12º DOMINGO DO TEMPO COMUM

ano C

     

 

Chi sei, Nazareno?

Chi sei, Nazareno?

Chi sei, per me?

Senza risposte automatiche, a tavolino, finte, solo io e te, guardandoci negli occhi.

Chi sei, Nazareno?

Non dieci anni fa, o quand'ero giovane ed entusiasta, chi sei per me, oggi, ora?

Tra ieri e oggi, milioni di persone si raduneranno per ascoltare la tua Parola, per celebrare, in obbedienza al tuo comando, la cena che ti rende presente nel segno del pane e del vino.

Chi sei, Nazareno?

Ciò non accade per Garibaldi, o per Napoleone.

Accade per un oscuro falegname di Nazareth, ebreo marginale, perso nei meandri della storia, la cui presenza viene ancora professata da milioni di persone diverse, eppure affascinate e rese discepole dalla testimonianza di coloro che dicono averlo incontrato.

Sondaggi

Si parla, spesso, del Nazareno e dei suoi discepoli. Appena l'attenzione cala, ecco un qualche evento che lo riporta alla ribalta: una scoperta archeologica che conferma o smentisce la versione ufficiale della vita di Gesù (ricorrono a ciclo periodico, boiate incluse), un qualche evento drammatico che ci riporta alla mente la fatica della testimonianza pagata da alcuni con la vita, qualche audace opera propagandistica sempre alla ricerca del Gesù "alterantivo", quello nascosto dalla Chiesa...

Gesù fa discutere, schierare, accende gli animi, ognuno, un poco, si sente di difenderlo, di proteggerlo, di capirlo, di interpretarlo. Credenti o non credenti, quest'uomo che paga con la vita la sua coerenza e la sua non-violenza ancora scuote e interroga.

Chi sei, davvero, Nazareno?

Un grande uomo della storia divinizzato dai propri discepoli? Un profeta sopravvalutato, un anarchico inquadrato dalla storiografia ufficiale? Nessuno potrà mai possederti in pienezza, nessuno afferrarti con verità, nessuno dare di te una visione definitiva, neppure la comunità dei tuoi discepoli, che pure ne conserva fedelmente la Parola e che, sempre, apre il cuore alla comprensione del Mistero della sua presenza per farla risuonare lungo la Storia in attesa del suo ritorno.

Sì, d'accordo, ma tu?

Eppure, alla fine, la domanda arriva, diretta, senza scantonamenti: "Lascia stare cosa ne pensa la gente. Chi sono, io per te?"

A voi la risposta, amici, senza tentennamenti o risposte da catechismo, per favore.

Cuore a cuore, nudi davanti alla nostra coscienza, disarmati dai tanti pregiudizi nei confronti della Chiesa e di Cristo, con cui il nostro tollerante mondo ci riempie la testa, chi è per me il Nazareno?

Compagno? Amico? Dio? Maestro? Nostalgia? Ricerca? Rabbia?

Pietro risponde, con forza e decisione, osando dire ciò che gli altri discepoli neppure hanno il coraggio di pensare: "Tu sei il Cristo", cioè l'atteso, l'inviato da Dio, il consacrato, il Messia atteso con passione da Israele.

Ma Pietro ancora non sa cosa lo aspetta. Gesù lo ammonisce: sì, lui è l'atteso, lo svelatore di Dio, il raccontatore del suo volto. E il volto di Dio, che Gesù conosce bene, perché lui e il Padre sono una cosa sola, è così diverso da quello che Pietro (e noi) ci saremmo aspettati.

Il Dio di Gesù

Non un Dio forte che mostra i bicipiti, non un Dio onnipotente che sbaraglia gli avversari, non un Dio vincitore da corrompere e convincere, da blandire e sedurre, no.

Un Dio schivo e amorevole, timido, quasi. Un Dio nascosto che vuole essere amato perciò che è, non per ciò che dà.

Un Dio che vale la pena di seguire, talmente bello da dimenticarsi di sé, pur di conoscerlo.

Un Dio che vale la pena di conoscere al costo di perdere ogni cosa, un Dio che è più di ogni affetto, più di ogni gioia, più della più grande cosa che possiamo possedere.

Un Dio che vale la pena di conoscere, anche a costo di perdere la faccia. Perdere la faccia per lui, svergognarsi, così come la vergogna più grande per il mondo antico era essere crocifissi, nudi, ostesi al pubblico ludibrio, la più temuta e odiata forma di umiliazione che i romani, tra gli altri, infliggevano come somma punizione. Vergogna al punto che anche le prime comunità cristiane stentavano ad usare la croce come segno di appartenenza.

Fino a che, dice Gesù, non ci saremo appassionati di Lui al punto da poter perdere la faccia, al punto da essere con-crocifissi con lui, avremo ancora uno spazio di crescita nella nostra consapevolezza della sua vera identità.

Iniziamo la nostra estate con questa domanda pungete, politicamente scorretta, da portarci in spiaggia o al lago, da lasciar crescere in noi. Chi sei per me, Nazareno?

Paolo Curtaz

 

Una domanda inquietante e stupenda

Se c'è una cosa che ci piacerebbe tanto è che tutti quelli che ci sono vicini potessero conoscerci per quello che veramente siamo, senza "mi sembra", senza "mi pare", o, peggio ancora, buttando là un giudizio che demolisce ciò che certamente siamo. Ed anche noi, quando nel silenzio siamo di fronte a noi stessi, come guardandoci nella profondità del cuore, là dove solo il Padre può dirci la verità, il più delle volte, diciamolo francamente, non sappiamo chi siamo.

La gente ci giudica per le esteriorità: perché siamo belli o brutti, ricchi o poveri, importanti o sconosciuti: ma il giudizio si ferma alla apparenza, che proprio non è il metro di giudizio.

C'è gente che si esalta quando sente qualcuno che lo apprezza per quello che ha o appare: come il ricco, il famoso; ma è una esaltazione che agli occhi di Dio, il Giusto, può cambiare, e negativamente.

Sentivo dire un giorno, al passaggio di una persona molto ricca: "Quello è un uomo felice e fortunato; ha tutto quello che si può desiderare".

In quella stessa persona, incontrandola per caso, e fissandola negli occhi, notai una immensa tristezza, come fosse il più miserabile.

"Deve essere una persona insignificante", sentii di uno che si trascinava ogni giorno verso chiesa, per assistere alla S. Messa. Aveva un'aria dimessa, come fosse l'ultimo della stupida scala dei valori del mondo.

Conoscendolo da vicino, rimasi incantato dallo sguardo, fissava l'altare, sembrava contenesse la felicità di un colloquio con Dio ed ancora più mi impressionò nel vederlo salutare e porgere il suo aiuto ad un povero. Era lo stesso sguardo che avevo visto in Chiesa. "E' un santo" mi dissi.

Quanta gente ho creduta amica e non lo era. Quanti ho incontrati che sembravano indifferenti ed erano grandi amici. Quanti vidi dall'aria dimessa ed erano santi.

Tutti abbiamo applaudito il pontificato di Giovanni XXIII per la sua umanità e dolcezza e santità e semplicemente lo chiamavano con un titolo: "Papa buono". Ho avuto la gioia di accostare il grande Paolo VI, che per tanti appariva come uomo incerto, chiuso, incapace quasi di sorridere. Mi stupì il giorno che, recandomi da lui con i bambini del Belice, per dirgli come stavamo male nelle baracche, vidi da vicino, la dolcezza, il sorriso, il suo cuore immenso. Come è difficile conoscere l'uomo: e anche conoscersi, noi, che facilmente ci facciamo ingannare dalle facili luci del palcoscenico, o ci confrontiamo con i falsi giudizi del mondo. Quando rientriamo in noi stessi, in un momento di verità, diciamocelo francamente, non sappiamo chi siamo!

Gesù un giorno volle sapere cosa pensassero di Lui coloro che Lo seguivano. Da quella risposta poteva intuire la ragione, il perché Lo seguivano, ma soprattutto la sua vera identità, così difficile, senza il dono della fede, da vedere.

"Un giorno, racconta Luca, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: "Chi sono io secondo la gente?". Essi risposero: "Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elìa, per altri uno degli antichi profeti che è risorto". Allora domandò: "Ma voi chi dite che io sia?". Pietro, prendendo la parola rispose: "Il Cristo di Dio". Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno". In un altro vangelo la risposta di Gesù a Pietro è: "Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non hai scoperto questa verità con forze umane, ma essa ti è stata rivelata dal Padre mio che è in Cielo. Per questo ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. E nemmeno la potenza della morte potrà distruggerla. Io ti darò le chiavi del Regno di Dio, tutto ciò che tu sulla terra dichiarerai proibito sarà proibito anche in cielo, tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche in cielo" (Mt. 16, 17-20).

Se è difficile "entrare nel mistero di noi stessi", che solo Dio sa svelare, occorre il dono della fede per conoscere Gesù. Ma qui conoscere vuol dire entrare nel cuore, farsi attirare da Gesù, in un abbandono totale che è come farsi scrivere a caratteri eterni, sul libro aperto del nostro cuore, chi Lui veramente è.

Quando noi incontriamo una persona e a quella persona ci leghiamo con il meraviglioso dono dell'amicizia, la prima cosa che chiediamo è quella di poterla conoscere in profondità e farci conoscere, ma fino in fondo, senza alcuna ombra; perché le ombre in questo caso sono dannose, non aiutano l'amicizia.

Conoscere una persona è gustare la felicità. E' Gesù stesso che nell'ultima cena insegna questo segreto.

"Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: morire per i propri amici. Voi siete miei amici se fate quello che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché lo schiavo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto sapere tutto quello che ho udito dal Padre" (Gv. 15,12-16).

Prima di fare questa solenne affermazione, incredibile affermazione di amicizia, Gesù aveva scelto i suoi e li aveva fatti partecipi della sua vita. Non quindi una di quelle che, impropriamente, chiamiamo amicizia, ma che sono solo una vampata di sentimenti che finiscono presto in una manata di cenere, che fa male.

Qui Gesù chiede uno stare con Lui, un farsi riempire dalla sua conoscenza. Chiede frequenza, che è nella meditazione, nella lettura della Sua Parola, nella affascinante preghiera, incredibile dialogo con Lui, vera relazione che aumenta l'amicizia. Fino a farsi riempire di Lui, che è la santità. Conoscevo un carissimo confratello, Padre Clemente Rebora, grande scrittore convertito, che passava quasi l'intera giornata in colloquio con Gesù ed ogni volta incontrava un tabernacolo, si gettava ai suoi piedi, quasi usciva da questa terra ed era difficile riportarlo alla realtà.

La domanda che Gesù fece ai suoi, la fa necessariamente oggi a tutti noi, che ci chiamiamo cristiani. E chiede una risposta chiara, da amici. Cosa diremmo di Lui. Fino a che punto è la nostra vita? Oppure è solo un titolo di appartenenza esteriore, ma che nulla ha a che fare con l'amicizia, la conoscenza?

E fa veramente male, se non scandalo, incontrare gente di Cristo, o almeno così diciamo di essere, con comportamenti che sono la negazione della amicizia. "Vi chiamo amici se osservate i miei comandamenti".

Qui è la nostra crisi. Crisi di conoscenza e quindi di vera amicizia, che non ci fa assaporare la felicità immensa che viene da questa incredibile relazione con Dio.

Vorrei pregare con voi con la preghiera di una grande amica di Gesù, Madre Teresa di Calcutta: "Signore Gesù, sei la vita che voglio vivere, il cammino che conduce al Padre, l'amore che voglio amare, la gioia che voglio condividere, la gioia che voglio seminare attorno a me.

Gesù, tu sei tutto per me: senza di te non posso fare nulla. Tu sei il pane di vita che la Chiesa mi dà. E' per te, con te, in te che posso vivere. Ti ho trovato in tanti posti, Signore ho sentito il battito del tuo cuore nella quiete perfetta dei campi, nel tabernacolo oscuro di una cattedrale vuota, nell'unità di mente e di cuore di una assemblea di persone che ti amano.

Ti ho trovato nella gioia, dove ti cerco e spesso ti trovo. Ma sempre ti trovo nella sofferenza. La sofferenza è come il rintocco della campana che chiama la sposa di Dio alla preghiera. Ti ho visto nella sublime accettazione e nell'inspiegabile gioia di coloro la cui vita è tormentata dai dolori. Ma non sono mai riuscita a trovarti nei miei piccoli mali e nei miei banali dispiaceri. Nella mia fatica ho lasciato passare utilmente il dramma della tua passione redentrice e la vitalità gioiosa della tua Pasqua è soffocata dal grigiore della mia commiserazione. Signore, io credo. Ma aiuta la mia fede".

Meravigliosa risposta alla domanda "Chi sono io per te?".

E Madre Teresa spiega questa preghiera in un racconto della sua vita. "Una volta mi capitò di prendere un uomo coperto di vermi. Mi ci vollero delle ore per lavarlo e togliergli uno ad uno tutti i vermi dalla carne.

Alla fine mi disse: "Sono vissuto come un animale, per le strade: ma ora mi sento un angelo e morendo mi fece un bel sorriso".

Quell'ineffabile sorriso che conoscono quanti sanno rispondere rettamente alla domanda di Gesù: "Io chi sono per voi?".

mons. Antonio Riboldi

 

Ma voi chi dite che io sia?

"Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui..." inizia così il breve passo del Vangelo di oggi, che segna un momento importante nella vita di fede dei discepoli i quali si troveranno, a breve, ad intraprendere col loro Maestro quel difficile cammino verso Gerusalemme, ultima tappa della vita terrena del Cristo che culminerà sul Calvario col dono estremo della sua vita sulla croce.

Come sottolinea il testo, ora Gesù è con i suoi in un luogo solitario a pregare; questo della preghiera solitaria è un contesto che accompagna abitualmente i momenti più importanti della vita del Signore, è un clima particolare nel quale, anche se l'evangelista non lo dice esplicitamente, erano sicuramente coinvolti anche i discepoli; ed è a loro che inaspettatamente si rivolge Gesù con quella domanda che fa pensare ai nostri sondaggi di opinione: "Le folle, chi dicono che io sia?".

In realtà l'interesse del Maestro non è per la sua persona, ma per la vita di fede di chi lo ascolta e, in particolare, dei discepoli: coloro che erano a lui più vicini e ai quali un giorno avrebbe consegnato la prosecuzione del suo stesso ministero perché la parola di salvezza potesse giungere sino ai confini della terra e la salvezza fosse assicurata ad ogni uomo, in ogni tempo.

"Le folle, chi dicono che io sia?"; e i discepoli gli riferiscono che per per la gente, quella gente che aveva ascoltato e conosciuto il rabbi venuto da Nazareth, che diceva parole nuove con un'autorità che gli altri maestri della legge non avevano, per queste persone, egli era qualcuno che assomigliava ai personaggi del passato, uomini eccezionali che avevano parlato da parte di Dio: profeti, come Elia o, più recentemente, Giovanni il Battista, che aveva scosso i cuori con il richiamo alla conversione e con l'annuncio dell'imminente instaurazione del regno di Dio tra gli uomini.

E' chiaro, nessuno poteva avere la capacità di cogliere la vera identità di Gesù; le folle che lo seguivano potevano solo ammirarne la sapienza, la bontà e la facoltà di compiere prodigi; ma che quell'uomo fosse il Figlio di Dio nessuno poteva ancora comprenderlo.

Ma ecco che la stessa domanda, Gesù la rivolge ai suoi: "Ma voi, chi dite che io sia?".

Quel "ma" è importante e ci dice che qualcosa è cambiato: il maestro si rivolge agli amici, a quei pescatori scelti per condividere con lui una missione: "Vi farò pescatori di uomini" aveva detto loro (Mc 1,17); uomini che lui aveva scelto, ma che, tuttavia, lo avevano liberamente seguito perché anche loro avevano fatto una scelta; e questa scelta era Gesù di Nazareth. Così, ai dodici che condividevano con lui le giornate di predicazione Gesù rivolge quella domanda inquietante: "Ma voi, chi dite che io sia?".

E' chiaro, il Maestro non era semplicemente un profeta come quei grandi del passato; ma allora quale era la sua vera identità?

Per tutti risponde Pietro: "Il Cristo di Dio" e le sue parole indicano una fede illuminata dall'Alto, come specifica Matteo (Mt 16,17); il povero pescatore di Galilea, che un giorno tradirà per paura di una serva, ora afferma con forza quale sia la vera identità del Maestro: non un rabbi come tanti, non un grande profeta che parla da parte di Dio, ma lo stesso Messia promesso, l'Unto del Signore, che sarebbe apparso tra gli uomini per la loro liberazione; e le parole di Pietro rivelano una grande verità, rivelano il mistero di Gesù di Nazareth, il figlio del falegname, che in realtà è il Figlio di Dio.

Una verità importante, sconcertante, che avrebbe cambiato il corso della Storia e avrebbe cambiato radicalmente la vita dell'uomo e delle sue scelte; ma una verità, il cui peso e la cui portata, ancora, le folle che ascoltavano non erano in grado di comprendere e di accogliere; ed ecco il comando di Gesù a non parlare a nessuno di quanto affermato da Pietro: quelle parole di verità, per il momento, non dovevano avere lcuna risonanza.

Dunque Pietro aveva riconosciuto in Gesù il Cristo, il Messia atteso per secoli da tutto Israele; ma di quale Messia parlava il discepolo? C'era forse in quelle sue parole, pur vere, la convinzione che il Messia liberatore fosse un Salvatore potente e glorioso, così come il messianismo del tempo lo immaginava e raffigurava? Ma Gesù, il Cristo di Dio, non è quel Messia e lo preciserà subito.

La vera identità del Cristo è un'altra:"Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno".

Non è una missione facile e non si parla assolutamente di gloria, ma di un percorso segnato dal rifiuto, dal dolore, dalla condanna ingiusta, e dalla morte: una morte che è dono di sè per amore, che apre le porte della vita, una morte che è morte per la resurrezione, non solo del Cristo, ma di chiunque crede in lui e sceglie di seguire lui sin sul Calvario.

Infatti poco dopo, sempre Gesù rivolgendosi alla folla dirà: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà"; e di certo le sue parole non sono esaltazione del dolore, ma rivelano il senso vero e profondo della vita, di ogni vita che cammina nel tempo, orientata alla salvezza; e non c'è salvezza fuori dal Cristo, per cui non c'è salvezza senza croce: la croce che apre la via alla resurrezione.

"Ma voi, chi dite che io sia?"; queste parole del Cristo attraversano il tempo e son giunte fino a noi; ed è a noi, suoi discepoli del terzo millennio, che egli le ripete. E la nostra risposta non può essere scontata; perché il fatto che noi siamo nati e viviamo in una cultura che ha alle spalle secoli di cristianesimo, non ci esonera da una profonda riflessione interiore, non ci esime dall'interrogarci realmente sul posto che il Redentore ha nella nostra vita e nel nostro cuore.

Dobbiamo interrogarci seriamente se il Cristo, Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e nostro Dio, è veramente l'asse attorno al quale ruota tutta la nostra vita con le sue scelte e il suo agire; infatti è facile affermare con le labbra che egli è il Cristo; ma questa affermazione, per essere vera, deve avere riscontro in uno stile di vita che sia conforme a quella del Maestro sempre, soprattutto quando il dolore, in tutte le sue forme, anche le più drammatiche, bussa alla nostra porta e la salita verso il nostro Calvario si fa ripida e faticosa; solo allora risplenderà la forza del nostro credere e la profondità del nostro amore per Lui che si è donato totalmente per noi.

Ed è per questo che, facendo nostre le parole della liturgia eucaristica di questa domenica, imploriamo Dio dicendo: "Fa' di noi, o Padre, i fedeli discepoli di quella sapienza che ha il suo maestro e la sua cattedra nel Cristo innalzato sulla croce, perché impariamo a vincere le tentazioni e le paure che sorgono da noi e dal mondo, per camminare sulla via del Calvario verso la vera vita."

suor Giuseppina Pisano o.p.

 

Anche Gesù faceva i sondaggi

Tra i caratteri distintivi del nostro tempo, forse i posteri collocheranno la moda (per non dire la mania) dei sondaggi d'opinione, che tramite i giornali la televisione e persino il telefono indagano sui più diversi aspetti della vita dei cittadini, spesso con l'intento non tanto di rilevare scelte e orientamenti, quanto piuttosto di influenzarli. Scherzando ma non troppo, si può dire che anche Gesù è ricorso ai sondaggi, almeno una volta, quando - come riferisce il vangelo di oggi - egli ha chiesto agli apostoli: "Le folle, chi dicono che io sia?" e subito dopo: "Ma voi, chi dite che io sia?"

La domanda era provocatoria, o per meglio dire pedagogica: uno spunto per rivelare qualcosa di sé e del suo rapporto con i discepoli. Le folle, intuendo la sua grandezza, pensavano fosse un riconosciuto uomo di Dio redivivo: Giovanni Battista, o il profeta Elia, o un altro dei profeti antichi. Sbagliato. Giusta invece la risposta di Pietro: "Tu sei il Cristo di Dio", cioè il Messia di cui gli antichi profeti avevano preannunciato la venuta. A sorpresa, però, pur se la risposta dell'apostolo era corretta, Gesù "ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno". Perché? Non era egli venuto per farsi conoscere, manifestare la sollecitudine di Dio per il suo popolo, invitare tutti ad affidarsi a lui?

Il silenzio era - temporaneamente - necessario, a motivo dell'opinione che la gente si era fatta sul Messia: quella di un uomo forte, capace di guidare il popolo d'Israele a liberarsi dall'oppressione dei Romani e restaurare l'antica grandezza dei tempi di Davide e Salomone. Aspettavano quello che desideravano: un redentore tutto terreno, un liberatore politico; se avessero conosciuto le reali intenzioni di Gesù, e il rifiuto culminato nella croce, nessuno l'avrebbe preso in considerazione; solo vedendolo risorto avrebbero compreso e l'avrebbero seguito. Di qui il preannuncio di quanto sarebbe accaduto: altro che sfolgoranti vittorie militari, altro che un regno tra i regni di questo mondo; sappiate, disse Gesù agli apostoli, che io devo "soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno". Di più: chi voleva stare con lui, non doveva aspettarsi un percorso diverso; "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua".

Prendere la croce, portare ogni giorno la croce: questa è la prospettiva immediata del cristiano. Quante volte ci lamentiamo dei nostri mali: infermità, incomprensioni, problemi economici e così via; e ci lamentiamo col Signore, non perché sia colpa sua, ma perché, se davvero è nostro amico, lui che può non interviene a porvi rimedio. La nostra prospettiva relativamente al Messia, al Cristo salvatore, in fondo non è tanto diversa da quella dell'antico popolo d'Israele. Dimentichiamo che Gesù non ha promesso la felicità terrena. La differenza tra chi crede e chi no non sta nell'essere o no felici adesso, ma poi, quando questa vita, in ogni caso temporanea, lascerà il posto a quella definitiva. "Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà". Queste parole, con cui si conclude il vangelo di oggi, in altri termini suonano così: chi è aggrappato alla vita terrena, pensando solo di spremerne tutte le possibili soddisfazioni, non ne avrà un'altra; chi invece si fida di me, segue me anche se costa rinunce, agli occhi del mondo può sembrare che sprechi la propria vita, ma in realtà gli conviene, perché rinuncia al meno per avere il più.

mons. Roberto Brunelli

 

A proposito di interviste: un grande più grande

Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell'uomo deve molto soffrire

È tipico del nostro tempo intervistare i grandi; di loro ci piace conoscere la vita, quello che pensano del mondo, il loro punto di vista sugli avvenimenti, in una parola, le loro opinioni, perché magari conformarci a ciò che essi pensano, dicono e fanno è "trend" ed imitarli ci fa sentire "in", come semplicemente si suol dire. Si può affermare, poi, senza timore di sbagliare, che, generalmente, questo non è un piacere solamente nostro, ma anche il loro, nonostante continuino col linguaggio esplicito a "concedere interviste" o "a concedersi"; infatti ciò li fa sentire al centro, posizione massimamente preferita ed ambita da ogni uomo.

1. Nel caso di Gesù, succede il contrario: non concede interviste, e neppure "si concede", ripetendo l'atteggiamento di Narciso, ma è piuttosto lui che interpella gli uomini, magari rispondendo alle domande con altre domande, secondo il suo stile, come appare dalle prime parole che conosciamo di Lui, quando a Gerusalemme, appena dodicenne, a Maria sua Madre che gli chiedeva il motivo della sua scomparsa, risponde con un'altra domanda.

È manifesto poi che non desideri stare al centro dell'attenzione per compiacersi, Lui che, a detta di Paolo, non cercò di piacere a se stesso (cfr. Rm. 15,3) e che una volta, stizzito per l'ennesima discussione dei discepoli su chi fosse il più grande, al centro della loro cerchia pose un bambino come muto maestro di piccolezza impotente (cfr. Lc .9,46-48). L'avversario gli aveva proposto di attirare l'attenzione dei suoi contemporanei suggerendogli, nella terza tentazione, il gesto prodigioso di gettarsi dal pinnacolo del tempio e scendere a terra, sostenuto dagli angeli, per suscitare la meraviglia dei presenti, così da manifestare teatralmente la sua provenienza celeste. Gli aveva ribattuto di non tentare Dio.

Al Signore insomma non interessa l'"audience" dei nostri tempi, finalizzata a catturare consensi per ottenere potere, piuttosto desidera stare al centro del cuore, perché noi si ritrovi il centro della nostra responsabilità al fine di decidere che sia Lui il punto focale dell'esistenza. È questo il motivo della forma interrogativa! Come fu un'interrogazione quella di Dio quando andò a cercare le sue creature in Eden: Adamo dove sei?, aveva chiesto, mentre l'uomo e la donna tentavano di sottrarsi, vergognosi, al suo sguardo, nascondendosi dietro i cespugli per un senso di colpa, così il Signore Gesù, immagine visibile del Dio invisibile, è venuto sulla terra a cercare l'uomo perduto che, ancora angosciato dalle colpe, cerca di nascondere testardamente il peccato nascondendosi dietro la ragnatela dei suoi pensieri. È per risvegliare l'uomo da quel dormiveglia che rischia di diventare l'esistenza vissuta nell'anonimo "si dice", "si fa", che è lui stesso a porre domande!

2. A Cesarea chiede che prima gli riferiscano quello che si pensa di Lui, quindi, successivamente, ciò che essi pensano: "Chi sono io secondo la gente?" Gesù sente il bisogno che i suoi prendano bene coscienza del comune sentire che pervade la mente degli esseri umani senza, purtroppo, che essi neppure se ne accorgano, tanto avviene spontaneamente. È necessario che lo conoscano perché se ne separino, dal momento che la carne e il sangue sono nell'incapacità di cogliere il suo mistero. Il "mondo non lo conosce", affermerà Giovanni; infatti non può conoscerlo, perché dominato dal peccato e preda dell'Avversario, vive nelle tenebre. Al contrario, per conoscere il Cristo è necessario essergli connaturali, divenendo figli della luce e questo è possibile, come rivela il parallelo di Matteo (16,17), solo nello Spirito dono del Padre; ed ancora Giovanni rivelerà che sarà impossibile entrare nel Regno senza rinascere dall'alto: qui conoscere è "cum-nascere" nascere insieme; e cos'altro è la fede che il Signore chiede agli apostoli di esprimere dopo averla ricevuta in dono, se non un rinascere e non da carne e da sangue, ma dallo Spirito, analogamente alla sua nascita nel grembo di Maria?

3. "Ma voi chi dite che io sia"? Cioè: "per voi, Io chi sono"?

È la domanda delle domande dunque, di quelle che gli uomini sono soliti rivolgersi prima di, ma soprattutto per, accedere a più profondi livelli di comunione, e non è un caso che, come al momento dell'elezione, anche questa volta Luca tenga a notare che l'evento è preceduto da una notte trascorsa in preghiera. Se spesso gli uomini a ridosso di scelte importanti, quando non rimandano indefinitamente, diventano nevroticamente frettolosi, il colloquio col Padre, al contrario, precede tutte le scelte decisive del Figlio dell'uomo.

Certo essi si sono fidati di Lui, ma non basta è necessario che continuamente si affidino a Lui nei differenti contesti vitali, nelle situazioni più avverse, ora soprattutto che sta rivelando il segreto difficile della sua missione di cui non dovranno vergognarsi di fronte a nessuno.

Di continuo la comunità cristiana nella storia sarà chiamata a rendere questo servizio al Signore di fronte al mondo: ridire chi è per lei Gesù, perché sempre il mondo sarà nell'ignoranza riguardo a Lui. Continuamente durante la nostra vita, nelle svolte misteriose ed agli incroci, il Signore, in agguato, come per Paolo sulla via di Damasco, nell'infinita fantasia del suo Spirito, continuerà a chiederci: "Ma tu, tu che cammini a passo svelto immerso nei tuoi pensieri o risucchiato dai tuoi progetti, tu che dichiari a parole d'essere dei miei, mugugnando magari per una messa che sta diventando troppo lunga, tu, ora, chi dici che io sia nella verità profonda del cuore, ora in questa ora del tempo che incrocia misteriosamente la mia eternità? Sì, perché solamente se sarai capace di definire a te stesso la mia identità, sia pure nel paradosso della conoscenza caliginosa della fede, ti sarà possibile definire la tua identità, perché io sono in te, col mio Essere e col mio amore, con radici più profonde di quanto tu riesca di immaginare: dall'eternità il Padre ci ha destinati l'uno all'altro. Son venuto per tutti, ma sarei venuto per te soltanto e quel che ho fatto, l'avrei fatto lo stesso per te solo, perché tu porti la mia immagine e non voglio perderti, pecorella del mio gregge! Misconoscere me perciò, dopo avermi conosciuto, sarà misconoscere te stesso perché solo il Mistero della mia persona, accettato, è in grado di illuminare l'altro mistero, quello che regna nel tuo cuore".

Il pane della domenica

 

Per trovare bisogna perdere

Questo brano segue quello di domenica scorsa della moltiplicazione dei pani. Siamo nel vangelo di Luca e gli apostoli sono alla scuola di Gesù. Un po' lo seguono, lo ascoltano e imparano; un po' fanno anche loro le prime esperienze tra la gente (9,1-6). Gesù è il maestro, ma lo scopo di Gesù è di fare degli apostoli degli altri maestri. Lo scopo di Gesù non è di fare seguaci, proseliti, fedeli dipendenti dalle sue labbra: Gesù vuole che le persone siano adulte, autonome, loro stesse dei maestri.

Gli apostoli hanno ricevuto un apprendistato di circa tre anni. C'è un periodo nella vita dove si impara, dove bisogna crescere e divenire, ma non può essere eterno. Lo scopo di questo periodo è che una persona diventi radicata in sé, in ciò che crede, in ciò che vive, in modo da rispondere personalmente delle proprie scelte e della propria vita, in modo da incanalare e da decidere autonomamente come vivere, in modo da non delegare a nessuno le responsabilità sul proprio cammino.

L'amore vero rende liberi. L'amore di un genitore per il proprio figlio è renderlo adulto, è renderlo a sua volta un genitore alla pari; se lo tiene dipendente da sé, se lo ricatta facendogli sentire la sua superiorità o rendendolo un proprio satellite, lo rovina. L'amore rende adulti. La fede ci deve rendere adulti. L'amore di un prete o di un cristiano è rendere adulto chi segue Gesù.

Se ti rendo dipendente da me, dalle decisioni dall'alto, ossequioso, avrò creato uno obbediente, uno che non crea problemi, uno che esegue, ma non avrò formato una coscienza libera e autonoma. Sarà uno che in continuo chiederà: "Cosa devo fare? Cosa è giusto, cristiano? Cosa bisogna fare?'". "Ma sei o non sei grande? Prenditi le tue responsabilità!". "Perché deleghi a me una scelta che è tua? Come faccio a sapere io cosa tu vivi?". "Hai una coscienza, hai un cuore, credi in qualcosa? Beh, vivi secondo ciò che credi".

E' importante che ci sia una direzione, una strada, dei riferimenti ai quali le persone possono rifarsi. Ma è ancor più importante insegnare alle persone che hanno una coscienza, che sono libere e responsabili, che devono diventare non delle fotocopie ma degli originali. La chiesa fallirà sempre se non avrà il coraggio di far crescere cristiani adulti, "grandi", autonomi. Solo così sapranno rifarsi al proprio credo, al proprio profondo anche nel mondo del lavoro, del sociale o della politica.

Il più grande peccato, e forse l'unico, sarà quando Dio ci metterà davanti la nostra vita, il motivo per cui eravamo a questo mondo e ci dirà: "Magari non hai fatto niente di male, ma non hai vissuto. Tu non sei stato te stesso. Hai seguito sempre gli altri, hai fatto quello che facevano tutti; non c'è niente di personale, di tuo nella tua vita. Una vita sprecata". E scopriremo tutta la nostra paura di vivere e diventare uomini adulti.

Ad un certo punto Gesù inizia a chiedere: "Cosa si dice in giro di me?". E gli apostoli riportano alcune opinioni: "Giovanni Battista, Elia, un profeta", cose molto belle!; altrove invece si dice di Gesù: "Un mangione, un beone, un amico dei pubblicani e dei peccatori (un uomo, cioè, di malaffare, pericoloso), un eretico, ecc".

E' importante sapere cosa dice il catechismo di Lui; è importante sapere cosa si crede in giro; è importante farci dire dagli altri le loro esperienze su di Lui. Ma ciò che è decisivo non è tutto questo. Ciò che è decisivo è: "E per te, chi sono io?". "Qual è la mia presenza nella tua vita? Come/quanto pulso in te? Come/quanto vivo in te e tu di me? Come/quanto ti ho cambiato la vita, modo di pensare, di sentire, di amare, di dare priorità alle scelte". Tutte le risposte preconfezionate, le "belle rispostine", le frasi fatte, qui non c'entrano più.

Ci si può ingannare facilmente riportando cosa si sa, cosa si ha studiato, cosa si dice in giro. Magari si fa una bella figura, magari si è anche ammirati. Ma la domanda decisiva è: "Chi sono per te? E dammi una risposta che venga da te!". Non si può sempre rifarsi a qualcun altro nella vita, ripararsi dietro agli altri chiamando in causa ciò che loro vivono. "Tu cosa vivi di Dio? Tu cos'hai nella tua anima? Tu sei disposto a lasciarti coinvolgere?". "Non scappare, rispondi: tu...".

Dio ci ama anche se gli diciamo di "no". Dio ci accoglie anche se noi gli diciamo: "Non mi interessi; non voglio avere a che fare con te". L'importante è essere chiari e veri con sé e non mentirsi. Non dire: "Io credo in Dio" e poi vivere falsificando tutto questo, relegando Dio nel ripostiglio o nella soffitta della nostra vita, esibendo una facciata di fede che nasconde invece un vuoto di fede.

L'esperienza cristiana è un incontro tra me e Lui. Leggiamo pure i santi e proponiamoli, andiamo pure a fare esperienze spirituali e religiose in giro, pellegrinaggi e messe da carismatici, ma non idolatriamoli. Perché ciò che conta è che tutto questo mi dia la forza di incontrare Lui, di sceglierlo, di lasciargli spazio, di trasformarmi, di diventare io stesso protagonista, partner di Dio.

Pietro qui risponde: "Tu sei il Cristo di Dio". Questa frase condensa tutto ciò che era il Cristo per gli apostoli.

Dio è Colui che ti accoglierà in maniera incondizionata, che ti amerà al di là di ogni sbaglio, di ogni errore, dal quale potrai sempre andare con tutti i tuoi sbagli, errori, pianti, fallimenti e non dovrai rimediare; non dovrai rimeritarti l'amore; non dovrai fare qualcosa per dimostrargli che sei degno del suo amore; non dovrai sentirti in colpa. Dovrai semplicemente stendere le tue braccia e farti abbracciare da Lui.

Questa è l'esperienza centrale della fede. E' l'esperienza che si può vivere, osare, esporsi perché Lui c'è e ci sarà in ogni caso, sempre.

Perché sarà inevitabile il momento della difficoltà e della prova. Ci saranno dei giorni in cui non ci piacerà essere amici e discepoli di Gesù; ci saranno dei giorni in cui malediremo il giorno in cui l'abbiamo incontrato; ci saranno dei giorni in cui sarà rischioso seguire il Signore, in cui ci verrà chiesto di osare, di buttarci, di smetterla con tutti i nostri calcoli logici soppesando ogni cosa; ci saranno dei giorni in cui saremo chiamati ad esporci e a metterci in prima linea; ci saranno dei giorni in cui pagheremo il coraggio di seguirlo e di credere alla forza dei nostri sogni e del nostro cuore; ci saranno dei giorni in cui proprio i genitori dell'amore o della fede, gli "scribi, i sacerdoti", cioè proprio quelli che dovrebbero capirci, aiutarci, che dovrebbero sostenerci, si rivolteranno contro di noi.

E che faremo in quel giorno? Solamente chi è radicato in profondità; solamente chi ha fatto un incontro trasformante e decisivo; solamente chi lo sente vivo per davvero nella propria vita terrà e avrà il coraggio di non tradire la propria strada, la propria coscienza, il proprio cuore. Solamente chi avrà fatto un incontro sconvolgente con Lui e quindi coinvolgente sarà fedele a se stesso, alla propria anima e a Lui.

C'è un proverbio russo che dice: "Con la menzogna puoi girare tutto il mondo, ma non arrivi mai a casa". Chi si piega alla paura del giudizio degli altri, chi ha bisogno di essere approvato e non può accettare di "essere riprovato", giudicato e considerato male, tenterà di mostrare al mondo una facciata diversa da quella che ha nell'intimo e così facendo si allontanerà sempre più da se stesso. Non c'è altra scelta: bisogna vivere ciò che Dio ha riposto nel nostro cuore; bisogna prendere le parti di ciò che è vivo; bisogna trovare il coraggio della verità e dell'amore libero scoprendo la forza del nostro cuore; bisogna soprattutto rinnegare tutte le maschere che ci costruiamo per paura.

Le persone vogliono "serenità e salute". E' un modo per dire che vorrebbero essere felici. Ma non c'è nessun supermercato per la felicità (ce ne sono tanti per altre cose, ma non per questo); non c'è nessuna ricetta per essere felici e per stare bene; nessun libro, nessun guru, nessuna rispostina risolutiva. Bisogna avere il coraggio di vivere la propria vita in prima persona e questo è tutto. Perché la felicità della vita non può che derivare dal vivere la vita stessa con intensità.

Le persone si dicono: "Io mi amo". Amarsi (e amare) può essere indicibilmente duro e difficile. E' difficile rinnegarsi, dirsi di "no". Perché amarsi è rinnegare se stessi, cioè tutte quelle false maschere che ci impediscono di vedere chi siamo e di prendere la nostra croce, la nostra strada, la nostra vita. E' difficile dire "no" alla maschera del sorriso a tutti i costi, dell'essere sempre generosi e buoni, tutti per gli altri, dei bravi bambini. E' difficile dirsi "no" e deporre certi atteggiamenti: "L'uomo non piange mai; mai chiedere aiuto a nessuno; io ce la faccio da solo; non ascoltare mai i propri sentimenti; non essere mai arrabbiati". E' difficile dirsi "no" e non cedere quando gli altri ci fanno del male, non posso sempre far finta di niente e passare sopra, anche se ci verrebbe da appianare sempre tutto. E' difficile dire "no" e smettere di chiamare amore ciò che non è amore, ciò che è solo sfruttamento, servilismo, dipendenza, morbosità. E' difficile dire di "no" alla superficialità e mettersi davanti le reali questioni della propria vita senza scavalcarle sempre. E' difficile dirsi "no" e smettere di mentirsi sul proprio rapporto di coppia, al fatto che si finge di essere felici e che le cose vadano bene. E' difficile dire "no" a certe abitudini. Questo comportamento (bestemmiare, fumare, bere, dormire poco, averla sempre vinta, lavorare sempre, ecc) mi fa male, mi distrugge, mi aliena, mi allontana dalle persone, mi rende in-sensibile.

E' difficile dire "no" ai nostri pensieri. "Per me tutto è così difficile, nessuno si occupa di me, non ce la faccio più; nessuno mi vuole bene, ce l'hanno tutti con me; a me tutto va storto, cos'avrò fatto di male io per meritarmi tutto questo, perché tutte a me; sbaglio sempre tutto; non ce la farò mai". Allora io mi affeziono alla mia tristezza, mi aggrappo all'illusione che gli altri siano responsabili della mia vita, che la debbano rendere felice; mi sta bene vedermi sfortunato e vittima, così mantengo le cose così e mi evito la fatica di crescere e di diventare adulto.

Oppure: "E' colpa sua; che schifo questo mondo; non ci si può fidare di nessuno; tutti ti odiano; chi fa da sé fa per tre; non ti fidare di nessuno".

Oppure insulto l'altro dentro di me, sparlo di lui, lo giudico, cerco tutti i suoi punti deboli, lo penso e lo rivango dentro di me fino all'esaurimento; gli faccio fare brutta figura, lo copro di ridicolo, gli auguro il male, lo ferisco, rido o sorrido (senza che nessuno mi veda) quando gli capita qualcosa di male; cerco tutti i motivi per non riconciliarmi, per non dargli la parola, per stargli lontano. Allora io mi affeziono alla mia rabbia, alla mia inferiorità, all'invidia e alla gelosia che provo e continuo a scaricarla addosso agli altri.

Devo dirmi: "No, smettila di buttare sugli altri ciò che è tuo, smetti di fare come il bambino che accusa sempre gli altri". Allora mi devo dire: "No, basta. Guardati dentro e smetti di guardare gli altri". E fa male!

Oppure: "Sono più bravo? Sono più bello? Io sono di più! Per fortuna che non sono come quello lì. Nessuno è bravo come me. Se non ci fossi io in casa!".

O viceversa: "Ecco sono sempre l'ultimo, incapace, buono a nulla; lo sapevo che finiva così!; o tutto o niente; sono un perdente; non farò mai niente di buono nella vita; non concludo nulla". Allora mi devo dire: "No, smettila di buttarti giù solo perché non sei il primo. Inizia ad accoglierti ed amarti non perché sei più o meno degli altri ma perché sei tu". E' difficile dirsi "no" ma nessuno ha mai detto che amarsi sia facile. Ogni "no" è sempre un "sì". Ogni "no" a ciò che ci fa male è sempre un "sì" a ciò che ci fa bene. Mia madre mi ha amato molto dicendomi "sì", ma molto di più dicendomi "no". E così devo fare io con me. Se mi voglio bene devo dire "no" a tutto ciò che mi fa male, a tutto ciò che mi allontana da me e da Lui.

Gesù è stato Gesù e io sono io. Non devo essere invidioso di chi era lui, né copiarlo. Lui ha avuto la sua vita ed io ho la mia. Da lui devo imparare il coraggio di vivere la mia vita (croce), quell'unica vita che Dio ha destinato per me. Gesù ha compiuto il suo viaggio che l'ha portato a conoscere il suo cuore, se stesso, la sua missione e il Dio che era in Lui. Io devo compiere il mio viaggio che mi porta a conoscere il mio cuore, me stesso con tutto ciò che vuol dire, la mia missione e il Dio che abita in me.

Prendere la propria croce non è farsi del male, imporsi sofferenze o punizioni, ma accogliere la propria vita in tutte le sue dimensioni, in tutta la sua radicalità, in tutta la sua compresenza di luce ed ombra, in tutti i suoi richiami e in tutte le sue contraddizioni.
Prendere la propria croce è accettare la dura croce della realtà della propria vita. E chi non è disposto a fare questo, chi tenta di salvarsi, si perde.

Chi vuol salvare, cioè non mettere in gioco la propria vita, mantenere tutti gli equilibri esistenti, conservare tutto, la perderà: è ovvio, è inevitabile.

Quante persone per mantenere una facciata o delle situazioni morte, finite, o solo per paura di cambiare e di mettersi in gioco, hanno perso la loro vitalità, la loro creatività, la loro voglia di vivere, di ridere, di spendersi, di lottare, di amare; non c'è più forza in loro, non c'è più vibrazione nei loro sentimenti e non c'è più passione nelle loro giornate. Pur in vita qualcosa si è spento.

E così! Chi vuol salvarsi dall'evolvere muore; chi vuol mantenere la fissità della situazione presente vi perirà dentro.

Quante cose dobbiamo perdere per salvarci!

Nella prima parte della vita si crede che salvarsi sia ottenere. Allora si rincorre la posizione sociale; si accumulano soldi, denaro, posizioni, onorabilità; si cerca di avere cose, case e quant'altro. Si cerca di salire nella scala sociale dell'apprezzamento altrui. Ottenere, avere, raggiungere, arrivare, sembrano la nostra salvezza.

Ma nella seconda parte si impara (si potrebbe!) che tutto questo non ci fa felici e che la salvezza è proprio il contrario: non ottenere ma perdere. Bisogna perdere tutte le maschere e le facciate che ci siamo costruiti; bisogna perdere tante illusioni ("Ce la faremo; avremo delle relazioni meravigliose; si vive per sempre; siamo perfetti; certe cose non capiteranno a noi..."); bisogna perdere tanti rivestimenti e vestiti per ritornare alla nudità essenziale e all'essenziale nudità della vita; bisogna svestirsi di tutto e ritrovarsi.

La vita più che un processo di acquisizione, di apprendimento (necessario) è un grande processo di spogliazione e di perdita. La vita vive della paradossale verità che per trovare bisogna perdere.

don Marco Pedron