|
Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme È l'esperienza quotidiana di ognuno di noi per sottrarsi in qualche modo alla vertigine del tempo, vuoi nel suo riuscire ad incapsularci in un'attualità insopportabile, vuoi nel suo risucchiarci fascinatorio in un futuro che inevitabilmente si rivelerà poi di formato ridotto nel suo realizzarsi ed in ogni caso deludente, o magari, vuoi ancora, di un tempo lungo un istante che come Faust di Goethe si vorrebbe inchiodare per l'eternità, ma che sguscia tanto più velocemente dalle mani con quanta più forza lo si stringe. Ecco spiegate allora le frenetiche accelerazioni e di converso rimandi e lentezze, ed ancor più le angoscianti panne in attesa di un filo di vento... 1. Per il Signore Gesù invece, il tempo non scorre, ma si compie, come ama dire Luca, raggiungendo la sua pienezza nella volontà eterna del Padre che vuole l'offerta della sua vita nella città dei sacrifici: Gerusalemme. È questo il cibo che lo nutre e senza il quale non può vivere ed è questo il motivo per cui allora sale decisamente a Gerusalemme contro tutto e contro tutti (è il senso della faccia indurita, come letteralmente bisognerebbe tradurre). Ovvero: "con decisione rocciosa" (C. Marucci). Tutto: è il peso delle circostanze avverse nel loro complesso, che ne allontanerebbero chiunque, e di cui il Signore è profondamente compreso. Molteplici volte infatti, profeticamente, per preparare i suoi, ne ha parlato descrivendo la somma di obbrobri e sofferenze che vi avrebbe trovato. Tutti: sono i discepoli che, secondo Marco (10,32) lo seguono, ma riluttanti, ad essi infatti stava diventando sempre più palese l'eventualità di un esito tragico della vicenda del Maestro, dopo l'inizio trionfale della predicazione galilaica; i giudei poi nel complesso delle loro fazioni che, nonostante le opposizioni reciproche, in questo troveranno accordo, nel volere la sua morte; i romani per i quali i giudei in generale e Gesù era uno di essi, risultavano nella loro religiosità causa di problemi di ogni sorta, e qui addirittura i samaritani che lo accoglierebbero anche volentieri, se però non fosse diretto verso la capitale degli odiati giudei. Insomma nessuno vuole quello che il Maestro vuole, ma lo vuole il Padre celeste e questo fa la differenza. Perciò Gesù, "decisamente", con la faccia indurita, rivolta verso Gerusalemme, sotto lo sguardo compiaciuto del Padre al cui cospetto vive nell'eternità, muove verso di essa e, particolare significativo, ci va attraverso una strada inusitata per un giudeo, ma notevolmente più corta, quella che passa per la Samaria. 2. Nel cammino l'evangelista Luca pone tre incontri con tre personaggi che nel loro anonimato definiscono universalmente le condizioni della sequela. La rinuncia ad ogni tipo di sicurezza e la vita randagia il primo, che nel suo entusiasmo rivela forse una scarsa consapevolezza di quello che comporta seguire il Maestro; il secondo invece, l'esigenza di una volontà più radicale nel distacco da quelli che hanno scelto come destino di rimanere nella morte, fossero anche i propri parenti, perché l'annuncio dell'unica speranza immortale non ammette ritardi; una volontà più decisa e risoluta il terzo, che vorrebbe sì seguirlo con un'elegante dichiarazione d'intenti, ma deviando o ritardando, sia pure per motivi plausibili, come il commiato da quelli di casa. Quanta difficoltà dunque c'è ad essere discepoli! Prima di tutto è necessario accogliere il Signore, rinunciando a tutto quello che pregiudizialmente ce lo impedisce. È il problema dei samaritani, i quali sono anche curiosi di conoscere Gesù, la fama dei prodigi del quale era certamente arrivata fino a loro, ed anche le sue difficoltà nei rapporti con le autorità giudaiche, punto questo a favore, dato l'odio primordiale che nutrivano per i giudei, ma quando poi vengono a sapere della direzione verso Gerusalemme, allora tutto cambia. Questo particolare è rivelatore della superficialità del loro interesse nei suoi confronti; c'è un bene, per loro più grande, che gli preferiscono, l'orgoglio nazionale, e questa la conosciamo, è la storia di sempre: l'altro ha valore, ma solo nella misura e nella finalità che io decido di riconoscergli. C'è poi l'esigenza della docilità, che è l'attitudine non solo a imparare, ma nel caso del discepolato cristiano, di imparare a fare, ed a fare tutto ciò di cui c'è bisogno per raggiungere il fine percorrendo tutta intera la via che si apre davanti a noi, appunto senza ripensamenti, con decisione rocciosa. Si tratta insomma di accogliere non una verità semplicemente, ma colui che, definendosi la Verità e l'unica Verità, quella che dà consistenza a tutte le altre, entrando nel tempo della storia e desiderando incrociare tutte le storie si è fatto anche Via. Cristo è il Profeta escatologico che non solo apre ai nostri passi una via nel mare della vita, ma che si pone davanti a noi per attirarci, trascinarci se ce ne fosse bisogno, ed accanto a noi per sostenerci, dal momento che siamo fragili, deboli, e per lo più irresoluti nel nostro volere. La difficoltà del discepolato cristiano, dunque, è la sequela. Sequela significa concretamente lasciare tutto per seguire Lui la Verità non fatta libro, teoria, scuola, anche se ci saranno libri, teorie e scuole, ma fatta Carne, che una volta accolta ha come scopo di fare la verità in noi, la verità dei motivi che, più o meno consci, di fatto vanno a sovrapporsi a quelli autentici del Regno, nel cammino di un nuovo esodo il cui obiettivo è la purificazione dell'amore prima di e per entrare nella terra promessa. 3. "Signore, dove abiti?", avevano chiesto all'Agnello che passava, poco convinti, Giovanni ed Andrea, tanto forte era il legame col loro maestro Giovanni Battista. Ma tant'è, incuriositi dal personaggio che riscuoteva tanta venerazione presso il loro maestro, avevano accolto l'invito e l'avevano seguito per la via concreta che s'era aperta davanti ai loro passi. Quel giorno, all'ora decima, fecero esperienza della Vita diventando suoi ospiti; La Vita diventò la loro vita nel tempo. Ora il cammino continua verso Gerusalemme, motivato da una logica incomprensibile e da uno spirito di pace che non ha riscontri nella storia d'Israele, ora debbono continuare a seguire il Maestro, fidandosi di Lui e affidandosi a lui. Seguiamo anche noi il Signore; noi che ne abbiamo conosciuto il mistero di gloria, noi che lo abbiamo accolto, dal momento che siamo qui attorno a questo altare nella sosta che ci rinfranca nel cammino verso la patria. È questo il senso dell'incontro nella liturgia eucaristica, cui partecipiamo nel giorno ottavo, il primo dopo il settimo, giorno eterno su cui non tramonterà mai il sole, perché è Lui il Sole di giustizia. Qui lo incontriamo il Signore, e dopo aver accolto nella sua parola l'invito, godiamo della sua amicizia! Tra poco per "fare la Comunione" con Lui, ci incammineremo simbolicamente, con un gesto che ci verrà chiesto di confermare di certo nei giorni che verranno, nel passo segreto dell'anima verso il venerdì santo delle prove che ci aspettano. Da Lui ristorati e rifocillati, riprenderemo il cammino, lo sguardo più profondo ed il passo più spedito. Il pane della domenica |
|
La strada a piedi era lunga e faticosa e Gesù aveva previsto delle soste ristoratrici lungo il percorso; il perimetro di un villaggio sarebbe stato garanzia di tranquillità per la notte e dopo cena Gesù avrebbe approfittato dell'occasione per annunciare il Regno di Dio ai residenti; inoltre non si sarebbe di certo sottratto alle loro richieste di aiuto materiale e spirituale. Nel corso di quell'ultimo viaggio verso Gerusalemme però non sempre le cose andarono come auspicato. Si stavano diffondendo voci contrastanti su Gesù e sulla sua nuova comunità di discepoli: alcuni lo esaltavano, altri sobillati da scribi e farisei suoi nemici lo denigravano e questo non favoriva certo la buona accoglienza. In particolare i problemi furono con i Samaritani. La via più breve da nord verso Gerusalemme passava attraverso il loro territorio e almeno una volta i messaggeri mandati avanti a sondare la disponibilità di un centro abitato samaritano dovettero riferire dell'ingiunzione ricevuta di andarsene via. Davanti al rifiuto le reazioni dei fratelli Giacomo e Giovanni al principio furono poco remissive. Forse fu in quell'occasione che i due pescatori di Galilea si meritarono da Gesù il soprannome di "Boanérghes, cioè figli del tuono". Il rimprovero di Gesù riporta la calma in tutto il gruppo e la consapevolezza della propria missione. Gli apostoli con a capo Gesù non erano in cammino per caso. "Stavano infatti compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo" e per celebrare la sua ultima Pasqua, Gesù si era diretto decisamente verso la città santa. Gesù sapeva bene quale sarebbe stato il suo destino; l'opposizione ad accoglierlo da parte del villaggio dei Samaritani era solo un segnale dell'ostilità che Egli avrebbe dovuto presto sopportare ad opera dei capi del popolo e dei sommi sacerdoti ebrei. Ma Gesù sapeva anche che al di sopra delle trame degli uomini c'è Dio Padre che guida le vicende della storia. Mandandolo nel mondo il Padre gli aveva affidato un'opera da compiere, ed ora Lui Gesù era deciso più che mai a portarla a termine. In quanto Figlio dell'uomo Gesù non poteva non essere dolorosamente colpito dal diniego dei suoi compatrioti. Egli tuttavia non si arrende e non smette di associare a sé operai per l'edificazione del Regno di Dio. Nella sua predicazione itinerante Gesù faceva appello alla libertà di scelta dei suoi ascoltatori, esortandoli a decidersi per Dio ed accogliere in lui il Salvatore. Attorno a Gesù un po' alla volta si forma una comunità, primo nucleo di quella che dopo la sua morte sarebbe diventata la Chiesa universale. È Gesù stesso che prende l'iniziativa. Egli infatti conosce il cuore di quelli che incontra meglio di chiunque altro e non ha bisogno di prendere consiglio su questo e su quello perché sa ciò che passa dentro all'anima di ogni persona. Il mondo è grande e venendo nel mondo Egli aveva scelto di condividere i limiti dell'esistenza terrena, compresa la sua durata a scadenza. Perciò c'era bisogno di qualcuno che continuasse la sua opera di Maestro e la estendesse fino agli ultimi confini abitati. Il Salvatore e il Signore però rimane sempre Gesù. Ecco perché è Lui stesso a designare i suoi primi aiutanti: i dodici apostoli e a cui si aggiungono poi i settantadue discepoli. La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli: essa è stata e rimane costruita sul "fondamento degli Apostoli" testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso.
Con l'aiuto dello Spirito che abita in essa, la Chiesa
custodisce e trasmette, l'insegnamento, il buon
deposito, le sane parole udite dagli Apostoli. San Clemente romano, quarto vescovo di Roma dopo Pietro, Lino e Anacleto, intorno agli anni 90 del primo secolo scrive ai cristiani di Corinto e dice: "[gli Apostoli], perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l'incarico di completare e consolidare l'opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio. Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero". Non ci può essere Chiesa, cioè comunità cristiana viva, se non dove si mantiene l'unità con il Vescovo, garante della successione apostolica. Nella preghiera eucaristica si chiede a Dio Padre di rendere la Chiesa, diffusa su tutta la terra, perfetta nell'amore in unione con il Papa, e con il Vescovo del luogo. C'è un rito particolare che il sacerdote fa prima della comunione quando spezza l'ostia e ne lascia cadere un frammento nel calice: è l'ultimo ricordo di quando il vescovo spezzava ed affidava ai presbiteri o ai diaconi una parte di pane consacrato che veniva portato nelle comunità lontane dove non era assicurata la celebrazione eucaristica. Veniamo ai nostri giorni. Forse con un po' di esagerazione uno scrittore moderno ha detto: "Oggi gli apostoli sono rari, sono tutti padreterni." Invece abbiamo bisogno di apostoli. San Luigi Orione invece sosteneva: "Chi non è apostolo, è apostata.", ossia nella Chiesa apostolica, possiamo essere tutti apostoli, anzi dobbiamo esserlo. Esiste infatti anche un apostolato dei laici. Il Concilio Vaticano II a questo tema ha dedicato uno dei suoi dodici documenti: il Decreto sull'apostolato dei laici dove si afferma: "Si chiama apostolato tutta l'attività dei fedeli ordinata alla diffusione del regno di Cristo su tutta la terra". Ne deriva che "la vocazione cristiana è per sua natura anche vocazione all'apostolato". "L'apostolato dei laici non può mai venir meno nella Chiesa." San Pietro a nome degli altri apostoli, dopo essere stato arrestato e aver ricevuto l'ordine di non parlare più nel nome di Gesù risponde: "Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato." Anche noi se viviamo bene la Messa non possiamo non essere apostoli, cioè testimoni di Gesù nella vita di tutti i giorni e in tutti gli ambienti in cui ci troviamo. Allora amiamo la Chiesa, i suoi pastori, in particolare il nuovo Vescovo, preghiamo per lui, e amiamo, viviamo nella carità dentro la Chiesa e con la Chiesa. don Daniele Muraro |
|
Nell'aprile scorso è uscito il libro di Benedetto XVI "Gesù di Nazaret". Ho pensato di commentare alcuni dei prossimi vangeli domenicali tenendo conto delle riflessioni del papa. Anzitutto, qualche cenno sul contenuto e sullo scopo del libro. Esso si occupa di Gesù nel periodo che va dal battesimo nel fiume Giordano fino al momento della trasfigurazione, cioè dall'inizio del suo ministero pubblico fino verso il suo epilogo. Un successivo volume, se Dio, confida il papa, gli darà forze e tempo sufficienti per scriverlo, si occuperà dei racconti della morte e risurrezione, come pure dei racconti dell'infanzia, rimasti fuori da questo primo volume. Il libro presuppone l'esegesi storico-critica e si serve dei suoi risultati, ma vuole andare oltre questo metodo, mirando a un'interpretazione propriamente teologica, cioè globale, non settoriale, che prende sul serio la testimonianza dei vangeli e delle Scritture, come libri ispirati da Dio. Lo scopo del libro è mostrare che la figura di Gesù che si raggiunge per tale via "è molto più logica e, dal punto di vista storico, anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni. Io ritengo – aggiunge il papa – che proprio questo Gesù - quello dei Vangeli – sia una figura storicamente sensata e convincente". È molto significativo che la scelta del papa di attenersi al Gesù dei Vangeli trovi una conferma negli orientamenti più recenti e autorevoli della stessa critica storica, come nell'opera monumentale dello scozzese James Dunn (Christianity in the Making, trad. ital. Gli albori del cristianesimo), secondo cui "i vangeli sinottici attestano un modello e una tecnica di trasmissione orale che hanno garantito una stabilità e una continuità nella tradizione di Gesù maggiori di quelle che si sono sin qui generalmente immaginate". Ma veniamo al brano evangelico della XIII Domenica del Tempo Ordinario. Esso riferisce tre incontri di Cristo nel corso dello stesso viaggio. Concentriamoci su uno di questi incontri. "A un altro [Gesù] disse: Seguimi. E costui rispose: Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre. Gesù replicò: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia il regno di Dio". Il papa, nel suo libro, commenta il tema qui sottinteso dei rapporti di parentela in dialogo con il rabbino ebreo americano Jacob Neusner. Neusner ha scritto un libro (A Rabbi Talks with Jesus; trad. ital. Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù) in cui immagina di essere uno degli ascoltatori presenti quando Gesù parlava alle folle e spiega perché, nonostante la sua grande ammirazione per il Rabbi di Nazareth, non avrebbe potuto farsi suo discepolo. Uno dei motivi è proprio la posizione di Gesù nei confronti dei vincoli familiari. In più occasioni, afferma il rabbino, egli sembra invitare a trasgredire il IV comandamento che dice di onorare il padre e la madre. Chiede, come abbiamo sentito, di rinunciare ad andare a seppellire il proprio padre e altrove dice che chi ama il padre e la madre più di lui non è degno di lui. A queste obiezioni si risponde di solito richiamando altre parole di Gesù che affermano con forza la permanente validità dei vincoli familiari: l'indissolubilità del matrimonio, il dovere di assistere il padre e la madre. Il papa, però, nel suo libro da una risposta più profonda e illuminante a questa obiezione che non è solo del rabbino Neusner, ma anche di tanti lettori cristiani del vangelo. Egli parte da una parola di Gesù. A chi gli annunciava la visita dei suoi parenti, egli rispose un giorno: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?... Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre" (Mt 12, 49-50). Gesù non abolisce con ciò la famiglia naturale, rivela però una nuova famiglia in cui Dio è padre e gli uomini e le donne sono tutti fratelli e sorelle, grazie alla comune fede in lui, il Cristo. Aveva diritto di fare ciò?, si chiede il rabbino Neusner. Questa famiglia spirituale esisteva già: era il popolo d'Israele unito dall'osservanza della Torah, cioè della Legge mosaica. Solo per studiare la Torah era permesso a un figlio di lasciare la casa paterna. Ma Gesù non dice: "Chi ama il padre o la madre più della Torah, non è degno della Torah". Dice: "Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me". Pone se stesso al posto della Torah e questo può farlo solo uno che è superiore alla Torah e superiore a Mosè che l'ha promulgata. Il rabbino ebreo ha ragione, secondo Benedetto XVI, di concludere: "Solo Dio può esigere da me quanto Gesù richiede". La discussione su Gesù e i vincoli di parentela (come quella su Gesù e l'osservanza del Sabato) ci riporta così, fa notare il papa, al vero nocciolo della questione che è di sapere chi è Gesù. Se un cristiano non crede che Gesù agisce con l'autorità stessa di Dio e che è egli stesso Dio, allora c'è più coerenza nella posizione del rabbino ebreo che rifiuta di seguirlo che nella sua. Non si può accettare l'insegnamento di Gesù, se non si accetta anche la sua persona. Tiriamo qualche insegnamento pratico dalla discussione. La "famiglia di Dio" che è la Chiesa, non solo non è contro la famiglia naturale, ma ne è la garanzia e la promotrice. Lo vediamo oggi. È un peccato che alcune divergenze di opinioni in seno alla società attuale su questioni legate al matrimonio e alla famiglia impediscano a tanti di riconoscere l'opera provvidenziale della Chiesa a favore della famiglia ed essa sia lasciata spesso sola in questa battaglia decisiva per il futuro dell'umanità. padre Raniero Cantalamessa |
|
Tre mini-storie di incontri con Gesù costituiscono il centro del passo evangelico odierno, tre casi di uomini che in vario modo si rapportano con lui, tre atteggiamenti in cui si possono leggere situazioni senza età. Senza età, nel doppio significato che si verificano ad ogni generazione e in ogni stagione della vita. Primo caso. "Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: "Ti seguirò dovunque tu vada". E Gesù gli rispose: ‘Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo'". Càpita; qualche frase che colpisce, un incontro illuminante, ed ecco accendersi l'entusiasmo, lo slancio del cuore: ti seguirò dovunque, sempre. Ma la risposta di Gesù mette in guardia dalle decisioni repentine; il cuore deve essere sempre accompagnato da occhi bene aperti, dalla riflessione, dalla consapevolezza. Seguire Gesù non è una passeggiata; in particolare egli avverte: se vieni con me, non aspettarti una vita facile e comoda, e men che meno onori o ricchezze. Due domeniche fa', ordinando un gruppo di nuovi preti, il papa ha ricordato loro che preti non si diventa per farsi una posizione nel mondo, per acquisire potere o altri vantaggi terreni; ma altrettanto direbbe a qualunque cristiano pensasse di professare la fede per trarne profitto. Vale sempre, e per tutti, l'antico motto "Servire la Chiesa e non servirsene"; si è cristiani per servire il prossimo, non per approfittare di lui; si è cristiani perché è cosa buona e giusta, non perché conviene. Il secondo e il terzo caso sono tra loro simili. All'invito di Gesù, uno risponde: "Permettimi prima di andare a seppellire mio padre" e un altro: "Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia". Le risposte ad entrambi, pur tenendo conto che sono formulate nel paradossale e colorito linguaggio orientale, a prima vista sconcertano: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio"; "Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio". La durezza di queste parole, tuttavia, si attenua assai se si considera che i due cui sono rivolte non chiedono solo un'ora o un giorno per dare corso agli affetti domestici. Andare a seppellire il padre, in quel momento magari ancor vivo e vegeto, significava prendersi tutto il tempo occorrente ad assisterlo sino a quando avesse chiuso gli occhi; congedarsi da quelli di casa significava prima sistemare gli affari, risolvere questioni in sospeso, provvedere al futuro dei familiari. Insomma, dilazionare la decisione, dando la precedenza a pur rispettabili questioni terrene, mentre le risposte di Gesù non intendono certo annullare i legittimi affetti: vogliono anzitutto affermare il primato di Dio. Niente e nessuno è più importante di lui; "chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me" ha detto un'altra volta. Egli stesso, del resto, ne ha dato l'esempio. Il brano odierno si apre con un'annotazione che fa riflettere. Il vangelo secondo Luca ordina la vita pubblica di Gesù, raccontando dapprima quanto ha fatto in Galilea, da dove poi ha dato inizio al viaggio che si sarebbe concluso a Gerusalemme, con la sua morte e risurrezione. Egli sapeva bene (l'aveva preannunciato più volte) a che cosa sarebbe andato incontro; avrebbe potuto sottrarvisi; e invece, ecco l'annotazione accennata: "Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme". Prese la ferma decisione: per questo era venuto, questo era il piano di Dio per salvare l'umanità. Prese la ferma decisione: Dio prima di tutto, Dio prima di ogni calcolo di personale convenienza. mons. Roberto Brunelli |
|
Tre mini-storie di incontri con Gesù costituiscono il centro del passo evangelico odierno, tre casi di uomini che in vario modo si rapportano con lui, tre atteggiamenti in cui si possono leggere situazioni senza età. Senza età, nel doppio significato che si verificano ad ogni generazione e in ogni stagione della vita. Primo caso. "Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: ‘Ti seguirò dovunque tu vada'. E Gesù gli rispose: ‘Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo'". Càpita; qualche frase che colpisce, un incontro illuminante, ed ecco accendersi l'entusiasmo, lo slancio del cuore: ti seguirò dovunque, sempre. Ma la risposta di Gesù mette in guardia dalle decisioni repentine; il cuore deve essere sempre accompagnato da occhi bene aperti, dalla riflessione, dalla consapevolezza. Seguire Gesù non è una passeggiata; in particolare egli avverte: se vieni con me, non aspettarti una vita facile e comoda, e men che meno onori o ricchezze. Due domeniche fa', ordinando un gruppo di nuovi preti, il papa ha ricordato loro che preti non si diventa per farsi una posizione nel mondo, per acquisire potere o altri vantaggi terreni; ma altrettanto direbbe a qualunque cristiano pensasse di professare la fede per trarne profitto. Vale sempre, e per tutti, l'antico motto "Servire la Chiesa e non servirsene"; si è cristiani per servire il prossimo, non per approfittare di lui; si è cristiani perché è cosa buona e giusta, non perché conviene. Il secondo e il terzo caso sono tra loro simili. All'invito di Gesù, uno risponde: "Permettimi prima di andare a seppellire mio padre" e un altro: "Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia". Le risposte ad entrambi, pur tenendo conto che sono formulate nel paradossale e colorito linguaggio orientale, a prima vista sconcertano: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio"; "Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio". La durezza di queste parole, tuttavia, si attenua assai se si considera che i due cui sono rivolte non chiedono solo un'ora o un giorno per dare corso agli affetti domestici. Andare a seppellire il padre, in quel momento magari ancor vivo e vegeto, significava prendersi tutto il tempo occorrente ad assisterlo sino a quando avesse chiuso gli occhi; congedarsi da quelli di casa significava prima sistemare gli affari, risolvere questioni in sospeso, provvedere al futuro dei familiari. Insomma, dilazionare la decisione, dando la precedenza a pur rispettabili questioni terrene, mentre le risposte di Gesù non intendono certo annullare i legittimi affetti: vogliono anzitutto affermare il primato di Dio. Niente e nessuno è più importante di lui; "chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me" ha detto un'altra volta. Egli stesso, del resto, ne ha dato l'esempio. Il brano odierno si apre con un'annotazione che fa riflettere. Il vangelo secondo Luca ordina la vita pubblica di Gesù, raccontando dapprima quanto ha fatto in Galilea, da dove poi ha dato inizio al viaggio che si sarebbe concluso a Gerusalemme, con la sua morte e risurrezione. Egli sapeva bene (l'aveva preannunciato più volte) a che cosa sarebbe andato incontro; avrebbe potuto sottrarvisi; e invece, ecco l'annotazione accennata: "Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme". Prese la ferma decisione: per questo era venuto, questo era il piano di Dio per salvare l'umanità. Prese la ferma decisione: Dio prima di tutto, Dio prima di ogni calcolo di personale convenienza. mons. Roberto Brunelli |
|
Diventare discepoli del Dio di Gesù è un impegno che dura tutta la vita, che richiede molta energia e molta verità con noi stessi. La posta in gioco è alta: il senso stesso della vita, scoprire la ragione del nostro esistere e il disegno nascosto dietro gli eventi della Storia. Gesù non è un Rabbì bramoso di discepoli, né abbassa il tiro per raccogliere la folla, né cede a compromessi per suscitare consensi: diversamente dai guru di ieri e di oggi non desidera essere famoso, né di avere folle plaudenti. Egli vuole solo annunciare il Regno, mostrare lo splendido e inatteso volto del Padre. Contrariamente a quanto avveniva con i rabbini del suo tempo, Gesù non si fa scegliere, ma sceglie i discepoli e pone loro condizioni tutt'altro che scontate... Un Maestro risoluto Le condizioni per diventare discepoli di Gesù sono motivate dal livello della sfida: egli vuole discepoli disposti a mettersi in gioco totalmente, non soltanto nel momento mistico della vita. La pagina di oggi è introdotta dal fatto che Gesù "risolutamente" s'incammina verso Gerusalemme, luogo dove l'annuncio del Vangelo verrà messo alla prova. Gesù indurisce il volto, assume pienamente la sfida: si incammina senza indugio verso la città che uccide i profeti, che massacra ogni opinione, che annienta ogni novità creduta pericolosa. Gesù è disposto a morire per raccontare il vero volto di Dio. Dai suoi discepoli pretende la stessa convinzione. Attenti ai mistici Una convinzione che non può mai diventare violenza, anche solo verbale, anche per una buona causa. La sconfortante figuraccia di Giovanni il mistico ammonisce i fratelli che, nel percorso di fede, hanno avuto la gioia di sperimentare la dolcezza della preghiera e della meditazione, del silenzio e della contemplazione, raggiungendo vette spirituali non abituali. L'avere ricevuto enormi grazie non ci mette al riparo da clamorosi errori, tanto peggiori quanto motivati da presunte rivelazioni interiori. Il discepolo è un amante della pace, un pacifista pacificato, uno che sa che la scelta del Vangelo è – appunto – una scelta, uno che sa valutare il fallimento del proprio annuncio nella paziente logica del Vangelo. Non basta una bella esperienza di fede per avere un cuore convertito, né un'intensa vita di preghiera per non cadere nel rischio di fanatismo e di intolleranza. Quante volte misuriamo la nostra pastorale dai risultati, convinti - in teoria – che ciò che a noi è chiesto è solo di seminare, depressi, in realtà, se non vediamo dei frutti. Animo, confratelli, se il vostro sforzo non è apprezzato e capito. Coraggio, educatori e catechisti, se il vostro servizio umile e fedele non è valorizzato. La logica del Regno ci fa credere che Dio solo suscita la fede. Il discepolo dimora nella pace, perché sa che è il Maestro che annuncia e conosce, e noi a corrergli dietro... Altri errori Il discepolo che segue colui che non ha dove posare il capo, non cerca Dio per placare la propria insicurezza. Tanti, troppi cristiani, hanno un rapporto con Dio intimista e rassicurante, si rivolgono a Dio per avere certezze, fanno della propria fede una cuccia, un nido, sono spaventati dal "mondo", che vedono sempre come un luogo pieno di pericoli, non escono dalla propria parrocchia, dal proprio movimento, perché intimoriti da una logica anti-evangelica che non riescono ad accogliere con serenità e criticità. Il Maestro Gesù, invece, non ha dove posare il capo, non ha un comodo nido in cui nascondere i propri discepoli. Il discepolo che segue il Signore della vita, colui che è più di ogni affetto, più di ogni relazione, più di ogni emozione, chiede di ridimensionare anche i rapporti famigliari, nella logica del Vangelo, sapendo che anche l'amore più assoluto, più intenso è sempre e solo penultimo rispetto alla totalità assoluta di Dio. Perciò il discepolo di Gesù abbandona i sentimenti mortiferi, le relazioni all'apparenza splendide ma che, a volte, nascondono ambiguità e schiavitù. Il discepolo vive l'amore, ogni amore, i rapporti, ogni rapporto, come un riflesso adulto e maturo dell'amore che Dio riversa nel proprio cuore, sapendo che anche i rapporti famigliari rischiano di diventare mortiferi, se cadono nella trappola del ruolo senza nutrirsi dell'autenticità e del rispetto. Non basta avere generato un bambino per essere padre, non basta allattare un neonato per essere madre. Gesù sa che i rapporti di discepolato, talora, sono più intensi e veri degli stanchi rapporti famigliari. E ci invita a lasciare i morti seppellire i morti e a giocare la nostra vita nella totalità del dono di sé. Il discepolo che segue Gesù, sempre proteso al futuro, non resta inchiodato al proprio passato, non resta tassellato alle proprie abitudini, non si nasconde dietro il "si è sempre fatto così", guarda avanti, punta la fine del campo, è più attento a tenere in profondità l'aratro, che a verificare ciò che ha fatto, voltandosi indietro. Troppe volte le nostre comunità sono più preoccupate a conservare, che a far vivere il Vangelo. Troppe volte la logica soggiacente alle nostre scelte di Chiesa è quella della tutela di un privilegio, del mantenimento disperato di uno status quo che, però ci allontana dal Maestro. Urca Inquietante, vero? Ogni volta che leggo questo Vangelo non so se abbandonare il cattolicesimo... E mi interrogo, mi chiedo se – sul serio, per davvero – io voglio vivere con questo Maestro. Ma Gesù non ci dice queste cose per scoraggiarci, tutt'altro. Vuole verità, autenticità, persone disposte a mettersi a nudo di fronte all'assoluto di Dio. È così esigente perché vuole uomini e donne autentici, non animali impauriti da sacrestia o evangelizzatori fanatici. Uomini e donne riempiti dalla gioia della ricerca, dal fascino del Rabbì, che mettono le proprie energie a servizio del Regno. Lo seguiremo? |
|
Il Vangelo ci presenta Gesù che si dirige "decisamente verso Gerusalemme" (letteralmente, "indurì il suo volto verso Gerusalemme"). E' una decisione ferma ed irremovibile nonostante che Gesù sapesse quel che lo attendeva. Del resto già i profeti avevano detto: "E' necessario che io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori da Gerusalemme" (Lc. 13,33). Gesù, da questo momento, inizia il suo pellegrinaggio verso Gerusalemme. E' un viaggio emblematico: tutti, infatti, siamo pellegrini verso Gerusalemme, la città della pace. Il Vangelo parla della Gerusalemme terrena (e quanto sarebbe importante che i responsabili politici si incamminassero "decisamente" verso questo traguardo! Se ogni città ha diritto alla pace; quanto più Gerusalemme che l'ha scritta nel suo stesso nome!). In verità, il traguardo è verso la Gerusalemme del cielo, verso la pienezza del regno di Dio. In questo viaggio di Gesù, noi saremo portati con lui. Il Vangelo che ci verrà annunciato di domenica in domenica, possiamo paragonarlo al mantello che il profeta Elia gettò sulle spalle di Eliseo, come ascoltiamo dalla prima lettura della liturgia. Elia incontra Eliseo, mentre sta arando alla guida di dodici paia di buoi; passandogli accanto, il profeta gli getta sulle spalle il suo mantello. Eliseo, nota la Scrittura, "lasciò i buoi e corse dietro a Elia". Non voleva perdere il legame con il profeta. Ma Elia scomparve, e gli rimase il mantello. Ogni domenica il Vangelo sarà per noi come questo mantello, gettatoci sulle spalle, perché possiamo correre dietro a Gesù. E non sarà un giogo pesante che schiaccia. Al contrario, ci è dato per la nostra libertà. L'apostolo Paolo, nella Lettera ai Galati lo scrive: "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi, infatti, siete stati chiamati a libertà". E la libertà è, appunto, seguire Gesù in questo viaggio. I due episodi ricordati nel Vangelo lo esplicitano bene. Il primo è ambientato in un villaggio di samaritani, la comunità ostile agli ebrei. Quando due discepoli vanno a chiedere a quegli abitanti di ospitare Gesù, si trovano davanti a un netto rifiuto. La reazione è altrettanto implacabile: "Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Ma Gesù si rivoltò e li rimproverò". Anche noi probabilmente avremmo reagito come quei discepoli. Gesù, non è d'accordo. Il Vangelo è estraneo al modo di reagire del mondo; e lo sarà sempre. Guai se dovessimo applicare la nota legge: "occhio per occhio e dente per dente". Saremmo tutti ciechi e sdentati. Seguire il Vangelo vuol dire accogliere Gesù e il suo spirito nella nostra vita, metterci dietro di lui senza riserve. La parola "seguimi" fa da raccordo tra i vari quadretti evangelici. Analogamente dovrebbe legare i nostri giorni al Signore. Seguire Gesù comporta non pochi tagli e distacchi. Ci viene spiegato attraverso i paradossi del funerale del padre e del saluto alla famiglia, vietati al discepolo. Gesù non vuole impedire atti di pietà e di umanità. Vuole affermare con chiarezza il primato assoluto del Vangelo sulla nostra vita. E non è una pretesa del più forte. Egli sa bene che non c'è libertà al di fuori di lui: o liberi con lui, o schiavi dei tanti padroni di questo mondo. Non c'è alternativa. Gesù ci vuole liberi. Di qui la ragione ultima della affermazione finale: "Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno dei cieli". mons. Vincenzo Paglia |
|
Come vedi dal titolo, oggi Gesù ti propone un check-up, un test, per verificare il modo con cui lo stai seguendo. Come quando si programma un lungo viaggio in auto occorre un controllo di freni, olio, gomme, acqua del radiatore, luci... così gesù ti invita a fermarti e fare un check-up completo al tuo cuore. Verifica qui se le tre caratteristiche del discepolo sono anche le tue: per seguire gesù la prima caratteristica è essere come lui: sradicato dai comodi e dalle sicurezze materiali, per essere sempre disponibile alla volontà di dio, in perfetta libertà. Quando il cuore è pieno d'amore, la condivisione con i fratelli che hanno meno riempie di gioia. "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". La tana e il nido indicano le comodità, il rifugiarsi, il cercare una vita tranquilla senza problemi, l'amore al divano... Nessun animale fa entrare "ospiti" o estranei nel proprio nido o nella propria tana. Gesù ci invita a fare della nostra vita, della nostra casa, non un rifugio ma uno spazio accogliente per gli altri. E' l'esperienza di Roberto. Roberto è un muratore brasiliano che con il suo magro stipendio riesce a stento a pagare l'affitto di una povera casa. Ci siamo commossi, quando lui e la moglie si sono offerti di ospitare Jakson, un ragazzo di 14 anni, che desiderava lasciare la vita della strada, ma non trovava nessuno che lo accogliesse. "Dormirà nella stanza con nostro figlio e noi ci sistemeremo nel divano dell'ingresso, vero Lucia?" La moglie annuisce con un sorriso. Poi, accorgendosi che il nostro sguardo ha colto che manca la porta del bagno, spiega: "Abbiamo dato la porta ad una famiglia che sta costruendo la sua baracca di legno, ma non aveva la porta di entrata. Noi possiamo risolvere con una tenda. Condividere il poco che abbiamo ci rende felici." La seconda caratteristica di chi vuole seguire gesù è essere pronti a rispondere alle sue richieste. "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annuncia il Regno di Dio". Questa è la risposta che Gesù dà a un uomo che, pronto a rispondere alla chiamata, chiede che PRIMA gli sia concesso di andare a seppellire il padre, di compiere cioè un dovere sacrosanto per un figlio. La risposta di Gesù sembrerebbe quasi crudele, in aperto contrasto con quanto egli stesso ha insegnato sui doveri filiali... Ma Gesù non è disumano.... Il suo linguaggio paradossale vuole sottolineare la necessità per chi voglia seguirlo di essere distaccato in modo radicale non solo dalle cose materiali, ma perfino dai doveri più sacri, per rispondere con immediatezza a ciò che ci chiede. Egli conosce molto bene l'animo umano. Sa che facilmente ci lasciamo prendere dai nostri impegni. Quante volte non riusciamo a trovare tempo per Dio, per lavorare per il suo Regno, perché siamo persone "troppo occupate"... Marilda ha saputo riporre tutta la sua fiducia in Gesù e seguirlo con coraggio. Così ci scrive di lei una missionaria: Ho conosciuto Marilda quando aveva 21 anni. Nata e cresciuta in una delle più povere favelas brasiliane, grazie alla sua intelligenza, al suo desiderio di uscire dalla miseria e all'aiuto economico di una Fondazione, era riuscita a studiare fino al diploma di ragioniera. Le sue capacità intellettuali e la sua grinta le avevano permesso di trovare subito un lavoro ben pagato presso una grande industria. Sebbene così giovane, aveva uno stipendio 10 volte superiore a quello del papà, che era un semplice manovale. Conosciuti i missionari, Marilda decise di lasciare il lavoro, che pure le permetteva di aiutare la famiglia, per dedicarsi completamente ad aiutare i poveri. La settimana prima di lasciare il lavoro, suo padre viene colpito da un ictus al cervello, che gli paralizza metà corpo e lo costringe a lasciare il lavoro. Molti pensano che Marilda rinuncerà alla sua chiamata o che per lo meno rimanderà la realizzazione della sua vocazione... Lei, però, non tentenna. Incoraggiata anche dal padre, che è un uomo di fede, affida la sua famiglia al Signore, lascia il lavoro e oggi è una missionaria, che dedica tutta la sua vita ad aiutare i poveri e non solo la sua famiglia. Una terza caratteristica del discepolo è quella di dare al Signore il primo posto, non per costrizione o per un improvviso entusiasmo bensì per una libera decisione. "Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio." Gesù incontra un terzo uomo che, pur essendo disposto a seguirlo, desidera prima congedarsi dai suoi. Una richiesta legittima, direte, eppure Gesù ci sorprende con quest'altra risposta abbastanza radicale. L'immagine dell'aratro è ripresa dal mondo agricolo e dice la difficoltà di tracciare dei solchi diritti nell'impervio e sassoso terreno della Palestina, senza una grande attenzione e applicazione. Guai a voltarsi indietro, anche solo per misurare il lavoro già fatto o per riprendere semplicemente fiato! C'è il rischio di fare un solco sbagliato proprio sul più bello e perdere il merito di tanto lavoro. Il vero discepolo è colui che con cuore indiviso, libero da ogni attaccamento, si lancia, sulle orme di Gesù, nella faticosa ma realizzante strada dell'Amore, con costanza, senza ripensamenti o nostalgia per quello che è ormai dietro le spalle. Tutti siamo spesso davanti ad un bivio: di qui la volontà di Dio, il servizio di Dio, la croce che il Signore ci invita a prendere per seguirlo, di là una scelta che ci pare più logica, più facile e più felice per noi. Un missionario racconta di aver conosciuto in carcere un uomo condannato a 12 anni per furto, truffa aggravata e bancarotta fraudolenta: una vita sbagliata, perché aveva tutte le possibilità di fare bene, ma aveva perso tutto al gioco. Era sposato con un'ottima donna, ricca, dolce, che gli aveva dato due figli. La famiglia di lei l'aveva aiutato ad impiantare un'azienda e per un po' era andato bene, guadagnava perché era un uomo capace. Poi è venuta la passione del gioco e in pochi anni ha perso tutto. Una volta la bella e giovane signora confidò al missionario: "Padre, preghi per me, perché sono tentata di abbandonare mio marito. Potrei chiedere il divorzio. Ho un altro uomo che mi fa la corte. La mia famiglia mi spinge ad abbandonarlo, perché è un disgraziato e i due bambini hanno bisogno di un padre, ma io capisco che il Signore non vuole. Farei uno sbaglio. Ho sposato quest'uomo per amore; abbiamo avuto due figli. Come posso nel momento in cui soffre ed è abbandonato da tutti, lasciarlo anch'io?". Anni dopo, la signora va a trovare questo missionario con una bambina di pochi mesi in braccio e gli dice: " Padre, ringrazio Dio e ringrazio anche lei, perché, nel momento in cui ero in difficoltà, mi ha aiutata a scegliere bene. Mio marito ha avuto una riduzione della pena, è uscito, si è messo a fare il bene, abbiamo avuto questa bambina. Non cesso di ringraziare Dio che mi ha fatto scegliere la strada più difficile. Oggi sono contenta". Quando scegliamo la volontà di Dio, non ci perdiamo mai. Magari non ce ne accorgiamo subito, ma, a distanza di anni, tocchiamo con mano che la nostra vera felicità sta nel realizzare il piano di Dio per l'uomo e, cioè, quello dell'Amore. Forse anche noi che ci diciamo cristiani, ci accontentiamo di pratiche esteriori, di pii desideri....che si scontrano con la realtà del nostro quotidiano. Siamo considerati "persone per bene", perché andiamo a Messa tutte le domeniche...ma la nostra vita non ha quell'intensità di amore, di gioia, di impegno che dovrebbe avere, se davvero Cristo occupasse il primo posto nella graduatoria dei nostri valori. L'annuncio del Regno è, per il cristiano, talmente urgente, che non si può perdere nessuna frazione di tempo. Ogni attimo, infatti, può essere per noi e per gli altri il momento decisivo, dopo il quale non ce n'è un altro. Gesù esige da tutti di essere scelto come il "Valore assoluto" davanti al quale tutto il resto, quello che possediamo, quello che facciamo e anche quello che amiamo diventa secondario. La Parola di Dio oggi ci chiama ad una conversione profonda: mettere Cristo al centro della nostra vita, così come un innamorato fa con la persona dei suoi sogni. Possiamo porci alcune domande: Quanto conta Dio nella mia vita? Ho mai sperimentato, in concreto, la passione per il Signore, per il Regno di Dio? Ho mai desiderato di appartenere totalmente a Lui? Chiedo con insistenza al Signore che mi faccia innamorare di lui? Il radicalismo evangelico porta a questa conclusione: siamo tutti chiamati alla santità, cioè, a vivere di Dio, ad essere innamorati di Dio. Secondo TE, è possibile seguire Gesù così? Qualcuno può pensare: "Voi siete missionari. Ma noi, poveri giovani, esposti a mille tentazioni, con mille problemi e fastidi, è già tanto che ci manteniamo in grazia di Dio, senza aspirazioni troppo alte che non riusciremo a realizzare". Invece Gesù ci dice che Lui ha creato il nostro cuore capace di amarlo con questa radicalitá e che possiamo chiedere questa grazia! Le nostre debolezze non possono fermarci. Se Gesù ci chiede di vivere così, ci dà anche la capacità di riuscirci, pur tra cadute e difficoltà. Comunità Missionaria Villaregia (giovani) |
|
Nel libro della Genesi si racconta che la moglie di Lot, mentre fuggiva con la sua famiglia dalla distruzione di Sodoma, «guardò indietro e divenne una statua di sale» (Gn 19,26). L'episodio a noi pare curioso, e forse ci fa anche sorridere; eppure forse proprio a questo episodio pensava Gesù quando disse le parole che ascoltiamo nel Vangelo di domenica (Lc 9,51-62): «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». In verità, il gesto del volgersi indietro non riguarda solo la moglie di Lot, che appunto «guardò indietro e divenne una statua di sale»: anche noi infatti, spesso e volentieri, ci volgiamo indietro. Accade un po' come quando si va al mare senza essere capaci di nuotare, e ci si accontenta così di andare in acqua fin dove tocca: a forza però di volgersi indietro – per paura di allontanarsi troppo dalla riva – si perde il più bello, che sta al largo, e si rimane come paralizzati a pochi metri dalla spiaggia. Nella vita di ogni giorno ci capita appunto la stessa cosa. Spesso e volentieri noi ci volgiamo indietro: magari perché rimpiangiamo il passato; oppure perché non siamo capaci di portare a termine l'opera che stiamo compiendo; o ancora perché abbiamo paura di sbagliare. In ogni caso, il risultato è uguale: rimaniamo infatti paralizzati, rigidi come una statua di sale, incapaci di vivere in pienezza. Eppure non si può andare tutta la vita soltanto fin dove tocca, sempre rivolti indietro. Gesù lo sapeva bene, al punto che «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, egli si diresse decisamente verso Gerusalemme». Certo Gesù avrebbe avuto mille buoni motivi per volgersi indietro: infatti a Gerusalemme lo aspettavano i capi del popolo, che già avevano deciso di metterlo a morte. E tuttavia Gesù non si volse indietro, ma si diresse verso Gerusalemme: decisamente, a muso duro. Proprio di una simile determinazione noi avremmo bisogno: perché davvero infelice è la vita di chi rimane paralizzato dalla nostalgia o dalla paura. Per vivere in pienezza, infatti, non basta accontentarsi di quello che si è, non basta provare qualcosa, e neppure basta intraprendere una strada: è invece necessario andare avanti, stringere i denti – a muso duro – fino al compimento di tutto. Ricordiamoci della parola di Gesù: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». E ricordiamoci anche della moglie di Lot, che «guardò indietro e divenne una statua di sale». Non ci tocchi la stessa fine! don Elio Dotto |