Passano tre personaggi. Entrambi passano per caso, come tutto (o forse niente) viene a caso nella vita.

Il sacerdote è l'addetto al culto (il prete di oggi), mentre il levita è addetto al tempio (il nostro sacrestano). C'era una legge che impediva ai sacerdoti di toccare persone morte. Ma quest'uomo non era morto; ma poteva sembrarlo! E il levita? Lui non era addetto al culto, ma toccava gli oggetti sacri! Come vedete c'è sempre una scusa quando non si vuole fare una cosa.


Il problema del sacerdote e del levita è che il loro ruolo uccide la loro anima. "Sei un sacerdote, non puoi fare queste cose, non sono permesse a te!", dice il ruolo del primo. "Sei un levita, uno vicino alle cose di Dio, devi comportarti in una certa maniera tu", dice il secondo.

Ma c'è pure un terzo personaggio rinchiuso nel suo ruolo: l'albergatore. Quando arriva l'uomo mezzo morto (e mezzo vivo!) non dice al samaritano: "Ma sì, non ti preoccupare, ma scherzi! Non se ne parla neanche in queste situazioni: mi prendo cura io di quest'uomo e non voglio assolutamente niente da te, che già ti sei fatto carico di quest'uomo e del rischio". No, no, quando arriva lui se ne sta zitto e incassa il tutto. Incassa i due denari e, fiutato l'affare, se dovesse spendere di più, gli chiederà di più. Anche lui è ucciso dal suo ruolo: "Io non guardo in faccia nessuno e faccio gli affari miei". Il suo ruolo gli impedisce di provare amore, compassione e di sentire la vita.

Il ruolo può uccidere il cuore, la vita.

Quando tu identifichi solo in un ruolo allora costringi a far passare la tua vitalità solo per un canale. E' come mangiare pasticcini tutto il giorno. Sì, buoni, ma se li mangi sempre ne hai la repulsione.

Il ruolo è un vestito: va bene alcune volte ma se lo indossi sempre allora ti uccide, diventa un cappio al collo. Se non stai attento il ruolo ti distacca da te, dal tuo sentire, da ciò che hai dentro. Per cui di fronte ad ogni situazione non ti ascolti più, ma dai sempre una risposta preconfezionata, già fatta, già stabilita dal tuo ruolo. Non sei più tu che senti ma il tuo ruolo che agisce in maniera automatica.

Non si può far sempre "quello che si dà per gli altri" perché poi ci si scarica e ci si esaurisce. Non si può far sempre "quello che manda giù e incassa", perché poi ci si deprime. Non si può far sempre i buoni e i pacificatori di ogni tensione perché poi ci viene l'ipertensione. Non si può far sempre la parte dei duri, degli insensibili ("che certe cose non ci toccano!") perché poi si muore dentro.

Non si può sempre approfittare della disponibilità degli altri perché si diventa dei cinici. C'è un uomo che lavora in ambito finanziario. Il suo compito è quello di far guadagnare il più possibile la sua banca. "Ma non ti fa problema che "freghi" le persone?". "Per me è solo un lavoro come un altro". Se perdi il tuo cuore allora tutto è possibile.

Non si può far sempre i genitori perché poi si diventa ansiosi, soffocanti. Vi siete mai chiesti perché i nonni nei confronti dei nipotini sono così buoni, generosi, disponibili, e non lo sono stati nei confronti dei loro figli? A volte giocano, si buttano sul tappeto, fanno tiri "stupidi" (in realtà pieni di vita!), fanno cose che non hanno mai fatto. Perché? Con i loro figli, invece, spesso sono stati duri, intransigenti, anaffettivi. Perché i nipoti non sono i loro figli e quindi si sentono svincolati dal ruolo di essere "bravi genitori". Così si sentono liberi ed emerge tutta la creatività che hanno dentro.

Non si può far sempre e solo il prete perché poi perdi il contatto con la tua umanità. C'è un prete che dice: "Chi è separato o divorziato non fa la comunione". E se qualcuno di sua conoscenza che è in questa condizione va a farla, lui non gli da la comunione. Ma sì, lo dice la legge, ma il tuo cuore?

Non si può far sempre i buoni e i "tutto per gli altri" perché poi ci viene il diabete o la solitudine. Non si può voler essere sempre accettati da tutti perché poi ci si adatta e ci si conforma agli altri.

Non si può essere sempre insegnanti, carabinieri, poliziotti, avvocati, in ogni situazione perché poi si diventa intransigenti, duri, giudicanti. Un vigile ha messo la multa ad un vecchietto di 85 anni perché girava, di giorno ai 40 all'ora, con i fari spenti! Un papà poliziotto, scoperto che suo figlio aveva copiato una volta è andato dal prof a dirlo: "Questione di verità!". Ma sì, lo dice la legge… ma il tuo cuore?

Il sacerdote e il levita si erano così identificati nel proprio ruolo che avevano perso contatto con il proprio sentire e quindi con se stessi.

C'è solo un uomo libero e non prigioniero dal suo ruolo: il samaritano.

Il samaritano non ha maschere o ruoli da difendere; per questo la vita in lui circola libera e vibrante. Tutti e tre (sacerdote, levita e samaritano) passano per la stessa strada e tutti e tre vedono l'uomo. Ma del samaritano si dice qualcosa che non si dice degli altri due: che ne ebbe compassione. Ciò che fa dopo è solo una conseguenza di questo.

Il verbo "splanchnizomai" (avere compassioni) indica le viscere (splanchnon), l'utero materno. E' quell'emozione che ti tocca, che ti colpisce, che ti fa male, che ti fa vibrare, che ti scuote.

Come poteva tirare dritto? Come poteva far finta di niente? Il sacerdote e il levita sono giustificati dalla regola: la regola lo permette. Sì, ma il tuo cuore?

La verità è che "non sentivano". Se tu non senti tutto è possibile.

Guardi in faccia certe persone e gli dici: "Ma quanta rabbia hai dentro?". "No, non è mica vero, sono sereno io!". Sì che sei sereno, perché non senti niente.

Oppure ad altra dici: "Ma quanta paura hai!?". "Io? Io non ho nessuna paura". "Per forza non la senti!".

O ancora: "Tu hai una tristezza profonda!". "Io? Io sono felicissimo". No, amico, tu credi di esserlo, tu ti convinci. Ma è che non senti niente.

Siamo in ristorante e vicino a noi ci sono due genitori con un bambino di due anni. Il bambino si muove e crea un po' di confusione. Così il padre lo prende e lo sculaccia per bene (senza reale motivo: aveva solo paura di fare brutta figura, ma era un suo problema!). Così il bambino se ne sta seduto (è costretto) con il muso lungo per tutto il tempo. Prima di andarsene i genitori gli dicono: "Siamo proprio contenti di come ti sei comportato". Ma non vedi? Ma non senti?

Una madre: "Mia figlia è anoressica!". Per forza: perché non senti quanto la soffochi e la blocchi con le tue paure?

Un uomo: "Mio figlio è stato bocciato a scuola". Ma non vedi quanto è arrabbiato con te perché tu non sei capace di ascoltarlo?

Una madre: "Mia figlia non mi dice mai niente". Per forza: non vedi quanto la fai soffrire quando prova a parlarti?

Un catechista: "Questi ragazzi sono impossibili!". Per forza: non vedi, non senti che sei una noia infinita? Tutto accade perché tu non senti. Tutto accade perché sei insensibile. Perché se sentissi il disagio dei tuoi ragazzi non continueresti a fare catechismo così.

C'è un uomo che umilia e sminuisce sempre sua moglie. Lui ci ride sopra e dice: "Sto solo scherzando!". Ma non vedi, non senti quanto la ferisci? Lo fai solo perché non senti.

Un uomo picchia regolarmente suo figlio perché "l'educazione bisogna darla quando sono piccoli". Lo fai perché non senti, perché non vedi il terrore che c'è nei suoi occhi.

Padre e madre si dicono su di tutto, insultandosi senza nessun ritegno.

Ma non vedi l'angoscia e il dramma di tuo figlio? Come fai? Lo fai solo perché non senti.

Un guru è venuto a Milano. Dice al padrone che lo ospita: "Che rumori ci sono fuori?". "Ah, oggi non si sente proprio niente, è una giornata silenziosa!" (in centro a Milano, non ci sono rumori?). "No, no, io sento: le auto, gli uccelli, le voci dei bambini, un gatto che miagola, ecc". Tutti due sentivano, ma in realtà uno solo sentiva.

Quando le persone dicono: "Io sono sensibile", bisogna chiedergli: "A cosa?". Sentire una cassa di 50 watt di potenza non è essere sensibili, è non essere sordi.

Ci sono due tipi di morte: quella del fisico e quella dell'anima. In quella del fisico si muore dentro e fuori. In quella dell'anima si vive fuori ma si è morti dentro. Fate in modo di "sentire" sempre per non essere morti prima che la morte arrivi.

don Marco Pedron

 

Il "vedere" e il farsi prossimo

Nell'Antico Testamento e nell'accezione ebraica il termine "prossimo" serve più a delineare una serie di categorie di persone piuttosto che evincere la necessità di un atteggiamento (Ravasi) e si riferisce esclusivamente ai membri della comunità del popolo eletto, ai connazionali e a quanti non erano estranei all'appartenenza ad Israele. Nel giudaismo ai tempi di Gesù viene ad indicare colui che appartiene allo stesso gruppo o alla stessa estrazione sociale, e pertanto diventa assai riduttivo e circoscritto. Sembra in tutti i casi che il suo significato sia asettico e teorico, distante da ogni sensibilità e da ogni situazione umana.

Non è così nel vocabolario di Gesù che lo utilizza non senza attribuirgli estrema importanza; tuttavia non è il concetto di prossimo che egli intende evidenziare, quanto il suo contenuto: l'amore disinteressato e gratuito che non conosce frontiere o limitazioni.

Piuttosto che l'elencazione di categorie sociali di persone, Gesù quindi preferisce ricorrere ad un racconto illuminante e convincente sotto tutti gli aspetti: un uomo, transitando da Gerusalemme a Gerico incappa nei briganti, restando ferito e riverso sulla strada senza ricevere il soccorso di nessuno e anzi restando preda di altrui differenza mista a curiosità. Il malcapitato viene infatti notato addirittura da un levita e un sacerdote, categorie di persone che nell'Antico Testamento si occupavano del culto del Signore e dei sacrifici al tempio. Ci si sarebbe aspettati che questo pover'uomo ricevesse almeno una minima attenzione da persone così qualificate che dovevano ben conoscere l'amore di Dio nei confronti (proprio) dei connazionali e degli amici. Eppure avviene che essi pur vedendolo -vedere nella Bibbia ebraica equivale a è "possedere", considerare, far proprio - passano oltre dopo aver "visto". Probabilmente il loro atteggiamento sarà stato simile a quello che noi si usa quando ci si imbatte per la prima volta in un mendicante privo di arti inferiori o superiori: lo si osserva incuriositi senza che però questi susciti per noi motivo di preoccupazione. Oppure sarà stato simile a quello vile e perverso in uso anche ai nostri giorni, quando, pur assistendo ad un atto di violenza o di rapina a danni di una persona debole, oppure a una lite o ad una rissa, si lesina ad offrire aiuto o a chiamare la forza pubblica, per paura di compromissioni o di coinvolgimenti.

Il bello del racconto lo si riscontra quando subentra questo Samaritano che passa anch'egli per puro caso, ma.. a differenza del levita e del sacerdote "vede" e prova compassione. Ciò patisce lo stesso dolore fisico o comunque condivide e fa proprio lo stato precario di questo povero sventurato che rantola sulla strada invocando sommessamente aiuto. Considerando per un attimo la posizione sociale di questo Samaritano, si sa benissimo che questi era considerato fra i più riprovevoli e repellenti membri di una categoria impura e deprezzabile; la Samaria era considerata territorio reietto e impuro al punto che muovendosi dalla Giudea alla Galilea si preferiva prendere la via del mare pur di non transitare per la Samaria.

Ebbene, un Samaritano, che di per sé avrebbe dovuto provare ribrezzo nei confronti di questo malcapitato rallegrandosi del suo stato di grave necessità, mostra molta più attenzione di un Israelita di classe elevata: ne ha compassione, si china, fascia le sue ferite versandovi olio e vino; quindi lo carica sulla sua cavalcatura e lo conduce in una locanda affidandolo all'albergatore. Vi torna la mattina seguente per effettuare il pagamento dell'ospitalità di quel povero sfortunato riservandosi di ritornare successivamente in quella locanda qualora vi fossero state delle differenze in denaro da corrispondere. Tutto questo noncurante del pericolo che nel frattempo sta correndo: la sua presenza potrebbe attirare su di sé l'odio e l'inimicizia dei gerosolimitani (è probabile che siamo ancora nel territorio di Gerusalemme) pronti a ridurre anche lui in condizioni peggiori di quel povero depredato che sta assistendo.

Questa parabola è sufficiente a delineare il concetto di "prossimo" nella particolare domanda "Chi è il prossimo DI COLUI che è incappato nei briganti?" Nel Samaritano che presta soccorso senza curarsi della sua posizione sociale vi è la risposta di Gesù a tale questione molto delicata: il prossimo è chiunque… si fa prossimo degli altri, non importa di che estrazione egli sia o di quale categoria di uomini faccia parte. Prossimo è chiunque ci si trovi accanto e potremmo affermare che si identifichi con "il più vicino", non importa la sua razza, etnia, religione. Il prossimo è in modo particolare il nemico che non va considerato più tale, l'avversario solitamente oggetto delle nostre distanze che diventa oggetto d'amore. In parole povere, il prossimo è chiunque ci stia intorno, dal fratello carnale, al vicino di casa fino al nostro nemico acerrimo.

Il prossimo è sempre soggetto di amore e di conseguenza può diventarne anche l'oggetto.

Dicevamo infatti all'inizio che la chiarificazione del termine a cui giunge Gesù è necessaria affinché si comprenda il senso dell'amore: in effetti Gesù estingue definitivamente un dubbio ancora più urgente ad essere risolto rispetto al concetto di prossimo visto che il Comandamento di vita di cui al libro del Deueteronomio impone che si ami il nostro prossimo come noi stessi. Ne deriva allora che la dinamica dell'amore vuole che esso si estenda a tutti universalmente, senza limitazioni, ritrosie o ristrettezze di sorta. Il prossimo da amare è l'uomo in tutte le sue dimensioni e soprattutto il nemico, quindi si conclude che l'amore non deve avere confini ma poiché riversato con abbondanza in ciascuno dei nostri cuori da parte di Dio (Paolo) va esteso senza distinzioni a tutti evitando ogni limitazione.

Ancora più precisamente: per capire effettivamente chi è il nostro prossimo non occorrono lezioni di teologia o di geografia umana, ma è indispensabile che anche noi ci facciamo "prossimi" degli altri sull'esempio di questo Samaritano considerando obiettivamente la necessità dell'amore universale e incondizionato per il quale, soprattutto oggigiorno, è necessario preoccuparsi delle necessità degli altri e promuovere il riconoscimento dei diritti di ogni uomo, specialmente fra quelli che si considerano i reietti e gli emarginati.

Alla matrice dei conflitti anche su scala mondiale vi è infatti il mancato riconoscimento dei diritti della persona e la sottovalutazione del rispetto dovuto all'altro nelle sue necessità e soprattutto è urgente che si scongiuri ogni forma di discriminazione razziale e che la violenza non sia ingenerata dall'odio congenito verso popoli, gruppi, culture e credi religiosi e che si riscopra la valorizzazione delle differenze culturali e religiose che sono un comune arricchimento piuttosto che non un ostacolo.

Come affermava Giovanni Paolo II, "Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo" perché abbiano fine gli odierni conflitti fra Giudei e Samaritani che molto spesso insanguinano le nostre strade destabilizzando la serenità dei popoli.

padre Gian Franco Scarpitta

 

Il mio prossimo chi è?

Occorre imparare a vivere in un mondo che sfugge alla sapienza della vita e cerca, al contrario, surrogati vuoti della felicità.

L'odierna Liturgia della Parola ci offre l'occasione non solo per riflettere sul desiderio e la strada per la vita eterna, ma anche su quell'essenziale - tanto invisibile agli occhi - che fa di noi uomini veri, sapienti, santi.

La Colletta, infatti, ci fa' chiedere al Signore di avere 'un cuore attento e generoso verso le sofferenze dei fratelli ed essere buoni samaritani del mondo'. Il messaggio è facilmente comprensibile: il Signore illumini la nostra mente perché tutta la nostra esistenza - desideri, pensieri, scelte, orientamenti, stili di vita - sia 'utile' agli altri.

Creati per amare. Mosè ha appena terminato di esporre solennemente il contenuto della Legge al Popolo di Israele. Il momento è solenne e intenso. L'invito forte e chiaro: "Obbedirai alla voce del Signore tuo Dio". Il senso è abbastanza intuibile: non avere altre obbedienze se non quelle che ti sono state messe nel cuore, perché niente di quello che Dio ti consegna è 'troppo alto per te o troppo lontano'.

Sembra, questa, una bellissima pagina di psicologia! L'uomo cerca e realizza la sua felicità quando riconosce dentro di sé la sua più vera creaturalità: siamo figli di Dio e, soprattutto, partecipiamo del suo essere, che è l'amore. Dimenticarlo è non solo tradirLo, ma anche tradirsi!

L'uomo è stato creato per amare. E questa verità è sulla bocca (occorre dirlo l'amore) e nel cuore (occorre educarsi all'amore).
Assistiamo, oggi, ad una specie di educazione falsata e confusa. Sembra che ogni comunicazione pubblica abbia di mira una sorta di richiesta: far sì che l'uomo sprigioni e manifesti di sé non le cose più belle della sua capacità di amare, ma, di contro, una sorta di egoismo innato, di interessi privati, di gratificazioni e compensazioni autoreferenziali che non lo rendono uomo secondo Dio.

Anche tu fa' lo stesso. La vita eterna è il senso del nostro pellegrinaggio di vita. Si cammina per conquistarla o, almeno, per raggiungerla un po'.

La domanda, all'epoca di Gesù, era il cuore di tutta la sapienza umana e religiosa. Oggi non so quanto e come sia un desiderio profondo, vero e sincero. Si assiste, con delusione, all'idea che la nostra cultura abbia fatto della terra il proprio 'idolo' e l'unico 'spazio' da sfruttare edonisticamente al massimo.

Ma la vita eterna non è solo desiderio di pienezza di vita, ma anche intimo e inscindibile legame con Dio. Mi vengono in mente le parole di Benedetto XVI: il vero umanesimo è quello che riconosce la verità secondo la quale con Dio l'uomo è perfetto, senza Dio l'uomo è perso!

La risposta di Gesù è alquanto chiara: occorre amare Dio e amare il prossimo con estrema intensità. Tutto di noi deve tendere verso questo scopo.

Qui nascono le crisi (e le verifiche) della nostra vita umana e cristiana.

Siamo un po' tutti come quel sacerdote e quel levita che, di fronte a quell'uomo percosso, spogliato e lasciato mezzo morto, trovarono mille scuse per non prestargli cura, amore e attenzione.

Il messaggio è abbastanza chiaro: la via della Chiesa - e, pertanto, del credente - è l'uomo. E' lui il centro e il cuore dell'annuncio del Vangelo. La gloria di Dio è quando l'uomo vive bene, è rispettato e difeso, è servito e protetto, è assistito e promosso. Sì, l'uomo, colui che Dio Padre ha 'fatto poco meno degli angelì.

E si è felici solo quando si ama veramente, ci si dona con intensità, si trasforma la propria vita sganciandola dai falsi idoli dell'egoismo, del tornaconto personale, della logica dei propri interessi.

Il vero samaritano è solo Gesù Cristo, lo sappiamo. Lui ci insegna ad amare e a servire l'umanità e ci raccomanda vivamente di 'prenderci cura di tutti'.

Il tempo dell'estate è tempo di riposo. Alcune scelte sono interessanti e belle: c'è chi si dedica al volontariato, alle esperienze missionarie, alla cura delle persone sole o lasciate sole. Quanti bei samaritani! Ma c'è anche la corsa al piacere sfrenato o alle vacanze holliwoodiane in cui si diventa ingordi fruitori di apparenti soddisfazioni.

Bisognosi di un Redentore. La Lettera di Paolo ai Colossesi inneggia al primato di Cristo. Lo scritto di Paolo è il segno della sua grande cultura, ma anche della sua convinta appartenenza e passione per il Signore Gesù.

E' Gesù Cristo l'immagine del Dio invisibile, il volto dell'amore perfetto e gratuito, l'icona più bella - speriamo il nostro unico modello - della carità.

Tutti vorremmo amare come Lui e vivere la vita alla sua stregua. Ma registriamo il limite, la fragilità, il peccato, quelle confusioni condizionati cuore e mente che segnano le nostre azioni.

Chi ci libererà? Chi ci rappacificherà con Dio e, di conseguenza, con gli uomini?
Abbiamo bisogno di un Redentore che versa il suo sangue per insegnarci a vivere.

Diventi intensa e forte la nostra invocazione oggi: Signore, insegnaci e donaci la forza di amare. Amare Dio e amare il prossimo!

LaParrocchia.it

 

Amerai il tuo prossimo come te stesso

Il viaggio del Signore verso Gerusalemme non è astratto e lontano dalla vita; passa per le strade degli uomini. Così è per il Vangelo. Il Deuteronomio scrive: "non è nel cielo, perché tu dica: chi salirà per noi il cielo per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire sì che possiamo eseguire?" Il Vangelo è vicino, si fa davvero prossimo a ciascuno di noi. Così Gesù risponde a un dottore della legge che, come quelli che non vogliono capire, gli chiede chi sia il suo prossimo. Costui interroga Gesù con parole alte e anche vere: "Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna?" Sono parole che anche altri avevano detto a Gesù; ricordiamo il giovane ricco. Ma non c'era sincerità nel cuore di quel dottore della legge. Alla risposta di Gesù sul primato del comandamento dell'amore, egli tenta di giustificarsi: "Chi è il mio prossimo?" Gesù, così come fece al giovane ricco, non gli risponde con un discorso che è al di là del cielo o al di là del mare. Inizia dicendo che "un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico e incappò nei briganti". Era una strada che tutti conoscevano, e un fatto che probabilmente spesso capitava. Non sappiamo di lui né il nome né la condizione, ma solo che era un viandante che percorreva una strada pericolosa. Infatti, lo ritroviamo spogliato e malmenato, lasciato solo, mezzo morto, lungo i bordi della strada. Quest'uomo è solo; ma in lui vediamo tanti altri, uomini e donne, piccoli e grandi, giovani e anziani, lasciati mezzi morti lungo le strade di questo mondo; accanto a lui ci sono i milioni di profughi che fuggono dalle loro terre; i condannati a morte isolati da tutti; ci sono talora popoli interi schiacciati dalla guerra e lasciati soli ai margini della storia; e tutti coloro che muoiono di fame e di torture, di violenza e di abbandono. Quella strada è davvero larga. E ugualmente alto è il numero dei sacerdoti e dei leviti che continuano a camminare e ad andare oltre, dall'altra parte opposta a quella dei poveri. Il Vangelo nota che passavano per quella "medesima strada"; quasi a dire che quell'uomo mezzo morto non era sconosciuto e lontano tanto da non accorgersene. I poveri sono ormai conosciuti, la televisione e i giornali ne parlano, non sono più lontani. Eppure, come annebbiati da una triste abitudine, normalmente si passa dall'altra parte, diretti verso altri interessi. Il sacerdote e il levita non amavano che se stessi e i loro impegni rituali. E' facile pensare che dovessero andare al tempio e quindi non potevano "sporcarsi le mani" con quel ferito. Sapevano che c'erano i poveri e forse avevano anche aiutato qualcuno di quelli che sostavano nelle vicinanze del tempio. Ma lungo quella strada non potevano fermarsi; eppoi, chi era quello straniero? magari non parlava la lingua, era un estraneo. Quante motivazioni salgono nel cuore e nella mente mentre si passa accanto a costoro. E non ci si ferma, perché vince sempre la preoccupazione per sé e per la propria sicurezza. Del resto chi è preso da sé, non sente che se stesso; e vive senza compassione per gli altri. Tutti sappiamo per esperienza quanto siamo pronti a commuoverci per noi; e quant'è difficile commuoversi per gli altri! Il sacerdote e il levita non si commossero, e quell'uomo mezzo morto restò solo.

Ma per fortuna passò il samaritano. Egli, appena vide l'uomo mezzo morto, ne ebbe compassione, scese da cavallo, gli si avvicinò, gli diede le prime cure e poi lo portò in una locanda. Tante generazioni cristiane hanno visto in quel samaritano, che si è rivoltato contro l'indifferenza del mondo, Gesù stesso; egli – sta scritto – prese a guarire quanti avevano bisogno di cure, ebbe compassione delle folle stanche, sfinite, abbandonate come pecore senza pastore. Gesù è il compassionevole; infatti, "pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, spogliò se stesso, assumendo la condizione di schiavo" (Fil 2,6). E ai discepoli di ogni tempo, noi compresi, lascia in eredità la sua compassione perché continuiamo come Lui a fermarci ai bordi delle strade della vita e a raccogliere coloro che hanno bisogno di salvezza. E' lui infatti che in questi anni della nostra storia ci ha indicato i poveri mezzi morti lungo il nostro cammino e ci ha insegnato a fermarci, è lui che ci ha aperto gli occhi perché non fossimo ripiegati su noi stessi, è lui che tante volte ha portato sino alla nostra porta i poveri perché li accogliessimo. Si, quella locanda di cui parla il Vangelo e a cui il Signore porta quell'uomo mezzo morto siamo anche noi, è la comunità dei discepoli. Il Signore Gesù, come il buon samaritano, affida a noi, albergatori di questa locanda, quell'uomo mezzo morto, esausto, ferito. E continua a ripeterci, ogni giorno: "Abbi cura di lui!" E non solo. Ci dà anche due denari. Sì, bastano davvero due denari della compassione di Gesù per aiutare, confortare e guarire i deboli. E poi aggiunge ancora: "ciò che spenderai di più, te lo rifonderò al mio ritorno". Se c'è bisogno di più compassione Gesù stesso continuerà a darcela; quel che conta è essere sempre pronti alla porta attenti al samaritano che bussa. Questo è il senso della nostra via nel mondo, essere come quella locanda evangelica, scuola di compassione e di amore, capace di accogliere e custodire i poveri e i deboli. Il Signore, affidandoceli, ci strappa dal destino triste di quel sacerdote e di quel levita, uomini freddi ed infelici, e ci rende partecipi del suo amore e della festa che si vive in quella locanda. Si, la festa degli umili e dei deboli che sono raccolti dal Signore. In questa domenica, il buon samaritano torna in mezzo a noi ancora una volta; torna come maestro di carità perché ognuno di noi impari a seguire le sue orme, apra le mani per ricevere i due denari, e apra il cuore per vivere la sua compassione. E sentiremo ancora forte l'invito evangelico: "Va e anche tu fa lo stesso!"

mons. Vincenzo Paglia

 

L'amore di Gesù, buon samaritano

Gesù risponde allo scriba desideroso di sapere chi è il suo prossimo non con una definizione teorica, ma con la parabola del buon Samaritano, che ha tutta la parvenza di un fatto tratto dal vero. Gesù la racconta mentre sta attraversando la Samaria, diretto a Gerusalemme. Continuando il suo cammino, Egli passerà da Gerico. Risalirà quella strada da cui è disceso l'uomo della parabola che cade nelle mani dei briganti.

E' una strada ripida e in mezzo a dirupi e burroni, che sale attraverso l'arido deserto di Giuda, simbolo del cammino tenebroso del male ma anche di quello faticoso della Redenzione.

Il primo è stato battuto dall'uomo, il secondo è stato percorso da Gesù. Così Gesù è venuto a fare in senso inverso la strada dell'uomo caduto, insegnando più con la sua vita che con le parole che la legge della carità fraterna non è più suscettibile di confini né di limiti.

Con la parabola del buon Samaritano più che definire il prossimo, Gesù definisce se stesso: è Lui il buon Samaritano che passa raccogliendo l'uomo che se ne sta sulla via, moribondo, in attesa di una mano valida e pietosa che lo salvi.

"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico..."

Gesù, per comprendere il tuo cuore, per studiare a fondo quanto ami gli uomini, non è sufficiente che io mediti come ti comporti con i poveri, i peccatori, i bambini; non è neppure sufficiente che studi le parabole che tu hai raccontato sulla tua bontà; occorre che io vada ancora più avanti: che io approfondisca come tu ci ordini di amare gli altri. Infatti questo comando base della vita cristiana tu l'hai formulato così: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nello studio più profondo di come vuoi che io viva la carità, ho il riflesso di come era la tua carità.

Due sono le parabole fondamentali della carità: il buon Samaritano e il giudizio universale; ma cominciando dal discorso della montagna fino al discorso dell'ultima cena, tu hai tutta la tua ascetica della carità, minuta, profonda, concreta, che io non posso ignorare. Dammi la grazia, o Maestro, di accostarmi alla tua parola con un sentimento di così profondo rispetto ed amore da poter scorgere dietro il velo di essa la tua divina Persona, perché io mi dia a te senza riserve.

La scena della parabola tu la collochi in un luogo tanto famoso per i tuoi ascoltatori: la via che scende da Gerusalemme a Gerico, una strada che si snoda tra dirupi paurosi, tra pareti di pietra di manganese rossiccia, chiamata per lungo tempo per il suo colore sanguigno e per i fatti delittuosi frequenti, la strada del sangue.

Il primo personaggio che fai passare accanto a quella povera vittima è un'autorità sacra; il secondo, un uomo consacrato al culto divino: due persone che dovevano vivere solo per le cose di Dio, due persone che mi somigliano, quindi. Ma il loro cuore è di pietra!

Gesù, tu mi dici chiaramente che la carità è anzitutto avere buon cuore, interessarsi dei bisogni del prossimo; la carità è essere tesi verso gli altri. Dove c'è un bisogno, lì il mio cuore deve fermarsi e deve aprirsi: ecco che cosa mi dici prima di tutto.

lo invece ho una terribile tendenza a fare i "fatti miei", a non interessarmi degli altri, alla consuetudine di "non voglio disturbi".

Com'è differente il tuo cuore dal mio! Il tuo cuore è tutto un aprirsi verso i bisogni degli altri dal momento in cui sei sceso sulla terra fino a quando l'hai lasciata, meglio, fino alla fine del mondo: perché tu continui ancora adesso la tua missione di carità verso di noi e la continuerai fino alla fine del mondo, intercedendo per noi, nell'Eucaristia, nella Chiesa, chinandoti su di noi, confortandoci, "non lasciandoci mai soli".

Purtroppo il tuo richiamo mi fa impressione; tu quasi mi dici: «voi gente di chiesa aprite gli occhi; voi avete una specie di inclinazione congenita a chiudervi.

Ti ringrazio per questo richiamo: io ritengo di averne un estremo bisogno.

"Ma un Samaritano... venne vicino a lui... al vederlo ne sentì compassione".

Gesù, ora mi spieghi più dettagliatamente com'è la carità: la carità è spendersi, è disturbarsi, la carità è mettere tutto il cuore nel soccorrere.

Quanto spesso la mia carità è una cosa fredda, un buttar là il mio aiuto, quasi dicendo: «Ora va' a farti benedire!». No, questa non è carità, non è la tua carità.

Carità è metter fuori il cuore, carità è dimenticarsi. Carità è dar del proprio, carità è sacrificarsi. Carità è capovolgere i propri programmi per amore e con amore. Carità è l'annientamento del proprio egoismo. Questa è la tua carità.

«L'indomani, tratti fuori due denari...»

La carità va fatta completa, come la si farebbe ad un parente.

Dopo questo "ritratto del cuore caritatevole" (che è il tuo ritratto), io non saprei veramente che cosa quel buon Samaritano avrebbe potuto fare di più. La carità dunque è questo: aiutare in modo così completo e perfetto da poter conchiudere: non so che cosa fare di più. Questa è la marca dì fabbrica della tua carità.

Gesù, io ho solo da confondermi: la mia carità è ambiziosa, è sempre bacata, è sempre incompleta, quando non è fatta dall'alto al basso, è pretenziosa, attende la riconoscenza degli uomini, si scandalizza e non ammette la ingratitudine dell'interessato. La mia carità è superficiale, la mia carità non va mai fino al limite dell'impossibile.

Maestro ti ringrazio che mi hai fatto specchiare un attimo nel tuo amore.

Vorrei trovare nella Messa che stiamo celebrando lo strumento della mia rinascita continua nella tua carità.

don Roberto Rossi

 

Domanda lecita quella del dottore della legge. A chi non interessa sapere come ci si salva? La risposta di Gesù è precisa ed esauriente: "Ama il Signore tuo Dio." E consola, perché promette misericordia, consolazione e promessa di futuro, anzi la vita eterna. C'è qualcos'altro di più necessario? Lo sapeva anche quell'esperto giurista che la legge non basta da sola alla vita. Perché se capita di essere aggrediti, tramortiti, percossi e abbandonati, chi ci soccorre?

La buona notizia di questa domenica è che qualcuno ci passa accanto e ci cura chinandosi. È il prossimo. Non il vicino, ma quello che si fa vicino e ha misericordia di noi, cioè Dio. Gesù aveva mandato i suoi a dire che "il regno dei cieli è vicino". Parabola del buon samaritano e annuncio della vicinanza del Regno si spiegano a vicenda.

Noi siamo l'uomo caduto nelle mani dei briganti, e Dio ci è venuto vicino come il Samaritano. Poi tocca a noi. Se facciamo la stessa cosa che ha fatto Dio, continuiamo a vederlo vicino.

Il Samaritano vede, ha misericordia e si avvicina. È il modo di comportarsi di Gesù che vede i malati, i ciechi, i futuri discepoli. Ha misericordia dall'inizio e fino alla fine perché "misericordioso è il Padre". Si avvicina agli uomini, senza distinzione, anzi predilige i lontani e dove arriva lui si vedono tutti i segni della presenza del Regno di Dio.

L'amore di Dio e l'amore del prossimo sono inseparabili. I piccoli e i puri di cuore non hanno difficoltà a comprenderlo. In tutta la sua storia, Israele di prima e di dopo ha conosciuto i mille volti dell'amore di Dio che lo ha sempre soccorso e scampato, anche quando era più morto che vivo. Ma la parabola descrive anche l'amore del prossimo. Un prossimo falso nelle figure del sacerdote e del levita che non vogliono contaminarsi; un prossimo vero in quella dello straniero che ha compassione. Alla fine della parabola resta da fare "lo stesso", restituire quello che si è ricevuto dall'amore di Dio in Cristo.

Chi è l'uomo salvato? È lo stesso dottore della legge perché il prossimo in generale diviene il suo prossimo. La domanda retorica si è fatta urgenza: "Va' e anche tu fa così"; sdebita la misericordia che ti ha sanato e fatti tu prossimo del samaritano come lui lo è stato con te.

Curati con l'olio e il vino della vita nuova in Cristo, siamo da lui affidati all'albergatore, alla carità dei nostri fratelli, essi stessi compensati da lui. Ancora l'indissolubile amore, di Dio e degli altri. Con la parabola di oggi si capisce subito perché il primato spetta sempre alla grazia.

Da cosa dobbiamo essere guariti? Anche dal comportamento avuto dal sacerdote e dal levita della parabola. Proprio loro, che erano i principali inservienti del tempio di Gerusalemme ed erano addetti ad offrire i sacrifici secondo la legge di Dio, a pregare secondo la legge di Dio, ad ammaestrare il popolo secondo la legge di Dio. Per non dimenticarsela la scrivevano su piccoli rotoli di pergamena, che tenevano in due custodie fissate al centro della fronte e sul braccio destro. Un loro stretto collaboratore era il dottore della legge che interroga Gesù e che era un esperto della Bibbia e della legge di Dio che ripeteva in continuazione, fino ad impararne a memoria lunghissime parti.

Avevano la legge scritta sulla fronte e sul braccio e registrata nella memoria, ma non nel cuore, il solo capace di fermare i piedi e di allargare le braccia al soccorso. Quelli che sono di Cristo lo fanno ogni giorno e su ogni discesa di strada.

don Angelo Sceppacerca - agenzia SIR

 

L’olio della consolazione e il vino della provocazione

Riascoltando le parole di Gesù di oggi, molto probabilmente abbiamo pensato subito a ciò che dobbiamo fare noi, al nostro impegno di carità, al cristiano che deve farsi prossimo … o anche alle numerose istituzioni caritative che nei secoli la Chiesa ha saputo far nascere nella storia del mondo come risposta alle povertà e alle ingiustizie.

Personalmente credo che la parabola non voglia mettere al centro dell’attenzione quello che facciamo noi o quello che hanno fatto prima di noi generazioni e generazioni di cristiani. Anche se sarebbe interessante ripercorre secoli di carità cristiana per vedere i modelli di risposta che sono passati dall’assistenza alla promozione, dalla cura allo sviluppo. Ma non è questo che ci sta a cuore oggi.

I padri della Chiesa con una prospettiva assai interessante ci invitano ad ascoltare dentro la narrazione della parabola anzitutto la vicenda di Gesù: perché il samaritano della parabola è Cristo stesso che si piega sul disgraziato dimenticato sul ciglio della strada, che si prende cura dell’uomo malmenato, depredato e abbandonato a se stesso. Gesù è l’icona di Dio che si prende cura dell’uomo.

Anche noi che siamo qui e che veniamo da un periodo, da una settimana stanchi e prosciugati dalla fatica, sfruttati da tutti i signori e dalle regole di una società spietata, ebbene dopo che siamo stati spremuti, è solo il Signore che ci viene incontro, che si prende cura di noi, che si fa medico delle ferite di ogni discepolo versandovi l’olio e il vino, cioè donandoci la sua Parola e il suo Corpo come balsamo amorevole e che ci ama per quello che siamo! Già questa è una prospettiva che ci dà consolazione e pace: non siamo soli nella nostra fatica e nella nostra sofferenza, qualsiasi cosa ci possa accadere, per quanto possiamo essere prosciugati nelle nostre energie e forze, Gesù si prende cura di noi, ci è vicino, si commuove per il grande dolore del mondo!

 La parabola del Samaritano per un verso ci consola, come fa l’olio sulle ferite, dall’altro però è come il vino, l’alcool diremmo noi oggi, che brucia e ci costringe a reagire. Il testo possiede anche una provocazione dirompente.

Osserviamo fin dall’inizio l’atteggiamento del dottore della legge: con le sue domande incalzanti vorrebbe ricevere da Gesù delle indicazioni, delle regole, dei criteri per capire chi sono coloro che deve amare, quali sono le categorie più bisognose cui prestare attenzione … sembrerebbe una domanda innocua, ma in realtà ne nasconde un’altra, che è rimasta implicita: chi sono di conseguenza coloro che invece non meritano la mia carità? Chi devo aiutare e chi invece no?

Imbarazzato, perché non ottiene da Gesù quella risposta che avrebbe potuto tacitare la sua coscienza di benpensante, chiede: chi è il mio prossimo? chi è? che così io possa amarlo, possa organizzare una raccolta fondi, possa fare delle cose per lui … ma chi è? Gesù risponde: il “mio prossimo” non esiste da nessuna parte, se non nella tua testa e nelle tue politiche selettive e di esclusione …

Il prossimo diventi tu quando provi compassione per l’uomo che sta ai margini della tua strada, quando provi compassione e ti chini su colui che soffre a pochi metri da casa tua. È questo verbo che fa la differenza e che tiene insieme il racconto: avere compassione … È il verbo di Gesù, vero samaritano dell’umanità. È il verbo che dice l’atteggiamento del Signore quando si trova davanti al lebbroso, quando incontra il cieco, o quando ascolta il pianto della donna che sta per essere lapidata … è il verbo del Padre misericordioso quando vede tornare il figlio prodigo … È un verbo che in greco è deponente, ovvero di forma passiva ma di significato attivo.

Proviamo a pensare: la compassione non ci sembra talvolta una forma di passività, un sentimento da cui proteggerci per non soffrire troppo? Così che quando la incontriamo preferiamo riempire la nostra relazione con chi soffre di parole di circostanza e di frasi fatte? Non perché siamo cattivi ed egoisti, ma perché ci rendiamo conto che la sofferenza dell’altro ci avverte che nella situazione che abbiamo davanti agli occhi, un giorno potremmo trovarci noi; siamo messi dinnanzi alla realtà di vedere nell’altro che soffre, la nostra sofferenza, anzi il dolore di tutta l’umanità. Non è più semplicemente uno spettacolo morboso, di cronaca nera.

Perché allora Gesù prende come protagonista della parabola un samaritano? Uno che in realtà di protagonismo proprio non sa nulla, anzi è uno che come tutta la sua gente porta su di sé il grande peso della sofferenza perché sempre emarginato, non considerato. I contemporanei di Gesù quando pronunciavano il termine “samaritano” sputavano per terra, per dire tutto il disprezzo che meritava! Non a caso nel vangelo di Giovanni quando i giudei vogliono coprire di insulti Gesù non troveranno appellativo più infamante di questo: Non diciamo a ragione noi che sei un samaritano e hai un demonio? (8,48).

In definitiva il samaritano non è ‘buono’ – avete notato come curiosamente non c’è nessun riferimento a questo aggettivo nel vangelo -, come a dire quello è buono e tutti gli altri sono comunque cattivi. Il samaritano è sicuramente uno che ha provato cosa passa nel cuore di un uomo quando viene guardato di sottecchi e ignorato e quando non viene nemmeno considerato come un essere umano da chi si affretta magari ad andare al tempio a pregare! Quel samaritano non è stato buono perché di cuore nobile, ma è perché portava in sé quelle ferite che lo hanno reso sensibile alle ferite degli altri. Solo chi ha sofferto sa veramente amare.

Per contro gli altri personaggi del Vangelo non sono i “cattivi” di turno sui quali spostare tutte le colpe, ma sono la personificazione delle nostre paure, dei nostri alibi e della nostra fretta di fronte alla sofferenza dell’altro. Credo che questi siano gli ostacoli ancora veri oggi per noi: abbiamo paura di farci coinvolgere troppo nella sofferenza dell’altro; abbiamo sempre tante cose da fare e tanta fretta che non possiamo fermarci, come i due personaggi del vangelo che non hanno tempo per fermarsi; siamo abilissimi nei nostri alibi, perché con certi problemi occorre competenza e ci deve pensare la Caritas …

Proviamo a pensare a chi è stato un Samaritano per noi nella nostra vita: ringraziamo il Signore per quelle persone che ci hanno reso vicino l’amore di Gesù, un amore che è sceso come balsamo e come olio sulle nostre ferite e su quelle delle nostre famiglie per farci sperimentare ancora una volta la tenerezza dell’Eterno.

Ma dobbiamo anche essere onesti e sinceri con noi stessi per riconoscere tutto ciò che ci impedisce di amare davvero: la nostra fretta, le nostre paure, i nostri alibi, le nostre indifferenze. Per questo siamo qui, chiediamo al Signore di farci prossimi a coloro che pone sul nostro cammino con cuore solidale e generoso, senza esclusioni.

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