Acqua, vino, latte... soprattutto pane.

"O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; aenite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte."

Con questa frase molto invitante, alla quale fa seguito una serie di esortazioni altrettanto piacevoli e allettanti, il profeta Isaia (o meglio l'autore del suo Libro, essendo questo il Trito Isaia) si rende portavoce del Signore che annuncia la fecondità indubbia della sua Parola. L'efficacia del Verbo di Dio è paragonabile ad un banchetto luculliano e ricco di succulenti vivande, cibi raffinati, vini pregiati. La Parola di Dio, contrariamente a quella dell'uomo, non delude mai e realizza sempre quanto annuncia, apportando nel singolo e nella collettività l'effetto per il quale è stata mandata, portando a termine le promesse e conseguendo l'obiettivo della gioia imperitura dell'uomo, che è il destinatario privilegiato del messaggio di salvezza. La Parola di Dio equivale alla vita dell'uomo e la sua accoglienza estingue tutte le necessità esistenziali che inavvertitamente sperimentiamo comportando anche la soluzione dei problemi e degli assilli che tormentano la nostra convivenza. Per questo motivo essa è paragonabile alla sontuosità di un banchetto e l'invito ad accoglierla è simile ad un convito a pranzo: questo lo si può declinare solo per particolari motivi di ordine familiare e sociale (liti, discussioni, ecc), ma non lo si rifiuta mai per se stesso e consumare un pasto di festa in quanto tale è sempre molto coinvolgente e allettante nonché foriero di letizia e di allegria.

Ma quali sono gli alimenti principali che Dio garantisce nell'accoglienza della sua Parola? Innanzitutto il profeta promette "l'acqua per coloro che sono assetati", elemento indispensabile per la sopravivenza, bramato soprattutto nelle dimensioni di assoluta aridità e di abbandono come quella del deserto.

Agli assetati Dio promette fiumi e torrenti di acqua viva che sgorgano in abbondanza dissetando quanti soffrono la precarietà e l'indigenza spirituale che determina la distanza dalla Parola stessa, quindi la mancanza di orientamento e di sostegno, il vuoto morale e l'aridità spirituale legata alla dispersione nel peccato e nella perversione. Quale sete è più perniciosa e distruttiva se non quella che inconsapevolmente si prova di Dio? E quale elemento potrebbe dissetare risolutamente e senza riserve se non la Parola stessa del Signore, la quale si manifesta unitamente all'azione di salvezza (Dei Verbum)?

In qualunque caso essa venga distribuita, l'acqua, prezioso liquido di rigenerazione fisica essenziale prima ancora di ogni alimentazione, non viene dato mai sotto cauzione o dietro pagamento: è un bene pubblico, che la natura del resto distribuisce risolutamente a piene mani senza distinzioni. E infatti l'invito isaiano all'acqua è spontaneo e gratuito: "Oh

voi tutti assetati, venite, abbeveratevi e dissetatevi dell'acqua della vita che è la Parola di salvezza." Guarda caso è la stessa acqua bevendo la quale non si avrà più sete, che Cristo Gesù promette alla Samaritana al pozzo di Sicar (Gv 4, 14), quella che scaturisce assieme al sangue dal suo costato trafitto sulla croce dalla lancia (Gv 19, 34), che a sua volta esprime l'azione salvifica del lavacro spirituale della rinascita nel Battesimo. Lo Spirito, l'acqua e il sangue sono infatti elementi unitari e concordi per la rigenerazione dell'uomo, essendo Cristo venuto non soltanto nell'acqua ma anche nel sangue (1Gv. 5,6-8). In definitiva è l'acqua della rigenerazione e della salvezza, quella che ci ha resi figli di Dio inserendoci nella vita piena dell'appartenenza assoluta al Cristo nella Chiesa.

Attraverso il profeta Dio promette però altre vivande che solitamente si ottengono dietro pagamento (a volte anche caro) ma che Egli riserva gratuitamente, senza restrizioni e incommensurabilmente a tutti: vino e latte nella Scrittura sono espressivi di benessere, ricchezza e prestigio alimentare ed economico, quello che Dio concede soprattutto agli umili, agli esclusi e ai poveri, ma che viene dato a chiunque si disponga all'attenzione e all'ascolto della sua Parola. Prosperità e benessere sono riservanti come diritto inalienabile a quanti si propongono di fare della Parola il costante riferimento della loro vita e che perseverano in essa in tutte le circostanze, felici o avverse. Questi sono tutti coloro che non si lasciano distogliere dalle sprezzanti seduzioni di questo mondo, che nell'umiltà e nel silenzio accettano di subire perfino le umilianti ingiustizie, le cattiverie e le soprafazioni pur di restare fedeli al monito divino alla giustizia e alla perseveranza nel bene. O anche coloro (il che è lo stesso) che più semplicemente risolvono di persistere nella messa in pratica ad ogni costo degli insegnamenti del Signore, accettando eventuali prove e difficoltà con animo, fiducia e risolutezza, sempre certi delle immancabili ricompense di cui solo Dio è capace.

Questa Parola, che ci viene più volte presentata nella Bibbia per mezzo di paragoni esaustivi e convincenti quali ad esempio quello della spada a doppio taglio (Eb. 4,12) o della pioggia e della neve (Is. 55,10), ci si propone quindi adesso nella sua completa efficacia dirompente e trasformante nella piena positività, paragonata all'acqua di salvezza e alle ricche cibarie succulenti che alludono alla felicità e alla gioia della nostra persistenza nel perseverare in essa dopo averla accolta.

In un banchetto prosperoso e promettente non può mancare tuttavia il pane, elemento comune a tutti gli uomini e reale obiettivo del lavoro quotidiano, per il quale ci si affatica con impegno di tutti i giorni. Nella moltiplicazione dei pani Gesù ci ragguaglia che acqua, vino, latte e altri alimenti saranno sempre affiancati da questo elemento indispensabile atto a scongiurare la fame fondamentale di ogni uomo, che è sempre fame di Parola, e per giunta della Parola Incarnata.

La moltiplicazione dei pani a cinquemila uomini più le donne e i bambini, attenti solamente ad ascoltare la Sua Parola e noncuranti della necessità di cibo sopraggiunta, consente a Gesù non soltanto di estinguere la fame fisica di tanta gente convenuta dalle città limitrofe in un luogo in effetti deserto, ma anche di ribadire un concetto vincolante e di assoluta importanza per la Rivelazione divina all'uomo: "Io sono il pane vivo disceso dal cielo" (Gv. 6,51). Chi si ciba del pane della vita che è Cristo aggiungerà qualsiasi altro elemento indispensabile affinché il suo pasto diventi un lauto banchetto perché se acqua e cibi succulenti si danno con la Parola, Cristo pane di vita è la Parola stessa di Dio incarnata che ci è dato consumare nel banchetto vitale dell'Eucarestia.

Accogliere la Parola, approfondirla, meditarla e metterla in pratica equivale pertanto ad assolvere ai propri bisogni vitali, a provvedere alle proprie esigenze essenziali che sono quelle paragonabili al dissetarsi con acqua e a procacciare la gioia e la salvezza definitiva rappresentata da pasti di cibi succulenti e vini raffinati. Ma non avremo mai accolto la Parola risolutamente e in senso pieno e definitivo se non avremo consumato la Parola di Cristo pane vivo disceso dal cielo.

padre Gian Franco Scarpitta

 

 

Date loro voi stessi da mangiare

La parola di Dio si apre oggi con un richiamo potente: "Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia?". E' provocazione o realismo denunciare lo spreco di risorse che si fa d'estate in vacanza per molte cose che non saziano, che non ritemprano le energie, ma che distraggono e impoveriscono l'uomo nei suoi più veri valori?

L'invito è a cercare altrove: "O voi tutti assetati venite all'acqua, chi non ha denaro venga ugualmente. Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti". E' Dio che ci sollecita a ricercare in Lui ciò che sazia veramente il cuore dell'uomo. "Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete". In questo senso, come segno del dono di Dio che sazia, va letto l'episodio di Gesù che moltiplica i pani.

1) Gesu', il pane vivo

Stranamente, le Beatitudini sono non per chi è sazio, ma per chi "ha fame e sete di giustizia" (Mt. 5,6). "Guai a voi che ora siete sazi" (Lc 6,25). Viviamo una cultura che cerca di rendere l'uomo sazio di cose, soffocando in lui gli aneliti più alti e profondi verso Dio. E però, nonostante lo scintillio degli spot pubblicitari, non si può dire che ci sia più sazietà interiore, serenità e gioia!"Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt. 4,4).

Ogni uomo insegue brandelli di verità, giustizia, felicità..., perché rincorre la verità, la giustizia, la felicità totale: perché del tutto, dell'infinito, dell'eterno egli ha fame, cioè di Dio! Dio stesso così ci ha strutturati, e predestinati. "Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi, mentre il Signore ci ha preparato le eterne praterie del cielo". E' Dio la nostra sazietà, e l'uomo lo va cercando "come a tentoni se mai arrivi a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi" (At. 17,27).

In questa ricerca, Dio, nella Bibbia, s'è come messo a fianco dell'uomo, acutizzando la fame e indirizzandone la mira giusta. Oggi il vangelo proclama che finalmente quella fame può essere saziata perché, in Cristo, Dio ha preparato il banchetto definitivo e vero nel quale tutti gli uomini lo possono incontrare. "Io sono il pane vivo disceso dal cielo, chi mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv. 6,51). Cristo è la massima autorivelazione e autocomunicazione di Dio all'uomo, per la sua pienezza di vita, terrena ed eterna.

La moltiplicazione dei pani, disponibili per tutti, fino all'avanzo, è il segno del dono completo di Dio, dei beni messianici promessi, e anticipo del futuro banchetto dei Regno dei cieli "dove, in verità vi dico, Dio stesso si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli" (Lc. 12,37).

Gesù ha voluto andare oltre: alla proclamazione, ha fatto seguire lo strumento concreto - noi diciamo il segno efficace, il sacramento - di questa comunione: il banchetto eucaristico nel quale realmente è contenuto e comunicato tutto l'alimento che Dio può offrire per la sazietà dell'uomo. Il racconto di Matteo oggi vi fa' chiara allusione: "Prese i cinque pani e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla". Che è appunto la formula della nostra messa.

Cristo allora è la risposta all'uomo che cerca Dio e ne sente la fame: la sua parola e la sua carne che noi riceviamo nell'Eucaristia è il modo concreto e pieno di questa comunione con la divinità. L'uomo anela all'Assoluto, ma l'Assoluto non è qualcosa di nebuloso, è una persona, è Gesù Cristo.

2) La chiesa dona questo pane vivo

Il riferimento all'Eucaristia è per dire che ormai permanente è questo dono di Dio all'uomo, appunto nella Chiesa, alla quale Gesù diede un ordine: "Fate questo in memoria di me!". Anche oggi "una grande folla" cerca Gesù, e Lui "ne sente compassione". E rinnova l'ordine: "Date loro voi stessi da mangiare".

E' anzitutto in questa "compassione" del cuore di Cristo la sorgente della missione della Chiesa. Non ha altri interessi sull'uomo la Chiesa, se non quello di servirlo nel suo vero bisogno di significato e di verità, offrirle appunto quel pane venuto dal cielo che è Dio stesso. E quindi non da sé, ma da Cristo attinge la sua ricchezza. Solo perché Cristo moltiplica i pani, gli apostoli possono sfamare la moltitudine. Noi siamo intermediari di gesti che solo Cristo compie: così nel consacrare l'Eucarestia, come nel battezzare, come nel perdonare i peccati. Il sacerdote agisce "in persona Christi".

"Non abbiamo che cinque pani e due pesci!", si lamentano gli apostoli. Si spaventano all'ordine di Gesù di saziare tanta folla. Forse anche oggi i cristiani si spaventano di fronte alla sfida del nostro mondo pagano, e si sentono impotenti. L'invito di Gesù è a credere non alle proprie capacità, ma ad attingere alle risorse di Dio.

E' necessaria questa coscienza "orgogliosa" della "potenza del vangelo" - lievito che silenziosamente ma efficacemente trasforma la pasta. La missionarietà non ha altra sorgente che in questa sicurezza di poggiare su Dio. Era tutta la forza di san Paolo, come ci dice oggi nella seconda lettura: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati". "Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati". Quanto è abbondante il dono di Dio, e la Chiesa ne ha sempre riserva per tutti!

Dono di Dio che è il cibo spirituale dell'Eucaristia, ma anche dono di Dio che è la carità che dall'Eucaristia deriva. Non è mai mancata la carità della Chiesa, e lungo i secoli, sempre pronta a "guarire i malati" di nuova specie! Anche oggi è la Chiesa la prima a moltiplicare il pane della sua carità, sia in terra di missione per alleviare fame e ingiustizie, sia qui da noi per vincere emarginazione e nuove povertà.

Un'ultima parola: "Portatemeli qua". Gesù moltiplica dei pani che sono dati, non creati di nuovo. Dio ha bisogno degli uomini, del loro cuore e della loro vita, per moltiplicare la sua presenza e il suo dono di vita. Questo in fondo è la messa: veniamo a mettere a disposizione di Cristo i gesti della nostra vita quotidiana perché li trasformi e li assuma come luoghi e strumenti della sua salvezza per i fratelli che incontriamo. All'offertorio offriamo il pane, alla comunione lo mangiamo come Corpo di Cristo perché diveniamo noi stessi, usciti da messa, il corpo di Cristo che prolunga l'amore di Dio verso tutti. Viviamo davvero così la nostra messa ogni domenica?

don Romeo Maggioni

 

 

Gesù chiede la comunione delle risorse della terra

Un giorno Gesù si era ritirato in un luogo solitario, lungo la sponda del mare di Galilea. Ma quando fece per sbarcare, trovò una grande folla che lo attendeva. Egli "sentì compassione per loro e guarì i loro malati". Parlò loro del regno di Dio. Intanto però si era fatto sera. Gli apostoli gli suggeriscono di congedare le folle, perché si procurino da mangiare nei villaggi vicini. Ma Gesù li lascia di stucco, dicendo loro, in modo che tutti sentano: "Date loro voi stessi da mangiare!". "Non abbiamo, gli rispondono sconcertati, che cinque pani e due pesci!" Gesù ordina di portarglieli. Invita tutti a sedersi. Prende i cinque pani e i due pesci, prega, ringrazia il Padre, poi ordina di distribuire il tutto alla folla. "Tutti mangiarono e furono saziati e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati". Erano cinquemila uomini, senza contare, dice il Vangelo, le donne e i bambini. Fu il picnic più gioioso nella storia del mondo!

Cosa ci dice questo vangelo? Primo, che Gesù si preoccupa e "sente compassione" di tutto l'uomo, corpo e anima. Alle anime distribuisce la parola, ai corpi la guarigione e il cibo. Voi direte: allora, perché non lo fa anche oggi? Perché non moltiplica il pane per i tanti milioni di affamati che ci sono sulla terra? Il vangelo della moltiplicazione dei pani contiene un dettaglio che ci può aiutare a trovare la risposta. Gesù non fece schioccare le dita e apparire, come per magia, pane e pesci a volontà. Chiese che cosa avevano; invitò a condividere quel poco che avevano: cinque pani e due pesci.

Lo stesso fa oggi. Chiede che mettiamo in comune le risorse della terra. È risaputo che, almeno dal punto di vista alimentare, la nostra terra sarebbe in grado di mantenere ben più miliardi di esseri umani di quelli attuali. Ma come possiamo accusare Dio di non fornire pane a sufficienza per tutti, quando ogni anno distruggiamo milioni di tonnellate di scorte alimentari, che chiamiamo "eccedenti", per non abbassare i prezzi? Migliore distribuzione, maggiore solidarietà e condivisione: la soluzione è qui.

Lo so: non è così semplice. C'è la mania degli armamenti, ci sono governanti irresponsabili che contribuiscono a mantenere tante popolazioni nella fame. Ma una parte di responsabilità ricade anche sui paesi ricchi. Noi siamo ora quella persona anonima (un ragazzo, secondo uno degli evangelisti) che ha cinque pani e due pesci; solo che ce li teniamo stretti e ci guardiamo bene dal consegnarli perché siano divisi tra tutti.

Per il modo in cui è descritta ("prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, li benedisse, spezzò i pani e li diede ai discepoli"), la moltiplicazione dei pani e dei pesci ha fatto sempre pensare alla moltiplicazione di quell'altro pane che è il corpo di Cristo. Per questo le più antiche rappresentazioni dell'Eucaristia ci mostrano un canestro con cinque pani e, ai lati, due pesci, come il mosaico scoperto a Tabga, in Palestina, nella chiesa eretta sul luogo della moltiplicazione dei pani, o nell'affresco famoso delle catacombe di Priscilla.

In fondo, anche quello che stiamo facendo in questo momento è una moltiplicazione dei pani: il pane della parola di Dio. Io ho spezzato il pane della parola e Internet ha moltiplicato le mie parole, sicché ben più di cinquemila uomini, anche questa volta, hanno mangiato e si sono saziati. Resta un compito: "raccogliere i pezzi avanzati", far giungere la parola anche a chi non ha partecipato al banchetto. Farsi "ripetitori" e testimoni del messaggio.

padre Raniero Cantalamessa

 

 

Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio

Abbiamo questo racconto evangelico: con cinque pani d'orzo e due pesci, Gesù sfama oltre cinquemila persone. Persone che lo avevano seguito, attirati dai miracoli, e convinti di aver trovato un uomo che poteva risolvere i problemi politici ed economici della nazione.

Anche noi abbiamo seguito Gesù, e continuiamo a seguido. Ma possiamo e dobbiamo chiederci: come lo seguiamo?

Gesù si manifestava, e si manifesta oggi a noi, come colui che è capace di saziare per sempre la fame del nostro cuore: «o voi tutti assetati venite all'acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro... Perché spendete denaro per ciò che non è pane? Su, ascoltatemi, porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete» (1ª lettura).

Soprattutto in una società come la nostra, in cui tutto ha un prezzo, tutto si paga, tutto si misura, queste parole possono farci sorridere. Ma è proprio per questo che l'uomo ha fame: fame di verità, di giustizia, di amore, di pace, di bellezza; ma, soprattutto, fame di Dio.

«Noi dobbiamo essere affamati di Dio», dice sant'Agostino. E un quotidiano titolava: «Torna il bisogno di Dio... Dio non è morto».

È Dio che ci dà il vero pane. E questo pane, di cui abbiamo bisogno, è Cristo, che ancora oggi ci ripete: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi».

Il pane di cui abbiamo bisogno è la Parola di Dio, che ci dice: «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt. 4,4). Dobbiamo metterci continuamente in religioso ascolto della Parola di Dio; prenderla come criterio del nostro modo di pensare e di agire; conoscerla con la lettura personale e la meditazione; ma, specialmente, dobbiamo farla nostra, realizzarla giorno dopo giorno, in ogni nostro comportamento.

Scrive Antoine de Saint-Exupéry: «C'è un solo problema, uno solo per il mondo: ridare agli uomini un significato spirituale, inquietudini spirituali... Non si può vivere di frigoriferi, di bilanci, di politica, di parole crociate. Non si può più. Non si può più vivere senza poesia, senza calore né amore».

«Venite a me, ascoltate, e vivrete!». Abbiamo davanti a noi un'altra estate, un periodo di riposo. Abbiamo davanti a noi un tempo diverso dal resto dell'anno: non lasciamoci prendere dalla «stanchezza spirituale», o dalla «vacanza spirituale». Accogliamo, piuttosto, l'invito di San Paolo: «Nulla ci separi mai dall'amore di Cristo» (2a lettura).

Ricordiamo le parole di Benedetto XVI, nel giorno di inizio del pontificato: «... Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Solo in questa amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana... Egli non toglie nulla e dona tutto. Chi si dona a Lui riceve il centuplo".

Cerchiamo Colui che, solo, può soddisfare il nostro desiderio: cerchiamo Cristo! Camminiamo verso Cristo!

don Roberto Rossi

 

 

Avuta la notizia che Giovanni Battista è stato ucciso da Erode, "Gesù parti di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte". Desidera cautelarsi, ma soprattutto riflettere nella calma per capire quanto la volontà del Padre esige da Lui in questa nuova situazione. Sente anche il bisogno di un po' di riposo nella quiete e nella compagnia dei suoi amici, i discepoli. Lo fa specialmente per loro. C'è qui un richiamo a saperci ritagliare uno spazio quotidiano per "stare con Gesù" in un dialogo affettuoso, cuore a cuore.

Nel nostro episodio, però, il programma salta a causa della folla: a contatto con essa Gesù si lascia "giocare" dalla "compassione". Conosciamo già questo meccanismo che scatta in Lui. L'abbiamo incontrato in Mt. 9,36ss (domenica XI): "Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore". Nel nostro testo leggiamo che "Gesù vide una grande folla": non solo allora, ma anche oggi. È una società non soltanto divisa, ma anche malata ("guarì i loro malati"): quante infermità fisiche e morali! Una umanità affamata (vv15ss): fame molteplice. Fame di cibo, ma anche soprattutto di valori, di affetto, di libertà, di felicità. Fame di Dio. Quanti denutriti anche tra i cristiani stessi!

Nel suo sguardo attento Gesù non rimane neutrale, insensibile: "sentì compassione". Anche nell'episodio della seconda moltiplicazione dei pani (Mt 15,32) ritornerà il motivo della "compassione". Anzi è Gesù stesso che confida ai discepoli: "Sento compassione di questa folla". Tale verbo ha un senso pregnante. Di per sé significa sentirsi "fremere e sconvolgere le viscere". Esprime quindi non una compassione emotiva, superficiale, ma una reale partecipazione e coinvolgimento. È immedesimarsi nella situazione dell'altro, un "patire-sentire insieme con l'altro". Una "compassione" che è attiva: spinge Gesù a guarire i malati e poi a saziare la folla affamata.

Stupisce l'insistenza con cui Matteo presenta Gesù come il medico che risana i malati. Sta in questa attività una delle caratteristiche inconfondibili del Messia. A Lui sta a cuore tutto l'uomo, l'integrità totale della persona. Egli sa che la malattia tende a isolare le persone dalla vita sociale. Guarendo i malati intende reintegrarli pienamente nella società.

Nella concatenazione dinamica di questi tre momenti - sguardo, compassione, intervento concreto - Gesù si rivela come il Messia misericordioso che si lascia catturare e calamitare da ogni forma di sofferenza che incontra. In tal modo rivela anche il vero volto di Dio quale "Padre misericordioso", che si prende a cuore ogni forma di miseria.

Tale sequenza di tre momenti, però, Gesù non la esaurisce in se stesso. Vuole invece innescare una reazione a catena. Vuole contagiarci il suo sguardo di "compassione" coinvolgendoci: "Voi stessi date loro da mangiare". Come i discepoli, noi faremmo notare la sproporzione tra l'insufficienza, la scarsità dei mezzi a nostra disposizione e le necessità smisurate a cui occorre fare fronte: "Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci": non possiamo farci nulla. Quindi suggeriamo che la gente "si arrangi". Ma la parola "impossibile" non esiste nel vocabolario di Gesù. Il suo comando è perentorio e non dà adito a scappatoie: "Voi stessi date loro da mangiare". Il seguito del racconto mostra che Gesù non opera magicamente, non parte da zero. Ha bisogno che qualcuno metta a disposizione quel poco che ha. Ha bisogno che qualcuno quel giorno rischi di saltare il pranzo perché condivide. Il primo miracolo sta proprio nel sapere condividere. Un gesto che dà il via libera a Gesù: quel "poco" condiviso gli consente di sfamare una moltitudine. "È il miracolo della carità, che vede coinvolti Gesù e i suoi discepoli nel servizio alla gente che ha fame" (ETC1). Il pane spezzato e condiviso non si esaurisce, ma in mano a Gesù si moltiplica, saziando un numero sterminato di persone.

Questo miracolo, che è il più documentato nella tradizione evangelica (viene riportato sei volte), ci mostra chi è Gesù: è il Messia che al suo popolo offre un banchetto durante il suo cammino, come già Dio aveva nutrito Israele nel deserto. Gesù compie le promesse dei profeti, che avevano raffigurato il Regno di Dio con l'immagine di un banchetto festivo e abbondante (Is. 55,1-3: 1ª lettura - cfr. pure Is. 25,6-10). Gesù è l'unico che può saziare l'uomo completamente e in misura sovrabbondante.

Egli, però, compiendo questo miracolo non intende soltanto sfamare la folla, ma anche e soprattutto vuole creare e consolidare la comunione. In effetti, Gesù non vuole che la gente si disperda. Così proponevano i discepoli, nel loro tentativo di disimpegno: "congeda la folla". Ma vuole mantenerla unita. Subito dopo, col miracolo dei pani mostrerà di essere il pastore di questo gregge. Il pastore vero che raccoglie nell'unità una folla dispersa, le prepara un banchetto, la riunisce intorno a sé trasformandola in una grande comunità conviviale, dove tutti, senza discriminazioni e differenze sociali, godono la libertà di stare insieme, di far festa, di vivere nella comunione con Dio e tra di loro.

È il significato ecclesiale del miracolo: Gesù circondato dai Dodici, che distribuiscono i suoi doni alla folla "seduta" sull'erba (propriamente "sdraiata": posizione che era consentita durante la mensa soltanto ai signori e agli uomini liberi). Ecco un'immagine viva della Chiesa, che Gesù vuole raccolta insieme come una sola famiglia. La Chiesa dove i Dodici (e i loro successori) continuano a distribuire la Parola e l'Eucaristia. Si pensi ai dodici canestri di pezzi avanzati: simbolo di una ricchezza inesauribile a cui attingeranno i cristiani di tutti i tempi.

Il racconto ha anche, appunto, un chiaro significato eucaristico: la successione dei gesti che Gesù compie ("prese i cinque pani...recitò la benedizione...spezzò i pani e li diede ai discepoli") è la stessa che ritroviamo nell'ultima cena.

I cristiani si sentono chiamati a riscrivere oggi questa pagina di Vangelo, rivivendo la medesima esperienza:

Lasciano che Gesù con la sua Parola e l'Eucaristia li nutra e li sostenga nel cammino, stringendoli sempre più nella comunione con Lui e tra di loro.

Il "poco" che hanno e che sono (vita, tempo, qualità, beni, sofferenze) lo mettono a disposizione di Gesù perché Egli operi il miracolo della comunione e della festa. Così il Signore continua a spezzare il pane della Parola, dell'Eucaristia e della Carità attraverso il loro impegno nei diversi ambiti dell'educazione alla fede, della celebrazione liturgica e del servizio ai bisognosi.

La "compassione" di Gesù, riflesso della misericordia del Padre, non verrà mai meno. È la certezza che vibra nel testo della lettera ai Romani (8,35-39 - 2ª lettura). La speranza cristiana, che attende la salvezza definitiva, ha un fondamento solidissimo: l'amore di Dio che si è fatto visibile in Gesù. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo?...Nessuna creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore". Paolo è sicuro che nulla e nessuno potrà mai strapparci all'abbraccio tenerissimo di Cristo e di Dio. È sicuro che il Padre e Gesù ci ameranno sempre in modo efficace. Ogni domenica l'Eucaristia è il momento in cui ci è dato di sperimentarlo in modo sempre nuovo e coinvolgente. Non si può non sottoscrivere l'affermazione: "Nel giorno del giudizio preferirò essere giudicato da Cristo che da mia madre" (Faber).

Lo spezzare insieme ogni domenica il pane eucaristico, il condividere il pane della vita che è Cristo, ci stimola e ci sostiene nell'amore concreto ai fratelli in una stile di solidarietà e condivisione?

Invitandoci a guardare con misericordia i "popoli della fame", Gesù ci ripete: "Voi stessi date loro da mangiare".

Davanti a ogni persona ascolterò Gesù che mi dice: "Dalle da mangiare".

Siccome ogni persona ha fame di amore, in definitiva Gesù mi dice: "Amala!"

mons. Ilvo Corniglia

 

 

Il Signore è Colui che sazia

Il Vangelo di questa Domenica racconta un grande miracolo compiuto da Gesù di Nazaret: la moltiplicazione dei pani e dei pesci.

San Matteo narra che il Maestro, avuto compassione della folla che lo aveva seguito dalle città (Mt. 1413), scese dalla barca, dove si era ritirato per pregare il Padre, e cominciò a guarire i loro malati (v. 14). Gesù, andando incontro alla folla bisognosa della Verità, incoraggia ogni cristiano ad essere testimone dell'amore, ad annunciare con fermezza che la salvezza è giunta nel mondo mediante il sacrificio del Verbo incarnato, che, offrendosi una volta per tutte, ha dato la possibilità ad ogni uomo e donna di partecipare alla vita divina. Tale partecipazione è attuata nella vita della Chiesa tramite i sacramenti, segni concreti che rivelano l'unione dell'uomo con Dio. In questo modo, il cristiano, trasformato da quest'incontro, diviene strumento di Dio, evangelizzatore della Parola, colui che cerca la folla desiderosa di liberazione. Ma, il Maestro ci vuole disponibili per la Sua missione d'amore nella storia: infatti, se il Figlio eterno ha avuto tempo per l'uomo, anche noi dobbiamo tralasciare le nostre faccende personali per occuparci pienamente dell'opera di salvezza.

Continuando la narrazione evangelica, san Matteo racconta che, arrivata la sera, Gesù diede ordine a suoi discepoli di sfamare la moltitudine raccolta intorno a Lui, solamente con cinque pani e due pesci. Tutti poterono mangiare e saziarsi del cibo benedetto e offerto loro dal Signore (v. 20); anzi, avanzarono altre ceste di pesci (v. 20).

Cari fratelli, il miracolo indica che solo il Maestro può saziare la fame materiale e spirituale che attanaglia il nostro essere. Il Pane offerto alla folla è l'immagine del Figlio di Dio che si consegna alla morte e diviene nutrimento per noi. Saziandoci con l'Eucaristia, infatti, assaporiamo la nostra identità, essere figli di Dio, e avanziamo nella fede, fino all'incontro con il Signore.

Il miracolo della moltiplicazione indica anche un altro aspetto della vita cristiana. Il Maestro ci assicura che ogni preoccupazione materiale potrà essere superata solo aprendoci al Suo intervento: Egli sa di cosa abbiamo bisogno, senza che glielo chiediamo.

Fratelli, spalanchiamo il nostro intimo all'amore divino del nostro Redentore: Egli appagherà le nostre reali necessità, e riusciremo, in questo modo, ad essere annunciatori della libertà, uomini redenti, testimoni di Dio che è Amore. Amen.

Gaetano Salvati

 

 

Ce n'è per tutti

Il miracolo di oggi, la moltiplicazione dei pani, è l'unico miracolo raccontato da tutti e quattro gli evangelisti. Addirittura, Mc. e Mt. lo raccontano due volte. Più che la moltiplicazione, il miracolo è la distribuzione di pane e pesci a tutta questa gente. Storicamente, dicono gli esegeti, è assai difficile che sia avvenuto il miracolo.

L'A.T. riporta il miracolo del profeta Eliseo (sfamò quattrocento persone con venti pani d'orzo: 2Re. 4,42-44). Chi ha composto questo brano voleva dire: "Qui c'è ben più di Eliseo!".

Chi raccontava questo brano di certo conosceva l'ultima cena di Gesù e le parole usate lo rivelano ("prese i pani, pronunziò la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli). Allora si voleva dire: "Ogni volta che noi celebriamo l'eucarestia avviene questo miracolo: Dio si da a tutti e sfama tutti".

Non dobbiamo poi dimenticare che Gesù parlava spesso di Dio e del suo regno con l'immagine del banchetto. Banchetti e pranzi ebbero un ruolo fondamentale nella vita di Gesù e di questo era accusato in continuazione (Mt. 11,18-19). Probabilmente tra i suoi pranzi e le sue cene ce ne deve essere stata una di memorabile, sia per l'insolito numero di partecipanti che per il luogo dove avveniva (il lago di Galilea). Questa cena memorabile, ricordata dai primi cristiani attraverso il filtro dell'ultima cena e del miracolo di Eliseo ricordato nell'A.T., avrebbe fatto nascere quest'episodio. Certamente c'è un episodio storico dietro a questo grande miracolo, ma cosa sia veramente successo è ormai impossibile stabilirlo.

Gesù cerca un luogo di riposo. Pressato dalla gente e dai suoi bisogni, si stacca e prende un tempo per ri-centrarsi, per ascoltarsi, per stare con sé e semplicemente per riposare. Non dobbiamo mai aver paura né colpevolizzarci se prendiamo del tempo per ricaricarci. Se ci lasciamo divorare dagli altri e poi "ci mangiano" non è colpa loro, ma nostra che glielo abbiamo permesso. Quando è troppo devi dire: "Basta; stop", anche se deludi o scontenti qualcuno. Quando Gesù torna c'è una moltitudine di gente che lo aspetta, gente che era venuta dalle città, aveva fatto strada e lo aveva aspettato. Dove c'è la verità la gente aspetta, si mette in coda e fa molta strada, cioè sacrifici, sforzi, chilometri, per ascoltarla. Perché la verità ti guarisce e ti sazia.

Ma viene sera e c'è un problema che assilla i discepoli: "Qui si fa sera e la gente ha fame. Come faremo?". "Accipicchia qui adesso ci tocca mettere mano al portafoglio; come facciamo adesso con tutta questa gente?; che chieda a noi di pagare per tutta questa gente? Non è un problema nostro, se è venuta per lui che si arrangi lui ("congeda tu la folla"). "La gente ha tanta fede finché non le tocchi il portafoglio", diceva il mio parroco.

E qui avviene il miracolo. Il senso del miracolo è che più si condivide e più le cose si moltiplicano.

L'unione fa la forza. Condividi quello che hai, quello che sei, quello che conosci e tutto si moltiplicherà. Se ci si mette insieme i miracoli s'avverano. Se ognuno fa la sua parte l'impossibile diventa possibile.

In un'azienda, più ognuno mette a disposizione di tutti le informazioni, le proprie capacità e risorse professionali e umane, e più quell'azienda funzionerà.

Tra amici, più si condivide ciò che si vive, ciò che si prova, gli alti e i bassi delle proprie giornata e più l'unione si moltiplica, diventa forte, intima e profonda. Una gioia condivisa si moltiplica; un dolore condiviso si dimezza.

In un pranzo, se ognuno porta qualcosa e poi si condivide, tutti mangiano a sazietà, e ne rimane sempre tanto.

In Ecuador, come in tante altre parti del mondo, si collabora insieme per costruire le case. Uno deve farsi una casa? Tutti lavorano i fine settimana per lui. In poco tempo la casa si costruisce e poi si aiuta un altro.

Quando c'è un progetto da costruire o da ideare, se tutti si giocano e mettono le loro idee, i loro punti di vista, e sono disposti ad accettare quelle degli altri, allora la condivisione genera idee geniali.

In un quartiere c'era il problema delle baby-sitter. Così c'erano 15 bambini e 15 baby-sitter. Ma qualche mamma illuminata ha detto: "Perché non ce li teniamo a turno noi i nostri figli, senza pagare!?". Così ognuna di loro si è impegnata in un giorno libero dove teneva i bambini degli altri. Un'idea semplice, ma geniale, economica ed educativa.

Mentre la società tende a dividerci sempre più, a privatizzarci, a singolarizzarci, noi abbiamo bisogno di metterci insieme, di aiutarci, di condividere, di offrire ciascuno ciò che può offrire.

Il miracolo vuol dire: quel che sembra impossibile spesso non lo è.

"Essere credenti significa assumere l'impossibile come possibile" (Balducci).

Cinquemila uomini, l'impresa sembra impossibile: "Ma dai non scherziamo!". Chi l'avrebbe detto? Eppure tutte le grandi rivoluzioni dell'umanità (l'indipendenza dell'India; il Cristianesimo; la rivoluzione francese) partirono da singole persone che misero in circolo e in comune le loro forze. Lao-Tse diceva: "Un viaggio di mille chilometri comincia sempre con un singolo passo". Mao-Tze-Tung: "Faremo il cammino dei diecimila passi, solo se avremo il coraggio di fare il primo passo". Un debole più un debole non fanno due deboli ma un forte perché l'unione fa la forza.

Gli sms di un euro in occasione dello tsunami hanno raccolto 43 milioni di euro.

Quando io guardo alla società mi prende un senso di scoraggiamento: "Siamo dentro ad un sistema; non si può far niente; non serve a niente il mio impegno; siamo solo delle pedine". Sì è vero, isolati siamo solo delle pedine e facilmente gestibili e mangiabili dalle "dame". Ma mettiamoci insieme, convogliamo le nostre forze su di un'ideale comune. Ciascuno metta il suo voto, i suoi cinque pani e i suoi due pesci, ciascuno faccia la sua parte e vedremo.

La società, dividendoci, ci fa sentire deboli. Uniamoci e avremo una forza irresistibile. Pensate se metà degli Italiani (non dico neanche tutti) decidesse di non guardare per una settimana un canale televisivo: dovrebbero ascoltarci! O di non telefonare più o di non fare più benzina con una tale compagnia? Ci dovrebbero ascoltare. Non è vero che non siamo forti. Se siamo divisi siamo nessuno; ma se siamo insieme nessuno ci può fermare.

Una storia africana racconta che un vecchio morente chiama la sua famiglia al capezzale. Dà un bastone corto e robusto a ciascuno dei numerosi figli, mogli e parenti. "Rompete il bastone", dice loro. Con un po' di fatica tutti riescono a spezzarlo a metà. "Ecco come vanno le cose quando un uomo è da solo, senza nessuno: è facile spezzarlo". Poi il vecchio dà un altro bastone a tutti i famigliari: "Ecco come vorrei che viveste dopo la mia dipartita. Riunite insieme due o tre bastoni e provate a spezzare a metà il fascio". Nessuno riesce a spezzare i bastoni riuniti. Il vecchio sorride: "Siamo forti quando stiamo insieme. Quando siamo insieme non ci possono spezzare".

Quando guardo a me, mi risulta difficile pensare a qualcosa di grande. "Ma chi l'ha detto?". Quando guardo a certe situazioni di coppia, a certe malattie, a certi caratteri, sembra impossibile il cambiamento. "Ma chi l'ha detto?". E' impossibile perché non ci hai ancora provato! Le cose spesso non sono impossibili, sono solo faticose: ti costringono a faticare, a cambiare e a rivoluzionare la tua vita.

Questo vangelo è un inno all'umiltà: fidati di quel poco che hai.

Cinque pani e due pesci è quello che sono io. Cosa sono? Beh sono proprio ben poca cosa.

Se io guardo a quello che sono dentro, alle mie capacità, alle mie doti, a ciò che posso fare o che sono capace di fare, beh sono proprio ben poca cosa. Quante persone dicono: "Non sono capace di fare niente! Cosa vuoi che realizzi nella vita con queste scarse capacità che ho".

Ma è proprio questo il miracolo della vita e del vangelo: ciò che è scarso per l'uomo è infinitamente grande per Dio. E se tu ti fidi di quel poco che sei e che Dio stesso ha creato farai cose grandi.

A tutti noi piacerebbe avere doti straordinarie, essere bravi musicisti, atleti, simpatici ed empatici, avere doti fuori dal comune, essere abili nell'informatica, nelle lingue, profondi e sensibili con le persone. Ma se avessimo tutto questo ci crederemmo probabilmente degli dei e Dio conoscendo bene questo pericolo non ci ha dato troppe capacità, ci ha dato cinque pani e due pesci.

Se tu guardi a quello che hai, a quello che sei, allora ti deprimi, allora pensi che non andrai da nessuna parte nella vita, allora ti senti un fallito. Se tu guardi a quello che non c'è, a quello che dovresti essere, a quello che non sei, non farai nulla. Ma è qui che deve emergere la tua fede: guarda a quello che hai, se avrai fede e ti fiderai di ciò che Dio ha messo nel tuo cuore, compirai cose grandi.

Il vangelo presenta due atteggiamenti di fronte al poco che c'è.

I discepoli disprezzano quel poco che hanno: "Non abbiamo che cinque pani e due pesci" come a dire, "ma cosa vuoi pretendere con questa miseria che c'è". Gesù, invece, prende quella miseria, guarda il cielo (cioè ringrazia Dio per ciò che c'è) e la benedice.

Questi sono i due atteggiamenti che io posso avere nei confronti della mia vita: la posso disprezzare o benedire. Posso dire: "Non sono niente; ah, se avessi...; beati quelli...; perché Dio mi ha creato così povero"; oppure posso ringraziare e benedire per ciò che sono: "Dio mi ha dato questo e tocca a me sviluppare quello che sono. Quello che ho, quello che sono mi è stato dato perché io faccia miracoli".

Naturalmente la maggior parte delle persone crede che il fare miracoli sia solo per alcuni eletti, ma mai per sé.

La maggior parte di noi vive di un complesso di inferiorità cronico: "Sono meno degli altri; se avessi quello che hanno gli altri...". E così facendo si continua a rincorrere, a volere, a desiderare ciò che non si ha, ciò che non si è, invece, di far nascere e di sviluppare quello che si è.

La maggior parte di noi vive di un complesso cronico di non accettazione: "Quello che sono non va bene; non sono niente". Abbiamo il timore di essere brutti, inadeguati, inferiori. E siccome lo crediamo, poi anche lo diventiamo.

Dappertutto si sente dire la classica frase: "Accetta quello che sei". Ma la realtà è che quasi tutti noi non ci accettiamo, ci vorremmo diversi, più belli o più intelligenti, più simpatici o più atletici e quant'altro.

Ho visto una scena di vita quotidiana che mi ha fatto molto pensare. Siamo in casa, c'è la mamma e c'è la figlia. La figlia vuole mangiare le albicocche. La mamma dice: "C'è del melone, un po' d'anguria, delle pesche e delle ciliegie. Prenditi quello che vuoi". "No, io voglio le albicocche". "Ma non ci sono". "Io voglio le albicocche", e si mise a piangere e fare mille capricci.

Spesso noi siamo come quella bimba: facciamo mille capricci e vogliamo quello che non c'è o che non siamo.

Questo vangelo mi dice che io devo imparare ad accettare quello che sono, devo prendere i cinque pani e due pesci che sono io. Amarsi vuol dire accettare ed essere felici per quello che si è, così come si è oggi.

Aver fede è prendere sul serio che quello che sono viene dall'Alto, viene da Dio. Se io vengo da Dio, se mi ha creato Lui allora in me c'è la Sua forza. Voler essere diverso da ciò che sono è dire a Dio che si è sbagliato con noi, che ha creato qualcosa di scarso e di fatto male. Aver fede è avere l'umiltà di credere che in questa piccola creatura che sono io ci sono veramente grandezza e forza.

Poi questo vangelo dice: anche se non sembra, ce n'è per tutti!

Gandhi: "La terra è sufficiente per i bisogni fondamentali di tutti, ma non per la voracità dei consumisti".

Io possiedo un panificio e un mercato di pesce. Tu non hai niente. Io vendo pane e vendo pesce. Con ciò che guadagno apro un altro panificio e un altro mercato in un altro posto. Tu non hai niente. Siccome tu non hai niente io ti dico: "Ti presto cinque pani e due pesci?". Sembro gentile, sembra un atto d'amore e di carità, un atto di bontà d'animo! Tu mi dici: "Grazie", ma cos'altro potresti dirmi visto che stai morendo di fame? Intanto ti lego a me: perché tu mi devi ridare quanto io ti ho dato. E così aumento il tuo senso di inadeguatezza: "Io non valgo niente, io non sono capace di niente".

Tu ti mangi i tuoi cinque pani e i tuoi due pesci: dopo due giorni hai di nuovo fame. Allora vieni da me. Io ti dico: "Va bene, io ti presto altri due pesci ma tu me ne devi ridare cinque. I due che già hai mangiato, più i due di oggi, più uno per l'aiuto che ti do". Fame hai fame, cosa puoi rispondermi? E la cosa continua... Il 35-50% delle entrate di ogni paese povero è assorbito dal pagamento del debito estero.

Cosi io divento sempre più ricco e tu sempre più povero. Tu non lavori più per costruirti una casa, una barca, un'attività o per mantenere la tua famiglia. No, tu devi lavorare per rimborsarmi ciò che mi devi. E poiché tu ovviamente non sei in grado di ridarmi ciò che mi devi, io mi prenderò le tue risorse, le tue terre, i tuoi beni e perfino le tue donne. Tutto questo, dice il sistema, è giusto: mi prendo ciò che mi spetta.

Questo si chiama libero mercato. Lo stato non interviene perché il libero mercato crea ricchezza. Sì ma nei ricchi e non nei poveri. Meno stato vuol dire privatizzare, vuol dire meno scuole, meno lotta al colera, meno ospedali, meno sanità, meno case popolari, meno locali pubblici per lo svago, meno possibilità umane, meno comunicazione e trasporti pubblici, ecc. Per i ricchi questo non è un problema, visto che se lo possono pagare!

E così finché tu diventi sempre più povero e dipendente da me, che invece divento sempre più ricco. Se poi io povero mi arrabbio e decido, se ci riesco, di imparare a pescare, allora interviene l'autorità che dice: "No, tu non devi pescare, tu devi comprare il pesce da me". Pensate a cosa sta succedendo con i medicinali in Brasile: i farmaci contro l'a.i.d.s si possono produrre a basso prezzo e il Brasile l'ha fatto, ma le grandi multinazionali sono insorte. Non importa che le persone muoiano, perché ciò che conta è il profitto!. Se poi inizio a rubarti ciò che tu ricco hai (sempre sbagliato) allora divento un ladro. Ma chi è il vero ladro?

I poveri hanno un debito di 2.500 miliardi di dollari e ogni anno regalano ai ricchi 200 miliardi di dollari. Mentre i prestiti ai paesi poveri non arrivano neanche a 50 miliardi di dollari!

300-400 persone controllano un reddito pari a 48 stati nazionali (600 milioni di persone). Il 20% del mondo consuma l'83% delle risorse. Al restante 80% rimane ciò che noi non divoriamo.

Nel 2001 sono morti 11 milioni di bambini per malattie meno gravi di un raffreddore; la malattia del sonno ha ucciso più di 300.000 persone e la tubercolosi 8 milioni.

Allora questo vangelo dice una cosa molto semplice ma molto rivoluzionaria: pane, cibo, acqua e terra ci sono per tutti. Ma se l'unico valore è il profitto o l'accumulo allora non ce ne saranno affatto per tutti.

Il vangelo non è neutrale: ti costringe a prendere una posizione. Prendi quella che vuoi, ma non puoi lavartene le mani perché il farlo è già una posizione e una scelta. Non puoi non scegliere.

O ti metti nella logica di condividere tra tutti quello che c'è, e ce ne sarà per tutti, oppure ti metti nella logica del profitto, del libero mercato e dell'accumulo e non ce ne sarà per tutti.

La logica della vita è: un po' meno per me, ma per tutti. La logica della morte: io mangio, produco, consumo e degli altri "non me ne frega niente". Ma un giorno dovremmo rendere conto di tutti questi morti anonimi: per il fatto che non li uccidiamo fisicamente o che non vediamo con i nostri occhi i corpi morti, non vuol dire che non ne siamo colpevoli o responsabili. E saranno proprio loro a giudicarci.

Allora quel "distribuire a tutti il pane" vuol dire che siamo un'unica famiglia. Questo è vero il concetto di globalizzazione.

Siamo un'unica grande famiglia. Il bene o è di tutta la famiglia o tutta la famiglia ne soffrirà. Come dire: se sto male allo stomaco o se ho il mal di denti, tutto il corpo ne risente. Solo se ogni singola parte del corpo sta bene, la persona sta bene, è sana. Se c'è condivisione allora ce n'è per tutti. Se manca condivisione, allora ce n'è solo per pochi. La torta c'è, ma se uno ne mangia metà da solo, allora qualcuno ne rimarrà senza.

John Young in occasione del quinto viaggio sulla luna, il 16 aprile 1972 diceva: "Da questa prospettiva non ci sono bianche o neri, divisione tra est ed ovest, comunisti e capitalisti, Nord e Sud. Formiamo tutti un'unica terra. Dobbiamo imparare ad amare questo pianeta di cui siamo una piccola parte".

Tieni tutto per te...

Tieni tutto per te... e riempi il tuo frigo di verdura, frutta e formaggi. Non darli a nessuno e non condividere, non rischiare che te ne manchi. Sai cos'accadrà? Che ne butterai via un sacco.

Tieni il tuo tempo tutto per te... non darlo a nessuno, non fare niente per gli altri e sai cos'accadrà? Accadrà che ti sentirai solo e inutile.

Siamo stati al camposcuola con i ragazzi. Una faticaccia, ma dare il nostro tempo e le nostre energie a loro ci ha arricchiti di entusiasmo, di voglia di vivere e di felicità.

Tieni le tue cose tutte per te... non prestarle a nessuno perché te le potrebbero perdere o rovinare. Sai cos'accadrà? Accadrà che nessuno ti vorrà e che il tuo animo diventerà duro e sospettoso. Una statistica rivela che più si sale nella scala sociale (per ricchezza e status sociale) e più la gente è infelice e si suicida.

Tieni tutti i tuoi soldi per te... e accumula, accumula, accumula e sai cosa accadrà? Un giorno verrà l'angelo della morte e te li porterà via tutti (Lc. 12,13-21).

Un giorno una rana vide in un prato un magnifico bue che brucava l'erba. "Com'è maestoso", pensò. "Ora provo a gonfiarmi: voglio diventare come lui". E così incominciò a tendere la sua pelle rugosa. "Figlioli, chiese ai suoi ranocchi: vi sembra che ora possa battere il bue in grossezza?". "Neanche lontanamente", risposero quelli. Allora la rana, indispettita, riprese a gonfiarsi con maggior sforzo.

E si gonfiò così tanto che, ad un certo punto, scoppiò.

Pensiero della settimana

E' una donna eccellente, praticante, edificante, rispettabile, maledettamente rispettabile. Nulla da dire a suo riguardo: è un esempio, un modello... In chiesa, ai primi posti, ha il suo inginocchiatoio, rivestito di velluto rosso per meglio seguire la sua messa (perché anche la messa è sua). Fa freddo. S'è imbottita, lei e il suo bambino, e viene avanti, a testa alta, in direzione della chiesa, tranquilla e senza commozione. Va, come si dice, a fare le "sue devozioni". Fa freddo. Pure con i guanti foderati sente che fa freddo. S'affretta allora ad attraversare il portico senza notare il Povero che l'aspetta... Ella dice: vado dal Signore, vado a pregare il Cristo, il grande che ci amò fino alla morte.

E Gli passa davanti senza neppure riconoscerLo.

Parla al suo bambino: "Vieni a vedere il piccolo Gesù".

E il ragazzino - fa così freddo – urta, per entrare più in fretta, il Bambino povero e seminudo che l'aspettava. Ma sì, è una donna eccellente... E' sicura di sé, sicura di fare il bene e di compierlo meglio. Se il buon Dio n'è contento?

E' una questione, in verità, che non s'è mai posta.

Battezzata, comunicata, cresimata e maritata; tutto questo in chiesa... e quanti fiori c'erano e le candele e l'organo!

E poi la preghiera, la messa di domenica e il pesce di venerdì.

In breve tutto quello che le hanno detto di fare.

Tutto quello che si deve fare per non andare all'inferno lei lo fa.

Sicuro ch'è contento il Buon Dio! Altrimenti, detto tra noi, sarebbe proprio incontentabile - e di fronte a tanti meriti, ben ingrato – se non facesse ammazzare il vitello grasso appena lei arriverà in Paradiso... Ha fatto proprio tutto quello ch'era comandato! Allora... Allora che cosa? Niente.

Sulla porta, nel freddo della notte, il buon Dio e suo Figlio aspettano ancora...

(Raoul Follereau - Se Cristo domani busserà alla tua porta... 1957)

don Marco Pedron

 

 

Cinque pani per l’umanità

Mosso da compassione per la folla che lo segue con insistenza, Gesù guarisce i malati che gli presentano. Intanto si fa sera, il luogo è deserto, gli apostoli gli suggeriscono di congedare i presenti perché vadano nei villaggi vicini a procurarsi la cena: e invece provvede lui a sfamare tutti, moltiplicando cinque pani e due pesci con tanta abbondanza da riempire dodici ceste con i pezzi avanzati.

E' uno dei miracoli più vistosi narrati dai vangeli: i quali non riferiscono come hanno reagito quanti ne hanno beneficiato. Probabilmente molti avranno pensato di rivivere un lontano ma ben noto episodio della storia d'Israele, quello della manna con cui Dio sfamò nel deserto i fuggiaschi dall'Egitto in cammino verso la terra promessa (Esodo 16). I più istruiti nelle Sacre Scritture forse l'hanno considerato un primo avverarsi delle antiche profezie, relative al banchetto che Dio prepara per i suoi amici (Isaia 25,6). I più vi avranno visto un ulteriore segno della potenza di quel Maestro che stavano seguendo, e della sua sollecitudine per le necessità di chi incontrava.

Tali valutazioni sono tutte sensate, ma manca la principale; nessuno allora poteva conoscerla, ma noi sì. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è il primo di una serie di eventi, tra loro concatenati. Il successivo si colloca nella sinagoga di Cafarnao (Giovanni 6), dove Gesù scandalizzò i presenti dicendo, in sintesi: "Voi mi cercate perché vi ho dato pane da mangiare, e sperate di riceverne altro. Ma io vi darò un cibo che vi sfama per la vita eterna, ed è la mia carne e il mio sangue". Promessa realizzata nell'ultima cena, con l'istituzione dell'Eucaristia; distribuendo agli apostoli pane e vino, disse: "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo... Prendete e bevete, questo è il mio sangue" (Luca 22,19-20). E aggiunse un ordine, "Fate questo in memoria di me", cui adempie ogni celebrazione della Messa.

L'Eucaristia è dunque il pane che Dio offre nel deserto di questo mondo, non una volta a un gruppo di seguaci ma moltiplicato per tutti quanti lo vogliono, tutte le volte che vogliono. Non un pane materiale, che sazi il corpo per qualche ora, ma il pane in grado di saziare la fame che ci portiamo dentro, di pace, di giustizia, di amore, di felicità. Un pane a sua volta caparra di quanto Dio vuole donarci quando saremo definitivamente con lui.

Si sbaglierebbe però se si desse un valore soltanto spirituale al gesto compiuto da Gesù con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, quasi fosse soltanto il pretesto per introdurre il discorso sull'Eucaristia. La fame di quella folla lo preoccupava di per sé stessa, indipendentemente dal seguito; come tante volte ha soccorso di chi era in necessità, così è intervenuto quel giorno. Dando da mangiare, come guarendo i malati o salvando gli apostoli dal naufragio nel mare in tempesta, ha dimostrato quanto ritenga importante anche la vita fisica degli uomini, lasciando così un esempio concreto per quanti in seguito si sarebbero fatti suoi discepoli. Egli è intervenuto con i mezzi di cui lui solo disponeva, e non pretende che i cristiani facciano miracoli; ma certo li vuole impegnati come è loro possibile per sostenere anche la vita fisica dei loro simili.

Duemila anni di cristianesimo sono densi di impegno per l'annuncio della salvezza spirituale, ma anche di concrete opere di carità. Ed è giusto così: Dio ha voluto l'uomo composto di corpo e anima, ed entrambi gli stanno a cuore. Se ci si curasse soltanto di uno dei due, saremmo fuori della sua ottica.

mons. Roberto Brunelli

 

 

Un'umanità che ha fame

Il mondo, l'umanità, oggi, ha ancora parecchia fame.

Fame di cibo, di pane, innanzitutto. Al mondo ci sono 854 milioni di persone che soffrono la fame e il numero non è mai calato dal 1990. Nel 1996 oltre 180 capi di Stato e di governo si erano riuniti a Roma per il Vertice mondiale sull'alimentazione e avevano firmato una Dichiarazione con la quale si impegnavano a dimezzare il numero degli affamati entro il 2015 e portarlo a 412 milioni. Per onorare l'impegno preso al vertice, si dovrebbe ridurre il numero dei sottonutriti di 31 milioni l'anno da oggi sino al 2015, mentre la tendenza attuale è al contrario di un aumento al ritmo di quattro milioni l'anno. Per questo motivo, l'impegno è stato definitivamente dichiarato "archiviato".

E nonostante ciò i Paesi donatori hanno ridotto in modo consistente gli aiuti al settore agricolo e alimentare. Inoltre i Paesi del Nord del mondo adottano tutta una serie di azioni economiche che frenano la produzione agricola dei Paesi sottosviluppati e l'esportazione dei loro prodotti. E' un po' come dire che s'individua l'agricoltura come il motore principale per la ripresa dei Paesi sottosviluppati, ma poi questo motore lo si frena in tutti i modi.

Un altro dato preoccupante è quello della pessima distribuzione della ricchezza: il 10% delle famiglie italiane possiede quasi il 45% del patrimonio totale del paese. Non così lontano dalla disumana situazione mondiale, dove il 2% della popolazione più ricca possiede il 50% delle ricchezze della terra. L'altra metà se la spartisce il 98% delle persone. Questo vuol dire che la fame nel mondo, oggi, è qualcosa che riguarda tutti, anche i paesi più ricchi, e non più solamente il Sud del mondo.

Ma non è l'unica fame del mondo, quella di cibo. C'è pure fame di giustizia. Fame di diritti fondamentali della persona che vengono puntualmente calpestati.

"Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti": nel 2010 in Italia sono morte 127 donne per violenza, 58 delle quali subite da parte dei loro mariti e compagni. Solo a Milano, ogni giorno viene violentata una donna (secondo i dati delle denuncie).

"Nessuno sarà sottomesso a torture, o a pene e trattamenti crudeli, disumani e degradanti": a oggi, la tortura è ancora "legalmente" praticata in 81 paesi.

"Tutti sono uguali di fronte alla legge ed hanno, senza distinzione, diritto a essere ugualmente protetti dalla legge": sono ancora 54 i paesi che celebrano giudizi sommari senza alcuna garanzia giuridica, e laddove si celebrano legalmente (come in Italia) i ritardi sono abissali, e soprattutto c'è la possibilità di convertire una pena in una sanzione amministrativa. Per cui, chi paga è libero, anche se colpevole. Chi non riesce a pagare, rimane in carcere, magari a volte nonostante sia innocente. Questa sarebbe giustizia?

E non c'è sicuramente bisogno di dati per descrivere un'altra fame, forse la meno evidente, quella che fa meno notizia, ma non per questo meno drammatica, ovvero la fame di Dio. Una grandissima parte dell'umanità muore senza riuscire a dare un significato alla propria esistenza, e questo indipendentemente dal professare una religione o un'altra, dall'essere stati o meno battezzati: è un problema di senso della vita, è l'incapacità a cogliere che nella nostra vita ci sono dei semi di Assoluto che vanno piantati, coltivati, irrigati, fatti crescere.

Questa mancanza di senso lascia l'uomo impoverito, come denutrito, affamato, appunto: affamato di un Dio, di un Assoluto che può dare senso al suo affannarsi sulla terra e che, quanto più ricchi si è materialmente, tanto meno si riesce ad avvertire. Si tratta di una fame anomala, proprio perché non si fa sentire eppure poco a poco logora, svuota, impoverisce, uccide. E non si fa sentire semplicemente perché la si zittisce con tutta una serie di comportamenti e di scelte di vita che la soffocano, la narcotizzano, la addormentano. Poi però le grandi domande esistenziali della vita di fronte al senso della malattia, della sofferenza, del dolore, dell'ingiustizia e, in definitiva, della morte, la fanno emergere in maniera drammatica con conseguenze che spesso portano l'individuo a non ritrovare più quel filo che lo può condurre fuori dal labirinto dell'esistenza.

Il Vangelo di oggi ci ricorda l'interesse e la sollecitudine di Dio per la fame nel mondo: la fame di pane materiale, la fame di giustizia e la fame di Lui. Quello che però maggiormente colpisce è che Dio non ci chiede di invitare i nostri fratelli che hanno fame ad andare in cerca di una soluzione: vuole che "noi stessi diamo loro da mangiare". Rimbalza su di noi, che ci diciamo suoi discepoli, la risposta a questo problema, che spesso gli presentiamo come insormontabile e per noi di difficile soluzione. Quante volte anche noi, come i discepoli del Vangelo, diciamo al Signore: "Mandali via, che vadano a comprarsi da mangiare, che vadano a risolversi i loro problemi, che cerchino da soli il modo di dare delle risposte alle loro situazioni di indigenza"? E per di più, giustifichiamo le nostre affermazioni rinfacciando al Signore le nostre incapacità: "Abbiamo solo cinque pani e due pesci! Non siamo in grado, ci vogliono strutture, persone e programmi adeguati!".

Il Signore ci vuole invitare a capire che la risposta alla fame di gran parte dell'umanità sta nell'assunzione delle nostre responsabilità, nonostante la pochezza dei nostri mezzi. Il nulla che abbiamo, se condiviso, può diventare molto, perché ci pensa Lui, il Signore, a farlo diventare tale.

Ecco, allora, la nostra missione di discepoli, oggi come sempre: saziare l'umanità attraverso atteggiamenti di solidarietà e di condivisione.

Pensare di fare qualcosa per sfamare i bisogni alimentari delle persone indigenti con uno stile puramente assistenzialista, oggi non serve se non a generare ulteriore povertà: occorre far prendere coscienza ad ogni uomo che i cinque pani e i due pesci che possiede, ovvero quel poco col quale purtroppo si ritrova a vivere, non devono essere un elemento di disperazione, ma un punto di partenza, sia pur minimo, per costruire il proprio futuro. È relativamente facile, ma certamente inutile, fare un gesto di generosità dando molti soldi in un colpo solo a una persona povera: è più difficile, ma è certamente più proficuo, fare lo sforzo insieme con lei, di accompagnarne il progetto di sviluppo, seguendolo, esortandolo, facendogli sentire che gli siamo vicini nella misura in cui si sforza di costruire il proprio futuro.

Lottare per ricostruire situazioni giuste laddove la giustizia è calpestata serve a poco, se questo avviene solo attraverso denuncie, lotte, battaglie per la difesa dei diritti usurpati, magari attraverso atteggiamenti che spesso generano ulteriore violenza, risentimento, odio. Servono anche le lotte, senza dubbio: ma si creano situazioni di vera giustizia e quindi di vera pace laddove si aiuta un popolo o una persona a prendere coscienza dei propri diritti e insieme anche dei propri doveri, perché sia lui, e non le nostre più o meno positive ideologie, a prendere in mano la propria situazione di ingiustizia e rovesciarla a suo favore.

E infine, la risposta alla fame di Dio che l'umanità continua ad avere, passa attraverso la coscienza che oggi l'annuncio del Vangelo non è più "portare qualcosa che manca a qualcuno", ma creare comunione, reciprocità, scambio arricchente tra le diverse espressioni di fede. Anche solo parlando della fede in Cristo, dobbiamo essere ben coscienti che i paesi di antica tradizione cristiana, come i nostri, sono in netta minoranza rispetto alle Chiese giovani del sud del mondo, sia numericamente che qualitativamente. Ci sono esperienze di Chiesa nei paesi in via di sviluppo che sono di una ricchezza che qui nemmeno riusciamo a immaginare. Ci sono, nel sud del mondo, cristiani che non si preoccupano, come noi, di difendere la loro identità cristiana, ma di essere coerenti con il loro vissuto cristiano, e questo spesso avviene in situazioni di difficoltà, di contrasto, se non addirittura di persecuzione. E questo insegna molto a noi che, pur trovandoci in situazione di relativa serenità e tolleranza nei confronti della fede, facciamo fatica a essere coerenti con ciò in cui diciamo di credere.

Il Signore ci aiuti a prendere coscienza che il poco che abbiamo può essere molto, se questo poco lo sappiamo condividere con i nostri fratelli più poveri.

don Alberto Brignoli

 

 

 

È un banchetto, collegato al precedente che si era svolto nel palazzo della corte di Erode ed era terminato con la morte del profeta. Questo di Gesù è nel deserto e termina con l'abbondanza della vita e con la folla che si sazia da avanzarne dodici ceste. Il banchetto di Erode divide e uccide; quello di Gesù, nella condivisione del pane, unisce e fa vivere, sfama il suo popolo.

Gesù è più di Mosè (la manna), più di Eliseo (sfamò cento persone con venti pani). Gesù è al centro della comunità ed è evidente il significato eucaristico, il legame con l'ultima cena quando Gesù dà se stesso come pane. Tre quadri: Gesù con la folla, misericordioso e compassionevole; il dialogo con i discepoli; Gesù prende, benedice, spezza e fa distribuire.

Gesù parte e si ritira. "Il bene sembra indietreggiare di fronte al male che avanza e sembra prevaricare sul bene, ma è questa la debolezza del male e la forza del bene che lo assorbe e lo consuma in sé" (Fausti). Ritirarsi è ναχωρέω (anakoréo, da cui anacorési, il ritirarsi della tradizione eremitica e monastica). Di fronte al male si decide di ritirarsi per consegnarlo nelle mani di Dio attraverso la preghiera, e così vincerlo. Gesù si ritira nel deserto e le folle si ritirano… dietro a Gesù.

Dinanzi alle folle Gesù prova compassione; di fronte alla miseria ha misericordia, gli si smuove l'intimo, il profondo della persona (letteralmente: le viscere). L'azione di Gesù non è di potenza, ma di com-passione, di sim-patia, fino a ridursi all'impotenza della croce. Sembra di vedere quei Cristi bizantini, magrissimi, scarnificati, ma con le pance rilevanti, piene di viscere di misericordia. Nella compassione per le folle è adombrata la sua stessa passione.

Cinque pani e due pesci. È poco, ma è il margine in cui Dio entra per operare il segno imprevedibile e nuovo. Su questo poco si fonda tutto il Vangelo, capace di sconfiggere tutto il comprare e il vendere della città degli uomini. Alla legge del possedere si contrappone quella del dare, di chi ha poco e da tutto. E Gesù chiede che il poco gli venga portato, desidera la nostra collaborazione. Il vero miracolo non è sommare, moltiplicare, ma dividere, con-dividere.

don Angelo Sceppacerca - Agenzia SIR