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Una parola che va di fretta La vostra pace scenderà su di lui Dopo le istruzioni ai discepoli per la missione temporanea (vv. 1-12), il testo liturgico, omettendo i 5 versetti intermedi contenenti le minacce nei confronti di quelli che resistono alla parola, si compiace, nei vv. 17-20, di evidenziare, nei discepoli che ritornano dalla missione, la gioia, una gioia appena temperata dall'osservazione di Gesù a proposito di quella più vera, perché eterna, loro riservata in Cielo per essere stati scelti, prima di tutto, e quindi per aver corrisposto. 1. Oggi è tornato di moda il tema della ricerca della verità, denotante mentalità postmoderne disincantate per un verso delle grandi costruzioni ideologiche dell'Ottocento, ma pur sempre immerse nel fiume ampio della cultura occidentale, caratterizzata dalla meraviglia curiosa, direi stupendamente infantile, per l'essere attorno a noi che nel suo vasto mistero ci è dato, solo passo passo, di scoprire. A costo però di infastidire qualcuno dei lettori, è necessario anche dire che l'atteggiamento di ricerca della verità sembra essere diventato, paradossalmente, più importante che il trovarla; così s'insinua nella mente il sospetto, tutt'altro che infondato, che all'uomo, in realtà, poco importi di essa, quando travalica le problematiche spicciole dei giorni e pretende nel suo sguardo, di spaziare in lungo ed in largo fino alle domande cosiddette ultime, quelle, per capirci, che riguardano il perché del nascere e del morire, del mondo e della vita nel suo complesso, fino a quella suprema se non ci sia nessuno all'inizio e al termine della storia, che esista Dio insomma come principio e come fine. Una volta trovata la Verità infatti con la maiuscola, il ricercatore ne sarebbe egli stesso misurato e perciò sbalzato dal suo piedistallo d'impero su sé e sul mondo. 2. Strana condizione quella dell'uomo, per un verso a tal punto bramoso dell'infinito da non accettare altri limiti che quelli del suo arbitrio e, per altro verso, continuamente e inevitabilmente, alle prese con quella fame indomabile che si porta dentro e che nessuna creatura è in grado di saziare. Chi mai ci salverà? Chi sarà in grado di convincere l'uomo che il proprio arbitrio lo rinchiude in se stesso e quella che gli appare come un'ebbrezza vitale è soltanto vertigine di morte? Tornano alla mente le parole tremende del profeta Amos al cap. 8 riecheggiate nel lamento di Giovanni Paolo II, l'11 dicembre del 2002, quasi un avvertimento, sul silenzio di Dio, quando l'uomo si ostina nei propri progetti cattivi: "Dio che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall'agire dell'umanità". Riascoltiamole: "Ecco, verranno giorni - dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d'ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all'altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno. In quel giorno appassiranno le belle fanciulle e i giovani per la sete". 3. Il Dio della Bibbia, il nostro Dio ama la sua creatura prediletta ed è Lui ricercarla fin dall'inizio, chiamandola alla sua luce con la stessa parola con cui l'aveva tratta dalle tenebre del nulla: Adamo dove sei? E Dio nei tempi ultimi è venuto in Cristo, Parola incarnata, a cercare l'uomo, che continua a perdersi nonostante i tentativi per trovare la verità. Lui il Signore onnipotente e infinito, s'è come raccorciato, secondo s. Bernardo, in Gesù, facendo suoi quei limiti che s'erano rivelati così tragicamente rovinosi per l'uomo, affinché questi non se ne dolesse più scandalizzandosene, ma piuttosto sorretto da un Dio compagno di strada percorresse le vie del tempo fino ad entrare con la morte nell'infinità di Dio. La Parola dunque, la Parola unica, eterna e creatrice di Dio ha deciso di salvare il mondo col mezzo povero e rispettoso delle parole; quella comunicazione verbale che è il mezzo principe per la comunione tra gli uomini sarà, se accolta, il mezzo in grado di aprire il cuore dell'uomo alla fede. La parola che all'inizio ha portato la rovina nell'umanità: quella del serpente prima e quella di Eva poi, la stessa parola sarà all'origine della salvezza in Maria nuova Eva e in Cristo nuovo Adamo. Se è portatrice di salvezza questa parola, allora è necessario annunciarla, è necessario moltiplicare gli annunciatori, ed è necessario affrettarsi. Il vangelo di Luca inizia con un vero "epos" della parola: alcuni ne sono divenuti addirittura i "rematori" (1,2); Zaccaria ammutolisce perché pretende di giudicarla; Elisabetta, la moglie, esulta in una benedizione al sussulto, nel suo grembo, del figlio che sente la presenza misteriosa e silenziosa della Parola fatta carne nel grembo di Maria; Costei non può trattenersi dal prorompere in un canto di parole nuove mai ascoltate. Qui e negli Atti degli apostoli, la buona notizia del vangelo è una corsa esaltante e, più che portata dagli evangelizzatori, è piuttosto essa che li mobilita verso ogni uomo e fino ai confini della terra. Essi andranno con la consapevolezza che lo Spirito del Signore, Anima di questa parola, sia già all'opera nel cuore di coloro ai quali è destinata, creando misteriose sintonie. È l'esperienza straordinaria che Pietro fa nell'annuncio del vangelo alla famiglia del centurione Cornelio (cfr. At 10). Gli apostoli parlano, ma è lo Spirito che apre il cuore. 4. La predicazione certamente sarà compito di uomini misteriosamente scelti da Gesù e che, inviati direttamente da Lui prima e poi per il tramite della Chiesa, continueranno la sua opera spinti dal suo Spirito, ma portare il vangelo resta l'opera di ogni cristiano degno di questo nome, il quale incontrato dal Maestro e da Lui guarito, dopo aver riacquistato il gusto di tutti i sapori della vita, ha scoperto che nella parola accolta nella fede, si nasconde la musica nuova del mondo nuovo: "l'immensa ottava della Creazione". Chi l'ha ascoltata non può fare a meno di raccontarla, anzi di cantarla nel giubilo, direbbe s. Agostino, a sua volta manifestandone le meraviglie che ha operato in lui. La salvezza passerà allora nel mondo con questo mezzo tipico della comunicazione umana più convincente e persuasivo: un passaparola, un santo chiacchiericcio a proposito della vita dei cristiani, "un vieni e vedrai", cui non si potrà resistere, e quando avverrà la scoperta che il Cristo dei cristiani non è solo un personaggio del passato, sebbene di straordinaria grandezza, ma Dio che nella sua Verità e nel suo Amore compie tutti i sogni di cui l'uomo è capace, e di questo farà il proprio servizio eterno, quando "l'intero creato sarà un «cantico», un gesto con cui l'essere si libera nel tutto ed insieme un entrare del tutto nel proprio, un gaudio in cui tutte le domande avranno risposta ed esaurimento" (Card. J. Ratzinger), allora in ogni ora del tempo, si vivrà il fine della fine. "Il pane della Domenica" |
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Cercasi testimoni Quali discepoli, allora? Discepoli adulti, motivati, pacificati, protesi al futuro, che mettono la conoscenza del Maestro al di sopra di ogni affetto, di ogni gioia, che non si rifugiano in Lui dimenticando il mondo... Così dicevamo domenica scorsa, dopo esserci chiesti: chi è il Signore per noi, chiediamoci chi è il discepolo per lui. E oggi una nuova riflessione, intensa, solida, urticante. Parliamo di missione, del ruolo dei discepoli, del loro compito, l'annuncio della Buona Notizia della presenza di un Dio immensamente diverso da quello spaventevole del nostro inconscio. La missione, però, riguarda tutti i discepoli, non una cerchia stabilita. Smettiamola di pensare all'annuncio del Vangelo come a qualcosa che riguarda alcune persone prescelte che varcano gli oceani alla ricerca di qualche sperduto popolo sperduto nella foresta. L'oceano c'è, ed è qui. Divide la gente, crea degli abissi d'incomprensione e di solitudine. La foresta c'è, ed ha il volto all'apparenza rassicurante delle nostre periferie. A queste nuove condizioni, ci è chiesto un nuovo atteggiamento, un farsi carico, un assumere la gioia dell'annuncio là dove viviamo. Gli anni del cristianesimo trionfante e capillarmente diffuso sono alle nostre spalle (sono mai esistiti?), gli anni della diffusa e condivisa cultura cristiana ampiamente tramontati. E' il tempo del dire il Vangelo in modo nuovo, non a persone che mai hanno sentito parlare del Rabbì, ma – ahimé – a persone che credono di credere, infradiciate di pregiudizi e di catechismo mal digerito, di immagini abitudinarie dell'essere Chiesa e dell'essere fedeli. Questa è la sfida: far uscire Dio dalle chiese, riportarlo là dove aveva deciso di vivere, tra la gente. Strapparlo dagli angusti abiti del sacro in cui l'abbiamo relegarlo per farlo infine tornare in quella umanità che aveva deciso di assumere. L'annuncio del Vangelo è il contagio della tenerezza di Dio, il dire con la vita, nelle scelte il nostro essere diventati cercatori di Dio. E Gesù ci indica con precisione lo stile e la modalità. I discepoli vengono mandati a due a due, precedendo il Signore. Non dobbiamo convertire nessuno: è Dio che converte, è lui che abita i cuori. A noi, solo, di preparargli la strada. Non dobbiamo salvare il mondo: il mondo è già salvo, è che non sa di esserlo. In coppia veniamo mandati: l'annuncio non è atteggiamento carismatico di qualche guru, ma dimensione di comunità che si costruisce, di fatica dello stare insieme. L'annuncio è fecondato dalla preghiera: perché non diventare silenziosi terroristi di bene, seminando benedizioni e preghiere segrete là dove lavoriamo? Affidando al Signore, invece di giudicare? Il Signore chiede di pregare per avere operai per la messe, perché Dio vuole essere aiutato, vuole condividere l'opera di salvezza, così come ampiamente manifestato nella storia del popolo di Israele. Il Signore ci chiede di andare senza troppi mezzi, usando gli strumenti sempre e solo come strumenti, andando all'essenziale. Lo so, amiche catechiste: il corso di nuoto o la settimana bianca sono mille volte più attraenti della vostra stentata ora di catechismo. Ma voi avete una cosa che a nessun allenatore è chiesta: l'amore verso i vostri ragazzi. Il Signore ci chiede di portare la pace, di essere persone tolleranti (ricordate san Giovanni e il santo zelo di domenica scorsa?), pacificate. Nessuno può portare Dio con la supponenza e la forza, l'arroganza dell'annuncio ci taglia da Dio in maniera definitiva. Infine il Signore ci chiede di restare, di dimorare, di condividere con autenticità. Noi non siamo diversi, non siamo a parte: la fatica, l'ansia, i dubbi, le gioie e le speranze dei nostri fratelli uomini sono proprio le nostre, esattamente le nostre. Condividiamo la ricerca, portando nel cuore il Vangelo, senza facili verità da sbattere in faccia agli altri, ma nella serena certezza che il Signore ci conduce per mano. Animo, brothers! Provare per credere, uscire dalla timidezza (vergogna?) che ci impedisce di dire Cristo con la vita, di raccontare la nostra ansia di verità e di bene, e vedrete davvero schiudersi il mondo a una dimensione nuova. Gioiamo amici, i nostri nomi sono scritti nei cieli, il Signore chiede collaboratori per l'annuncio del vero volto di Dio. |
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Lo stile della missione Una missione la cui ampiezza schiaccerebbe anche le persone più capaci e sperimentate. E loro, i discepoli, sono pochi per far fronte ad un simile compito. Una penuria di mezzi che doveva far sorridere anche a quei tempi: neppure la borsa, la bisaccia, i sandali. Una fretta che doveva cozzare con l'animo orientale, così incline ai convenevoli, alle espressini di amicizia, di simpatia, ai saluti. Un tesoro prezioso che portano con sé: la pace, lapace del regno di Dio. Una pace offerta, non imposta. Una pace donata, non tirata dietro. una pace, quindi, che va incontro all'accoglienza e al rifiuto. Una pace che incontra la libertà dell'uomo e di una donna che possono dire di sì o di no. Così comincia la missione, con uomini che accettano queste condizioni, che a noi sembrano proibitive. Indifesi e disarmati, non vengono tuttavia abbandonati alle forze del male. Proprio la fiducia che hanno in Dio e nel suo Regno li mette al riparo da ogni male e li rende addirittura capaci di vincere le forze del male, quel male che provoca sofferenza, abbattimento, depressione, quel male che viene chiamato con diversi nomi: malattia, cattiveria, peccato... Poiché non hanno nulla con sé, vivranno di accoglienza, di ospitalità, di quello che verrà loro dato da mangiare e da bere. Sono operai del Vangelo, della buona notizia del Regno: hanno diritto al necessario per vivere. Sono "messaggeri" di Dio: accoglierli o rifiutarli non è senza conseguenze. Perché quello che viene offerto non è l'ennesima pubblicità di un prodotto ingannevole. Né una delle tante invenzioni degli uomini per trovare seguaci. E' la salvezza, la pace la possibilità di dare senso alla propria esistenza, di dare risposta a tutte le domande profonde che ci si porta dentro. Ecco perché chi rifiuta deve sapere quello che fa: di qui il gesto tremendo di scuotere la polvere dalle proprie calzature, per mettere davanti ad una decisione da cui dipende la riuscita o il fallimento della vita, la gioia o l'infelicità. La missione della Chiesa, oggi, dovrebbe essere il naturale prolungamento di questa missione; gli "operai" di oggi dovrebbero ricalcare lo stile di quelli di allora... Allora perché meravigliarci se la gioia degli inviati non è la stessa dei 72? Non corriamo il pericolo di portarci dietro valigie troppo piene e di dimenticare l'essenziale? Di costruirci armature e difese consistenti e poi di sultare tremendamente fragili e deboli di fronte al male? |
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Per vincere l'insicurezza missionária A colui che a questo è stato designato, Gesù dice: "Seguimi" per invitarlo ad abbandonare ogni suo progetto personale per porsi nella prospettiva del suo discepolato e di conseguenza nella missione che egli stesso intende affidargli. Sono le riflessioni che ci hanno intrattenuto la settimana scorsa relative al vero senso della vocazione, che consiste in una prospettiva di chiamata che ha Dio come unica origine: Dio solo conosce il nostro presente e il nostro avvenire e lui solo ha già stabilito sin dall'eternità il nostro futuro e lui pertanto "chiama", ossia elegge chi per un ruolo chi per un altro, tutti comunque nella prospettiva della realizzazione del Regno di Dio. Quali sono le caratteristiche della vera vocazione? Come percepire i segni della chiamata? Sarebbe un lungo discorso parlarne in questa sede, ma possiamo affermare per certo che Dio, nell'eleggere e nell'inviare, chiede innanzitutto la volontà di realizzare la comunione con sé: per prima cosa egli vuole che noi "stiamo con lui", cioè realizziamo con lui il vincolo necessario insostituibile della comunione filiale che precede e fonda qualsiasi specifico di attività missionaria. Coltivare pertanto la familiarità con il Signore nella preghiera e nella vita intima e prediligere la contemplazione prima ancora dell'azione e la riflessione teologica anteriormente al ministero è segno certo di una chiamata divina reale, perché dalla misura in cui noi sapremo coltivare i rapporti personali con Cristo avremo garantito il successo missionario. Questo non solamente a proposito della vocazione di speciale consacrazione come il sacerdozio e la vita religiosa, ma in qualsiasi ambito che vogliamo riconoscere e interpretare come ministero o servizio di origine divina. Venendo poi alla missione in senso stretto, cioè al mandato di annuncio che Cristo ci affida in questa o in quell'altra dimensione, osserviamo adesso che Egli non ci lascia soli tutte le volte che ci affida un incarico: siamo sempre da lui sostenuti e soprattutto siamo provvisti di mezzi e di risorse. Quando Dio chiama qualcuno ad un mandato, temporaneo o permanente che sia e qualsiasi caratteristica esso comporti, non manca mai di equipaggiarlo e di istruirlo al meglio. Ragion per cui occorre sempre immetterci nella missione con coraggio e senza remore, eludendo ogni paura e anzi considerando che il timore iniziale rientra nelle prerogative della vocazione stessa: è del tutto normale avvertire agli esordi di un ministero - qualsiasi ministero- una certa sorta di timore o di mancanza di sicurezza, così come capitava a Gedeone e a Mosè, che per avere certezza che la loro elezione fosse davvero divina chiedevano l'evidenza di particolari segni tangibili. La paura iniziale della missione è indice di inconsapevole umiltà e di scongiurata autoesaltazione; essa ci libera da ogni presunzione, orgoglio e falso protagonismo personale, perché ci mantiene nella certezza di non stare eseguendo un mandato di nostra originale competenza né un ruolo che ci appartiene, ma semplicemente di essere latori di un messaggio di provenienza divina, esecutori di un compito che ci deriva da Dio. E' positivo pertanto avvertire un po' di paura iniziale. Ad essa tuttavia non si deve mai soccombere, ma va elusa e superata con i mezzi della fede e della sicurezza che lo stesso Signore sul momento ci accorda, soprattutto nella consapevolezza che Dio ci fornisce sempre i mezzi adeguati allo scopo. La terza osservazione che ci deriva dalla pagina del Vangelo odierno (ci stiamo infatti intrattenendo solo su di essa) è la consapevolezza che la missione non richiede necessariamente un successo immediato: in ogni caso e in tutte le situazioni di servizio ministeriale, siamo tenuti ad essere semplicemente degli strumenti che Dio sta utilizzando per i suoi fini ma dei quali potrebbe anche fare a meno, dei mandatari di un messaggio che non ci appartiene e per il quale pertanto non siamo tenuti ad ottenere l'altrui corrispondenza. Questa e altre riflessioni fra quelle su esposte mi sovvenivano specialmente durante i mesi scorsi, mentre percorrevo, io da solo, l'intero territorio della parrocchia nel giro annuale di benedizione delle famiglie, riscuotendo, accanto a piacevoli gentilezze di persone accoglienti, anche ripetuti dinieghi secchi e perentori da parte di famiglie o singoli refrattari e insensibili: se da una parte vi sono famiglie che accolgono il parroco con gioia e benevolenza nella certezza che Cristo viene a trovarci nella persona del sacerdote, dall'altra vi è sempre chi oppone un secco diniego trattandoti non di rado con durezza, ritrosia e a volte anche con disprezzo e refrattarietà come nel caso degli sberleffi e delle denigrazioni di taluni, che oltre che a rifiutare il prete sono soliti anche avversarlo. Si tratta di esperienze che incutono sempre scoramento e sfiducia, insinuando anche la tentazione della resa e dell'abbandono. E invece proprio quelle sono le circostanze nelle quali si ha la certezza di essere davvero latori di un messaggio divino e di trovarsi quindi in linea con la missione affidataci: l'avversità e gli ostacoli sono le prerogative immancabili della missione cristiana e il fatto di esserne vittima conferma che la nostra azione è davvero sostenuta da Dio.
Lo stesso Signore infatti prevedeva già simili risultati
quando istruiva i 72 discepoli sul comportamento da
adottare nei riguardi delle persone recalcitranti: "In
qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa
casa!".
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà
su di lui, altrimenti ritornerà su di voi."… "quando
entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite
sulle sue piazze e dite: "Anche la polvere della vostra
città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la
scuotiamo contro di voi." Il brano evangelico della
scorsa settimana parlava anche di un episodio di rifiuto
subito dallo stesso Gesù, che veniva respinto dai
Samaritani: "Ma essi non vollero riceverlo, perché era
chiaramente in cammino verso Gerusalemme.
Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni
dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco
dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò." (Lc
9, 52) Queste ultime considerazioni erano invece quelle che mi spronavano, nei mesi scorsi, a perseverare nel giro delle famiglie omettendo ogni sorta di scoraggiamento e di demotivazione e non possono non essere considerate da chiunque nella chiesa svolga un ruolo missionario di qualsiasi tipo. L'episodio molto significativo dei 72 discepoli, come già detto, attesta al fatto che non siamo tenuti al successo missionario. Osserviamo inoltre che per la concezione dell'epoca a cui si riferiscono i fatti narrati, 72 era il numero delle nazioni dell'intero mondo allora conosciuto, a cui era rivolta la Buona Novella e il fatto che Gesù invii questi 72 ministri per un servizio temporaneo dopo aver eletto i 12 ad una sequela permanente sottolinea che il carattere di missionarietà è proprio di tutti i battezzati, ciascuno secondo la dimensione che gli compete. L'opera di salvezza è universale e la Chiesa che annuncia il Vangelo testimoniando il Cristo ha una valenza di universalità per la quale tutti quanti siamo chiamati ad un ruolo specifico nella Chiesa che ha sempre natura missionaria. Resta sempre certo che occorre contare solamente su colui che ci ha scelti ed inviati, riponendo ogni certezza materiale su di lui ("non portate borsa, né sacca, né sandali") e confidando nella sua continua assistenza che vince ogni timore e ogni esitazione. |
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Cos'è il Regno di Dio tra noi? Anche questa volta commentiamo il vangelo con l'aiuto del libro di Papa Benedetto XVI su Gesù. Prima però vorrei fare un'osservazione di carattere generale. La critica mossa al libro del Papa da alcune parti è di attenersi a ciò che dicono i vangeli senza tener conto dei risultati della ricerca storica moderna che porterebbe, secondo loro, a conclusioni molto diverse. Si tratta di un'idea molto diffusa che sta alimentando tutta una letteratura tipo Il codice da Vinci di Dan Brown, e opere di divulgazione storica basate sul medesimo presupposto. Credo sia urgente mettere in luce un fondamentale equivoco presente in tutto ciò. L'idea di una ricerca storica su Gesù unitaria, rettilinea che procede inarrestabile verso una piena luce su di lui è un puro mito che si tenta di far credere alla gente, ma in cui nessuno storico serio oggi crede più. Cito una delle più note rappresentanti della ricerca storica su Gesù, l'americana Paula Fredriksen: "I libri, scrive, si moltiplicano. Nella ricerca scientifica recente Gesù è stato presentato come una figura di sciamano del primo secolo, come un itinerante filosofo cinico, come un visionario radicale e un riformatore sociale che predica una etica egualitaria a favore degli ultimi, come un regionalista galileo che lotta contro le convenzioni religiose dell'elite della Giudea (il tempio e la Torah), come un campione della liberazione nazionale, o, al contrario, come suo oppositore e critico, e via di questo passo. Tutte queste figure sono state presentate con vigorosi argomenti e metodi accademici, tutte sono difese appellandosi a dati antichi. I dibattiti continuano briglia sciolta e il consenso –anche su punti essenziali quali i criteri in base ai quali procedere – appare una remota speranza" (1). Spesso si fa appello ai nuovi dati e alle scoperte recenti che avrebbero finalmente messo la ricerca storica in una posizione di vantaggio rispetto al passato. Ma quanto aperte siano le conseguenze da tirare da queste nuove fonti storiche, appare dal fatto che esse hanno dato luogo a due immagini di Cristo opposte e inconciliabili tra loro, tuttora presenti sul campo. Da una parte un Gesù "in tutto e per tutto ebreo"; dall'altra un Gesù figlio della Galilea ellenizzata del suo tempo, imbevuto di filosofia cinica. Alla luce di questo dato di fatto, mi domando: cosa avrebbe dovuto fare il Papa: scrivere un'ennesima ricostruzione storica in cui discutere e controbattere tutte le obiezioni contrarie? Quello che il Papa ha scelto di fare è stato di presentare in positivo la figura e l'insegnamento di Gesù come inteso dalla Chiesa, partendo dalla convinzione che il Cristo dei vangeli è, anche dal punto di vista storico la figura più credibile e sicura. Dopo questa dilucidazione, veniamo al vangelo di questa Domenica. Si tratta dell'episodio dell'invio in missione dei 72 discepoli. Dove aver detto ad essi come devono andare (a due a due, come agnelli, senza portare denaro...), Gesù spiega loro anche cosa devono dire: "Dite loro: È vicino a voi il regno di Dio". Si sa che la frase "È giunto in mezzo a voi il regno di Dio" occupa il cuore della predicazione di Gesù ed la premessa implicita di ogni suo insegnamento. Il regno di Dio è giunto in mezzo a voi, perciò amate i vostri nemici; "il regno di Dio è giunto in mezzo a voi", perciò se la tua mano ti scandalizza tagliala: è meglio entrare monco nel regno di Dio che con tutte e due le mani rimanerne fuori...Tutto prende senso dal regno. Si è sempre discusso su che cosa precisamente intendeva Gesù con l'espressione "regno di Dio". Per alcuni esso sarebbe un regno puramente interiore consistente in una vita conforme alla legge di Dio; per altri sarebbe, al contrario, un regno sociale e politico da realizzare dall'uomo, se necessario anche con la lotta e la rivoluzione. Il Papa passa in rassegna queste varie interpretazioni del passato e fa notare ciò che esse hanno in comune: il centro dell'interesse si sposta da Dio all'uomo; non si tratta più di un regno di Dio, ma di un regno dell'uomo, di cui l'uomo è l'artefice principale. Questa è un'idea di regno compatibile, al limite, anche con l'ateismo. Nella predicazione di Gesù la venuta del regno di Dio indica che, inviando nel mondo il suo Figlio, Dio ha deciso per così dire di prendere in mano di persona le sorti del mondo, di compromettersi con esso, di agire dal suo interno. È più facile intuire cosa significa regno di Dio che spiegarlo, perché è una realtà che sorpassa ogni spiegazione. È ancora molto diffusa l'idea che Gesù aspettasse una fine imminente del mondo e che quindi il regno di Dio da lui predicato non si realizzasse in questo mondo, ma in quello che noi chiamiamo "l'aldilà". I vangeli contengono, in effetti, alcune affermazioni che si prestano a questa interpretazione. Ma essa non regge, se si guarda all'insieme delle parole di Cristo. "L'insegnamento di Gesù non è un'etica per coloro che attendono una rapida fine del mondo, ma per coloro che hanno sperimentato la fine di questo mondo e l'avvento in esso del regno di Dio: per coloro che sanno che 'le cose vecchie sono passate' e il mondo è diventato una 'nuova creazioné, poiché Dio vi è sceso come re" (Ch. Dodd). In altre parole, Gesù non ha annunciato la fine del mondo, ma la fine di un mondo, e in ciò i fatti non l'hanno smentito. Ma anche Giovanni Battista predicava questo cambiamento, parlando di un imminente giudizio di Dio. Dove sta dunque la novità di Cristo? La novità è racchiusa tutta in un avverbio di tempo: "ora", "adesso". Con Gesù il regno di Dio non è più una cosa soltanto "imminente", ma presente. "L'aspetto nuovo ed esclusivo del messaggio di Gesù, scrive il Papa, consiste nel fatto che egli ci dice: Dio agisce adesso – è questa l'ora in cui Dio, in un modo che va oltre ogni precedente modalità, si rivela nella storia come il suo stesso Signore, come il Dio vivente". Da qui scaturisce quel senso di urgenza che traspare da tutte le parabole di Gesù, specialmente le cosiddette "parabole del regno. "È scoccata l'ora decisiva della storia, ora è il momento di prendere la decisione che salva; il banchetto è pronto: rifiutarsi di entrare perché si è appena preso moglie o comprato un paio di buoi o per altro motivo, significa esserne esclusi per sempre e vedere il proprio posto preso da altri. Da quest'ultima riflessione partiamo per una applicazione pratica e attuale del messaggio ascoltato. Quello che Gesù diceva ai suoi contemporanei vale anche per noi oggi. Quell'"ora" e "oggi" durerà immutato fino alla fine del mondo (Ebr 3,13). Questo significa che la persona che ascolta oggi, magari per caso, la parola di Cristo: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,15) si trova davanti alla stessa scelta di coloro che l'ascoltavano duemila anni fa in un villaggio della Galilea: o credere ed entrare nel regno, o rifiutare di credere e rimanerne fuori. Purtroppo, quella di credere sembra invece l'ultima delle preoccupazioni per molti che leggono oggi il vangelo o scrivono libri su di esso. Anziché sottomettersi al giudizio di Cristo, molti si ergono a suoi giudici. Gesù è più che mai sotto processo. Si tratta di una specie di "giudizio universale" alla rovescia. Soprattutto gli studiosi corrono questo pericolo. Lo studioso deve "dominare" l'oggetto della scienza che coltiva e rimanere neutrale di fronte ad esso; ma come si fa a "dominare" o rimanere neutrali di fronte all'oggetto, quando esso è Gesù Cristo? In questo caso più che "dominare" conta "lasciarsi dominare". Il regno di Dio era tanto importante per Gesù che ci ha insegnato a pregare ogni giorno per la sua venuta. Noi ci rivolgiamo a Dio dicendo: "Venga il tuo regno", ma anche Dio si rivolge a noi e dice per bocca di Gesù: "Il regno di Dio è venuto in mezzo a voi: non aspettate, entratevi!" (1) [Testo originale inglese]: "In recent scholarship, Jesus has been imagined and presented as a type of first-century shaman figure; as a Cynic-sort of wandering wise man; as a visionary radical and social reformer preaching egalitarian ethics to the destitute; as a Galilean regionalist alienated from the elitism of Judean religious conventions (like Temple and Torah); as a champion of national liberation and, on the contrary, as its opponent and critic — on and on. All these figures are presented with rigorous academic argument and methodology; all are defended with appeals to the ancient data. Debate continues at a roiling pitch, and consensus — even on issues so basic as what constitutes evidence and how to construe it — seems a distant hope". |
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Missionari oltre confine… In un tempo di grande crisi di scelta e di testimonianza cristiane, coloro che hanno incontrato Gesù, sono chiamati a riscoprire il senso e il valore del proprio Battesimo. Tutti, ovviamente: fedeli laici e consacrati. E' dal Battesimo, infatti, che nasce un'avventura particolare che ci rende - tutti indistintamente - sacerdoti, re e profeti. Siamo, cioè, coinvolti in un'esperienza di vita che ci vede impegnati, in prima persona, nell'annunzio del Regno di Dio. La Colletta di oggi, infatti, fa' chiedere a Dio di donarci 'coraggio apostolico e libertà evangelica' tali per parlare di Gesù e narrare il suo Vangelo là dove viviamo... e anche oltre. E' una verifica del nostro cristianesimo 'comodo', a volte così silenzioso che ci fa parlare di Gesù solo se ve ne sono le condizioni, mentre lo collochiamo, non di rado, dentro cornici di strategie o di eleganti diplomazie che non permettono il chiaro annuncio dei suoi ideali e dei suoi orizzonti. Un canto, qualche decina di anni fa, ci invitava a riflettere: "Cristo non ha mani, ha le nostre mani...; Cristo non ha piedi, ha i nostri piedi...; Cristo non ha voce, ha la nostra voce...". Va detto con tutta la valenza e la semplicità possibile: siamo evangelizzatori. Una città in festa. Dopo il lutto e la tristezza a motivo di prove e di infedeltà, il prode Isaia invita un popolo scoraggiato a "rallegrarsi". C'è una consolazione da annunciare e un 'seno da succhiare'... con gusto e in abbondanza; un fiume in piena inonderà i vicoli della città decaduta e il popolo sconsolato beneficerà di una consolazione inaudita. Il linguaggio è aulico e solenne, come nelle grandi occasioni. La gioia della festa è giustificata dalla promessa delle stesse parole di Dio: in Gerusalemme sarete consolati. Chissà mai cosa aspettava Gerusalemme o quali erano le attese di quel popolo in lutto!
La consolazione non è altro che il segno della vicinanza
di Dio, capace di 'allattare' il suo popolo con il fiume
ricco della sua Parola e della sua Grazia. Ah se attualizzassimo questa parola nel nostro tempo, così assetato di verità e di consolazione! Oggi c'è un 'lutto' - psicologico, affettivo, spirituale, culturale, politico - che sembra non permettere più alcun entusiasmo di vita, favorendo facili fughe nei mille paradisi surroganti che 'idoli moderni' hanno costruito. E non ci accorgiamo di aver bisogno di 'altre' consolazioni. Chi annuncerà tutto ciò? Operai in una messe sconfinata. Le esigenze della sequela sono tante e radicali: coraggio e libertà, primato del regno e subordinazione di tutto ad esso, slanci intensi e distaccati da sterili nostalgie. Che fine maestro di 'psicologià il Signore Gesù! Ma una cosa ci preme sottolineare: ad annunciare il Regno di Dio sono chiamati ben settandue discepoli. Il numero è tutto un programma: in Gen 10 designa la 'tavola dei popolì, mentre in Nm 11,24-30 ai settanta profeti scelti si associano anche due strani personaggi che non furono presenti all'elezione. Insomma, è un numero che ci incuriosisce perché ci dà ad intendere che rappresenta tutti. Sì, tutti collaboratori, tutti missionari, tutti evangelizzatori, tutti prioiettati a testimoniare 'in ogni città e in ogni luogo'. Che errore, in passato, aver ritenuto che gli operai fossero solo le persone consacrate - Vescovi, Sacerdoti, Diaconi e Religiosi/e - e non esserci accorti che il Maestro Gesù chiedeva a tutti un servizio apostolico 'in ogni ambiente di vità. E che errore, ancora, aver ritenuto che mille 'piazze' della vita degli uomini non dovessero essere illuminate dalla luce e dalla forza del Vangelo. Ma la verità più sconvolgente è lo stile che questa missione esige: né borsa, né bisaccia, né sandali. Il Regno va al di là delle nostre bravure o delle nostre strategie o dei nostri strumenti. Esso è vicinanza ad oltranza da parte di Dio, consolazione abbondante in un mondo in lutto, gioia indescrivibile per un popolo rattristato. Al discepolo è chiesto di 'dire' che Dio è vicino e di dirlo con il semplice gioco della propria 'accoglienza' e della propria 'condivisioné. Quanto cristianesimo 'raffreddato e distaccato' ci tocca vedere e osservare, dentro e fuori dalle nostre sacrestie! E quanta esperienza di Chiesa che, non di rado, si chiude a riccio perché carente di strumenti e di mediazioni! O, ancora peggio, quanta missionarietà segnata da metodi accattivanti ed esteticamente ridondanti ma senza un minimo slancio di passione e di entusiasmo! Condividere, fare compagnia, mangiare 'il pane degli uomini', restare nelle 'casé della gente là dove le domande fremono e i drammi aumentano, accarezzare i volti e asciugare le lacrime dei 'malati' del nostro tempo: il cuore della missione è la rivelazione del volto paterno e consolatore di Dio. E per fare ciò c'è bisogno di evangelizzatori 'convinti e convincenti', ricchi solo della sincera e povera disponibilità della propria vita. Quanta amarezza, alcuni anni fa, aver sentito giudicare alcuni evangelizzatori 'funzionari di Dio'! Un missionario folle. L'applicazione più bella del Vangelo oggi ci viene consegnata dalla figura di Paolo di Tarso - un missionario folle -. Il suo vanto era 'la croce del Signore Gesù Cristo' e il suo vestito 'le stigmate di Gesù'. Uno stile lo ha contraddistinto: essere crocifisso. Proprio come Gesù! Ciò vuol dire che Paolo ci ricorda e ci insegna la dinamica della scelta della vita cristiana. Una scelta profonda e responsabile, tale da tradursi in vita che si dona, in passione per il Vangelo, in tensione verso la conversione, in annuncio della verità di Dio. Ma chi può fare ciò se non chi, da un lato, è amato follemente da Dio - e tutti siamo amati così dal Signore - e, dall'altro, ama follemente il Signore Gesù. Ci doni il Signore di accorgerci che il Regno è Lui e che va avanti nella povertà della nostra collaborazione. Si fonda sul suo Spirito, datore di ogni dono, e si innerva nella nostra povera e fragile vita. Ciascuno di noi preghi perché la propria vita sia una vita tesa a parlare di Lui...: siamo missionari. |