10º DOMENICA TEMPO ORDINARIO

anno C

Questo racconto è del solo evangelista Luca: manca, infatti, in Mt e in Mc. Perché Luca lo riferisce? Non lo si sa con precisione, ma è certo che, oltre il discorso della misericordia e tenerezza di Gesù di fronte al dolore che tanto caratterizzano il vangelo di Luca; c’è nel susseguirsi del testo una logica chiara. Dopo il discorso della pianura (Lc 6,20-49) Luca pone la guarigione dello schiavo del centurione (7,1-10) e il presente ritorno alla vita del figlio della vedova; dopo di che arriva una delegazione di discepoli del Battista a chiedere se Gesù è il Messia atteso. Gesù può rispondere ad essi con la realtà dei fatti, cioè: ”Riferite che i ciechi vedono di nuovo… i morti risorgono”(7,18-21). Questi miracoli rivelano che egli è l’atteso, il Messia, colui che deve venire.

Al versetto 11 è scritto in maniera generica: “facevano la strada con lui i discepoli e grande folla”. Come se Gesù andasse avanti senza una meta precisa. Ma per il Signore la méta è arrivare lì dove c’è bisogno.

Al versetto 12: “ecco veniva portato al sepolcro un morto”. Dalla città di Naim (che significa “Delizie”) esce un corteo di morte: prima o poi a tutti toccherà quel corteo. Come contrasta con la morte il nome della città Naim: delizie. Il corteo di Gesù, vincitore della morte, si incontra col corteo della morte, del signore della morte.

Nello stesso versetto viene presentata “la madre”: essa è una che genera, senza vie di scampo, una vita che sicuramente finirà per vedere la tomba. Per di più questa donna è “vedova”, senza sposo, senza amore, senza difesa, priva di diritti e di identità, secondo la legge giudaica. Essa è il simbolo dell’umanità lontana dal suo sposo Dio. Senza Dio, l’umanità non può generare che per la morte. E’ simbolo anche della Chiesa che piange i suoi figli nel peccato.

Sempre nello stesso versetto si dice: “molta gente della città era con lei”: la morte coinvolge tutti. E’ una folla muta davanti alla morte, non sa dare una risposta a questo assurdo mistero. Incontro a questo corteo di morte arriva il corteo di Gesù primogenito dei risuscitati dai morti.

Al versetto 13: “Vedendola, il Signore…”.E’ la prima volta che Luca chiama Gesù col nome di Signore e lo fa con solennità, dando al termine tutto il significato che aveva nell’Antico Testamento: egli è colui che si contrappone a tutto ciò che è negativo, compresa la morte. Ma qui “il Signore” è un Dio molto concreto: con i piedi, con gli occhi, cuore, mani e bocca, per cui cammina, si fa vicino, vede, si commuove, tocca e parla. Non è un idolo che non fa niente di tutto ciò. Dio è piedi per incontrare l’uomo, è occhi per vederlo, è cuore per amarlo, mani per toccarlo, è parola per comunicargli la vita.

Perché il Signore vede, ha occhi, gli entriamo nel cuore e per questo si com-muove e ha com-passione e va verso l’altro. In questo racconto, il vedere è il punto di partenza dell’agire di Gesù.

Sempre al versetti 13 si prosegue dicendo: “ne ebbe compassione”. E’ la conseguenza del vedere. Qui, vedere è amare. Compassione: è una parola molto cara a Luca. La usa per la prima volta nel cantico di Zaccaria (1,78), poi nella parabola del buon Samaritano (Lc. 10,33), in quella del figliol prodigo in cui il Padre ha compassione (Lc. 15,20). Attribuendo a Dio questo sentimento altamente umano, Luca intende guarire in noi l’immagine satanica di un Dio nostro avversario insinuata ad Eva nel paradiso terrestre, che non facilmente buttiamo dalla mente. Egli patisce con noi. Ha una tenerezza per noi, che prende le sue viscere.

Lo stesso versetto continua: “e le disse: non piangere!”. Solo questo dice “il Signore” alla donna. La morte è un fatto tragico. Ma il Signore della vita è con noi: solo la paura della morte che ci imprigiona, ci impedisce di vederlo.

Al versetto 14  è scritto: “E accostatosi”: Dio vede e si fa avanti, si presenta come Signore (toccò la bara) fino a toccare la nostra morte ed esserne toccato. Continua il versetto: “i portatori si fermarono” come quando si è in presenza di un evento, come la gente davanti al legno della croce dove Gesù affrontò la morte e vinse. Quindi Gesù dice: “Giovanetto, dico a te, alzati (destati)”. Il Signore dal nulla suscitò le cose, dalla morte suscita la vita. E’ finita la notte della morte, inizia il giorno, è la vittoria della luce sulle tenebre: déstati!

Al versetto 15 il testo continua così: “Il morto si levò (sopra) a sedere”. E‘ detto che egli, attraverso la Parola di Gesù riesce a dominare la morte, si siede sopra come dice la parola greca anakazìso. Gesù permette al giovanetto e anche a noi di vincere la morte e la paura della morte che è la nostra principale schiavitù (Ebrei 2,15).

Il testo prosegue: “e cominciò a parlare”, seduto sulla morte può comunicare con gli altri. La vittoria sulla morte ci permette di non avere più paura degli altri, di non essere soli ed egoisti, incapaci di amare e di camminare in quanto intenti a salvare il proprio io dalla morte.

Proseguendo il racconto il testo dice che Gesù: “lo diede alla madre”, cioè a colei che finora ha generato per la morte ora il Signore ridona la vita vittoriosa sulla morte. La madre, sorgente di vita è guarita e genererà non più per la morte ma per la vita in Cristo.

Al versetto 16 il testo prosegue dicendo che “tutti furono presi da timore e glorificavano Dio”. Al timore che scaturisce normalmente dall’esperienza del divino, segue la lode che è gioire di Dio e della sua bontà.

Dio ci visita: il Signore “cammina”, “si avvicina alla città”; noi usciamo con la morte nel cuore; Dio “vede”, “si commuove”, “si fa avanti”, “tocca la bara”, “i piedi si fermano” e Dio dice: Déstati. La misericordia visita la nostra miseria e la guarisce.

Al versetto 17 si prosegue così: “La fama di questi di questi fatti si diffuse”. In greco invece di “fama” si ha “parola” ed è detto che “esce”. Logicamente non esce solo la parola ma esce insieme anche Gesù che camminando si fa incontro a tutti.

Ci sono parecchie caratteristiche in questo racconto che accomunano il giovinetto morto a Gesù morto e poi risorto. Si notano due mondi contrapposti: uno in compagnia di un morto e l’altro in compagnia di Colui la cui parola da’ vita, Gesù. Al versetto 13 Gesù viene chiamato Kyrios titolo dato a lui Risorto. Si parla della porta della città (v. 17): essa evoca il Golgota, dove fu crocifisso Gesù, luogo posto “fuori della porta della città” (Lc 20, 15). Il morto è “figlio unigenito” (v. 12); anche Gesù lo è (Lc 3, 22). Il verbo “alzati” detto da Gesù al morto è quello tipico della Risurrezione (Lc 24, 6). La vedova può simboleggiare il popolo d’Israele che è in lutto per la morte del Messia, che però gli verrà consegnato risorto 3 giorni dopo. I due cortei che uniti glorificano Dio per il miracolo avvenuto, sono i giudei e i pagani riuniti in un’unica fede nel Cristo risorto.

 

Dio ha visitato il suo popolo

Il miracolo della risurrezione del figlio unico della vedova di Nain si presenta, nel Vangelo di San Luca, con degli aspetti particolari. Lo stesso evangelista descrive la situazione in modo preciso, tale da sottolineare alcuni aspetti non marginali. Gesù si reca a Nain, cittadina non lontana da Nazareth, con il seguito dei discepoli e di una grande folla. Gesù si sta rivelando ai suoi discepoli come il vero Messia, e questo produce evidentemente grande interesse. Le aspettative antiche e le profezie già annunciate sembrano realizzarsi in Gesù, in un modo - però - non immediatamente percepibile. Gesù incontra un'altra folla: è il corteo funebre che accompagna un giovinetto morto. La madre del giovinetto è una vedova, inconsolabile. Questa è la folla di chi cerca di darsi ragione per un destino crudele. Una madre ed un Figlio si incontrano; due folle assistono a questo incontro; due folle con i loro interrogativi, i loro dubbi ed i loro perché sulla vita. Ecco l'incontro, tra il semplice e l'accogliente. In poche parole, in pochi gesti, Gesù esprime tutta la sua umanità e divinità. La resurrezione del giovinetto e la sua restituzione alla madre sono il segno del Mistero Pasquale di Cristo che è donato alla chiesa. Gesù risponde, quindi ai suoi discepoli, preannunciando una salvezza che si realizza cogliendo nella fede il suo Mistero. Egli è il padrone della vita e della morte e con la sua morte ci dona la vita eterna. Con il dono della vita dato al giovane e poi restituito alla madre, Gesù indica che nella chiesa il dono della vita si realizza per tutti. La folla piangente che segue la madre può rappresentare l'umanità completa, di tutti i tempi e di tutti i luoghi che cercano risposte e senso alla propria esistenza. Il messaggio di salvezza di Gesù nell'annuncio pasquale rispondono in pieno alle angosce ed ai dubbi dell'uomo moderno.

Monaci Benedettini Silvestrini

 

Questo fatto raccontato da Luca ci richiama due episodi dell'Antico Testamento: quello di Elia che restituisce la vita al figlio unico della vedova di Sarepta (1Re. 17,17-24) e quello di Eliseo che risveglia dalla morte il figlio della Sunammita (2Re. 4,32-37).

Questo racconto mette in evidenza la potenza di Gesù e la sua misericordia. Egli previene senza richiesta, preghiera o fede chi è totalmente perduto e non è più capace di chiedere, di pregare o di credere.

Apparentemente Gesù è in cammino senza meta. In realtà, arriva inaspettato dove c'è bisogno di lui. La sua misericordia è calamitata dalla nostra miseria. Gesù che vede, si commuove e si accosta alle persone morte o sofferenti è l'immagine del Dio misericordioso, che sente compassione per l'uomo, suo figlio perduto. Solo vedendo questo Dio in Gesù si riesce a passare dalla paura di Dio alla fiducia, dalla morte alla vita, dalla legge al Vangelo.

Dio patisce con noi la stessa pena e condivide con noi la stessa morte, per liberarci dalla pena e dalla morte. La sua parola che ha creato dal nulla tutte le cose, risuscita la vita dalla morte. Vincendo la morte, Gesù ci libera dalla nostra peggiore schiavitù, che è la paura della morte (cfr Eb. 2,14-15).

Alla porta della città di Nain si incontrano due cortei: il corteo di Gesù che dona la vita e il corteo dalla morte. La folla che accompagna questa vedova poteva forse consolarla un po', ma non poteva risolvere il suo problema. Gesù, invece, sente una compassione che ha la potenza di risolvere i problemi. Egli che aveva detto: "Beati voi che ora piangete, perché riderete" (Lc. 6,21), ora porta concretamente la misericordia di Dio a coloro che gemono e piangono. Dio inaugura il suo regno con la misericordia per gli oppressi.

La risurrezione di questo ragazzo è la dimostrazione della potenza di Gesù e della sua misericordia. La potenza di Dio è sempre al servizio della sua misericordia, perché è la potenza dell'amore. Dio interviene con amore potente nella vita dei singoli e mostra la sua benevolenza verso il suo popolo. Trova così compimento ciò che Zaccaria aveva profetizzato: "Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un salvatore potente nella casa di Davide, suo servo,... per illuminare (= dare la vita) quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte" (Lc. 1,68-69.79).

padre Lino Pedron

 

La compassione che diventa pane

C’è un particolare che sta all’inizio del racconto evangelico e che dà principio al grande segno del pane e dei pesci per sfamare una folla di quattromila persone, anche se la nostra attenzione è più facilmente attratta da questa grandiosità che non da quel particolare da cui tutto comincia e che è il vero miracolo, se così si può dire, ed è quel movimento personale e intimo al quale Gesù dà un nome preciso: «Sento compassione».

E non è la prima volta che nel Vangelo incontriamo questo stato d’animo di Gesù: ora la sperimenta innanzi a un lebbroso (Mc. 1,41), ora davanti alla povera vedova di Nain che ha perso anche un figlio (Lc. 7,13), un’altra volta dinanzi ai due ciechi di Gerico che gli gridano: «Signore abbi pietà di noi» (“Kyrie eleison” Mt. 20,34).

E ancora si dice di Gesù che «Vedendo le folle ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Mt. 9,36).

È il sentimento del Samaritano che sulla via da Gerusalemme a Gerico incontra il malcapitato picchiato e derubato (Lc. 10,33) ed è anche il sentimento del padre che accoglie il figlio prodigo che ritorna a casa dopo che ha sperperato il patrimonio (Lc. 15,20).

Questa costante e ricorrente compassione di Cristo mi fa pensare che anche noi attiriamo la compassione di Gesù, la compassione di Dio. Il suo sguardo conosce la nostra fatica, la nostra fame e il rischio di perderci.

Non solo, ma ciascuno di noi che è qui porta con se il proprio dolore, le proprie sofferenze e anche quelle di altri, di persone che amiamo e che conosciamo, per le quali vorremmo una guarigione, un aiuto, un sostegno.

Gesù rivolge su di noi uno sguardo di compassione, sente compassione per noi e per tutto il dolore del mondo.

Ma forse è anche altrettanto vero che pensiamo come questo indugiare al sentimentalismo non serva, perché nulla cambia della nostra vita e della vita di tanta gente che sta peggio di noi.

La compassione sembra essere un sentimento irrazionale, incontrollabile e per questo non gode di buona reputazione nel modo di sentire comune.

Non è forse vero che per indicare qualcuno che non è all’altezza delle aspettative diciamo che è uno “da compatire”, e che quel fatto o quella situazione “facevano pietà”, che quella esperienza faceva compassione?!

Forse anche perché quotidianamente siamo sottoposti ad un eccessivo carico di stimolo delle emozioni più superficiali e in qualche modo ci difendiamo erigendo delle barriere come l’indifferenza.

La questione è seria perché anche le emozioni più profonde rischiano di essere così travolte dal cinismo e dalla fretta. Perché fanno “perdere tempo”, non sono produttive, interrompono quella macchina micidiale per cui bisogna “realizzare”, senza fermarsi a riflettere.

«Le emozioni, scrive lo psichiatra Eugenio Borgna, invece sono anche portatrici di conoscenza: di una conoscenza che ci trascina nel cuore di esperienze di vita irraggiungibili dalla conoscenza razionale».

Una conoscenza che oggi ci fa domandare: Perché non siamo tra quelli che ad Haiti hanno perduto tutto? Perché i nostri figli e nipoti non sono i bambini somali o afgani perennemente in guerra?

Noi siamo loro. Questa è la risposta, questa è la compassione.

Un racconto ebraico dice che un giorno chiesero al profeta Elia: «Come facciamo a sapere che il Messia è arrivato?» E il profeta Elia rispose: «Andate alle porte della città e li lo troverete». Infatti alle porte della città si ammassavano i poveri, i ciechi, gli zoppi, a chiedere l’elemosina.

«Ma come si potrà riconoscere il Messia in mezzo a tutti i poveri?», rispose sempre il profeta: «Mentre tutti quei disgraziati si tolgono tutte le loro bende per lavarle e poi rimettersele, il Messia è l’unico che non si toglie tutte le bende insieme, ma toglie una benda per volta». «Dove sta la differenza?». «La differenza è che il Messia facendo così è sempre pronto ad aiutare chiunque abbia bisogno».

Il racconto dice almeno due cose che ritroviamo nel Messia Gesù: anzitutto la compassione di Dio che egli ha incarnato condividendo le nostre fragilità e la nostra umanità, e poi che la sua condivisione non si è fermata al sentimento. La compassione di Cristo non muove soltanto il cuore, mette in movimento anche le mani, come dice il versetto del vangelo di oggi che descrive un gesto molto semplice che forse ci sarà capitato alcune volte nella vita non solo di veder fare dagli altri, ma anche di farlo noi stessi, ed è quel versetto di Matteo che dice come Gesù dopo aver preso i sette pani e i pesci, dopo aver reso grazie, li spezzò e li dava ai discepoli e i discepoli alla folla.

Ma Gesù poteva distribuire il pane e i pesci direttamente alla folla! Invece li consegna ai discepoli e i discepoli li distribuiscono alla gente.

Ecco il miracolo è in quel movimento delle mani dei discepoli che ricevono da Gesù e che poi passano agli altri un pezzo di pane e due pesciolini: la compassione diventa pane. La compassione del Signore non rimane un sentimento fine a se stesso, sterile … diventa pane.

Noi, come i discepoli, siamo esperti nell’obiettare: Come possiamo trovare in un deserto – ed è il deserto dei cuori – tanti pani da sfamare una folla così grande?

Come possiamo trovare una soluzione? Cosa possiamo fare noi di fronte a problemi tanto grandi?

Noi che passiamo gli anni ad ascoltare lezioni e a leggere libri per imparare ad amministrare, calcolare, misurare… a fare bilanci di famiglia, di azienda, di comunità, a concentrarci su insuccessi e riuscite, guadagni e perdite.

Eppure non riusciamo a risolvere i problemi del mondo, perché la risposta non sta nell’organizzazione o in un tecnica, la risposta è nel sintonizzarci sull’eccedenza di Dio, sulla compassione di Gesù e questo stravolge le nostre evidenze.

Domandiamoci: qual è il pane che sfama la nostra vita?

È quello che riceviamo soltanto o anche quello che doniamo?

Non è un caso che i verbi del racconto evangelico siano anche i verbi dell’ultima cena: Dio si dona a noi sbriciolando la sua vita. Le briciole le otteniamo soltanto se il pane si spezza, si dona, si offre.

Se preferiamo tenercelo lì, il pane s’indurisce, diventa duro come pietra, inutilizzabile. Non è forse esperienza quotidiana che se lo teniamo da parte il nostro pane diventa duro in poche ore? Il pane di adesso ormai non arriva nemmeno a sera.

L’indifferenza indurisce il pane e i cuori.

La compassione fa in modo che il pane torni a spezzarsi, che la nostra capacità di ascolto e di condivisione possa creare spazi nuovi e forme nuove di vicinanza e di fraternità.

E questa è un’esperienza magnifica che ci fa dire con Paolo: «Dio ama chi dona con gioia». E anche se non ci mette al riparo dalla critica e dalla derisione del modo di vedere comune, tuttavia sa portarci fuori dall’ossessione di noi stessi verso quella terra promessa dove scorrono latte e miele, che altro non è se non lo spazio della gratuità, del dono, della compassione che diventa pane.

www.giuseppebettoni.it