11º DOMINGO DO TEMPO COMUM

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Un feeling particolare

Le sono perdonati i suoi molti peccati perché molto ha amato

L'aggiunta dei primi tre versetti del capitolo ottavo a proposito delle donne che seguivano il Signore, sposta il baricentro significativo della pericope evangelica che chiude il settimo capitolo, incentrata sulla correlazione tra il perdono e l'amore, e ci costringe così a cercare una ragione più profonda di tale accorpamento nel brano proposto dalla liturgia, ragione probabilmente intesa da Luca stesso.

1. Nella lettera del 1995 per il giovedì santo indirizzata a tutti i sacerdoti, sulla relazione del sacerdote con la donna, Giovanni Paolo II non poté esimersi dal notarlo: oggi, come al tempo di Gesù, lo stuolo delle donne discepole è più numeroso e disposto di quello degli uomini ed effettivamente è innegabile che quello di Gesù con le donne sia stato un discepolato di maggior successo.

Le donne dei vangeli simpatizzano per Gesù; da esse riceve amore come qui in casa di Simone dalla donna peccatrice; accoglienza ed affetto prima dalle sorelle di Lazzaro e poi attenzione regale da una di esse, Maria, a Betania; ammirazione dichiarata nel brano di Luca al cap. 11 da parte della popolana colpita dal suo fascino (indimenticabile l'espressione a voce levata che, nella lode del più bello tra i figli dell'uomo, non può fare a meno di glorificare la donna che l'ha generato); lacrime di compatimento durante il cammino del Calvario; la loro presenza coraggiosa e attonita, ma sicuramente bene accetta, sotto la croce ed in ultimo, il mattino di Pasqua, la ricerca appassionata e ostinata di Maria Maddalena.

A parte la perfida Erodiade e Salomè, la figlia plagiata, nei vangeli non si ritrovano figure negative al femminile; gli uomini si sono scontrati col Cristo, mai le donne che, al contrario, sempre lo hanno ricercato, seguito, toccato, accarezzato...

Qual è il mistero di questo indiscusso e indiscutibile feeling?

Giovanni Paolo II, nella Mulieris dignitatem al n. 16, lo individua nella sensibilità: "Sin dall'inizio della missione di Cristo, la donna mostra verso di Lui e verso il suo mistero una speciale sensibilità che corrisponde ad una caratteristica della sua femminilità".

2. Entriamo più profondamente nel mistero teologico di questa sensibilità, caratteristica della femminilità, che risulta ancora più misteriosa per il fatto che, se è evidente il maggior successo di Gesù col mondo delle donne, è altrettanto evidente che l'invito alla sequela da parte sua s'è diretto in modo manifesto ai maschi: questi li ha chiamati, le donne invece lo hanno seguito.

Il protagonismo attivo dei maschi della Palestina in tutti i settori della vita, massimamente in quello religioso, se da una parte risultava una "chance", per un'altra, soprattutto negli ambienti della ricchezza e massimamente del potere, li portava a contrapporsi fatalmente al Signore per la proposta radicale, totalitaria ed ineludibile del vangelo del Regno, per entrare nel quale è necessario ricominciare daccapo, come propone Gesù a Nicodemo o, ancor peggio, diventare bambini. Non così per le donne, le quali al contrario, percependo la propria realizzazione soprattutto nel sentirsi amate e, magari facilitate dalla complementarietà sessuale, intuivano con prontezza l'amore potente del più bello tra i figli dell'uomo. Così, ciò che per gli uomini, per i quali, a detta di Nietzsche la felicità è: io voglio, rappresentava una sorta di misconoscimento della loro potenza, esse, già misconosciute, soprattutto a quel tempo, lo vivevano come attenzione simpatica nei loro confronti e valorizzazione del loro genio, come dirà Giovanni Paolo II.

Insomma la maggiore riuscita di Gesù con le donne è legata alla loro condizione di povere di YHWH. Ad essi, i poveri che non possono contare su nessuno è riservato lo sguardo benevolo del Signore, come per "tutto quello che è perduto" nel vangelo di Luca. La femminilità predispone al discepolato perché più facilmente le donne sperimentano d'essere arricchite dall'attenzione, così, per altro inaspettata, di un rabbi, salvo poi ad accettare le conseguenze di questo amore che fa nuove tutte le cose, a cominciare dai cuori che si lasciano raggiungere da esso. Insomma esse non somigliano ai gruppi di bambini sulla piazza, che rimangono a guardare, snobbandosi vicendevolmente, ma volentieri si lasciano mettere in gioco da Cristo Signore: il gioco serio della salvezza (cfr. Lc. 7,32ss.).

3. L'incontro con Lui, nel primo racconto della donna nella casa di Simone, libera costei dai sensi di colpa. Stupenda icona, quella di questa peccatrice fisicamente sana e presumibilmente attraente, ma malata, anzi già morta, nel cuore, che coraggiosamente si avvicina al Maestro e sfidando tutto e tutti senza parlare, ma nel gesto eloquentissimo e regale dell'unzione, gli confessa la sua povertà e soprattutto la sua indegnità! Così la donna, mossa misteriosamente nel cuore dall'Amore, ama a sua volta e guarisce, distogliendo gli occhi dal suo volto deturpato, per contemplarsi innocente nello sguardo accogliente e misericordioso di Gesù. È la nuova creazione annunciata dai profeti.

Sta qui l'essenza misteriosa e nascosta del sacramento della penitenza. Il Signore conceda ai sacerdoti un raggio del suo sguardo!

Quindi Luca continua con la descrizione di Gesù che con il gruppo dei dodici passa di città in villaggio annunziando il Regno, ma, unico tra gli evangelisti, lui di Antiochia, greco di razza e di educazione, non può fare a meno di indicare che delle donne lo seguivano e di nominarne alcune, quelle probabilmente più in vista.

Anch'esse sono state da Lui guarite; raggiunte dall'amore santamente terapeutico del Maestro, sono state liberate dai condizionamenti del male che condanna a un narcisismo perverso l'uomo ed ancor più la donna. Solo quando si è risanati, quando s'è fatta l'esperienza dell'Amore più grande di Dio che salva e si è riempiti di esso, l'uomo e la donna sono in grado di vivere la gratuità nell'amore per gli altri. Infatti, solamente chi è pacificato in se stesso da un amore più grande, come il bimbo svezzato in braccio a sua madre del salmo 130, è in grado di ringraziare come il samaritano lebbroso, l'unico che ritorna, e può, finalmente grato a Dio della vita e dimentico di sé, dedicarsi agli altri; può prendersi cura di loro, ossia amarli nella forma del servizio che è l'amore concretissimo, senz'alibi di sorta.

È questo, a rifletterci, il mistero della santa liturgia cui stiamo partecipando: oggi come allora, pensate, in un'assemblea composta più di donne che di uomini, ma tutti guariti o almeno con la speranza di guarire. Qui riceveremo amore nell'incontro con Lui, e da qui ripartiremo alla volta della vita, in mezzo agli uomini, per essere noi stessi la sua presenza tra di loro negli ampi e intricati territori dell'esistenza.

Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"

 

Prostitute

Simone il fariseo pensava di avere fatto un gesto nobile nell'invitare il discusso Rabbì di Nazareth alla sua mensa. Non lo vedeva con disprezzo, come facevano molti del suo movimento, anzi. Era davvero incuriosito dalla predicazione di questo falegname del Nord scopertosi Profeta.

Dopo i convenevoli tutti si erano distesi ai bordi della stuoia che fungeva da tavola, colma di ogni ben di Dio. Era normale, in occasione dei banchetti, lasciare le porte di casa aperte, affinché i passanti potessero entrare ed ammirare la suntuosa ospitalità del padrone di casa.

Ma quando Simone e gli altri invitati vedono entrare "quella", di colpo tutti tacciono.

L'imbarazzo cresce, la donna si avvicina a Gesù, si inginocchia e scoppia a piangere bagnandogli i piedi. Scioglie i capelli, gesto ambiguo, gesto di seduzione, sufficiente in una coppia per chiedere il divorzio, e asciuga i piedi di Gesù.

L'imbarazzo, ora, è stratosferico.

In cuor suo Simone tenta di difendere Gesù. Non può essere un profeta, altrimenti saprebbe che razza di donna è questa e non si lascerebbe toccare, per non contrarre l'impurità rituale.

Gesù sorride: ha di fronte a sé due prostitute.

La donna e il fariseo.

Meretrici

La donna è una prostituta, è "quella", una segnata, una peccatrice, una dannata. Non importa perché è arrivata fino a quel punto di abiezione, non importa al perbenismo ipocrita la ragione di una scelta dolorosa, è condannata da sempre e per sempre. In nome della religione e della moralità che erge i muri per non mettersi in discussione, questa donna è il suo ruolo, il suo mestiere. Nessuna comprensione, nessuna possibilità, solo disprezzo, anche quando viene desiderata e usata.

Piange, ora. Piange senza disperazione, piange sentendosi amata da un uomo vero, sentendosi capita e accolta da Dio.

Senza giudizio, senza peso, senza ambiguità.

Piange tutto il suo dolore, tutta la sua tenebra, tutta la sua rabbia. La bambina che c'è in lei scopre il volto dell'assoluta misericordia.

Simone è una prostituta. Si vende a Dio, e si vende bene. Conosce bene la religione, vive fino in fondo i precetti di Israele, non come il popolino ignorante che si danna perché non conosce la Legge. Paga la decima anche sulla ruta e sulla menta, prega con fervore, studia la Torah giorno e notte. È in una posizione di privilegio nella classifica dei meriti. È devoto, ma freddo.

Può permettersi di giudicare - la legge è dalla sua parte - può mantenere le distanze.

Gesù converte entrambi.

Maestro

Alla donna insegna che il metro di giudizio di Dio è l'amore e il perdono. La donna ha amato, tanto, male, facendosi del male, ma ha amato. A Dio basta, lui, che è l'Amore, riconosce l'amore anche quando è fatto a pezzi e fragile e disperato. Per Dio basta questo, salta ogni logica - religiosa, morale, perbenista - e va dritto all'essenziale: guarda al dentro, al desiderio, al dolore, alla verità. Quell'amore è l'origine del perdono, il perdono che Dio dà, sempre gratis, sempre senza condizioni, smuove l'amore.

A Simone, con delicatezza, senza rabbia, Gesù pone un caso da risolvere, quello dei due debitori, uno debitore di qualche euro, l'altro di qualche centinaia di migliaia di euro, che si vedono inaspettatamente condonati ogni pendenza. Chi sarà più contento? Simone ragione, riflette, giudica bene: sta imparando il punto di vista di Dio. È chiamato, il fariseo, a mettersi nei panni del debitore.

Un altro evangelista ci dice che Simone è stato lebbroso: ragione in più, lui che ha sperimentato la solitudine e l'emarginazione, per annullare la distanza che crea la lebbra del giudizio.

A Dio non importa la devozione se non è sorretta dalla passione, non cerca giusti ma figli, a lui non importa (a noi sì: molto!) la nostra immagine spirituale. Vuole dai suoi discepoli verità, passione, forza, anche a costo di sbagliare.

Il re

Così Davide sperimenta la compassione di Dio che lo stana dalla falsa immagine in cui si è rifugiato. Davide, potente, realizzato, sazio, annoiato cerca di salvarsi la faccia dopo avere avuto una relazione con Bersabea, che ora aspetta un figlio da lui. Invece di ammettere il proprio errore e assumersi le proprie responsabilità si inventa una tragica commedia in cui, alla fine, Davide diventerà assassino di Uria, marito di Bersabea. Per salvarsi la faccia Davide l'ha persa di fronte al popolo.

Ma Natan, profeta scomodo, lo mette di fronte alle proprie responsabilità.

Davide prende coscienza del proprio limite.

E, riconoscendolo, diventa grande, il più grande. Dio preferisce chi sbaglia per troppa passione a chi non sbaglia per troppa tiepidezza. Chi è tiepido, lo sappiamo, è vomitato.

Il fariseo

Paolo, grande fariseo, era un assassino in nome di Dio. Poi Dio l'ha gettato in terra.

Ora, scrivendo ai Galati, riflette sulla sua precedente esperienza di fede: non è la legge che salva, non la norma, non il comandamento che posso osservare non per sovrabbondanza di passione, ma per scrupolo e per compiacimento. Da zelante osservante della legge Paolo riconosce di essere diventato un assassino, pensando così di compiacere Dio. No, la legge non serve a nulla, è l'amore che salva.

Allora

Tutti siamo prostitute.

Ci vendiamo per un complimento, per coltivare il nostro ego (anche spirituale), per avere un ruolo sociale ed ecclesiale riconosciuto ed apprezzato, per essere, se non migliori, almeno non inferiori agli altri, disposti, come Davide, a tradire un'amicizia sincera pur di non ammettere i nostri errori.

Tutti siamo perdonati e amati.

La donna e Simone e Davide e Paolo e tu, amico lettore.

Amati e perdonati da Dio, redenti e salvati, figli e uomini, discepoli e cercatori di Dio.

Tutti, se vogliamo, possiamo costruire la Chiesa, il sogno di Dio, comunità di persone che hanno sperimentato nella propria vita la tenerezza del Padre e, perciò, diventano capaci di perdono e di misericordia.

Paolo Curtaz

 

 

L'amore che perdona anche i più gravi errori

La parola di Dio dell'undicesima domenica del tempo ordinario dell'anno liturgico ci invita ad una conversione totale del nostro cuore e della nostra mente a Dio. Non il peccato e il peccare devono invadere e devastare la nostra anima e la nostra vita, ma la grazia che è frutto di un amore grande verso il Signore. Egli è la fonte della vera felicità e della vera gioia del cuore dell'uomo.

Il testo del Vangelo che oggi ascoltiamo, uno dei più importanti e sicuramente dirompente per la mentalità giudaica, ci immerge nel discorso della infinita misericordia di Dio. Una misericordia che sperimentiamo abbondantemente nella nostra vita mediante il sacramento della riconciliazione, che Gesù ha affidato alla Chiesa e che la Chiesa amministra in nome suo. Il testo del Vangelo di Luca nella sua completezza ci presenta molti aspetti interessanti del discorso sul perdono di Gesù concesso a questa donna, peccatrice pubblica, ben conosciuta nell'ambiente, considerato che il fariseo che ospita Gesù in casa sua rimane scandalizzato del comportamento di Gesù nei suoi confronti: "[In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé: "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice". Gesù allora gli disse: "Simone, ho una cosa da dirti". Ed egli: "Maestro, di' pure". "Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?". Simone rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene". E volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con la lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco". Poi disse a lei: "Ti sono perdonati i tuoi peccati". Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?". Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va' in pace!".] In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni".

Alla donna peccatrice Gesù perdona molto, perché ha amato molto, anche se spesso l'amore non è vissuto secondo precise regole di vita e di morale, tanto che il troppo amare può fare anche deviare. Basta proiettare la nostra attenzione sulla storia e sui fatti di questi tempi per renderci conto fino a che punto l'amore, quello umano, passionale, deviante e coinvolgente, può portare le persone alla follia, al suicidio, all'assassinio, alla gelosia più terribile che distrugge la vita.

Sul perdono e sulla misericordia è incentrato anche il brano della Prima lettura di oggi, tratto dal secondo libro di Samuele, in cui viene presentato il forte rimprovero di Natan nei confronti del Re Davide, che aveva deviato completamente nel suo comportamento morale, con il conseguente riconoscimento delle proprie colpe da parte di Davide: "In quei giorni, Natan disse a Davide: "Tu sei quell'uomo! Così dice il Signore, Dio d'Israele: io ti ho unto re di Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l'Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l'Hittita". Allora Davide disse a Natan: "Ho peccato contro il Signore!". Natan rispose a Davide: "Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morirai".

San Paolo Apostolo, nel breve brano della Lettera ai Galati, ci ricorda il centro ed il cuore della misericordia di Dio nei confronti dell'umanità, che è il mistero della Croce del Signore. Dal cuore squarciato di Cristo arriva all'umanità il perdono di Dio. Un perdono che si rinnova ogni volta che un sacerdote ci assolve dai nostri peccati e dalle nostre debolezze umane. Allora la persona umana davvero pentita e rinnovata nell'intimo assapora la gioia della misericordia di Dio nel modo più autentico possibile all'uomo su questa terra. "Fratelli, sapendo che l'uomo non è giustificato dalle opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno. In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano".

Con il Salmo 31 che pregheremo oggi durante la santa messa e la liturgia della Parola possiamo dire a voce alta, se siamo nelle condizioni di chiederlo con semplicità: Ridonami, Signore, la gioia del perdono. Una gioia che è beatitudine, in quanto l'uomo perdonato e che vive nella grazia è davvero beato, cioè un santo, perché vive nella condizione di grazia e non più di peccato: Beato l'uomo a cui è rimessa la colpa e perdonato il peccato. Beato l'uomo a cui Dio non imputa alcun male e nel cui spirito non è inganno. Ti ho manifestato il mio peccato, non ho tenuto nascosto il mio errore. Ho detto: "Confesserò al Signore le mie colpe" e tu hai rimesso la malizia del mio peccato. Tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo, mi circondi di esultanza per la salvezza. Gioite nel Signore ed esultate, giusti, giubilate, voi tutti, retti di cuore.

Sperimentiamo frequentemente questo stato di grazia con l'accostarci al sacramento del perdono, anche se apparentemente non commettiamo peccati o ci riteniamo di essere nel giusto. Il più santo degli uomini in questo momento non è esente da peccato, né dalla tentazione continua di commettere peccati, in quanto il Demonio tenta maggiormente coloro che vivono in uno stato di grazia permanente. Ma il discorso sulla penitenza è possibile solo tra persone che credono ed hanno una visione di fede profonda ricavata dall'ascolto e dall'approfondimento della Parola di Dio e dagli insegnamenti della Chiesa, custode e garante di una misericordia che il Signore esercita attraverso il sacramento della Confessione.

padre Antonio Rungi

 

Pentimento e amore, queste le due condizioni

Come più volte si è detto, primo protagonista dell'amore è Dio e per ciò stesso Egli è anche il primo fautore di perdono e di riconciliazione essendo Egli stesso a prendere l'iniziativa nel richiamare l'uomo alla comunione con sé tutte le volte che questi se ne allontana per raggiungere alternative antitetiche all'amore divino. Dio è il primo a perdonare i nostri peccati, perché Lui per primo ci ha amati.

Questo tuttavia non omette che anche per noi si pongano delle condizioni per cui Egli possa raggiungerci e ricondurci alla comunione con sé, poiché non è sufficiente che Dio perdoni quando da parte nostra si mostri ritrosia, indifferenza e non ci si disponga ad accogliere tale gratuità di intervento nella nostra vita; anche da parte nostra non si deve omettere di corrispondere alla grazia conciliante con cui Dio tende a ripristinare la nostra comunione con sé quindi occorre che ci lasciamo riconciliare con Dio concedendo che il suo amore faccia leva sul nostro orgoglio e sulle nostre presunzioni.

Ecco che allora le Letture di oggi descrivono in modo attento e allo stesso tempo semplice e lineare quale debba essere la disposizione nostra nei confronti di Dio, tutte le volte che facciamo esperienza del peccato. L'episodio del profeta Natan che smaschera Davide nelle sue incresciose malefatte è abbastanza eloquente in proposito: per mezzo di una specifica parabola l'uomo di Dio infatti mette infatti il monarca di fronte alla sua propria colpa, presentandogli lo stato di meschinità e di decadenza morale che sta interessando ignominiosamente la sua coscienza giacché in precedenza con uno stratagemma sottile egli aveva mandato a morte l'Hittita Uria, dopo aver reso gravida la sua consorte a sua insaputa. Facendo morire il coniuge in battaglia, Davide credeva infatti che nessuno potesse scoprire della sua relazione segreta con Betzabea terminata con la gravidanza di quest'ultima e di conseguenza aveva risolto di essere al sicuro da qualsiasi punizione; ma Dio attraverso Natan gli mostra tutta la vergogna e il disonore che comporta il peccato da lui commesso, sicché egli non può che umiliarsi riconoscendo le proprie colpe e mortificandosi davanti a Dio attraverso le parole che andranno a formare il famosissimo Salmo 50, che oggi si usa in alternativa all'atto di dolore nelle liturgie penitenziali.

Davide ammette l'entità e la gravità delle sue malefatte e in più è disposto anche a porvi rimedio attraverso opere di bontà e di giustizia, anche se di natura differente, per cui Dio non manca di concedergli il perdono: tornerà ad essere gradito al Suo cospetto, anche se il figlio avuto da Betzabea dovrà morire.

Il caso esposto da Luca va analizzato molto più a fondo, soprattutto per i particolari dei personaggi che si presentano e delle gestualità che caratterizzano l'episodio.

Dare il bacio di benvenuto, offrire l'acqua per il pediluvio, ungere i capelli con olio di nardo erano all'epoca comuni usanze di educazione e di rispetto nei confronti di chi veniva ospitato, paragonabili al nostro salutare, stringere la mano e aiutare a togliere o rimettere la giacca. Gesù quindi sta facendo notare a Simone, il fariseo perbenista che si scandalizza osteggiando Gesù che si lascia "toccare" da una peccatrice prostituta (cosa inaudita per la corrente mentalità farisaica) che proprio lui, tanto amante delle consuetudini e delle tradizioni, ha omesso di attendere alle comunissime norme di rispetto e di educazione sopra descritte; come può allora, in piena coscienza, biasimare una donna che mostra molta più accortezza di lui, non soltanto mostrandosi educata e rispettosa ma addirittura manifestando sincerità e amore in ciascuna delle sue azioni?

Infatti la peccatrice sta eseguendo quelle ritualità non già come semplici formalità da sbrigare quanto basta per fare bella figura ed essere brave persone, ma attraverso lo specifico delle lacrime, il bacio dei piedi e l'olio sui capelli di Gesù sta manifestando di agire con sincerità di cuore, convinzione e spiccato amore nei confronti di Gesù, tutte caratteristiche che vanno ben al di là della mera formalità e che non possono scaturire che da una fede profonda e disinvolta che si esplica nelle azioni e che merita il perdono di tutti i peccati. E' cosa certa che quella povera donna abbia mostrato ravvedimento per i suoi peccati, non importa se rilevanti, e adesso vi pone rimedio con l'attitudine dell'amore e della disposizione al dono. L'amore poi quando viene esercitato senza restrizioni e riserve ottiene sempre il perdono di tutti i peccati e merita le dovute ricompense e le elargizioni divine poiché nulla può essere più conciliante se non l'amore al prossimo che manifesta a noi stessi e agli altri l'amore di Dio ragion per cui anche di fronte all'estremo incontro con Dio ci sarà perdonato nella misura in cui avremo amato.

Morale della favola: riconoscere sinceramente il proprio peccato non importa quanto sia grave e predisporci all'amore sincero e disinvolto sono le condizioni necessarie per meritare il perdono di Dio, senza le quali è impossibile che noi siamo perdonati da parte Sua; non già perché Egli voglia lesinare sulla bontà e sulla misericordia, ma perché noi stessi rifiutiamo la sua misericordia.

Non c'è niente di più conveniente che ammettere le proprie colpe, considerare la precarietà e l'abbandono che comporta il nostro errore ed essere disposti a rimediarvi con l'esplicitazione dell'amore verso il prossimo, soprattutto nella convinzione che la persistenza nel male non può che apportare turbativa nel nostro animo per la malizia della nostra coscienza inculcando sentimenti di viltà e di vergogna verso noi stessi poiché è deleterio e meschino perseverare nel peccato e nel falso orgoglio delle presunzioni che lo legittimano.

Se Dio perdona per primo mostrando così il suo amore infinito e gratuito occorre che anche noi ci lasciamo amare e perdonare e non può esserci altra via di adesione a Lui in tal senso se non rammaricandoci del nostro peccato nella contrizione e nell'umile disposizione di cuore comprensiva del dolore per il peccato commesso, che trova la sua esplicitazione nell'amore fraterno verso il nostro prossimo ed è un esercizio questo che non possiamo non applicare quando ci troviamo al confessionale: non di rado avviene in questa circostanza che tendiamo a giustificare le nostre mancanze attribuendo molto spesso la colpa ad altri o comunque che manchiamo di ammettere il nostro errore e di provare dolore per il male commesso verso il prossimo; anzi, non è affatto raro che si confessino tante cose, senza riferire al sacerdote le nostre mancanze verso il prossimo, specialmente nello specifico gravissimo della mancanza di carità e della cattiveria manifestata o del bene che potevamo fare e che di fatto abbiamo omesso. Vanificando così il Sacramento stesso della Riconciliazione e abusando di esso!

Il sacramento del perdono ci rammenta invece che se da una parte Dio è pronto a riconciliarci con sé e ad esultare per il nostro ritorno alla comunione con Lui, dall'altra si richiede che anche da parte nostra si mostri disponibilità al pentimento, dolore del peccato commesso e prontezza nel rimediare anche attraverso opportune opere di bene e realizzando quanto esso impone consente che si schiudano le porte della serenità e della gioia. Tutto sta ad esserne convinti.

L'episodio consumatosi a casa di Simone nello specifico dell'atteggiamento della prostituta che ha tanto amato meritando il perdono a differenza del fariseo presunto "giusto e impeccabile" ci fa invece rabbrividire al pensiero che molta gente fuori dalla comunione della Chiesa mostra molta più esemplarità di vita proprio su quanto noi siamo soliti predicare e insegnare agli altri...

padre Gian Franco Scarpitta

 

Non fermiamoci a chiedere se l'amore della donna per Gesù nasce dal perdono o è l'amore che provoca la misericordia. Cosa viene prima: la grazia o l'amore?

Luca vuole dire che a salvare quella donna, pubblica peccatrice, è il suo amore per Gesù. Questo amore è, al tempo stesso, effetto e causa della grazia del perdono: in quanto assolta, risponde con amore; e perché capace d'amare, è aperta ad accogliere la misericordia che la rende giusta agli occhi di Dio e migliore di quelli che la giudicano. L'amore accetta d'essere amato e riceve la grazia. È un circolo vivo, una danza d'innamorati.

La peccatrice fa irruzione nella casa di un fariseo, uno che presume della propria giustizia. Lei, al contrario, rende giustizia a Dio perché si conosce peccatrice e ri-conosce la misericordia di Dio. Così, in una casa della legge Gesù apparecchia il banchetto per il peccatore.

Da una parte, una donna rannicchiata, che riceve l'eccedenza dell'amore fino ad impregnarsene, come una spugna, e a traboccarlo perché non può contenerlo tutto. Dall'altra, il presuntuoso che presume il merito, mentre ignora il debito e manca dell'amore che lo condona.

In quella casa si scandalizzarono della scena sotto i loro occhi. Ma di "scandaloso" c'è solo la domanda: chi è la vera prostituta?

Luca, col suo Vangelo della misericordia, indica il fariseo come il vero colpevole di prostituzione, perché sostiene di meritare l'amore di Dio. E questo è meretricio, prostituzione, il commercio dell'amore. Questo non è uno fra i tanti peccati. È il vero, solo peccato contro Dio che è Amore. Il banchetto e l'abbraccio che risana è per quelli che accettano il perdono, amore gratuito e quella donna è figura di tutto il popolo (ci siamo anche noi) che si riconosce peccatore e bisognoso di assoluzione.

Paradosso si aggiunge a paradosso. La donna entra in casa d'altri, non invitata, e viene perdonata; il fariseo, proprietario della casa, rimane fuori dalla festa della misericordia, anzi viene smascherato.

La scena è tenera e commovente. Sono impegnati tutti i sensi: la vista, l'udito, il tatto, l'odorato e persino un sapore di lacrime e di corpo baciato. È tutto l'amore per il Signore Gesù, il Dio fattosi vicino. Il cristianesimo, la nostra fede, è tutto in questo amore che trasforma l'umanità peccatrice in sposa del Signore, immagine fortissima della Chiesa e della vicenda di ognuno.

La scena è anche impressionante e si svolge gran parte in assoluto silenzio: il gesto della donna, i pensieri del padrone di casa. Il fariseo giudica la donna ma ancor più giudica Gesù: "Se fosse un profeta, saprebbe". Il giudizio acceca il fariseo e lo rende incapace di comprendere che il Signore non solo sa chi è quella donna, ma che proprio per lei è venuto.

Una donna nella casa di Betania unge con balsamo profumato il capo di Gesù. Un'altra, in casa di Simone, unge con unguento prezioso i piedi di Gesù, e li asciuga con i capelli. Non sappiamo il loro nome, ma indelebile è il loro gesto: spargono profumo costoso senza nessun calcolo o risparmio. Amano, dunque danno tutto. E tutto ricevono. Ora sappiamo che erano discepole di Gesù, capaci di sentire fin nel corpo la salvezza ricevuta.

Gesù per tre volte rimprovera Simone e loda la donna: "Tu non…, lei, invece, sì". Simone conoscerà le regole dell'accoglienza, ma è lei a metterle in pratica. Lui ha accolto Gesù in casa con freddezza; lei con calore dentro la sua vita. Lui ha aperto la dispensa; lei il cuore. Lui ha giudicato la donna e Gesù; lei nessuno, anzi solo se stessa. E tre sono le benedizioni di Gesù su quella donna: "Ti sono perdonati i peccati"; "La tua fede ti ha salvata"; "Vai in pace".

don Angelo Sceppacerca

 

 

A cena dal fariseo

I farisei erano, nell'antico Israele, gli esponenti di un movimento politico-religioso che tra l'altro professava una rigorosa osservanza anche delle più minute pratiche legate alla fede; per questo godevano di generale rispetto e ammirazione, ed essi stessi si consideravano superiori alla gente comune. Fariseo divenne però sinonimo di ipocrita, a seguito dei numerosi rimproveri rivolti da Gesù a quanti di loro guardavano gli altri dall'alto in basso, mentre in privato agivano ben diversamente dalla fede che ostentavano.

L'episodio del vangelo di oggi dà un esempio della loro superbia. Per capirlo occorre ricordare certe usanze della "buona società" di allora. Quando un ricco accoglieva un ospite alla propria mensa, anzitutto chiamava un servo a lavargli i piedi, che i sandali non riparavano dalla polvere della strada; poi lo baciava, e gli versava sul capo qualche goccia di olio profumato. Va ricordato inoltre che il banchetto era pubblico: chiunque poteva entrare ad osservarlo. Un giorno un fariseo di nome Simone invitò l'ormai famoso Gesù, si intuisce non per ammirazione verso di lui ma per "studiare" da vicino quell'uomo da molti considerato un profeta, cioè un inviato da Dio. Durante il banchetto entrò nella sala una nota "peccatrice" (così la chiama l'evangelista), la quale si gettò piangendo ai piedi dell'ospite. Gesù la lasciò fare; poi si rivolse al padrone di casa, del quale aveva letto il pensiero ("Se costui fosse un profeta, saprebbe che genere di donna è questa e non le permetterebbe di toccarlo"), ponendogli una domanda: "Un creditore aveva due debitori, uno di cinquecento e l'altro di cinquanta denari; non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro lo amerà di più?" "Suppongo il primo", fu la giusta risposta.

Gesù allora riprese: "Vedi questa donna? Sono entrato a casa tua e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto di olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato". E rivolto alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va' in pace!"

Non sappiamo le reazioni dei due personaggi; ma possiamo immaginare la consolazione della donna e l'imbarazzo del fariseo, smascherato da quelle parole. Da sprofondare nella vergogna, per un uomo che si riteneva superiore, sentirsi rinfacciare la maleducazione nei riguardi dell'ospite, e addirittura vedersi anteposta una prostituta. Evidentemente, dei due debitori lui era il secondo, quello dei cinquanta denari; ma la donna, pentita dei suoi ben più gravi peccati, era stata perdonata, mentre lui, se non riconosceva i propri, restava col suo debito davanti a Dio. Lo si deduce da una parabola (Luca 18,9-14) che in seguito Gesù raccontò, si direbbe ispirandosi a quello che gli era accaduto in casa di Simone: è la parabola del fariseo e del pubblicano che si recano al tempio a pregare, il primo per vantarsi d'essere un uomo "a posto", l'altro per battersi il petto e chiedere pietà per i suoi peccati; questi, disse Gesù, tornò a casa perdonato, "a differenza dell'altro".

Almeno due sono gli insegnamenti che si ricavano da quella cena in casa del fariseo. Primo, nessuno è perfetto; tutti abbiamo un debito davanti a Dio, e non importa quanto grande: ciò che conta è riconoscerlo, chiedendogli umilmente di condonarcelo. Secondo, ritenersi superiori agli altri, a chiunque altro, non è solo un atto di superbia: è, semplicemente, sciocco.

mons. Roberto Brunelli

 

Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato

In questo bellissimo brano biblico riscontriamo alcune caratteristiche proprie del terzo evangelo: l'attenzione di Luca per le donne, la sua insistenza sulla misericordia di Gesù, lo spazio dato ai temi dell'ospitalità e del perdono.

Ci viene data anzitutto la possibilità di constatare ancora una volta la portata davvero "rivoluzionaria" dell'annuncio e della missione di Gesù. Dapprima la situazione si presenta chiara e indiscutibile: una donna gravemente e abitualmente peccatrice entra all'improvviso nella casa del fariseo e, forse non osando ungere il capo di Gesù con il prezioso olio profumato che ha portato (come si usava in segno di onore con gli ospiti di riguardo), si pone dietro i piedi di Gesù che sporgevano dal divano su cui era sdraiato a mensa (come si usava allora), e rende a questi piedi tutti gli onori possibili e immaginabili.

Il suo comportamento si presta facilmente ad una pesante critica nei confronti di Gesù: ma come, non sa il rabbi che una donna di tal fatta "contamina" quelli che tocca rendendoli non idonei all'incontro con Dio? E non ricordava Deutereonomio 23,19, che proibiva di accettare doni per uso sacro da una prostituta? C'era una sola possibile attenuante, che Gesù non sapesse che tipo di donna fosse quella che gli rendeva omaggio. Lo pensa anche Simone; ma allora, che profeta è?

Questo è dapprima il quadro della situazione, ma ecco che proprio la parola di Gesù (la piccola parabola e la successiva spiegazione), cioè l'annuncio che egli fa', il "kerygma", rovescia la situazione, capovolge il quadro: Simone, il "giusto" che disprezza la prostituta, compare come colui che ama Gesù meno della donna e lei, additata al pubblico ludibrio, viene abbondantemente elogiata da Gesù per il suo comportamento, insistentemente contrapposto a quello del fariseo; "…tu non mi hai dato l'acqua per i piedi, lei invecetu non hai unto il mio capo…..lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo….."

La parabola-kerygma ha svelato la "verità" dei personaggi implicati: come non può non riconoscere lo stesso Simone, colui cui viene condonato di più, ama di più; dunque la pubblica peccatrice ama il Signore molto più di Simone; cosa evidente non solo nel comportamento coraggioso e anticonformista della donna, ma nel fatto che il fariseo ha sì invitato Gesù a casa sua (segno di apertura e magari di simpatia nei suoi confronti), ma ha ben tenuto le distanze da lui (evitando di compiere nei suoi confronti gli usuali gesti di riguardo), per non apparire, agli occhi dei benpensanti, troppo compromesso con quel rabbi originale e anche "scandaloso"!

La "punta" dell'episodio appare dunque il rapporto perdono-amore, enunciato nella paraboletta e ripreso da Gesù con un'inversione di termini, che sembra contraddire la prima affermazione, come si vede confrontando il v. 42 con il v. 47.

Diamo la voce al biblista Mauro Orsatti: "Che cosa concludere? Il perdono di Gesù è causa (parabola) o conseguenza (episodio)?... Il testo, bisogna riconoscerlo, offre qualche difficoltà di comprensione... Una soluzione viene dalla considerazione del nostro rapporto con la divinità. Gesù con le sue parole ripropone il contrasto espresso nella parabola e più ancora nell'atteggiamento della donna. Il perdono di Dio e l'amore della creatura si inseguono in una complessa articolazione di rapporti che non è facile definire: per amare Dio bisogna essere perdonati (o almeno possedere una certa familiarità con il divino, cfr. Gv. 6,44: "Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato"), quindi il perdono precede l'amore. D'altro canto, è altrettanto vero che gesti di amore favoriscono o "provocano" il perdono, cosicché l'amore precede il perdono. Si può risolvere l'apparente contraddizione del rapporto amore-perdono e perdono-amore dicendo che entrambi sono veri: la donna riceve il perdono pieno dopo aver compiuto gesti di amore e questi gesti sono permessi da una conoscenza almeno complessiva della bontà di Gesù." (M. Orsatti, Luca: vangelo al femminile, Ancora, pp. 104-106)

Amore e perdono sono dunque correlativi. E per ciascuno di noi che cosa significano? Potremmo riflettere su come viviamo il sacramento della riconciliazione, sulla scorta dell'ultimo "Ordo penitentiae" e con l'aiuto del Card. Martini (in "L'evangelizzatore in san Luca" pp.75-80 passim).

"La confessione breve e frequente, in cui si elencano le proprie mancanze, può dar luogo a un "colloquio penitenziale", cioè un dialogo fatto con una persona che mi rappresenta la Chiesa, (concretamente un sacerdote), nel quale cerco di vivere la riconciliazione in una maniera più ampia.

Si comincia con una pagina biblica, magari un salmo, che uno ha cercato perché corrispondente al suo stato d'animo; si recita poi una preghiera, magari spontanea, che mette subito in un'atmosfera di verità. Segue un triplice momento:

a) Confessio laudis: dall'ultima confessione, quali sono le cose per cui sento di dover maggiormente ringraziare Dio? Quelle cose nelle quali sento che Dio mi è stato particolarmente vicino, in cui ho sentito il suo aiuto, la sua presenza? Si comincia così con un'espressione di ringraziamento e di lode, che mette la nostra vita nel giusto quadro.

b) Confessio vitae: a partire dall'ultima confessione che cosa è che, soprattutto davanti a Dio, non vorrei che fosse stato? Che cosa mi pesa? Che cosa vorrei che Dio togliesse da me? Mettiamo tali situazioni davanti a Dio per esserne purificati, situazioni e fatti che richiamiamo alla nostra mente secondo uno schema di esame di coscienza (solitamente i dieci comandamenti e i precetti evangelici), per dichiararli al sacerdote e chiederne il perdono.

c) Confessio fidei: è la preparazione immediata a ricevere il perdono di Dio; davanti a Lui proclamiamo: Signore, io conosco la mia debolezza, ma so che Tu sei più forte. Credo nella tua potenza sulla mia vita, credo nella tua capacità di salvarmi così come sono adesso. Affido la mia peccaminosità a Te, rischiando tutto, la metto nelle tue mani e non ne ho più paura.

Occorre vivere l'esperienza di salvezza come esperienza di fiducia, di gioia, come il momento in cui Dio entra nella nostra vita e ci dà la Buona Notizia: "va' in pace", mi sono preso io carico dei tuoi peccati, della tua peccaminosità, del tuo peso, della tua fatica, della tua poca fede, delle tue interiori sofferenze, dei tuoi crucci. Li ho presi tutti su di me, me li sono caricati perché tu ne sia libero.

La confessione non è soltanto un dovere: è un'occasione lieta in cui Gesù aiuta ciascuno di noi a comprendere che cosa desidera che facciamo, e anche tutto quello che ci promette e tutto quello che ci dona." (Card. Martini)

Ileana Mortari